Borg-McEnroe? Panatta apprezza...

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Borg-McEnroe? Panatta apprezza…

Adriano Panatta dice la sua sul film che sta dividendo critica e tifosi. “Mi è piaciuto, è molto credibile. Borg? Lo chiamavo il ‘matto calmo’. McEnroe è ancora una furia”

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Borg-McEnroe, si va in scena

Se non ci fossero state le NextGen Finals e le Nitto ATP Finals, il film Borg-McEnroe sarebbe probabilmente stato l’oggetto di maggior discussione dell’intero mondo del tennis. Il film, uscito nelle sale italiane il 9 novembre, sta letteralmente dividendo la critica internazionale e, se a livello cinematografico pare si tratti di un ottimo film sotto molti aspetti, ha comunque suscitato reazioni discordanti. Lo stesso John McEnroe si è detto amareggiato per “non esser stato preso in considerazione al momento di scrivere la sceneggiatura”.

Un parere molto interessante arriva da Adriano Panatta. Il campione del Roland Garros 1976 si è schierato apertamente a favore del film, giudicandolo “… ottimo, tanto più che sono partito prevenuto perché molti film sullo sport in generale e sul tennis in particolare di solito sono orrendi, invece questo è molto credibile. Sono riusciti a rendere molto bene anche le fasi di gioco“. Anche la trasposizione dei sentimenti provati dai due giocatori, che sembrano vivere una partita di tennis come una questione di vita o di morte, è stata molto simile alla realtà.Per Borg è stato molto difficile – racconta Panatta. Battendo tutti i record da lui ci si aspettava che vincesse sempre, ma a un certo punto non ha più retto il peso di questa enorme pressione e si è ritirato a soli 26 anni. Io lo chiamavo ‘matto calmo’, espressione in cui lui si riconosceva benissimo: in campo era glaciale, ma dentro aveva il fuoco. Con Bjorn sono ancora molto amico e ci sentiamo regolarmente, ma anche con McEnroe ho un buon rapporto. Qualche anno fa abbiamo giocato assieme al Roland Garros nel doppio delle leggende e lui è rimasto sempre lo stesso, vuole vincere e se qualcosa non va diventa una furia“.

 

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Roland Garros, l’ottimismo di Giudicelli: possibile anche l’apertura al pubblico

Il presidente della Federazione francese dà rassicurazioni sulla disputa dello Slam parigino: “Abbiamo evitato il peggio, l’ipotesi della cancellazione”

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Bernard Giudicelli ci crede: il Roland Garros a fine settembre è da considerarsi più che un’ipotesi e si potrebbe disputare anche con un accesso regolamentato di spettatori. Intervistato da Emilie Loit sull’account Twitter della FFT, il numero uno del tennis francese ha spiegato: “Mi sento di dire che abbiamo evitato il peggio, l’ipotesi della cancellazione. C’è stato un rinvio di alcuni mesi, tutto qui: è un gran sospiro di sollievo. Abbiamo salvato il più grande torneo del mondo su terra battuta e penso che sia il fatto principale”. Lo Slam parigino è oggi in programma dal 20 settembre al 4 ottobre, con la possibilità di slittamento di una settimana – ne beneficerebbero i sogni di Roma – in un calendario destinato comunque a essere fluido. In attesa della decisione definitiva, prevista a metà giugno, sullo US Open.

PORTE SEMI APERTE – Giudicelli ha toccato di striscio anche un altro dei grandi temi legati alla ripresa: la presenza del pubblico. “Ci indirizzeremo verso una forma di organizzazione a scartamento ridotto“, le sue parole riportate anche dal sito della FIT che magari proverà a seguire la stessa linea per gli Internazionali. Si lavora quindi per provare ad aprire le porte, pur in forma chiaramente ridotta per le misure di sicurezza dettate dall’emergenza sanitaria. A oggi, il Roland Garros ha comunque avviato la procedura di rimborso dei biglietti venduti per le date originarie (24 maggio-7 giugno).

Con la nuova calendarizzazione, dovrà essere riaperta la vendita soggetta al numero ridotto di posti eventualmente autorizzato. La scelta italiana è al momento differente: i possessori di biglietto – acquisti comunque sospesi da un paio di mesi – sono stati informati della speranza di poter organizzare comunque il torneo a settembre. Un “vi faremo sapere”, dalla sfumatura ottimistica. Non è stata attivata al momento la procedura di rimborso, in attesa delle evoluzioni.

 

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Heribert Mayr, uno dei primi coach di Sinner: “Se lo rimontavo al tie-break piangeva di rabbia”

Il Corriere dell’Alto Adige ha intervistato uno dei primi allenatori di Jannik, che lo ha seguito dai 7 ai 14 anni. “Jannik diventerà forte anche a rete, lo era da ragazzino e il suo gioco lo predispone alla rete”

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Heribert Mayr e un piccolo Jannik Sinner

Con Jannik ci sentiamo spesso, lui mica si è montato la testa, sa. È sempre quello”: comincia così l’intervista rilasciata da Heribert Mayr al Corriere dell’Alto Adige di sabato scorso, di cui pubblichiamo qualche stralcio per gentile concessione di Francesco Barana. Mayr è il maestro di Brunico che ha allevato Jannik Sinner dai 7 ai 14 anni, prima del suo trasferimento alla corte di Piatti a Bordighera. Oggi ha 64 anni e fatica a nascondere emozione “e anche un po’ di orgoglio, perché del mio ce l’ho messo” e si dice convinto, e in questo è certamente in buona compagnia, che possa entrare tra i primi cinque giocatori del mondo.

Per convincerci che non sta vendendo fumo, Mayr ci racconta un aneddoto a sostegno della sua tesi che Jannik ‘è uno tosto’.

A 10-11 anni soffriva di nostalgia appena si allontanava da casa per qualche torneo. Eppure resisteva, faticava e arrivava in fondo; altri ragazzini invece si facevano eliminare al primo turno. La svolta fu ad Avezzano, ai campionati nazionali Under 13. La mattina della semifinale mi disse che stava male, lo portai all’ospedale ma non aveva niente. Giocò, perse, eppure seppe reagire. Fu un passo verso la maturazione: sapeva che se voleva seguire la sua strada doveva togliersi di dosso certe paure”.

 

Heribert Mayr torna poi sulla decisione di Jannik di lasciare lo sci per il tennis. “Aveva 12 anni, di scii era campione italiano e si allenava tutti i giorni. A tennis certo era forte, ma per lui quello era ancora un hobby da due volte a settimana“. Sul perché Sinner abbia scelto così, Mayr non ha conferme dirette ma condivide una sua idea: “Nello sci iniziava ad accusare il colpo fisicamente e non vinceva più. E Jannik è uno che ha sempre voluto vincere, non accettava di perdere nemmeno contro di me. Era avanti 5-2 al tie-break e poi lo superavo: non le dico i pianti di rabbia“.

Poi una battuta confortante sul gioco di volo, il punto debole di Sinner: “Jannik diventerà un grande giocatore anche a rete, lo era da ragazzino e il suo gioco aggressivo lo predispone alla rete. Ovvio che se sale il livello diventa tutto più difficile, ma quest’anno prima della pausa era cresciuto anche nelle volée e negli smash. È già un giocatore completo, migliorando diventerà un campione“.

In chiusura di intervista, Mayr sottolinea un altro concetto importante: “Dicono che Jannik non ride mai, ma quanti ridono in campo? Lui si diverte tantissimo fuori, poi durante il match cambia, è talmente concentrato che non muove un muscolo. Per lui il tennis è un piacere prima ancora che un lavoro, non per tutti è così”.

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Djokovic presenta l’Adria Cup: big in campo senza Federer e (probabilmente) Nadal

Confermata la partecipazione di Thiem, Zverev e Dimitrov, si parte il 13 giugno a Belgrado. E Nole svela: “In quarantena avevo il campo in casa, mi sono potuto allenare”

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Novak Djokovic - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Jose Manuel Alvarez / Kosmos Tennis)

Si arricchisce di dettagli l’organizzazione dell’Adria Cup, il torneo itinerante ideato da Novak Djokovic che riavvierà il tennis in area balcanica. Quattro le tappe, la prima a Belgrado sulla terra della sua Academy, a partire dal 13 giugno fino al 5 luglio. “Ogni introito da sponsorizzazioni e diritti tv andrà alle organizzazioni umanitarie, tra queste anche la mia Fondazione“, ha spiegato nella conferenza stampa tenuta sul posto il numero uno ATP. Si giocheranno set da quattro game, otto tennisti divisi in due gironi con la finale tra i due primi classificati.

Per ogni tappa sono quindi previsti 13 brevi match (al meglio dei tre set) e la entry list – tutti a titolo gratuito – è più che interessante, di questi tempi: Zverev, Thiem e Dimitrov hanno già detto sì, altre partecipazioni sono in attesa di conferma mentre Djokovic si sente di escludere la possibilità che possano partecipare anche Federer e Nadal: “Federer dopo l’operazione al ginocchio è fuori allenamento, quindi non gliel’ho nemmeno chiesto – le sue parole -, Rafa ha ripreso ad allenarsi solo di recente. Forse glielo chiederò, ma non mi aspetto che venga“.

QUARANTENA ATTIVA – Oltre all’apertura, seguiranno gli appuntamenti di Zara (Croazia), Montenegro e Banja-Luka (questi ultimi due da confermare), con la Bosnia che dovrebbe ospitare anche l’esibizione finale (5 luglio a Sarajevo) tra Djokovic e l’idolo locale Dzumhur. “Sono contento di poter viaggiare in quelle che sono le mie zone e sarebbe bello poter aprire l’evento al pubblico – ha spiegato Nole – ma su questo aspetto dovremo aspettare le indicazioni da parte dei governi“. Zverev, Thiem e Dimitrov ci saranno tutti a Belgrado, per poi alternarsi nelle altre tappe.

Congelata, per il momento, l’idea di allargare l’evento anche alla partecipazione femminile e ai doppi (“non sono ancora consentiti dall’ITF”), Djokovic ha anche esplicitato le sue buone sensazioni per il lavoro svolto nella quarantena, ospite del fratello a Marbella: “Ho avuto l’opportunità di allenarmi ogni giorno avendo un campo in cemento nel cortile dell’abitazione, non ho caricato testimonianze sui social per non infastidire gli altri giocatori. Sono nel momento migliore della mia carriera e mi fa piacere organizzare qualcosa del genere, lavoriamo tutti per un nobile obiettivo“.

 

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