Il 2017 di Carreno Busta: a testa bassa fino alla top 10

Focus

Il 2017 di Carreno Busta: a testa bassa fino alla top 10

Finalmente protagonista nei grandi appuntamenti, l’iberico ha chiuso la migliore stagione della carriera da numero 10 del mondo. Ma il bello deve ancora venire

Pubblicato

il

BRAVO E FORTUNATO

Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita”, disse Confucio. Adagio antico che un giocatore tutta fatica e intelligenza tennistica come Pablo Carreno Busta deve essersi ripetuto come un mantra chissà quante volte, a mo’ di incitamento autogeno, rincorrendo a testa bassa una pallina scagliata da avversari spesso meglio attrezzati di lui in quanto a talento. La dedizione – che non può che essere parte integrante della tua indole quando i modelli adolescenziali sono Ferrero e Ferrer, due docenti emeriti dell’università mondiale dell’impegno – alla lunga paga sempre e per Pablo da Gijon, città del nord della Spagna che affaccia sul golfo di Biscaglia nonché residenza dello scrittore Luis Sepúlveda, ciò è significato irrompere in punta di piedi, quasi con timidezza, in quella Top 10 che fa da preludio all’eccellenza di questo diabolico sport. È successo per la prima volta lunedì 11 settembre, all’indomani della vittoria di Nadal agli US Open. Un major nel quale la cavalcata trionfale di Carreno Busta, 161° tennista a far capolino tra i primi dieci nella storia dell’ATP e contemporaneamente 18° spagnolo, si è interrotta solo in semifinale, sotto i colpi (e gli ace) di un redivivo Kevin Anderson. Un traguardo raggiunto, tra l’altro, senza lasciare per strada nemmeno un set. Aiutati che il ciel t’aiuta, si dice in questi casi. Quindi bravo e fortunato, che non guasta mai, il tennista iberico ad approfittare di un tabellone a New York assai favorevole, con quattro giocatori provenienti dalle qualificazioni nei primi quattro match sostenuti – forse un record – e un claudicante Diego Schwartzman nella quinta e più importante partita della carriera.

THE STORY SO FAR

Nato ventisei primavere fa da mamma Maria Antonia, dottoressa, e papà Alonso, architetto, Pablo – una passione anche per il calcio e per lo Sporting di Gijon, squadra della città natale, in particolare – inizia a giocare a tennis già all’età di sei anni. Cresciuto tennisticamente nell’accademia di Ferrero ad Alicante, dopo una luminescente esperienza da juniores dove fu anche numero 6 al mondo, nel corso del 2009 passa tra i professionisti, ma è solo nel 2013, quattro anni più tardi, che comincia a frequentare in pianta stabile i tornei del circuito maggiore. I primi anni al cospetto dei giocatori più forti al mondo non sono tutti rose e fiori, complice anche qualche noia fisica alla schiena che sembra addirittura metterne in dubbio il proseguo dell’attività. La tempra però è quella giusta e il 2016 rappresenta finalmente l’anno della svolta, con i successi sul veloce di Winston-Salem, prima, e Mosca, poi, quest’ultimo ai danni del nostro Fognini. Il resto è storia recente.

PRIMI SEGNALI

Risultati alla mano, il tennista spagnolo ha innegabilmente vissuto quest’anno la miglior stagione della carriera, culminata con la partecipazione, benché da subentrante, alle Finals londinesi. E pensare che l’annata non era affatto nata sotto una buona stella. Estromesso anzitempo da Istomin nello slam australiano e, da lì a poco, sconfitto in Coppa Davis dal carneade croato Skugor, Carreno Busta ha dovuto attendere fino a marzo inoltrato per lanciare con decisione il primo segnale ai rivali, in virtù della semifinale raggiunta sul cemento di Indian Wells, poi sconfitto da Wawrinka. Con il circus che torna a fare tappa sull’amata terra europea, arrivano in primavera le prime conferme ad un vento che pare ormai essere decisamente cambiato. Pablo si è fatto grande. In maggio, infatti, l’allievo di Samuel Lopez e Cesar Fabregas incamera con autorità il tradizionale torneo dell’Estoril – primo hurrà in stagione e terzo torneo di sempre a finire nella bacheca dell’asturiano – con lo scalpo emotivamente prestigioso di Ferrer, uno dei suoi idoli indiscussi.

DA PARIGI A LONDRA

Dopo due ‘mille’ disputati in chiaroscuro – a Madrid, sconfitto all’esordio dall’imprevedibile Paire, e Roma, fuori senza demeritare per mano del connazionale Bautista Agut – Parigi, che continua a valer bene una messa, significa una duplice prima volta: la vittoria su un Top 10, Raonic, e i quarti di finale centrati in una prova monumento, parafrasando il gergo ciclistico, disputati e persi per ritiro contro l’invincibile Nadal in versione mattone tritato.

Detto poc’anzi dell’exploit newyorchese e della successiva partecipazione senza acuti significativi a quello che fu il Masters – due partite e due sconfitte contro Thiem e il futuro vincitore Dimitrov nell’O2 Arena di Londra – c’è poco altro di rilevante da aggiungere se non il sottolineare un bilancio consuntivo alquanto positivo, che recita 36 vittorie totali in stagione a fronte di 26 sconfitte, di cui 6 fedelmente rispettose delle gerarchie del computer. Mai Pablo aveva saputo fare di meglio nei precedenti 8 anni da professionista e la sensazione che, in barba alla next-gen che scalpita, tra talento, inesperienza e aspettative da non disattendere, il bello debba ancora venire.

MATURITÀ

Quasi un metro e novanta per ottanta chili scarsi di peso, Carreno Busta è un giocatore che per peculiarità, e per sua stessa ammissione, predilige cimentarsi sul rosso ma che si è dotato negli anni di una competenza tecnica che gli consente oggi di ben figurare su ogni tipo di superficie. Dati alla mano – quarti in Bois de Boulogne e semifinali a Flushing Meadows la dicono lunga – un uomo per tutte le stagioni. Insieme al rovescio bimane, se non il suo colpo migliore sicuramente quello portato con la maggiore naturalezza di esecuzione, Pablo ha saputo costruire un bagaglio senza particolari lacune, che consta di un diritto pesante, solido e sufficientemente redditizio e di un servizio robusto, vario e ad alta percentuale. Difensore eccellente grazie a una mobilità atipica per atleti di quella mole e stratega impeccabile nelle scelte tattiche, un vero e proprio ragioniere applicato al gioco del tennis, ciò che stupisce di lui è soprattutto la capacità di alzare l’asticella nei momenti importanti dell’incontro. Spartiacque, quest’ultimo aspetto, tra il buon giocatore e il campione, in uno sport dove spesso la vittoria dista alla sconfitta giusto lo spazio di una manciata di punti. A fortificare il concetto, un dato piuttosto eloquente: negli ultimi dodici mesi l’asturiano è stato in grado di affrontare positivamente una numerosità di palle break pari in percentuale al Federer illegale di questo 2017 e solo tre punti in meno di Nadal, notoriamente un fenomeno nel togliersi dagli impicci quando la pallina si fa rovente. Il tutto senza la garanzia di un servizio alla Isner o la ribattuta di Murray.

NIENTE È IMPOSSIBILE

Troppe volte sottovalutato da spettatori e addetti ai lavori – ma non dai colleghi che già nel 2013 lo votarono come “Most Improved Player” – probabilmente per il suo non risultare mai appariscente nelle soluzioni adottate in campo, Carreno Busta in un’intervista concessa di recente, denotando un’umiltà non comune, ha voluto dire di sé: Non sono certo un fuoriclasse, ma sono un giocatore che ha lavorato molto per arrivare in alto”. Altissimo, con il superlativo di chi in off-season a ricaricare le batterie ci va con la decima posizione del ranking in tasca e la serenità scaturita dall’aver fornito di sé ogni volta la miglior versione possibile.

Esponente di quella classe operaia che finisce sempre per andare in paradiso, Carreno Busta, sempre a proposito di dedizione, ha inoltre aggiunto: “Mi è stato più volte ripetuto che nulla è impossibile se si lotta per ottenere ciò che più si desidera. Io sto lottando e le cose stanno andando alla grande, così non mi arrendo”. “Nothin’ is impossible”, dunque, come recitava qualche anno or sono il claim pubblicitario di una nota casa di abbigliamento, con il compianto Jonah Lomu quale azzeccato testimonial. I Carreno Busta del mondo, e il loro esempio concreto, sono qui ogni giorno a ricordarcelo. Perché non sempre a vincere è il più talentuoso, spesso finisce per prevalere chi ne ha più voglia. Lo sport tout court è pieno di queste dimostrazioni e su Pablo, chiamato a gran voce a non far rimpiangere la generazione d’oro spagnola destinata come tutte al crepuscolo, ci si può mettere la mano sul fuoco.

Continua a leggere
Commenti

ATP

Il Rio Open è anche un po’ italiano: Mager e Sonego ai quarti

Lorenzo Sonego supera la seconda testa di serie Lajovic, Gianluca Mager sconfigge il qualificato Domingues

Pubblicato

il

Lorenzo Sonego - Rio 2020 (foto Twitter @RioOpenOficial)

Inizio di giornata trionfale per i colori azzurri giovedì pomeriggio al Rio Open. Impegnati contemporaneamente sui due campi principali del torneo carioca, gli unici due italiani rimasti in gara all’ATP 500 brasiliano hanno superato entrambi il secondo turno accedendo ai quarti di finale.

Il primo a conquistare il lasciapassare per gli ultimi otto del torneo è stato il qualificato Gianluca Mager, n. 128 del ranking ATP, che dopo la splendida affermazione al primo turno contro il norvegese Casper Ruud ha avuto “in dono” (è proprio il caso di dirlo) al secondo turno un altro qualificato, il portoghese Joao Domingues, oltre quaranta posizioni indietro rispetto a lui nella classifica mondiale, che all’impegno precedente aveva superato il lucky loser Federico Gaio.

Primo set deciso da un solo break al quarto game e nel quale Mager ha preso immediatamente il comando delle operazioni per poi mettere in cascina il parziale senza alcuna esitazione per 6-3 in 41 minuti. Decisamente più complicato il secondo set: l’atleta sanremese ha avuto un passaggio a vuoto sull’1-2 cedendo a zero la battuta con tre errori gratuiti e mandando così Domingues avanti per 4-1. Mager si è comunque ripreso subito dal momento negativo, infilando tre giochi consecutivi e riuscendo ad andare a servire per il set sul 6-5 dopo che due game prima Domingues aveva sprecato un set point mettendo lungo un diritto di palleggio. Lì però la tensione si è fatta sentire, e con tre errori gratuiti il tennista italiano ha concesso il controbreak mandando il set al tie-break. Mager sembrava potesse vincere con grande agio il “gioco decisivo” quando si è portato subito sul 6-1, ma ha avuto bisogno di ben sei match point per chiudere la partita 7-5 finendo sdraiato sulla terra battuta “a stella marina” per celebrare il risultato ottenuto.

 

Nei quarti di finale Mager (che la settimana prossima salirà in classifica per assestarsi intorno alla posizione n. 112) affronterà il vincente della partita tra Dominic Thiem e Jaume Munar.

Sul campo Kuerten è stato invece Lorenzo Sonego ad uscire vincitore da una battaglia di due set ed oltre due ore contro la testa di serie n. 2 Dusan Lajovic. Il match è stato molto equilibrato con i due protagonisti che sono sempre rimasti molto vicini nel punteggio fatta eccezione per l’inizio del secondo set nel quale Lajovic è scappato subito sul 3-0 per poi essere immediatamente ripreso da Sonego sul 3-3. Il tennista torinese aveva avuto un primo set point nel primo parziale sul 5-4, quando dopo uno straordinario punto ottenuto in difesa non è riuscito a controllare in risposta una buona prima esterna del serbo. Nel successivo tie-break un solo mini-break, concesso da Lajovic con un errore di rovescio, è stato sufficiente per decidere il parziale.

Nel secondo set, dopo lo scambio di break iniziale nessuno dei due giocatori è riuscito ad arrivare oltre il “30” nei game di risposta, quindi si è dovuti ricorrere ad un altro tie-break giocato punto a punto fino al diritto in rete di Lajovic sul 5-6 che ha chiuso il match.

Sonego, che con questo risultato dovrebbe rientrare comodamente nei primi 50 e potrebbe anche ritoccare il suo best ranking di n.46, se la vedrà nei quarti con la testa di serie n.5 Borna Coric, che al secondo turno ha battuto la wild card locale Thiago Seyboth Wild al tie-break del terzo set.

I risultati completi:

L. Sonego b. [2] D. Lajovic 7-6(5) 7-6(5)
[Q] G. Mager b. [Q] J. Domingues 6-3 7-6(5)
[5] B. Coric b. [WC] T. Seyboth Wild 6-3 1-6 7-6(5)
[1] D. Thiem vs J. Munar

Continua a leggere

Focus

Marcelo Rios: “L’ATP è la m**** più grande che esiste. Ha beccato e coperto Agassi”

Le uscite dell’ex numero uno del mondo fanno sempre scalpore. Questa volta accusa direttamente Agassi di essersi dopato

Pubblicato

il

Quando si tratta di parlare con la stampa, Marcelo Rios tende spesso a rifuggire il linguaggio forbito in favore di espressioni più o meno letteralmente scatologiche. Dopo la multa per il… suggerimento dato ai giornalisti due anni fa, “el Chino” rilascia una lunga intervista al quotidiano di Santiago la Tercera, trattando svariati argomenti: dalle Finali della Caja Mágica, dove la squadra cilena è stata subito eliminata, alla sua recente operazione all’anca, con il conseguente dolore che gli rende difficile dormire. Questo per anticipare, se mai ce ne fosse bisogno, che non mancherà l’ampio ricorso alle sue espressioni preferite una volta toccati temi più “caldi”, ma almeno c’è la scusante dell’irritazione dovuta alla mancanza di sonno. Scusante a cui anche noi ci appelliamo per renderle un po’ più attenuate.

Il giornalista Carlos González Lucay non può esimersi dall’introdurre l’argomento doping dopo la positività proprio in Coppa Davis e relativa sospensione provvisoria in attesa di giudizio del concittadino Nicolas Jarry. Rios, presente a Madrid come supporto tecnico a capitan Massú, ricorda il giorno in cui Nico e Garin sono stati controllati. “Quando giocavo io, testavano solo le urine; oggi anche il sangue, così è molto difficile nascondere qualcosa” spiega. E aggiunge: “Io non metto la mano sul fuoco per nessuno. Ho detto a Nico, ‘continua a essere Nico Jarry se ti sospendono per quattro anni o quello che sarà. Ti voglio bene come amico, ti voglio bene come giocatore e, se non giocherai mai più, sarai ancora mio amico”. Marcelo sa come rassicurare le persone che gli stanno accanto. In ogni caso, crede che sia difficile che Jarry abbia assunto volontariamente delle sostanze proibite. “È metodico, ordinato, molto professionale: perché rovinarsi la carriera per il doping? Credo che lo sanzioneranno di sicuro, ma spero siano mesi. Sta cercando di dimostrare che dice la verità e non ha commesso alcun errore. In un caso così, anche se ti squalificano, l’importante è uscirne con l’immagine pulita.

A un passo dal rientro nel Tour poco più di un anno fa, Rios dice che bisogna separare quello che (ti) fai nella vita privata dal doparsi per avere un vantaggio in campo. Quanto successo con Korda, è stato per quel vantaggio. Proprio in uno Slam che avrei potuto vincere. Non è come nell’atletica, dove in questi casi danno il titolo al secondo arrivato. Adesso uno se la ride, però nel suo palmares rimane la vittoria [dell’Australian Open 1998]”. Marcelino assicura che non ha mai fatto uso di sostanze proibite durante la sua carriera: “Alcolici sì, però marijuana e droghe pesanti no, sia per i controlli sia perché non mi interessava restare incastrato in quelle porcherie”.

 

L’ex numero 1 del mondo, l’unico senza Slam nel circuito maschile, scalda i motori quando l’intervistatore introduce il caso Agassi. Lo hanno beccato quattro volte e l’ATP lo ha coperto perché era Agassi e perché il tennis sarebbe finito giù per lo scarico”. Giova ricordare che all’interno della sua autobiografia, ‘Open’, lo stesso Agassi ha ammesso di aver assunto metanfetamina nel 1997 e di aver fallito un controllo antidoping, evitando però la squalifica grazie alla menzogna (presa per buona dall’ATP) secondo cui l’assunzione sarebbe stata accidentale. “Trovo l’ATP la schifezza più sporca che esista [traduzione particolarmente edulcorata]. Gringo impiccioni. I Master erano sempre sul veloce indoor in modo che vincesse Sampras. Con Bruguera, discutevamo di cambiare ogni anno la superficie del Master. Chi è stato danneggiato? I tennisti sudamericani”.

Con i suoi 175 cm, non poteva sommergere gli avversari di servizi vincenti, costretto così a correre sul duro per cinque set. “L’unico sport che cambia quattro superfici. Neanche ho mai capito perché ci siano a disposizione due servizi. È come nel golf quando giochi con gli amici che hai il mulligan [seconda possibilità di tirare il colpo iniziale per quelli scarsi]. È assurdo. Qualcuno lo ha inventato e adesso è un vantaggio per lo scemo di turno che misura 214 cm. Guardavo Karlovic, ha quarant’anni… quando mai si ritira se batte da un palazzo!. Il povero Ivone non ha però colpa della sua (di Rios o propria) altezza. Chissà se gli staranno fischiando le orecchie. No, è troppo buono per prendersela per queste inezie. E, comunque, le parole cilene probabilmente si sono spente prima di arrivare in cima al palazzo.

Continua a leggere

Focus

Jannik Sinner: “Guardo al presente e ci vuole pazienza”

MARSIGLIA – Le dichiarazioni postmatch del giovane azzurro: “Per me è importante raccogliere tante informazioni e guardare tanto tennis”. Al prossimo turno sfiderà Medvedev: “È un giocatore che capisce molto bene la partita”

Pubblicato

il

da Marsiglia, la nostra inviata

Che Jannik Sinner fosse un ragazzo particolarmente calmo e riflessivo si sapeva, ma al suo arsenale si aggiungono già maturità e prudenza. Dopo aver superato Norbert Gombos con una prestazione di carattere, giovedì affronterà il n. 5 del mondo Daniil Medvedev. Esattamente un anno fa cominciava la bellissima, nuova avventura ad alto livello del giovane altoatesino. Di seguito vi proponiamo le dichiarazioni post-match di Jannik, che si è presentato in sala stampa alla fine del suo match di doppio, disputato in coppia con Simone Bolelli. Il duo azzurro è stato superato dalla coppia Bopanna/Shapovalov.

Oggi è il 18 febbraio, esattamente un anno fa hai conquistato il primo match al Challenger di Bergamo, torneo che poi hai vinto. Cosa pensi di questo anno? Che sensazioni hai pensando al percorso che hai compiuto fino ad ora e alla vittoria di oggi? Sicuramente l’anno scorso è stato molto bello. Ma io resto sul presente. Quello che è successo è successo; sto provando a migliorare giorno dopo giorno, anche la partita di oggi non era facile e ho dovuto abituarmi a questi campi. Però ho provato a stare lì, ad avere pazienza e sono felice della mia prestazione. Per un ragazzo di 18 anni giocare questi tornei è bello, però alla fine devi cercare di trovare il modo di affrontare come si deve tutti questi eventi e anche alzare il livello. Ma per questo ci vuole pazienza; io invece, a volte, voglio andare un po’ di fretta e quindi, grazie al mio team, riesco a stare un po’ più calmo. Provo a raccogliere più informazioni possibili, ne parlo con Riccardo ed è davvero importante per me avere sempre tante informazioni“.

Un commento sul prossimo avversario di Jannik, il n. 5 del mondo, nonché n. 1 del tabellone, Daniil Medvedev: “Affronterò questo match come tutti gli altri. Non sarà facile, lui sul cemento gioca molto bene; ha giocato molto bene soprattutto l’anno scorso. È un giocatore che capisce molto bene la partita e io dovrò provare ad anticipare quello che potrebbe fare lui in campo. È un giocatore nuovo per me; mi sono allenato insieme a lui una volta a Rotterdam però l’allenamento è completamente diverso dalla partita“.

E poi una cosa curiosa. Sinner conferma ad un altro collega italiano presente in sala stampa, di guardare tantissimo tennis: “Sì, è vero. In una settimana guardo il tennis il più possibile. Credo che guardando le partite si possa imparare tantissimo; riusciamo a capire meglio gli avversari. La cosa buona è che non mi stanco di guardare il tennis, pur trascorrendo la maggior parte del tempo a giocarlo. Prendo la cosa con molta tranquillità e con Riccardo guardiamo tante partite insieme”.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement