Schiavone non vuole mollare. Il disastro USA che fa invidia all'Italia

Editoriali del Direttore

Schiavone non vuole mollare. Il disastro USA che fa invidia all’Italia

Francesca vuole tornare in top 30. Statunitensi a picco: 12 eliminati su 15. Berrettini può fare l’exploit

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Mi trovo a dover buttar giù il primo editoriale dall’Australian Open alla fine di 32 incontri al meglio dei cinque set e altri 32 al meglio dei tre. Una fatica mostruosa. Francamente troppi, come troppe sono le interviste cui star dietro. La priorità nei primi giorni è, come sempre, almeno non perdersi gli italiani, che di solito poi a perdere – purtroppo! – ci pensano loro abbastanza presto. Come ormai sapete in tabellone ne avevamo nove, sette uomini, quasi un record, e due sole donne, quasi un record anche quello, alla rovescia.

BILANCIO AZZURRO: 1-3 – Nella prima giornata giocavano quattro in tutto. Tre li abbiamo già persi, Schiavone, Lorenzi e Caruso. Unico superstite Seppi. Rimpianti ce ne sono di certo quando sia Lorenzi sia Caruso erano avanti di due set ma hanno perso al quinto. Il primo ha pagato soprattutto la fatica (i 36 anni?), il secondo l’inesperienza. Ho appena detto a Caruso che ai miei tempi i seconda categoria giocavano 20 partite l’anno 3 set su 5 e invece ogni volta – da anni – mi tocca sentire dire ai nostri che finalmente quando centrano l’obiettivo di partecipare ad uno Slam, non sono abituati a giocare in cinque.

Per prima è uscita di scena la nostra prima campionessa di Slam, Francesca Schiavone battuta nel derby fra “regine” del Roland Garros con la Ostapenko 61 64 in 74 minuti nonostante l’illusorio vantaggio di 4-1 nel secondo. Della presenza dei sette uomini (tre dei quali usciti dalle quali) eravamo comunque abbastanza soddisfatti, anche se non ci possiamo fare troppe illusioni sul prosieguo della già assottigliata pattuglia. Le quattro ex top-ten italiane certo ci mancano e ci mancheranno a lungo. La Schiavone, dopo aver scherzato sul fatto, comunque per lei piacevole, di essere ritornata a 37 anni e mezzo n.1 d’Italia (sia pure per una sola settimana prima del controsorpasso della Giorgi) “o sono molto forte io o siete messi molto male voi!” ha poi aggiunto, sempre sorridendo: “Ah ora le quattro vi mancano eh, ma non siete mai contenti!”. Insomma nonostante la sconfitta era di buon umore. D’altra parte quante tenniste pagherebbero per giocare una sola volta nella vita nella Rod Laver Arena al cospetto di 17.000 spettatori?

 

In realtà del tennis femminile siamo sempre stati più che contenti. Due Slam, qualche finale, vittorie in singole e doppio, best ranking WTA da 4 a 7 in ordine preciso, quasi per non confonderci,  Schiavone, Errani, Pennetta, Vinci. La presenza femminile non era mai stata più così scarsa da tempo immemorabile (chi ce la fa una ricerchina?). Il contingente femminile è già dimezzato. “Dio ci salvi la Giorgi!” è il grido che aleggia in sala stampa. Giocherà il suo primo turno con la qualificata russa Kalinskaya n.160, ma nonostante i risultati di Sydney chi può garantire che Camila sia in giornata?

Per cercare di far fronte ad almeno un bel po’ dei mille argomenti che ha provocato questa prima giornata… ho pensato per un attimo di impadronirmi della mitica “agenzia Palle Gialle” creata da Gianni Clerici anni fa quando, appunto, non era il caso di impegnarsi in un “pezzo” monografico – quelli che gli riuscivano meglio – ma il copyright è suo e non posso approfittare della sua assenza. Oltretutto sarebbe assai presuntuoso. Un Clerici resta inimitabile. I miei saranno quindi appunti buttati giù abbastanza alla rinfusa. Chi avrà guardato i due video, quello nella home italiana con Vanni Gibertini e quello nella home inglese con il giornalista del New York Times Ben Rothenberg, si ritroverà diversi argomenti cui accenno qui.

1) Comincio con il dire che questo è il 200mo Slam dell’era Open. Sapevate che i “Fab Four” ne hanno vinti 50? Un quarto! Pazzesco. E mica li hanno giocati tutti e 200! Fino al 2003 nemmeno uno. Contateli dal 1968 in poi…

2) Gli americani avevano 15 rappresentanti in lizza il primo giorno. Ne hanno persi 12! Fra cui 5 teste di serie, tre fra le top ten.

3) Dopo due Slam con almeno tre semifinaliste americane, l’Australian Open 2017 (Serena, Venus, Vandeweghe) e l’US Open 2017 (addirittura 4 su 4, Stephens, Keys, Venus e Vandeweghe), oggi hanno perso Venus Williams n.5 (Bencic),  Vandeweghe n.10 (Babos), Stephens  13 (Shuai Zhang). Serena e Keys non ci sono… addio fichi (questo Clerici non l’avrebbe mai scritto!).

4) Nel maschile gli USA hanno perso Sock n.8 (Sugita) e Isner n.16 (Ebden)

5) Sempre restando sul disastro americano le non teste di serie eliminate sono Brady, Bellis, Kenin, Riske, Townsend, Falconi, e fra gli uomini King.

6) Soli vincitori USA di giornata Gibbs, Harrison e McDonald (niente a che vedere con gli hamburger; anche questo Clerici non l’avrebbe scritto).

7) Più in genere e sempre che non mi sia smarrito fra i 64 incontri credo che siano saltate cinque teste di serie fra le donne e cinque fra gli uomini. Quando si dice… la parità dei sessi e dei montepremi auspicata da Billie Jean King.

8) Teste di serie eliminate donne: Venus n.5 (Bencic), Vandeweghe n.10 (Babos), Stephens n.13 (Shuai Zhang) , Cibulkova n.24 (Kanepi), Makarova n.31 (Begu).

9) Teste di serie eliminate uomini: Sock n.9 (da Sugita), Anderson n.11 (Edmund), Isner n.16 (Ebden), Pouille n.18 (Bemelmans), Kohlschreiber 27 (Nishioka).

10) È successo una sola volta negli Slam che nessuna Williams fosse approdata al secondo turno: era il lontano 23 giugno 1997. Primo turno di Wimbledon. Venus era n.59 del ranking, Serena non partecipò al torneo quell’anno. Venus perse contro la polacca Magdalena Grzybowska (n.91 WTA)‎ 4-6 6-2 6-4. Si sospetta fortemente che su questa sconfitta di Venus con la Bencic ci sia stata l’influsso malefico del più recente partner della Bencic, Federer. I genitori di Roger, Robert e Lynett, hanno seguito tutta quella partita tifando Bencic.  Forse perché anche la Bencic, che è andata a vivere in Slovacchia e abita con la nonna, ha mostrato un forte senso della famiglia. Di fatto è andata ad allenarsi al centro di Trnava (la Roma slovacca, la chiamano, perché ha più chiese che case) dove si sono trasferite anche Safarova, Kasatkina, Svitolina, tutte affascinate dall’ex coach della Petrova Valdimir Platinik.

11) I belgi avevano solo due tennisti nel tabellone maschile e ancora li hanno. Goffin è normale, Bemelmans era già stato quasi fatto fuori nelle quali. Invece ha battuto Pouille… Darcis è infortunato.

12) I tre giocatori più forti (o più temuti) della parte alta del tabellone hanno perso 16 game in 9 set: Nadal 6-1 6-1 6-1 a Estrella Burgos, Dimitrov 6-3 6-2 6-1 a Novak (che non è Nole né il vecchio Jiri), Kyrgios 6-1 6-2 6-4 con Dutra Silva. Che passeggiate di salute.

13) Juan Martin del Potro è di nuovo un top-ten. Non lo era più dall’agosto 2014. Per via dei vari infortuni e interventi chirurgici era sceso a n.1045… non ricordo più esattamente quando. Ma raggiungendo la finale di Auckland la Torre di Tandil non ha cambiali in scadenza fino a al Roland Garros. Fatelo arrivare qui nei quarti e fare ancora un balzo in avanti.

14) I giapponesi fanno paura alla nostra ItalDavis: Kei Nishikori non ci sarà, meno male. Ma i due che hanno giocato in prima giornata hanno vinto entrambi. Eppure giocavano contro teste di serie. Nishioka, che ho intervistato (ascoltate l’audio, è molto simpatico, parla inglese molto meglio di Nishikori e ha parlato di Kei e degli italiani che conosce: ha raccontato anche delle sue lotte con il coetaneo Quinzi), ha battuto Kohlschreiber testa di serie n.27. Sugita ha messo k.o. Sock n.8. Si sta freschi.

15) Nishioka conoscerà meglio anche Seppi dal secondo turno. Ha detto “Lo studierò su You Tube…” e il resto non ve lo dico sennò non aprite l’audio che mi è costato tanta attesa e non poca fatica. Parla anche di Morioka, del freddo che fa e…basta così.

16) Se martedì il terzo giapponese, Taro Daniel, batte l’anziano e spesso acciaccato Bennetau, Barazzutti si farà finalmente il segno della croce e andrà in pellegrinaggio a Medjugorie.

17) Fino a poco tempo fa Julia Goerges, occhi azzurri turchese scintillanti, era secondo il mio macho guardonismo una delle ragazze più carine, e fini, del circuito. Ora, non più giovanissima, è diventata anche una signora giocatrice; ha vinto 15 partite di fila. È virtualmente top ten. È già testa di serie n.12… e ha battuto la giovanissima Kenin che all’ultimo US Open fece parlare molto di sé e noi grazie al nostro Art Seitz abbiamo pubblicato fotografie “personalissime” come il cartellino di Tommasi che… meritano di essere viste.

18) Non diventerà top ten, ma n.1 salvo errori od omissioni e anche refusi, la cinese Ying-Ying Duan (esiste davvero, non è come la coreana… See-You-Soon) che battendo nel primo match del campo 10 la colombiana Duque-Marino (non parente della nostra Francesca) 6-0 6-1 in 51 minuti è stata la vincitrice n.1 di questo Australian Open.

19) Tutti parlano (anche Ubitennis) della bambina prodigio Kostyuk di 15 anni… e Ivo Karlovic ne avrà 39 il 28 febbraio prossimo. 24 anni in più. Davvero potrebbe essere suo padre. Ma non lo prendete per un pettegolezzo di bassa lega. Però oggi il nostro Esposito esagerando un attimo ha scritto che la Schiavone poteva essere la mamma della Ostapenko e beh, insomma fra le due ci sono solo 17 anni di differenza anagrafica. A 16/17 si può diventare mamme, certo, ma sarebbe stato un tantino precoce e disinibita… la nostra  Francesca che oggi predilige Miami perché ci sono meno pregiudizi che in Italia. Più libertà e più… Trump! Che Francesca non disdegna. “Fra tanti politici… lui quel che aveva detto che avrebbe fatto lo sta facendo”. Però mi è parsa più sorprendente ancora un’altra frase di Franesca: “L’obiettivo? Rientrare fra le prime 30 del mondo!”. E non scherzava.

20) Se in Australia avessero studiato il latino oggi avrebbero scritto ancora una volta “Nemo Propheta in patria” per la loro Samantha Stosur. Detta anche Sam, tanto per renderla un po’ meno femminile. Beh ha partecipato a 16 edizioni dell’Australian Open e per una che è stata capace di vincere uno Slam (un US Open battendo in finale Serena Williams) e di giocare una finale in un altro Slam (persa nel 2010 al Roland Garros contro… non ve lo dico, andate a frequentare un altro sito!) nello Slam di casa sua (saltato solo due volte in 18 anni) ha ottenuto questi brillanti risultati: ha perso 6 volte al primo turno, quattro volte al secondo, altre quattro al terzo, e due – miracolo! – agli ottavi. Non vi ricorda… ma a Parigi e sulla terra rossa un’altra amazzone dal cuor fragile, tal Amelie Mauresmo?

21) Il servizio nel tennis d’oggi – e non solo nel mondo del lavoro – è importantissimo. Però chi ha chiuso in testa le classifiche della prima giornata in fatto di ace, ha perso subito: Anderson nonostante 35 ace, Isner 24.

22) A proposito del sudafricano Kevin Anderson, uno dei finalisti più deboli nella storia degli Slam – è storia recente, l’US Open 2017 – ho sentito dire oggi a Ben Rothenberg (con il quale abbiamo registrato oggi il nostro primo video sponsorizzato da Federer…pardon da Masters Barilla) “Meno male non ha ancora ottenuto la cittadinanza americana, altrimenti oggi registravamo una sconfitta in più!”.

23) Non ho visto che pochissimi punti, e dal video della sala stampa, del massacro di Tsitsipas ad opera di un impressionante Shapovalov. Era un match molto atteso, ma nei primi due set non c’è stato, si è continuato ad attenderlo. Meno male che il terzo è finito al tie-break. Già che c’erano potevano andare al quarto o al quinto, giusto per gratificare le attese.

24) A proposito di attese… chi la fa l’aspetti. David Ferrer una settimana fa aveva lanciato al microcosmo del tennis il messaggio di essere tutt’altro che finito battendo il giovane rampante Chung. Sfiga ha voluto che ha dovuto incontrare nuovamente un Next Gen, Rublev, e in un torneo più importante. Obviously ci ha perso. Non sarà finito, perché oggi fino ai 40 non finisce più nessuno (vero Federer?), lo pensa anche la Schiavone. Però non mi sembra neppure in grandissima salute.

25) Nella seconda giornata giocano molti meno americani. Dovrebbero perdere di sicuro meno di 12 partite.

26) Il piccolo Moutet, avversario battuto da Seppi che al contrario degli altri due azzurri che si sono fatti rimontare ha rimontato lui, è un bel peperino. Butta la racchetta, le palle, ne combina di tutti i colori. A livello under 14, under 16  e under 18 pare abbia vinto di tutto in Francia… dove i piccoletti sono sempre stati molto apprezzati. Clement, 1,73 cm, Grosjean 1,75, il Mago Santoro 1,78… No Gasquet non è piccoletto, ha solo le gambe corte, ma un busto invece lunghissimo, come se lo avessero appeso da piccolo per stirarlo. Ma, insomma, solo se si ha talento si vincono partite quando si è piccoletti nel jet-tennis contemporaneo. Però io preferisco, dopo tanti piccoletti e piccolette, sognare con Berrettini, che magari come tanti lucky loser fa il grande difficilissimo exploit con il mancino Mannarino che, sarà stata anche per via del cognome (nipotino del Lupo Mannaro?), pareva per anni un brocchetto qualsiasi e invece eccolo là testa di serie n.26. Sarà dura, ma mai dire mai diceva Sean Connery da James Bond.

27) C’erano tanti dubbi, da parte del mondo intero, Spagna, Catalogna independista e non, nonché le isole Baleari, sulle condizioni di Rafa Nadal. Vabbè che Estrella Burgos non glielo poteva sorteggiare di fronte nemmeno zio Toni (che non c’è, il furbacchione a scanso di male parate), però Rafa ha vinto 6-1 6-1 6-1 alla faccia dei gufi (direbbe Matteo Renzi). Chissà se il ginocchio stava bene.

28) Uno spunto narcisista: “Good Job Ubaldo, you saved us” si è congratulato Christopher Clarey del New York Times perché dopo l’ottava sconfitta consecutiva dopo il trionfo di New York, Sloane Stephens, stava facendo un’intervista triste e banale. Ma quando le ho detto che era un peccato perché la sua intervista di New York dopo la vittoria sulla Keys era stata “hilarious and one of the best ever” e che ci auguravamo tornasse quella, lei ha cambiato improvvisamente umore, è diventata di nuovo spigliata, brillante, spiritosa e mostrato di essere anche una ragazza in gamba e intelligente. Vi consiglio di leggere tutta la seconda parte dell’intervista. Dovremmo essere in grado di riprodurvela… con i potenti mezzi della nostra organizzazione. Sarebbe piaciuta anche a Rudyard Kipling prima e dopo la composizione di “If”.

29) A proposito di organizzazione… vi è piaciuto il nostro nuovo live? E la grafica dei nostri tabelloni? Io non ho nessuno merito in tutto ciò, ma lo hanno coloro che hanno anche la pazienza di sopportarmi. Sono un direttore esigente e fortemente rompi.

30) Spero che la riproduzione di questi miei appunti vi abbiano minimamente interessato, almeno più delle trenta penose profezie del Mago Ubaldo pubblicate l’altro giorno, ci voleva poco.  Non aveva nemmeno previsto che Djokovic avrebbe imbastito un discreto casino ai danni dell’ITF rea di guadagnare troppo con gli Slam – e fin lì passi visto che lui rappresenta i giocatori ATP che schiattano di gelosia per i soldi che fanno gli Slam (l’Australian Open ha progettato ancora investimenti sopra ai 1000 milioni di dollari, one billion per rovesciare ancor più tutto l’impianto) – ma forse anche della stessa ATP.

A domani. Ma sperando di andare a letto un po’ prima delle cinque del mattino!

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Editoriali del Direttore

Si critica tanto questa Coppa Davis… e l’ATP ne ripropone un doppione

Sarà più facile riempire tre stadi in tre città diverse che in un unico complesso come la Caja Magica. Ma l’Australia è lontana. Gli emigrati basteranno a dare il senso di una tifoseria non neutralmente passiva?

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(Photo by Pedro Salado / Kosmos Tennis)

da Madrid, il direttore

Il Canada arriva a disputare la prima finale di Coppa Davis della sua storia (dove affronterà la Spagna dell’inossidabile Nadal) grazie alla vittoria in doppio della coppia Pospisil-Shapovalov che hanno conquistato il punto decisivo sia con gli australiani sia con i russi. Unica partita persa dai due in coppia quella con l’Italia – piccola soddisfazione, meglio che niente! – anche se rispondendo a una mia domanda Vasek Pospisil, ha detto abbastanza chiaramente che un conto è giocare un doppio decisivo sull’1 pari per vincere un incontro e un altro è giocarlo sullo 0-2: “Sì, c’è differenza. Io contro l’Italia non ho giocato bene nel primo set, ma poteva dipendere anche dal fatto che era parecchio che non giocavo in doppio. Non so quindi bene…ma se c’è maggior stimolo per un punto davvero decisivo, trovi maggior adrenalina. C’è differenza se giochi un match decisivo nei confronti di uno che è meno importante”.

Pospisil è stato fin qui il miglior doppista del lotto. Non è una sorpresa. Ex n.25 in singolare, il canadese che per un certo periodo della sua vita è tornato nella terra dei suoi genitori, la Repubblica Ceca, ad allenarsi a Prostejov, è stato n.4 del mondo di doppio nel 2015 e aveva vinto in coppia con Jack Sock il doppio di Wimbledon nel 2014.

 

Il doppio canadese potrebbe vincere anche il doppio in finale, se sarà decisivo e lo si giocherà, ma dovrebbe riuscire ad aver ragione di un Nadal in completa trance (nazional)agonistica. Se non altro stasera non si dovrebbe finire tardi come le altre sere. Si comincia alle 16.30, e se una squadra dovesse vincere i due singolari non si giocherebbe nemmeno il doppio. Il sogno di una cena al ristorante a Madrid, in una settimana di mensa semi-aziendale alla Caja Magica davvero poco appagante, c’è. Molti giornalisti faranno il tifo, nel secondo singolare, per la squadra che avrà vinto il primo. Senza dubbio magari all’Amazonico nel Barrio Salamanca o ai ristorantini deliziosi de La Cava Baja si mangerà meglio, con o senza paella.

È vero che in Spagna si cena più tardi, quasi tutti i ristoranti tengono la cucina aperta fino a mezzanotte, qualcuno anche alle una del mattino, ma se ripenso a Italia-USA e allo sfortunato doppio perso da Bolelli e Fognini contro Querrey-Sock finito alle 4,04 con ritorno a Madrid centro con il bus che impiega mezzora, tutt’al più si poteva pensare a un breakfast anticipato.

L’ho già scritto in tutte le salse che la peggior cosa di questa settimana di Davis sono stati gli orari impossibili, sia del mattino senza pubblico, sia del pomeriggio. Sarebbe bastato cominciare il torneo al mercoledì o al giovedì e finire la prossima domenica (non questa) e non ci sarebbe stato bisogno di fare tutte queste corse con questa programmazione folle, che oltretutto ha costretto alcune squadre (come la Gran Bretagna) a giocare per quattro giorni di fila da mercoledì a sabato con la prospettiva, peraltro ipergradita di giocarne cinque in caso di approdo alla finale.

Per anni la Davis finiva nel primo weekend di dicembre. Qui sarebbe bastato spingersi all’ultimo weekend di novembre. Con tutti i soldi che ci sono in palio, per giocatori e federazioni, è un sacrificio che si poteva chiedere a questi giocatori. Se proprio i suddetti non fossero d’accordo di farlo per chiudere prima l’annata agonistica, potrebbero sempre chiedere al loro sindacato, l’ATP, di trovare un’altra spazio nel calendario.

In fondo qui a Madrid c’erano 80/90 giocatori per le 18 squadre. Una forza d’urto sufficiente per premere sull’ATP. Ma questa al momento sembra preoccuparsi primariamente di competere con l’attuale Davis rivoluzionata con la sua ATP Cup del prossimo gennaio.

Essa si disputerà in tre differenti sedi, Perth (dove c’è l’Italia con Russia, Norvegia e ancora USA!), Sydney e Brisbane. Saranno 24 squadre suddivise in sei gruppi e anche lì avremo una prima squadra classificata per ciascuno dei sei gironi. Le sei prime andranno nei quarti insieme alle migliori due fra le seconde. Anche lì due singolari e un doppio ogni giorno, tutto due su tre. E sempre calcoli su calcoli da fare. E anche qualche partita che sul finire dei gironi non conterà un tubo, proprio come accade nel Masters ATP di fine anno. Nei gironi a 3 di Madrid contavano set e game, ma partite ridotte a mera esibizione (con i soldi unico incentivo) non ce ne potevano essere. In Australia in ogni città è probabile che qualcuna invece ci sarà. Chissà se lì, dopo aver visto le polemiche che ha suscitato qui, ci sarà la regola che dà il 6-0 6-0 alla squadra che approfitta di un forfait di chi decide di non giocare un inutile doppio. Gli australiani si saranno fatti furbi.

Safin, Becker e Muster – Presentazione ATP Cup 2020

Sarà tuttavia difficile contestare, per l’ATP, il formato della nuova Davis, visto che il suo è praticamente identico, salvo il fatto (non banale) che c’è più tempo per portarla avanti e quindi orari più civili, ma ci sarà in compenso la necessità di spostarsi per le squadre che emergano da Perth e Brisbane, visto che la fase finale si gioca a Sydney. Non sarà divertente per chi dovrà affrontare quei problemi logistici, anche se la federtennis australiana certi errori che hanno commesso qui a Madrid non li farà di certo.

Tuttavia anche se i problemi logistici si rivelassero banali, per le squadre emergenti da Perth e Brisbane che dovranno attendere in linea di massima che tutti i… ragionieri si siano messi d’accordo nel calcolare quozienti set e game nel caso il numero degli incontri vinti non bastasse per determinare le due migliori seconde, dovranno comunque sbrigarsi ad adattarsi ai nuovi campi, a nuove ambientazioni e luci.

Ci sarà più gente sulle tribune dell’ATP Cup? Probabilmente sì. Gli australiani hanno più tradizione e passione per il tennis di quanto ne abbiano gli spagnoli. E poi a gennaio potranno raccogliere i frutti turistici della stagione estiva. All’Australian Open c’è sempre stata una massiccia presenza di tifosi stranieri, soprattutto dal Nord Europa in fuga da neve e freddi polari. Giocando diversi dei migliori del mondo nelle tre città australiane ci sarà certo più pubblico che qui a Madrid. Ma l’Australia resta lontana. Gli emigrati basteranno a dare il senso di una tifoseria non neutralmente passiva?

Il campo centrale qua è stato spesso sold-out quando giocava la Spagna, ma né il campo 2 con i suoi 3.500 posti di capienza né il campo 3 con 2.500 sono mai stati vicino al pieno completo. E questo è certo il maggior problema – sebbene non il solo come si è capito anche da quel che mi ha detto Arnaud Boetsch, il direttore della comunicazione di Rolex nonché un ex vincitore di Coppa Davis – che Kosmos, Piqué e ITF dovranno affrontare se vogliono uscire indenni dal diluvio di critiche che hanno subito.

Tuttavia avendo raccolto i pareri di diversi giocatori mi pare di aver constatato che la maggior parte di loro ritiene che anche questa contestatissima Coppa Davis (in massima parte dai giocatori anziani che hanno vissuto quella che la Davis era anni fa ma che forse non si sono resi conto fino in fondo di quella che era diventata) abbia un notevole potenziale per arrivare a coprire tutti quei posti vuoti che ho visto in questi giorni una volta che la gente avrà capito come funziona il tutto.

Magari, come ha accennato Djokovic, si potrebbe ridurre il numero delle squadre a 8, dopo aver fatto giocare le previe eliminatorie in partite disputate come quelle di una volta.

Però allora l’ITF non avrebbe dovuto annunciare già ieri di aver concesso le due wildcard per la prossima edizione a Francia e Serbia, che sono quindi già sicure di tornare qui a Madrid insieme alle quattro squadre semifinaliste di quest’anno. Se sei squadre sono già decise per Madrid 2020, che si fa? Eliminatorie per qualificare soltanto altre due squadre? Secondo me se si dovesse passare a 8 squadre, con un ritorno all’eliminazione diretta, allora non avrebbe senso regalare due wildcard.

Oltretutto …per quale motivo le wild card siano andate a quei Paesi non è dato sapere. Non l’hanno spiegato. Forse lo faranno questa mattina. Ma più probabilmente non lo spiegheranno. Forse sarebbe più facile spiegarlo per la Francia che per la Serbia. In fondo, il concetto di wild card rimane piuttosto discrezionale.

Infatti presumo che nel caso della Francia, che aveva disputato 3 finali fra il 2014 e il 2018 ci sia stato un occhio di riguardo alla tradizione e alla sua storia, ma anche la volontà di compiere una sorta di captatio benevolentiae nei confronti di una nazione che ad oggi si è dimostrata la più fiera oppositrice di questo nuovo format. A volte a far la voce grossa ci si guadagna. Mentre il perché della wild card alla Serbia mi suona assai politico: meglio ingraziarsi Novak Djokovic no? È il n.2 o il n.1 del mondo dei prossimi dodici mesi, salvo imprevisti, ma soprattutto è il presidente del council dell’ATP. Averlo dalla propria parte è tutt’altro che stupido. E certe dichiarazioni, a mio avviso un tantino ipocrite, di Novak che sembra scoprire solo oggi, dopo tre anni di mosse e contromosse, che due eventi a squadre simili a distanza di sei settimane…”farebbero meglio a fondersi in unico evento”. Di due doppioni, e con formule discutibili, non se ne sente il bisogno. Salvo che per i giocatori siano due bei cespiti (irrinunciabili?) di guadagno. 

Novak Djokovic – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Jose Manuel Alvarez / Kosmos Tennis)


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Editoriali del Direttore

Finali Davis: le lacrime dei serbi dopo l’eliminazione commuovono tutti

MADRID – Djokovic fatica a parlare ma “non mi chiedere della nuova Davis, leggi…”. Zimonjic si interrompe due volte e si copre il volto. Occhi arrossati per tutti quando Troicki: “È colpa mia, scusate. Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno e oggi mi ha tolto tutto”. Da Tipsarevic una grande lezione

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Team Serbia in conferenza - Davis Finals Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Madrid, il direttore

Piangono tutti. Una scena che non ricordo d’aver mai visto. Da Troicki che s’è mangiato due match point, a Djokovic che ne ha fallito uno, a Krajinovic che ha perso il suo singolare e piange come un bambino al capitano Nenad Zimonijc che si interrompe singhiozzando due volte (con Djokovic che gli mette prima una mano su una spalla e poi su una gamba per confortarlo).

Scrivevo l’altro giorno che credo di aver presenziato a 18000 conferenze stampa in 45 anni (e più…) da giornalista, ma una scena del genere giuro che non l’avevo mai vista, tanto che mi sono sentito in dovere a un certo punto di chiedere ai giornalisti presenti un applauso per Team Serbia, dopo aver ascoltato il commovente discorso strappalacrime anche per noi di un Troicki letteralmente devastato che con gli occhi arrossati di pianto e un’espressione da funerale si assumeva tutte le colpe: “Una volta Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno, mi ha dato la fortuna di vincere la Coppa Davis con il punto decisivo. Ora me l’ha portata via. Sono davvero molto deluso con me stesso. Ci sono state tante emozioni, un match durissimo, un solo punto che l’ha deciso, sono davvero delusissimo con me stesso per non essere riuscito a stare attento fino alla fine e chiudere!”). Un altro applauso spontaneo sarebbe scoppiato a fine conferenza dopo il toccante discorso di Tipsarevic (leggi più in basso).

 

I tennisti serbi non sono dei bambini, né degli junior. È gente esperta, passata attraverso mille battaglie – e non sto parlando di quelle vere che molti di loro hanno vissuto di persona o indirettamente tramite familiari e amici durante la sanguinosa guerra dei Balcani – ragazzi (Krajinovic) e giovanotti (Djokovic, Tipsarevic, Lajovic, Troicki, Zimonjic) che da sempre vivono nello sport e hanno giocato migliaia di incontri, vinto Davis, Slam e naturalmente anche perso diverse partite con match point a favore come contro, in singolo come in doppio.

Vederli tutti così disperati, tutti in lacrime come se avessero davvero perso una guerra con morti e feriti, evidentemente travolti da una commozione collettiva che deve averli coinvolti nell’ora e mezzo che hanno vissuto insieme negli spogliatoi prima di affrontare la stampa, ha finito per turbare e commuovere anche il sottoscritto.

Questa nuova Coppa Davis sta ricevendo grosse critiche da chi ricorda la vecchia – senza averne sempre compreso a fondo la crisi senza fine che attraversava – e i nostalgici sembrano oggi come oggi in maggior numero rispetto ai nuovi anche perché sono fortemente influenzati dalle carenze organizzative di questa prima edizione, dalle tribune insufficientemente riempite (tranne che quando gioca la Spagna, come è normale che sia), dagli orari folli e tuttavia inevitabile per i troppi incontri compressi in soli sette giorni, dai calcoli eccessivi che occorre fare per stabilire chi esce dai gironi e si batte per un secondo posto, dalle regole sbagliate e dalle tante magagne che emergono.

Ma tutto ciò premesso, chi dubitasse della voglia di battersi e di vincere questa Coppa Davis da parte dei giocatori avrebbe torto.

Non sono quindi d’accordo con Adriano Panatta per quel che ha detto ieri (ma anche Pietrangeli non le ha mandate a dire). Ho letto sulla rassegna stampa che trovate ogni giorno in fondo alla nostra home page di Ubitennis il suo pensiero in un’intervista resa a Gaia Piccardi del Corsera. Inciso per il lettore: la rassegna stampa consente di leggere (anche dall’estero dove magari i giornali italiani non è così facile comprarli) tutto quel che scrivono di tennis i nostri colleghi sulle varie testate. Io la consulto quotidianamente con grande interesse e posso capire che sia deformazione personale, ma mi stupisce che, sebbene tocchi scendere molto in basso per trovarla, non lo facciate un po’ tutti voi lettori.

Adriano appartiene certamente alla squadra dei nostalgici come tutti quelli che hanno giocato la Davis 40 anni fa. Riprendo questo stralcio dell’intervista, dacchè Adriano decreta: “I giocatori di oggi sono mercenari al servizio del business”.Io, premesso che penso che gran parte dei tennisti professionisti lo fossero anche 40 anni fa, riferisco qui l’osservazione della collega: -Però a Madrid danno l’anima fino alle prime luci dell’alba…

E lui: “E te credo! Non vogliono giocare la Davis spalmata nell’anno e gli va bene così: in una settimana, tutti insieme appassionatamente, si garantiscono l’ingaggio e la qualificazione per i Giochi. E nessuno, in patria, può accusarli di non essere attaccati alla bandiera. Ma è convenienza, non patriottismo. Si lavano la coscienza in sette giorni: cosa chiedere di più? Ma perché dovrei guardare la Davis ridotta così? Le cambino nome, sarebbe più serio”.

Beh, se Panatta fosse stato presente a questa conferenza stampa dei serbi, non avrebbe detto quello che ha detto. E, penso che non lo avrebbe detto anche se avesse seguito tutti i match che abbiamo visto noi a Madrid.

Non sono certo un ingenuo, è certo possibile che molti tennisti degli 80/90 che sono qui per le 18 squadre non sarebbero venuti a Madrid se non ci fossero stati tutti questi soldi in palio – 9 milioni e mezzo di montepremi – ma è vero che in campo danno tutti l’anima, financo all’alba come si è visto fra i doppisti italiani e americani. E la danno i tennisti multimilionari come gli altri meno ricchi. Ovunque ho notato uno spirito di squadra fortissimo e grande solidarietà fra compagni di equipe. Non solo serbi, ma russi, inglesi, italiani, americani, belgi…tutti insomma. Quindi tutti sono liberi di pensare quel che vogliono su questa Coppa Davis, ma chi sostenga che si tratta di esibizioni oppure che i giocatori se ne fregano, beh si sbaglia di grosso.

Non posso farvi vedere i visi di Djokovic e compagni, altro che con in fotografia, ma trascrivo qui alcune delle risposte. All’inizio tutte le domande sono per Djokovic che non ha nessuna voglia di rispondere, nero come un calabrone…con gli occhi rossi. Bill Simons, giornalista californiano veterano di Tennis Inside, la prende alla larga: “Novak giornata dura per te… Lo sport si riassume tutto in vittoria e sconfitta e tu sei stato parte di momenti molto speciali. So che sei appena uscito dal campo, puoi paragonare l’emozione di quando hai battuto Roger quest’estate e questa dura sconfitta?”.

Novak Djokovic – Finali Coppa Davis 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)

Djokovic, occhi bassi, quasi se lo mangerebbe se avesse la forza: “Non sono d’accordo, con tutto il rispetto. Lo sport non è solo vittorie e sconfitte, è molto di più. Non si comincia a giocare a tennis perché si vuole vincere nella vita, ma perché ci piace fare quel che facciamo. Certo vincere o perdere a un livello professionistico influenza il tuo umore, la tua carriera. Quindi questa fa male, molto male. Questo tipo di incontri capitano una volta … magari per sempre, è così, la stagione è finita, voltiamo pagina e domani sarà diverso”. Un giornalista americano di ESPN fa peggio: “Cosa hai pensato prima di scendere in campo in doppio e cosa pensi del formato di questa Coppa Davis?  Djokovic non crede alle sue orecchie e si trattiene a stento: “Comincio dalla seconda domanda. Ho già parlato di questo argomento da 3 giorni, puoi leggere le precedenti conferenze…”.

Quando finalmente chiedono a Troicki dei tre match point, lasciando in pace Novak (cui mi son ben guardato di fare alcuna domanda), il povero Viktor parla a voce bassissima: “Non mi sono mai sentito peggio. Non ho mai sperimentato una momento del genere nella mia carriera, nella mia vita. Ho fatto perdere la mia squadra e me ne scuso…”.Fa proprio pena, avreste dovuto vedere la faccia. Può sembrare un’esagerazione tutto questo, quanto volte abbiamo sentito dire a tennisti sconfitti malamente ‘Beh non è la fine del mondo’?. Evidentemente in Serbia, probabilmente per cause storiche, il senso di appartenenza alla bandiera, al Paese, il patriottismo è quasi esagerato. Troicki prosegue dicendo la frase sopra già riportata ‘Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno…eccetera’.

Poi viene interpellato il capitano e gli viene chiesto: “I tuoi ragazzi sono davvero… sofferenti ora, come ti comporti con loro?”. E lui: “Quando giochi per il tuo Paese, una volta che decidi di farlo, fai di tutto per dare il meglio di te. Loro hanno dato tutto. A volte vinci, a volte perdi. Novak doveva vincere i due singolari (per arrivare ai quarti) ma dovevamo vincere come squadra altre partite per arrivare qua. Si vince e si perde come squadra, non importa chi porta un punto o l’altro. Tutti hanno fatto la loro parte, non solo ora, ma durante la carriera, e era una sensazione molto molto forte perché sapete che per Janko era l’ultima partita….”. E lì il grande e forte, barbuto Nenad, ha il groppo in gola, non trattiene le lacrime…si interrompe nascondendosi il viso con le mani. Poi dice solo: “Sorry” mentre il vicino Djokovic gli mette una mano sulla spalla, poi su una gamba.

In quel momento, con tutti un po’ turbati, mi viene spontaneo richiedere un applauso dei presenti alla squadra serba. “Potete fare un applauso alla squadra serba per lo sforzo che hanno compiuto?” Tutti applaudono convinti, all’unisono.

“Sorry, non è perchè abbiamo vinto o perso…” riprende Zimonjic che, per farla breve qui per voi, pur commuovendosi ancora sottolinea “siamo davvero grandi amici, il sogno era di celebrare tutti insieme una vittoria, ma a volte non accade. La cosa più importante però è quanto ciascuno di noi tiene all’altro, quando ci vogliamo bene e questo ci ha portato qui, voglio ringraziarli tutti. Oggi comincia a chiudersi il ciclo della generazione d’oro del tennis serbo, con il ritiro di Tipsarevic. Ma ci sarà una nuova generazione con Filip e Dusan che porteranno avanti il testimone e con Novak che rimarrà ancora per anni il nostro leader. Oggi abbiamo perso, ma si vince e si perde come team, ovviamente ci sarebbe piaciuto celebrare in altro modo la fine della carriera di Tipsarevic, e mi dispiace che lo abbiamo deluso”.

E giù lacrime di tutti sulle gote. Finché interviene il saggio, e più colto, della compagnia, Janko Tipsarevic: “Non sono le vittorie, le sconfitte, è questo sport che ti fa diventare duro; quelle emozioni che ti spingerebbero al suicidio in un giorno come questo, sono quelle emozioni che si vivono in 20 anni di gioco per il mio Paese e per me individualmente. Qualcuno di voi si è scusato con me, amici, ma io non accetto le vostre scuse perché nessuno di voi mi ha abbandonato in questi 20 anni. E non sono d’accordo con te Viktor (quando dici, ndr) che Dio ti ha tolto questo. Tu ci hai portato fino a quell’ultimo punto. Riguardo alla squadra, tutti sono miei fratelli e sarò sempre con la squadra in un ruolo o in un altro e vorrei ringraziarli tutti per essere stati con me in questo viaggio”.

Janko Tipsarevic – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Corinne Dubrevil / Kosmos Tennis)

Parte spontaneo un altro applauso all’indirizzo di tutti. Edmondo de Amicis con il suo “Cuore” non sarebbe riuscito a far di meglio. Se non avete versato nemmeno una lacrima… peggio per voi!

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Coppa Davis

Questo signore di Davis ne sa più di chiunque altro. Vecchia e nuova

Arnaud Boetsch, ex vincitore di Davis e direttore della comunicazione Rolex, è l’uomo più giusto per esprimere un pensiero che coniughi passato e presente, con vista sul futuro. Ha lo scetticismo di molti francesi, ma la concretezza pragmatica degli svizzeri

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Coppa Davis (foto via Twitter, @KosmosTennis)

da Madrid, il direttore

Sono ricurvo sul mio computer in sala stampa quando sento un leggero tocco sulla spalla. Mi giro, è Arnaud Boetsch. Vecchia conoscenza. È il tennista francese che vidi vincere a Malmoe nel 1996 il punto decisivo della finale di Coppa Davis dopo aver annullato con grande coraggio suo (e grande braccino del suo avversario) tre match point consecutivi sul 7-6 0-40 al lungo svedese Nikas Kulti, che probabilmente si sveglia ancora oggi di notte in preda a quell’incubo. Boetsch vinse poi 10-8 al quinto su un avversario ancor traumatizzato per quei tre match point non sfruttati. Su uno il francese colpì di rovescio una riga clamorosa, tanto spettacolare quanto anche fortunata.

Per Boetsch e i francesi fu un incredibile trionfo al termine di uno scontro che avrebbe dovuto invece rappresentare la cerimonia conclusiva (e probabilmente trionfale) della carriera di Stefan Edberg. Stefan, 30 anni, aveva annunciato all’inizio di quell’anno che quello sarebbe stato il suo ultimo. Avrebbe potuto finire in bellezza, ma ebbe invece la sfortuna di farsi male ad una caviglia il primo giorno contro Pioline – Stefan perse 6-3 6-4 6-3 -, dopo di che Enqvist batté Boetsch. I francesi vinsero il doppio abbastanza a sorpresa con Forget e Raoux su Bjorkman (grande specialista) e Kulti. Sul 2-1 Enqvist batte Pioline 9-7 al quinto – dopo che Pioline aveva servito per il match Davis sul 5-3 – e poiché Edberg non poté giocare fu sostituito sul 2 pari da Kulti, con l’esito disastroso per i vichinghi che sapete.

Dopo una partita così importante e vinta a quel modo, Arnaud diventò una sorta di eroe nazionale perché in Francia la Coupe Davis è sempre stata un mito, fin da quando la vinsero a più riprese (sei consecutive dal ’27 al ‘32) i celebri moschettieri degli anni Venti, Cochet, Lacoste, Borotra e Brugnon, ai successi individuali dei quali si deve in pratica anche la nascita del Roland Garros. Chi meglio di Arnaud potrebbe esprimere le sue sensazioni su questa Coppa Davis dal momento che lui l’ha vinta e che al tempo stesso ha deciso di sponsorizzarla come Rolex di cui è il direttore internazionale della comunicazione?. Il giudizio che ne darà Rolex, tramite lui, sarà di sicuro molto importante. Rolex è sponsor di tutti gli Slam, di tutti i Masters 1000. Sono investimenti miliardari.

Di certo conteranno molto i dati delle audience televisive in tutto il mondo. Per quel che ne so, ad esempio, Supertennis – che però è evidentemente una briciola nel panorama televisivo internazionale – ha avuto ascolti soddisfacenti rispetto all’audience normale. Mi piacerebbe conoscere quelli della tv americana, australiana… e, perché no, quella cinese. Arnaud è venuto a chiedermi le mie impressioni, pro e contro, su questo evento. Lo avrà certo fatto con diversi dei colleghi più anziani. “Sono arrivato qui oggi, riparto domani…”, mi dice. Gli dico le mie, ma è inutile che io le ripeta perché i lettori di Ubitennis già le conoscono. Ne aggiungo una sola a quelle dette nei giorni scorsi, perché mi ci ha fatto riflettere il collega del Corriere dello Sport Massimo Grilli: Con questo format i giocatori come Djokovic e Nadal giocano sempre anche il doppio… prima non lo giocavano quasi mai. Ma ora è così più importante…”.

Tornando a Boetsch, mi interessano invece le sue di impressioni, perché le sue peseranno molto di più, Rolex non è uno sponsor da poco anche se lui mette le mani avanti: “Ho visto troppo poco per aver tutto chiaro in testa, ne riparleremo a fine evento, quando mi sarò consultato con tutti, ma così sulle prime mi pare che dovremmo puntare ad avere tre giorni in più per poterla gestire in modo diverso. Ribatto: “Se si avessero due settimane l’evento verrebbe ancor meglio…”. E aggiungo: “E magari a fine settembre…”. D’istinto, credo, Arnaud replica subito lì per lì: “Eh ma lì c’è la Laver Cup!”.

Penso tra me e me che per Rolex, basata a Ginevra così come lo stesso Boetsch e con Federer che ne è uno dei principali testimonial Rolex, quella settimana alla Laver Cup ormai non la toccherà più nessuno e di certo non si adopererebbe a farlo Boetsch e Rolex. Nel mentre avverto che Arnaud ha un attimo di disorientamento, mormora fra sé e sé: “The World Cup of tennis?”, come auto interrogandosi, quando nota con malcelato disappunto una serie di grossi banner pubblicitari sparsi ovunque – sono verdi attraversati da una banda diagonale rossa – dove c’è scritto a caratteri cubitali The World Cup of Tennis, mentre molto più piccola sulla sinistra compare una scritta Davis Cup.

Madrid, Finali Coppa Davis 2019 – The World Cup of Tennis

Le sue prime impressioni sono che “siamo in Spagna e si sente! Il tifo, il calore, le vibrazioni sono molto spagnole mentre si disperdono un po’ quelle degli altri Paesi. Non ci sono i tanti francesi di sempre – e Arnaud sa bene perché, come lo sanno anche i lettori di Ubitennis, c’è la grande contestazione targata ASEFTma anche i belgi, gli argentini. Si dovrà lavorare fortemente in comunicazione per riequilibrare le forze”.La caratteristica precipua della Coppa Davis, così come è stata per 119 anni, è sempre stata la grande partecipazione del pubblico di casa e la conseguente atmosfera. Qui la si avverte quando gioca la Spagna e soprattutto Rafa Nadal, perché lo stadio centrale si riempie. Negli altri duelli l’entusiasmo e il calore dei tifosi c’è sempre, ma è ovvio che anziché 10.000 persone ce ne sono 2.000 o 3.000, c’è differenza. Gli argentini erano un paio di migliaia, ieri.

Ma certo quando si è visto ieri mattina l’inizio del quarto di finale di Russia-Serbia, cominciato alle 10:30 anziché alle 11 come nei giorni scorsi (molta gente è stata presa in contropiede), con gli spalti semivuoti è presa un po’ di tristezza. Allo stadio Olimpico di Mosca ci sarebbero state 20.000 persone. Oltretutto il match è finito rapidamente perché Rublev ha dato un bel 6-1 6-2 a Krajinovic. Però per il match di Djokovic contro Khachanov (6-3 6-3), le tribune da 12.500 si sono parecchio riempite.

“Sono comunque rimaste delle radici della vecchia Coppa Davis, si sente che i giocatori si battono, hanno voglia di vincere, si impegnano al massimo una volta che si ritrovano sul campo. E quella è una priorità. Certo che sarebbe bello se ogni Paese avesse un sostegno maggiore, questo darebbe maggiormente l’impressione che non si è perso il DNA della vecchia Davis. Questo invece è ciò che mi manca al momento. Ci sono più spagnoli a guardare la Serbia che i serbi. Quando c’era un match di Davis c’era anche, oltre alla partecipazione in tribuna, anche quella della gente nella città che ospitava l’evento, sia dei locali, sia dei tifosi ospiti. Erano belle anche quelle piccole invasioni”.

Più tardi Arnaud, che ormai aveva saputo da me le impressioni che voleva conoscere, si è avvicinato ai colleghi francesi e si è messo a parlare con loro, in particolare con il collega dell’Equipe Frank Ramella cui devo altre risposte in aggiunta a quelle che Arnaud aveva già dato a me. “Se ti ricordi Malmoe… e tutto quell’entusiasmo. Qui martedì c’erano 400 persone fra francesi e giapponesi… non è la stessa cosa, ti viene da dire che non è un buon formato. La Marsigliese davanti a 7.000 persone che la cantano ti fa venire i brividi ed è ciò per cui di solito si gioca per il proprio Paese. Non avendo quel tipo di motivazione bisogna trovare modo di puntare su qualcos’altro. Ma che non sia troppo lontana…”.

Nicola Pietrangeli ha ribattezzato questa Coppa la “Dollar Cup“, secondo me come molti anziani un po’ troppo cinici e forse anche malpensanti. E sì che sono anziano anch’io… seppur non come lui. Boetsch deve essersi poi fatto scappare con i francesi il suo disagio nel leggere World Cup by Tennis invece che semplicemente Davis Cup, tant’è che a loro ha detto: “Io amo la Coppa Davis. La World Cup non la conosco ancora. Una Coppa del mondo nel tennis vorrebbe dire che c’è un fervore di tutti i Paesi presenti nella zona dove si gioca la Coppa, nella città (e qui ha ripetuto quel che mi aveva detto). Qui non è ancora così. La forza degli incontri a squadre era il nome della Coppa Davis, l’insalatiera, giocare per il proprio Paese, un pubblico caldo ed eccitato attorno agli incontri, all’albergo, in città. La World Cup di calcio è così….

“Hai conosciuto bene Gerard Piqué?”, gli chiede Ramella. “L’ho incontrato una volta. Il tennis lo conosce bene. Non ci siamo parlati sull’attuale formato. Lo si farà. L’argomento è delicato. Eravamo tutti d’accordo che bisognava far qualcosa per rilanciare la Davis. Siamo sulla buona strada? Onestamente non posso rispondere subito. Vedo cose interessanti e altre che mi fanno invece star male. Se si proseguisse completamente su questa direzione sbaglieremmo. Si dovrà certamente modificare delle cose. Piquè è un tipo intelligente, rifletterà. E anche la Federazione internazionale deve riflettere. È suo il trofeo”.

“Che cosa può cambiare ancora? C’è talmente tanto di quel denaro ancora…”. “Può succedere ancora di tutto. Se gli investitori e gli organizzatori decidessero di non sostenere più questo formato, tutto può essere ridiscusso. Per me e la gente che è con me è la storia della Coppa Davis a starci a cuore, la passione che l’ha sempre ispirata, che è stata vissuta da tutti i Paesi nel segno dell’eccellenza che ha sempre dimostrato sul campo. Perché tutto funzioni ci sono tanti parametri e qui ne mancano alcuni. Noi di Rolex siamo vigili. Il lato ‘perpetuo’ del tennis per noi è importante… se un grande pilastro della storia del tennis diventasse qualcosa di ibrido che non riconoscessimo più, ci faremmo delle domande, questo è sicuro.

Questo è quanto ha detto una persona che conta, per il suo passato e il suo presente, a me, a Ramella, a un paio di francesi. Ecco, devo dire che con me era stato più ottimista sul futuro, mentre con i francesi – che secondo me ha capito essere più maldisposti verso questa nuova Coppa Davis – si è mostrato leggermente più critico, sapendo che in Francia l’opinione pubblica, di cui l’ASEFT si fa interprete, è assai schierata contro questo formato. Essendo un uomo di comunicazione, Boetsch non poteva esprimersi diversamente.

In campo inglese ho sentito invece soprattutto colleghi che sono super scettici sull’ATP Cup. “Sarà un disastro” ha sentenziato Mike Dickson, forse anche perché i due giocatori presenti e titolari qui, Edmund n.69 e Evans n.42, non la giocano e da quel che ho capito neppure Norrie n.53. E dietro a loro c’è Andy Murray n.126 e poi il deserto! Infatti c’è Clarke 155 e nessuno altro top 200. Altri due soltanto fra i top 300, Broady 243 e Choinski 278. Poi Ward è 322, Draper 342, Penyston 360, Klein 381 e infine Hoyt valoroso n.400! Stamani i giapponesi di Rakuten, sponsor della Davis e una sorta di Amazon del Giappone se ho ben capito, hanno pensato bene di organizzare una conferenza stampa alle 10 (prima era alle 09:30) cui di sicuro io non prenderò parte visto che mentre scrivo sono le 03:45 del mattino e sono curioso di sapere quanti saranno i presenti.

Ciò anche se è vero che poco dopo inizia la semifinale più interessante, e probabilmente più equilibrata, fra Russia e Canada (ore 10:30), perché Rafa Nadal fa pendere l’ago della bilancia dalla parte della Spagna contro la Gran Bretagna probabilmente orfana di un Andy Murray ancora non pronto, nonostante la pesante assenza di Bautista Agut dovuta alla morte del padre. Fervono le discussioni anche in casa ITF sui vari loghi. Inglesi e americani ne vorrebbero uno unico, Davis Cup, ma spagnoli e argentini premono perché – nel rispetto di 119 anni di storia – la si possa chiamare Copa Davis nei Paesi di lingua spagnola, e così naturalmente i francesi che non sopportano tutti gli anglicismi, vorrebbero continuare a chiamarla Coupe Davis. Insomma, ogni occasione per azzuffarsi sembra buona.

 

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