Schiavone non vuole mollare. Il disastro USA che fa invidia all'Italia

Editoriali del Direttore

Schiavone non vuole mollare. Il disastro USA che fa invidia all’Italia

Francesca vuole tornare in top 30. Statunitensi a picco: 12 eliminati su 15. Berrettini può fare l’exploit

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Mi trovo a dover buttar giù il primo editoriale dall’Australian Open alla fine di 32 incontri al meglio dei cinque set e altri 32 al meglio dei tre. Una fatica mostruosa. Francamente troppi, come troppe sono le interviste cui star dietro. La priorità nei primi giorni è, come sempre, almeno non perdersi gli italiani, che di solito poi a perdere – purtroppo! – ci pensano loro abbastanza presto. Come ormai sapete in tabellone ne avevamo nove, sette uomini, quasi un record, e due sole donne, quasi un record anche quello, alla rovescia.

BILANCIO AZZURRO: 1-3 – Nella prima giornata giocavano quattro in tutto. Tre li abbiamo già persi, Schiavone, Lorenzi e Caruso. Unico superstite Seppi. Rimpianti ce ne sono di certo quando sia Lorenzi sia Caruso erano avanti di due set ma hanno perso al quinto. Il primo ha pagato soprattutto la fatica (i 36 anni?), il secondo l’inesperienza. Ho appena detto a Caruso che ai miei tempi i seconda categoria giocavano 20 partite l’anno 3 set su 5 e invece ogni volta – da anni – mi tocca sentire dire ai nostri che finalmente quando centrano l’obiettivo di partecipare ad uno Slam, non sono abituati a giocare in cinque.

Per prima è uscita di scena la nostra prima campionessa di Slam, Francesca Schiavone battuta nel derby fra “regine” del Roland Garros con la Ostapenko 61 64 in 74 minuti nonostante l’illusorio vantaggio di 4-1 nel secondo. Della presenza dei sette uomini (tre dei quali usciti dalle quali) eravamo comunque abbastanza soddisfatti, anche se non ci possiamo fare troppe illusioni sul prosieguo della già assottigliata pattuglia. Le quattro ex top-ten italiane certo ci mancano e ci mancheranno a lungo. La Schiavone, dopo aver scherzato sul fatto, comunque per lei piacevole, di essere ritornata a 37 anni e mezzo n.1 d’Italia (sia pure per una sola settimana prima del controsorpasso della Giorgi) “o sono molto forte io o siete messi molto male voi!” ha poi aggiunto, sempre sorridendo: “Ah ora le quattro vi mancano eh, ma non siete mai contenti!”. Insomma nonostante la sconfitta era di buon umore. D’altra parte quante tenniste pagherebbero per giocare una sola volta nella vita nella Rod Laver Arena al cospetto di 17.000 spettatori?

 

In realtà del tennis femminile siamo sempre stati più che contenti. Due Slam, qualche finale, vittorie in singole e doppio, best ranking WTA da 4 a 7 in ordine preciso, quasi per non confonderci,  Schiavone, Errani, Pennetta, Vinci. La presenza femminile non era mai stata più così scarsa da tempo immemorabile (chi ce la fa una ricerchina?). Il contingente femminile è già dimezzato. “Dio ci salvi la Giorgi!” è il grido che aleggia in sala stampa. Giocherà il suo primo turno con la qualificata russa Kalinskaya n.160, ma nonostante i risultati di Sydney chi può garantire che Camila sia in giornata?

Per cercare di far fronte ad almeno un bel po’ dei mille argomenti che ha provocato questa prima giornata… ho pensato per un attimo di impadronirmi della mitica “agenzia Palle Gialle” creata da Gianni Clerici anni fa quando, appunto, non era il caso di impegnarsi in un “pezzo” monografico – quelli che gli riuscivano meglio – ma il copyright è suo e non posso approfittare della sua assenza. Oltretutto sarebbe assai presuntuoso. Un Clerici resta inimitabile. I miei saranno quindi appunti buttati giù abbastanza alla rinfusa. Chi avrà guardato i due video, quello nella home italiana con Vanni Gibertini e quello nella home inglese con il giornalista del New York Times Ben Rothenberg, si ritroverà diversi argomenti cui accenno qui.

1) Comincio con il dire che questo è il 200mo Slam dell’era Open. Sapevate che i “Fab Four” ne hanno vinti 50? Un quarto! Pazzesco. E mica li hanno giocati tutti e 200! Fino al 2003 nemmeno uno. Contateli dal 1968 in poi…

2) Gli americani avevano 15 rappresentanti in lizza il primo giorno. Ne hanno persi 12! Fra cui 5 teste di serie, tre fra le top ten.

3) Dopo due Slam con almeno tre semifinaliste americane, l’Australian Open 2017 (Serena, Venus, Vandeweghe) e l’US Open 2017 (addirittura 4 su 4, Stephens, Keys, Venus e Vandeweghe), oggi hanno perso Venus Williams n.5 (Bencic),  Vandeweghe n.10 (Babos), Stephens  13 (Shuai Zhang). Serena e Keys non ci sono… addio fichi (questo Clerici non l’avrebbe mai scritto!).

4) Nel maschile gli USA hanno perso Sock n.8 (Sugita) e Isner n.16 (Ebden)

5) Sempre restando sul disastro americano le non teste di serie eliminate sono Brady, Bellis, Kenin, Riske, Townsend, Falconi, e fra gli uomini King.

6) Soli vincitori USA di giornata Gibbs, Harrison e McDonald (niente a che vedere con gli hamburger; anche questo Clerici non l’avrebbe scritto).

7) Più in genere e sempre che non mi sia smarrito fra i 64 incontri credo che siano saltate cinque teste di serie fra le donne e cinque fra gli uomini. Quando si dice… la parità dei sessi e dei montepremi auspicata da Billie Jean King.

8) Teste di serie eliminate donne: Venus n.5 (Bencic), Vandeweghe n.10 (Babos), Stephens n.13 (Shuai Zhang) , Cibulkova n.24 (Kanepi), Makarova n.31 (Begu).

9) Teste di serie eliminate uomini: Sock n.9 (da Sugita), Anderson n.11 (Edmund), Isner n.16 (Ebden), Pouille n.18 (Bemelmans), Kohlschreiber 27 (Nishioka).

10) È successo una sola volta negli Slam che nessuna Williams fosse approdata al secondo turno: era il lontano 23 giugno 1997. Primo turno di Wimbledon. Venus era n.59 del ranking, Serena non partecipò al torneo quell’anno. Venus perse contro la polacca Magdalena Grzybowska (n.91 WTA)‎ 4-6 6-2 6-4. Si sospetta fortemente che su questa sconfitta di Venus con la Bencic ci sia stata l’influsso malefico del più recente partner della Bencic, Federer. I genitori di Roger, Robert e Lynett, hanno seguito tutta quella partita tifando Bencic.  Forse perché anche la Bencic, che è andata a vivere in Slovacchia e abita con la nonna, ha mostrato un forte senso della famiglia. Di fatto è andata ad allenarsi al centro di Trnava (la Roma slovacca, la chiamano, perché ha più chiese che case) dove si sono trasferite anche Safarova, Kasatkina, Svitolina, tutte affascinate dall’ex coach della Petrova Valdimir Platinik.

11) I belgi avevano solo due tennisti nel tabellone maschile e ancora li hanno. Goffin è normale, Bemelmans era già stato quasi fatto fuori nelle quali. Invece ha battuto Pouille… Darcis è infortunato.

12) I tre giocatori più forti (o più temuti) della parte alta del tabellone hanno perso 16 game in 9 set: Nadal 6-1 6-1 6-1 a Estrella Burgos, Dimitrov 6-3 6-2 6-1 a Novak (che non è Nole né il vecchio Jiri), Kyrgios 6-1 6-2 6-4 con Dutra Silva. Che passeggiate di salute.

13) Juan Martin del Potro è di nuovo un top-ten. Non lo era più dall’agosto 2014. Per via dei vari infortuni e interventi chirurgici era sceso a n.1045… non ricordo più esattamente quando. Ma raggiungendo la finale di Auckland la Torre di Tandil non ha cambiali in scadenza fino a al Roland Garros. Fatelo arrivare qui nei quarti e fare ancora un balzo in avanti.

14) I giapponesi fanno paura alla nostra ItalDavis: Kei Nishikori non ci sarà, meno male. Ma i due che hanno giocato in prima giornata hanno vinto entrambi. Eppure giocavano contro teste di serie. Nishioka, che ho intervistato (ascoltate l’audio, è molto simpatico, parla inglese molto meglio di Nishikori e ha parlato di Kei e degli italiani che conosce: ha raccontato anche delle sue lotte con il coetaneo Quinzi), ha battuto Kohlschreiber testa di serie n.27. Sugita ha messo k.o. Sock n.8. Si sta freschi.

15) Nishioka conoscerà meglio anche Seppi dal secondo turno. Ha detto “Lo studierò su You Tube…” e il resto non ve lo dico sennò non aprite l’audio che mi è costato tanta attesa e non poca fatica. Parla anche di Morioka, del freddo che fa e…basta così.

16) Se martedì il terzo giapponese, Taro Daniel, batte l’anziano e spesso acciaccato Bennetau, Barazzutti si farà finalmente il segno della croce e andrà in pellegrinaggio a Medjugorie.

17) Fino a poco tempo fa Julia Goerges, occhi azzurri turchese scintillanti, era secondo il mio macho guardonismo una delle ragazze più carine, e fini, del circuito. Ora, non più giovanissima, è diventata anche una signora giocatrice; ha vinto 15 partite di fila. È virtualmente top ten. È già testa di serie n.12… e ha battuto la giovanissima Kenin che all’ultimo US Open fece parlare molto di sé e noi grazie al nostro Art Seitz abbiamo pubblicato fotografie “personalissime” come il cartellino di Tommasi che… meritano di essere viste.

18) Non diventerà top ten, ma n.1 salvo errori od omissioni e anche refusi, la cinese Ying-Ying Duan (esiste davvero, non è come la coreana… See-You-Soon) che battendo nel primo match del campo 10 la colombiana Duque-Marino (non parente della nostra Francesca) 6-0 6-1 in 51 minuti è stata la vincitrice n.1 di questo Australian Open.

19) Tutti parlano (anche Ubitennis) della bambina prodigio Kostyuk di 15 anni… e Ivo Karlovic ne avrà 39 il 28 febbraio prossimo. 24 anni in più. Davvero potrebbe essere suo padre. Ma non lo prendete per un pettegolezzo di bassa lega. Però oggi il nostro Esposito esagerando un attimo ha scritto che la Schiavone poteva essere la mamma della Ostapenko e beh, insomma fra le due ci sono solo 17 anni di differenza anagrafica. A 16/17 si può diventare mamme, certo, ma sarebbe stato un tantino precoce e disinibita… la nostra  Francesca che oggi predilige Miami perché ci sono meno pregiudizi che in Italia. Più libertà e più… Trump! Che Francesca non disdegna. “Fra tanti politici… lui quel che aveva detto che avrebbe fatto lo sta facendo”. Però mi è parsa più sorprendente ancora un’altra frase di Franesca: “L’obiettivo? Rientrare fra le prime 30 del mondo!”. E non scherzava.

20) Se in Australia avessero studiato il latino oggi avrebbero scritto ancora una volta “Nemo Propheta in patria” per la loro Samantha Stosur. Detta anche Sam, tanto per renderla un po’ meno femminile. Beh ha partecipato a 16 edizioni dell’Australian Open e per una che è stata capace di vincere uno Slam (un US Open battendo in finale Serena Williams) e di giocare una finale in un altro Slam (persa nel 2010 al Roland Garros contro… non ve lo dico, andate a frequentare un altro sito!) nello Slam di casa sua (saltato solo due volte in 18 anni) ha ottenuto questi brillanti risultati: ha perso 6 volte al primo turno, quattro volte al secondo, altre quattro al terzo, e due – miracolo! – agli ottavi. Non vi ricorda… ma a Parigi e sulla terra rossa un’altra amazzone dal cuor fragile, tal Amelie Mauresmo?

21) Il servizio nel tennis d’oggi – e non solo nel mondo del lavoro – è importantissimo. Però chi ha chiuso in testa le classifiche della prima giornata in fatto di ace, ha perso subito: Anderson nonostante 35 ace, Isner 24.

22) A proposito del sudafricano Kevin Anderson, uno dei finalisti più deboli nella storia degli Slam – è storia recente, l’US Open 2017 – ho sentito dire oggi a Ben Rothenberg (con il quale abbiamo registrato oggi il nostro primo video sponsorizzato da Federer…pardon da Masters Barilla) “Meno male non ha ancora ottenuto la cittadinanza americana, altrimenti oggi registravamo una sconfitta in più!”.

23) Non ho visto che pochissimi punti, e dal video della sala stampa, del massacro di Tsitsipas ad opera di un impressionante Shapovalov. Era un match molto atteso, ma nei primi due set non c’è stato, si è continuato ad attenderlo. Meno male che il terzo è finito al tie-break. Già che c’erano potevano andare al quarto o al quinto, giusto per gratificare le attese.

24) A proposito di attese… chi la fa l’aspetti. David Ferrer una settimana fa aveva lanciato al microcosmo del tennis il messaggio di essere tutt’altro che finito battendo il giovane rampante Chung. Sfiga ha voluto che ha dovuto incontrare nuovamente un Next Gen, Rublev, e in un torneo più importante. Obviously ci ha perso. Non sarà finito, perché oggi fino ai 40 non finisce più nessuno (vero Federer?), lo pensa anche la Schiavone. Però non mi sembra neppure in grandissima salute.

25) Nella seconda giornata giocano molti meno americani. Dovrebbero perdere di sicuro meno di 12 partite.

26) Il piccolo Moutet, avversario battuto da Seppi che al contrario degli altri due azzurri che si sono fatti rimontare ha rimontato lui, è un bel peperino. Butta la racchetta, le palle, ne combina di tutti i colori. A livello under 14, under 16  e under 18 pare abbia vinto di tutto in Francia… dove i piccoletti sono sempre stati molto apprezzati. Clement, 1,73 cm, Grosjean 1,75, il Mago Santoro 1,78… No Gasquet non è piccoletto, ha solo le gambe corte, ma un busto invece lunghissimo, come se lo avessero appeso da piccolo per stirarlo. Ma, insomma, solo se si ha talento si vincono partite quando si è piccoletti nel jet-tennis contemporaneo. Però io preferisco, dopo tanti piccoletti e piccolette, sognare con Berrettini, che magari come tanti lucky loser fa il grande difficilissimo exploit con il mancino Mannarino che, sarà stata anche per via del cognome (nipotino del Lupo Mannaro?), pareva per anni un brocchetto qualsiasi e invece eccolo là testa di serie n.26. Sarà dura, ma mai dire mai diceva Sean Connery da James Bond.

27) C’erano tanti dubbi, da parte del mondo intero, Spagna, Catalogna independista e non, nonché le isole Baleari, sulle condizioni di Rafa Nadal. Vabbè che Estrella Burgos non glielo poteva sorteggiare di fronte nemmeno zio Toni (che non c’è, il furbacchione a scanso di male parate), però Rafa ha vinto 6-1 6-1 6-1 alla faccia dei gufi (direbbe Matteo Renzi). Chissà se il ginocchio stava bene.

28) Uno spunto narcisista: “Good Job Ubaldo, you saved us” si è congratulato Christopher Clarey del New York Times perché dopo l’ottava sconfitta consecutiva dopo il trionfo di New York, Sloane Stephens, stava facendo un’intervista triste e banale. Ma quando le ho detto che era un peccato perché la sua intervista di New York dopo la vittoria sulla Keys era stata “hilarious and one of the best ever” e che ci auguravamo tornasse quella, lei ha cambiato improvvisamente umore, è diventata di nuovo spigliata, brillante, spiritosa e mostrato di essere anche una ragazza in gamba e intelligente. Vi consiglio di leggere tutta la seconda parte dell’intervista. Dovremmo essere in grado di riprodurvela… con i potenti mezzi della nostra organizzazione. Sarebbe piaciuta anche a Rudyard Kipling prima e dopo la composizione di “If”.

29) A proposito di organizzazione… vi è piaciuto il nostro nuovo live? E la grafica dei nostri tabelloni? Io non ho nessuno merito in tutto ciò, ma lo hanno coloro che hanno anche la pazienza di sopportarmi. Sono un direttore esigente e fortemente rompi.

30) Spero che la riproduzione di questi miei appunti vi abbiano minimamente interessato, almeno più delle trenta penose profezie del Mago Ubaldo pubblicate l’altro giorno, ci voleva poco.  Non aveva nemmeno previsto che Djokovic avrebbe imbastito un discreto casino ai danni dell’ITF rea di guadagnare troppo con gli Slam – e fin lì passi visto che lui rappresenta i giocatori ATP che schiattano di gelosia per i soldi che fanno gli Slam (l’Australian Open ha progettato ancora investimenti sopra ai 1000 milioni di dollari, one billion per rovesciare ancor più tutto l’impianto) – ma forse anche della stessa ATP.

A domani. Ma sperando di andare a letto un po’ prima delle cinque del mattino!

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Editoriali del Direttore

Lettere al direttore: WTA rischia il fallimento dopo i sette tornei cancellati, incluse Finali e Race?

Il COVID-19 sciagura imprevedibile, ma la WTA ha commesso anche diversi errori. Il bluff di Federer. Il caso Halep: niente Palermo? Sono pessimista sull’US Open. Come minimo un’edizione maschile in tono minore

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Selfie di gruppo a Shenzhen - WTA Finals 2019 (foto @WTAFinals)

Vi avevo invitato a scrivermi delle lettere perché io potessi rispondervi. Anche questa settimana siete stati numerosi e di questo vi ringrazio. Di seguito le mie risposte alle domande che ho selezionato: continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


Direttore, lei ha scritto un paio di mesi fa che non credeva probabile, ma semmai demagogica, una “fusione” tra Atp e Wta, anche se in tanti l’avevano suggerita come ipotesi possibile…e anche Roger Federer aveva buttato un ballon d’essai un tantino populista, se posso permettermi di usare questa frase: “Sto pensando che potremmo unire ATP e WTA, in modo da avere una sola istituzione con uomini e donne insieme” – twittò Roger. Subito si erano dichiarati d’accordo Rafa Nadal e Simona Halep. Mentre la prevedibile risposta di Billie Jean King era stata: “Contenta che Roger lo pensi…io lo dico fin dagli anni Settanta!” Dopo questi mesi di…buone intenzioni, la pensa ancora così? Carmelo Scalabrino (Messina)

Sì, e ora anche più di prima. La sua lettera giunge a proposito. Roger se ne uscì con quella “provocazione” il 22 aprile scorso. Niente è accaduto, mi pare, perché vi sia stato dato alcun seguito. Dirò di più: quanto appena accaduto con l’annullamento del circuito asiatico, tanto per la WTA che per l’ATP, crea una situazione di ulteriore disparità finanziaria fra le due sigle dei tennisti professionisti. Mortifera agli effetti di una potenziale e quantomai improbabile fusione.

 

Già prima di questo disastro cinese la WTA aveva un bilancio da piccola società, con un utile di 6 milioni di dollari e attività liquide per soli 5 milioni. Decisamente meglio stava l’ATP con 19 milioni di utili ma soprattutto 160 milioni di attività liquide.

Anche per questi motivi di modestissima liquidità la WTA si era trovata costretta ad aggrapparsi alla Cina e ai suoi tornei, pur nella consapevolezza di affluenze modestissime nei vari stadi e, di conseguenza, un’immagine abbastanza compromessa anche agli occhi dei potenziali sponsor. Una scelta che personalmente avevo sempre considerato discutibile e rischiosa, a lungo andare. D’altra parte è anche vero che la WTA non ha potuto contare, fatta eccezione per Serena Williams (che non è stata più imbattibile come una volta), su personalità del carisma e dell’appeal di un Federer, un Nadal, un Djokovic. L’unico possibile contraltare di Serena, anche se dal 2004 non era più riuscita a batterla, era Maria Sharapova. Che si è ritirata a miglior vita. Tutto questo ha comportato una gran differenza! Non è stato neppur tanto un problema di natura tecnica, di spettacolo, di due set su tre invece che tre set su cinque. I protagonisti del circuito ATP sono stati decisamente di diversa caratura. E ora, grazie al COVID-19 (si fa per dire)… agli zoppi grucciate!

Per la WTA l’apporto economico cinese era fondamentale. Ma oggi si può dire – anche se nessuno poteva immaginarsi la pandemia del COVID-19 – che così come si suggerisce sempre agli investitori in borsa di diversificare gli investimenti anziché puntare su un solo titolo, la scelta ormai decennale della WTA di puntare troppo – se non quasi tutto – sull’Oriente, sul contiente asiatico, si è rivelata decisamente infelice.

Fu l’attuale direttrice dell’US Open, Stacey Allaster a credere che il fenomeno Li Na, avrebbe fatto proseliti, che i cinesi, gli orientali tutti, avrebbero riversato sul tennis la stessa passione che hanno per il ping-pong e il badminton, che sarebbero proliferate nuove Li Na, nuova campionesse e – chissà? – magari anche qualche maschietto competitivo. Non è successo. Né giocatori, né boom di spettatori e di interesse. Invece abbiamo visto soltanto stadi vuoti dappertutto, da Singapore alle varie località cinesi che pure si sono date da fare – vedi l’eterna lotta per una egemonia nazionale fra Shanghai e Pechino – dando vita a una grande concorrenza interna che ha portato tante diverse città ad allestire una dozzina di tornei WTA, di ogni possibile categoria.

Però il tennis non ha sfondato. E chissà che il Governo cinese, pronunciandosi per il blocco del circuito per via del Covid-19, non abbia in fondo pensato che investire (e far investire) tutti quei soldi sul tennis, fosse tutto sommato una cosa da evitare. Soprattutto quest’anno che neppure gli spettatori possono affollare gli stadi (semmai volessero farlo). Così, portando la WTA sull’orlo del baratro, del dissesto finanziario, sono saltati 11 tornei di questo autunno: 7 femminili e 4 maschili. Non ho elementi sufficienti per dire che la WTA rischi il fallimento, ma non mi stupirebbe assolutamente una discreta riduzione dei tornei nel 2021 in Cina e non solo (se prima o poi riprenderanno dovunque…) e montepremi più bassi. Per rispondere al lettore di Messina mi domando: se aumenterà il gap di interesse, dei montepremi fra ATP e WTA, chi mai glielo farà fare all’ATP di dividere equamente una torta che per tre quarti appartiene all’ATP? Come accetterebbero i tennisti di rinunciare a una bella fetta dei loro guadagni per consentire alle tenniste di spartirsi i montepremi a metà?

Roger con la sua uscita… ha acquisito nuovi consensi – come se non ne avesse abbastanza! – presso il pubblico femminile e le colleghe. Nadal si è accodato all’amico che raramente contraddice. Che Halep fosse favorevole, e con lei tutte le tenniste, beh dove sta la sorpresa?

Il punto è che l’ATP, che conta comunque di poter organizzare le sue finali ATP all’02 Arena di Londra – l’ultimo anno prima dei 5 anni di Torino (vi immaginate che bagno di sangue sarebbe stato per la nostra FIT se il COVID-19 fosse coinciso con il primo anno delle finali a Torino? Meglio non pensarci…) – può sopportare la perdita di quattro suoi tornei, quello di Pechino, il Masters 1000 di Shanghai e i due tornei di Chengdu e Zhuhai. Ma la WTA no. La WTA, intanto, di tornei ne perde ben sette. E fra questi soprattutto le finali di Shenzhen (14 milioni di dollari il montepremi e la maggior fonte annuale di reddito per la WTA), trovandosi costretta a cancellare perfino la Porsche Race. Un vero disastro, una catastrofe. Sono saltate infatti la settimana del 12 ottobre a Pechino, del 19 a Wuhan e Jiangxi, del 26 a Zhengzhou, del 9 novembre a Shenzhen, del 16 a Zhuhai, del 23 a Guangzhou. E con questi 7 tornei tutti i loro munifici sponsor. I sette tornei “offrivano” globalmente alle tenniste montepremi intorno ai 26 milioni di euro. E se fino a 6 anni fa le finali WTA apportavano alla stessa WTA il 35% delle proprie entrate, adesso la percentuale era parecchio salita.

Fino a pochissimi giorni fa Steve Simon, CEO della WTA, diceva: “Ci sono il 50% delle possibilità che sul suolo cinese il circuito tennistico proceda”. Si sbagliava. Forse pensava che il Governo cinese avrebbe dato via libera al tennis perché ospitare – fra gli altri – un torneo a Wuhan, la città più colpita in primis dal COVID-19, avrebbe potuto avere un forte significato simbolico e politico. Ora la scelta cinese – con Shenzhen che aveva deciso di investire un miliardo di dollari in 10 anni – si è rivelata purtroppo disastrosa. Steve Simon forse non ha colpe, forse sì. Di certo la WTA non si è dimostrata troppe volte all’altezza della situazione. Perché ad esempio non consentire a Palermo di ospitare un torneo da 48 giocatrici, con tante di quelle tenniste che desideravano giocarlo? Per proteggere i tornei americani che chissà se mai si disputeranno?


Gentile direttore, perché se è stato cancellato il torneo di Washington a 3 settimane dalla sua disputa, non si dovrebbe cancellare anche l’US open (e il prologo del Masters 1000 di Cincinnati a New York?)Carlo Tirinnanzi (Firenze)

Money, money, money. Ci sono molti più soldi in ballo fra uno Slam a New York (più un Masters 1000 trasferito nella stessa bolla) rispetto al torneo di Washington. Ciò premesso però, io a questo punto sebbene l’USTA stia facendo di tutto e di più per garantire che lo Slam di Flushing Meadows verrà giocato a qualunque costo, io sono sempre più pessimista. Gli americani vogliono far giocare il loro torneo anche se sanno benissimo che le defezioni saranno numerose. Almeno fino a quando il discorso quarantena non verrà chiarito. Se lei da giocatore – e in maggioranza i giocatori più forti sono europei – dovesse mettere sulla bilancia d’una sofferta decisione uno Slam (US Open) e un Masters 1000 (Cincinnati a New York) contro un altro Slam (Roland Garros), 2 Masters 1000 (Madrid e Roma) e una serie di tornei in Europa, che tipo di scelta farebbe?

È talmente evidente che non rispondo. Ma agli americani interessano i diritti tv, più che chi gioca e chi non gioca. Tuttavia mentre in campo femminile basta quasi la presenza di Serena, e di giocatrici nordamericane interessanti ce ne sono comunque a far da contorno (Kenin, Andreescu, Stephens, Keys, Riske), nel field maschile se oltre a Nadal, Wawrinka e Federer assenti, non dovessero andare neppure Djokovic, Zverev e Tsitsipas (che non si sono ancora pronunciati a differenza di Thiem), beh sarebbe certo un’edizione in tono minore.


Ma è vero che Simona Halep, data per sicura a Palermo dopo le sue stesse dichiarazioni, non potrebbe partecipare se il Governo italiano non cambia idea riguardo alla quarantena imposta a chi provenga da Romania e Bulgaria? – Giuseppe Accordi (Padova)

Purtroppo questa tegola parrebbe esserci. Il ministro della salute Roberto Speranza ha firmato un’ordinanza che impone una quarantena di 14 giorni a chiunque si sia trovato recentemente in Romania e Bulgaria. Ma il direttore del Country Time di Palermo Oliviero Palma, che ha invitato perfino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, palermitano d.o.c., ad assistere al Ladies Open, spera ancora di strappare un provvedimento di esenzione per Simona. Sarebbe una vera beffa, per i siciliani che hanno fatto di tutto per allestire il loro torneo, se venisse a mancare la campionessa di Wimbledon in carica e la protagonista più attesa. Ciò detto, il torneo è di un tale livello, con altre 5 tenniste fra le prime 20, che anche nella peggiore delle ipotesi resterebbe comunque il migliore mai ospitato dal capoluogo siciliano.


Egregio Direttore, è con vero piacere che io ed altri appassionati di Tennis vediamo la Sua bella e interessante trasmissione. C’è però una cosa che ci incuriosisce: come mai nelle partite in cui gioca Nadal questi perde quasi sempre… Possiamo capire quando gioca contro Fognini, ma con gli altri?? Quando perse contro la Vinci, l’entusiasmo era più che comprensibile, ma contro le altre… Certamente saranno delle coincidenz , ma…. – Romano Morando

Confesso che non so a quali trasmissioni lei alluda. Io scrivo su Ubitennis. Non mi scambierà per un qualche dirigente o telecronista di Supertennis? Forse è a quelle trasmissioni cui allude. Io non c’entro. È probabilmente vero che Nadal fa più notizia quando perde che quando vince, idem Serena. Quindi forse Supertennis privilegia la notizia. Non credo che si voglia programmare apposta le sconfitte di Nadal e Serena, ma – insomma – io creda che lei abbia potuto sbagliare destinatario. Mi fa piacere però che segua anche Ubitennis (che qualche buontempone in passato aveva ribattezzato UbiNadal… ma doveva essere certamente un tifoso di Federer o di Djokovic).


Scrivete a scanagatta@ubitennis.com

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Editoriali del Direttore

L’impari lotta del ministro Spadafora. Troppi nemici. Malagò e Binaghi, nemici alleati e poltrone assicurate

Il testo unico della legge di riforma dello sport prevede un massimo di 2 mandati per il presidente CONI e di 3 per i presidenti federali. Così Angelo Binaghi, per garantirsi il suo sesto, ha fissato le elezioni per settembre, contando che la legge non passi rapidamente

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Credo che Spadafora andrà a sbattere contro un muro. E si farà pure male. Leggo su Repubblica di questo martedì (che riprende la Gazzetta dello Sport di lunedì): Il ministro ha dichiarato guerra a quei 16 presidenti che guidano le loro federazioni da quando c’erano ancora le Torri Gemelle. E in diretta Facebook Spadafora ha annunciato il testo unico di riforma dello sport che, nelle sue maglie, contiene il limite di tre mandati per i presidenti federali. Mentre per il CONI verrebbe introdotto da subito il limite di due mandati. Se la norma non sparirà dalla bozza, Malagò sarebbe ineleggibile già nel 2021.

Il testo è una legge delega che non necessita di approvazione parlamentare, ma deve passare in Consiglio dei ministri a fine mese – le vacanze estive però incombono – e prima per i partiti di maggioranza: questo martedì tocca a LEU e Italia Viva, mercoledì a PD e 5 Stelle. Molti scommettono che il testo unico possa essere ampiamente ritoccato. Troppi presidenti federali, in carica dal 2000, non vogliono mollare la loro poltrona e cercano di accelerare le nuove elezioni – quando essendo state rinviate le Olimpiadi queste avrebbero potuto essere indette fino all’autunno 2021 – perché l’obiettivo principe è conquistarsi altri quattro anni di potere. Così si è subito mosso Angelo Binaghi – come avete letto in questo articolo – che ha prima convocato il consiglio direttivo della FIT al Fort Village un paio di weekend fa (ovviamente tutti spesati i consiglieri per il viaggio e l’alloggio in Sardegna, ma non i 60 invitati a celebrare il suo sessantesimo compleanno nel costoso resort sardo) e poi ha fissato l’assemblea elettiva per settembre. 

Se Binaghi avesse aspettato il 2021 magari avrebbe potuto diventare legge il testo unico di Spadafora e il dirigente sardo avrebbe dovuto nominare un “re travicello”, da sostituire dopo un quadriennio, un po’ come ha fatto in Russia Putin quando, avendo esaurito i tempi del suo mandato, aveva messo al suo posto il debole Medvedev, giusto il tempo necessario per poi tornare in sella, dopo aver continuato a guidare i Paese alle sue spalle. Il problema di Spadafora è che sta pestando troppi piedi “illustri” e pesanti, in una sola volta, per non essere costretto a rivedere la sua posizione. Malagò e Binaghi, giusto per menzionare due persone che sarebbero toccate dal testo unico Spadafora, sono come cane e gatto ormai da tempo. Cioè da quando Binaghi si era alleato con la Lega e il precedente responsabile dello sport, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, per esautorare il CONI sotto il profilo economico e dar vita a “Sport e Salute” che dei 450 milioni annui che “gestiva” il CONI se ne è presi circa 400, lasciando briciole di soldi e potere a Malagò. 

 

Se avesse potuto, Malagò avrebbe “fulminato” Binaghi, come già aveva sognato di poter fare all’epoca in cui Binaghi si era schierato nelle elezioni del presidente del CONI a favore di Pagnozzi (candidato del precedente presidente CONI Petrucci) dicendone di cotte e di crude sul conto di Malagò, accusato di combinare ogni tipo di disastro. Poi Binaghi, grazie anche ad alcune astute passerelle televisive offerte a Malagò su Supertennis (lo strumento di potere di cui Binaghi si serve disinvoltamente per favorire gli amici di vecchia data, e quelli da conquistare, in aggiunta ai circoli elettori che pur di comparire su “Circolando” farebbero carte false) si era riavvicinato a Malagò (per una volta assai ingenuo), prima di pugnalarlo alle spalle facendo lobby per “Sport e Salute”. 

Ma ora, così vanno le cose nel nostro Bel Paese, il testo unico di Spadafora ha il suo tallone d’Achille nel fatto che ricompatta anche i nemici Malagò e Binaghi che in questa battaglia contro le intenzioni di Spadafora si ritrovano alleati. 

Troppi centri di potere, ammanicati con i più diversi partiti, mi fanno ritenere che non prevarrà la logica di chi dice basta “a 16 presidenti che guidano la loro federazione sin da quando c’erano ancora le Torri Gemelle”. Non frequento i salotti, anzi… i corridoi della politica, ma quando c’è da mettersi contro troppa gente tutta insieme, anche i presunti “rottamatori” di solito si arrendono. Ogni allusione al mio concittadino Matteo Renzi è puramente casuale. 

Il ministro Vincenzo Spadafora

Voglio aggiungere, peraltro, a quanto ho appena scritto – nel probabile caso che i lettori mi attribuiscano, a seguito di queste righe, la volontà di mandare a casa Binaghi… che purtroppo e pur con tutti i gravi difetti che certamente imputo a Binaghi, non vedo (soprattutto da qui a settembre) né un qualche coraggioso oppositore degno di considerazione, né all’interno dell’attuale compagine governativa federale, qualcuno in grado di sostituirlo con benefici per l’immediato futuro del tennis italiano. 

Che è poi l’unica cosa che mi sta a cuore. Fra l’altro in tempi recenti la FIT si è ravveduta su diversi punti che io sostenevo da sempre: 

  1. la necessità di non far più guerra ai team privati e ai loro coach, affiancandoli invece con strutture e personale federale
  2. il sostegno economico ed organizzativo a chi volesse organizzare tornei di livello professionistico, ATP, WTA (come Palermo) e challenger
  3. promuovere il tennis anche attraverso eventi tennistici (vedi ATP-Next Gen, pur costata un occhio della testa al bilancio) e le finali ATP a Torino per il prossimo quinquennio, una manifestazione di indubbio prestigio e risonanza mondiale. 

Eppure Binaghi, che queste considerazioni le condivide certamente, è talmente terrorizzato di poter perdere la poltrona (che nessuno gli può togliere da sotto il sedere nell’arco di tre mesi e secondo me neppure in un anno o due) che per non correre il minimo rischio, ha fissato le elezioni per settembre. Ciò per prendere in contropiede qualsiasi testo legislativo non approvato e qualsiasi abbozzo di candidatura alternativa da parte di una improbabile opposizione. La quale, ricordo a chi non lo sa, per una norma statutaria introdotta da Binaghi nel 2009, dovrebbe essere avallata dalle firme dichiarate (e quindi con il brutto rischio di dispiacere a Binaghi e ai suoi che probabilmente manterranno il potere… perchè organizzati da anni per farlo). Lo statuto prescrive che una candidatura alle elezioni della FIT debba essere sostanziata dalla firma di 300 società sportive (appartenente a più di 5 regioni) e non solo.

  • Le 300 società sportive sono i circoli di tennis gli Affiliati aventi diritto al voto, appartenenti ad almeno cinque regioni con un minimo di dieci per regione (una norma che dice tutto…)
  • devono firmare anche almeno duecento atleti maggiorenni in attività appartenenti a cinque regioni, con un minimo di quindici per regione
  • devono firmare in appoggio al candidato almeno venti tecnici maggiorenni in attività appartenenti a cinque regioni, con un minimo di tre per regione.

Il problema è trovare 300 società che firmino? Certo!

Si lasci perdere il punto 2 e 3 per i quali chi voglia candidarsi alla presidenza può sempre riuscire ad organizzarsi. Ma trovare, per chi non lo è già e non ha quindi rapporti con i comitati regionali, 300 circoli… che sottoscrivano una candidatura alternativa a quella del presidente, e minimo 10 per regione in 5 regioni, significa mettere su una tal macchina organizzativa …che ci vorrebbero almeno un paio d’anni per metterla in moto. Forse Trump o Biden potrebbero provarci. E talmente dispendiosa da scoraggiare chiunque a buttarsi dentro a una simile battaglia. Bisognerebbe che fosse ricchissimo, appassionatissimo, e…nullafacentissimo! 

Binaghi poteva stare tranquillo anche se le elezioni si fossero fatte nel 2022, credetemi. Organizzandole per il settembre 2020, secondo me, lascia solo l’impressione di uno che ha paura dei fantasmi e, di nuovo, non fa una bella figura. Sembra davvero troppo interessato, ma perché? Ma è anche vero che alla stragrande maggioranza degli appassionati di tennis, queste vicende non interessano proprio per nulla.

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Editoriali del Direttore

Federer può giocare le finali ATP! E Nadal snobbare l’US Open, come Medvedev e Berrettini. Thiem no

Il nuovo calcolo delle classifiche ATP dà adito a possibili speculazioni. A favore dei “Fab 3” e di chi i punti li ha già. Djokovic sicuro n.1 a fine anno. Un James Bond per ogni top-player. Coscienza vs convienienza

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Non era facile trovare una soluzione al problema del calcolo dei punti, in questa fase di estrema incertezza. Si gioca o non si gioca? Potranno farlo tutti o magari qualcuno no? È giusto “costringere” a giocare chi non se la sente, penalizzandolo se rinuncia? E la quarantena c’è o non c’è da un continente all’altro? Che succede se il contagio si diffonde in un Paese, in un torneo, provvisto o meno di una “bolla protettiva”? E come tutelare i giocatori che avevano fatto i punti all’inizio dell’anno senza poter approfittare del ranking raggiunto per difenderli? E quelli che se li erano costruiti a fine 2019?

Erano davvero troppe le incognite. In un mio precedente editoriale avevo accennato alle 17 ipotesi che erano state avanzate da un team di esperti consultati dall’ATP. Dopo varie scremature erano rimaste in piedi un paio di tesi… ma alla fine ne è scaturita una nuova, quella che abbiamo descritto già ieri sera, quasi in tempo reale con l’annuncio.

Poco dopo l’uscita di quella “prima copertura”, forzatamente essenziale, tre dei miei quattro “vice” hanno anche improvvisato un podcast nel quale hanno discusso di tante situazioni che potevano venirsi a creare. Nel frattempo il sottoscritto, sapendo che – piaccia o non piaccia – gran parte dei nostri lettori non ha ancora fatto l’abitudine all’idea di ascoltare gli audio, così come di guardare i video (sebbene in audio e video si stiano investendo parecchie energie di Ubitennis), ho deciso di scrivere questo editoriale perché credo sia opportuno commentare l’importante decisione dell’ATP. Di certo non si è trattato di una decisione banale, né di una decisione improvvisata.

 

Di fatto l’ATP, tenuto conto di tutte le incertezze cui poco sopra alludevo e delle circostanze che potrebbero anche verificarsi – chi può sapere se il COVID-19 si placherà ovunque o magari invece accadrà il contrario anche soltanto in qualche Paese dove potrebbe doversi disputare un torneo oppure nel Paese di qualche tennista impossibilitato a espatriare? – ha deciso per il “liberi tutti”. Liberi tutti di giocare o non giocare qualunque torneo.

Preoccupandosi così in primis dei giocatori e in secundis degli organizzatori dei tornei che non possono più contare sulla partecipazione obbligatoria di tutti i migliori, come è invece sempre accaduto per tutti quei tornei (salvo Washington) che si dovrebbero giocare dal 13 di agosto in poi. D’altra parte l’ATP è nato e si comporta come un sindacato dei giocatori, prima che dei direttori dei tornei che pure si cerca di rispettare in quanto importanti parte in causa. I soldi li tirano fuori questi ultimi.

Questa manovra mi pare abbastanza equilibrata: favorisce i più ricchi che hanno più punti, certo, ma tutela indirettamente anche i meno ricchi e con meno punti. Se infatti più giocatori di vertice eviteranno di partecipare ai 7 tornei “mandatory” filati, si libereranno conseguentemente posti per i giocatori meno ricchi e in possesso di ranking che non avrebbero consentito loro la partecipazione a quei tornei. Magari sarà più difficile salire in classifica, ma qualcuno si metterà in tasca dei soldini cui altrimenti non avrebbe avuto accesso.

Quindi a livello di scelta “sindacale” quella dell’ATP ha una logica, dopo che la si è sempre accusata di fare soltanto gli interessi dei più ricchi. La scelta dunque ha una sua ratio. Ma come tutte le scelte “orizzontali” può favorire qualcuno e svantaggiare qualcun altro. Soprattutto può indurre qualcuno a far dei calcoli che altrimenti non avrebbe fatto. In linea di massima favorisce certamente chi i punti li aveva già, perché consente a questi giocatori già “ricchi” di punti di non avere alcuna necessità di difenderli.

Ciascuno conterà i suoi migliori 18 risultati. E parteciperà a un torneo oppure a un altro secondo coscienza o secondo convenienza? Forse questo è il punto – coscienza o convenienza? – destinato a sollevare dubbi, critiche, speculazioni. Il fatto che diversi dei top-player abbiano anche responsabilità politiche in seno all’ATP, tutti e tre i Fab 3, teoricamente dovrebbe far prevalere la coscienza. Ma, come San Tommaso, finché non vedo non ci credo.

Difficile pensare che, magari ispirati dai manager con meno scrupoli, i giocatori in toto rinuncino a fare calcoli. Calcoli relativi alla propria partecipazione a un torneo, alla programmazione più idonea a ottimizzare i loro sforzi.

Perfino Roger Federer, che aveva dato l’arrivederci al 2021, potrebbe rivedere i propri programmi. Potendo conservare fino alle ultime finali ATP di Londra i punti conquistati in Australia quest’anno e nel 2019 la finale di Indian Wells, la vittoria a Miami, la semifinale di Parigi, la finale di Wimbledon, i quarti di US open… chi mai può togliergli la qualificazione per la 02 Arena? Secondo voi Gaudenzi e management dell’ATP, che organizza le Finals per l’ultima volta a Londra non ci hanno pensato?

Non siamo ingenui, please. Da qui a novembre il ginocchio di Roger sarà a posto, esattamente come sarebbe stato a posto a gennaio per la trasferta australiana. Per l’ATP recuperare Federer per le finali sarebbe un colpo da jackpot! E chi mai si sognerebbe di dire a Federer: “Scusa Roger, avevi detto che non giocavi fino al 2021 e invece ora ti vuoi già presentare all’02 Arena?”.

Arriviamo a Rafa Nadal. Nadal ha oggettivamente molte più chance di fare il filotto Madrid, Roma e Roland Garros (con quest’ultimo torneo che resta comunque il suo obiettivo principale) se non va a New York a difendere il suo titolo e gli annessi 2.000 punti che a questo punto non perderebbe comunque, ma conserverebbe fino a settembre 2021.

Abbia o non abbia Rafa il timore di contrarre il COVID-19 a New York, in tutta franchezza chi glielo fa fare di andare a Flushing Meadows? Solo la gloria. Se si pensa che zio Toni Nadal, ancor prima di conoscere le intenzioni dell’ATP, glielo sconsigliava, è detto tutto. Andando a New York Rafa può fare solo peggio… sia là negli USA sia in Europa. Forse il più grande stimolo per andare a New York sarebbe quello di poter eguagliare là i 20 Slam di Roger e di superarlo poi con il 21° Slam a Parigi. Anche eguagliare i cinque trionfi all’US Open di Connors, Sampras, Federer per uno orgoglioso come Rafa…non sarebbe pungolo da poco, per la verità. Ma, anche se non mi piace citare i proverbi a sostegno di una tesi, ricordate il “chi troppo vuole a volte nulla stringe?”.

Rafa Nadal – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

E Djokovic? Beh, lui diventa praticamente impossibile da scalzare dal trono del tennis, con tutti i punti che ha. I 2.000 dell’Australian Open (che sono i soli 2.000 d’annata), i 2.000 intoccabili di Wimbledon, i 1000 di Madrid e i 600 di Roma in cassaforte, la semifinale di Parigi. Giochi o non giochi, per lui reduce dal coronavirus che ha vinto nel 2019 anche Bercy e potrebbe fare tranquillamente meglio alle finali ATP (dopo aver perso nel girone), cambia pochino.

Sarà quindi decisiva anche la voglia di competere di tutti. I campioni ce l’hanno connaturata, non sarebbero diventati tali se non l’avessero avuta, molto più dei calcoli. I calcoli li fanno gli agenti, di solito. Occorrerà vedere fino a che punto gli agenti “pesano”. E anche le famiglie “pesano”. I nostri Fab 3 hanno tutti mogli non proprio docilissime (Rafa forse escluso).

Potrebbe accadere – lo dico scherzando ma passando un messaggio su cui riflettere – che i giocatori decidano di allargare ulteriormente la compagine del loro team a un nuovo elemento: un agente di spionaggio. Questo James Bond delle racchette dovrà cercare di capire se uno dei competitor del suo cliente andrà o meno a giocare quel determinato torneo. Un torneo depauperato di tutti i big concorrenti, potrebbe essere un bell’incentivo a giocarlo occupando spazi più agevoli. Più che per i punti (comunque non in discussione), più che per i soldi (ne hanno già talmente tanti!), per il prestigio, per un titolo importante. Slam soprattutto, ma anche un 1000 non fa schifo al palmares.

Prendiamo il caso di Medvedev, protagonista di un’estate 2019 straordinaria. Vive in Costa Azzurra, nei tornei europei ha tutto da guadagnare perché lo scorso anno ha fatto poco o nulla. In quelli in America è abbastanza difficile che possa far meglio del 2019, quindi magari resterebbe anche volentieri in Francia… ma se potesse accarezzare l’idea di vincere uno Slam, lui come un Thiem, uno Zverev, un Tsitsipas, finora implacabilmente bocciati dai Fab 3 (e 4), voi dite che rinuncerebbe?

Ci può essere un momento più favorevole per un Next-Gen (o quasi Next-Gen) e un break through nell’albo d’oro di un Major?

Pensate a Thiem, n.3 del mondo e plurifinalista di Slam: lo scorso perse al primo turno all’US Open. Voi non ci andreste a New York – sicurezza sanitaria permettendo – per cercare il grande exploit, magari favorito dall’assenza di due Big Three, se non di tutti e tre?

Due parole anche sui “nostri” uomini di punta. Berrettini si trova in Europa, al momento non si sa neppure se il problema della quarantena con gli USA verrà risolto, ma potersi mantenere fino al settembre 2021 i punti della semifinale dell’US Open, non è cosa da poco. Significa, per i tornei europei (Madrid, Roma e Parigi) dove non ha cambiali da onorare, mantenersi una superclassifica e una posizione di testa di serie, come minimo la n.7 se ci sono proprio tutti i sei davanti (Federer no…), che non è poco.

Vero anche – va considerato in tutte queste ipotesi – che se uno non gioca… non guadagna soldi. Ma forse pur non guadagnandoli lì nell’immediato, quella posizione nel ranking potrebbe fruttare di più. Chissà… se a Matteo mancasse troppo Ajla Tomljanovic e lei non venisse in Europa, sarebbe il cuore a comandare la programmazione.

E Fognini? Ecco un altro che può tenere i 1000 punti di Montecarlo 2019 fino a fine anno (anche se lui li avrebbe conservati comunque). Lui, da n.11, potrebbe voler approfittare di qualche defezione più o meno calcolata di chi gli sta davanti, per recuperare quelle posizioni che gli consentirebbero di centrare finalmente l’obiettivo delle finali di Londra: all’US Open ha perso al primo turno, a Cincinnati non andò, a Roma e Madrid si è fermato al terzo, a Parigi giocherebbe con la ciambella di sicurezza degli ottavi raggiunti lo scorso anno. Insomma, se dall’operazione finalmente affrontata fosse uscito bene e avesse recuperato appieno, perché non sognare di raggiungere a 33 anni quel che finora – anche per via di una programmazione che lui stesso ha definito sbagliata (eppure non ci voleva un genio a pensarla diversamente) – gli è sempre sfuggito e che invece Matteo ha centrato quasi al primo tentativo serio?

Sinner infine. Per lui, come per il neocampione d’Italia Sonego, le cose non sembrerebbero cambiare teoricamente troppo. Però i risultati che farà eventualmente Jannik – auguri! Guai a considerarli scontati… gli creeremmo tutti troppa pressione – saranno comunque frenati da chi gli sta davanti che non gli cederà il passo con la stessa rapidità con cui l’avrebbe fatto in una situazione di punti non “congelati” per chi fa peggio rispetto all’anno precedente.

Il discorso per Sinner vale anche per gli italiani fuori dai top 100: però il rovescio della medaglia è che non sarebbero entrati nei tabelloni degli Slam e dei Masters 1000, mentre magari invece, a seguito delle defezioni di diversi giocatori contrari ad affrontare transvolate transoceaniche, potranno farvi irruzione. Travaglia, Seppi, Caruso, potrebbero giocare a Washington, se ci potessero e volessero andare. Lorenzi e Gaio – ma magari non solo loro – a New York e a Parigi (Paolo è 121, Federico 130) – possono sperare di giocare qualche partita ben ricompensata, dopo un anno disgraziato per le finanze.

Insomma, anche i “semiricchi” potrebbero forse godere di questo provvedimento… ma saranno peraltro quasi spinti a essere più coraggiosi, a sfidare il COVID-19, più dei ricchi Altrimenti far breccia fra i top 100 per tutti coloro che già non lo sono sarà più difficile, visto che a quelli già top 100, i punti non glieli potrà togliere nessuno.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Si dirà che la scelta ATP appare conservativa, certo è poco dinamica e un tantino ipocrita quando sostiene di voler premiare i giocatori che otterranno buoni risultati alla ripresa del gioco nel 2020. Vero che chi farà bene otterrà i punti previsti, ma non guadagnerà le stesse posizioni che avrebbe guadagnato, dal momento che chi stava davanti a lui non scalerà punti..

Bisogna però riconoscere che individuare una soluzione equa non era per nulla semplice. E comunque chapeau all’ATP… che, come avrebbe detto Galileo Galilei, “eppur si muove”. Avete per caso capito che farà la WTA? Da due mesi non riesce neppure a decidere se consentire a Palermo di ospitare un tabellone di 48 giocatrici, quando ci sarebbe la ressa per partecipare e già così come è ora – anche se alla fine per stani motivi Simona Halep e Karolina Pliskova decidesero di non partecipare – c’è un cast di partecipanti da far paura. Ma da dar grande lustro a quel grandissimo appassionato, prima ancora che direttore di torneo, che risponde al nome di Oliviero Palma. Il quale, per non lasciar nulla di intentato, ha pensato bene di invitare al Ladies Open perfino il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, palermitano d.o.c. che ha sempre abitato nella centralissima via della Libertà. E non è detto che all’invito non faccia seguito un sì.  

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