Dal sasso di Djokovic al bacio di Sharapova… passando per Federer

Editoriali del Direttore

Dal sasso di Djokovic al bacio di Sharapova… passando per Federer

MELBOURNE – La ribellione dei giocatori allo status quo cova sotto cenere. Gli Slam, i tornei, guadagnano troppo. Ai tennisti meno forti briciole. Italiani: 4 su 9 al secondo turno

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Djokovic ha tirato un sasso nello stagno, come i lettori di Ubitennis hanno avuto il privilegio di sapere nei dettagli dall’articolo pubblicato ieri e scritto dal giornalista serbo Velickovic che ha fonti provenienti da qualcuno molto vicino al tennista serbo. Vi rimando alla lettura di quell’articolo. Così oggi, sono stati bombardati di domande un po’ tutti i giocatori, che però hanno fatto quadrato nel non volere rivelare granché di quel che si erano detti nella riunione cui hanno partecipato più di un centinaio di tennisti al riparo da orecchie indiscrete. Finchè Roger  Federer, rispondendo ai colleghi della Svizzera tedesca qualcosina in più si è lasciato scappare, anche se come al solito è stato molto prudente e… neutralmente svizzero nell’affrontare la vicenda che per primo dal Daily Mail è stata montata come una richiesta dei giocatori di poter gustare una fetta più grossa della torta che si pappano altri poteri, altre entità. Se si pensa che l’Australian Open, a quanto si sa il più povero degli Slam (anche se non più così tanto povero come fino a qualche anno fa) ha deciso di investire un miliardo di dollari – one billion – per ricostruire il suo complesso in Melbourne Park, si capisce come ai giocatori da una parte la cosa faccia piacere, ma dall’altra susciti anche gelosie e sospetti di sfruttamento.

 

“Il direttore del torneo Craig Tiley fa di tutto per accontentare i nostri bisogni, per farci sentire come  a casa nostra” lo ha omaggiato Djokovic per negare l’ipotesi di un futuro boicottaggio di questo Slam ove non venissero distribuiti più soldi ai tennisti, ma insomma i tennisti che sono gli attori del grande spettacolo sono stufi di raccogliere solo briciole. Perché un montepremi di 55 milioni di dollari australiani sono pochi, se un torneo “muove” almeno 10 volte tanto. Federer ha detto quel che, meno diplomaticamente aveva detto Nadal già anni fa quando uscì irritato dal board del Pro Council in rappresentanza dei giocatori: “I giocatori dovrebbero avere più potere. Che invece lo hanno altri e quasi sempre nelle stesse mani. Non si tratta – ha detto – di creare un nuovo sindacato (come invece è stato ventilato da chi ritiene che l’ATP abbia le mani legate in troppe situazioni di compromesso e si preoccupi molto più di garantire il meglio ai big che muovono il business piuttosto che favorire un allargamento dei compensi ai “piccoli pesci”) – ma è effettivamente positivo che almeno una volta all’anno ci si riunisca solo noi giocatori (cioè senza dirigenti di federazioni, organizzatori, agenti) per parlare dei nostri problemi. Il fatto è – ha detto Roger – che i giovani sono impegnati soltanto a emergere e a farsi spazio, e per loro parlano gli agenti. I vecchi ormai pensano che qualsiasi problemi non li riguardi più. I top-players, infine, devono preoccuparsi soprattutto di restare tali, di vincere. E al di là dei vari organismi un minimo di ricambio sarebbe necessario”.

In effetti ad avere il pallino in mano sono sempre le stesse persone o quasi, stessi board e chairmen da anni e anni per ATP, ITF, WTA salvo minime eccezioni. Insomma che ci sia gran fermento è confermato. Che “la battaglia del grano” covi sotto la cenere, checché cerchi adesso di minimizzare Djokovic per ovvi motivi – è il primo rappresentante dei giocatori in seno all’ATP, non potrà certo dichiarare guerra alla stessa ATP e suggerire un divorzio e la creazione di un nuovo sindacato… motivo per cui ufficialmente in conferenza stampa ha fatto un po’ lo gnorri – è lampante. Anche Federer, stando molto attento a misurare le parola, però ha fatto capire che è il momento di cambiare qualcosa, sia pure senza profferire minacce, scioperi, boicottaggi, azioni legali. La situazione sta esattamente come Ubitennis ha scritto ieri con l’articolo del ben informato Velickovic. Lasciando parte le questioni cosiddette politiche, torniamo al tennis giocato.

Roger Federer era il grande favorito di tutti i bookmaker per tante ragioni. Non solo perché aveva vinto l’anno scorso. E non solo perché era apparso di buon umore e in buona forma all’Hopman Cup, quindi per meriti di luce propria. C’era anche una parte di… presunti demeriti degli altri. Vale a dire la grossa incognita sulle condizioni di tre abituali rivali, Nadal, Djokovic e Wawrinka. Il responso di queste prime due giornate dell’Australian Open dice che Federer, dominatore di Bedene, resta il grande favorito, ma che almeno Nadal corre senza problemi al ginocchio, che Djokovic non ha così male al braccio, che Wawrinka non è certo in condizioni ottimali, però ha dimostrato di aver voglia di lottare –non ce l’ha sempre… – e lo ha fatto per tre orette vincendo in quattro set con Berankis. Insomma Nadal, favorito anche da un avversario modesto e poco convinto, ha concesso solo tre games a Estrella Burgos,  Djokovic ha vinto tre set a zero e per i primi due set ha “scherzato” Young, Wawrinka… è quello che ha convinto di meno, ma quante volte giocatori di questa fatta sono capaci di crescere esponenzialmente durante un torneo di due settimane? C’è poi del Potro che ha vinto anche lui in tre set ed è gasato dal ritorno fra i top ten, dopo una lunga Odissea.

Rispetto alla prima giornata, quando avevano perso 10 teste di serie, cinque uomini e cinque donne, la seconda è filata via più tranquilla. Le sconfitte del canadese di vetro, o Swarovski, Raonic – dolorante al polso per diversi mesi, poi al ginocchio, e oggi pare al polpaccio – non sorprendono più. Ha perso dallo slovacco Lacko che quando ha visto il sorteggio ha quasi esultato. Non perché sapesse di dover giocare contro un rivale azzoppato, ma perché da sempre si era imbattuto al primo turno soltanto in top ten: due volte Nadal, una Federer, una Djokovic, una Tipsarevic quando il serbo con sul braccio sinistro il tatuaggio di un detto di Fedor Dostoevskji tratto da l’Idiota -“La bellezza salverà il mondo”- era n.9 del mondo. Incontrare Raonic, n.22 ATP e per di più mezzo rotto… una vera pacchia! La fragilità di Raonic mi ha fatto tornare in mente quella di un altro gigante d’argilla, l’olandese Richard Krajicek, campione a Wimbledon 1996 – e Raonic è stato finalista nel 2016 quando batté Roger in semifinale – che era sempre mezzo rotto. Senza peli sulla lingua di lui Andre Agassi disse una volta ”Gli basta pensare al tennis per sentirsi male da qualche parte”. Chissà se aveva qualcosa a che vedere con i suoi 196 cm di altezza. Raonic è 2 cm in più, ma ha un problema di postura per avere una gamba di un centimetro più lunga dell’altro. È quella la prima causa di tutti i suoi guai.

È quasi sempre una pacchia anche incontrare un giocatore che ha vinto la settimana prima un torneo. Auckland sembra a un tiro di schioppo ma sono sempre quasi tre ore di aereo da Melbourne e così Bautista Agut che lì in finale aveva battuto del Potro, un bello scalpo, è arrivato qui scarico ed è finito k.o. con  Verdasco, vecchietto spagnolo che qui a Melbourne viene ancora oggi ricordato per l’incredibile maratona di oltre 5 ore contro Nadal nel 2009 quando Rafa poi risorse a nuova vita per battere a sorpresa il favorito Federer. Ma Verdasco con Nadal sia sarebbe anche preso una bella rivincita. Tipo da prendere con le molle ancora oggi, il bell’hidalgo madrileno. Dispiace un po’ che Petra Kvitova, a dispetto del pronostico di Martina Navratilova che la vedeva già in grado di vincere questo torneo quando invece lei non si è mai del tutto ripresa dalla rapina subita nella sua casa ceca, abbia buttato una partita nella quale ha servito per il match sull’8-7 al terzo: ma la Petkovic ha personalità, quando azzecca la giornata giusta, per non perdere certe occasioni.

Infine parliamo di italiani. Alla fine del primo turno 4 ce l’hanno fatta ad approdare al secondo, Seppi lunedì, Fognini, Sonego e Camila Giorgi, unica superstite delle due donne azzurre all’avvio (con la Schiavone) questo martedì. Fognini ha confermato il pronostico, Camila anche. Chi l’ha sconfitto è stato invece Lorenzo Sonego, nel modo più… stressante. Vincere non è mai facile, vincere tre volte la stessa partita, dopo essersi maledettamente complicati la vita è… quel che è successo al nostro eroe di giornata, Lorenzo Sonego, piemontese di Rivoli (Torino) e n.219 che ha tenuto in apprensione una quarantina di amici e soci del Green Club in piena notte perché, come avrete letto dalle cronache, poteva chiudere il match con l’olandese Haase, n.43 – 176 posti più su – in tre set e invece sul 6-1 nel tiebreak e cinque matchpoint non ne ha trasformato mezzo. Si è ritrovato con pessimi auspici al quarto. Ha reagito incredibilmente bene, avanti 3-1, ma quando sul 5-3 40-15  ha fallito altri due match point non avremmo scommesso un soldo bucato sul 5-5… se non che il match lo conduceva sempre lui. E infatti all’ottavo matchpoint sul 6-5… Deo Gratias!

La sua intervista in audio merita l’ascolto. Ne emerge un personaggio genuino, simpatico, intelligente… che appena 4 anni fa era ancora classificato 2,3! Quando ancora il suo tennis era “remare” da fondocampo e lo avevano soprannominato “il Polipo” perché con le sue lunghe leve recuperava tutto e rilanciava. Ora ha cambiato totalmente tennis, di dritto spinge come un matto, e 80 vincenti dicono molte cose. Al prossimo turno contro Gasquet sarà più dura, anche perché dovrà ricordarsi di spingere nell’angolo meno prediletto, quello del dritto. Il rovescio di Gasquet è meglio lasciarlo riposare. Intanto “il Polipo” ha agganciato 60.000 euro, e quasi raddoppiato i premi di una carriera. Istintivo sul campo, oculato fuori, Lorenzo ha detto: “Faranno comodo per rafforzare il team che mi seguirà. Fisioterapista, coach…”. Insomma, andare avanti investendo nel proprio tennis. Per ripetersi progredendo.

Fognini troverà Donskoy che è diventato famoso lo scorso anno per essere stato uno dei pochi, cinque, a battere Federer nel 2017. Roger ebbe matchpoint… E Camila Giorgi invece estremamente convincente sul campo quanto incredibilmente migliorata nella comunicazione post partita – ascoltate l’audio e non vi sembrerà più lei – troverà la Barty da cui perse a Birmingham e Strasburgo se non ricordo male. Non si poteva chiedere a Berrettini di battere il più esperto Mannarino che, intervistato dal sottoscritto in esclusiva mi ha detto: “È giovane, gioca bene, ma è ancora poco attento tatticamente… crescerà sicuro. Mi chiedi se diventerà n.1 d’Italia e…ma Fognini è già così vecchio?”. Nessuno gli aveva detto che era un sorpasso imminente.

Chiudo questa ennesima notturna per dire di aver chiesto a  Maria Sharapova – tornata sul luogo del delitto perché è a causa del controllo effettuato all’Australian Open 2016 che fu trovata positiva al Meldonium-  se anche lei come Francesca Schiavone che non ha manifestato alcuna intenzione di mollare la presa sulla racchetta a quasi 38 anni, si sentisse di andare avanti altrettanto a lungo. E lei: “Anni fa non avrei pensato che sarei stata ancora tennista dopo i 30 anni, ed eccomi qua”. Ma un pochino il Meldonium la perseguita. Al prossimo turno ha la Sevastova, che la sconfisse agli ultimi US Open.. Eppure Maria “Unstoppable” come il suo libro almeno per un’altra Maria, ma di cognome come la tedesca, ha voluto sottolineare la fedeltà del suo team: “Sono i soli che hanno mostrato di credere sempre in me”.

Confesso che mi ha fatto sorpreso ancora una volta, dopo lo scambio di battute all’ultimo torneo di Roma (quando mi chiese se ero “single” solo perché le avevo suggerito di andarsi a fare una bella girata a Roma con qualcuno che l’accompagnasse), quando scendendo dal palco della conferenza stampa mi si è avvicinata per darmi un bacetto sulla guancia. Sono certo di essere arrossito. Ma le ho subito anche detto: “A Roma l’anno prossimo ti faccio fare un giro”. E lei: “Sulla tua vespa?”. “Sì, come Gregory Peck e Audrey Hepburn”. “Oh I love that movie!”. Dopo uno scambio di battute come questo, vi pare possibile che io possa concludere questo articolo riferendovi quel che mi ha detto il giapponesino Taro Daniel prossimo avversario degli azzurri di Davis? No davvero, ve lo dirò un’altra volta. Lasciatemi assaporare il bacio di Maria. Dulcis in fundo. (Tanto mia moglie non mi legge mai!).

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Editoriali del Direttore

Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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