Roger Federer la favola infinita di un campione che sa piangere (Clerici, Piccardi, Semeraro, Lombardo, Azzolini) – Ubitennis

Rassegna stampa

Roger Federer la favola infinita di un campione che sa piangere (Clerici, Piccardi, Semeraro, Lombardo, Azzolini)

Daniele Flavi

Pubblicato

il

Rassegna a cura di Daniele Flavi

 

Una storica impresa di cui Cilic è complice

 

 

Gianni Clerici, la repubblica del 29.01.2018

 

Penso che tutti, anche i più accaniti tifosi di calcio, sappiano che Roger Federer ha vinto il ventesimo Slam della sua attività di tennista. Mentre raggiungeva tale risultato mi trovavo a Lugano, dove ascoltavo i commenti dei bravissimi Claudio Mezzadri e Stefano Ferrando alla locale tv. Mi sono allora chiesto se qualcuno avesse esposto la bandiera rossocrociata ma, tornando verso il centro-città, la densissima nebbia mi ha forse impedito di vedere se qualche ticinese avesse ecceduto in patriottismo, sebbene Roger l’avrebbe meritato. Fermandomi poi per un caffè, un avventore che mi aveva riconosciuto mi ha chiesto “Ma lei, Clerici, non potrebbe chiedere che la balestra della statua di Guglielmo Tell ad Altdorf venisse sostituita con la racchetta di Roger?”. “E il nome di Guglielmo con Roger” ho ribattuto, con allegria. Chiedo perdono per simile inizio superficiale di una vicenda che rischia di diventare storica, e che ha spinto alle lacrime lo stesso Federer, non impedendogli, al contempo di sorridere. Piangeva tutta la famiglia Federer, eccettuati i bambini, che l’orario notturno doveva aver conciliato al sonno. Avrei dovuto piangere anch’io, per il mio coté svizzero, invece ero solo lieto per l’impresa di Roger, impresa della quale credo sia stato complice involontario il suo pur bravo avversario Marin Cilic. Infatti, arrivati al punto che, dopo quasi tre ore di gioco accanito, di inesausta ricerca della palla vincente, un violento diritto offre a Cilic il quarto set, Roger appare a tutti i milioni di telespettatori troppo provato per concedersi un altro giro del campo. Torna dal bagno, va subito 0-30 nel quinto set e io mi ritrovo a scuotere la testa, a dire ai miei vicini: “Se non ce l’ha fatta a 2 set a 1 e 3-1 al quarto, non ci sono più speranze”. Mi sbaglio in pieno. Sarà l’emozione di vedere Federer così provato, sarà la cecità sua o del suo team, ecco Marin cadere in quattro gravissimi errori, due diritti seguiti da due rovesci, che ridanno speranze al Federer stanco morto. Stanco morto sì, ma indomito, capace di raggiungere il 2-0, poi addirittura il 3-0, di fronte a un avversario di ben sette anni più giovane che, invece di togliergli le ultime forze, non fa che avventarsi, anche su palle più sfuggenti, cercando di chiudere gli scambi di fretta, con un colpo vincente. Un game perduto da Roger alla ricerca d’ossigeno e poi, dal 3 a 1, ecco il tennista vincente 12 punti a 1 per la foto ricordo. Segue la consegna della Coppa, da parte del mio amico Ashley Cooper, anche lui capace, oltre che di deridere sul campo il povero scriba, di 4 vittorie negli Slam. Poi il discorsetto del rappresentante della Ma, lo sponsor che afferma: «Il mondo non possiede più superlativi, per Federer»

 

«Ho smesso di contare gli Slam da un po’… La mia favola continua»

 

Gaia Piccardi, il corriere della sera del 29.01.2018

 

Venti, Roger. «E un momento speciale: la favola continua». Come Charles Lindbergh alla fine della prima traversata in solitario senza scalo dell’Atlantico, Roger Federer pianta la sua pietra miliare al centro del tennis — 20 titoli Major in quindici anni, 6 Australian Open al pari di Emerson e Djokovic — con la disinvoltura di chi l’impresa l’ha realizzata, ed è troppo emotivamente coinvolto per apprezzarne l’enormità. Il croato Marin Cilic, da oggi nuovo numero 3 del mondo, è antagonista dignitoso ma accecato dalla luce del Migliore, che ha il potere di far sentire in soggezione chiunque si presenti al suo cospetto tranne Rafa Nadal, il niño che viaggia con l’antidoto nella tasca dei pantaloni: non a caso ricordiamo la finale di Melbourne 2017 con l’intensità di un’eclissi solare, un meteorite che sfiora la terra, un armageddon, altro che il brodino tiepido di ieri. Cinque set durati tre ore e mezza non traggano in inganno. L’incertezza è durata un game, il primo del quinto set, quando Federer è risalito di mestiere e polso dal burrone del quarto regalato (36% di prime palle, solo 6 vincenti), fiaccato dal caldo (si è giocato col tetto chiuso) e da un po’ di fisiologica fatica, mentre Cilic — che non difetta di muscolo però ha grossi buchi di personalità — forse con uno scrupolo di inconscio e istintivo rispetto non dava il colpo di grazia al maestro ferito. Lì, sul 6-2 6-7 (primo set ceduto dallo svizzero nel torneo) 6-3 3-6, Federer ha offerto una palla break simile a un ascensore per l’inferno: l’ha annullata con il servizio tornato incisivo, poi ha tenuto il game con un rovescio incrociato strettissimo, una di quelle diagonali con cui aveva sbrecciato il muro di Nadal l’anno scorso. Mirka, tesa come al match di debutto del marito (che l’ha omaggiata: «Senza mia moglie non sarei nessuno»), ha respirato e, con lei, tre quarti di orbe terracqueo (mai incontrato in tanti anni qualcuno che abbia l’improntitudine di tifargli contro). Il match, già finito dall’inzio, è imploso su se stesso con nessuna possibilità di tornare in equilibrio, vuoto di sugo e di pathos, perché — diciamocelo — il ventesimo di Federer era una storia già scritta in un tabellone oggettivamente in discesa cui né il perdente Berdych né l’arrembante Chung né il depotenziato Cilic hanno saputo cambiare trama. Una banalità, insomma, a cui non ci abitueremo mai. Poi, annessosi il terzo Major in dodici mesi con un servizio vincente di seconda palla che l’occhio di falco non ha osato contraddire, mentre l’ovazione risvegliava l’antico Rod Laver dalla pennichella post prandiale, Roger si è dato più di quanto non avesse fatto fin lì. Ha ringraziato tutti, ha posato per un milione di selfie, ha pianto lacrime vere, scosso da singhiozzi da attempato bambino di 36 anni e 137 giorni, secondo re più anziano dell’era open dopo Rosewall (Australian Open ’72 a 37 anni): «Faccio fatica a crederci io stesso…» ha ammesso. Prigionieri come siamo della strepitosa retorica della rivalità con Nadal, che al torneo è mancato più dell’ossigeno a costo di assistere all’ennesima replica di un déjà vu, incapaci di dire se l’epilogo sarebbe stato diverso con  Murray, Djokovic e Wawrinka a pieno servizio, di fronte al n. 20 rimaniamo sospesi tra l’umana voglia di ricambio (Zverev, Rublev, Shapovalov hanno deluso) e la sindrome di Stoccolma per il più grande, che probabilmente salterà di nuovo Parigi per puntare a Wimbledon, e a chissà cos’altro. «Se sono sano, cose buone possono ancora capitarmi». Ci tieni in pugno, benedetto/maledetto Federer.

 

Divino Federer ventesimo Slam

 

Stefano Semeraro, la stampa del 29.01.2018

 

Alla fine è stato Marin Cilic, lo sconfitto, a sorridere, quasi a consolare il vincente, Roger Federer, scoppiato a piangere come gli capita spesso, specie in Australia, mentre tutta la Rod Laver Arena – compreso Rod Laver in persona impegnato a immortalare la scena con il cellulare – lo applaudiva spandendo decibel quasi erotici sotto il tetto chiuso del centrale. I due Più Grandi che si osservavano, attraverso la lente della fotocamera e quella delle lacrime. Così questo ventesimo Slam vinto dal Genio al suo ventesimo anno di carriera e allo scoccare del 200 Slam dell’era Open (1968), si è trasformato in un’enorme specchio nel quale la storia del tennis si è ammirata Si e riconosciuta, e compiaciuta «Ho provato anche a trattenermi», ha spiegato Federer, «ma in fondo non credo che ci fosse una persona in tutto lo stadio che non volesse vedermi piangete. E queste lacrime sono per loro, quelli per cui continuo ad allenarmi e a sentirmi teso quando gioco». Per il pubblico di Melbourne, che l’aveva appena visto battere Marin Cilic in cinque set, una partita a tratti bella, anche se non indimenticabile come quella vinta un anno esatto fa contro Rafa Nadal, e per i milioni che stavano davanti al televisore. MOTIVI E NUMERI. Il sesto Australian Open di Federer, che pareggia il record di Roy Emerson e Novak Djokovic, il 96 titolo in carriera, con il traguardo dei 109 di Jimmy Connors che ormai entra nell’inquadratura. La rivincita dell’ultima finale di Wimbledon, che Roger avrebbe potuto chiudere in quattro set, dopo l’avvio shock contro un Cilic impastato, il tie-break perso e il terzo set che il croato gli ha offerto gentilmente, cedendo un servizio sciagurato nel sesto gioco. Ma che il Genio si è complicato da solo nel quarto, ed poi stato poi bravo a ricucire nei primi tre game del quinto, tutti andati ai vantaggi. Tre ore e tre minuti, un’eternità anche per un’immortale come lui. «II quarto set l’ho perso per i nervi», ha confessato. «Prima dei quarti con Berdych ero convinto di perdere, dopo la semifinale con Chung non sono riuscito ad addormentarmi fino alle 3 di notte. Giocare una finale di sera è complicato: a Wimbledon ti alzi e vai in campo, qui devi aspettare fino alle 6, tutta una giornata, e io da trentasei ore ormai non facevo che pensare a quanto sarebbe stato straordinario vincere il ventesimo Slam, e a quanto invece sarebbe stato orribile perderlo. Mi stavo consumando. Insomma, sono contento che sia finita». Federer ha mostrato le solite magie, un rovescio incrociato da delirio, un diritto in controbalzo quasi immorale, ma la partita l’ha vinta soprattutto con il servizio, l’arma che più di tutte gli consente di incassare punti facili e accorciare i tempi. A 36 anni e 173 giorni è il terzo dopo Laver e Rosewall a mettersi in tasca quattro Slam dopo i 30 anni, runico insieme a Rosewall a vincerne tre dopo i 35. Solo tre miti del tennis, tre donne, hanno più major di lui, ora: Margaret Court (24), Serena Williams (23) e Steffi Graf (22). Le prossime tappe? «Ho vinto tre Slam in dodici mesi, non riesco a crederci nemmeno io», ha spiegato. «Ora devo solo continuare a programmarmi bene, senza giocare tutti i tornei, restare affamato di vittorie, e forse capiteranno altre cose belle. Non credo che l’età sia un problema, è solo un numero. Poi mi aiuta molto avere un team magnifico, i miei genitori che sono così orgogliosi di quello che faccio, e mia moglie Mirka che si occupa dei bambini: senza di lei avrei già smesso da tempo». Difficilmente vedremo papà Federer al Roland Garros, e il numero 1, con tanti punti da difendere fino a Miami, resta un traguardo difficile. Ma l’incanto resta, questa è la notizia. Il viaggio continua. E come assicura Roger; «ci aspettano tempi interessanti».

 

Federer, il supereroe delle cose normali ha reso divino il tennis

 

Marco Lombardo, il giornale del 29.01.2018

 

E adesso che ha fatto venti magari c’è chi spiegherà comunque che Roger Federer non ci mancherà il giorno che avrà deciso di mettere fine alla magia. Poi ci diranno anche che il tennis va avanti, che lo sport vale più dei suoi campioni, pur grandi che siano stati. Eppure non troveranno più un aggettivo per definirlo, Roger; un superlativo per ricordare il momento in cui ha alzato la sua ventesima coppa di un torneo assoluto, ovvero l’attimo in cui tutto sarebbe già dovuto essere finito da tempo, almeno secondo pronostico. E invece: «Da Perth, dodici mesi fa, ad oggi, è stato un lungo viaggio. E questa è la fine di una favola». Il titolo è Da 17 a 20 Slam in soli dodici mesi. Ma non è, per fortuna, ancora la fine di una Grande Storia. La sua storia. La nostra storia. Piangevano tutti ieri – anzi, diciamolo, piangevamo – quando a Melbourne Roger non è riuscito a finire il suo discorso da vincitore: i singhiozzi si erano fatti più forti, e il merito di Marin Cilic è stato quello di aver reso la finale del ventesimo trionfo, il sesto agli Australian Open, una delle più difficili di sempre. Almeno emotivamente, perché Federer l’ha vinta tre volte e l’ha persa almeno due. Perché ad un certo punto il peso degli anni – di quegli anni che tutti tempo fa gli facevano notare con perfidia – sembrava riaffacciarsi: da 3-1 al quarto a 3-6, col vento alle spalle di Cilic. E invece Roger si è ribellato, ha sfidato la diffidenza di chi non conosce grandezza, ha vinto in cinque set (6-2, 6-7, 6-3, 3-6, 6-1) regalandosi l’ultimo come una passeggiata. E quando l’«occhio di falco» ha certificato il punto finale sono state lacrime, appunto, le stesse che bagnarono l’inizio di questo meraviglioso romanzo, ancora incompiuto, 15 anni fa a Wimbledon, quando sembrava impossibile che uno svizzero potesse diventare campione dell’erba più bella del tennis. Ma non era uno svizzero qualunque: era un cittadino del mondo. E il Supereroe di tutti. Un Supereroe che fa della normalità la sua pozione magica. Capace perfino un paio d’anni fa, di rompersi un menisco mentre faceva il bagnetto ai gemelli. Una moglie, quattro figli in coppia di due, neanche fosse un’equazione perfetta, due genitori che lo seguono in giro per il mondo quando c’è da vincere o anche quando c’è da consolarlo. Nulla è più umano di questo, ed è lo stesso Roger che lo ricorda: «E Mirka, mia moglie, che rende tutto possibile: senza il suo sostegno, avrei smesso già da molti anni. E invece quando le ho chiesto se fosse felice di questa vita, lei mi ha risposto che era mia prima supporter. E che dovevo andare avanti». Anche adesso, a 37 anni e con la pancia non ancora piena di gloria, «anche se io più di due settimane senza i miei figli non so più stare. Ma è mia moglie che si sobbarca un carico di lavoro enorme con i bambini: il suo no avrebbe fermato tutto. A lei e ai miei genitori, che sono così felici di venire ai tornei per vedermi, devo quello che sono». Roger Federer insomma è l’antitesi di tutto quanto fa spettacolo in questo mondo ormai ridotto ad una chiassosa vetrina: non è un ribelle, non ha tatuaggi, non dice (quasi mai) parolacce. Vive di passione e di talento, vive per lo sport e per la famiglia, facendo un mix di tutte queste cose come fosse una sola. Non è un famoso su un’isola ma un’isola tra i famosi. Roger è insomma un Supereroe che non ha bisogno di un fumetto per esistere: gli basta invece essere semplicemente un uomo. Qualcuno ha detto: non esiste altro dio del tennis al di fuori di lui. Più semplicemente forse non esiste altro essere umano che abbia trasformato il tennis in un questione così divina. E, probabilmente, non esistiterà mai più.

 

Venti Slam da sogno

 

Daniele Azzolini, tuttosport del 29.01.2018

 

Venti Slam. Valgono più di un record. Valgono come il 9″58 di Bolt nel 100 di Berlina come i due voli oltre la fettuccia degli otto metri e novanta nel lungo, prima di Beamon a Città del Messico, poi di Powell a Tokyo ventitre anni dopo. Venti Slam sono come una scalata, la vetta del Kilimangiaro raggiunta da lilion Jomet in cinque ore e 23 minuti. Sono le dodici Champions League del Real Madrid, sono i 46″ e 91 nei 100 stile libero di Cesar Cielo Filho. È uno di quei record che l’uomo ha ritenuto impossibili, irraggiungibili, semplicemente disumani. Un record che non ha quasi senso. Non ci sono gli anni sufficienti, in una carriera, per raggiungere un record come questa Non si diceva così? Anche l’anno scorso, quando Roger ha firmatola diciottesima conquista proprio qui, a Melbourne, e dopa quando è arrivata la diciannovesima a Wimbledon, in luglio l’impresa di metterne insieme venti sembrava ancora lontana, inaccessibile. Ma Federer sta cambiando i termini della Storia, le regole, ha quasi trentasette anni, gioca ancora, a volte sembra giochi meglio di prima. Lui si, poteva riuscirvi. E lui, alla fine, vi è riuscita Al primo colpo, e soffrendo. Una nobilissima sofferenza che il pubblico ha cercato di lenire facendola propria, partecipando. Il sesto Open d’Australia è giunto da un’emozione di gruppo. Anche per questo il ventesimo Slam dell’Era Federer vale, da solo, tutto il tennis. Le lacrime e la vittoria, un connubio che scuote anche gli animi più duri. Il momento più intimo che si sposa ai gesti del trionfa e li ammorbidisce, li rende più comprensibili. Federer piange, ed 61a terza volta qui a Melbourne. Sono lacrime che tutti aspettavano e pazienza se finiscono per provocarne altrettante, in un curioso effetto domino. Se il Più Grande si commuove, figurarsi noi poveri mortali. Si ritrovò abbracciato a Nadal quando perse il torneo dei 2009. Erano lacrime di sconforto, e di rabbia, per una vittoria sfuggita di un niente. Pianse poi sulla spalla di Rod Laver, nel 2010, quando tornò a conquistare il titolo. Fu la vicinanza di quel grande a farlo straripare. Piange anche oggi, Roger, e c’è poco da fare, o da dire… È comunque un suo segno distintivo. Ma sono lacrime di pura gioia, stavolta. L’impresa è grande, la più grande che si possa immaginare. Venti Slam riscrivono di fatto la Storia del nostro sport, perché segnano una distanza forse incolmabile con lo stesso Laver, il vincitore di due Grand Slam e l’unico che possa competere con Federer. Laver chiuse la sua carriera a undici titoli, ma quante volte si è detta e scritta che se avesse potuto giocare gli Slam negli anni che visse da professionista, ne avrebbe vinti molti di più. Quanti di più? Nove di più? Federer si è spinto cosa in alto che anche Laver forse non avrebbe potuto gareggiare con lui. Un match difficile. E una bella finale. Cilic ha avuto momenti da grande campione, il recupero nel quarto set (sul 3-2), quando si è trovato sotto di un break e a un passo dalla sconfitta, lo ha condono a suon di colpi vincenti. Sembrava il Del Potro dei momenti più belli. Ogni dritto, ogni servizio, un punta E Federer lì a remare contro corrente, convinto che il momento propizio fosse passata Nel quinto set, Cilic ha avuto ancora una chance, sul primo game. Anzi, quattro chance, sotto forma di break point Poteva essere lui a staccarsi, a prendere il largo, e chissà come avrebbe reagito Federer, con quali forze… Ma i campioni sono fatti di lega speciale, coniati in qualche Zecca lassù, sull’Olimpo degli sportivi. Il quinto set si è giocato su pochi colpi, in un animo Federer è giunto a servire per il match, e ha chiuso a zero. No anzi… Ha chiuso ed esultato, ma sull’ultimo punto Cilic ha chiesto íl controllo dell’Occhio di Falco Effetto Var sul ventesimo Slam di Roger… Già inginocchio, le braccia in alto, Federer si è rialzato urlando che non era possibile. No infatti. Palla dentro di poco, verdetto confermata Roger ha potuto riprendere i festeggiamenti lì dove li aveva lasciati. Inginocchiandosi da capo. Venti Slam non bastano a ridare a Federer il numero uno. Nadal sarà ancora avanti per centocinquanta punti. Sono quelli accumulati con le vittorie sulla terra rossa. Ma forse non era la leadership l’obiettivo di Federer. Le sue 302 settimane in vetta sono già un record. C’era altro… La trentesima finale Slam da onorare. La sesta vittoria a Melbourne da conquistare. E quel ventesimo titolo, che porta il tennis dove nessuno pensava potesse giungere.

Continua a leggere
Advertisement
Commenti

Rassegna stampa

È un nuovo Nadal, a pieno servizio (Semeraro). Giorgi, c’è la Pliskova. Muoverla per batterla (Bertolucci). Riecco Berdych: “Per la famiglia c’è tempo” (Olivero). La Zarina e l’erede (Crivelli)

La rassegna stampa di sabato 19 gennaio 2019

Stefano Tarantino

Pubblicato

il

Riecco Berdych: “Per la famiglia c’è tempo” (Olivero, La Gazzetta dello Sport)

Non è una sorpresa, ma una piacevole riscoperta. Tomas Berdych è tornato: la schiena non fa più male, il lungo stop è dimenticato. A Doha il ceco aveva mandato un messaggio (finale), a Melbourne ha chiarito il concetto. Riecco Tomas con quel suo tennis pulito e potente che in Australia ha lasciato pochi game a Edmund e Haase e un set, il primo, a Schwartzman, che poi è stato travolto. Adesso l’asticella si alza, sul percorso di Berdych c’è Rafa Nadal, che finora ha passeggiato. «Ma sarà una partita tosta — profetizza Simone Vagnozzi, coach di Cecchinato, battuto in semifinale a Doha dal ceco —. Tomas si era presentato in Qatar in buone condizioni fisiche, in Australia i campi sono più veloci e quindi si trova ancor più a suo agio». C’è anche un po’ di Italia nella rinascita di Berdych, che si è legato a Hydrogen e prima dell’inizio della stagione aveva partecipato a Milano alla presentazione del nuovo team del marchio veneto. Nell’occasione aveva pronunciato parole che oggi sembrano profetiche: «È stato inusuale stare fuori per infortunio così a lungo. Adesso voglio solo divertirmi. Non importa la classifica (dopo gli incontri di ieri è virtualmente n.79, n.d.r.), ma voglio sfidare i più forti e fare buoni risultati». Come tante volte in passato e soprattutto nel 2010: «Quell’edizione di Wimbledon resta nel mio cuore: sconfissi Federer nei quarti e Djokovic in semifinale, poi persi con Nadal in finale. Ho grande rispetto per loro tre: ammiro la determinazione che li ha fatti tornare al top dopo i guai fisici. Il loro segreto non è solo la testa, c’è una combinazione di fattori: esperienza, tecnica, voglia di vincere». Tutte qualità che, in misura minore, non mancano nemmeno a Berdych che tra tanti incontri ne ricorda uno «italiano»: «A Roma nel 2015 vinsi con Fognini sul Pietrangeli una partita fantastica. Fabio ha fatto il definitivo salto di qualità, è pronto per entrare nei top ten. E anche Cecchinato è un tennista che mi piace: è grintoso e preparato». Intanto Berdych a 33 anni si gode l’ottimo stato di forma del momento: «Sono felice e mi concentro sul mio tennis. Quando smetterò mi dedicherò completamente a mia moglie e allargheremo la famiglia. Ma per adesso mi diverto ancora moltissimo a giocare» […]


La Zarina e l’erede (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

La Russia. La Florida. Il padre allenatore. La sfacciataggine della giovinezza sbattuta in faccia alle avversarie, unita a un’inestinguibile sete di vittoria coltivata fin dalla culla. Manco fossero uscite dalla stesso film. A dicembre, la zarina e l’erede si sono addirittura trovate sedute insieme al ricevimento per il matrimonio di Max Eisenbud, il potente agente di entrambe. Adesso, sono tutte e due al tavolo degli ottavi di finale degli Australian Open, ed è incredibile come le storie di Maria Sharapova e Amanda Anisimova siano sovrapponibili, in attesa che lo divengano anche i risultati in carriera. A dividerle, per il momento, ci sono solo i natali (Masha è siberiana e Amanda è nata in New Jersey e ha nazionalità americana) e l’età: 31 a 17. Ma il viaggio della speranza negli States dei genitori, la scelta di Miami e dintorni per assecondare le ambizioni delle figlie, l’iniziale coaching in famiglia e la forza mentale già sviluppata da teenager su un campo da tennis raccontano la medesima storia. A Melbourne, una risorge e l’altra sorge come un nuovo sole. Da quando è rientrata dopo il pasticciaccio del Meldonium, aprile 2017, la Sharapova non aveva mai fatto sua una partita così intensa e di qualità come la battaglia in tre set contro la Wozniacki, campionessa uscente dello Slam down under. Un trionfo condito da 37 vincenti e dal pepe di una rivalità ferocissima, ai limiti dell’insopportabilità: la danese, che da ottobre ha rivelato di giocare con l’artrite reumatoide, ha sempre sposato la linea dura verso i condannati per doping, criticando le wild card assegnate alla russa reintegrata; e poi è la miglior amica di Serena Williams. Certo, Masha come sempre non fa nulla per piacere alle colleghe, ma è la più amata dai tifosi con oltre 27 milioni di followers sui social e sembra ricandidarsi a contendente per il successo in un torneo vinto 11 anni fa e di cui è stata tre volte finalista: «È per match come questi che continuo ad allenarmi, è una ricompensa molto bella» […] Intanto la figlia di Kostantin, ex dirigente di banca inventatosi allenatore come ormai accade spesso, diventa la prima giocatrice nata dopo il 2000 (compirà 18 anni il 31 agosto) a raggiungere gli ottavi di un Major e la più giovane americana ad arrivare così lontano in Australia da Jennifer Capriati (1993) e Serena Williams (1998). Una discreta compagnia. La ragazzina (si fa per dire: è alta 1.80, tira comodini con tutti i fondamentali e conosce perfino l’arte ormai perduta del rovescio lungolinea) si prende il lusso di annichilire una delle possibili favorite, la valchiria bielorussa Sabalenka, 11 del mondo, che non trova mai le armi per opporsi all’intelligente bombardamento della numero 87 (è la top 100 più giovane), capace di fulminarla con 21 vincenti e con il colpo dell’anno, un passante in corsa praticamente in braccio alla prima fila dopo tre salvataggi miracolosi: «Ho sicuramente giocato qualche buon scambio, in questo momento ho un feeling eccezionale con il torneo». In tre partite, Amanda ha lasciato per strada appena 17 game mostrando la qualità principale dei campioni, la freddezza nei momenti caldi, senza lasciarsi impressionare dal blasone delle rivali. In carriera, del resto, ha vinto 7 partite su 11 quando l’avversaria era testa di serie del torneo, e anche se potrebbe giocare tra le juniores ancora nei 2019, ormai appartiene a un livello ben più alto […] Ma la sbarbatella ha le idee chiare: «Semplicemente, voglio vincere il torneo». L’ultima teenager a conquistare uno Slam fu la Sharapova a New York nei 2006. E poi dite che la storia non si ripete.


È un nuovo Nadal, a pieno servizio (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Nel 2009 Nadal ha vinto il suo (per ora) unico Australian Open: semifinale mancina e stracciamuscoli con l’amico Verdasco, finale strappalacrime – quelle di Federer, ricorderete… – contro l’avversario di sempre. All’hashtag #tenyearschallenge, che in questi giorni infuria sui social all’insegna del “come eravamo, come siamo” metteteci pure quella di un Rafa migliorato. Almeno nel servizio. In tre turni vinti a Melbourne per ora il Cannibale gentile si è divorato mezza Australia, e non solo quella minore: Duckworth, Ebden e ieri l’aspirante demone Alex De Minaur; derubricato a povero diavoletto in tre set facili facili. Grazie anche, ma non solo, all’aiutino di un nuovo movimento del servizio. «Il cambiamento lo abbiamo deciso dopo la sconfitta per ritiro agli US Open dello scorso anno contro Del Potro», ha spiegato il suo coach Charly Moya, finalista in Australia nel 1997. «Rafa voleva cambiare qualcosa, era convinto che il servizio fosse il suo lato debole. Il problema agli addominali e l’operazione alla caviglia destra hanno ritardato un po’ i tempi, dopo la riabilitazione ci siamo finalmente messi al lavoro e ora si trova bene con il nuovo movimento». Più fluido, più penetrante. Più adatto al Rafa 32enne di oggi, che non si può più permettere di ramazzare palline in ogni angolo del campo per cinque ore, come gli riusciva dieci anni fa, ma deve provare ad aggredire di più, e più in fretta, scambio e avversari. «Il nuovo servizio si basa tu tre pilastri fondamentali», ha spiegato Francisco Roig, l’ex pro’ spagnolo che lo segue da sempre, affiancato da Moya dopo l’addio di Zio Toni. «Il primo consiste nel liberare prima la mano durante il lancio di palla. Il secondo prevede che Rafa mantenga una posizione più composta, senza torcersi e piegarsi troppo nel caricamento, per usare tutta la sua altezza. Il terzo è focalizzato sul piede destro, che deve entrare in campo quando Rafa ricade sul terreno». Risultato: più spinta orizzontale, grazie ad un lancio di palla più spuntato in avanti, e la pallina che schizza più veloce dopo il rimbalzo. Anche con la seconda palla, più spesso tagliata esterna, in slice. «In questo modo gli avversari non possono limitarsi ad una rimessa in gioco, ma devono affrontare un rimbalzo sempre diverso». Un intervento che da fuori può sembrare minimo, ma che ha richiesto lunghi allenamenti […] Non è la prima volta che Nadal ritocca il suo meccanismo biomeccanico. In passato ha provato a ricalibrare (di poco) il diritto, aggiungendo anche qualche grammo di peso alla racchetta, intervenendo sul bilanciamento e variando il “drilling”, la spaziatura fra le corde, per ottenere più potenza. Ai tempi del suo primo successo a New York aveva poi già “irrobustito il servizio”, e da qualche tempo cerca di chiudere prima gli scambi, come del resto anche Federer: campione è chi campione sa rimanere, accettando di adeguarsi al tempo che passa. Nadal non sarà mai un Karlovic o un Isner sia contro Duckworth sia contro De Minaur ha picchiato sei ace; ma ieri ha servito il 75% di prime palle, vincendoci l’84% di punti. Un buon rendimento alla battuta gli servirà di sicuro negli ottavi contro un altro veterano “rigenerato”, Tomas Berdych […]


Giorgi, c’è la Pliskova. Muoverla per batterla (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Puoi non conoscerne il nome ma il tennis lineare, semplice e stilisticamente corretto che esprime ti rimanda per forza di cose alla mitica scuola ceca. Karolina Pliskova, odierna avversaria nell’ultimo match di giornata della nostra Camila Giorgi, è dotata infatti di fisico longilineo e lunghe leve, che la ragazza è in grado di gestire con equilibrio. Per certi versi ricorda un’indossatrice più che una tennista e non rinuncia, anche sotto sforzo, all’elegante postura, ai passi leggeri e alla grazia negli appoggi. L’ampiezza dello swing, favorito dalle lunghe leve le consente di trovare migliori angoli nella battuta, un maggior allungo laterale e potenzialità di spinta sulla palla. Nonostante le gambe da fenicottero e i piedi poco reattivi, riesce a essere precisa e ordinata negli appoggi grazie al perfetto timing e alla ineccepibile tecnica esecutiva. La classifica e gli scontri diretti vedono la Giorgi sfavorita, ma non battuta in partenza. Il tennis ad alto rischio, ma rapido e veloce dell’italiana può contenerla, facendola muovere lateralmente e con poco tempo a disposizione per impattare la palla […]

Continua a leggere

Rassegna stampa

L’urlo di Giorgi e Fognini: l’Italia sogna (Gibertini). Il servizio lento che protegge la salute di re Rafa (Clerici). Muguruza fa le 3 di mattina: “E adesso vado a colazione” (Cocchi). Australia, dal fair play agli stracci che volano (Semeraro)

La rassegna stampa di venerdì 18 gennaio 2019

Alessia Gentile

Pubblicato

il

L’urlo di Giorgi e Fognini: l’Italia sogna (Vanni Gibertini, La Nazione)

Poker. Dopo l’habitué Seppi e la rivelazione “ammazzagiganti” del brevilineo Fabbiano, anche Fabio Fognini e Camila Giorgi sono approdati al terzo turno dell’Australian Open. Entrambi hanno vinto senza perdere un set, contro la diciassettenne polacca che aveva vinto Wimbledon junior (e anche il torneo giovanile olimpico) Swiatek e con l’argentino Mayer contro il quale finora il bilancio era di 3-2 per Fabio, ma i cinque match si erano giocati tutti sulla terra. I “nostri” (soprattutto Camila che ha dominato in 59 minuti perdendo due game), non hanno mai dato la sensazione di essere a rischio. Un anno fa Fognini e Seppi giunsero insieme agli ottavi, prima volta in questo torneo. Persero entrambi, ma se stavolta ci approdassero in tre, sarebbe la prima volta in assoluto nella storia degli Slam dell’era Open (cioè dal ’68 in poi). Le cose sembrano essersi rovesciate. Prima l’onor patrio era salvato dalle donne, dalle quattro moschettiere Schiavone, Pennetta, Vinci ed Errani (quest’ultima, scontata la squalifica del “tortellino” tornerà in gara nel mese prossimo), ora ci difendono meglio gli uomini, anche se Fognini viaggia verso i 32 anni, Seppi verso i 35 e Fabbiano a maggio avrà 30 anni. Sono Cecchinato, 25 anni, e Berrettini, 22 ad aprile, ad avere ancora diversi anni davanti a loro e probabili progressi. Per qualche misteriosa ragione i tennisti italiani sono sempre maturati piuttosto tardi. Le stesse Schiavone, Pennetta e Vinci hanno colto i migliori exploit dopo i 30 anni. In campo femminile, meno male che abbiamo Camila Giorgi, capace di battere 9 top-ten in carriera ma ancora incapace di mostrarsi continua, tant’è che oggi vanta la sua miglior classifica,, n. 27 Wta, ma per salire ancora dovrebbe qui passare un altro turno e battere un’altra top-ten, l’ex n. 1 del mondo e testa di serie n. 7 Karolina Pliskova, che proprio sul cemento esprime il suo miglior tennis. Infatti la sola vittoria di Camila in cinque duelli precedenti è stata ottenuta sulla terra battuta, a Praga. Anche la Pliskova, che ha mezzi tecnici notevoli, è piuttosto discontinua. Quindi si può sperare. Ieri ha vinto agevolmente Djokovic su Tsonga, faticosamente al quinto set Zverev su Chardy e Nishikori su Karlovic, nonché Raonic in 4 set tutti al tiebreak su Wawrinka. Si è fatto male e ritirato Thiem n.7.


Il servizio lento che protegge la salute di re Rafa (Gianni Clerici, La Repubblica)

 

Nadal non vince in Australia dal 2009. Al suo esordio di quest’anno, seguito a vari accidenti muscolari che lo hanno costretto a rifarsi un ginocchio, a ripulirsi una caviglia, e a occuparsi clinicamente degli addominali per quattro mesi, gli spettatori che conoscono di più il tennis, hanno notato in lui qualcosa di nuovo. Rafa stava infatti servendo in modo simile al passato, ma con un atteggiamento lievemente dissimile. Era al suo esordio nel torneo contro un invitato australiano, James Duckworth, e quindi si poteva permettere una partita simile a un allenamento. Gli statistici avevano rilevato nella sua battuta 122 aces in 49 match del 2018, quindi il 66% di prime. Con la sua battuta di lunedì avrebbe migliorato sino al 67, inclusi 6 aces. Ma, al di là delle statistiche, si è notata nel maiorchino una partenza più lenta del braccio, prima della seconda fase, quella che giunge dopo l’incontro palla racchetta. Nadal ha detto in conferenza stampa che la dolcezza iniziale evita una eventuale ferita al braccio, e insieme al dorso. «La tecnica di un tennista si evolve tutta la carriera soprattutto per proteggersi» ha osservato. Dello stesso parere non potevano non essere i suoi due allenatori, Carlos Moya e Francisco Roig, subentrati a quel fenomeno dello zio Toni, che trasse fuori un tennista mancino da un bambino che teneva la penna con la destra. […]


Fognini e Giorgi, grinta e sicurezza al terzo turno (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Convince Fabio Fognini che vince il match del secondo turno contro Leo Mayer, un avversario che conosceva molto bene e che avrebbe potuto creargli qualche grattacapo in più: «Ho giocato molto bene — ha commentato dopo la partita — ho servito anche bene. Peccato per quella piccola distrazione nel terzo set, quando ero avanti di un break e ho rischiato di complicare il match. Quel set avrei potuto anche perderlo, invece al tie break ho chiuso la partita senza troppi rischi». Segnali positivi dunque in vista del prossimo appuntamento al terzo turno contro Carreno Busta: «Non guardo il tabellone — spiega — preferisco andare avanti giorno per giorno». Vola al terzo turno in meno di un’ora Camila Giorgi che ha piegato il due set la 17enne polacca Iga Swiatek, numero 177 del ranking mondiale e campionessa di Wimbledon Junior, promossa dalle qualificazioni e alla sua prima esperienza in questo Slam. La ragazza dal servizio potente ieri ha messo a segno 6 ace contro la numero uno azzurra, ma non sono bastati per impensierire Camila, che mette in campo un’altra prestazione convincente dopo quella di apertura contro la slovena Jakupovic. «È solo inizio stagione, ma probabilmente sto giocando il mio miglior tennis — ha commentato Camila dopo la vittoria — sono molto solida soprattutto sul servizio. È il risultato del lavoro fatto in allenamento e in preparazione, ci ho lavorato molto e continuo a farlo». Per la 27enne questa è la 7a partecipazione agli Australian Open, dove aveva raggiunto il terzo turno anche nel 2015, quando fu poi eliminata in tre set da Venus Williams. Questa volta, nella corsa alla seconda settimana del torneo, si trova contro un’avversaria ben più pericolosa delle due affrontate finora: contro la ex numero 1 Karolina Pliskova ci vorrà la Camila precisa e convincente vista in questi primi due turni a Melbourne.


Muguruza fa le 3 di mattina: “E adesso vado a colazione” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Straordinari notturni, o meglio mattutini, a Melbourne dove Garbine Muguruza e Johanna Konta hanno terminato alle 3.12 del mattino il loro match iniziato a mezzanotte e mezza. Ha prevalso la spagnola di origine venezuelana che ha piegato la britannica in tre set di fronte a qualche centinaio di spettatori nottambuli sulla Margaret Court Arena, uno stadio che ne contiene circa settemila. «Davvero, non posso credere che ci fosse gente disposta a seguirci fino a notte fonda» ha detto la vincitrice di Wimbledon 2017. Il protrarsi dei match della sessione diurna oltre l’orario previsto ha fatto sì che le due rivali scendessero in campo superata la mezzanotte. Lo stop per la pioggia ha fatto il resto. Il match che fino a ieri era iniziato più tardi nella storia del torneo era stato quello tra Mertens e Gavrilova un anno fa, quando si era partiti alle 23.59. Ma c’è un precedente di match terminato all’alba: le 4.34 dell’incontro tra Hewitt e Baghdatis nel 2008. La Muguruza, intervistata su cosa a avrebbe fatto dopo il match ha risposto col sorriso: «Beh, credo che andrò a fare colazione…». Si frega le mani Timea Bacsinszky, la svizzera che dovrà incontrare una Muguruza sicuramente meno fresca del previsto: «Cercherò di recuperare nel miglior modo possibile perché a parte l’orario — ha spiegato Garbine — è stato un match piuttosto stancante». […]


Australia, dal fair play agli stracci che volano (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

L’Australia del tennis è stata per decenni la patria del fair play, educata dal sergente di ferro Harry Hopman che ha tirato su tre generazioni di fenomeni gentili, oltre che vincenti, da Emerson a Laver, da Hoad a Newcombe. Altri tempi, decisamente passati, perchè oggi, la terra magica del tennis, è un reality greve e maleducato. Non in campo, dove la etnicamente molto composita nouvelle vague locale dei tre Alex – De Minaur (cresciuto ad Alicante da genitori latini), Popyrin (nato a Sydney ma di origini russe) e l’ossigenatissimo Bolt – si sta facendo valere. Ma fuori, dove infuria una polemica cattiva, velenosa, che ha al centro Lleyton Hewitt e Bernard Tomic. Bernie, il bad boy del tennis mondiale, tre giorni fa aveva sputato veleno contro l’ex numero 1 e capitano di Coppa Davis, accusandolo di pensare solo a se stesso e di gestire in maniera poco trasparente – tradotto: intascandosi dei soldi – le convocazioni e le wild card nei tornei australiani. «Si è ritirato, ma continua a giocare (in effetti anche agli Open ha appena perso in doppio; ndr), una volta odiava la federazione e ora ne paria solo bene, in più non fa giocare Kyrgios e Kokkinakis (e neppure lui, ovviamente; ndr). Come mai tutto questo? Ah, certo, lo stipendio, e i suoi interessi personali… Onestamente è tempo che se ne vada, perché nessuno più lo sopporta». Kyrgios, che è già uscito dal tabellone, si è tenuto lontano dalla polemica, Kolkkinakis ha reagito stizzito a chi gli chiedeva un commento, ma da un anno ormai non parla con il capitano. Hewitt, l’ex antipaticissimo trasformatosi con l’età in venerato maestro, ha risposto ad alzo zero. «Sono le cose che ti aspetti da Bernie: perde al primo turno di uno Slam e ne tira fuori una nuova. Mi dà fastidio, perché in campo i nostri ragazzi stanno vincendo e lui gli ruba spazio nelle notizie. La verità è che stiamo cercando di mantenere uno standard culturale per chi è chiamato a rappresentare l’Australia in Coppa Davis. E Bernie non ci si è neanche avvicinato». De Minaur ha un 109 tatuato sul petto, perché è stato il 109° australiano a giocare in Coppa, Kyrgios con la Davis ha un rapporto conflittuale ma sta lavorando con gli psicologi. Tomic, più famoso per i match buttati apposta e le frasi insopportabilmente arroganti («Che mi importa se perdo, con il tennis farò molti più soldi di voi e a trent’anni mi godrò la vita»), è un capitolo a parte. «Per un anno e mezzo ha minacciato me e la mia famiglia, cercando di ricattarmi, ora per fortuna non ha più il numero del mio cellulare – racconta Hewitt – La cosa che mi dispiace di più è che ho speso tanto tempo con lui, ho cercato di dargli ogni opportunità. Ma ora basta, non gli parlo più. Non so perché si comporta così, forse c’è qualcuno che lo sobilla…». Ovvero Ivica Tomic, detto John, iracondo padre-padrone-coach nato in Croazia, famoso per gli insulti rivolti ad arbitri, giornalisti e per il pugno con cui ha spaccato la faccia ad un ex sparring partner del figlio. Povera Australia.


La leggerezza di Giomila (Daniele Azzolini, Tuttosport)

«Il miglior tennis della mia vita…». In quanti possono dire una frase del genere? Sono espressioni che lo sport tende a tenere secretate, per motivi sin troppo comprensibili E molteplici. Su tutti trionfa la scaramanzia, che molti dei tennisti praticano nei modi più variopinti, accomunati però da da gesti che si vorrebbero segreti in realtà talmente ripetitivi da diventare parte del corredo tennistico di ognuno. Ivan Lendl non cambiava mai i polsini tergisudore, Borg lasciava che la barba crescesse incolta durante i tornei del Grand Slam, Panatta si affidava ad alcuni chiodi di ferro trovati chissà dove. […] A dire di non aver mai giocato così bene è la nostra Camila Giorgi, che per sua fortuna se ne infischia dei dettami della Legge di Murphy, forse perché è fra le poche iscritte al movimento di idee organizzato dalle sorelle Williams, quello secondo cui a tennis si è forti se si evita di farne l’unico scopo della propria vita. Camila, lo sapete, ha una sua griffe di abbigliamento sportivo con la mamma, e da quest’anno per la prima volta non si limita a indossare gli abitini che le vengono cuciti addossa ma funge da testimonial della sua fresca attività, sotto il marchio di Giomila. Cosi, appare più spensierata di altre quando parla di sé, delle sue intenzioni, dei suoi sogni, certo assai più di quando parla di tennis o descrive le sue avversarie. La prossima, battuta ieri la polacca diciassettenne Swiatek, è l’ex numero uno Karolina Pliskova, che nella descrizione rilasciata da Camila è «una tennista», «sì, brava», «una che tira colpi». E tanto basta. Ma lei si sente al meglio, «perché ho lavorato tanto sul servizio, e comincio a ricavare punti anche da quello», ed è pronta a fare il suo gioco, per provare a entrare fra le prime 25 del mondo. […]

Continua a leggere

Rassegna stampa

Quando Davide batte Golia (Scanagatta). Fabbiano, sei tu il gigante! (Semeraro). Piccolo grande Fabbiano fa crollare la montagna (Crivelli). Fabbiano, lezione al futuro (Azzolini). II maratoneta Seppi (Sisti)

La rassegna stampa di giovedì 17 gennaio 2019

Pubblicato

il

Quando Davide batte Golia. È la “favola” di Fabbiano (Ubaldo Scanagatta, Giorno – Carlino – Nazione Sport)

Sissignori, il vero gigante è lui, l’ex ragazzino di San Giorgio Ionico oggi quasi trentenne. Quando, una dozzina di anni fa, centrò la semifinale junior all’US Open in molti pensarono che non avrebbe mai sfondato da professionista. Era troppo piccolo. Il suo metro e 73 sembrava un handicap insuperabile. Il tennis non era più quello dei piccoletti di talento, i Laver, i Rosewall. I top-ten erano tutti 1 metro e 85 o più. Il suo stesso talento naturale veniva messo in discussione. Pareva inferiore a quello dell’altro junior che in quell’US Open junior aveva raggiunto lo stesso traguardo, Matteo Trevisan. Per l’avvenire del ragazzino pugliese, pur determinatissimo fin dai primi passi con racchetta, non si era invece sbilanciato nessuno. Ma nel tennis testa, intelligenza, solidità mentale, grinta, possono valere più di un colpo formidabile, di un fisico da marcantonio. Sconfiggere un bestione (più che una giraffa) di due metri e 11 cm come lo yankee della Florida Reilly Opelka, 21 anni e giustiziere al primo round dell’altro gigante John Isner (solo 3 cm più basso), è stata una vera impresa per Thomas Fabbiano. Era entrato all’ultimo tuffo in tabellone. Questa settimana è n.102. Ora eccolo al terzo turno di uno Slam per la terza volta. 38 centimetri in più d’altezza e ben 67 ace (non è un refuso: 67 è il quinto bottino di sempre di ace dopo i 113 di Isner contro i 103 di Mahut nel celebre match più lungo della storia del tennis (70-68 al quinto, Wimbledon 2010) e poi i 78 e i 75 messi a segno da Ivo Karlovic, l’altro pivot con racchetta di 2m e 11 cm. Intanto Fabbiano ha scongiurato la maledizione del quinto set che aveva colpito Cecchinato (Krajinovic), Vanni (Carreno Busta) e ieri anche Travaglia con Basilashvili (3-6 6-3 3-6 6-4 6-3 in 2h e 54 m). Primo e terzo set ci avevano illuso. Ma il georgiano è n.20 ATP. L’exploit di Fabbiano che a Wimbledon 2018 aveva colto la più bella vittoria di sempre sullo svizzero Wawrinka campione di tre Slam, è stato coronato dal long-tiebreak decisivo del quinto set e nonostante un primo set perso pur avendo avuto 5 set point (ma sul servizio imprendibile di Opelka): 6-7 (15-17) 6-2 6-4 3-6 7-6 (10-5) il punteggio. Insomma 47 punti giocati in due tiebreak. Se il torneo non avesse introdotto il tiebreak al quinto set, eravamo ancora lì.


Fabbiano, sei tu il gigante! (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

La Grande Gioia sta a quota -38, per arrivarci serve un’immersione di 3 ore e 32 minuti. Pochissimo movimento («Avrò fatto in tutto un chilometro»), ma concentrazione assoluta per evitare le bombe di profondità sganciate dai 2 metri e 11 di yankee di Reilly Opelka, 21enne made in Michigan. Alla fine a spuntarla è stato il palombaro Thomas Pabbiano, da Grottaglie, provincia di Taranto, emerso vincitore dopo cinque set di apnea dal suo metro e 73 di fosforo e tenacia. Davide contro Golia è un classico, l’astuzia di Ulisse nel mito la spunta sempre contro la forza (cieca) di Polifemo, ma ultimamente nel tennis la vita per gli under 180, intesi come centimetri, si è fatta dura. Tocca inventarsi qualcosa per evitare di essere inchiodati da sassate che arrivano a 220 chilometri all’ora e rimbalzano in tribuna. «Non avevo mai affrontato un servizio del genere», dice Tommy, da ieri virtualmente numero 84 del mondo. «Ho dovuto stare concentratissimo, subire all’inizio senza farmi prendere dalla frustrazione, senza lamentarmi le ho provate tutte: alla fine ho deciso di mettermi sul corridoio, costringendolo così a tirare dove volevo io». Di ace il ciclopico ma agilissimo (per la sua altezza) Reilly ne ha piazzati 67 in 23 game di servizio, 3 anche con la seconda, con un differenziale di +65, rispetto ai miseri 2 di Fabbiano, che entra di diritto nel libro delle statistiche. Ha battuto il record precedente di differenziale che apparteneva a Karlovic (78 a 18 contro Stepanek in Coppa Davis) ma non è riuscito ad affondare l’u-boot azzurro. Il primo set set è finito all’americano, 17-15 al tie-break, Thomas però è stato bravo ad approfittare del calo di tensione strappandogli il secondo e il terzo; nel quarto ha subìto, nel quinto si è giocato come il più consumato dei rigoristi il super-tiebreak a 10: parando le mazzate dell’avversario, angolando le traiettorie e lasciando all’esausto Reilly appena due punti. Il belga Olivier Rochus, 1 metro e 63, fra il 2005 e il 2008 giocò tre volte contro Ivo Karlovic, 2 metri e 11, in quello che è stato probabilmente il match più squilibrato (in centimetri) della storia, spuntandola in due occasioni. E sempre contro Doctor Ivo, nel 2014, il grande – in autoironia più che in altezza Dudi Sela (1,75) salì su una sedia per stringergli la mano e abbracciarlo a fine partita. Ma in passato erano i pivot di oltre due metri prestati al tennis ad essere l’eccezione; oggi sono le stature medie a rappresentare l’eccezione […] Opelka al primo turno era riuscito a sgambettane l’altro gigante americano, John Isner (211 cm), scendere così tanto di quota deve avergli fatto venire i capogiri; Fabbiano alla vigilia invece aveva scherzato su un possibile allenamento con Karlovic, reduce dalla troposferica finale di Pune contro Anderson (4 metri e 15 in due). In realtà ha dovuto accontentarsi dei 185 centimetri di Simone Bolelli, «….e no, non l’ho costretto a salire sulla sedia». Al terzo turno – il terzo in carriera negli Slam dopo US Open 2017 e Wimbledon 2018 – gli tocca Grigor Dimitnov, ex Top Ten, oggi numero 21 e Maestro a Londra due anni fa, che di centimetri ne ha comunque una ventina in più. «Non voglio ripetere gli errori che ho commesso, dopo aver battuto Wawrinka a Londra, nel gestire la partita successive», dice Tommy. I bookmaker danno a 7,50 un’altra sua impresa. Il bel Grisha farà comunque meglio a non sottovalutare il Piccolo Maestro pugliese, e la sua saggezza antica.


Davide batte Golia. Piccolo grande Fabbiano fa crollare la montagna (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Se non puoi batterlo con la forza bruta, sorprendilo con l’intelligenza. Piovono meteoriti sull’impassibile Fabbiano, 67 ace infuocati (5° di sempre) che Opelka, il gigante del Michigan, scarica sul match dall’alto dei suoi due metri e undici, cui vanno aggiunti l’estensione del braccio e quella della racchetta. La montagna contro il topolino, l’inossidabile Thomas (un vezzo per modernizzare il nome del nonno), figlio dell’ex sindaco e medico condotto di San Giorgio Jonico, che a malapena arriva a 1.73 (dunque, 38 centimetri di differenza con l’avversario) e potrebbe uscire stravolto dal bombardamento. Macché. In una partita lunare, come era prevedibile, dove si gioca ogni scambio su uno o due colpi al massimo, l’eterna promessa ormai diventato uomo prossimo ai trent’anni ci mette la testa e finisce per inceppare il bazooka dell’americano. Innanzitutto, non crolla mentalmente dopo aver perso il tie break del primo set a 15 sprecando un vantaggio iniziale di 4-0, un’occasione sciupata sanguinosa contro un rivale che alla battuta sostanzialmente non ti fa vedere la palla. E poi, come una tignosa formichina, si industria finalmente a leggere le traiettorie dei missili yankee, mentre quando serve tiene dentro l’80% di solide prime, impedendo al ragazzone di forzare la risposta non avendo nulla da perdere. Eppure non basterebbe, senza il capolavoro del quinto set, nel cuore e nella carne di un super tie break da affrontare dopo più di tre ore di martellate e che il piccolo grande Tomasino racconta così: «Non ci ho capito nulla dall’inizio alla fine e nemmeno dopo, ripensandoci. Ma nel tie-break decisivo da sinistra sono riuscito a rispondergli alla prima e a fargli due punti, mi sono messo esterno a aspettare la palla, verso il corridoio, mi sono detto “se vuoi farmi ace lo fai al centro” e magari gli ho tolto qualche punto di riferimento». Chapeau. Il colpo che apre le porte al trionfo è il passante di rovescio che gli garantisce il primo mini break per il 4-2: da lì, Fabbiano non si volterà più indietro, conquistando il terzo turno di uno Slam per la terza volta (Us Open 2017 e Wimbledon 2018 i precedenti). Non era mai accaduto che un giocatore vincesse una partita con un così ampio disavanzo negli ace (67 a 3, praticamente 14 game a zero), un’esperienza mistica che il numero 102 del mondo (ma adesso è già almeno 84 e con 98.000 euro in più sul conto corrente) non vorrebbe comunque più ripetere: «C’è voluta tanta concentrazione a rimanere lì, ho ingoiato tutto senza farmi prendere dalla frustrazione, senza lamentarmi, e non è stato facile. Se il tennis fosse sempre così non lo seguirei, ma nemmeno lo giocherei, a un certo punto non è più sport. No, non ho potuto allenarmi con Karlovic, ho scambiato un’ora con Bolelli e non l’ho fatto salire su una sedia…» […]


Anisimova & co. Le ragazze terribili del nuovo millennio (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

La next gen si declina anche al femminile. A Melbourne cinque tenniste tra i 16 e i 18 anni si sono qualificate al secondo turno e una, la 17 enne Anisimova, è già approdata al terzo. È lei l’osservata speciale di questo gruppo di ragazzine terribili. Passaporto americano, nata a Freehold, New Jersey, da genitori moscoviti, ha iniziato a giocare quando aveva appena 2 anni per seguire le orme della sorella più grande, Maria. Papà Konstantin Anisimov e la moglie Olga si sono trasferiti negli Stati Uniti nel 1998 per cercare condizioni di vita migliori. Invitata da dei parenti di Olga, la famiglia si è subito trovata bene scegliendo di trasferirsi negli States dove è nata la figlia più piccola, Amanda. In precedenza la famiglia aveva pensato di trasferirsi in Spagna, altra patria «tennistica», ma Konstantin non si è sentito a proprio agio: «In Europa ti trattano sempre come uno straniero, negli Usa c’è gente di tutto il mondo, l’accoglienza è migliore, è un posto dove tutti possono avere un’opportunità». E così è stato, soprattutto per la piccola della famiglia, che a 7 anni ha iniziato a fare sul serio e adesso, a 17 e mezzo, è già numero 87 del mondo. A Melbourne Amanda è arrivata al terzo turno battendo Monica Niculescu all’esordio e poi Lesia Tsurenko, ucraina numero 24 del ranking. «Voglio diventare numero 1 al mondo – ha sempre detto Amanda dal suo metro e ottanta di altezza – e non è affatto un sacrificio girare per il mondo, perché mi piace molto quello che faccio» […]


Prima volta al terzo turno. Fabbiano, lezione al futuro (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Trentotto centimetri più sotto ci sta Thomas Fabbiano. Nella foto finale il nostro è quello di lato, seminascosto da Reilly Opelka, un due metri e undici che pare un armadio a tre ante. Da lì, avere un punto di vista sul tennis ti obbliga necessariamente a guardare verso l’alto, e per quanto scomoda, la situazione offre utili spunti di riflessione. Il primo è sul tennis del futuro, popolato da uomini grandi come case, un tennis alieno, scosso da sassate che vengono dall’alto, dalle quali prima di tutto è necessario mettersi al riparo. Il secondo è la necessità di trasformarsi da tennisti che corrono in tennisti che scalano. Trentotto centimetri, secondo la “Scala Isner” che misura la cosiddetta magnitudo, cioè il valore dell’energia che si sprigiona in ogni colpo a partire dall’ipocentro (da cui parte la palla) e ne valuta l’intensità, si traducono in una differenza di 65 ace, 67 a 2 per la precisione. Il terzo riguarda l’obbligo di modificare la propria strategia. Allo scoccare della terza ora di gioco, Thomas era convinto in cuor suo di aver percorso poco più di 200 metri. Tanti scatti brevi, spesso inutili, mentre il tennista-scalatore sa che la regola fondamentale, il colpo di piccozza utile a issarsi quel tanto più su, viene dal rimettere in gioco la palla, purché sia. Sarà l’alieno a quel punto a chiedersi che cosa fare con quella sfera che torna indietro e comincerà ad assumere strane configurazioni per ribatterla a sua volta, le gambe troppo lunghe s’incroceranno, il busto troppo rigido lo sbilancerà, i muscoli troppo sviluppati la scaglieranno chissà dove. Un utile consiglio per gli spettatori della prima fila? Munirsi di scudi, odi elmetti. Infine, l’ultima considerazione… Nella foto finale, è il nostro Thomas a esultare, per quanto semi nascosto, e non l’armadio. Significa che c’è vita intorno al tennis del futuro, e c’è speranza. Non sarà una palestra per alieni spropositati, e non si vedranno solo servizi a velocità spaziali, controllabili esclusivamente dai radar dei centri ufologici nazionali. Significa che si potrà ancora fare a meno di quei 38 centimetri mettendo in campo altre cose. Come ha fatto Fabbiano, passato sotto la tutela del Centro Piatti a Bordighera. Ha causato danni irreparabili nel tennis di Reilly Opelka una rispostina in chop, che il nostro ha eseguito opponendo giusto la racchetta a quei missili forsennati. Su quella Thomas ha costruito il proprio gioco, cercando subito di far correre Opelka, incapace di reggere oltre il quarto scambio […] «Sarebbe stato tutto perfetto semi fossi anche divertito. Ma con quel tennis, non ci riesco. Anzi, se il tennis fosse questo, forse non lo seguirei, e nemmeno lo giocherei. Non mi piace e non mi appassiona». Ora c’è Dimitrov. «Non voglio fare gli stessi errori di Wimbledon, quando ho trascorso il giorno di riposo allenandomi come un pazzo. Farò il giusto, giocherò tranquillo» […]


Il maratoneta Seppi: riposo e amore per giocare 55 Slam (Enrico Sisti, Repubblica)

«Per andare avanti non ho altra scelta che…». Poco meno di tre anni fa sembrava proprio che Andreas Seppi si fosse piegato al destino, ovviamente cinico e ovviamente baro, e avesse accettato di entrare in sala operatoria, che è uno di quei “grandi traguardi” che ad un certo punto appaiono all’orizzonte fra gli eccessi fisicamente distruttivi ed economicamente remunerativi dello sport moderno. In realtà Seppi, 35 anni il prossimo 21 febbraio, appena approdato al terzo turno dell’Australian Open dopo aver battuto Thompson, stava affermando l’esatto contrario. La sua era una decisione in controtendenza, quasi rivoluzionaria, era una specie di rivolta: «Non mi opero, non se ne parla». Il contrario di Murray per non finire come Murray. Anche Seppi soffriva e soffre di un problema all’anca. L’anca è una maledizione, quando dice basta e lo dice a modo suo devi solo ascoltarla. Non sempre esiste un rimedio. Per allungarsi la carriera Seppi ha capito che il toro non andava preso per le coma, che era possibile aggirare la seduzione del bisturi. Si è consultato, si è angosciato. «E alla fine abbiamo optato per la terapia conservativa e rigenerativa». Nessuna certezza, solo buon senso. Che ha ripagato. E così Andreas, che con l’Australian Open del 2019 ha staccato il suo 55° ticket consecutivo ad uno Slam, circa due volte all’anno si ferma per un mese, a volte qualcosa di più: la chiamano infiltrazione ma è qualcosa di diverso e qualcosa di più. Sono i celebri fattori di crescita, ti prelevano il sangue, te lo centrifugano in modo che piastrine e plasma si dividano e ti iniettano nella zona sofferente una siringa giallastra del tuo stesso siero. Il tutto una o due volte a distanza di una decina di giorni. In quel periodo è consigliabile, se non proprio obbligatorio, stare fermi. Per sopravvivere bisogna insomma un po’ morire, per allungare bisogna un po’ rallentare. Più dell’intervento chirurgico a Seppi è servito l’intervento psicologico. Più della ricostruzione in artroscopia è servito il ragionamento sull’età che avanza. Come tutti gli adulti saggi Seppi apprezza ora il valore dello sforzo quanto quello del riposo. Sa che per giocare più a lungo non può più giocare sempre. Seppi è una scultura vivente. Non sembra quasi mai soffrire le emozioni. E ciò farebbe supporre che non ne prova […] Quando nel gennaio del 2015 divenne il quinto italiano a battere Federer (dopo Pozzi, Sanguinetti, Gaudenzi e Volandri), ma il primo in assoluto in una partita dello Slam, accadde proprio a Melbourne, pareva che si fosse appena liberato da un ingombro. Contento sì, ma non abbastanza per cominciare a zompettare su e giù per il campo. Ha sorriso, ha allargato le braccia. Stop. Seppi è così. Per questo dura nel tempo. Perché ha qualcosa del riserbo orientale di Nishikori, sa carpire i segreti dai suoi maestri e soprattutto dal suo coach Max Sartori (ma anche da Piatti) e vince anche quando perde. L’amore per sua moglie gli ha insegnato ad aprirsi un po’, ma è cosa relativamente recente (si è sposato nel 2016 con Michela Bernardi). Andreas è una statua di talento capace di rimandare dall’altra parte della rete palline anche dopo scambi di venti colpi a testa. E oltre a Federer ha sconfitto anche Nadal. Unico azzurro della storia ad aver vinto tornei su tutte e tre le superfici, terra, erba cemento, eppure di lui si continua a parlare poco, troppo poco […]

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement