Roger Federer la favola infinita di un campione che sa piangere (Clerici, Piccardi, Semeraro, Lombardo, Azzolini)

Rassegna stampa

Roger Federer la favola infinita di un campione che sa piangere (Clerici, Piccardi, Semeraro, Lombardo, Azzolini)

Pubblicato

il

Rassegna a cura di Daniele Flavi

 

Una storica impresa di cui Cilic è complice

 

 

Gianni Clerici, la repubblica del 29.01.2018

 

Penso che tutti, anche i più accaniti tifosi di calcio, sappiano che Roger Federer ha vinto il ventesimo Slam della sua attività di tennista. Mentre raggiungeva tale risultato mi trovavo a Lugano, dove ascoltavo i commenti dei bravissimi Claudio Mezzadri e Stefano Ferrando alla locale tv. Mi sono allora chiesto se qualcuno avesse esposto la bandiera rossocrociata ma, tornando verso il centro-città, la densissima nebbia mi ha forse impedito di vedere se qualche ticinese avesse ecceduto in patriottismo, sebbene Roger l’avrebbe meritato. Fermandomi poi per un caffè, un avventore che mi aveva riconosciuto mi ha chiesto “Ma lei, Clerici, non potrebbe chiedere che la balestra della statua di Guglielmo Tell ad Altdorf venisse sostituita con la racchetta di Roger?”. “E il nome di Guglielmo con Roger” ho ribattuto, con allegria. Chiedo perdono per simile inizio superficiale di una vicenda che rischia di diventare storica, e che ha spinto alle lacrime lo stesso Federer, non impedendogli, al contempo di sorridere. Piangeva tutta la famiglia Federer, eccettuati i bambini, che l’orario notturno doveva aver conciliato al sonno. Avrei dovuto piangere anch’io, per il mio coté svizzero, invece ero solo lieto per l’impresa di Roger, impresa della quale credo sia stato complice involontario il suo pur bravo avversario Marin Cilic. Infatti, arrivati al punto che, dopo quasi tre ore di gioco accanito, di inesausta ricerca della palla vincente, un violento diritto offre a Cilic il quarto set, Roger appare a tutti i milioni di telespettatori troppo provato per concedersi un altro giro del campo. Torna dal bagno, va subito 0-30 nel quinto set e io mi ritrovo a scuotere la testa, a dire ai miei vicini: “Se non ce l’ha fatta a 2 set a 1 e 3-1 al quarto, non ci sono più speranze”. Mi sbaglio in pieno. Sarà l’emozione di vedere Federer così provato, sarà la cecità sua o del suo team, ecco Marin cadere in quattro gravissimi errori, due diritti seguiti da due rovesci, che ridanno speranze al Federer stanco morto. Stanco morto sì, ma indomito, capace di raggiungere il 2-0, poi addirittura il 3-0, di fronte a un avversario di ben sette anni più giovane che, invece di togliergli le ultime forze, non fa che avventarsi, anche su palle più sfuggenti, cercando di chiudere gli scambi di fretta, con un colpo vincente. Un game perduto da Roger alla ricerca d’ossigeno e poi, dal 3 a 1, ecco il tennista vincente 12 punti a 1 per la foto ricordo. Segue la consegna della Coppa, da parte del mio amico Ashley Cooper, anche lui capace, oltre che di deridere sul campo il povero scriba, di 4 vittorie negli Slam. Poi il discorsetto del rappresentante della Ma, lo sponsor che afferma: «Il mondo non possiede più superlativi, per Federer»

 

«Ho smesso di contare gli Slam da un po’… La mia favola continua»

 

Gaia Piccardi, il corriere della sera del 29.01.2018

 

Venti, Roger. «E un momento speciale: la favola continua». Come Charles Lindbergh alla fine della prima traversata in solitario senza scalo dell’Atlantico, Roger Federer pianta la sua pietra miliare al centro del tennis — 20 titoli Major in quindici anni, 6 Australian Open al pari di Emerson e Djokovic — con la disinvoltura di chi l’impresa l’ha realizzata, ed è troppo emotivamente coinvolto per apprezzarne l’enormità. Il croato Marin Cilic, da oggi nuovo numero 3 del mondo, è antagonista dignitoso ma accecato dalla luce del Migliore, che ha il potere di far sentire in soggezione chiunque si presenti al suo cospetto tranne Rafa Nadal, il niño che viaggia con l’antidoto nella tasca dei pantaloni: non a caso ricordiamo la finale di Melbourne 2017 con l’intensità di un’eclissi solare, un meteorite che sfiora la terra, un armageddon, altro che il brodino tiepido di ieri. Cinque set durati tre ore e mezza non traggano in inganno. L’incertezza è durata un game, il primo del quinto set, quando Federer è risalito di mestiere e polso dal burrone del quarto regalato (36% di prime palle, solo 6 vincenti), fiaccato dal caldo (si è giocato col tetto chiuso) e da un po’ di fisiologica fatica, mentre Cilic — che non difetta di muscolo però ha grossi buchi di personalità — forse con uno scrupolo di inconscio e istintivo rispetto non dava il colpo di grazia al maestro ferito. Lì, sul 6-2 6-7 (primo set ceduto dallo svizzero nel torneo) 6-3 3-6, Federer ha offerto una palla break simile a un ascensore per l’inferno: l’ha annullata con il servizio tornato incisivo, poi ha tenuto il game con un rovescio incrociato strettissimo, una di quelle diagonali con cui aveva sbrecciato il muro di Nadal l’anno scorso. Mirka, tesa come al match di debutto del marito (che l’ha omaggiata: «Senza mia moglie non sarei nessuno»), ha respirato e, con lei, tre quarti di orbe terracqueo (mai incontrato in tanti anni qualcuno che abbia l’improntitudine di tifargli contro). Il match, già finito dall’inzio, è imploso su se stesso con nessuna possibilità di tornare in equilibrio, vuoto di sugo e di pathos, perché — diciamocelo — il ventesimo di Federer era una storia già scritta in un tabellone oggettivamente in discesa cui né il perdente Berdych né l’arrembante Chung né il depotenziato Cilic hanno saputo cambiare trama. Una banalità, insomma, a cui non ci abitueremo mai. Poi, annessosi il terzo Major in dodici mesi con un servizio vincente di seconda palla che l’occhio di falco non ha osato contraddire, mentre l’ovazione risvegliava l’antico Rod Laver dalla pennichella post prandiale, Roger si è dato più di quanto non avesse fatto fin lì. Ha ringraziato tutti, ha posato per un milione di selfie, ha pianto lacrime vere, scosso da singhiozzi da attempato bambino di 36 anni e 137 giorni, secondo re più anziano dell’era open dopo Rosewall (Australian Open ’72 a 37 anni): «Faccio fatica a crederci io stesso…» ha ammesso. Prigionieri come siamo della strepitosa retorica della rivalità con Nadal, che al torneo è mancato più dell’ossigeno a costo di assistere all’ennesima replica di un déjà vu, incapaci di dire se l’epilogo sarebbe stato diverso con  Murray, Djokovic e Wawrinka a pieno servizio, di fronte al n. 20 rimaniamo sospesi tra l’umana voglia di ricambio (Zverev, Rublev, Shapovalov hanno deluso) e la sindrome di Stoccolma per il più grande, che probabilmente salterà di nuovo Parigi per puntare a Wimbledon, e a chissà cos’altro. «Se sono sano, cose buone possono ancora capitarmi». Ci tieni in pugno, benedetto/maledetto Federer.

 

Divino Federer ventesimo Slam

 

Stefano Semeraro, la stampa del 29.01.2018

 

Alla fine è stato Marin Cilic, lo sconfitto, a sorridere, quasi a consolare il vincente, Roger Federer, scoppiato a piangere come gli capita spesso, specie in Australia, mentre tutta la Rod Laver Arena – compreso Rod Laver in persona impegnato a immortalare la scena con il cellulare – lo applaudiva spandendo decibel quasi erotici sotto il tetto chiuso del centrale. I due Più Grandi che si osservavano, attraverso la lente della fotocamera e quella delle lacrime. Così questo ventesimo Slam vinto dal Genio al suo ventesimo anno di carriera e allo scoccare del 200 Slam dell’era Open (1968), si è trasformato in un’enorme specchio nel quale la storia del tennis si è ammirata Si e riconosciuta, e compiaciuta «Ho provato anche a trattenermi», ha spiegato Federer, «ma in fondo non credo che ci fosse una persona in tutto lo stadio che non volesse vedermi piangete. E queste lacrime sono per loro, quelli per cui continuo ad allenarmi e a sentirmi teso quando gioco». Per il pubblico di Melbourne, che l’aveva appena visto battere Marin Cilic in cinque set, una partita a tratti bella, anche se non indimenticabile come quella vinta un anno esatto fa contro Rafa Nadal, e per i milioni che stavano davanti al televisore. MOTIVI E NUMERI. Il sesto Australian Open di Federer, che pareggia il record di Roy Emerson e Novak Djokovic, il 96 titolo in carriera, con il traguardo dei 109 di Jimmy Connors che ormai entra nell’inquadratura. La rivincita dell’ultima finale di Wimbledon, che Roger avrebbe potuto chiudere in quattro set, dopo l’avvio shock contro un Cilic impastato, il tie-break perso e il terzo set che il croato gli ha offerto gentilmente, cedendo un servizio sciagurato nel sesto gioco. Ma che il Genio si è complicato da solo nel quarto, ed poi stato poi bravo a ricucire nei primi tre game del quinto, tutti andati ai vantaggi. Tre ore e tre minuti, un’eternità anche per un’immortale come lui. «II quarto set l’ho perso per i nervi», ha confessato. «Prima dei quarti con Berdych ero convinto di perdere, dopo la semifinale con Chung non sono riuscito ad addormentarmi fino alle 3 di notte. Giocare una finale di sera è complicato: a Wimbledon ti alzi e vai in campo, qui devi aspettare fino alle 6, tutta una giornata, e io da trentasei ore ormai non facevo che pensare a quanto sarebbe stato straordinario vincere il ventesimo Slam, e a quanto invece sarebbe stato orribile perderlo. Mi stavo consumando. Insomma, sono contento che sia finita». Federer ha mostrato le solite magie, un rovescio incrociato da delirio, un diritto in controbalzo quasi immorale, ma la partita l’ha vinta soprattutto con il servizio, l’arma che più di tutte gli consente di incassare punti facili e accorciare i tempi. A 36 anni e 173 giorni è il terzo dopo Laver e Rosewall a mettersi in tasca quattro Slam dopo i 30 anni, runico insieme a Rosewall a vincerne tre dopo i 35. Solo tre miti del tennis, tre donne, hanno più major di lui, ora: Margaret Court (24), Serena Williams (23) e Steffi Graf (22). Le prossime tappe? «Ho vinto tre Slam in dodici mesi, non riesco a crederci nemmeno io», ha spiegato. «Ora devo solo continuare a programmarmi bene, senza giocare tutti i tornei, restare affamato di vittorie, e forse capiteranno altre cose belle. Non credo che l’età sia un problema, è solo un numero. Poi mi aiuta molto avere un team magnifico, i miei genitori che sono così orgogliosi di quello che faccio, e mia moglie Mirka che si occupa dei bambini: senza di lei avrei già smesso da tempo». Difficilmente vedremo papà Federer al Roland Garros, e il numero 1, con tanti punti da difendere fino a Miami, resta un traguardo difficile. Ma l’incanto resta, questa è la notizia. Il viaggio continua. E come assicura Roger; «ci aspettano tempi interessanti».

 

Federer, il supereroe delle cose normali ha reso divino il tennis

 

Marco Lombardo, il giornale del 29.01.2018

 

E adesso che ha fatto venti magari c’è chi spiegherà comunque che Roger Federer non ci mancherà il giorno che avrà deciso di mettere fine alla magia. Poi ci diranno anche che il tennis va avanti, che lo sport vale più dei suoi campioni, pur grandi che siano stati. Eppure non troveranno più un aggettivo per definirlo, Roger; un superlativo per ricordare il momento in cui ha alzato la sua ventesima coppa di un torneo assoluto, ovvero l’attimo in cui tutto sarebbe già dovuto essere finito da tempo, almeno secondo pronostico. E invece: «Da Perth, dodici mesi fa, ad oggi, è stato un lungo viaggio. E questa è la fine di una favola». Il titolo è Da 17 a 20 Slam in soli dodici mesi. Ma non è, per fortuna, ancora la fine di una Grande Storia. La sua storia. La nostra storia. Piangevano tutti ieri – anzi, diciamolo, piangevamo – quando a Melbourne Roger non è riuscito a finire il suo discorso da vincitore: i singhiozzi si erano fatti più forti, e il merito di Marin Cilic è stato quello di aver reso la finale del ventesimo trionfo, il sesto agli Australian Open, una delle più difficili di sempre. Almeno emotivamente, perché Federer l’ha vinta tre volte e l’ha persa almeno due. Perché ad un certo punto il peso degli anni – di quegli anni che tutti tempo fa gli facevano notare con perfidia – sembrava riaffacciarsi: da 3-1 al quarto a 3-6, col vento alle spalle di Cilic. E invece Roger si è ribellato, ha sfidato la diffidenza di chi non conosce grandezza, ha vinto in cinque set (6-2, 6-7, 6-3, 3-6, 6-1) regalandosi l’ultimo come una passeggiata. E quando l’«occhio di falco» ha certificato il punto finale sono state lacrime, appunto, le stesse che bagnarono l’inizio di questo meraviglioso romanzo, ancora incompiuto, 15 anni fa a Wimbledon, quando sembrava impossibile che uno svizzero potesse diventare campione dell’erba più bella del tennis. Ma non era uno svizzero qualunque: era un cittadino del mondo. E il Supereroe di tutti. Un Supereroe che fa della normalità la sua pozione magica. Capace perfino un paio d’anni fa, di rompersi un menisco mentre faceva il bagnetto ai gemelli. Una moglie, quattro figli in coppia di due, neanche fosse un’equazione perfetta, due genitori che lo seguono in giro per il mondo quando c’è da vincere o anche quando c’è da consolarlo. Nulla è più umano di questo, ed è lo stesso Roger che lo ricorda: «E Mirka, mia moglie, che rende tutto possibile: senza il suo sostegno, avrei smesso già da molti anni. E invece quando le ho chiesto se fosse felice di questa vita, lei mi ha risposto che era mia prima supporter. E che dovevo andare avanti». Anche adesso, a 37 anni e con la pancia non ancora piena di gloria, «anche se io più di due settimane senza i miei figli non so più stare. Ma è mia moglie che si sobbarca un carico di lavoro enorme con i bambini: il suo no avrebbe fermato tutto. A lei e ai miei genitori, che sono così felici di venire ai tornei per vedermi, devo quello che sono». Roger Federer insomma è l’antitesi di tutto quanto fa spettacolo in questo mondo ormai ridotto ad una chiassosa vetrina: non è un ribelle, non ha tatuaggi, non dice (quasi mai) parolacce. Vive di passione e di talento, vive per lo sport e per la famiglia, facendo un mix di tutte queste cose come fosse una sola. Non è un famoso su un’isola ma un’isola tra i famosi. Roger è insomma un Supereroe che non ha bisogno di un fumetto per esistere: gli basta invece essere semplicemente un uomo. Qualcuno ha detto: non esiste altro dio del tennis al di fuori di lui. Più semplicemente forse non esiste altro essere umano che abbia trasformato il tennis in un questione così divina. E, probabilmente, non esistiterà mai più.

 

Venti Slam da sogno

 

Daniele Azzolini, tuttosport del 29.01.2018

 

Venti Slam. Valgono più di un record. Valgono come il 9″58 di Bolt nel 100 di Berlina come i due voli oltre la fettuccia degli otto metri e novanta nel lungo, prima di Beamon a Città del Messico, poi di Powell a Tokyo ventitre anni dopo. Venti Slam sono come una scalata, la vetta del Kilimangiaro raggiunta da lilion Jomet in cinque ore e 23 minuti. Sono le dodici Champions League del Real Madrid, sono i 46″ e 91 nei 100 stile libero di Cesar Cielo Filho. È uno di quei record che l’uomo ha ritenuto impossibili, irraggiungibili, semplicemente disumani. Un record che non ha quasi senso. Non ci sono gli anni sufficienti, in una carriera, per raggiungere un record come questa Non si diceva così? Anche l’anno scorso, quando Roger ha firmatola diciottesima conquista proprio qui, a Melbourne, e dopa quando è arrivata la diciannovesima a Wimbledon, in luglio l’impresa di metterne insieme venti sembrava ancora lontana, inaccessibile. Ma Federer sta cambiando i termini della Storia, le regole, ha quasi trentasette anni, gioca ancora, a volte sembra giochi meglio di prima. Lui si, poteva riuscirvi. E lui, alla fine, vi è riuscita Al primo colpo, e soffrendo. Una nobilissima sofferenza che il pubblico ha cercato di lenire facendola propria, partecipando. Il sesto Open d’Australia è giunto da un’emozione di gruppo. Anche per questo il ventesimo Slam dell’Era Federer vale, da solo, tutto il tennis. Le lacrime e la vittoria, un connubio che scuote anche gli animi più duri. Il momento più intimo che si sposa ai gesti del trionfa e li ammorbidisce, li rende più comprensibili. Federer piange, ed 61a terza volta qui a Melbourne. Sono lacrime che tutti aspettavano e pazienza se finiscono per provocarne altrettante, in un curioso effetto domino. Se il Più Grande si commuove, figurarsi noi poveri mortali. Si ritrovò abbracciato a Nadal quando perse il torneo dei 2009. Erano lacrime di sconforto, e di rabbia, per una vittoria sfuggita di un niente. Pianse poi sulla spalla di Rod Laver, nel 2010, quando tornò a conquistare il titolo. Fu la vicinanza di quel grande a farlo straripare. Piange anche oggi, Roger, e c’è poco da fare, o da dire… È comunque un suo segno distintivo. Ma sono lacrime di pura gioia, stavolta. L’impresa è grande, la più grande che si possa immaginare. Venti Slam riscrivono di fatto la Storia del nostro sport, perché segnano una distanza forse incolmabile con lo stesso Laver, il vincitore di due Grand Slam e l’unico che possa competere con Federer. Laver chiuse la sua carriera a undici titoli, ma quante volte si è detta e scritta che se avesse potuto giocare gli Slam negli anni che visse da professionista, ne avrebbe vinti molti di più. Quanti di più? Nove di più? Federer si è spinto cosa in alto che anche Laver forse non avrebbe potuto gareggiare con lui. Un match difficile. E una bella finale. Cilic ha avuto momenti da grande campione, il recupero nel quarto set (sul 3-2), quando si è trovato sotto di un break e a un passo dalla sconfitta, lo ha condono a suon di colpi vincenti. Sembrava il Del Potro dei momenti più belli. Ogni dritto, ogni servizio, un punta E Federer lì a remare contro corrente, convinto che il momento propizio fosse passata Nel quinto set, Cilic ha avuto ancora una chance, sul primo game. Anzi, quattro chance, sotto forma di break point Poteva essere lui a staccarsi, a prendere il largo, e chissà come avrebbe reagito Federer, con quali forze… Ma i campioni sono fatti di lega speciale, coniati in qualche Zecca lassù, sull’Olimpo degli sportivi. Il quinto set si è giocato su pochi colpi, in un animo Federer è giunto a servire per il match, e ha chiuso a zero. No anzi… Ha chiuso ed esultato, ma sull’ultimo punto Cilic ha chiesto íl controllo dell’Occhio di Falco Effetto Var sul ventesimo Slam di Roger… Già inginocchio, le braccia in alto, Federer si è rialzato urlando che non era possibile. No infatti. Palla dentro di poco, verdetto confermata Roger ha potuto riprendere i festeggiamenti lì dove li aveva lasciati. Inginocchiandosi da capo. Venti Slam non bastano a ridare a Federer il numero uno. Nadal sarà ancora avanti per centocinquanta punti. Sono quelli accumulati con le vittorie sulla terra rossa. Ma forse non era la leadership l’obiettivo di Federer. Le sue 302 settimane in vetta sono già un record. C’era altro… La trentesima finale Slam da onorare. La sesta vittoria a Melbourne da conquistare. E quel ventesimo titolo, che porta il tennis dove nessuno pensava potesse giungere.

Continua a leggere
Commenti

Rassegna stampa

Che bella l’ItalDavis (Mastroluca, Guerrini, Martucci, Piccardi, Rossi, Semeraro). Galan il vegetariano e un doppio meraviglia. Ecco la sfida colombiana (Crivelli). Sonego: “La partita più bella della vita” (Guerrini). Chiamatelo Jimbo (Azzolini)

La rassegna stampa del 27 novembre 2021

Pubblicato

il

Sonego&Sinner prima da sogno (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

Il gran ballo dei debuttanti Lorenzo Sonego e Jannik Sinner alla prima esperienza in Coppa Davis, abbattono i giganti statunitensi Reilly Opelka e John Isner; quattro metri e venti in due. L’Italia a questo punto è la grande favorita per il primo posto nel girone. La musica degli azzurri inizia a suonarla Sonego, l’uomo di casa che coinvolge ed emoziona. Piega 6-3 7-6(4) Reilly Opelka, fallosissimo in campo (27 gratuiti a 3) e nervosissimo dopo la partita. In conferenza stampa, ha risposto a monosillabi a un paio di domande e ha lasciato la sala. Poi è entrato in scena Sinner e in un’oretta ha rifilato a John Isner un 6-2 6-0 da annoverare come la più pesante sconfitta della sua carriera. «È stato bello vedere la commozione negli occhi del mio coach Gipo Arbino»» ha raccontato Sonego, che per tutta la partita ha cercato il pubblico. […] «Ho vissuto il momento più emozionante della mia carriera» ha detto il torinese. Lorenzo, visibilmente più energico, ha preso il controllo della partita già dai primi punti. Nell’ottavo game, poi, ha firmato il break che ha indirizzato il primo set. Aiutato anche da un segnale di buon auspicio, come ha raccontato dopo il match. «Sul 4-3 hanno messo la mia canzone (“Un solo secondo”, incisa con il rapper AlterEdo; ndr), quindi poi è stato più facile fare il break – ha spiegato il torinese, felice dell’impresa – Mi aspettavo dei momenti difficili contro Opelka, che non ti dà ritmo. Ho cercato di farlo muovere, di fare pochi errori. Ci sono riuscito. L’ultimo punto è stato bellissimo, l’atmosfera era incredibile. Il match si è deciso soprattutto sul piano mentale, sono stato bravo a giocare una gara in crescendo». E a limitare a tre i gratuiti contro i 27 dell’avversario. Dopo la gioia, Sonego non dimentica Matteo Berrettini, l’amico che avrebbe voluto essere qui a Torino ma ha lasciato in lacrime il Pala Alpitour una settimana fa. «Mi ha scritto ieri, mi sarebbe piaciuto condividere queste emozioni con lui – ha detto – Spero guarisca presto, si merita di giocare e vivere giornate così. Per me è stato devastante vederlo in quello stato dopo la partita con Zverev. Ci tenevo a giocare la Davis con Matteo. E’ un grande esempio, sto sempre imparando da lui. Ha un atteggiamento diverso dagli altri, è una grande persona». CAPOLAVORO SINNER. Sinner prolunga lo show, anche se con uno stile diverso. Se fosse un attore, sarebbe più Gassman che Proietti: meno mattatore e più essenziale. Eppure capace di scaldare per nettezza di colpi, freddezza di testa, maturità di interpretazione. Giocare in Nazionale gli piace. «Quando ho visto la maglia azzurra mi sono emozionato – ha raccontato – è la più bella con cui abbia giocato quest’anno». Domina la scena contro un avversario che non riesce a stargli dietro e perde cinque volte il servizio. Poi chiude alla Isner con un potente ace esterno da sinistra dopo 62 minuti di monologo. VERSO LA COLOMBIA l’talia ringrazia anche Mardy Fish, alla prima da capitano come Filippo Volandri. «In questo ruolo, posso sbagliare solo a scegliere chi far giocare con chi» diceva alla vigilia. Ha puntato tutto sull’altezza, che però è solo mezza bellezza, e sacrificato un brillante Frances Tiafoe: a posteriori, non una grande idea. Agli azzurri non resta che battere oggi la Colombia per centrare il primo posto nel girone. Il traguardo vale la certezza di disputare anche il quarto di finale in casa al Pala Alpitour il 29 contro la vincente dell’altro girone torinese, con ogni probabilità la Croazia.

Pazzi di loro (Piero Guerrini, Tuttosport)

 

[…] Vola l’Italia dei debuttanti. Verrebbe da dire verso Madrid e le semifinali, ma capitan Volandri, anch’egli esordiente respinge qualsiasi previsione intempestiva. E allora limitiamoci ai voli pindarici. Inneggiando a Lorenzo Sonego e Jannik Sinner. Prima il gioiello costruito in casa, poi il fenomeno Totale: due ore e mezzo di dominio puro e Stati Uniti stracciati sul 2-0. Il quarto di finale ipotecato, Colombia del super doppio Farah-Cabal permettendo. Ma con due singolaristi del genere, uno che si esalta nella pugna e l’altro che dispensa colpi pregiati è difficile immaginare destino diverso per i latino-americani oggi dalle 16 al Pala Alpitour. E se qualcuno nutre dubbi a posteriori sull’effettiva consistenza statunitense e soprattutto sulla scelta dei due giganti d’argilla – Reilly Opelka e John Isner – effettuata dal capitano Mardy Fish, ci pensa lui stesso a chiarire: «Ha pesato la defezione improvvisa di Taylor Fritz. Frances Tiafoe è arrivato in fretta e furia, solo mercoledì. Fritz ci avrebbe permesso di schierare John da n. 2. Ma la verità è che questa Italia avrebbe battuto chiunque». A inquadrare meglio la situazione costribuisce Isner: «Non avevo mai perso 6-2 6-0. Mai così. Sinner sarà presto uno dei primi tre al mondo». Ma primaa di ammirare Sinner caterpillar ci si è potuti gustare la favola realizzata di Sonny. Come a Roma e più che a Roma in semifinale, anzi di più, Lorenzo da Torino si esalta col pubblico, si nutre dell’energia e la trasmette in uno scambio di entusiasmo Opelka è uno che fa male con il servizio, ma se lo sposti o se lo colpisci al corpo (cioè se gli rispondi addosso), fatica a mettersi in moto. Sonego esegue il piano a perfezione nell’arena del suo quartiere. Concede una sola palla break e nell’annullarla inducendo l’hipster Anni 70 a steccare malamente un dritto (perché Opelka quando sbaglia lo fa alla grande), chiude la partita. Spinto dalla sua canzone “Un solo canzone” che risuona nell’amplificatore centra il break subito dopo. Nel secondo set tiene sempre il servizio con comodo, mentre Opelka deve annullare una palla break. […] Jannik poi prende a schiaffi (palLate cioè) Isner, incurante dell’emozione che sostiene di aver provato, «perché qui non giochi per te stesso, ma per un Paese intero. E giochi per una squadra, i tuoi compagni. Hai responsabilità. Quando ho ricevuto maglia azzurra è stata una grande emozione, ho ricordato di quando vedevo la Davis in tv». Non c’è storia col rosso in campo. Fish lo ammette: «Avrò visto 700 incontri di Isner e mai era staio trattato così. Sinner ha un futuro luminoso».Deve pensarlo pure l’organizzatore Piqué che riposta sui social un “football challenge” in cui Jannik incanta palleggiando una palla da tennis coi piedi. Volandri poi sostituisce l’acciaccato Bolelli con il terzo debuttante Lorenzo Musetti in doppio. E la strana coppia con il sempre disponibile Fabio Fognini per un set e oltre funziona benone prima di cedere a Ram-Sock. Impossibile immaginare che la Colombia con il nr.. 111 Daniel Galan contro Sinner e il n. 275 Nicolas Mejia contro turbo Sonego arrivi in equilibrio al doppio. La testa vola a lunedi, al quarto di finale, molto probabilmente contro la Croazia. […] E a questa Italia manca Berrettini. Volandri sottolinea: “È un successo di squadra, per come i ragazzi sono arrivati preparati a fine novembre. Devo ringraziare loro, i coach, i team». Fognini chiosa: «Il capitano è fortunato, avrà una grande squadra per 10 anni. Io sono onorato di esserci». Italia, una famiglia felice.

Che bella l’Italdavis (Vincenzo Martucci, Il Messaggero)

[…] La giovane Italia senza esperienza di coppa Davis, azzera proprio coi due esordienti, Lorenzo Sonego prima e Jannik Sinner subito dopo, altezza e servizio dei due pivot americani, il 2.11 Reilly Opelka e il 2.08 John Isner, facendo apparire facilissimo un successo sulla carta ben più problematico, al Pala Alpitour di Torino, contro avversari vicini in classifica (Sonego numero 27, Opelka 26, Sinner 10, Isner oggi 24, tre anni fa 8), temibili sul veloce indoor. LORENZO IL MAGNIFICO Lorenzo Sonego è magnifico, freddo, col tono di voce sempre pacato, mentre in campo si gasa con la sua canzone “Un solo secondo”, supera l’unica palla break sul 3-3 30-40, carica la gente di casa e vola irresistibile, col 90% di punti con la prima di servizio e tre soli errori non forzati, fino al 6-3 7-6 in un’ora e mezza. «Contro avversari che non danno ritmo come Opelka devi stare sempre concentrato, tutti i punti, un break può decidere il set. Capitan Volandri mi ha aiutato, mi diceva sempre dove dovevo rispondere, io sono stato bravo a gestire le aspettative, a non mettermi pressione, a cercare di godermi il momento più emozionante della carriera davanti agli amici, ai genitori e al maestro Gipo Arbino in lacrime a fine match. Così, in questa squadra di amici coi quali è bello vincere e perdere, insieme, ero rilassato e ho giocato la miglior partita di sempre, io che vivo a 200 metri da qui: sempre aggressivo, l’ho fatto muovere e sono salito sempre più con la risposta», racconta il 26enne di Torino, già protagonista a Roma a maggio dei colpacci contro Monfils, Thiem e Rublev, con lo stop solo con Djokovic in tre set in semifinale, «Il pubblico mi esalta». Sull’1-0, Italia, Sinner spazza via come un ciclone Isner 6-2 6-0 in un’oretta, vendicando il ko di quest’anno a Cincinnati, cancellando i 16 anni fra i suoi 20 anni – più giovane top 60 ATP Tour al numero 10 (il secondo è il 19enne Lorenzo Musetti, 59) – e il veterano. Che è il secondo battitore di sempre con oltre 13mila ace, il servizio già veloce a 253 all’ora e il maratoneta del Tour con le 11 ore 5 minuti a Wimbledon 2010, ma s’inchina: «Jannik è stato semplicemente troppo forte, non c’era molto che potessi fare, ha un talento incredibile ed è un ragazzo molto carino. Non avevo mai perso così netto. Salirà fra i primi 3 del mondo, per la felicità del nostro sport». Come Sonego anche Sinner insiste sulla parola “insieme”. «Siamo una bella squadra, di gente, forte e onesta che si aiuta, siamo in fiducia per i risultati di quest’anno con in più l’esperienza di Fabio e Simone, che sono anche una grande coppia di doppio (ma ieri con Fognini è stato schierato Musetti: hanno lasciato strada in due set a Ram e Sock, ndc). Se ci fosse anche Matteo (Berrettini) saremmo ancora più forti ma possiamo cambiare titolari, siamo tutti sotto il numero 60 del mondo, lo sappiamo, questa dev’essere la mentalità di una squadra: non sottovalutare nessuno perché vincere non è mai facile. Anche contro la Colombia». Che ha due singolaristi numero 111 e 275 del mondo.

E’ già la Davis di Sinner e Sonego. I debuttanti sbranano gli Usa (Gaia Piccardi, Il Corriere della Sera)

[…] I debuttanti, Sonego e Sinner, schiantano la superpotenza Usa ed è un evento pieno di presagi: ogni volta che italiani hanno battuto americani in Coppa Davis, dal lontano 1928 a oggi, è stata finale (1960, 1961, 1998). E pazienza se questo di Torino è più un Campionato del Mondo che una vera insalatiera, il format è cambiato insieme a tempora e mores, inutile rimpiangere il passato, è più divertente vivere il presente. Il 2-0 secco all’ora dell’aperitivo, con il doppio ancora da giocare (debutto con sconfitta di Lorenzo Musetti accanto al senatore Fabio Fognini), era un risultato forse pronosticabile; è il modo in cui l’Italia lo ha ottenuto che stupisce. L’enfant du pays e il barone rosso umiliano i pivottoni Usa senza pietà. A Sonego, sostenuto dal tifo di casa e dalla musica rap da lui stesso incisa, non trema il braccio con Opelka («Ero più felice che teso, la settimana da spettatore alle Atp Finals mi ha caricato tanto e mi ha permesso di vivere con serenità il match di Davis»); Sinner rifila a Isner, veterano del circuito, il punteggio più severo della carriera, ottenendo in cambio la consacrazione: «Jannik diventerà uno dei tre migliori tennisti del ranking, il veloce indoor sarà la sua superficie, il nostro sport con lui è in ottime mani» è la profezia dello yankee che fu protagonista con Mahut a Wimbledon dell’incontro più lungo della storia del tennis (11 ore e 5′ spalmati su tre giorni). Mardy Fish, capitano degli Usa, è d’accordo: «Era la prima volta che vedevo Jannik Sinner da vicino: avrebbe battuto chiunque, sono rimasto stupito. Ha un futuro enorme, non c’è dubbio». Manca il numero uno d’Italia, Matteo Berrettini infortunato alle Finals e ricordato da tutti con affetto («Questa vittoria è per lui, oltre che per la mia famiglia e il mio allenatore con gli occhi umidi: sono partito dal basso, non ho le qualità dei giovani più forti, ho dovuto lavorare il doppio per stare al passo» dice Sonego), ma il futuro è già qui. Sinner canta l’inno sotto la mascherina e racconta di aver provato la maglia azzurra in camera, alla vigilia, per vedere l’effetto che fa: «Una T-shirt con la scritta Italia sulla schiena non l’avevo mai indossata, è la più bella della stagione, mi sono emozionato». Jannik è il giovane leader della nuova Nazionale di Filippo Volandri, c.t. orgoglioso («E stata una giornata di prime volte, per me e i ragazzi, finita bene»), il cui percorso in questa variante torinese della new Davis Cup sembra segnato: battere la Colombia oggi per vincere il girone, il quarto (probabilmente) con la Croazia di Cilic lunedì per agguantare le finali di Madrid e sognare in grande. Volandri ci crede: «Questo gruppo è una famiglia, ecco spiegato in parte il risultato. Jannik non mi stupisce, mi impressiona. Lorenzo è stato stupendo. Ogni partita fa storia a sé ma vedo che cominciano a conoscerci e temerci». Ed è solo l’inizio.

Sonego e Sinner come due veterani (Paolo Rossi, La Repubblica)

[…] La Giovane Italia (ma quante volte abbiamo usato questa espressione nel corso degli Anni Novanta, nella speranza di una ricostruzione, di un ciclo poi mai arrivato davvero?) è salita sul ring, ha preso gli Stati Uniti e li ha strapazzati: Sonego e Sinner con un uno/due hanno annichilito i due giganti (in senso letterale, essendo alt[i oltre due metri) americani, Opelka e Isner. Il delitto perfetto, scrisse una volta Ilie Nastase. Pardon, in realtà il debutto perfetto di capitan Volandri che non ha sbagliato una sola scelta, puntando dritto sull’inedito: Sonego e Sinner non avevano ancora indossato la maglia azzurra. «Un colore che mi piace, forse la maglia più bella che ho indossato: con lo scudetto, e la scritta Italia dietro. Per me è una cosa importante» ha candidamente confessato Sinner. E vogliamo parlare di Sonego? È decollato quando il dj del Pala Alpitour gli ha messo la sua canzone al cambio campo (il reggaeton estivo Un solo secondo): «Ho sentito la mia voce, mi sono fatto una risata e mi sono gasato…». Poteva essere altrimenti? La famiglia Sonego abita a duecento metri dall’impianto: «Esco felice per aver fatto piangere il mio coach, Gipo Arbino. E peccato che i biglietti non sono stati sufficienti: avrei portato un’armata di tifosi». Tutti, rigorosamente, granata. La pratica Usa, sbrigata con una facilità disarmante, pone l’Italia in alto ora, a livello di pronostici. «Errore, questo lo dobbiamo evitare. La Colombia è più ostica di quel che si pensa: restiamo sul presente» ammonisce Sinner che, per una volta, si è ritrovato lontano dal gestire le cose con il coach e mentore, Riccardo Piatti. «Con Volandri e gli altri abbiamo avuto una settimana per conoscerci, ma quando si parla lo stesso linguaggio va bene. Non so se vinceremo la Davis, ma ci proveremo. Non siamo qui solo per partecipare». E qui il rammarico per l’assenza di Matteo Berrettini, pensando alla fase finale di Madrid che è in altura, e dove il suo servizio avrebbe fatto sfracelli, si fa forte e fa venire il magone per quello che avrebbe ulteriormente potuto essere. «Matteo mi ha incitato alla vigilia, sono devastato per quello che gli è accaduto» racconta Sonego. Poi, il pensiero successivo: «Siamo tutti forti, lo dice la nostra classifica individuale. Pensiamo a fare il nostro gioco, i conti li facciamo alla fine». La vittoria sprint ha consentito a Volandri di risparmiare Simone Bolelli in doppio, dopo una pallata al costato ricevuta in allenamento, schierando Fognini/Musetti che hanno anche impensierito Sock/Ram nel primo set, perso al tie-break. A quel punto, il match è scivolato via. Italia-Usa finisce 2-1, ma il punto serve solo agli Usa per sperare di essere ripescati, mentre si riconoscono i meriti azzurri: «Impressionanti» ha ammesso Mardy Fish, il ct. Concetto ribadito anche da Isner: «Io penso che Sinner entrerà tra i Top 3 del mondo». Volandri ne prende atto: «Fa piacere che il mondo si accorga di noi, avremo maggiori responsabilità. Ma il nostro è un lavoro di squadra che non è iniziato oggi».

Davis, Sinner leader della nuova Italia. “Vogliamo la coppa” (Stefano Semeraro, La Stampa)

[…] Il modo in cui l’Italia di Coppa Davis ha chiuso il conto gli Stati Uniti già nei singolari, al netto dei demeriti degli avversari, la dice lunga sulla qualità di una squadra che pure deve fare a meno del n. 7 del mondo, Matteo Berrettini. Sul carattere, sulla gara, sulla voglia di riprendersi la Coppa, 45 anni dopo Santiago. Che Panatta, Pietrangeli, Barazzutti e Bertolucci siano in città in questi giorni – domani al Torino Film Festival presenteranno il documentario «La squadra» sull’avventura in Davis del ’76 – è un dettaglio, una cabala della memoria che agevola il sogno. Ma forse ieri, all’ombra di quel ricordo, è nato qualcosa di importante. «Gli italiani avrebbero battuto chiunque al mondo», afferma il capitano Mardy Fish. Contro i giganti Opelka e Isner, 4 metri e 20 in due, non c’è stata storia, eppure “Filo” Volandri, lui stesso al debutto sulla panca, aveva schierato due esordienti. Lorenzo Sonego nel match fra i numeri 2 è entrato in campo direttamente dal microonde di casa sua, trecento metri dal Pala Alpitour. Ha tremato sull’unica palla break concessa in tutta la partita a Reilly Opelka – sul 3 pari del primo set – poi ha chiuso 6-3 7-6 in un’ora e mezzo scarsa, il 100 per cento di prime palle piazzate nel tie-break in faccia a Reilly, il babau del servizio. Jannik Sinner all’altro pivot Isner – onestamente un po’ brasato: ma perché Fish non ha schierato Tiafoe? – ha lasciato due game, 6-2 6-0. Una dimostrazione di superiorità assoluta, la peggior sconfitta in carriera di Isner e, anche se Jan non lo ammetterebbe neanche sotto minaccia di tagliargli il ciuffo ribelle, una camera con vista Insalatiera prenotata per Madrid. «Non ti puoi mai aspettare partite facili – dice – e contro la Colombia (oggi alle 16, ndr) sarà difficilissima: perché tutti si aspettano una vittoria. Però è vero che siamo una squadra di grandi giocatori, e lo saremmo ancora di più se Matteo fosse con noi. Io, Sonego, Musetti, Fognini possiamo giocare in singolare, fare cambi in base agli avversari, l’esperienza di Fabio e Simone aiuta molto noi giovani. È un gruppo nuovo ma unito, onesto, ci sosteniamo. E abbiamo una mentalità vincente. La maglia azzurra? È bellissima, blu e con lo scudetto, alla vigilia l’ho provata per vedere come mi stava. Poi da piccolo guardavo in tv la squadra italiana che giocava in Davis, ora ne faccio parte, è un grande onore, questa vittoria la metto fra le top tre di quest’anno». Fare programmi senza certezze è un esercizio pericoloso, ma se oggi batteremo la Colombia lunedì nei quarti potremmo trovarci una Croazia abbordabile, e in semifinale, venerdì a Madrid, forse la Svezia dei non irresistibili fratelli Ymer. «No, previsioni non ne faccio», dice Jannik. «Bisogna vivere nel presente, ma è chiaro che alla Coppa ci pensiamo. Siamo qui per quello, non certo per partecipare»

Galan il vegetariano e un doppio meraviglia. Ecco la sfida colombiana (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] Della Coppa Davis, in Colombia, interessa il giusto: per utilizzare una battuta piuttosto scontata, il tennis da quelle parti è un caffè piuttosto ristretto. C’è stato, è vero, un torneo Atp a Bogotà per tre anni (fino al 2015) e resiste ancora quello femminile, ma come dice Alejandro Falla, capitano della squadra che affronteremo oggi pomeriggio, «il nostro sport da noi ha numeri molto piccoli, perciò è un onore essere qui per la seconda volta (i Colombiani disputarono le Finals anche nel 2019, ndr), la Davis è qualcosa di molto grande per la nostra federazione, speriamo che questa visibilità serva a incassare qualche soldo da investire sui giovani». Coppia regina Eppure, malgrado si muova da sempre alla periferia dell’impero delle racchette, la Colombia da qualche anno sta regalando al circuito una delle coppie di doppio più forti di quest’epoca: Juan Sebastian Cabal e Robert Farah nel 2019 hanno vinto Wimbledon e Us Open, approdando al numero uno della specialità (adesso sono decimi) e continuano a rappresentare il più solido fondamento delle speranze degli altri «Cafeteros» e la ragione per cui non bisogna comunque sottovalutare l’incrocio odierno, visto che nel format attuale il doppio ha un peso specifico enorme. Più che compagni, Cabal e Farah sono quasi fratelli: si conoscono da quando hanno sette anni e cominciarono ad affrontarsi nei tornei giovanili. In realtà Robert non è colombiano, bensì un libanese nato in Canada ed emigrato a Cali con i genitori nel 1990. A furia di sfidarsi e vincere tutto a livello juniores in patria, hanno cementato un’amicizia indissolubile, ma entrambi sarebbero stati destinati a cambiare passione sportiva se un bel giorno l’amministratore delegato di Colsanitas, la più grande compagnia assicurativa sanitaria del paese, non avesse finanziato la nascita di un’accademia per far allenare insieme tutti i migliori prospetti della nazione. Nel 2006 Farah si trasferisce negli Stati Uniti per giocare al college e la coppia, costituita appena un anno prima, si separa: entrambi proveranno l’avventura da singolaristi, arrivando in top 200. Nel 2010, però, si ritrovano definitivamente e la strada è segnata, perché vincono i primi tre tornei disputati (due Futures e un Challenger) . Da quel momento la loro diventerà un’ascesa impetuosa: «Siamo sempre stati molto competitivi e quando ci affrontavamo in singolare era sempre una sfida all’ultimo sangue. Così abbiamo unito le forze». Nel 2020 Farah scampa una squalifica per doping (anabolizzanti) dimostrando che la contaminazione era avvenuta attraverso una bistecca adulterata. Solo verdura Un guaio che il miglior singolarista colombiano, Daniel Galan, elemento interessante che sta flirtando da tempo con la top 100 (è 111, ma a inizio novembre era 102, best ranking) e con un fisico da tennista moderno (è 1.91), avrebbe decisamente evitato. Il nativo di Bucaramanga, infatti, è stato il primo giocatore (insieme a Djokovic) a dichiararsi completamente vegetariano. Una scelta che nasce dai genitori, Santos e Doris, entrambi pallavolisti di buon livello (il padre, tra l’altro, è ancora oggi il suo allenatore) che abbandonarono la carne lui all’università e lei per problemi di salute: quando si sono sposati, hanno trasmesso il messaggio ai figli. Daniel è il minore di quattro, tutti tennisti: prima di lui, il migliore era stato Sat, numero 650 nel 2007. Giocatore solido, Galan quest’anno ha affrontato due volte Sonego (a Miami e a Wimbledon) perdendo sempre ma dopo battaglie combattute. Capitan Falla ci punta: «In Davis si esalta e sicuramente tirerà fuori il meglio. Siamo sfavoriti, ma perché non crederci». O scommetterci un caffè

Sonego: “La partita più bella della mia vita” (Piero Guerrini, Tuttosport)

Non era successo nemmeno al chitarrista rock John MCenroe. Di trionfare ballando su una propria canzone. Sonny ha ora un record mondiale. […] E in più dall’amplificatore esce “Un solo secondo” Sonny carica ancora la Ia folla. Lorenzo, cosa significa questa vittoria così netta contro Opelka? «Sicuramente è la partita più bella della mia vita. Io vivo a duecentometri da qui, mi alleno al Circolo della Stampa Sporting. Mi sono goduto ogni singolo attimo, dall’ingresso in campo alla fine. Emotivamente il miglior momento della mia carriera il pubblico mi esalta». Davvero nemmeno un po’ di nervosismo? «No, ero rilassato perche siamo un gruppo unito, si vince e si perde tutti assieme. Ero carico a mille, nessuna pressione, volevo soltanto divertirmi. Giocare a Torino è stato un sogno realizzato Ero davvero felice e avevo buone sensazioni. Poi mi piace giocare per la squadra». Cosa temevaa di Opelka? «Per la risposta, ho ascoltato i consigli di capitan Volandri, lui è stato un grande giocatore e ha sempre risposto bene. Opelka non ti dà mai ritmo. Magari non risponde per tre giochi, poi tira due vincenti consecutivi, non sai cosa aspettarti. Il punto in cui ho annullato la palla break è stato molto importante, sapevo di dover commettere pochi errori, di di doverlo spostare, muovere per il campo. Ho provato a giocare tutti i punti, anche quando ero sotto 40-0, per Cercare di togliergli sicurezze. Ha funzionato.». Il gioco è stato impressionante per solidità e lucidità, due palle al corpo del macchinoso Opelka. «Al cambio campo hanno fatto ascoltare la mia canzone, “Un solo secondo’; mi ha caricato ancor più. Mi ha fatto sorridere. Da li è diventato tutto più facile. Ho risposto bene. Lui mi ha anche commesso un doppio fallo, perché si sentiva sotto pressione, visto che rispondevo E il pubblico mi ha dato una grande mano». Quando ha saputo da Volandri che avrebbe giocato? E chi ha chiamato? «Ieri sera, ci tenevo tantissimo, non vedevo l’ora. Ho pensato subito dee avrei do- vuto concentrarmi su ogni punto. Ho chiamato subito mamma, la fidanzata, gli amici. I biglietti non mi sono bastati, avrei voluto portare qui con me tutti quelli che conosceva l’ ho fatto idealmente. Una volta in campo mi ha anche aiutato vedere che riuscivo a rispondere». Non ha potuto indossare la maschera granata del Torino «Sono obbligato a mettere le FP2 altrimenti l’avrei portata di sicuro». Vivere l’atmosfera delle Nitto Atp Finals in città, poi la Davis in campo è staia d’aiuto? «Quella settimana mi ha caricata in modo incredibile, vedere oltre alla cita il Pala Alpitour ilvpubblico scaldarsi per i miei compagni. Venire qui mi ha aiutato. E da quando Matteo si è infortunato e mi ha detto che non ce l’avrebbe fatta, mi sono preparato mentalmente a giocare. Volandri avrebbe potuto scegliere Lorenzo Musetti o Fabio Fognini, siamo una squadra molto forte,ma io non potevo permettermi di non farmi trovare pronto. Alla fine ho esultato, urlato e ho guardato gli spalti incrociato gli occhi di amici mia, fidanzata Vederli emozionati mi ha reso felice. Vedere il mio allenatore Gipo Arbino commosso alle lacrime mi ha riempito il cuore». Si è sentile con Berrettini alla vigilia? «Con Matteo siamo amici, ci sentiamo sempre, anche ieri mi ha scritto. Spero si rimetta presto, merita di vivere queste emozioni speciali. Ha un modo di proporsi, un atteggiamento unico, oltre ad essere un campione. Vederlo a terra durante la partita con Zverev alle Finals mi ha devastato. Mi sono immedesimato. Questa vittoria è dedicata anche a lui». La semifinale a Roma e il successo a Torino da debuttante azzurro. Ripensa al percorso? «Sono partito dal basso. Avevo meno qualità di altri e ho dovuto lavorare ancora di più, viaggiare sempre per fare esperienze, grazie all’aiuto della Fit. Cercherò di raggiungere anche le Finals. Non sarà facile ma lavoro per crescere ogni giorno».

Continua a leggere

Rassegna stampa

Davis, sfida agli USA (Crivelli, Bertolucci, Mastroluca, Piccardi)

La rassegna stampa di venerdì 26 novembre 2021

Pubblicato

il

Contro Isner e Opelka è una sfida ai giganti (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Là, oltre le montagne. L’avventura dell’Italia verso il desiderio Davis realizzato solo nel 1976 passa attraverso l’impervia scalata delle vette americane: i 2.08 di Isner, numero 24 del mondo e quindi il meglio piazzato in classifica degli yankee, e i 2.11 di Opelka, il più alto del circuito insieme a Karlovic. Sinner e Sonego avranno bisogno degli scudi, perché di fronte si troveranno i migliori battitori del circuito secondo il rating Atp: per dire, Isner in stagione ha tenuto il 92,16% di game sul suo servizio (primo), Reilly l’88,33% (terzo). È vero che a Vienna, il mese scorso, Jannik seppe disinnescare Opelka e dunque possiede senz’altro le contromisure per affrontare i razzi a stelle e strisce, però la superficie del Pala Alpitour è assai rapida. Soprattutto, quando giochi contro bombardieri di quel genere, difficilmente puoi trovare il ritmo negli scambi e hai grande pressione sui tuoi turni di battuta, perché ogni palla break potrebbe costarti il set. Un discreto battesimo del fuoco per i due debuttanti azzurri, mentre gli statunitensi sono comodi nel loro passo profilo: «Non siamo assolutamente tra i favoriti – ammette candidamente Opelka – siamo cambiati, abbiamo vinto molti titoli in Davis, ma questo non ha nulla a che vedere con la squadra di adesso». John Isner ha risposto alla convocazione in Davis dopo tre anni: in mezzo, per lui, ci sono stati tre figli e un approccio totalmente diverso al tennis. Raccontato così: «La mia famiglia adesso è la priorità, ormai la mia programmazione quotidiana dipende dalle esigenze dei bambini, ovviamente quest’anno ho giocato poco ma sono abbastanza soddisfatto della mia stagione». Dietro la scelta di tornare c’è sicuramente il capitano, Mardy Fish, che i suoi giocatori adorano per la personalità e la finezza nelle relazioni umane. L’ex numero 7 del mondo, capace di qualificarsi alle Finals nel 2011, l’anno dopo piombò nel baratro degli attacchi di panico e dell’ansia, fino a ritirarsi nel 2015 per problemi di cuore legati allo stress: «Vivevo la ricerca del successo come un disagio». Fu il primo a denunciare la pressione legata alle aspettative e il mondo lo venne a sapere agli Us Open del 2012, quando si ritirò negli ottavi prima di giocare contro Federer: quell’episodio, e poi il suo percorso di vita fino alla completa redenzione psicologica, sono diventati un documentario («Untold») su Netflix.

La nuova Davis non ci favorisce. Ma rimaniamo tra i più forti (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

 

Non chiamatela Coppa Davis. II nome è rimasto, ma la nuova formula introdotta nel 2019 ha completamente snaturato la manifestazione originaria. Certamente, la vecchia Davis portava addosso tutti i segni del tempo e aveva bisogno di una riforma, ma in questo modo si è cancellato tutto ciò che la rendeva affascinante: il tifo del pubblico di casa, le partite tre su cinque che potevano cambiare inerzia da un momento all’altro, le sfide incrociate tra i numeri uno e i numeri due. Paradossalmente, l’Italia attuale avrebbe beneficiato maggiormente dell’antico format anziché del nuovo: due top ten (Berrettini e Sinner) e altri tre giocatori di alto livello (Sonego, Fognini e Musetti) avrebbero consentito rotazioni profondissime nei quattro singolari e nel doppio, ma in ogni caso anche nella Coppa in versione rivoluzionata siamo nel poker delle squadre più forti e sono convinto che nel giro di tre anni conquisteremo il trofeo o comunque ci metteremo nella condizione di riuscirci. Per quanto riguarda le sfide che ci attendono quest’anno, è evidente che quella odierna contro gli Stati Uniti rappresenti già uno spartiacque decisivo. L’assenza di Berrettini è pesante, intanto perché stiamo parlando di un top player e poi perché attorno al nostro numero uno il c.t. avrebbe potuto compiere scelte più ponderate negli altri match, ma anche gli Stati Uniti senza Fritz perdono potenziale. Certo, sul veloce indoor il servizio di Isner e Opelka può fare paura, il pronostico è ravvicinato ma secondo me per talento e qualità l’Italia si fa preferire.

L’Italia sogna con Super Sinner (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Scende in campo in maglia azzurra, Fabio Fognini. Si allena così, lancia un messaggio chiaro. Il nostro Davisiman è pronto a vestire ancora i panni del condottiero e guidare l’unica Nazionale con tre debuttanti in Coppa Davis fra le diciotto presenti alle Finals e distribuite tra Torino, Innsbruck e Madrid. Volandri gli ha parlato costantemente durante la sessione di ieri mattina. Negli ultimi giorni il capitano è particolarmente attento, prodigo di indicazioni e consigli per il più esperto dei singolaristi a disposizione. Non è escluso che possa decidere anche in singolare e non solo in doppio, anche perché Bolelli negli ultimi due giorni si è allenato poco, dopo essere stato involontariamente colpito al fianco da un compagno di squadra in una delle prime sessioni al Pala Alpitour. Il pubblico però aspetta Jannik Sinner. Il capitano ha fatto lavorare l’altoatesino soprattutto sul back di rovescio, sotto gli occhi degli appassionati che poi si sono accalcati per un autografo o un selfle. Sinner ha affascinato lo stesso Fognini, colpito dalla sua maturità. Un aspetto che ha attirato anche l’attenzione di Boris Becker: «Mi piacciono il suo tennis e la sua mentalità – ha rivelato al canale tv Eurosport nella versione tedesca – Il suo è un tennis mollo maturo, poi rimane molto calmo nelle fasi decisive delle partite. Forse quest’anno ha giocato troppo e si è stancato. Ma ha un grande talento e un enorme potenziale. Non sarei sorpreso se salisse ancora in classifica». […]

Sinner e i suoi fratelli alla scoperta della Davis sotto mentite spoglie (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Chiamiamola pure, per convenzione, Coppa Davis. E proviamo a vincerla, da oggi a Torino, trascinati dalla gioventù straripante di Jannik Sinner rinvigorito dall’ossigeno purissimo delle Atp Finals e iniettati del fattore-casa di Lorenzo Sonego. Però è un’altra cosa. E’ un torneo per nazioni venduto dalla Federtennis internazionale al gruppo Kosmos di Gerard Piqué: nel 2019 ne fecero un Mundialito in sede unica (Madrid), viziato da una programmazione delirante e conquistato come da copione dalla Spagna, che quest’anno aveva rimpiazzato l’icona Rafa Nadal con il rampante Carlos Alcaraz, che però ieri è risultato positivo al Covid. Nel 2020 la pandemia spazzò via il torneo. Ci riprovano con sei gironi da tre squadre, spalmati in tre località diverse (Madrid, Innsbruck a porte chiuse e Torino), chi è fortunato potrà sfruttare il tifo locale, dalle semifinali in poi tutti in Spagna, a sbranarsi due set su tre per questa Coppa del Mondo che piace più ai giovani che ai maturi, perché non sanno (i giovani) cosa si sono persi con la morte della vecchia Davis. Che chiedeva un restyling necessario, di certo non l’eutanasia. Il business però non soffre di nostalgia, lo sport non aspetta i romantici, l’indiscrezione della manifestazione già venduta per i prossimi cinque anni ad Abu Dhabi, negli Emirati, come se fosse un gran premio di F1 o di moto, non fa una grinza. Oggi dalle 16 tocca a noi, la giovane Italia del neo capitano Filippo Volandri: tre ragazzi, Sinner, Sonego e Musetti, e due senatori, Fognini e Bolelli. Il debutto degli azzurri non sarà morbido. Dall’altra parte della rete ci aspettano gli Stati Uniti di Mardy Fish, il capitano che in un bel documentario di Netflix («Untold») ha alzato il velo su depressione e salute mentale nel tennis di alto livello, sulla scia di Naomi Osaka a Parigi e Simone Biles ai Giochi di Tokyo. E proprio contro gli Usa l’Italia si gioca il passaggio ai quarti di finale da prima del girone, con la possibilità di giocare lunedì, sempre a Torino. […]

Continua a leggere

Rassegna stampa

Sinner e l’Italia pronti (Bertellino). Simone l’intruso (Pierelli). Volandri: «Sarà un’Italia ambiziosa» (Grilli)

La rassegna stampa di mercoledì 24 novembre 2021

Pubblicato

il

Sinner e l’Italia pronti (Roberto Bertellino, Tuttosport)

L’Italia di capitan Filippo Volandri, alla prima esperienza in tale veste dopo la lunga storia targata Corrado Barazzutti, ha proseguito ieri gli allenamenti in vista del primo incontro della fase a gironi del Gruppo E di Coppa Davis, che la vedrà opposta agli Stati Uniti venerdì dalle 16 al Pala Alpitour di Torino. Non una passeggiata perché la squadra capitanata dall’ex professionista Mardy Fish, nonostante la defezione di Taylor Fritz, presenta degli ottimi singolaristi e un doppio affiatato composto da Rajeev Ram e Jack Sock. Salvo cambiamenti dell’ultimo minuto il primo singolarista azzurro sarà Jannik Sinner, al suo esordio in Davis, e il secondo Lorenzo Sonego, giocatore di casa. Sinner dovrebbe affrontane Reilly Opelka. Per Sonego dovrebbe esserci la sfida con Frances Tiafoe, sostituto di Fritz, sempre che il capitano USA non propenda per far giocare da numero 1 l’esperto John Isner. Il doppio azzurro è una garanzia e dovrebbe veder schierati Simone Bolelli e Fabio Fognini, capaci di vincere nel 2015 il titolo Slam agli Australian Open. Match dunque da affrontare con tanta attenzione e che potrebbe essere decisivo nel Gruppo E. Sabato Italia nuovamente in campo, e sempre dalle 16, contro la Colombia che hain Daniel Galan il miglior singolarista, giocatore dotato di un tennis completo che parte dal servizio e non disdegna le discese a rete, soprattutto sul veloce. Temibile anche il doppio della Colombia, composto da Cabal e Farah, abbinamento partito tanti anni fa dal circuito dei futures e salito alla posizione di coppia numero 1 del mondo. L’obiettivo è vincere il girone e arrivare nei quarti, programmati, sempre a Torino lunedì contro la vincente del Gruppo D che è composto da Australia, Croazia e Ungheria.

Simone l’intruso (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

 

L’Italia dei giovani, l’Italia dei Sinner e del Musetti che hanno messo le basi per illuminare d’azzurro il tennis per almeno un decennio, non dimentica chi ha “tirato la carretta” prima dell’avvento di una generazione d’oro, che è sbocciata all’improvviso. Così, dopo il forfait di Matteo Berrettini, ecco che il capitano Filippo Volandri ha dovuto richiamare Simone Bolelli, 36 anni, uno che ha esordito in coppa Davis nel lontano 2007, nella dolorosa sconfitta in Israele. E la cosa curiosa è che a Torino sarà una pedina molto importante perché, con questa formula, il doppio pesa parecchio nell’economia di una partita. E se – come sembra – Bolelli giocherà con Fabio Fognini, altro “ragazzino” di 34 anni, l’Italia potrà contare su due giocatori esperti che assieme hanno vinto tanto, con la perla di uno Slam storico, l’Australian Open 2015. Tra l’altro, la coppia Bolelli-Fognini è quella del famoso match finito alle 4.03 del mattino (la partita più “nottambula” della pluricentenaria storia della Davis) nel 2019 a Madrid, proprio contro gli Stati Uniti (Querrey-Sock) che ritroveremo venerdì. Simone Bolelli, la cul carriera è stata falcidiata dagli infortuni, ha ormai abbandonato il singolare per puntare sul doppio in cui è il miglior italiano in classifica (è numero 25) nonché uno dei più forti specialisti in circolazione: assieme all’argentino Maximo Gonzalez, a luglio, ha raggiunto la semifinale a Wimbledon e ha sfiorato la qualificazione alle Finals di doppio: lui e Gonzalez erano a Torino come riserve. E lì Bolelli è rimasto, dopo il forfait di Berrettini: «Da una parte sono contento perché potrò difendere i colori dell’Italia – ha detto nei giorni scorsi Simone -, dall’altra mi dispiace per Matteo perché si era meritato di partecipare lui. Cercheremo di non farlo rimpiangere». […]

Volandri: «Sarà un’Italia ambiziosa» (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Da Torino a Torino. Il Master cede il testimone alla Coppa Davis, che scatta domani in tre città. Torna in campo l’Italia che non gioca dal marzo del 2020, quando a Cagliari gli azzurri superarono 4-0 la Corea del Sud garantendosi la partecipazione alle finali di Madrid, poi cancellate a causa della pandemia. Tornano in campo gli azzurri e in panchina c’è un nuovo capitano, Filippo Volandri, al posto di Corrado Barazzutti. E così, undici anni dopo la sua ultima apparizione da giocatore tocca al debuttante Volandri provare a spingere il nostro squadrone almeno fino alle semifinali di Madrid. Prime tappe, venerdi contro gli Stati Uniti, poi sabato la Colombia.

Dal 2010 al 2021, è ancora Davis. Volandri, si emozionerà?

L’emozione in un grande avvenimento c’è sempre, anche Roger a Wimbledon sente che l’atmosfera è diversa. Mi emozionavo da giocatore e succederà anche venerdì, però avendo avuto mesi per metabolizzare la situazione ho cominciato da tempo a studiare come gestire l’appuntamento. Certo, quando partirà l’inno, non so cosa succederà…

Non abbiamo purtroppo Berrettini, e ricordando il suo primo set con Zverev, poi vincitore del Master, è un’assenza pesantissima. II nostro numero 1 è Sinner, altro debuttante in Coppa Davis.

Jannik ha fatto enormi progressi quest’anno, a Torino mi è piaciuto molto come ha saputo reagire alla chiamata in campo, il clima che è riuscito subito a creare con il pubblico. Ha dimostrato grande maturità, ci aspettiamo molto da lui in una situazione come la Davis in casa, dove la pressione e il tifo possono esaltare ma anche deprimere se le cose non vanno bene.

Arriviamo a queste sfide con grandi ambizioni, ha già un’idea della squadra che schiererà contro gli Usa?

Sì, ce l’ho, ma certe sensazioni possono cambiare. Mi piace ripetere che i miei giocatori sono tutti titolari, grazie a una qualità molto alta. Avremo il tutto esaurito, un ambiente ideale, vogliamo e possiamo fare grandi cose. Per ora nulla è ancora deciso. Voglio rivedere i giocatori al lavoro e poi deciderò.

Sonego in campo davanti ai suoi tifosi può essere una spinta in più, ricordando anche le vittorie agli Internazionali, l’empatia che stabilì con il pubblico.

Lorenzo garantisce sempre un ottimo rendimento, poi con il pubblico sa esaltarsi ed esaltare. Sicuramente è uno dei nostri punti di riferimento. Il Pala Alpitour sarà una bolgia, però nello staff abbiamo anche psicologi che ci stanno aiutando a confrontarci al meglio con queste emozioni.

Non c’è Fritz, il numero uno degli Usa, però su questi campi veloci Isner e Opelka sono più che temibili.

La forma di Isner è un’incognita. È diventato papà da qualche settimana, ha rinunciato a qualche torneo. Opelka è sempre pericoloso, l’ho visto perdere contro Sinner a Vienna, in quella occasione Jannik ha risposto davvero alla grande. Fritz? Negli ultimi due mesi aveva battuto tutti i nostri, Sonego, Berrettini, Sinner. […]

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement