Il servizio, la chiave del successo di Federer in finale

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Il servizio, la chiave del successo di Federer in finale

Come ha vinto il suo ventesimo Slam Roger Federer? Lente d’ingrandimento (statistica) sui cinque set della final contro Marin Cilic all’Australian Open 2018

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Prima di addentrarci nell’analisi dei numeri relativi alla finale di Melbourne appena conquistata da Roger Federer, ve ne proponiamo uno che potrebbe entrare nella rubrica “strano ma vero” della Settimana Enigmistica: 5. Cinque è il totale dei set complessivamente persi negli ultimi 4 major da Federer e Nadal (quasi settant’anni in due) su 89 disputati. Tre ne ha smarriti agli US Open il numero 1 del mondo (per quanto ancora?) e due il suo diretto inseguitore contro Cilic domenica scorsa. Percorso netto al Roland Garros e a Wimbledon 2017: 42 a 0. Ci permettiamo quindi di dare un consiglio ai tennisti della Next e Middle Generation del tennis: datevi una mossa ragazzi o quando questi due fenomeni si ritireranno, ad ammirare le vostre gesta rimarranno pochi intimi con tutto ciò che ne consegue.

Torniamo ora alla finale degli Australian Open 2018. Di primo acchito una sintesi della partita potrebbe essere la seguente: a Federer il servizio serve. E tanto (e in determinati momenti anche la risposta come vedremo tra poco). Non è la scoperta del secolo, ma vederlo emergere così nitidamente dai numeri colpisce:

 

Nel corso del 2017 la sua percentuale di prime in campo è stata superiore al 60% (62,2 per la precisione). Sarà una coincidenza, ma ha perso i due set in cui è rimasto sotto quella soglia. Stendiamo un velo sui numeri del quarto. Ma, del resto, non capita tutti i giorni di vincere un set 6-1 con il 32% di prime in campo.

 Cilic ha avuto un rendimento al servizio all’altezza delle sue potenzialità come si vede nella tabella che segue.

Scorrendo i numeri scopriamo con una certa sorpresa che è stato travolto nel punteggio in un set – il quinto – in cui la sua percentuale di prime battute in campo è stata molto buona e nettamente superiore a quella del suo rivale (71 contro 61 per cento).

Ma nell’ultimo set la differenza l’ha fatta soprattutto la straordinaria qualità della risposta di Federercome accadde in tempi recenti nel terzo set della finale di Basilea contro del Potro. Cilic in questo parziale infatti è andato alla battuta 17 volte e, nonostante sia dovuto ricorrere al secondo servizio solo 5 volte, ha ottenuto complessivamente 8 punti. Un risultato largamente insufficiente per il nativo di Medugorje determinato, come detto, dalla risposta del Fenomeno.

Interessante il dato relativo al gioco a volo. Cilic si è presentato nei pressi della rete 19 volte; Federer solamente 18. Quattordici punti vinti per entrambi in tali frangenti. Il croato con i suoi colpi potenti, piatti e profondi ha reso difficile all’elvetico trovare il tempo per attaccare nel corso dello scambio e lo ha dissuaso dal tentare con continuità il serve and volley; un uomo di due metri che alla risposta si piazza con i piedi in prossimità della linea di fondocampo e spara missili d’incontro come se non ci fosse un domani non induce a tentare sortite in avanti a cuor leggero. Questa situazione tattica che vede Federer inchiodato a fondo campo da Cilic e costretto ad accettare lo scambio è ormai un classico ed è la ragione che rende questi rendez-vous (così come quelli tra Federer-del Potro che a Cilic tanto assomiglia) così ricchi di pathos.

Stupisce un po’ il fatto che il croato abbia messo a segno più colpi vincenti di Federer (45 a 41); ma il confronto errori gratuiti lo penalizza pesantemente: 64 a 40. Se il rapporto vincenti/gratuiti è indice della qualità estetica di un incontro, dobbiamo concludere che questo non sia stato tra i più memorabili giocati dal detentore di 20 titoli slam. Ma siamo pronti a scommettere che i suoi fan lo abbiano già ampiamente perdonato.

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Le prime volte del 2022: Musetti l’ultimo a provare l’ebbrezza del primo titolo ATP, Trevisan ad aprire le danze nel tennis femminile

Dieci uomini e 5 donne della racchetta mondiale hanno conquistato in questa stagione il loro primo alloro nel Tour. E non è finita qui, potrebbe aggiungersi anche Brooksby

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Lorenzo Musetti - Roland Garros 2022 (foto Roberto Dell'Olivo)

La prima volta non si scorda mai, è un assunto vero e verificabile in quasi tutte le esperienze dell’esistenza umana. Certe emozioni, alcuni frammenti di felicità e di gioia che si provano, si vivono in un istante per poi scomparire per sempre dalla realtà e rimanere lì eterni sul fondo dei nostri ricordi dai quali poter ripescare periodicamente per rivivere l’ebbrezza viandante di quei sentimenti. Francesco De Gregori parla di Curve nella memoria, beh siamo alquanto sicuri che queste curve vengano ripercosse quotidianamente dai tennisti e dalle tenniste che scorribandano nel circuito mondiale, perché per quanto poi ogni giocatore nella propria carriera possa avere l’opportunità di raggiungere titoli più importanti e prestigiosi; il primo trofeo alzato avrà sempre un gusto speciale e diverso da tutte le altre soddisfazioni raccolte, conserverà una memoria indelebile di quel momento di vita tennistica vissuta. Ad esempio nonostante successivamente abbiano scritto la storia di questo sport, vincendo in tre 63 appuntamenti del Grande Slam e complessivamente 283 tappe del Tour mondiale, siamo convinti che per Nadal, Djokovic e Federer i rispettivi primi tornei messi in bacheca a Sopot nel 2004, ad Amersfoort nel 2006 e a Milano nel 2001 avranno un posto speciale quando ripercorreranno gli anni delle loro carriere.

L’ESTATE DELLE MANCINE – Ebbene, vediamo dunque chi nel 2022 ha potuto godere dell’emozione sconfinata proveniente dall’aver realizzato il sogno del primo successo in carriera. Sono addirittura 15 i tennisti che hanno centrato il primo alloro in questa stagione, di cui 10 tra gli uomini e 5 fra le donne. Proprio dal circuito WTA emerge l’ultima aggiunta a questa ristretta cerchia: la ceca Marie Bouzkova, trionfante quest’oggi nel torneo di casa contro la russa Potapova. Anche Anastasia però ha potuto vivere la gioia della prima affermazione, lo scorso aprile sulla terra di Istanbul imponendosi nel derby con Kudermetova. A completare il pacchetto delle ladies ci sono due la tre protagoniste più sorprendenti di questa stagione: le due mancine Beatriz Haddad Maia e Bernarda Pera. La brasiliana si è esibita in un inatteso back-to-back sui prati nel mese di giugno con le conquiste di Nottingham e Birmingham, quasi un mese dopo la croata naturalizzata americana ha percorso lo stesso cammino vincendo in due settimane consecutive a Budapest e Amburgo con l’unica differenza rappresentata dalla superficie. Ma la prima donna in assoluto, che nel 2022, si è tolta la soddisfazione del primo successo non poteva non essere una rappresentante del nostro tennis: la fiorentina Martina Trevisan in quella fantastica cavalcata a Rabat, con lo slancio dell’eliminazione di Muguruza, dove superò Lucia Bronzetti in semifinale e poi regalò il primo trionfo stagionale all’Italia.

MUSETTI E AUGER PARTONO CON IL BOTTO – Se tra le regine del tennis mondiale è stata un’azzurra ad aprire le danze, nel circuito ATP l’ultimo ad iscrivere il proprio nome nel club di coloro che hanno suggellato l’essere diventati professionisti con il primo torneo nel Tour maggiore, risultato che rappresenta una tappa cruciale per inseguire l’obbiettivo di diventare un giocatore di alto profilo, è stato un altro alfiere italico: quel Lorenzo Musetti impostosi la scorsa domenica nel prestigioso torneo di Amburgo sull’ormai imminente n. 4 del ranking Carlos Alcaraz. Un’affermazione di grandissimo richiamo per il talentuoso toscano, che in questo speciale raggruppamento è soltanto il secondo insieme a Felix Auger Aliassime ad aver vinto per la prima volta, in un evento ‘500’.

 

KOKKINAKIS HA ROTTO GLI ARGINI – Tutti gli altri 13 trionfi sono giunti in ATP o WTA 250. Abbiano quindi citato il successo più fresco, ma se riavvolgiamo il nastro il primo tra i maschietti a versare lacrime di gioia per la vittoria spartiacque della carriera è stato Thanasi Kokkinakis. L’australiano agli albori della stagione, dopo anni bui per via di numerosi problemi fisici, ha messo la propria bandierina nella sua città natale – Adelaide 2. Subito dopo, con l’inizio dell’appendice europea sul veloce indoor è stato il turno di Sasha Bublik a Montpellier. In terra d’oltralpe il kazako è stato il giocatore che, tra quelli appartenenti a questa lista, ha bagnato la prima affermazione con il successo più importante considerando il valore dell’avversario superato in finale, avendo sconfitto l’altro Sascha quello tedesco. Alla stessa stregua, ma con la differenza che era già enormemente più avanti in classifica, Aliassime ha superato un altro avversario veramente ostico come Tsitsipas nella finale di Rotterdam, spezzando la maledizione.

ARGENTINA SUGLI SCUDI, MA LA FAVOLA E IL RITORNO AL PASSATO NON MANCANO – Continuando a scorrere i nomi presenti, ci si accorge che il tennis argentino pare aver imboccato la strada giusta per risollevarsi dopo l’addio di Delpo: sono infatti gli albicelesti i più numerosi, con Baez vittorioso ad Estoril e Cerundolo qualche settimana fa a Bastad proprio in finale contro il nuovo El Peque. Sebastian invece aveva lasciato terreno di conquista durante la gira sudamericana a Pedro Martinez, prima gioia arrivata a Santiago per l’iberico. Il più giovane però non è il casse 2000 di Buenos Aires, bensì il 19enne danese del 2003 Holger Rune: s’impose a Monaco di Baviera, complice un Van De Zandschulp menomato. Avrebbe poi raggiunto gli ottavi al Roland Garros, mentre ora sembra essersi smarrito. Lo sport tuttavia lo sappiamo, porta sempre in dote con sé la possibilità di sognare e così non poteva mancare la favola del “Barone” Van Rijthoven sui prati del Bosco Ducale contro l’attuale n. 1 mondiale Medvedev. Infine per non scontentare nessuno ecco anche il ritorno del vintage, grazie al serve&voller Cressy nella sede dell’Hall of Fame.

E potrebbe non essere finita qui, in serata Jenson Brooksby proverà a diventare il sedicesimo giocatore a conquistare il primo successo nel 2022, ma De Minaur vorrà mettergli il bastone tra le ruote.

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Wimbledon curiosità e statistiche: da servizio di Rafa e al revival mancini. E la NextGen?

Una serie di statistiche curiose che giovano a Nadal e ai Fab Four, ma pongono l’accento sul famoso problema del futuro

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Rafael Nadal (ESP) reacts after a point against Botic Van De Zandschulp (NED) Centre Court2022. All England Lawn Tennis Club, Wimbledon. Day 8 Monday 04/07/2022. Credit: AELTC/Simon Bruty

Sono passati esattamente trent’anni da quando due mancini spettacolari e attaccanti, così diversi da Cameron Norrie e Rafael Nadal, (anche se lo spagnolo non scenderà in campo) arrivarono tra gli ultimi 4 ai Championships(e ben 12 anche dall’ultima volta in uno Slam, quando al Roland Garros del 2010 vi arrivarono il solito Rafa e il sorprendente Jurgen Melzer): erano John McEnroe e Goran Ivanisevic, che si arrese in finale solo ad Agassi dopo aver battuto Sampras. Da questo punto di vista la storia non farà sorridere Cam e Rafa, che dal canto suo però può comunque vantare (ancora) grandi numeri derivanti già solo dalla storica, faticosa vittoria contro Fritz: ottava semifinale a Wimbledon, che lo pone al pari con Pistol Pete e McEnroe(due che qui vi hanno però costruito una carriera), arricchita dal cinquecentesimo ace messo a segno nella battaglia di ieri sui verdi prati e dalla trentottesima presenza Slam a questo livello, distante 8 semifinali dal primatista, il Signor Roger Federer. Dunque record e soddisfazioni in serie per il maiorchino, che costruisce ogni giorno in più un pezzettino di storia del tennis(come se già non bastasse).

Eppure anche l’altro mancino, che domani si giocherà la più importante chance della carriera, ha messo una tacchetta nel grande libro delle statistiche. Infatti Cameron Norrie, insieme a Nick Kyrgios(otto anni dopo il primo tentativo), ha allargato a 20 il gruppo di giocatori nati negli anni ’90 capaci di arrivare almeno in semifinale in uno Slam. Solo sette tra questi hanno poi trovato la finale, e in due sono stati capaci di vincere il torneo: Thiem e Medvedev, alle ultime due edizioni dello US Open. Nell’elenco figurano anche nomi ormai desaparecidos dal panorama tennistico, che tanto avevano illuso e promesso, come Jerzy Janowicz, il funambolico polacco che fu il primo giocatore della generazione ’90(nato proprio nel primo anno di quel decennio) ad entrare nei primi quattro in uno Slam, nel lontano 2013 qui a Wimbledon.

I Championships che, tra l’altro, per la prima volta dal 2002 hanno visto ben tre quarti di finale finire al set decisivo nel maschile, ben vent’anni dopo le vittorie in 5 set di Hewitt su Schalken, di Malisse su Krajicek e di Nalbandian su Lapentti. E anche nel femminile è stata un’annata bella entusiasmante, dato che ben tre giocatrici su quattro hanno vinto in rimonta, dopo aver perso il primo set, con la sola Halep che ha vinto 2-0, per il restante inizi bruschi poi riscattati alla distanza. Dicevamo però dei maschietti: quest’anno solo Kyrgios ha avuto vita facile con Garin, mentre Nadal e Norrie hanno dovuto soffrire non poco contro Fritz e Goffin, e Djokovic ha dovuto addirittura rimontare uno svantaggio di due set a zero contro Jannik Sinner, unico Next Gen(parlando di giocatori nati dal 1996 in poi, Nick di certo non vi appartiene più) a spingersi fino a questo punto del torneo, ma con poca fortuna. E proprio la sconfitta del prossimo n.1 azzurro ha portato a una statistica non certo piacevole per il movimento tennistico: per la prima volta da Wimbledon 2019 non ci sarà neanche un giocatore Next Gen tra gli ultimi quattro di uno Slam, e di conseguenza saranno le semifinali con l’età media più alta degli ultimi tre anni.

 

E dire che sembrava ormai finalmente arrivato il momento del cambio della guardia, dell’affermarsi delle nuove leve, visto che dall’ultimo a Wimbledon all’ultimo Australian Open tre semifinalisti su quattro erano nati dal 1996 in poi: Berrettini, Hurkacz, Shapovalov a Wimbledon; Medvedev, Zverev, Auger-Aliassime a New York e sempre il russo, Matteo e Tsitsipas a Melbourne Park. Questo per citare gli esempi più recenti, e più nutriti, ma anche al Roland Garros erano stati due i “giovanotti” ad arrivare negli ultimi quattro, la situazione sembrava ben rosea. Da quel Wimbledon 2019 che vide come semifinalisti tre Fab 4(Nole, Roger e Rafa) più Bautista Agut, solo nel 2020 in Australia e a Parigi un solo semifinalista era NextGen, per il resto sempre almeno due. Certo va detto che questo torneo di Wimbledon aveva delle particolarità in partenza: Medvedev e Rublev hanno avuto il ban, Zverev era infortunato, e Berrettini ha contratto il COVID, dunque già il campo partecipanti che avrebbero potuto dire la loro è stato compromesso a prescindere. Ma ciò non nega l’evidenza che ancora una volta i ragazzi, al momento di compiere un vero passaggio di consegne e detronizzare i Fab Four, sono mancati all’appello. E, per una volta, è la matematica a confermarlo. E la matematica non è un’opinione, né potrà restituire ai NextGen la giovinezza e il tempo che ora si perde nel vento, che li tiene nel limbo tra campione fatto ed eterna promessa, che solo le vittorie e i risultati possono spezzare.

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evidenza

Rafa Nadal infinito, ma non sazio: dal sogno 24°Slam di Court a quello di campione più venerando, i record che definiscono le leggende

il 36enne maiorchino ci sta prendendo gusto. Fare quello che non hanno fatto né Federer né Djokovic e che è riuscito solo a Budge e Laver. Rosewall è avvisato

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Sport 6:6:22

Nello Sport professionistico, i principali traguardi che un atleta si pone di raggiungere sono essenzialmente due: le vittorie dei trofei e lo stabilire dei record. Chiaramente ogni sportivo diventato tale, nella stragrande maggioranza dei casi – almeno che non si siano passate le pene dell’inferno, vedere per credere la storia di un certo Andre da Las Vegas – ha un passato da ragazzo prima infatuato e poi perdutamente innamorato di quella attività fisica, combinata alla competizione, che successivamente quando quell’amore – oramai divenuto folle – si trasforma in ossessione compulsiva, di cui non poterne più fare a meno; ecco che quel giovincello e tutti i suoi sogni si evolvono in qualcosa di reale. Ebbene sì, i secoli di questa mirabile arte, che è lo Sport dacché l’umanità ha deciso d’inventarsela, ci hanno restituito il seguente assioma: “Il campione si differisce da tutti gli altri, per l’ossessione spasmodica nel voler migliorarsi, vincere, competere e superare i più grandi della sua generazione”. Questo assunto, per certi versi, trova una controprova nel Tennis che così veritiera, probabilmente non è possibile scovarla altrove. Essendo il nostro uno sport individuale, nel quale in una giornata negativa non si può fare affidamento ad un compagno di squadra particolarmente in vena; bensì l’unico sostegno a cui appigliarsi non è che se stessi. E se dietro, alle spalle, non si ha quella sana smania di voler dimostrare a tutti i costi di essere sempre il migliore, beh nel momento in cui verranno meno le proprie qualità – e sappiamo che nel tennis la giornata storta è sempre dietro l’angolo, quando meno ce lo si aspetti – si sarà letteralmente perduti. Poiché se comunque si potranno ottenere titoli e trofei, durante tutto il corso della propria attività agonistica, sicuramente i record saranno inarrivabili. Ed è proprio questa, la caratteristica dirimente che fa sì che solamente pochi eletti nella storia del tennis siano stati capaci di stabilire record, trapassando diverse epoche e generazioni di giocatori; al contrariò di altri che si sono fermati “soltanto” ad erigersi come i più grandi dei loro anni – tennisti, quest’ultimi altrettanto immensi e con carriere incredibili.

Dunque va da se che abbatterete alcuni primati o stabilire dei record mai fatti registrare prima – neanche con l’anticamera del cervello – è sinonimo e sintomo, di una cosa ed una soltanto: essere delle Leggende. Come ben sappiamo, ieri è andata in scena la finale maschile della 126esima edizione del Roland Garros; e questo ci fornisce un assist spettacolare. Infatti, chi meglio del Re indiscusso della terra battuta, capace di vincere per 14 volte lo Slam di Porte d’Auteuil e d’issarsi alla cifra astronomica – per l’appunto da record – di 22 titoli dello Slam; rispecchia alla perfezione l’identikit di assoluto fenomeno descritta in precedenza? Nessuno. Ma come già anticipato, ci interessa andare più in profondità e non limitarci alle cavalcate trionfali; che il signor Nadal ha compiuto così tante volte nei Major tanto da staccare di ben due piazze gli altri due mostri del ventunesimo secolo: Federer e Djokovic. Il Toro di Manacor oramai è arrivato al punto da travalicare qualsiasi confine, che se dovesse continuare a questo ritmo fra un po’ non potremo più elencare la sua interminabile striscia di primati, facendola precedere dalla classica e formale dicitura: “il più grande tennista per …”; ma saremmo costretti a sostituire il sostantivo che definisce l’atleta con la racchetta, con :”l’essere umano in grado di …” Il 14esimo alloro parigino, ha dato infatti l’occasione a Rafa d’insidiare anche le più grandi donne del tennis, poiché sono loro a detenere il record all-time di trionfi nei tornei del Grande Slam.

AGGANCIO GRAF, A WIMBLEDON PER APPAIARE SERENA – Lo spagnolo con il ventiduesimo Major ha agganciato Steffi Graff e ora punta ancora più in alto: l’obbiettivo è quello di agguantare la seconda posizione di tutti i tempi, appartenente a Serena Williams a quota 23. Fra tre settimane, piede sinistro permettendo, Rafael correrebbe in quel di Wimbledon per questo ulteriore record. Il quale sarebbe pur sempre parziale, visto che davanti a tutti c’è lei: Margaret Court, la straordinaria australiana capace di vincere 24 prove dello Slam. Perciò facendo due facili calcoli, per il primato assoluto a pari merito con la 11 volte campionessa dell’Australian Open, all’irriducibile maiorchino servirebbe – ma guada un po’ – compiere l’impresa che è riuscita a soli due uomini: da dilettante nel 1938 al californiano Don Budge e in due circostanze, nella pima pre Era Open e nella seconda da professionista, al sublime Rod Laver. Un percorso titanico, che come si desume possiede un accentuato profumo di storia, con radici inafferrabili e difficilmente sradicabili; una prova di forza che potrebbe benissimo essere rappresentata dal mito bretone della Spada nella roccia. Tutto questo è il Grande Slam, difronte al quale anche uno roccioso e apparentemente invalicabile mentalmente, come l’uomo di gomma serbo, si è sciolto ad un passo dall’eternità sportiva. Lo stesso epilogo che fu riservato anche al Re dell’eleganza svizzera, ad esempio nel 2009 quando tra Rafa a Melbourne Park – consegnando all’iberico il primo successo nell’Happy Slam, 6-2 al quinto – ed un ragazzone di Tandil (al momento l’ultimo più giovane vincitore Slam) in terra newyorkese si vide scippare il record dei record. Nadal si mostrerà, ancora una volta fisico permettendo, più forte dei suoi due più grandi rivali dinnanzi a questa ennesima prova di forza? Solo il tempo ce lo dirà.

 

RAFA E’ IL QUARTO TENNISTA PIU’ANZIANO A VINCERE UNO SLAM, AL SECONDO POSTO C’E’ FEDERER – Ma una cosa è certa, l’età per il n. 4 del mondo non è una discriminate, altroché. E’ quello stimolo ulteriore, che lo spinge a continuare insieme all’irrefrenabile desiderio amoroso che ha per il tennis. Il mancino di Maiorca si sta, difatti, avvicinando a velocità di ghepardo ad un altro invidiabile primato: Il tennista più anziano a conquistare uno Slam. Questo record, al momento appartiene, a Ken Rosewall. Il quattro volte finalista di Wimbledon vinse il suo quarto Slam Down Under nel 1972, alla veneranda età di 37 anni, 1 mese e 24 giorni. Con il freschissimo trionfo francese, The King of the Clay si è issato alla quarta posizione assoluta con i suoi 36 anni e due giorni, scalzando subito dietro al podio il suo acerrimo rivale in campo – ma grande amico nella vita – campione del Roland Garros 2009 e che nel 2017 lo aveva battuto al quinto in quella storica finale sulla Rod Laver Arena a 35 anni, 10 mesi e 26 giorni suonati. Davanti a lui ci sono al terzo posto, ancora Rosewall, sempre grazie ad un successo a Melbourne nel ’71 a 36 anni, 4 mesi e 5 giorni; e in seconda posizione nuovamente Roger Federer. L’otto volte campione dei Championship ha ottenuto questo riconoscimento di longevità, nella finale dell’Open d’Australia 2018 vinta dal 41enne di Basilea in cinque set contro il recente semifinalista dello Slam parigino Marin Cilic, quando aveva 36 anni, 5 mesi e 7 giorni – tra l’altro suo ultimo titolo Slam messo in bacheca. Dunque per Rafa la scalata ai vertici, in questa particolare classifica, dovrà per forza di cose continuare il prossimo anno; intanto almeno a Bois De Boulogne è lui il giocatore più in la con gli anni ad essersi laureato campione: battuto il precedente record del compianto Andres Gimeno (7° di tutti i tempi in questo parterre de roi), che nel 1972 s’impose a Parigi a 34 anni, 9 mesi e 19 giorni.

NADAL IL PIU’ LONGEVO, COME COSTANZA NEI MAJOR, GLI ALTRI DUE MOSTRI INSEGUONO – Ma se parliamo di longevità inerente alla continuità, perché un singolo grande exploit si può centrare anche a fine carriera seppur non sono questi i casi, Rafael XIV non ha eguali. Anche in questo ambito, sopravanza gli altri due extraterrestri; ma in generale in merito al dato che stiamo per evidenziare, ha l’opportunità di guardare tutti dall’alto: è colui che in carriera ha fatto registrare il filotto più lungo, in termini di stagioni passate, tra la prima e l’ultima finale raggiunte in un Major. 17 lunghi anni sono trascorsi fra il primo Roland Garros (2005) e l’ultimo (2022).  Subito dopo si trova Federer, all’interno di un ennesimo capitolo della saga Fedal, con 16 stagioni consumatesi fra il suo primo successo a Church Road nel 2003 e lo scontro conclusosi 13-12 al quinto con Nole sui prati londinesi del 2019. Infine a completare il podio c’è proprio il più giovane dei tre cannibali, a quota 14: gli anni che distanziano la sua prima finale Slam persa a Flushing Meadows nel 2007 da Federer, dall’ultima che sempre nell’ultimo Major della stagione vide frantumarsi il sogno del Grande Slam, tra le innumerevoli lacrime – non ovviamente quelle dell’orso Daniil.

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