Coppa Davis: Mannarino ci regala la Francia, Coric si regala i kazaki

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Coppa Davis: Mannarino ci regala la Francia, Coric si regala i kazaki

Mannarino batte Haase dopo una maratona di 5 set. Francia nostra avversaria ad aprile. Il giovane croato liquida con un triplice 6-4 Shapovalov. Nei quarti sarà Croazia-Kazakistan

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FRANCIA-OLANDA 3-1 (Raffaello Esposito)

A. Mannarino b. R. Haase 4-6 7-6 7-5 6-7(2) 7-5

Vince Mannarino ma ha fatto di tutto per perdere. Lucas Pouille non ce la fa proprio ed è ancora lui a scendere in campo nella terza giornata di uno scontro che si è trasformato in una palude per i francesi. I tre precedenti non lasciavano tranquillo nessuno, Adrian conduce 2-1 ma si era trattato di vittorie difficili e lottate.

 

Primo set da incubo per i padroni di casa, Mannarino appare confuso tatticamente e perde presto la battuta. Manca il riaggancio nel sesto gioco, perché Haase si prende i punti che contano con un serve and volley seguito da un rovescio piatto incrociato. Non rischia più nulla fino al 6-4 che sembra mandare all’inferno il suo avversario.
Anche perché in principio il secondo set sembra la fotocopia del primo. Il mancino di Francia si salva incredibilmente da 0-40 nel terzo gioco e la scossa lo porta a doppia palla break nel game seguente. Haase non trema e annulla ancora una volta. Adrian accusa il colpo e perde la battuta sul tre pari. È sull’orlo di una crisi di nervi, prima getta la racchetta a terra – e farebbe meglio a tenerla da conto – e poco dopo, al termine di una rincorsa, scalcia la base dell’operatore TV a bordocampo. Sembra finita perché Robin viaggia fino al 5-3 ma si pianta ad un centimetro dal filo di lana cedendo ai vantaggi il primo servizio del match. Il tie-break che segue è un’altalena e Mannarino coglie l’attimo fatidico per il 7-5 di misura che lo rimette in gioco. Noah sente il momento e gli urla “Super” in faccia al cambio campo.

Se non fosse per la tensione che solo la Davis sa regalare sarebbe un match da sbadiglio costante ma la posta in gioco è troppo alta per annoiarsi. In campo il vento è cambiato, Haase sembra in difficoltà fisica, la prima palla non viaggia più come prima e nel terzo parziale è lui a doversi salvare in tre turni consecutivi. Mannarino rompe gli indugi e affonda il colpo nell’undicesimo gioco, due risposte profonde e un attacco lungolinea propiziano il break a zero che di fatto gli consegna il set. Haase scappa negli spogliatoi seguito da Haaruis mentre il suo avversario attende con la faccia di chi ora ci crede. Quel che accade nel quarto set è da lettino dello psicanalista. Il fatto che Robin non sia al meglio diventa più di un sospetto quando perde presto il servizio e riesce a salvarsi per un pelo nei turni seguenti. Mannarino non affonda il colpo e la paga cara. Non è propriamente un cuor di leone ed ecco che sul 5-4, al momento di chiudere, rimane a guardare l’altro che recupera e pareggia. Consultare il manuale del gioco alla voce “braccino”. I treni vanno presi quando è il momento, altrimenti ci si finisce sotto, ed è quello che capita al francese nel tie break. Haase è tornato in fiducia e libera finalmente la potenza del suo braccio, il servizio adesso funziona e Mannarino è tornato un coniglietto pauroso. Perde uno scambio vinto almeno tre volte se avesse avuto il coraggio di prendere la rete e molla di schianto cedendo 7-2.

Un disperato Noah si fa portare una cassa di attak per incollare i cocci del suo giocatore al cambio campo e riesce a riportarlo con la testa nel match ma ora è tutto più difficile. Haase picchia con rinnovato vigore, adesso fa male anche sul lato del rovescio e Adrian continua a mancare occasioni per staccarsi nel punteggio. Robin annulla tre palle break nei suoi primi due turni di battuta e il totale nel match sale a 22! Un numero che rimane ben piantato nella testa del francese e spaventa tutto il pubblico di Albertville. L’equilibrio non si schioda, Haase può contare su qualche punto facile grazie alla battuta ma ogni scambio ormai crepita di elettricità. L’olandese picchia forte fino alle soglie del tie break ma qui il suo braccio si inceppa. O forse Mannarino scova da qualche parte il coraggio che gli è mancato per tutto il match. Dal 30-15 Adrian gioca in sequenza un grande rovescio lungolinea anticipato, una risposta nei piedi e un passante in corsa che finalmente dissolvono l’incubo. Francia ai quarti contro l’Italia, e stavolta si gioca da noi…


CROAZIA-CANADA 3-1 (dal nostro inviato ad Osijek Ilvio Vidovich)

B. Coric b. D. Shapovalov 6-4 6-4 6-4

Chiamato per la quarta volta in carriera a portare alla sua squadra il punto decisivo della sfida, Borna Coric non si smentisce e dimostra una volta di più di essere un vero giocatore da Davis. Il 21enne croato cala infatti il poker sul campo in terra rossa indoor di Osijek: quattro vittorie su quattro per lui quando il match conta doppio e Croazia qualificata per i quarti. Il tennista zagabrese non ha lasciato scampo oggi a Shapovalov, grazie ad una prestazione eccellente al servizio (79% di punti con la prima, 76% con la seconda) e solida e attenta alla risposta e nel gioco da fondo. Un match dominato dal primo all’ultimo punto.

Che la giornata per lui non sarà di quelle da ricordare, il canadese lo intuisce sin dal primo game quando subisce il break, a freddo, a causa di un paio di banali errori di rovescio. Ma sin da questi primi scambi il piano tattico di Coric appare chiaro: non dare ritmo al suo avversario, variando peso e profondità dei colpi e fargli giocare sempre un colpo in più. Nel secondo game si capisce su cosa si basa la seconda parte del piano del croato: il canadese con un paio di risposte profonde si procura la palla break, ma con due ottime prime Borna fa capire di aver guardato attentamente il match tra Shapovalov e Galovic (“Mi rispondeva sempre profondo, non riuscivo ad iniziare lo scambio” aveva detto il n. 2 croato dopo la sconfitta di venerdì) e di aver studiato le contromisure. Tanto che dopo le due prime risposte citate il canadese riuscirà soltanto un’altra volta, verso la fine del secondo set, a rispondere sulle stringhe delle scarpe di Borna (che si inventerà peraltro un passante vincente tanto per demoralizzare ulteriormente il teenager di Richmond Hill ). Da quel momento infatti sul servizio del croato praticamente non si giocherà mai, dato che la prima di servizio gli porta sempre almeno un paio di punti a game e le ottime variazioni con la seconda non consentono al suo avversario di prendere praticamente mai in mano le redini dello scambio e quindi Borna può tessere la sua tela da fondo. Tela che irretisce il canadese anche quando si trova a sua volta al servizio. L’allievo di Piatti legge infatti bene il servizio avversario e anche se poi Shapovalov altri grossi rischi non ne corre, deve comunque sempre conquistarsi ogni punto. Il game in cui serve per il set è l’unico in cui Borna accusa un po’ di tensione, sbagliando due rovesci che lo portano sullo 0-30. Ma è solo un attimo, chiede aiuto al servizio e con quattro punti di fila porta a casa il primo set. 6-4 Croazia.

Nel secondo set il dominio nei game di servizio di Borna è ancora più imbarazzante. La prima viaggia che è un piacere, Denis continua a non riuscire a leggerla e alla fine del parziale saranno solo tre i punti che riuscirà a conquistare alla risposta. Sul servizio del canadese invece c’è sempre la sensazione che qualcosa possa accadere. E quando Coric impatta sul tre pari, il pubblico lo sente ancora di più ed incita a gran voce il suo beniamino mentre Shapovalov si appresta a servire. Non era mai successo, ma il pubblico aveva ragione: Coric gioca delle risposte impeccabili, l’ultima delle quali, di rovescio, gli consente poi di spingere con lo stesso colpo in lungolinea e venirsi a prendere il break a rete. Il giovane canadese accusa il colpo tanto da dover affrontare un’altra palla break, che è anche un set point, al turno di battuta successivo. Il talento cristallino del 18enne nato a Tel Aviv c’è sempre, anche quando la giornata non è delle migliori, tanto da annullarla con un vincente di dritto veramente impressionante. Ma è solo una fiammata all’interno del monologo di Coric. Che sente di nuovo un po’ la tensione, fa risalire da 40-0 a 40-30 il suo avversario che non faceva due punti alla risposta da più di mezz’ora, ma poi non trema più e al quarto set point conquista anche il secondo set. 6-4 Croazia.

Si vede che ora Shapovalov non ci crede più. Per carità, il canadese non è uno che molla, continua a combattere, si incita, ma si ritrova ad annullare una palla break praticamente ad ogni turno di battuta ed è evidente che a questo punto solo un miracolo può far girare la partita. Dall’altra parte della rete Borna pare solo aspettare il momento giusto per sferrare l’allungo decisivo. Impressiona in questa fase la sua capacità in di rimanere totalmente concentrato e di stare attento a non lasciare nessun spiraglio al suo avversario per rientrare in partita. Ed ecco che il momento giusto per il giocatore di casa arriva al nono gioco: tre palle break Croazia. E Shapovalov non riesce, nonostante cerchi di rimanere nel match aggrappandosi al servizio, ad annullarle tutte. Arriva così il break decisivo nel game successivo il croato è impeccabile al servizio e, poco dopo le due ore di gioco arriva il terzo 6-4 Croazia. Il “Gradski Vrt” è di nuovo in festa, la squadra di casa è ai quarti di Davis dove affronterà il Kazakistan. Probabilmente sulla terra rossa indoor di Varazdin, come ha fatto trapelare il ct Krajan nella conferenza stampa post match

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Coppa Davis: Hewitt, Haggerty, Bertolucci, Barazzutti e Rojas. Opinioni contrastanti su un format che fa discutere

Il 2023 non vedrà nessun cambiamento nella formula della Coppa Davis, anche se non sono in pochi ad augurarsi un ritorno al passato

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La Coppa Davis (foto Roberto dell'Olivo)
La Coppa Davis (foto Roberto dell'Olivo)

Per la prima volta nella sua storia, il Canada di Denis Shapovalov e Félix Auger-Aliassime ha vinto la Coppa Davis, battendo in finale l’Australia di Lleyton Hewitt. Proprio il capitano aussie tuttavia, insieme ad altre voci importanti del tennis italiano, non sembra troppo convinto dell’attuale format della Davis Cup, in vigore dal 2019. Le discriminanti principali sono due: in primis, spesso il doppio – punto di forza di tante nazionali – neanche si gioca, come accaduto proprio nella finale di quest’anno. L’altra critica mossa verso questa formula è che possono bastare quattro set per sollevare l’insalatiera, mentre fino al 2018 questi potevano non essere sufficienti neanche per vincere una singola partita.

Lo stesso Hewitt, nella conferenza al termine della finale, aveva rimarcato la sua posizione:

Il formato così com’è adesso non mi piace; non è un mistero, ma la mia voce non viene ascoltata. Come si fa a dire a dei doppisti che si preparano tutto l’anno e che arrivano qua per giocare in una delle più grandi competizioni che non avranno la possibilità di esprimersi? Penso ad esempio al team olandese che abbiamo battuto. O addirittura penso al leggendario doppio Woodforde-Woodbridge, che oggi non avrebbero messo piede in campo”.

 

Anche l’ex capitano dell’Italia Corrado Barazzutti, in un’intervista concessa al Corriere dello Sport, non ha usato mezzi termini per esprimere la sua posizione: È come se prendessimo uno Slam e lo modificassimo in un torneo da dieci giorni: non mi piace. Una volta la Coppa Davis era considerata il quinto Major, mentre adesso l’hanno ridimensionata. Si gioca al meglio dei tre set, gli incontri sono diventati tre, il doppio ha un’incidenza ben diversa e il fattore campo non esiste quasi più. Quando la vincemmo noi nel 1976 contro il Cile fu un’impresa gigantesca in un contesto difficile“.

Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo anche Paolo Bertolucci, che era presente insieme a Barazzutti nello storico successo di Santiago del Cile. Questo un suo breve pensiero tratto da un’intervista a Il Messaggero: La Coppa non va più chiamata ‘Davis’, quella era un’altra cosa. Questa invece si vive in un giorno solo, tutta d’un fiato, è totalmente diversa rispetto a quando c’erano cinque partite al meglio di cinque set“.

Le critiche non sono ovviamente condivise da chi organizza e gestisce la competizione, ossia il presidente dell’ITF David Haggerty e il CEO di Kosmos Tennis Enric Rojas, secondo i quali le migliorie apportate alla Davis Cup stanno riscontrando un effetto molto positivo sulla competizione. “Siamo molto contenti del format e dei cambiamenti che abbiamo apportato – commenta Haggerty – ai giocatori piace, ce l’hanno confermato. Apprezzano i due singolari e il doppio decisivo, è un metodo che funziona bene considerando anche la parte di stagione in cui si gioca”.

L’interesse di Kosmos, proprietaria della Coppa Davis, e dell’ITF è quello di ricreare un ambiente simile ad un Mondiale di calcio, dove fan di tutto il mondo possano riunirsi in un’unica città ospitante. In realtà, tuttavia, dal 2019 soltanto il 21% dei biglietti sono stati comprati da appassionati provenienti da paesi diversi dalla Spagna, paese che da tre stagioni ospita la fase finale.

“Guardando il dato del 21% di fan stranieri, penso che questo sia il punto con i maggiori margini di miglioramento. Se riuscissimo ad ottenere, ad esempio, un’affluenza del 50/50, come accade già in molti altri sport, sarebbe fantastico” – ha dichiarato Rojas – In ogni caso, il numero di tifosi è stato decisamente alto. Dobbiamo migliorare la percezione negli appassionati che questo sia il Mondiale del tennis. Vogliamo essere un evento quanto più internazionale possibile, raccogliendo sempre più tifosi da tutto il mondo”.

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Coppa Davis, ranking per nazioni: Croazia in vetta, balzo Canada e Australia. L’Italia si conferma in top10

La Croazia si conferma al primo posto del ranking delle Nazionali, seguita da Spagna e Francia. Quarto posto per il Canada, settimo per l’Italia

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Canada - Davis Cup 2022 (foto Roberto dell'Olivo)
Canada - Davis Cup 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

La Coppa Davis 2022 continua a regalare record per il Canada. Dopo aver vinto la prima insalatiera della sua storia, grazie anche alla sua generazione tennistica più forte di sempre, i ragazzi con la foglia d’acero sul petto scalano anche la classifica delle Nazionali, pubblicata due volte all’anno (al termine delle fasi di qualificazioni e dopo le fasi finali).

In vetta al ranking si conferma la Croazia con 968,38 punti, anche grazie alla semifinale raggiunta quest’anno e persa contro l’Australia. Non solo però, perché sul primato dei croati – così come sulla posizione di ogni Federazione – pesano anche i risultati delle scorse stagioni. La classifica, infatti, tiene conto dei risultati degli ultimi quattro anni in modo via via decrescente. Per i risultati dell’ultimo anno, infatti, valgono il 100% dei punti; dei risultati del penultimo vengono considerati solamente il 75% dei punti, del terzultimo il 50% e del quartultimo il 25%. Bisogna tener conto anche dell’impatto del Covid-19 sulle stagioni 2020 e 2021, che vengono “unite” ai fini del calcolo del ranking (quindi, eccezionalmente, in questo periodo si tiene conto delle ultime cinque stagioni).

Per capire meglio, ad esempio, i punti totali di una squadra nel 2022 corrisponderanno la seguente somma:

 
  • 100% dei punti ottenuti nel 2022 + 75% dei punti ottenuti nel 2021 e 2020 + 50% dei punti ottenuti nel 2019 + 25% dei punti ottenuti nel 2018

Nel 2025 di tornerà a calcolare la classifica in maniera tradizionale, considerando dunque le ultime quattro stagioni. Il totale dei punti di una qualunque squadra, a fine 2025, corrisponderà dunque alla seguente somma:

  • 100% dei punti ottenuti nel 2025 + 75% dei punti ottenuti nel 2024 + 50% di punti ottenuti nel 2023 + 25% dei punti ottenuti nel 2022

I punti guadagnati sono ovviamente diversi in base alla fase della competizione raggiunta. In caso di vittoria ci si aggiudica 500 punti, mentre sono 300 quelli incassati per la finale, 200 per la semifinale, 150 per i quarti di finale e 100 se ci si ferma nel round robin.

A questi si aggiungono alcuni punti bonus, che possono variare da quattro a dieci in base al ranking dell’avversario: sono 10 se un tennista sconfigge un rivale che occupa il primo o il secondo posto nel ranking ATP, 9 se si batte il n°3 o il n°4, 8 se si prevale su un giocatore compreso tra il quinto e l’ottavo posto. Si guadagneranno poi 7 punti vincendo contro chi è compreso tra il 9° e il 16° posto, 6 punti contro uno tra il 17° e il 32°, 5 punti contro uno tra il 33° e il 64° e 4 punti contro uno dal 65° posto in giù.

Chiusa la parentesi sul calcolo del ranking, vediamo nel dettaglio la classifica. Dietro la Croazia, al secondo posto si trova la Spagna, orfana di Alcaraz e Nadal quest’anno, con 693,25 punti. Completa il podio la Francia con 628,00 punti.

Alle spalle dei transalpini si trova la prima variazione di posizione, visto che i primi tre posti sono rimasti invariati rispetto all’ultimo aggiornamento. Ai piedi del podio si trova il Canada con 565,75 punti, che grazie al successo di domenica scorsa ha guadagnato tre posizioni e, da quando il ranking per nazioni esiste (2001), si trova nel suo punto più alto di sempre.

Seguono Stati Uniti (490,34 punti), Germania (485,09) e Italia (473,00), che rimane stabile al settimo posto e chiude il 2022 tre posizioni più avanti rispetto al 2021. Completano la top10 l’Australia, finalista di questa edizione (430,25), la Gran Bretagna (398,00) e la Serbia (388,25). La Russia, vincitrice nel 2021 e bannata per le edizioni 2022 e 2023, è ferma al 16° posto. Questa dunque la top10 aggiornata a fine 2022:

  1. Croazia
  2. Spagna
  3. Francia
  4. Canada
  5. USA
  6. Germania
  7. Italia
  8. Australia
  9. Gran Bretagna
  10. Serbia

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Coppa Davis: è stata un’occasione buttata? Probabilmente sì. Si ripresenterà? Penso di sì

La scelta di Filippo Volandri che ha schierato Matteo Berrettini in doppio, sebbene a digiuno di tennis da 40 giorni, viene ancora oggi molto discussa. Nei circoli di tennis e sui social. Il post di papà Fognini, il commento di papà Bolelli, il pensiero del direttore…anche su questa Davis che non gli piace

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Matteo Berrettini e Fabio Fognini giocano il doppio decisivo contro il Canada - Malaga 2022, Coppa Davis (foto Roberto dell'Olivo)

Che peccato non aver vinto questa Coppa Davis. Era davvero alla nostra portata. Avessimo battuto il Canada non avremmo mai perso con l’Australia.

Più ci penso e più me ne faccio un cruccio. E mi chiedo se davvero non si sia un po’ buttata una grande occasione. Tutte le persone che mi è capitato di incontrare, a Malaga come al ritorno in Italia, sull’aereo, al circolo, con gli amici, sui social, condividevano l’identica sensazione.

Ha fatto, fa e farà discutere la scelta di Filippo Volandri che ha schierato in doppio Matteo Berrettini che non si era mai allenato con la squadra, che aveva provato a giocare solo un paio di giorni dacchè aveva perso a Napoli (con un piede gonfio come un melone…) la finale con Musetti.

 

Non frequento abitualmente Facebook ma mi è stato inoltrato un commento di papà Fognini, Fulvio, alias Fufo56  che qui riporto fedelmente con maiuscole e minuscole e mi ha fatto riflettere (al di là della discutibile… eleganza, ma pare che nei social network ci si esprima spesso così!): “LI SENTI PARLARE E SONO TUTTI CONTENTI PER ESSERE ARRIVATI IN SEMI…ma andate a fare in culo, questa era una DAVIS DA VINCERE!”. Sic dixit Fufo 56.

Dopodiché, e anche questo mi viene segnalato da un fedele addetto ai Facebook-posts, è arrivato a commento di ciò un “like” – che potrebbe apparire piuttosto significativo – di Simone Bolelli.

In aereo da Malaga a Bologna ho incontrato papà Bolelli, Daniele, e lui mi ha confermato – semmai ce ne fosse bisogno – che Simone aveva uno stiramento di 6 millimetri certificato da ecografia, motivo per cui non sarebbe stato certamente consigliabile farlo scendere in campo.

Era un problema peggiorato con la partita contro gli USA (vinta su Sock e su Paul…grazie capitan Fish, che hai preferito puntare sul n.103 del doppio invece che sul n.3 Ram! n.d.Ubs)- mi ha detto papà Bolelli – peraltro aveva questo problema già all’arrivo a Malaga…Peccato perché se avesse potuto giocare sono convinto che i nostri avrebbero vinto”.

Una sensazione condivisa anche da chi di Simone… non è il papà.

Però anche papà Bolelli non riusciva a spiegarsi – e presumo che ne avesse parlato anche con suo figlio – perché al fianco di Fognini fosse sceso in campo Berrettini e non Musetti. “Non mi risulta che sia stato Fabio (Fognini) a scegliersi il compagno”.

Non restava che chiederlo a Fognini e magari a Musetti, non senza aver appurato che Sonego aveva preso i sali e accusato i crampi  durante il suo vittorioso (e splendido) match di 3h e 15 m con Shapovalov.  Il bis di quello vinto con Tiafoe. Non era quindi, purtroppo, in grado di giocare.

Nel mio audio commento di sabato sera, subito dopo il doppio perso con il Canada, avevo detto: “Se Sonego avesse vinto in due set e in due ore, come poteva benissimo dopo essere stato a 2 punti dal match sul 5-2 del tiebreak del secondo set, il doppio lo avrebbe giocato quasi certamente lui accanto a Fognini”.

Ciò anche se, a differenza di Berrettini (che accanto a Fognini aveva collezionato 6 vittorie e 3 sconfitte, sia pure in tempi non recenti), Sonego con Fognini non avesse mai giocato.

Con un tiro incrociato di mini-indagini senza pretese sono riuscito a sapere che Fognini effettivamente non è stato interpellato riguardo a chi avrebbe dovuto giocare al suo fianco.

E questo in verità mi è parso piuttosto sorprendente. Avrei in origine scommesso il contrario. Ho saputo che Musetti (non appena raggiunti gli spogliatoi pochi minuti dopo la sconfitta patita con Aliassime) e tutti quanti gli altri componenti della squadra hanno appreso all’unisono dalle labbra di Filippo Volandri che il doppio lo avrebbero giocato Fognini e Berrettini.

Qualcuno, mi è stato detto, si è anche un po’ sorpreso, perché Matteo non si era praticamente mai allenato con il resto della squadra.

Quando a fine doppio perduto si sono presentati in conferenza stampa Volandri, Berrettini e Fognini, uno più abbacchiato dell’altro, non era certo il caso di infierire.

Nessuno infatti si è sentito di farlo. Anche perché sarebbe stato troppo facile dare la sensazione di esprimere un parere dettato dal senno di poi.

Io stesso, in quei momenti di chiara tristezza, mi sono sentito in dovere di ringraziare comunque un team che, a livello individuale come di squadra, negli ultimi due/tre anni ci ha dato soddisfazioni che non provavamo da più di 40 anni.

 E non l’ho fatto per buonismo, ma perché è vero che nell’ultimo triennio le cose sono andate ben diversamente rispetto al più recente (e meno recente) passato.

Dopodiché, fra amici e colleghi, ci siamo però anche detti: “Ragazzi, ma come è cambiato il nostro giornalismo! Ora siamo tutti buonisti, tutti ci preoccupiamo più di non turbare i nostri futuri rapporti con i tennisti, con il capitano, che non di scrivere quel che molti pensano e che anni fa sarebbe stato scritto su qualunque giornale”.

E cioè che – ripensandoci a mente fredda e senza voler assolutamente maramaldeggiare affidandosi al senno del poi – non è davvero troppo comprensibile la scelta di Volandri. Cioè l’aver scelto di schierare in doppio un Matteo senza alcun tennis alle spalle per 40 giorni anziché un Musetti che di tennis ne ha giocato parecchio e anche piuttosto bene, tanto da essersi costruito nel finale di stagione una classifica, n.23, di tutto rispetto, recuperando in buona parte il gap con Sinner e Berrettini che ormai lo sopravvanzano di soli 8 e 7 posti.

Un Matteo fermo da 40 giorni e che in 4 mesi da Gstaad in poi aveva giocato soltanto 15 singolari (meno di 4 al mesebattendo solo 3 top 50 di medio-bassa caratura (Coric 26, Baez 37 e Davidovich 39) e per il resto soltanto tennisti dal 70mo posto in giù.

Mentre Musetti negli ultimi 4 mesi aveva giocato più del doppio delle partite di Matteo – 31 match dal vittorioso Amburgo, registrando successi di un certo peso nei confronti di tennisti (Amburgo compreso) quali Alcaraz (6 all’epoca e poco dopo n.1), Ruud (4 una settimana prima di diventare n.3), Cilic (17), Kecmanovic (30), Cerundolo (30), Davidovich (35), Ruusuvuori (42) e altri giocatori d’esperienza come Goffin e  Lajovic, prima di battere lo stesso Berrettini (n.15) in quel di Napoli.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Che Matteo, fermo sulle gambe (sui piedi?), in clamorosa difficoltà nel rispondere di rovescio da sinistra, si sia rivelato spento di riflessi a rete, poco centrato perfino nel servizio oltre che nel dritto, non avrebbe dovuto essere una gran sorpresa per chiunque. O è solo senno di poi?

Nel tennis non ci si improvvisa. Tutti lo sanno. E qualcuno avrebbe dovuto pur accorgersene nei rarissimi allenamenti da mercoledì in poi. Un giorno? Due? Tre?

Qualcuno ha sottolineato che l’unica alternativa possibile a Berrettini, Lorenzo Musetti, era piuttosto abbacchiato per aver appena perso da Aliassime.

Ma, ragazzi, si sta parlando di una sconfitta patita con il n.6 del mondo! Uno dei tennisti più hot del tennis di questo autunno. E nel caso di Fritz, del n.9 del mondo, di un tennista che aveva appena raggiunto le semifinali al Masters ATP di Torino giocando alla pari con tutti i più forti. Dal quale, oltretutto, Musetti ha perso un primo set di un soffio, 10-8 al tiebreak, dopo averlo condotto per 5 punti a 3 ed essersi conquistato anche un paio di setpoint (annullati da servizi vincenti di Fritz su una superficie assai veloce).

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Insomma, ci sta che un ragazzo di 20 anni si possa sentire un po’ abbacchiato per non essere stato in grado di portare il punto da n.1 azzurro contro Fritz e Aliassime, ma Musetti non aveva mica giocato contro…pizza e fichi! Bastava farglielo capire.

Lì deve essere il capitano a tirarlo su, a dirgli, “dai Lorenzo sei stato bravo, hai perso contro due campioni, adesso ti butto dentro nel doppio e vedrai che giocherai benissimo”. Musetti è giovane, ma non è un under 10 che sarebbe stato incapace di reagire.

Ovvio che manca la controprova, a questo punto. Avrebbe giocato bene o male Lorenzo? Chi può saperlo con certezza? Nessuno. Ma avrebbe potuto giocare peggio di Matteo? Non lo credo possibile. Senno di poi? Solo fino a un certo punto.

Ho sempre stimato Matteoho creduto nelle sue possibilità e in quelle del suo ottimo team, dall’ottimo Santopadre in giù – ecco qui un link su quanto scritto anni fa, quando venni quasi ingiuriato da alcuni lettori quando dissi che aveva dimostrato di avere le potenzialità di un Thiem per averlo battuto una volta e perso di misura un’altra (poi lo avrebbe anche ribattuto al Masters di Londra)– quando ben pochi sembravano aver fiducia in lui.

Quindi non saltino fuori adesso coloro che mi accusino di avercela con lui o di essere negativo e ipercritico nei suoi confronti. Né di esserlo nei confronti di Volandri. Chi sceglie può sbagliare. Hanno sbagliato in passato tutti i capitani del mondo, all’estero (Fish l’ultimo caso!) e in Italia:  Pietrangeli, Panatta che pure è stato un ottimo capitano ma…ricordate quando schierò Narducci in Svezia “per dare una lezione a Canè”? E Nargiso a Vienna contro l’Austria? Ma anche Bertolucci e Barazzutti non sono sempre stati esenti da scelte contestate da critici e opinione pubblica. Può sbagliare, certo in buona fede, anche Fiippo Volandri. Mica l’ha fatto apposta!

Lui da una parte, Matteo Berrettini dall’altra, in buona fede hanno ritenuto di aver fatto la scelta migliore e di poter dare un contributo migliore. Nonostante una partita a dir poco imbarazzante di Matteo (che ha dato perfino per fuori palle finite abbondantemente dentro) grazie a un Fognini super per un set e mezzo – prima di venir travolto anche lui dalla mission impossible – il duo azzurro è stato avanti di un break sia nel primo sia nel secondo set. Il che non può non accrescere, però, i nostri rimpianti.

Che si sia sprecata una grande opportunità è purtroppo vero. In quel senso papà Fognini, papà Bolelli, Simone, hanno ragione. Non c’era la Russia (che non ci sarà neppure nel 2023) ed eravamo riusciti a battere gli Stati Uniti grazie ad un prodigioso Sonego – ben tornato Lorenzo! – e al doppio titolare Fognini-Bolelli.

Forse l’occasione si ripresenterà. Magari già tra un anno. Intanto perché abbiamo ottenuto una wildcard e perché rigiocheremo a Bologna nel girone che speriamo ci riporti a Malaga fra le 8 finaliste. E, come appena detto, la Russia di Medvedev e Rublev sarà nuovamente assente.

L’Italia ha almeno 4 singolaristi e 4 doppisti (incluso Vavassori che ho visto giostrare alla grande contro Pavic-Mektic e contro Krajicek-Dodig senza assolutamente sfigurare) di gran livelloE non penso che potrà avere tutta la sfortuna che ha avuto quest’anno. Alludo ai ripetuti infortuni di Berrettini, Sinner, Bolelli.

Dico questo anche se purtroppo dovremo sorbirci almeno ancora un anno di una formula Davis che non mi piace. Una Davis che attribuisce per due anni di fila la celebre “saladier” d’argento fatta coniare da Dwight Davis nel 1900 nella famosa gioielleria di Boston a una squadra che in una finale vince appena 4 set (2 per match, prima di rendere superfluo il doppio), non è parente della Davis che Mr.Dwight Davis aveva ideato quando il tennis era molto meno popolare di oggi e aveva team molto più risicati.

Vincendo quattro soli set in una finale una squadra non era neppure sicura di aver conquistato un punto, dei 3 che servivano per aggiudicarsi la Coppa Davis.

Ma di quel che penso su come la Davis – che non è da buttare, alla gente piace, di pubblico ce n’è stato tanto – potrebbe tornare ad assomigliare alla vecchia Davis, con quattro singolari incrociati e un doppio che valga per il 20% dei punti e non per il 33% (ma, tuttavia almeno quel doppio venga sempre giocato…a Malaga 3 volte su 7 non lo si è neppure giocato e i doppisti sono venuti a fare un viaggio a vuoto) scriverò prossimamente.

Si può sognare di ridarle parte dell’antico lustro ora che l’ATP Cup, quella pagliacciata “inventata” dagli australiani (per attirare i tennisti laggiù, Down Under, fin da gennaio in funzione Australian Open) e appoggiata dall’ATP in sciocca e miope antitesi alla Coppa Davis gestita – in modo purtroppo abborracciato e politichese da ITF e Kosmos – è fortunatamente morta e sepolta. Ne riparleremo qui su Ubitennis. Così come riparleremo dell’assurdità di considerare head to head validi statisticamente i match della Laver Cup che al posto di un terzo set fanno giocare un long tiebreak. Che brutta cosa la politica (e il dio denaro) quando inquina la natura di uno sport. I mondiali di calcio nel Qatar non sono l’unico esempio.

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