L'infinita caccia allo Slam che ha riacceso la rivalità Federer-Nadal

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L’infinita caccia allo Slam che ha riacceso la rivalità Federer-Nadal

Un battistrada, un inseguitore. In palio la palma del tennista più titolato della storia. Analisi dell’esaltante sfida fra Federer e Nadal. Una battaglia che ha ridato impulso alle loro carriere

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Una staccata al limite. Ed eccolo lì, il retrotreno del leader della corsa. A portata di alettone. Poi, quel lunghissimo rettilineo, dove il capofila ristabilisce le distanze. E così via, giro dopo giro. Con i duellanti uniti da un elastico che non si spezza mai. Questo, più o meno, il tira e molla fra Federer e Nadal nella corsa al primato degli Slam. Che all’indomani del ventesimo major vinto dallo svizzero torna di attualità. Segnando una battuta d’arresto, chissà se esiziale, per il maiorchino. Il controcampo inquadra la fuga, forse decisiva, del 36enne di Basilea verso la conquista del trofeo più importante, quello del più titolato della storia. Almeno fino alla nascita del prossimo predestinato.

Eppure, c’è chi pensa che non sia tutto finito. È ancora una volta lo zio Toni, colui il quale più di tutti ha inciso sulla carriera dell’iberico, a dettare la linea, spendendo parole di incoraggiamento e di speranza per il nipote. Per la prima volta da un osservatorio un po’ più distante, ora che non è più il suo coach. “Oggi che Roger si è allontanato ancora un po’ da Rafa, dobbiamo tutti riconoscere il valore immenso di questo atleta. Ma, al tempo stesso, ora più che mai mio nipote dovrebbe combattere per superare la delusione e convincersi che è ancora possibile superarlo, ha scritto di recente l’ex allenatore di Nadal sul Pais. Parole di un tifoso, seppur molto competente? Frasi di circostanza, date in pasto a un uditorio che non vuole rassegnarsi all’idea che Teseo abbia sconfitto il Minotauro? Forse. O magari un approccio da mental coach, che analizza lucidamente la situazione senza cadere preda del momentum favorevole allo Swiss Maestro.

Tornare a guardare la realtà dalla giusta prospettiva. Fondamentale per evitare che il nipote venga risucchiato da quella frustrazione mista a rabbia per l’occasione persa, che è sembrata condire le dichiarazioni rilasciate dopo il ritiro contro Cilic a Melbourne. Parole molto nette su uno sport estremamente fisico e troppo giocato su superfici nemiche del corpo. Tanto da mettere a repentaglio addirittura quel che c’è dopo il tennis. Considerazioni per certi versi condivisibili. Ma anche viziate dalla sindrome dell’infortunato di cui l’attuale numero 2 del mondo è ciclicamente vittima.

In fondo, il reality check di zio Toni è semplice: Federer è fortissimo, si è migliorato e sta a +4 in classifica, ma Nadal ha il tempo dalla sua parte. Infortuni permettendo, può ancora farcela. Detta così, non sembra la considerazione di un folle. Certo, a patto di riuscire a depurare la questione dalla mistica federeriana che lo vorrebbe vincente fino a Los Angeles 2028. Ma anche dal vittimismo di chi crede che lo spagnolo sia eternamente in credito con la sorte. Volendo incanalarci nel solco della razionalità, proviamo ad analizzare questa corsa all’ultimo Slam. Un campionato fatto di molte tappe intermedie. Iniziato ancora prima che i due sapessero di essere rivali.

MONOLOGO SVIZZERO, MA ALL’ORIZZONTE… – Il primo atto dell’opera da tre lustri non può che consumarsi a Wimbledon. Nel 2003, sulla ribalta dei predestinati c’è solo la metà svizzera del Fedal, che fa suo il primo di 20 Slam in un brusio indistinto di “L’avevo detto, io”. Di Nadal si sa solo che è un giovane di belle speranze capace di qualche scalpo importante sull’amata terra rossa. L’anno seguente il mondo assiste alla consacrazione di Federer. Il movimento tennistico ha trovato, dopo un breve interludio, il nuovo dominatore. Per il basilese, il 2004 è la prima stagione multislam. La tripletta Melbourne-Londra-New York ne fa una stella planetaria. Un alfiere dei gesti bianchi atterrato sul pianeta Power Tennis. Per conquistarlo. L’altro è una sorta di Mowgli con racchetta. Un personaggio kiplinghiano non solo nell’aspetto. Già alle prese con i primi guai fisici, lo spagnolo vince il suo primo torneo in Polonia. Impensabile paragonare i due, sebbene proprio questo sia l’anno del loro primo incontro, che vede lo svizzero sorprendentemente battuto a Miami. Un incidente di percorso, si dice. Intanto, nella gara che conta, il computo degli Slam, il Maestro è a + 4.

A ME PARIGI, A TE IL RESTO – Nel triennio 2005-07 assistiamo a una diarchia non belligerante (o quasi). L’accordo prevede la spartizione del regno, ma non in parti uguali. Le superfici veloci sono terreno di conquista dello svizzero, che resta a bocca asciutta sul mattone tritato, dove lo spagnolo conquista il suo primo Slam. Se i 3 Roland Garros consecutivi non bastassero a testimoniare che Nadal è una forza inarrestabile sulla terra, aggiungiamo una dato impressionante: la celeberrima striscia di 81 vittorie consecutive sul rosso, interrotta proprio dall’elvetico. Che, dal canto suo, intasca altri 8 major. Due Australian Open, tre US Open e tre Wimbledon. Una fase nella quale Federer accumula un vantaggio considerevole nei confronti dell’avversarioMa il ragazzino in canotta e pantaloni Capri è ambizioso. E non disdegna incursioni nei margraviati dell’indiscusso padrone del tennis mondiale.

Se fatica a sfondare sul cemento, dove neanche le sue eccezionali doti difensive gli consentono di tenere a bada i grandi colpitori in giornata di grazia, è sulla sacra erba di Church Road che l’iberico aggiusta sorprendentemente un gesto tecnico che si pensava adatto alla sola terra battuta. Due finali perse, quella del 2007 di un soffio. Un bello spavento per Federer, che, intervistato a caldo da Sue Barker, si lascia andare a una confessione. Dovrà “sbrigarsi a vincere, prima che Rafa si prenda tutto”. Parole profetiche. Intanto il gap in termini di major è salito a +9.

FREAK OF NATURE O RE FRAGILE? – Nel biennio 2008-10, il duo delle meraviglie sale sull’ottovolante. Ricordando agli analisti quanto sia difficile individuare un trend all’indomani di una grande impresa. Il 2008 è l’anno della cosiddetta partita del secolo, in cui Nadal mette fine alla dittatura elvetica proprio nel più impenetrabile dei suoi feudi, SW19.

L’anno seguente, il nuovo re Mida da Manacor trionfa finalmente anche sul duro, in Australia. E quel “God, it’s killing me” singhiozzato da Federer sembra segnare un definitivo cambio della guardia. La storia non insegna, evidentemente. Tanto che la legione degli aruspici parte lancia in resta. Ignorati gli “astenersi indovini” che i corrispondenti dal buonsenso dispensano inascoltati, si sprecano i vaticini sul declino dello svizzero. Così come le discussioni fra scapoli e ammogliati della racchetta.

È invece lo spagnolo a crollare. Con il cuscino del tempo ad attutire la giostra delle emozioni, ora possiamo dire che Nadal si era consumato nel furioso sprint prolungato. Aveva, sì, superato il Maestro. Ma il fisico gli aveva presentato un conto salatissimo. Tutto appare chiaro in una domenica di fine maggio. La pesantissima sconfitta subita da Söderling a Parigi, siamo nel 2009, lo fa entrare in una spirale da cui uscirà solo 12 mesi dopo, sempre a Porte d’Auteuil. Rafa si perde, appare smagrito, gli occhi della tigre, illanguiditi per la paura, fissano dubbiosi il vuoto. In retrospettiva, una crisi che potrebbe aver deciso le sorti della guerra dei major a favore di Federer. Colui il quale, ricordiamo, piangeva disperato a Melbourne solo 6 mesi prima. Ora tutto è cambiato. Con il trionfo al Roland Garros lo svizzero completa il Career Grand Slam.

E il sesto Wimbledon gli garantisce di nuovo il numero uno. Assegnandogli, cosa ben più importante, il titolo di tennista maschio con più Slam di tutti. Nonostante inciampi a New York in un fenomenale del Potro, Roger è lanciatissimo. In un sol boccone divora il quarto Australian Open e distanzia la sua nemesi di 10 lunghezze. Sedici major a sei. Impressionante.

Inutile dirlo, la bascula degli àuguri torna in azione. Per gli indovini di professione Nadal è finito. Sfiancato da uno stile troppo dispendioso. Peccato che l’iberico imbrocchi nel 2010 la stagione dei sogni. Facendo suoi gli altri Slam stagionali, su tre superfici diverse. Arriva il tanto atteso trionfo americano. E, anche per lui, il Career Grand Slam. Il gap scende in pochi mesi a +7. Sempre significativo, ma ora solo il cielo sembra limitare le ambizioni del 24enne di Manacor. Alzando gli occhi, però, si scorgono in lontananza nuvole plumbee di provenienza serba.

QUEL TERZO INCOMODO CHE SPARIGLIA LE CARTE – La domanda è: in ottica Slam, qual è stato il ruolo del serbo cocciuto, riflessivo quanto tormentato, il terzo Fab che per un po’ si è pensato potesse diventare il primo? Insomma, chi è stato penalizzato maggiormente da Djokovic, Federer o Nadal? È dall’improvvisa apparizione di RoboNole sul proscenio tennistico – parliamo del 2011 – che la questione è aperta. Fino a metà 2016, quando svuotato fisicamente e mentalmente avrebbe issato bandiera bianca, il fuoriclasse di Belgrado ha sfogato tutta la frustrazione accumulata nel lungo periodo di apprendistato impostogli dai due tiranni. Un cannibalismo che gli ha fruttato 11 major. Molti dei quali alle spese dei due re spodestati.

Il serbo ha sconfitto entrambi in 3 finali Slam. Per dovere di cronaca, andrebbero aggiunte, nel caso dello svizzero, le semifinali a Flushing Meadows 2010-11, perse nonostante i matchpoint a favore (ma avrebbe vinto il torneo?).  Per cui la risposta sembrerebbe banale: si è trattato di una penalizzazione salomonica. Andando un po’ più a fondo, la chiave è quanto quelle sconfitte hanno pesato nell’economia di una carriera. Lo spagnolo è stato fermato da Djokovic all’indomani di una stagione trionfale (2010) e, al di là degli Slam, sette confronti persi consecutivamente (che includono i tre major in questione) hanno minato profondamente la sua proverbiale forza mentale. Quanto avrebbe vinto Rafa, sull’abbrivo di quel fantastico 2010, se non fosse stato tramortito dal serbo? Forse più di quei tre trofei persi in dirittura d’arrivo. Per lo svizzero, quelle sconfitte, per quanto dolorose, hanno forse inciso meno sul piano mentale. Per il momento in cui sono avvenute. Un conto è scontrarti 25enne, giunto al tuo presunto picco di prestazione, contro un muro di gomma che respinge ogni tuo tentativo di abbatterlo. Altra cosa è farlo in quella che l’anagrafe indica come la fase calante della tua carriera.

E visto che il sistema si è arricchito di una terza incognita, inseriamola nel gioco degli incastri combinatori. E terza prospettiva sia: quanto avrebbe vinto Djokovic senza quei due? È evidente che non se ne esce. Se non semplificando il tutto ai minimo termini: conta solo la legge del campo. Quindi, gli albi d’oro. Al bando gli scenari ipotetici. “Se quel passante di rovescio non fosse finito largo”“senza quella maledetta invasione di campo”“se quella risposta della disperazione, tirata a occhi chiusi, non fosse entrata”. Frasi scritte con l’inchiostro simpatico. Stop. Non resta che riconoscere i notevolissimi meriti altrui. I tre fuoriclasse si sono limitati e stimolati a vicenda. Com’è sempre successo in qualsiasi campo, non solo sportivo. E com’è giusto che sia.

Sul piano meramente numerico, il pallottoliere dice che nel quinquennio 2011-16 Nadal accorcia le distanze da Federer. Grazie anche all’amministrazione Djokovic. Un lustro in cui il serbo alterna il piglio del tiranno a incertezze da re Tentenna. Tutto ciò consente all’iberico un clamoroso ritorno al vertice nel 2013. E gli regala (si fa per dire) un’altra annata multislam. Nonostante il suo pessimo 2015 e un 2016 avaro di titoli pregiati e fortuna, dal +7 del 2010, 6 anni dopo l’elvetico si ritrova quel mastino di Rafa a 3 Slam di distanza. Il problema, per loro, è che i due adesso sembrano aver imboccato la via dell’amarcord, quella fase della carriera in cui il circuito tributa più applausi che titoli.

SIAMO TORNATI. MA NON C’È NESSUNO? – Da una possibile passerella finale carica di amarezza e nostalgia, al ritorno trionfale. I nostri eroi compiono una brusca inversione di rotta. Un 180° che li riporta sul tetto del tennis fra la sorpresa e il tripudio generale. Indifferente, il freddo dato statistico direbbe che il 2017, l’anno degli sconvolgimenti gerarchici, non sposta di un millimetro gli equilibri in questa particolare gara fra i Dioscuri. Chiaramente non è così. Perché in 12 mesi si assiste a un’inattesa inversione nel match-up fra i due. Con lo svizzero capace finalmente di spezzare l’incantesimo della ben nota diagonale sinistra e rifilare allo spagnolo un 4-0 negli head-to-head. Cosa ancor più importante, perché dopo anni – 3 per Nadal, 5 addirittura per Federer – i due tornano a conquistare un major. La ditta Grandi Opere vara la Decima al Roland Garros, e l’Ottava sinfonia a Wimbledon. Numeri mostruosi a quantificare imprese che la mente fatica persino a concepire.

I due si spartiscono la torta Slam in parti uguali. La loro imprevista accelerazione coincide con le clamorose cadute dei vari Djokovic, Murray e Wawrinka. Mentre la generazione di mezzo, Dimitrov e Cilic esclusi, non ne azzecca mezza e i giovanissimi non hanno ancora la forza di imporsi, Rafa torna al vertice della classifica ATP e Roger lo tallona. Ma i ragionieri del tennis ci dicono che, dal – 3 del 2014, anno del 14esimo Slam di Rafa, al – 3 di settembre 2017, all’indomani della conquista del suo terzo US Open, l’iberico non ha recuperato un millimetro nei confronti del suo rivale. Non basta. Il 20esimo titolo Slam dello svizzero lo proietta verso l’ennesimo record: la clamorosa riconquista in terra olandese del numero 1. Nell’anno delle 37 primavere. Ma qui la classifica che conta è un’altra. E, scusate l’ossessione per i numeri, il gap fra i due è di nuovo salito a +4. Checché ne dica lo zio Toni, forse l’allungo decisivo in vista del traguardo finale.

IL NOME DEL VINCITORE? INIZIA PER R – Il quanto è cosa nota: quindici anni, 36 Slam in due (per ora), un gap di 4 lunghezze. Cerchiamo di arricchirlo di un perché. La differenza fra Federer e Nadal risiede nella maggior capacità dello svizzero di capitalizzare la fase in cui ha dominato il circuito. Nei 4 anni e mezzo in cui è stato ininterrottamente al vertice della classifica, ha accumulato un vantaggio enorme (+9 a fine 2007). Lo stesso non può dirsi del regno spezzato dello spagnolo (2008-10, 2013 e 2017), che al di fuori di Parigi ha sempre fallito nel difendere gli Slam.

Due gli stop decisivi che hanno frenato l’eterna rincorsa di Rafa. La crisi di mezzo regno, che nel 2009 gli è costata una regressione proprio nella fase in cui era atteso all’affondo decisivo. E le troppe le occasioni perse sotto l’impero Djokovic, fra il 2011 e il 2012. Proprio negli anni del digiuno elvetico, cui non ha fatto da contraltare l’ingordigia spagnola. Nel 2010, dopo la strepitosa tripletta messa a segno da Rafa, il divario è ragguardevole (-7) ma recuperabile. A patto che il cannibalismo del marocchino non si plachi. Sappiamo come andrà, soprattutto per la variabile serba. Quattro stagioni dopo, infatti, la distanza si riduce a -3. Un recupero inferiore alle attese, considerando che Federer, nello stesso arco di tempo, mette a segno solo un colpaccio, Wimbledon 2012. Il canto del cigno, secondo la vulgata dell’epoca. Smentita clamorosamente dagli avvenimenti degli ultimi 12 mesi.

È una rincorsa infinita, quella di Rafa. Uno sprint prolungato iniziato 12 anni fa. Ma per ogni progresso compiuto, l’altro gli ha sempre spostato la linea del traguardo un po’ più in là, ricacciandolo indietro. Ora, il fuggitivo ha tirato fuori dal cilindro questa sua nuova primavera. Determinatissimo e opportunista come mai in carriera, Roger sembra ormai capace di alzare il livello a comando. Distilla tennis ad altissima gradazione, permettendosi, fra una battuta e l’altra di caccia grossa, pause rigeneranti. Tre i major agguantati negli ultimi 13 mesi. Che hanno vanificato (con gli interessi) la contestuale rinascita di Nadal. Quindi, tutto finito? Buonsenso suggerirebbe di evitare sentenze inappellabili. A chi osi farlo, viste le circostanze e l’orgoglio dei due contendenti, andrebbe prescritta una visita medica. Chi, invece, non dovesse amare camici e analisi cliniche, farebbe meglio a dissociarsi da verdetti, auspici o timori di sorta. E a godersi lo spettacolo. Silenzio, per favore: sta per iniziare il quarto atto. Ah, dicono che vincerà R.

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ATP

Il futuro dell’ATP: dal 2023 tornei Masters 1000 sempre più grandi, sempre più ricchi

Gaudenzi presenta l’ATP del futuro: dieci Masters 1000 di cui sette nel formato di 11-12 giorni. Montepremi in aumento con orizzonte fino al 2030

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In un documento che L’Équipe ha avuto modo di consultare, Andrea Gaudenzi, presidente dell’ATP, ha confermato alcuni punti del piano strategico su cui l’organo di governance del tennis maschile sta lavorando da 18 mesi, che sarebbero stati già approvati dal Board e dovrebbero essere applicati a partire dal 2023. Si tratta nello specifico di un accordo su una nuova formula di spartizione degli utili tra tornei e giocatori, livelli più alti di montepremi garantiti a lungo termine e l’aumento del numero dei tornei Masters 1000, sette dei quali avranno l’opportunità di disputarsi sulla lunga distanza di 12 giorni (come Indian Wells e Miami già oggi) causando una modifica sostanziale nell’equilibrio del calendario maschile.

“Queste misure rappresentano un passo avanti significativo per il nostro sport e nel modo in cui i nostri giocatori e gli organizzatori dei tornei operano nell’ambito della partnership paritaria dell’ATP Tour“, ha affermato Gaudenzi. “È solo attraverso questo spirito di partnership, trasparenza e coincidenza di interessi che possiamo davvero massimizzare il nostro potenziale e concentrarci sulla concorrenza che affrontiamo nel sempre più ampio panorama dello sport e dell’intrattenimento“.

Queste misure arrivano in un momento in cui sono in forte aumento le controversie sulla legittimità della governance ATP mentre crescono le recriminazioni di molti giocatori, che si considerano finanziariamente danneggiati dai tornei. Creata sotto la guida di Novak Djokovic e Vasek Pospisil, la PTPA (Associazione Giocatori di Tennis Professionisti) è il simbolo di questa ribellione interna rispetto alla quale, in un certo senso, questa riforma dell’ATP costituisce una reazione.

 

Le principali misure da ricordare

  • Nella categoria Masters 1000, il montepremi ‘globale’ dovrebbe aumentare dagli attuali 62,5 milioni di dollari (53,2 milioni di euro) del 2021 ai 76,4 milioni di dollari (65 milioni di euro, +22%) durante la prima stagione in cui entrerà in azione questo piano (2023), con incrementi annuali del 2,5% a seguire.
  • Il bonus di fine anno derivante dai Masters 1000 passerà da 11,5 milioni di dollari (9,8 milioni di euro) a 15,5 milioni di dollari (13,2 milioni di euro) per arrivare a 18,4 milioni di dollari (15,6 milioni di euro) nel 2030. Sarà diviso tra trenta giocatori (attualmente sono 12).
  • Maggiore trasparenza attraverso dati finanziari verificati da organismi indipendenti per i Masters 1000, che forniscano piena trasparenza ai giocatori per un periodo di 31 anni.
  • Per quanto riguarda il calendario: aumento del numero di tornei Masters 1000 chiamati a diventare eventi di 11-12 giorni, con altri cinque tornei che adotteranno un formato simile a quello già utilizzato oggi per Indian Wells e Miami, per un totale quindi di sette Masters 1000 ‘allungati. Ci saranno venti giorni aggiuntivi di gioco in questa categoria e “305 “posti di lavoro” in più all’anno per i giocatori tra singolare, doppio e tornei di qualificazione grazie a questi tabelloni ampliati“, ha detto Gaudenzi. 
  • Saranno previsti 10 Masters 1000 (invece dei 9 attuali) e 16 ATP 500 (invece dei 13 attuali) .

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Italiani

WTA Portorose: una grande Jasmine Paolini conquista il suo primo titolo

L’azzurra si libera in fretta dell’emozione per la sua prima finale e supera Alison Riske rimontando due break di svantaggio nel primo set. Sarà n. 64 del mondo

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Jasmine Paolini - 2021 US Open (Manuela Davies/USTA)

J. Paolini b. [3] A. Riske 7-6(4) 6-2

Alla sua prima finale del Tour maggiore, Jasmine Paolini parte contratta ma poi doma l’emozione e l’avversaria, imponendosi in due set sulla n. 3 del seeding Alison Riske, lei invece per la decima volta all’atto conclusivo di un torneo, per quanto solo in due occasioni sia riuscita ad alzare il trofeo. Il WTA 250 di Portorose si conclude così nel migliore dei modi per l’allieva di Renzo Furlan, giunta in finale superando le più quotate Yastremska, Cirstea e Putintseva, oltre che Kalinskaya, per un titolo che lunedì le varrà il nuovo best ranking al 64° posto.

Un incontro iniziato sentendo la pressione per Jasmine che ha ritrovato il suo miglior tennis quando il primo parziale sembrava ormai compromesso dal 2-5 pesante. Lì è iniziata la rimonta che si sarebbe fatta sentire nella testa di Alison nel secondo set. Un trionfo che conferma i progressi compiuti e la sempre maggiore consapevolezza nei propri mezzi. Una nota positiva, nonostante la sconfitta, anche per Riske, che in questa settimana slovena è tornata a vincere due incontri di fila dall’Australian Open 2020, dopo aver patito le conseguenze di una fascite plantare; ora, pienamente recuperata dal punto di vista fisico, sta rimettendo insieme il gioco che l’aveva portata al n. 18 WTA alla fine del 2019.

 

IL MATCH – La pioggia ritarda l’ingresso in campo delle giocatrici di quasi due ore e mezza rispetto alle ore 17 originariamente previste. C’è però giusto il tempo per un paio di minuti di palleggio preliminare perché Jasmine fa notare che almeno la sua metà campo presenta ancora zone bagnate e quindi pericolose. Un’altra mezz’ora se ne va e finalmente si comincia con Paolini che ha scelto di servire. Entrambe commettono alcuni errori di troppo che si traducono in tre break, finché Riske tiene, subito imitata da Jasmine grazie anche ai primi punti diretti portati dalla battuta – fondamentale in cui la 175 cm da Pittsburgh è superiore. Spinge affidandosi alle sue solite traiettorie relativamente piatte, Alison, che si produce in un paio di buone chiusure a rete ma anche in altrettanti attacchi pentiti, forse preoccupata della velocità dell’azzurra che ha già sfoderato un bel passante in corsa. Ancora contratta e non del tutto lucida, tuttavia, Paolini cede un altro turno di servizio mandando l’altra a servire sul 5-2.

Sarà la situazione di punteggio disperata, sarà la voglia di giocarsi davvero la sua prima finale, ma Jasmine entra finalmente in partita, mette a segno dieci punti consecutivi e, con il livello del match che si alza offrendo scambi intensi e spettacolari, prima pareggia e poi sorpassa, costringendo l’avversaria a servire per riparare al tie-break, compito che porta a termine nonostante l’iniziale 0-30. I colpi azzurri hanno cominciato a girare e il dritto, nonostante qualche imperfezione, mette la necessaria pressione alla terza testa di serie che si ritrova sotto di due mini-break dopo un punto perso sulla diagonale sinistra e uno smash fuori misura. Riske approfitta con coraggio di due scambi giocati in maniera troppo conservativa dalla venticinquenne toscana, ma un suo errore bimane manda Paolini a set point, immediatamente trasformato grazie all’errore al volo statunitense al termine di uno scambio tiratissimo in cui la nostra ha dato veramente tutto.

MTO per un massaggio alla coscia sinistra di Jasmine che ricomincia da dove aveva lasciato, vale a dire spingendo con il dritto e trovando anche ottime soluzioni con il rovescio che valgono il 2-0, mentre le statistiche mostrano il saldo vincenti-gratuiti ampiamente negativo, eppure la sfida risulta assolutamente godibile. Dal canto suo, Alison si fa vedere a rete e incide con il bimane lungolinea, ma è troppo incostante e il pareggio subito agguantato svanisce in un battito d’ali di farfalla. Vola, Paolini, e adesso tocca a lei servire sul 5-2, opportunità che non si lascia sfuggire e chiude al primo match point con un pesante dritto inside-in.

Due vittorie di fila sul cemento in un main draw WTA le aveva centrate una sola volta in carriera prima di questa settimana, al Gippsland Trophy che ha preceduto l’Australian Open. Il WTA 250 australiano era stato anche l’unico torneo assieme a Guangzhou 2019 nel quale Jasmine fosse riuscita a battere una top 50 sul duro; qui a Portorose si è spinta oltre i suoi limiti, vincendo cinque partite di fila – le ultime tre contro avversarie che abitano la top 50. In una parola, bravissima.

Il tabellone completo di Portorose

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Flash

WTA Lussemburgo: la finale sarà Ostapenko-Tauson

Ostapenko si complica la vita nel secondo set, ma alla fine elimina Samsonova senza andare al terzo. Tauson supera Vondrousova in tre

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Jelena Ostapenko e Clara Tauson si giocheranno la finale 2021 del WTA 250 di Lussemburgo. La lettone ha superato in due set Liudmila Samsonova, complicandosi non poco la vita in dirittura d’arrivo in pieno stile Ostapenko. La partita è infatti filata liscia fino al 6-1 5-1 risultato toccato quando ancora mancavano una decina di minuti allo scoccare della prima ora di gioco, poi improvvisamente qualcosa si è inceppato e, dopo il controbreak a zero sul 5-2, il dominio di Jelena si è rapidamente dissolto. Dopo cinque game consecutivi persi, Ostapenko si è aggrappata al dritto e ha centrato l’approdo al tiebreak, iniziato in maniera orribile con uno svantaggio di 4-1. Da quel momento in poi però, complice anche un po’ di leggerezza di Samsonova, la lettone è tornata a spingere con coraggio, aggiudicandosi tutti i successivi sei punti e con essi il match.

Decima finale in carriera per Jelena, che domenica andrà a caccia del quinto titolo (il secondo in Lussemburgo dopo quello del 2019). Ad attenderla ci sarà Clara Tauson, danese classe 2002, che ha eliminato in tre set la testa di serie numero 5, Marketa Vondrousova. La diciottenne – compirà gli anni il prossimo 21 dicembre – è stata molto brava a gestire i vantaggi sfumati nel primo e nel terzo set, così come il secondo dominato da Vondrousova. In tutto questo va segnalato anche un problemino alla coscia sinistra (che presentava una vistosa fasciatura), che l’ha costretta a chiedere l’intervento della fisioterapista sotto 4-3 (senza break) nel terzo. In verità la pausa potrebbe averle anche permesso di rimettere in ordine le idee, tanto è vero che al rientro in campo Tauson ha vinto tre game di fila, facendo suo il match.

La danese ha gestito piuttosto bene gli scambi e soprattutto l’insidiosa diagonale sinistra, sulla quale Vondrousova è riuscita a imporsi con continuità solo nel secondo set tra incrociati liftati e repentini lungolinea. Quella di domenica sarà la seconda finale della giovane carriera di Tauson, che è emersa vincitrice dalla prima, giocata lo scorso marzo a Lione (6-4 6-1 a Viktorija Golubic).

 

Il tabellone completo

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