Bouchard a testa bassa per tornare in cima

Interviste

Bouchard a testa bassa per tornare in cima

INDIAN WELLS – Terminata la causa contro la USTA, la giovane canadese è pronta a ricominciare da capo, senza più distrazioni, alla ricerca del suo tennis e delle vittorie

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Dal nostro inviato a Indian Wells

Non è passato molto tempo da quando ogni volta che Eugenie Bouchard parlava alla stampa c’erano decine di reporter e fotografi: nella sua annata magica del 2014 la canadese era la gallina dalle uova d’oro della WTA, il sogno segreto di tutti i marketing manager, con il suo aspetto fisico da copertina, il sorriso a 72 denti ed una fortissima personalità abbinata al naturale appeal della nazionalità canadese. Poco più di tre anni dopo, la stessa ragazza bionda si è presentata davanti a soli tre giornalisti dopo la sconfitta al primo turno del BNP Paribas Open contro la qualificata Sachia Vickery, dopo che le qualificazioni lei era riuscita ad evitarle solamente grazie ad una wild card degli organizzatori, ancora sensibili al suo grande appeal (sex o non sex).

 

Non mi aspettavo nulla da questo torneo – ha esordito parlando del match, cappellino bianco pigiato in testa con la visiera a proteggerle gli occhi e tuta da ginnastica aperta su una stropicciatissima t-shirt bianca – in queste ultime settimane, tra il processo e l’estrazione dei denti del giudizio, non sono riuscita ad allenarmi a dovere, ho bisogno di giocare partite e voglio cogliere tutte le occasioni a mia disposizione, per cui avrei tranquillamente giocato le qualificazioni se non mi fosse stata concessa una wild-card”. Il riferimento è chiaramente al tempo dedicato alla sua causa civile contro la USTA, che l’ha accompagnata per quasi due anni e mezzo ed ha rappresentato sicuramente una distrazione importante dal suo tennis, oltre ad averle occupato fisicamente parecchie settimane ed averla esposta a feroci critiche. “L’esperienza del processo, oltre ad aver interrotto la routine degli allenamenti, è stata piuttosto traumatica: dover andare in tribunale, avere a che fare con gli avvocati, la giuria, il giudice, ci sono stati dei momenti abbastanza traumatici, e siccome l’intera vicenda è durata due anni e mezzo, sto ancora cercando di digerire tutto quanto è accaduto, e ci vorrà un po’, perché non si può semplicemente dimenticare in un attimo”.

Durante tutto il processo mi è stato molto utile essere abituata ad aver avuto a che fare con i giornalisti, ad essere sempre davanti alle telecamere, a dover rispondere a domande scomode. Ho imparato diverse cose su come funziona il sistema giudiziario statunitense, ho vissuto da dentro cose che di solito vedo solo in televisione, anche se nella realtà il ritmo è meno incalzante”.

Finita l’odissea legale, ora Bouchard può dedicarsi anima e corpo ad impedire che il sogno coltivato sin da dodicenne, quello di una carriera da tennista professionista, si infranga dopo un inizio tanto buono quanto travolgente. Lo psicodramma vissuto a Montreal nel suo magico 2014, quando dopo la finale di Wimbledon si trovò eliminata al primo turno del torneo casalingo subendo due 6-0 da Shelby Rogers ed arrivando a dire, al primo colloquio con l’allora allenatore Nick Saviano “Voglio uscire dal campo”, era stato il prologo di una battaglia ancora in corso tra gli impegni mediatici extra-tennistici dettati dal suo ruolo di “marketing dream” e l’esigenza di mantenere la concentrazione sul tennis.

La frequente attività sui social network, i servizi fotografici su Sports Illustrated e la curiosa faccenda del “twitter-date” con l’appassionato tifoso di football più fortunato della Terra hanno rafforzato l’impressione che gli interessi di Genie siano sempre più lontani da un campo da tennis. Ma chi la vede allenarsi giura che la sua dedizione sia totale quando è in campo, che il suo desiderio è quello di rimanere nel circuito ancora per tanti anni e di ritornare ad assaporare il dolce sapore delle grandi vittorie come nella sua stagione.

Da quando ha ricostruito il suo team di lavoro attorno alla collaborazione con Harold Solomon ed al ritorno del suo preparatore atletico Scott Byrnes e del suo sparring Tom Burn, la canadese ha iniziato a lavorare su dettagli tecnici per eliminare quelle debolezze che le sue avversarie avevano iniziato a conoscere fin troppo bene, come un diritto particolarmente ballerino ed un gioco al volo approssimativo. La granitica fiducia nei propri mezzi su cui Genie poteva contare nel 2014 aveva nascosto queste manchevolezze tecniche durante le cavalcate verso le semifinali in Australia ed a Parigi e la finale a Wimbledon, ma il crollo di tutte le sue certezze che ha fatto seguito alle sue sconfitte inattese dal 2015 in poi ha fatto anche affiorare in tutta la loro gravità le lacune tecniche mai completamente risolte.

Adesso l’obiettivo è quello di giocare quante più partite possibili – ha spiegato Genie – andrò a Miami, dove giocherò le quali se non mi viene concessa una wild card, poi a Charleston ed a Bogotà. Inoltre vorrei giocare la Fed Cup a Montreal, se Tennis Canada mi vuole”. Oltre all’abitudine al match, a Bouchard non farebbe male iniziare anche a vincere qualche partita, perché la sua classifica, al momento precipitata al n.116, ha la pesantissima cambiale della semifinale di Madrid in scadenza, senza la quale il suo ranking potrebbe precipitare ad un livello tale da costringerla a ricominciare dagli ITF. Genie non sembra preoccupata di questa eventualità: lei, così come il capitano di Fed Cup canadese Sylvain Bruneau da noi interpellato, è convinta che la classifica sia solo una conseguenza del livello di gioco espresso, e che il suo obiettivo debba essere esclusivamente quello di tornare a giocare come sa.

A 24 anni ormai compiuti, le prossime stagioni saranno fondamentali per la carriera della canadese che deve allontanare i fantasmi di Anna Kournikova, la bella e talentuosa russa che venne distratta così tanto dalla “bella vita” che non riuscì mai ad esprimere il suo potenziale. Per il bene suo e del tennis in gonnella c’è da sperare che Genie ritrovi la magia di un tempo, perché il suo talento tennistico e la sua personalità mediatica sono un patrimonio che la WTA ed il tennis in generale farebbero bene a non perdere.

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Coppa Davis

Coppa Davis, Medvedev: “Tutti vogliono che ci comportiamo come Federer e Nadal, ma io non sono così”

“Roger e Rafa sono i giocatori più corretti di sempre, mentre io sono meno in controllo delle mie emozioni”, ha risposto il N.2 ATP ad una domanda del direttore Scanagatta

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Daniil Medvedev alla 2021 Davis Cup by Rakuten (Credits: Mateo Villalba/Quality Sport Images/Kosmos Tennis)

Daniil Medvedev ha fatto parlare di sé molto più per la sua esultanza al termine della semifinale di Coppa Davis contro Jan-Lennard Struff che per la vittoria stessa. Chiuso il tie, infatti, il vincitore dello US Open ha fatto segno al pubblico di calmarsi; gli spettatori non l’hanno presa bene, portandolo a calpestare polemicamente il cemento della Madrid Arena e a rincarare la dose nell’intervista post-partita.

LA GESTIONE DELLE EMOZIONI IN CAMPO E IL PARAGONE CON FEDERER E NADAL

Arrivato in conferenza stampa, Daniil ha spiegato il significato della sua esultanza: “Mi piace festeggiare la vittoria facendo qualcosa di divertente. Nella nostra squadra abbiamo un coach spagnolo che dice di essere russo anche se non conosce molte parole nella nostra lingua [si riferisce a José Clavet, coach di Karen Khachanov, ndr]. Una delle poche cose che sa dire in russo è ‘calma’, quindi quando giochiamo a carte o a tennis e qualcuno vince gli piace dire ‘calma, calma’ facendo anche il gesto. Quando Cristiano [Ronaldo] giocava a Madrid, faceva spesso il gesto della calma per esultare, ed è per questo che ho deciso di farlo anch’io, pensavo fosse divertente. Forse è stata una scelta sbagliata, come può succedere, ma una volta fatta non potevo rimangiarmela. Comunque è sempre meglio avere i tifosi dalla tua parte, altrimenti oltre all’avversario devi battere anche loro“.

Ricordando gli episodi di Wimbledon 2018 (quando lanciò delle monetine all’arbitro) e dello US Open 2019 (quando strappò l’asciugamano ad un ball boy e mostrò il dito medio al pubblico), il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta gli ha allora chiesto se quella di provocare il pubblico sia una scelta consapevole, suscitando una risposta molto lunga ed articolata in puro stile Medvedev, uno dei giocatori più riflessivi del circuito… almeno fuori dal campo, stando alle sue parole: “Non è qualcosa che faccio di proposito. Tutto quello che faccio, soprattutto in campo, è un puro frutto delle mie emozioni, nella vita di tutti i giorni sono più calmo. Quando voi giornalisti mi fate una domanda ho il tempo di pensare ad una risposta, ma in campo non è così, c’è tanta adrenalina che mi scorre in corpo perché odio perdere, quindi ho meno tempo e sono anche meno in controllo delle mie azioni, non riesco a fermarmi e pensare. Affidarsi alle emozioni a volte è un bene, altre un male”.

 

Di sicuro il tennis contemporaneo è poco uso a comportamenti di questo tipo (giusti o sbagliati che siano), e secondo Daniil c’è una spiegazione molto precisa: “Alcuni dicono che al tennis servano personaggi autentici, e quando uso questo aggettivo non intendo forti, deboli, buoni o cattivi, ma solo autentici. Tutto quello che faccio in campo rispecchia le mie sensazioni del momento, quindi è autentico – alle persone dovrebbe piacere! […] Per la mia generazione è difficile essere così emotivi in campo, perché siamo stati preceduti da Roger e Rafa, che sono probabilmente i giocatori più corretti nella storia del nostro sport e hanno vinto così tanti titoli. Quindi quando qualcuno si comporta in modo diverso le persone tendono a non apprezzarlo e a dire, ‘perché non sei come Roger e Rafa?’ Indovinate un po’, siamo tutti diversi. Credo che giocatori con un carattere diverso saranno apprezzati di più quando ci saranno nuovi appassionati che non hanno visto giocare né Roger né Rafa“.

Detto questo, Medvedev non vuole usare l’emotività per giustificarsi: “Comunque sarò onesto, non provoco il pubblico di proposito, ma quando stai giocando una partita sei solo davanti a 20.000 persone che a volte tifano per te, a volte tifano contro. Se faccio qualcosa che li provoca non è per farli arrabbiare, è perché in quel momento mi sento così; non ci vedo niente di male, anche se di alcuni episodi mi pento, come quello di Wimbledon. Anche quello fu frutto delle mie emozioni, ma non fu una bella cosa e me ne rammarico; comunque è così che si impara, attraverso gli errori“.

IL SOGNO COPPA DAVIS

Tornando al tennis giocato, il tie odierno è stato vinto agevolmente dalla RTF, ma secondo Medvedev non ci si può fermare all’apparente squilibrio dei punteggi, soprattutto in questa competizione: “Non è mai facile in Coppa Davis. Certo, se guardate i punteggi di oggi sembra che lo sia stato, visto che non abbiamo concesso palle break fino all’ultimo game della mia partita, ma non è così. […] Fino al 4-4 Jan [Struff] ha giocato benissimo, soprattutto con il servizio. Poi ha avuto un game un po’ meno positivo, con più seconde e più errori, e così sono riuscito a breakkarlo – quella è stata la chiave dell’incontro. Prima che si inizi a giocare non puoi mai sapere come andrà, e Jan è uno che mi ha fatto soffrire parecchio ultimamente. Comunque siamo contenti, abbiamo giocato due incontri rapidi, così domani saremo freschi e sicuri di noi stessi“.

Il dato certo è che riportare il trofeo in patria dopo 15 anni è un obiettivo essenziale per la sua carriera: “Per me è molto importante vincere questa competizione, altrimenti non sarei qui. Non è stata una stagione semplice, alcuni giocatori hanno deciso di non giocare la Davis e capisco perfettamente il perché: l’annata è lunga e l’Australia è dietro l’angolo, quindi li capisco e li supporto nella loro scelta. Noi però abbiamo una squadra fantastica, e io amo giocare per il mio Paese e per i miei fan, anche se qui ce ne sono pochi“.

Tecnicamente Medvedev non sta giocando per la Russia in questa competizione, ma bensì per la RTF, la squadra della federazione (bandiera e inno russi non possono essere utilizzati in virtù di una sentenza del CAS legata al doping di Stato). La cosa tuttavia non sembra pesargli più di tanto: “So che Paese sto rappresentando, e conosco il mio inno. Non è bello non avere l’opportunità di ascoltarlo o di utilizzare la nostra bandiera, ma allo stesso tempo la competizione è sempre la Coppa Davis, e noi stiamo sempre giocando per il nostro Paese. Anche vincendo saremo delusi per via di questi piccoli dettagli, ma allo stesso tempo una vittoria è una vittoria, questi divieti non hanno alcun impatto sulle mie prestazioni“.

Domani la squadra della federazione russa affronterà la Croazia, che ha sconfitto la Serbia per 2-1. Qualora fosse stata quest’ultima a prevalere, l’ultimo singolare della stagione avrebbe visto protagonisti i due migliori giocatori al mondo, vale a dire Medvedev e Novak Djokovic. Daniil però ha voluto sottolineare che la portata storica della finale prescinde dal nome del suo avversario: “Affrontare Novak è sempre speciale, ma questa è una competizione a squadre e, anche se lui ha vinto il suo singolare, la Serbia ha perso – è il bello della Davis. Gojo ha fatto un lavoro fantastico, e nel momento in cui lui ha vinto il primo singolare ho pensato subito che sarebbe stata dura per la Serbia, visto che la Croazia ha il miglior doppio al mondo. Comunque mi sto preparando per affrontare Cilic, come in ogni altro torneo; affrontare Novak sarebbe stato speciale ma domani sarà uno spettacolo a prescindere“.

Ha infine ricordato quante cose siano cambiate per l’attuale generazione russa: “Mi ricordo che quattro anni fa mi stavo allenando a Cincinnati, ero fra la 30 e la 50 del domando, e un giocatore mi chiese, ‘quanti anni hai? Quanti ne hanno Karen e Andrey?’ Gli risposi e lui disse al suo coach, ‘quante Davis pensi che vinceranno questi ragazzi?’ In realtà però non è stato semplice arrivare al World Group, abbiamo perso diversi tie, per esempio con l’Ungheria e con l’Austria. Due anni fa abbiamo sfiorato la finale, anche se io non c’ero, mentre quest’anno abbiamo vinto l’ATP Cup. Sono felice che la nostra generazione stia facendo così bene, visto che giocavamo insieme già ai tempi della Davis juniores. Domani abbiamo una chance di alzare il trofeo, ed è una cosa fantastica“.

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Novak Djokovic sul pezzo: “Giocare per la Serbia è sempre magico”. E sostiene la WTA sul caso Peng

Il numero uno crede nella chance dei suoi, per bissare il trionfo di undici anni fa: “In Davis è sempre tutto aperto”

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Novak Djokovic - Coppa Davis 2021 (Photo by Mateo Villalba / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Un Novak Djokovc raggiante e sereno quello che si presenta davanti ai giornalisti dopo il successo in doppio sul Kazakistan, utile a garantire alla Serbia un posto nella semifinale di venerdì contro la Croazia. Felice, perché giocare per la nazionale lo rigenera, ne smussa gli spigoli più polemici. Stare nel gruppo lo fa stare bene. Certo le vittorie aiutano ad allargare il sorriso, ma la giornata in ufficio del numero uno al mondo è stata impegnativa. Dopo la pazzesca sconfitta incassata dal giovane adepto Kecmanovic nel primo incontro con Kukushkin, Nole ha dovuto fare gli straordinari in una serata dall’alto coefficiente emozionale: prima ha battuto Bublik in scioltezza; poi ha trascinato Nikola Cacic al punto della qualificazione, alla fine di un match complesso contro la rodata coppia kazaka conclusosi non molto prima della mezzanotte. La corsa verso il bis del trionfo Davis del 2010 può proseguire, almeno fino a venerdì.

È stata una sfida dura, molto intensa. Miomir ha perso la prima partita ma è stato davvero vicino a vincere, ha avuto molti match point. Un debutto duro per lui, ma sono sicuro che saprà trarre molte cose positive da questa esperienza. Del resto Kukushkin non è facile da affrontare in questa competizione, il suo storico parla per lui; è un tennista di qualità e ama giocare per il Kazakistan. Per quanto mi riguarda sono felice di come ho affrontato la partita con Bublik, ho fatto tutto quello che avevo in mente. Non lo avevo mai affrontato ed è pericoloso, ha servito davvero bene per tutto l’incontro. Per me non è stato facile, le emozioni vissute durante la partita di Miomir erano ancora vivide nella mia testa, ma sono stato molto solido. Il doppio, specialmente in Davis e alla fine di una lunga giornata, può sempre finire in qualsiasi modo. Nedovyesov e Golubev hanno giocato insieme molte più volte di quanto non lo avessimo fatto io e Cacic; inoltre io e Nikola avevamo perso gli ultimi tre incontri in volata, e sono cose che rimangono in testa, ma siamo stati bravi a reagire dopo un brutto secondo set. Un bel sospiro di sollievo e una grande spinta per la prossima sfida“.

Il prossimo ostacolo si chiama Croazia, un avversario che non può mai essere assimilato agli altri, a prescindere da questioni strettamente inerenti al campo. “Sarà un tie delicato – ha continuato Nole – perché sono forti e perché sono i nostri vicini di casa. La gente sente molto questa rivalità, così come noi giocatori. Li conosco bene, e prima di ogni altra questione c’è un grande rispetto tra di noi. Ho giocato contro Cilic tantissime volte, è un grande giocatore e un amico, non sarà assolutamente un match scontato contro di lui. Poi c’è Borna Gojo, un ragazzo che forse in troppi abbiamo sottovalutato. È giovane, ha un gran servizio e si trova a meraviglia in questa competizione. Ha battuto Sonego in Italia, una vittoria che mi ha impressionato e credo dica molto del suo livello e del suo spirito. Sul loro doppio poco da dire: Mektic e Pavic formano la coppia più forte del mondo, fin qui hanno vinto ogni incontro in modo piuttosto comodo e se il doppio dovrà essere decisivo sarà complicato batterli, ma la Davis è la Davis“.

 

Oltre all’insalatiera, ci sono altre questioni che scuotono l’attualità della pallina, di questi tempi. Trasloco della Davis ad Abu Dhabi a parte, è la brutta faccenda riguardante il caso di Shuai Peng – l’ex numero uno del doppio WTA scomparsa da qualche settimana dopo un post di accusa all’ex vice-Premier del governo cinese – a tenere tristemente banco. La notizia del giorno è la decisione dell’associazione tenniste di non disputare alcun torneo in Cina e a Hong Kong fintanto che sulla questione non sarà fatta opportuna chiarezza, e il nostro direttore Ubaldo Scanagatta ha chiesto a Nole un parere in merito alla netta presa di posizione del governo della racchetta femminile. “Non sapevo della decisione – ha detto Djokovic -, me la state comunicando voi in questo momento, ma credo che ogni organizzazione coinvolta nel governo del nostro sport, sia essa l’ATP, La PTPA, la WTA o l’ITF poco importa, debba collaborare per provare a risolvere una situazione molto poco chiara“.

Qui non si tratta di una partita di tennis – ha proseguito -, di una vittoria o di una sconfitta, ma della vita di una giocatrice. Fino a quando non saremo certi che Peng sta bene dovremo continuare a combattere e a tenere le antenne bene alzate, tutti insieme. Le ultime notizie su di lei non mi rassicurano, sono preoccupato. La decisione della WTA è quella giusta, la sostengo e farò il possibile per dare il mio contributo“.

Nel frattempo lo show dovrà andare avanti, il gran finale di stagione essendo alle porte. Per Nole c’è una Davis da conquistare, sarebbe la seconda della carriera e un alloro non da poco da appuntare a un petto ricchissimo di riconoscimenti, anche se le forze, sul finire di stagione, sono quelle che sono. “Ma quando si gioca la Davis il serbatoio si riempie da sé. L’ho detto più volte negli ultimi anni: le priorità adesso per me sono i Major e le gare a squadre. Giocare per la nazionale mi motiva tantissimo, finché starò bene darò il mio contributo per onorare questa competizione storica e l’ATP Cup. Abbiamo un team giovane, qualcuno dovrà essere pronto a prendere il testimone quando non ci sarò più, ma intanto ci sono e sono ispirato. Fare parte della nazionale Serbia mi rende orgoglioso, e finché sarò in grado di contribuire in modo positivo state certi che lo farò“.

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Coppa Davis, Volandri: “Primo mattoncino per il futuro”. Sinner: “Giocare per la nazione è totalmente diverso”

I protagonisti azzurri commentano l’uscita di scena contro la Croazia. Fognini: “Fatico a stare lontano da casa”

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Filippo Volandri e Jannik Sinner - Finali Coppa Davis 2021 (photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Difficile per l’Italia del tennis digerire una sconfitta arrivata in casa nel doppio decisivo, tuttavia come si è visto in campo la superiorità della Croazia nell’ultimo match è stata evidente e dunque il capitano Filippo Volandri in conferenza stampa ha giustamente elogiato la sua squadra: “Sono molto orgoglioso dei miei ragazzi, abbiamo cercato di vincere, questa settimana è stata fantastica ma abbiamo dovuto gestire varie emergenze con gli infortuni di Simone [Bolelli] e Matteo [Berrettini]. Parlando poi in proposito dell’ultimo match ha aggiunto: “Tutte le squadre contro cui abbiamo giocato avevano un doppio pazzesco. I colombiani e gli americani erano fortissimi. I croati sono i migliori al mondo”. E il PalaAlpitour deve portare bene alla nazione balcanica, che a Torino, nel 2016, con la sua squadra di basket aveva estromesso l’Italia dall’Olimpiade di Rio de Janeiro vincendo all’overtime (84-78) lo spareggio decisivo.

La vera delusione per il risultato di ieri sta nel match che ha aperto la giornata durante il quale si è consumata una vera e propria sorpresa quando il n. 276 Gojo ha battuto in tre set il nostro numero 2. Lorenzo [Sonego] sapeva che dal suo lato il punto era necessario e ha sentito più tensione del solito, nel terzo set ha sentito troppo il dovere di vincere la partita. Questo succede in coppa Davis, la sua miglior partita è stata contro Opelka, che era la partita più difficile. Oggi ha dovuto combattere con tante emozioni, ha avuto una bella reazione nel secondo set, ma è andata così“.

In questa fase finale della Davis Cup c’è stato anche l’esordio nella competizione di Jannik Sinner il quale ha risposto alla chiamata con tre vittorie in singolare e due sconfitte in doppio al fianco di Fognini. È molto diverso da un torneo normale, tutti hanno dato il 100%. Spero di essere cresciuto in queste partite” ha commentato l’altoatesino. Ormai abbiamo imparato a conoscerlo e sappiamo quanta importanza metta nel processo di apprendimento come ha ribadito nuovamente. “Ho imparato tante cose già nelle Finals; giocare qua è totalmente diverso perché giochi per tutto il team e non per te stesso. C’è più responsabilità perché giochi per la nazione, ovviamente il doppio lo devo ancora imparare, credo che Fabio abbia tanta esperienza e mi ha insegnato tanto, anche con Bolelli. Mi ha fatto piacere stare in questo gruppo, non è facile fare il Capitano, anche per lui era la prima volta, ma ci ha lasciato abbastanza liberi”.

Volandri è poi tornato a parlare concentrandosi sul futuro e scacciando via pensieri di rammarico per il risultato. “Abbiamo messo un primo mattoncino per qualcosa di più importante in futuro. Sul doppio siamo stati sfortunati perché Bolelli è il numero 9 del mondo in doppio e Matteo avrebbe potuto dare un grosso aiuto anche lì ma non abbiamo potuto averli a disposizione”. Su un possibile trasferimento delle fasi finali della Coppa Davis per la prossima stagione invece: “Su Abu Dhabi non saprei, a me piace giocare la Davis in casa o comunque nelle sedi delle squadre che la giocano. La proposta di Nole di giocare in sei location differenti è molto interessante”.

 

Infine ha parlato anche il 34enne Fabio Fognini che ieri sera ha disputato il suo 67esimo incontro con la maglia azzurra. “Faccio sempre più fatica a stare lontano da casa per periodi prolungati. Penso che giocherò tornei ravvicinati. Futuro in nazionale? C’è un ricambio in atto, dovrò meritarmi la convocazione, ci sono tanti giovani molto forti”. In precedenza aveva anche voluto ricordare il Professor Parra e il grande apporto che ha dato a tutto il team: Sono molto triste per la scomparsa di Parra, abbiamo passato bei momenti insieme”.

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