Campi lenti, pensieri che corrono: del Potro scarica la Davis, Halep sindacalista

Interviste

Campi lenti, pensieri che corrono: del Potro scarica la Davis, Halep sindacalista

L’argentino sogna la finale con Federer ma teme l’amico Leo Mayer. Simona propone tds garantite alle big che ritornano dalla gravidanza: l’emendamento Williams

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Il colpo di giornata l’ha firmato lui, eliminando la testa di serie numero due da un torneo in cui i pronostici continuano a saltare. Philipp Kohlschreiber ha esperienza di campo e di vita, con i suoi 34 anni, per risultare non superficiale nell’analisi. Ha battuto il numero tre del mondo, “ma era un Cilic nervoso sin dalle prime battute – ammette -, mi è andata bene ad averla chiusa in due set, perché poi probabilmente sarebbe venuto fuori”. Kohli ha anche portato avanti il partito dei piccoletti, riuscendo a compensare i venti centimetri in meno rispetto al suo avversario.Contro avversari così la più significativa difficoltà è nel rispondere al servizio, che rimbalza più in alto e costringe a modificare il posizionamento nella risposta. Il rovescio della medaglia, però, è la loro difficoltà negli spostamenti che bisogna saper sfruttare”. Un confronto morfologico che il tedesco potrebbe rivivere ai quarti, se dovesse superare l’inedito ostacolo Herbert. Si trova infatti nello stesso spicchio di tabellone di Juan Martin del Potro, che pochi giorni dopo Acapulco ha superato nuovamente David Ferrer. Il numero otto del mondo, sesta testa di serie, è adesso il candidato principale della parte bassa del tabellone per arrivare alla finale contro Federer.

Un incrocio sempre insidioso per il re svizzero, che ha avuto la meglio a Basilea nell’ultimo precedente. “Giocarmi il torneo conto Federer sarebbe grandioso, inutile negarlo, ma guai a dimenticare che siamo ancora agli ottavi e il cammino verso la finale è molto lungo”. Del Potro prosegue intanto con profitto nell’evoluzione del suo rovescio, che ha dovuto reimpostare dopo i guai al polso: “Lo slice sta funzionando abbastanza bene – spiega –, ma in ogni caso ho bisogno di un rovescio migliore se voglio competere ai più alti livelli. È inutile pensare al mio vecchio rovescio a due mani, adesso devo fare i conti con una nuova situazione. Ci sto lavorando tantissimo, continuando i trattamenti al polso”. La prospettiva diventa più ampia, quando nel mezzo del discorso gli viene tirata in ballo la finale del 2013 giocata su questi campi contro Nadal: “Il mio modo di giocare è cambiato rispetto ad allora – racconta –, forse adesso ho un tennis anche più completo e più bello da vedere, visto che ho aumentato le discese a rete, le giocate di volo e i colpi carichi d’effetto. Ma so dove posso ancora migliorare”. Agli ottavi troverà Leo Mayer in un derby tutto argentino. “Siamo amici, lo sapete – sorride delPo in conferenza stampa –, non sarà facile giocare contro di lui perché ci conosciamo a memoria. Ci alleniamo nello stesso club di Buenos Aires, abbiamo vinto insieme la Davis, può battere chiunque se in giornata buona”. A proposito di Davis: del Potro sembra inserirsi nel filone di quei big che – una volta vinta – tendono a disinteressarsene. “Se ci sarà un cambiamento della formula sarà un bene per il tour e per i giocatori – il suo pensiero -, ma non so fino a che punto questa cosa potrà riguardarmi. Averla vinta nel 2016 è stato già tanto per me e per i miei compagni, onestamente oggi non ci sto pensando”.

Juan Martin del Potro – Indian Wells 2018 (foto via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

La caduta delle teste coronate resta tema dominante anche del torneo femminile, che ha perso la testa di serie numero due Wozniacki per mano di una straordinaria Kasatkina. “È frustrante perdere così – ha commentato a caldo la danese –, perché la partita l’ho fatta e disfatta io con i miei errori. Ma Dasha mi ha battuto con astuzia, sapendo leggere bene la superficie del campo che fa rimbalzare molto in alto la pallina, situazione adatta a chi ama rallentare il gioco. Però ho pochi rimpianti, non mi sento di parlare di un passo indietro rispetto a Melbourne. Questi sono campi molto lenti, che paradossalmente aiutano l’adattamento degli specialisti della terra. Poi cambia molto tra giocare di giorno e di notte. Ciò non toglie che la mia avversaria sia stata più brava. Ci vediamo a Miami”. “Caroline ha ragione, sono fortunata perché questa superficie mi piace particolarmente”, la risposta della russa che ha ottenuto il secondo successo del 2018 contro Woz e – soprattutto – ha acquisito il patentino di ammazza grandi: sotto le sue risposte sono crollate di recente le quattro campionesse Slam in carica. La sinergia con il coach belga Philippe Dehaes continua a produrre buoni frutti per la ventunenne di Mosca, che deve crescere nel non peccare in continuità quando invece è lei a dover condurre le danze, al cospetto di avversarie inferiori.  Non sarà il caso dei quarti di finale, quando troverà sulla sua strada la scatenata Kerber. “Il mio coach me lo dice sempre, devo migliorare quando non c’è solo da difendere. Ci sto lavorando, nel frattempo di mi diverto così”.

 

Daria Kasatkina – Indian Wells 2018 (foto via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Intanto continua a volare Naomi Osaka. La giapponese atipica spinge il suo tennis spavaldo fino ai quarti e se la vedrà con Karolina Pliskova, che di recente si è detta “più sicura” quando si trova di fronte avversarie più giovani. “Invece per me l’età non fa testo, giro il mondo per il tennis da quando avevo 14 anni – attacca Naomi – ne ho viste tante anche io. Contano solo le questioni tecniche, non l’età. Anzi, devo dire che mi piace giocare contro le grandi giocatrici, perché non corro il rischio di distrarmi. Mi aiutano a mantenere l’attenzione al top”. L’ex numero uno di avversarie esuberanti se ne intende, avendo spezzato le ali di Amanda Anisimova. 

Avanti come un treno anche Simona Halep, che nel 2018 ha perso sul campo solo la finale di Melbourne (non poteva temere la cinese Wang, chiaro) e ai quarti se la vedrà con Petra Martic. La presenza in tribuna della numero uno del mondo in occasione della sfida di famiglia tra le sorelle Williams non è passata indifferente. “Da loro ho tantissimo da imparare – sorride Simona –, anche se non ci sono possibilità che io possa andare avanti fino alla loro età”. Poi sale in cattedra con piglio da sindacalista: “Il ritorno in campo di Serena dopo aver dato alla luce una bambina è una grande cosa, andrebbe studiato un meccanismo per proteggere e incentivare al ritorno all’agonismo le tenniste che rientrano dopo il parto. Non guardo al ranking dove ovviamente perdono punti quando sono ferme, ma almeno la concessione delle teste di serie nei tornei può tener conto di dove si trovavano in classifica prima della gravidanza”.

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Flash

Oliviero Palma: “A Palermo orgogliosi di aver mostrato a 160 paesi che si può giocare a tennis”

PALERMO – Il direttore dal Ladies Open di Palermo traccia un bilancio del torneo: “Un grosso successo sanitario, prima che tecnico”. Su Vekic: “Non si possono obbligare le giocatrici a non andare in giro”

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Siamo orgogliosi: l’idea che possiamo mostrare a 160 paesi che ci seguono in TV che un torneo di tennis si può giocare rispettando le regole, ha convinto tutti a rispettarle“. Il consuntivo del direttore del Ladies Open di Palermo, sul finire del torneo, è questo. Con l’obiettivo, tra gli altri, di fare due chiacchiere con Oliviero Palma, ho raggiunto la Sicilia per le fasi finali del torneo. Potete ascoltare qui quello che ci ha detto.

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

I protocolli sono stati ottimi ma sono suscettibili di modifiche. Ad esempio era previsto che si facessero tamponi fino a domenica, ma una tennista non potrebbe muoversi fino alla conferma della negatività” spiega Palma, che fa riferimento al fatto che domani comincia il torneo di Praga e le eventuali giocatrici testate di domenica non avrebbero potuto lasciare Palermo in tempo utile per andare a giocare. “Quindi, dopo aver fatto tamponi ogni cinque giorni, abbiamo fatto gli ultimi tamponi venerdì. Testare questi protocolli era importante per noi, per la WTA e per chi dovrà lavorarci in futuro”. Anche l’obbligo di fare la doccia lontano dal Country Club, vista la canicola palermitana, è stato rivisto per evitare alle giocatrici il fastidio di andare via dai campi zuppe di sudore nelle auto che le riaccompagnavano all’hotel Astoria Palace.

 

Questo perché, occorre specificarlo, i protocolli della WTA sono ‘consigli’ e non hanno valore di legge: chiaramente va rispettata quella del paese in cui si gioca. “La WTA non può obbligare Vekic a non andare in giro: sta alla sua sensibilità. Va ‘rimproverata’ perché ha messo la foto sui social e ha dato un messaggio sbagliato. Però non ha messo a rischio la salute di nessuno. La legge dice che all’aperto non è obbligatorio indossare la mascherina, anche se noi qui la facciamo indossare a tutti per dare un messaggio positivo“. Tanto per mettere le cose in prospettiva, Palma dedica una battuta simpatica anche a Gasquet, che aveva criticato duramente l’organizzazione palermitana per non aver creato, di fatto, una vera ‘bolla’ a protezione delle giocatrici che hanno alloggiato in un hotel assieme ad altri ospiti: “Sarà un ottimo tennista, ma non è un infettivologo...”.

Palma ha fatto anche un breve accenno all’assenza di delegati FIT a Palermo – c’era soltanto Tathiana Garbin, in Sicilia a titolo personale – e alla sfortuna di non essere riusciti a confermare la presenza di Halep, nonostante il contingente rumeno, alla fine, sia stato composto da ben nove giocatrici.

Il grosso successo di questo evento non è stato l’aspetto tecnico, che non ho neanche seguito attentamente, ma l’aspetto sanitario. Abbiamo fatto circa 500 test” riassume Palma. Che prima di esprimere un giudizio definitivo sul torneo, ci confessa che avrà la premura di attendere martedì o mercoledì, quando tutte le giocatrici che sono iscritte al torneo di Praga avranno svolto e ricevuto i risultati del tampone. Sarebbe un’importante conferma della buona riuscita del primo torneo in assoluto dopo la lunga pausa.

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Focus

Feliciano Lopez sulla cancellazione di Madrid: “Il tennis senza vaccino non è molto praticabile”

Il direttore del torneo di Madrid: “Non ha senso correre rischi”. E il futuro è buio: “Quest’anno è perso e il 2021 sarà uguale”

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Feliciano Lopez - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Ormai è il secondo anno per Feliciano Lopez da direttore del torneo di Madrid e questo ruolo di responsabilità è diventato ulteriormente difficile in tempi di coronavirus. Sul campo lo spagnolo è sempre stato un giocatore fumantino che senza troppe cerimonie mostra le proprie emozioni, ma in giacca e cravatta è la serietà a prendere il sopravvento e in nessun modo ha potuto evitare la decisione di annullare il Mutua Madrid Open, in programma dal 12 al 20 di settembre (che era programmato inizialmente in maggio, ed è diventato così il primo torneo ‘bi-cancellato’ del tour). Abbiamo fatto tutto il possibile, ma la situazione sanitaria deve essere la priorità ha detto al quotidiano spagnolo ABC.

“Quando abbiamo deciso che il torneo si sarebbe trasferito a settembre, abbiamo avuto dubbi su cosa sarebbe potuto accadere durante l’estate. Avevamo intuito che con la riapertura delle attività il numero di contagi sarebbe aumentato. Ma pensavamo che si sarebbe potuto controllare e che avremmo potuto giocare. Un mese fa l’abbiamo dato per scontato. Abbiamo pensato che fosse molto ragionevole giocare con il 30% del pubblico, credevamo di poterlo fare. Ma nelle ultime due settimane sono cambiate molte cose.. Lo scenario di Madrid è peggiorato e non possiamo correre rischi. Non ha senso” ha spiegato Lopez durante l’intervista.

Attualmente il tennista si trova a Luarca nel nord della Spagna con la sua famiglia, ma è sempre rimasto in contatto con le personalità politiche interessate alla questione. “Con la Comunità di Madrid abbiamo avuto una comunicazione molto fluida e molto sincera” ha fatto sapere Feliciano, che da loro inizialmente aveva ricevuto l’invito ad annullare il torneo. “La Comunità, voglio chiarire questo aspetto, ci ha aiutato in ogni momento. Quando abbiamo consegnato il protocollo, lo hanno apprezzato e ci hanno detto che tutto ciò che avevamo proposto era molto ragionevole. Quando la situazione è peggiorata, abbiamo parlato con Antonio Zapatero (Vice Ministro della Salute, ndr) e il suo team, e ci hanno messo di fronte alla realtà. È stato lì che ci siamo posti la domanda: che senso ha andare avanti visto come stanno le cose a Madrid?”.

 

L’obiettivo principale è sempre stato quello di ridurre i rischi, ma quando è parso evidente che ciò andava oltre le possibilità degli organizzatori, non c’erano soluzioni alternative alla cancellazione. Del resto, va preservata anche l’immagine del torneo. “Non volevamo correre rischi. Nessuno nell’organizzazione voleva che si parlasse del torneo a causa di un contagio o di un focolaio, ma soprattutto nessuno voleva che le persone si trovassero in una situazione pericolosa. Non volevamo apparire sui giornali o fare notizia a causa di qualsiasi contagio, che si trattasse di giocatori, allenatori o arbitri, né di mettere a rischio lo staff. La cosa principale è proteggere la salute di tutti”.

La decisione del resto è stata condivisa anche da Ion Tiriac, proprietario del Mutua Madrid Open, come ha spiegato Feliciano. “La situazione è stata molto sfavorevole per noi. Questo fine settimana sono stato con Ion Tiriac a Nizza e più tardi l’ho incontrato a Madrid e ha detto: ‘Senti, Feli, non metteremo a rischio la salute di nessuno. Per me, è quella la priorità. Ho questa licenza da 50 anni e mi dispiace molto, ma non posso mettere a rischio la salute di nessuno'”.

Al momento il tennis professionistico è proiettato in Nord-America dove dal 22 agosto a New-York dovrebbe andare in scena la doppietta Masters 1000 e Slam, e Lopez sembra cautamente fiducioso. Penso che negli Stati Uniti si giocherà, ma non vedo la cosa con molta chiarezza. Non è facile. È uno Slam e ci sono 3.000 o 4.000 persone che devono arrivare da tutto il mondo. Vediamo cosa succederà… Ci sono molti giocatori che non vogliono andare, e anche questo è un punto di vista da rispettare (in realtà la maggior parte dei top 100 è iscritta, ndr). Altri hanno bisogno di soldi… però disputare uno Slam in quelle circostanze è un dramma. Capisco anche l’organizzazione, in quanto vi sono molte entrate in denaro per la televisione e altri interessi. Un major può sopravvivere con i diritti televisivi.”

La domanda a questo punto viene spontanea: quando si potrà giocare un torneo… normale, se è vero che bisogna accettare il fatto che al momento si può seguire soltanto una ‘nuova mormalità’? E la risposta purtroppo è altrettanto spontanea quanto lapidaria. Il tennis, senza vaccino, non è molto praticabile. Le persone si concentrano su quest’anno, ma quest’anno è perso. E per quello che verrà, sarà la stessa cosa. Il tour australiano inizia il 1 gennaio e siamo nella stessa situazione. Dobbiamo sopravvivere nel 2021 fino all’uscita del vaccino e nel 2022 ripristinare la normalità. Il tennis soffre molto e ci resta ancora molto tempo. Cosa faranno le persone dopo l’Australia? Vai a Rio de Janeiro? In Argentina? Ad Acapulco? A Miami a marzo? Senza vaccino…” .

Questi puntini di sospensione rappresentano un’incertezza sul futuro condivisibile, e per questo ogni tentativo di ripartenza va ben accolto.

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Interviste

Nei dintorni di Djokovic: la lunga strada di Ivo Karlovic. “A volte non bisogna essere realisti”

Rientrato in Croazia dalla Florida, “Dr. Ivo” ha ricordato le difficoltà di inizio carriera. Con un po’ amarezza (“A mio figlio direi che non ne vale la pena”), ma con la consapevolezza di aver fatto qualcosa di non scontato (“Non è stato un percorso normale”). Ovviamente, senza prendersi troppo sul serio (“Non c’era niente che sapessi fare meglio”)

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Ivo Karlovic - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Avevamo lasciato Ivo Karlovic a Melbourne, in gennaio, dove alla sua 17° presenza nello Slam australiano aveva conquistato un altro paio di record di longevità. Era diventato il primo over 40 nel main draw australiano da Ken Rosewall nel 1978 e poi, superando al primo turno Pospisil in tre set, anche il primo over 40 a vincere un match del tabellone principale, quarantadue anni dopo il leggendario “Muscle”. In realtà, il tennista zagabrese era sceso in campo ancora in un paio di ATP 250 e infine al Challenger canadese di Calgary – dove al secondo turno il francese Blancaneaux gli aveva tolto la soddisfazione di festeggiare, il giorno dopo, il suo 41° compleanno in campo – prima che la pandemia fermasse il mondo del tennis (e non solo, purtroppo).

Dopo aver trascorso il periodo del lockdown in Florida, dove vive insieme alla moglie Alsi e ai due figli Jada Valentina e Noah, il gigante croato un paio di settimane fa è rientrato in Croazia, dove è stato intervistato dal quotidiano sportivo “Sportske Novosti”. Prima tappa ovviamente la città natale, Zagabria, per riabbracciare genitori e parenti, prima di passare qualche giorno di vacanza al mare, in attesa di decidere quando riprendere l’attività agonistica. “Non ho ancora deciso se andrò allo US Open, nel caso in cui venga disputato. C’è ancora tempo. Vedremo cosa succede”. Per il momento, Ivo, è nella entry list del torneo.

Per uno che non si è ancora stancato di andare in giro per tornei dopo aver iniziato a calcare i campi a livello Challenger al crepuscolo del secolo scorso (era il 29 novembre 1999 quando esordì in India, a Lucknow, battendo il giocatore di casa Mustafa Ghouse, oggi noto per essere l’Amministratore Delegato di JSW Sport, la Divisione sportiva della multinazionale indiana JSW) la risposta alla domanda se il tennis gli è mancato, è stata un pochino  – ma non troppo, conoscendo il gusto per la battuta di Ivosorprendente: “Devo ammettere che il tennis non mi è mancato molto. È bello stare a casa con la famiglia. Abbiamo avuto molto tempo a disposizione e abbiamo potuto fare tante cose che altrimenti non avremmo potuto fare”.

 

Dopo un commento su come siano cambiati i rapporti tra le persone dopo il lockdown (“Dopo qualche tempo, le persone sono tornate a una vita relativamente normale, ma si percepisce l’insicurezza nello stabilire contatti con le altre persone”) al n. 124 del mondo è stata anche chiesta un’opinione sulle varie iniziative a sostegno dei tennisti non di prima fascia, in considerazione delle loro difficoltà economiche a causa dello stop. “Penso che alcuni tennisti abbiano sicuramente bisogno di un aiuto finanziario. E per me, personalmente, è molto bello vedere la solidarietà dei tennisti di vertice nell’aiutare i colleghi meno fortunati”.

Quando si parla di Ivo Karlovic il pensiero va immediatamente al “suo” colpo: il servizio. Logico che sia così, considerato che si tratta del giocatore che ha piazzato più ace di tutti nel circuito ATP –  ben 13.599 in 687 match –  e che sull’efficacia di questo fondamentale ha basato la sua ormai ultraventennale carriera. Ma un best ranking di n. 14 della classifica mondiale, otto tornei ATP vinti e altre undici finali disputate, 369 partite vinte nel circuito maggiore, non sono risultati che si raggiungono solo con il servizio, seppur scagliato da 211 cm di altezza, ma con un impegno e una dedizione al lavoro assoluta. Specie se parliamo di un giocatore che da ragazzo erano veramente in pochissimi a pensare avesse qualche chance di sfondare nel tennis che conta. “Credo che nessuno si aspettasse che raggiungessi la top 100, figuriamoci il 14° posto e vent’anni di carriera professionistica”.

Il famoso servizio di Ivo Karlovic – US Open 2015 (foto: Luca Baldissera)

Chi conosce anche solo un po’ la storia del tennista croato, sa che il percorso di Karlovic per arrivare al tennis che conta non è stato per niente facile. Basterà ricordare come a causa del fallimento dell’attività imprenditoriale del padre il giovane Ivo si trovò a non aver la possibilità di affidarsi ad allenatori costosi o ad accademie e a non poter viaggiare per disputare i tornei in cui avrebbe potuto guadagnare qualcosa, privo anche di un qualsiasi sostegno da parte della Federtennis croata. Persino trovare degli sparring partner era un’impresa: in pochi infatti volevano giocarci assieme, dato che il servizio era già a ottimi livelli mentre gli altri colpi assolutamente no e quindi le sessioni di allenamento con lui erano ritenute poco proficue (una situazione con cui si è ritrovato a convivere anche a livello “pro”).

A queste si aggiungevano le difficoltà nella sfera personale: timido e riservato, Ivo non aveva molte amicizie, anche perché la balbuzie di cui soffriva lo ostacolava nel rapporti con gli altri. E proprio in virtù del suo vissuto, giusto chiedere al gigante croato se abbia dei consigli da dare ad un giovane che desidera diventare un giocatore di tennis (“Beh, molti giovani giocatori con cui mi alleno mi chiedono un consiglio. Soprattutto negli Stati Uniti, dove le persone sono generalmente più disponibili a ricevere consigli”), soprattutto se con lui Madre Natura sembra non essere stata particolarmente generosa quando ha dispensato il talento tennistico. “Nel mio caso hanno giocato un ruolo determinate la mia perseveranza e la mia volontà di allenarmi quando ero giovane. Non ho avuto delle buone condizioni, spesso nemmeno le opportunità, per allenarmi, ma ho lottato in tutti i modi per progredire il più possibile. Nel tennis, a volte, è necessario non essere realisti e perseverare, qualunque cosa accada“.

E se a chiedergli un consiglio fosse suo figlio? “Se decidesse di farlo, lo sosterrei. Perché so che per lui la strada sarebbe più semplice rispetto alla mia. Se dovesse passare tutto quello che ho passato io, gli direi che non ne vale la pena.” Dalle parole di Ivo si percepisce che tanta è stata la fatica e tanti sono stati i bocconi amari ingoiati, ma nel chiedergli quali siano state le maggiori difficoltà, la sua ironia e la sua capacità di sdrammatizzare hanno la meglio. “La cosa che mi ha facilitato nel cercare di sfondare nel tennis mondiale è stato il fatto che non c’era niente che sapessi fare meglio. Per me, in quel momento, era una cosa normale. Non ero consapevole di nient’altro se non dei bisogni fondamentali. Oggi, a volte, ripenso a com’è stato il mio percorso: non è stato normale!”. Una risposta più di tutte, seppur sempre tra il serio e il faceto, fa capire quanto “Dr. Ivo” si sia impegnato per arrivare. Quella alla domanda se abbia mai saltato un allenamento perché non aveva voglia, soprattutto all’inizio della carriera. “Mai, quando ero più giovane. Adesso capita sempre più spesso”.

Interessante anche sapere se secondo lui – un giocatore da vent’anni nel circuito professionistico – fosse più facile diventare uno sportivo di alto livello ai suoi tempi o se sia più facile adesso. “Oggi dal punto di vista logistico-organizzativo tutto funziona molto meglio. Dall’organizzazione del viaggio alle tattiche in campo, dove molte informazioni si possono ottenere anche su You Tube. I bambini si allenano meglio. Quindi da un lato oggi è più facile sistemare le cose che non vanno e raggiungere un certo livello nel tennis, ma dall’altro è più facile per tutti e quindi questo crea più competizione, cioè ci sono molti più tennisti di prima”.

E quale sarà il domani di Ivo Karlovic? Ivo si vede ancora nel tennis il giorno che smetterà di impallinare gli avversari con la prima di servizio? ”Penso che rimarrò sicuramente nel tennis. In che modo… Questa è una domanda a cui devo ancora trovare una risposta. Dipende da dove sceglierò di trascorrere la maggior parte del mio tempo al termine della carriera. Naturalmente ho anche altri interessi, che spero quindi di aver il tempo di approfondire”.  Un’ipotesi è quindi anche quella di allenare. Anni addietro, prima di mettere radici in Florida, Ivo aveva manifestato il desiderio di aprire una propria accademia a Zagabria. Un’idea che sembra non del tutto tramontata, magari spostando la sede al di là dell’Atlantico. “Vedremo a fine carriera”. Anche se, come detto, una decisione su dove la famiglia Karlovic si stabilirà definitivamente una volta che il capofamiglia appenderà la racchetta al chiodo non è stata presa. Sebbene un’idea di massima ci sia già. “La Croazia è un paese bellissimo, e indipendentemente da ciò che la gente dice la qualità della vita è buona. Trascorrerò sicuramente parte dell’anno in Croazia. Allo stato attuale, molto probabilmente il rapporto sarà otto mesi negli Stati Uniti e quattro in Croazia”.

Ma quali doti deve avere, secondo Karlovic, un allenatore? “La cosa più importante è adattarsi al singolo giocatore. Cioè capire come il giocatore recepisce le indicazioni più facilmente. Il tennis è uno sport individuale in cui i livelli di stress sono piuttosto elevati e frequenti. Affrontare tante situazioni stressanti tende a far diventare le persone testarde. Di conseguenza non è facile riuscire a relazionarsi con un tennista”.

Di certo senza quella testardaggine, che lo ha aiutato a non mollare quando in molti gli consigliavano di lasciar perdere, quel timido e silenzioso giovane spilungone del quartiere zagabrese di Salata non si sarebbe ritrovato a battere nel 2003, all’esordio in un tabellone Slam, il campione uscente Lleyton Hewitt al primo turno di Wimbledon (era la prima volta nell’Era Open e la seconda nella storia del torneo – nel 1967 Charlie Pasarell batté Manolo Santana – che il defending champion veniva subito eliminato). Fu la vittoria della svolta: il 24enne Karlovic raggiunse poi il terzo turno e due mesi dopo entrò per la prima volta in top 100, lui che prima di quella edizione dei Championships non era mai nemmeno arrivato tra i primi 150.

Wimbledon 2003, I turno: Ivo Karlovic elimina Lleyton Hewitt, campione in carica (Foto: Getty)

Ma a farci percepire quanto lavoro, quanta dedizione e quanti sacrifici c’erano dietro a quel risultato e a tutti quelli che seguirono, è ancora una volta una risposta semi-seria di Ivo ad un’altra domanda, quella del ricordo della sua prima volta a Church Road, ovviamente lo Slam preferito per un battitore di razza come lui. “Uh, è stato tanto tempo fa. Avevo 21 anni. Persi al terzo turno delle qualificazioni (contro l’attuale capitano di Coppa Davis israeliano, Harel Levy, ndr), giocate su un prato a venti minuti da Wimbledon (in realtà i campi del “The Bank of England Tennis Center” di Roehampton, ndr). Ma dopo quella partita andai a Wimbledon a vedere l’allenamento di Goran (Ivanisevic, ndr). Ma più che all’atmosfera di Wimbledon, ero interessato all’allenamento di Goran”.
Ancora convinti che Ivo Karlovic sia arrivato ai vertici solo perché aveva un gran servizio?

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