Il senso di Nadal per la Davis e il ritorno di Garbine Muguruza

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Il senso di Nadal per la Davis e il ritorno di Garbine Muguruza

I numeri della settimana: Nadal e Cilic sugli scudi in Davis, la spagnola torna al successo a Monterrey

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1 vittoria, negli ultimi otto incontri disputati in Coppa Davis contro tennisti nella top 50 del ranking ATP​. Questo il misero bilancio di John Isner, protagonista nel week-end a Nashville della vittoria degli Stati Uniti sul Belgio, squadra ​orfana​ del suo numero 1, ​ David Goffin. Nella capitale dello stato del Tennessee, il recente vincitore del Masters 1000 di Miami ha fatto il suo dovere, sconfiggendo non senza soffrire in quattro set​ (nel tie-break del terzo ha annullato due set point per non andare 1-2 nel computo dei parziali) Joris De Loore, 319 ATP. ​ Una vittoria che ha portato il bilancio complessivo di John nei singolari in Davis a 14-11. Tuttavia, resta piuttosto deludente il contributo dato dal quasi 33enne yankee alla causa della sua nazionale, con la quale ha sconfitto solo due top ten) nelle sei circostanze nelle quali ha affrontato tennisti di tale caratura (sempre nel 2012 e sempre sulla terra e in trasferta, Tsonga nei quarti e, negli ottavi quello che è il suo successo più prestigioso, la vittoria su Federer). Piuttosto mediocre il suo contributo con la nazionale a stelle e strisce a guardare i numeri: con gli U.S.A. ha vinto appena quattro volte in tredici incontri complessivi contro top 50 (una percentuale del 31%, molto inferiore al 48 % corrispondente a quella del restante bilancio -130 successi e 142 sconfitte- in carriera contro giocatori in tale range di classifica). Ci sta chi rende di più in Davis che nel circuito, e chi, come Isner, lo fa di meno.

3 vittorie in nove match terminati al quinto set: questo il misero bilancio in Coppa Davis di Andreas Seppi, vincitore in tale situazione di punteggio solo nel 2005 a Torre del Greco su Ferrero, allora 20 ATP; nel 2008 in trasferta contro un giovanissimo Cilic, in quel momento 44 ATP, e, a Vancouver, nel 2013 contro Pospisil, in quel periodo 140 ATP. Un rendimento non in linea con quello più che lusinghiero avuto dal bolzanino sin qui nel circuito maggiore, dove, Davis esclusa, ha vinto diciotto dei ventisei incontri terminati in carriera al quinto set, corrispondenti a una percentuale del 69%. Nello scorso week-end a Genova, Andreas contro il numero 1 francese Lucas Pouille ha rimontato per la quinta volta in Davis da due set a 0 sotto, ma purtroppo non è andata come con Ferrero e Pospisil, analogamente recuperati, ma piuttosto come nel caso delle amare sconfitte con l’israeliano Sela nel 2007 e con il georgiano Labadze nel 2004. Seppi infatti, probabilmente a corto di fiato agonistico in quello che era il suo rientro agonistico dopo due mesi di assenza dal circuito, è crollato nel finale di partita, dando il primo punto della sfida ai francesi.

 

4 appena le vittorie raccolte in questo 2018 nel circuito da Kiki Bertens, prima di partecipare e vincere lo storico (si gioca dal 1973) torneo di Charleston, appartenente alla categoria dei Premier. L’olandese classe 91 era in verità in crisi di risultati da metà luglio scorso, ovvero da quando vinse il quarto titolo della carriera (tutti sulla terra, tutti “International”) a Gstaad, sconfiggendo la Kontaveit. Era un buonissimo momento per l’olandese, reduce dai quarti a Madrid e dalla semifinale a Roma, che veleggiava nella top 20 (best career ranking è 18 WTA) prima di calare nettamente nel rendimento: dopo quel titolo, in tutto il 2017 infatti avrebbe poi vinto solo quattro partite. Occorreva il ritorno della terra, sebbene verde, per vederla tornare protagonista: a Charleston, dove aveva vinto appena due partite nelle precedenti due edizioni alle quali aveva preso parte, ha ben pensato di mettere in fila sei vittorie e conquistare il titolo nettamente più prestigioso della sua carriera. Senza perdere un set, ha estromesso dal torneo Cepede Royg (6-4 6-1), Krunic (6-4 6-2), Stollar (6-2 6-4), Cornet (6-2 7-5) e, in finale Julia Georges (6-2 6-1). Solo contro un’altra top venti come la tutonica, Kiki ha incontrato difficoltà: in semifinale per sconfiggere Madison Keys, ha dovuto annullare un match point alla finalista degli US Open 2017, prima di sconfiggerla col punteggio di 6-4 6-7(2) 7-6 (5). Outsider di lusso nei prossimi importanti appuntamenti sulla terra rossa.

7 vittorie in undici incontri di doppio in Coppa Davis: questo il buonissimo ​bilancio col quale sono scesi in campo a Genova Simone Bolelli e Fabio Fognini contro la coppia francese composta da Herbert e Mahut. La pesantissima sconfitta patita in terra ligure non cancella però le belle cose fatte dai nostri due tennisti con la maglia azzurra (tra i loro successi, anche quelli su buonissime coppie come Dodig- Cilic e Chiudinelli- Wawrinka), nè tantomeno nel circuito. Oltre alla vittoria più importante, quella degli Australian Open 2015, sono arrivati anche altri due titoli –​ Umago nel​ 2011 e Buenos Aires nel 2013- e quattro finali. La prima ad ​Acapulco, ancora nel 2013 e, le altre tre nel 2015 -​ anno che li vide partecipare anche alle ATP Finals- quando ​arrivarono a giocarsi il titolo​ in ben tre Masters 1000, Indian Wells, Montecarlo e Shanghai. Tra le vittorie da segnalare, le cinque contro coppie di specialisti nella top ten della classifica di specialità​: per ben due volte hanno sconfitto Dodig- Melo e​ in una circostanza, ​hanno avuto la meglio su Bhupathi- Nestor, Mirny-Nestor, Benneteau-Roger Vasselin. La coppia titolare da cui ripartire in Davis resta in ogni caso questa. ​

11 vittorie consecutive di Petra Kvitova tra San Pietroburgo e Doha, successi che lo scorso febbraio​ le avevano garantito due titoli Premier importanti per la sua ​classifica, che l’aveva rivista tornare nella top 10 dopo un’assenza che perdurava ​dal giugno 2016, ​e, soprattutto, ​per il morale. Tornei ​conquistati importanti anche per il livello tecnico di primissimo piano mostrato nel corso delle sue prove: e se nella capitale degli zar Petra aveva sconfitto solo due top ten (Ostapenko nei quarti e Mladenovic in finale), in Qatar aveva addirittura avuto la meglio su Svitolina, Georges, Wozniacki e Muguruza, rispettivamente 3, 10, 1 e 4 del mondo. Sembrava definitivamente tornata sui livelli che le avevano fatto vincere due Wimbledon e fatta​ essere, a fine 2011, la seconda giocatrice al mondo. Vedendo i risultati degli ultimi tre tornei ai quali ha partecipato, sembra però più probabile che il suo attuale stato di forma rispecchi più la classifica precedente all’​aggressione domestica subita nel dicembre 2016 (quando era 13 WTA) e che la ceca debba ancora totalmente assestare il suo “motore”. Dopo Doha, aveva deciso giustamente di saltare Dubai, riposarsi e rientrare a Indian Wells, dove, dopo aver sconfitto Putintseva, 81 WTA, aveva perso al terzo dalla nemmeno 17enne Amanda Anisimova, 149 WTA. A Miami era andata appena un pochino meglio: due vittorie su tenniste dalla classifica modesta Sabalenka, 60 WTA, e Kenin, 94 WTA, prima di arrendersi a una Ostapenko che sarebbe arrivata alla finale del torneo, ma reduce da un inizio 2018 più che mediocre. La prova dei passi indietro nel rendimento da parte di Petra è però arrivata questa settimana al Premier di Charleston, dove all’esordio la due volte vincitrice di Wimbledon è stata sconfitta dalla connazionale Kristyna Pliskova, 77 WTA, vincitrice col punteggio di 1-6 6-3 6-3. Vedremo adesso come si comporterà sulla mai molto amata terra rossa

17 la posizione in ​classifica di Magdalena Rybarikova, suo ​ best career ranking, quando ha partecipato nei giorni scorsi al Premier di Charleston. E dire che la numero 1 slovacca (da autunno 2017ha superato la Cibulkova), sino allo scorso Wimbledon aveva giocato, fatta eccezione per il Roland Garros, solo tornei del circuito ITF. Una programmazione dovuta a una classifica che l’aveva vista scendere al n°200 del ranking, in seguito alle operazioni a polso e ginocchio alle quali si era sottoposta dopo i Championships 2016, interventi chirurgici che le avevano fatto saltare la seconda metà di stagione. E dire che Magdalena aveva sinora avuto la sua migliore stagione nel 2013, quando aveva raggiunto la sua miglior classifica, che non l’aveva mai vista entrare nella top 30. A quell’anno corrisponde anche l’ultimo dei suoi quattro titoli vinti, Washington (gli altri li aveva conquistati, ancora nella capitale statunitense nel 2012, a Memphis nel 2011 e sull’erba di Birmingham nel 2009). Proprio sull’erba la scorsa estate si è concretizzata l’esplosione della carriera ad alti livelli: vincendo due ITF da 100.000$ e arrivando in semifinale all’International di Nottingham, prese la rincorsa per raggiungere addirittura le semifinali a Wimbledon, battendo tra le altre Karolina Pliskova e la Vandeweghe. Questi risultati, assieme alla finale di Linz, (persa dalla Strycova) le avevano consentito di partecipare al Master B di Zhuhai, chiudendo il 2017 in prossimità della top 20 del ranking. Gli ottavi raggiunti quest’anno a Melbourne, le hanno permesso di fare un ulteriore balzo in avanti e di raggiungere il best career ranking. Dopo l’Australia, aveva deluso nei tre tornei ai quali si era iscritta, vincendo una sola partita e perdendo due volte dalla Niculescu (a Doha e Miami) e una da Sofia Zhuk, allora 136 WTA, a Indian Wells. All’International di Monterrey si è ripresa con due vittorie, sebbene su avversarie dalla classifica più che mediocre: prima ha sconfitto (6-3 6-4) Risa Ozaki, 267 WTA e poi ha avuto la meglio (7-5 6-2) su Jana Fett, 109 WTA.

23 le vittorie di Rafael Nadal, su 24 incontri di singolare disputati in Coppa Davis, una manifestazione che gioca dal 2004 quando, come 40 ATP e nemmeno 18enne, esordì in Repubblica Ceca (e lì, dopo aver sconfitto Stepanek, perse sin qui l’​unico incontro in questa manifestazione, ​da Jiri Novak, in quel momento 16 ATP). Da allora solo vittorie, concedendo appena cinque set ai suoi avversari e portando a casa ben quattro insalatiere d’argento, sempre da protagonista. Infatti, nel 2004 giocò la semifinale e in finale prevalse su Roddick, nel 2008 prese parte​ a quarti e semifinale mentre​ nel 2009 fu protagonista ​ne​l primo turno e nel​la finale, nel corso della​ quale sconfisse Berdych. ​N​el 2011 giocò tre turni, tra i quali la finale di Siviglia ​ contro l’Argentina, e in quel tie sconfisse Monaco e Del Potro. Dopo quel quarto trionfo, il maiorchino si era defilato dalla manifestazione e aveva giocato con la sua nazionale solo negli spareggi per rimanere nel World Group del 2013 e 2015, prima del suo ritornoin grandissimo stile a Valencia contro la Germania in questo week-end dedicato ai quarti della Coppa Davis, dove ha prima sconfitto Kohlshreiber, 34 ATP, col punteggio di 6-2 6-2 6-3 e poi ha prevalso su Zverev, “demolito” con un pesante 6-1 6-4 6-4. Un campionissimo capace di contraddistinguersi anche per il suo carattere, non può che esaltarsi in Davis.

26 le vittorie in​ partite di ​singolare di Coppa Davis, su 36 incontri disputati: questo il bilancio di Marin Cilic. Il numero 3 al mondo, che esordì nel 2006 non ancora maggiorenne con due sconfitte, prima con Koubek al primo turno e poi con Nalbandian ai quarti,da quando nel 2009 è entrato quasi stabilmente nella top 20 ha ulteriormente incrementato il​ suo rendimento, vincendo 22 dei 28 incontri disputati. In tale lasso temporale, il campione degli US Open 2014 ha perso in Davis solo da Djokovic, Del Potro (in due circostanze, tra le quali la più dolorosa in occasione della rimonta subita​ da due set sotto da parte dell’argentino, durante la finale 2016) o comunque contro giocatori di grande livello, quantomeno entrati nella top ten, come Berdych, Goffin e Sock. Un rapporto molto bello con la sua nazionale, con la quale ha saltato solo la stagione del 2015, disputando almeno un tie in tutti gli altri anni, e totalizzando 23 convocazioni. In questi quarti di finale programmati lo scorso week-end, con la sua Croazia ha vinto facilmente i suoi due singolari contro il Kazakistan, sconfiggendo prima ​Popko (6-2 6-1 6-2) e poi Kukhuskin con un periodico 6-1. Se fa il suo dovere nella semifinale di settembre, da giocare in casa contro gli USA, una nuova finale per la selezione croata sarà molto probabile.

49 i mesi trascorsi dall’ultimo International conquistato dalla Muguruza, questa settimana vincitrice di quello di Monterrey: l’ultima volta era accaduta nel febbraio 2014 a Florianópolis. La spagnola, che dopo aver realizzato la scorsa estate la doppietta Wimbledon- Cincinnati si era laureata numero 1 al mondo, ma dopo era molto calata di rendimento, riprendendosi solo nei Premier arabi a febbraio, nei quali aveva sconfitto complessivamente tre top 10, raggiunto una finale (a Doha, persa dalla Kvitova) e una semifinale (a Dubai sconfitta dalla Kasatkina). Aveva deluso nuovamente a Indian Wells e Miami ed era difficile prevedere come potesse comportarsi a Monterrey, dove nelle due precedenti partecipazioni (2012 e 2014) non aveva vinto nemmeno un match. Il suo cammino sul cemento all’aperto messicano è stato invece senza intoppi, anche grazie al mediocre livello delle avversarie incontrate: è arrivata in finale cedendo pochi game a Zarazua (6-1 6-1), Riske 86-2 6-3), Tomljanovic (6-3 6-0) e Bogdan (6-0 7-5). Solo in finale ha perso un set, contro Timea Babos, unica top 50 incontrata, sconfitta col punteggio di 3-6 6-4 6-3. Sesto titolo in carriera per Garbine: le avversarie sono avvisate, è viva e ha fame.

83 la posizione in classifica nella quale era scesa Monica Puig, campionessa olimpica in carica, prima di Miami. Un ranking molto modesto, ​nel quale la portoricana​ era scivolata dopo un 2017 decisamente mediocre, nel quale aveva raggiunto una sola finale nel torneo di fine stagione in​ Lussemburgo (dove aveva ottenuto anche l’​unica vittoria dell’anno contro una top 20, una spenta Kerber) e appena una semi (al Premier di Doha) e un quarto di finale​ (ad Acapulco). A questo misero bottino, si aggiungeva l’onta di​ben otto eliminazioni al primo turno. Il 2018 non era iniziato meglio dell’anno precedente: Monica in nessun tabellone principale aveva vinto due partite consecutive. ​Sembrava ormai la lontana parente della tennista capace nel 2016 a Rio di vincere le Olimpiadi da 34°giocatrice al mondo, ​sconfiggendo Muguruza, Kvitova e in finale una Kerber in quel periodo pressochè imbattibile, vincendo il secondo titolo della carriera (dopo Strasburgo 2014) e proponendosi come possibile protagonista del circuito​. Non deve essere però​ facile gestire una fama così grande e improvvisa e infatti la portoricana classe 93, dal 2013 nella top 100, dopo Rio nel 2016 non fece meglio che raggiungere due volte i quarti di finale (a Tokyo e Tianjin). Due settimane fa a Miami, dove il pubblico centro e sud americano costituisce una buona fetta di quello pagante, la Puig si è fatta aiutare anche dal sostegno del tifo​, tornando, dopo i giochi Olimpici, a ​sconfiggere una top ten, la Wozniacki al secondo turno e spingendosi sino agli ottavi, dove è stata sconfitta dalla Collins. Iscrittasi la scorsa settimana​ all’International di Monterrey, ha confermato di aver fatto passi in avanti e ha sconfitto (con un ​duplice 6-3) prima Nicole Gibbs, 117 WTA, ​e poi (6-4 6-3) Stephanie Voegele, 124 WTA, prima di essere eliminata col punteggio di 6-4 6-2 da Timea Babos, 44 WTA.

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Focus

La seconda miglior decade degli ultimi 50 anni

Un bilancio comparato su cinque decadi del tennis italiano. La migliore fu quella degli anni Settanta, grazie a Panatta e soci. Ma questa illuminata da Fognini, Cecchinato e Berrettini non è ancora conclusa

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Marco Cecchinato - Buenos Aires 2019 (foto via Twitter, @ArgentinaOpen)

Le ottime prestazioni di Cecchinato e Berrettini a Monaco di Baviera – c’è ancora la possibilità di una finale tutta italiana – sono la conferma di un periodo particolarmente florido per il tennis azzurro. Nella classifica ATP del 29 aprile 2019 nelle prime duecento posizioni compaiono 19 italiani dei quali 6 nelle prime 100. Apre la fila Fabio Fognini al numero 12 e la chiude Andrea Arnaboldi al 194.

L’elenco è formato da un’equilibrata miscela di giocatori maturi (Fognini, Seppi, Fabbiano e Lorenzi), esperti (Cecchinato) ed emergenti (Berrettini, Sonego). Alle loro spalle stanno sbocciando due teen ager molto promettenti: Jannik Sinner e Lorenzo Musetti.

Indipendentemente dal fatto che Fognini o qualunque altro italiano  riesca o meno a entrare nella top ten in tempi brevi è evidente che il nostro movimento maschile sta attraversando un periodo florido che, viste le premesse,  si preannuncia anche duraturo.

Ai successi sportivi si stanno poi aggiungendo quelli organizzativi/politici. La nostra federazione è stata infatti capace di aggiudicarsi dal 2017 l’organizzazione del torneo NextGen e, dal 2021, quello delle Finals dopo essersi per anni dovuta accontentare di ospitare un solo torneo di alto livello: gli Internazionali di Roma.

 

Ma non sono sempre state rose e fiori, come è normale che sia. Dall’inizio dell’era Open (22 aprile 1968) abbiamo visto alternarsi momenti felici ad altri bui. In questo articolo abbiamo provato a fare un bilancio di cinque decenni di tennis italiano a partire dagli anni ’70 basato su classifiche ATP e risultati.

ANNI SETTANTANell’estate del ’73 vantavamo ufficialmente cinque giocatori in top 100. Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti e Antonio Zugarelli (il quinto, Martin Mulligan, nel 1973 era già over 30) ottennero nell’arco di dieci anni risultati eccezionali sia individualmente sia collegialmente.

I principali furono:

  • venti titoli in singolare.
  • Roland Garros nel ’76 (Panatta).
  • Grand Prix Stoccolma nel ’75 e Internazionali d’Italia ‘76  equiparabili a odierni Master 1000 (Panatta).
  • Torneo di Amburgo nel ’77 assimilabile a un odierno 500 (Bertolucci).
  • Quattro semifinali dello Slam (due volte Panatta nel ’73 e nel ’75 e una Barazzutti nel ‘78 a Parigi;  una Barazzutti a New York nel ’77).
  • La vittoria in coppa Davis nel ’76 oltre a due finali raggiunte nel ’77 e nel ’79.
  • Due partecipazioni alle finals (Panatta nel ’75 e Barazzutti nel ’78)
  • Due giocatori in top 10 (Panatta e Barazzutti)

ANNI OTTANTA – Nel 1980 Panatta e Barazzutti vinsero ancora un torneo a testa e, insieme a Paolo Bertolucci e Gianni Ocleppo, riportarono la squadra Italiana di coppa Davis in finale a Praga. Questi risultati crearono l’illusione che i fasti degli anni ’70 potessero proseguire ancora, ma l’ultima classifica del 1980 destava serie preoccupazioni (soprattutto con il senno di poi). C’erano ancora quattro italiani in top 100, ma tre di questi erano i non più giovani Barazzutti, Panatta e Bertolucci; il quarto – Gianni Ocleppo – navigava poco sotto la centesima posizione e alle loro spalle c’era poco o nulla. Nel giro di pochi anni gli alfieri della precedente decade uscirono di scena e alla fine del 1984 soltanto un italiano compariva in top 100: Francesco Cancellotti al numero 26.

Nella seconda metà del decennio iniziò un parziale riscatto. Cancellotti fu raggiunto nei primi 100 del mondo da Paolo Canè, Claudio Pistolesi e, a metà del 1989, da Omar Camporese.

Il bilancio del tennis maschile italiano nei ruggenti anni ‘80 fu comunque modesto, soprattutto se confrontato con quello precedente:

  • 11 tornei vinti in singolare (di cui due grazie ancora a Panatta e Barazzutti)
  • Nessuna performance di rilievo nei tornei dello Slam
  • Un solo giocatore in top 20 – Corrado Barazzutti – per tre settimane nel 1980
  • Finale coppa Davis nel 1980 persa contro la Cecoslovacchia

ANNI NOVANTA – La classifica del 18 dicembre 1989 lasciava però intravedere qualche spiraglio di luce in vista del nuovo decennio. Primo degli italiani al numero 33 c’era il ventiquattrenne Paolo Canè seguito alla 49esima posizione dal ventunenne Omar Camporese e alla 95esima da Claudio Pistolesi, classe ‘67. Dietro di loro cresceva un gruppo di giocatori under 20 di talento che si sarebbero in seguito costruiti una carriera di buon livello: Diego Nargiso (soprattutto in doppio), Renzo Furlan, Stefano Pescosolido e Cristiano Caratti.

L’assenza di giocatori italiani tra i primi 20 del mondo fu interrotta da Omar Camporese nel febbraio del 1992 imitato da Andrea Gaudenzi nel 1995 e infine da Renzo Furlan nel 1996.

Al nostro movimento negli anni ’90 mancò l’exploit, la vittoria da prima pagina ma il bilancio di questo periodo è comunque sensibilmente migliore rispetto al precedente:

  • nove tornei vinti (Camporese, Furlan, Pescosolido, Gaudenzi, Canè e Pozzi)
  • Quarti di finale agli Australian Open (Caratti ’91), a Parigi (Furlan ’95) e Wimbledon (Sanguinetti ’98).
  • Semifinali di Coppa Davis nel ’96 e nel ’97 e finale nel  ’98
  • Tre giocatori in top 20 (Camporese, Gaudenzi, Furlan)

2000-2009 – La prima classifica dell’anno 2000 mostrava però preoccupanti analogie con l’ultima del 1980 con tre giocatori non più giovani tra i primi 100 (Pozzi al n. 81, Tieleman  85 e Gaudenzi 89) e un solo  diciottenne di sicuro talento: Filippo Volandri.

I  risultati di quel decennio, sia a livello individuale sia di squadra, furono i peggiori in assoluto della storia Open:

  • 7 tornei vinti (Gaudenzi, Sanguinetti, Volandri e Bracciali)
  • Nessun giocatore in top 20
  • Nessun giocatore oltre gli ottavi di finale in una prova dello Slam
  • Retrocessione in serie B della squadra di Coppa Davis per la prima volta nella storia italiana nel 2000 e retrocessione in serie C nel 2003 in seguito alla sconfitta contro lo Zimbabwe, la nostra Corea tennistica

DAL 2010 – Ai nastri di partenza del 2010 ci presentiamo però con cinque giocatori giovani compresi tra la posizione numero 49 e la 93 (Seppi, Fognini, Starace, Lorenzi e Bolelli) e partiamo subito con il piede giusto. Nel 2011 la squadra di coppa Davis ha riconquistato la serie A andando a battere 4-1 il Cile a casa sua (tanto per cambiare) e nel 2014 Fognini, Seppi e Bolelli si sono arresi solo in semifinale alla Svizzera guidata da Roger Federer.

Fabio Fognini in singolare ha raggiunto i quarti di finale al Roland Garros nel 2011 e nel 2013 ha vinto il torneo ATP 500 di Amburgo. Tra il 2011 e il 2014 Seppi e Fognini si sono aggiudicati complessivamente tre tornei a testa e sono entrati top 20.

Ancora il ligure nel 2015 in coppia con Simone Bolelli ha vinto gli Australian Open mettendo fine a un digiuno di vittorie in doppio in una prova dello Slam che durava dal 1959. E il meglio doveva arrivare a partire dal 2016. Grazie ai risultati degli ultimi tre anni se questo decennio finisse oggi potremmo già vantare:

Di seguito la sintesi grafica dei cinque periodi presi in esame:

Decennio70-7980-8990-9900-09 10-19
      
Successi21119719
di cui     
25016    –  9716
5001*    –      –      –  1
10002**    –      –      –  1
Slam1    –      –      –  1***
Coppa Davis1    –      –      –       –  
      
Best ranking****420182512

*Amburgo
**Roma-Stoccolma
***AO doppio
****Panatta / Barazzutti / Camporese-Gaudenzi / Volandri / Fognini

Partendo dal basso troviamo all’ultimo posto il periodo 2000-2009; al penultimo il 1990-1999 e sul gradino più basso del podio il 1980-1989. Vincono gli anni ’70, ma il decennio in corso deve ancora concludersi. Passare al comando sarà impresa ardua, ma solo chi si aspetta l’inaspettato potrà ottenerlo.

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Focus

Nadal si sente competitivo. Lo è stato davvero contro Thiem?

BARCELLONA – Prima di lasciare la città catalana, il nostro inviato ha ricostruito nei dettagli la sconfitta di Nadal contro Thiem. E no, non sembra che lo spagnolo sia stato così competitivo

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Rafa Nadal - Barcellona 2019 (foto via Twitter, @bcnopenbs)

da Barcellona, il nostro inviato Federico Bertelli

La vittoria di Thiem su Nadal, per quanto non sia stata certo un fulmine a ciel sereno, è stata comunque di grande impatto se si guardano i numeri di Nadal a Barcellona. Nel torneo in cui storicamente Nadal ha esercitato il maggior dominio assieme a Parigi, prima della partita contro l’austriaco, lo spagnolo aveva giocato 22 partite tra semifinali e finali, vincendole tutte, con un computo set di 46-1. Battendolo sul campo che porta il suo nome, Thiem è diventato così il secondo giocatore in termini di partite vinte contro Nadal su terra rossa (quattro successi), dietro solo a Djokovic a quota sette vittorie.

 

Questo per contestualizzare un po’ la partita di Barcellona e confermare che in effetti, il senso comune di non dare mai per morto Rafa, ha del vero. Tuttavia, a seguito di questa sconfitta storica, almeno da un punto di vista statistico, la principale domanda che ci si può porre è: contro Thiem, Nadal è stato realmente competitivo? Il maiorchino in conferenza stampa ha espresso chiaramente il suo pensiero: a suo avviso è stata la miglior partita della stagione, si è sentito in lotta per la vittoria fino alla fine, e se non fosse stato per il servizio che lo ha tradito avrebbe avuto reali chance di successo. Vediamo allora se le sensazioni di Rafa sono condivisibili.

Nadal è stato realmente competitivo? Sì e no. Dal punto di vista mentale è stato competitivo al 100%: nell’ultimo game era sul punto di riaprire il secondo set e se il passante tirato sul primo break point non fosse finito sul nastro, la partita avrebbe potuto prendere un’altra piega. Dal punto di vista tecnico invece, Rafa è stato completamente dominato: non vi è una sola misura statistica in cui Thiem non lo abbiamo sopraffatto. E se in una partita il tuo avversario ha il triplo delle palle break, è difficile sostenere di essere stato competitivo: andando a vedere i dati ATP dei tornei degli ultimi 15 anni circa, solo nell’1% dei casi chi ha avuto un terzo delle palle break del proprio avversario è riuscito a portare a casa la partita. Per cui è già un miracolo che la sconfitta non abbia avuto proporzioni ben peggiori.

Ipotizzando in ogni caso che tale statistica sia stata sporcata dalla cattiva giornata al servizio di Nadal, si spiegherebbe solo una componente del rapporto, ovvero il numero delle palle break concesse da Nadal, che in virtù di un servizio poco efficace ha offerto il fianco a Thiem. Tuttavia questo assunto non aiuta a spiegare l’aspetto forse più preoccupante della statistica, ovvero la scarsa efficacia in risposta di Nadal. Stiamo parlando di un giocatore che in carriera sulla terra rossa era abituato a vincere circa il 60% dei punti sulla seconda di servizio del proprio avversario. Nel match perso contro Thiem a Barcellona invece, ha portato a casa la miseria del 31% dei punti, una delle performance peggiori della carriera di Nadal. Prendendo come riferimento le partite perse in carriera da Rafa, sulla seconda di servizio del suo avversario era comunque riuscito a portare a casa il 43% circa dei punti.

Dominic Thiem – Barcellona 2019 (foto via Twitter, @bcnopenbs)

Per dare un’idea della prestazione di Rafa, può inoltre essere utile confrontare i numeri della semifinale con quelli della partita giocata da Thiem contro Pella, un signor giocatore su terra battuta, che quest’anno ha ottenuto sulla superficie risultati di tutto rispetto. Evidentemente la prestazione di Thiem contro Nadal è stata maiuscola e sicuramente superiore rispetto a quella fornita il giorno precedente. Tuttavia, data la vicinanza temporale e il fatto che la partita sia stata giocata sullo stesso campo, il confronto quantomeno ci può dare qualche indicazione utile. Nella partita in oggetto, Pella aveva portato a casa il 39% dei punti sulla seconda di Thiem, una performance quindi superiore rispetto a quella di Nadal. In ultima analisi, se nella semifinale il risultato è stato in bilico fino alla fine, è soltanto, ancora una volta, grazie alla ‘garra’ infinita di Rafa.

Concludiamo la nostra analisi con un confronto tra la vittoria di Thiem di Barcellona e quella ottenuta lo scorso anno a Madrid:

  • innanzitutto a Madrid le condizioni erano più favorevoli a Thiem. Non è un caso che Rafa abbiamo vinto quel torneo ‘solo’ 4 volte da quando si gioca in terra battuta (2009), mentre a Barcellona i suoi successi sono 11
  • l’anno scorso a Madrid, Nadal è comunque riuscito a essere incisivo sulla seconda di Thiem portando a casa il 57% dei punti
  • la strategia che tanto successo ha dato ultimamente a Rafa (mantenere una posizione molto arretrata in risposta, scelta tattica benedetta anche da O’Shannessy) a Barcellona non ha pagato. In parte perché nella maggior parte dei casi le risposte non avevano quella profondità necessaria per consentire allo spagnolo di iniziare lo scambio in condizioni di equilibrio. E in parte perché Thiem, quando la risposta di Nadal ha funzionato, è stato in diverse circostanze abile a gestire le palle profonde e cariche di top spin dello spagnolo.

In generale quindi Rafa dovrà crescere significativamente per poter difendere il titolo di Parigi e più nello specifico per impensierire un Thiem che, almeno a Barcellona, si è dimostrato di un altro livello. Dominic ha soprattutto dato l’impressione di poter sovrastare Nadal sul piano della potenza pura, dato che nella maggior parte dei casi ha giocato colpi di chiusura in relativa sicurezza, senza andare a cercare le linee e quindi con margini di rischio accettabili.

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ATP

L’impronta di Thiem sulla terra. L’austriaco inizia bene a Montecarlo

L’austriaco ha dimostrato di poter vincere su ogni superficie, ma su clay ha la possibilità di lasciare il segno in questa primavera e nei prossimi anni. Perché la carta d’identità gioca a suo favore. Nessun problema all’esordio contro Klizan

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Dominic Thiem - Madrid 2018 (foto @Gianni Ciaccia)

Il successo nella finale di Indian Wells su Roger Federer ne ha rilanciato le quotazioni da giocatore universale, ma la primavera su terra resta la stagione di caccia preferita per Dominic Thiem. Otto dei 12 titoli conquistati dall’austriaco sono arrivati su clay e c’è attesa a Montecarlo per scoprire come si evolverà il suo cammino da quarta testa di serie. L’incrocio con Martin Klizan (ultimo match sul campo centrale) sembrava insidioso, poiché lo slovacco era avanti 3-2 nei precedenti e aveva avuto la meglio due volte sulla terra di Kitzbuhel particolarmente cara al numero cinque del mondo, ma Dominic ha risolto brillantemente la pratica in un’ottantina di minuti concedendo solo cinque game e nessuna palla break. Al prossimo turno affronterà Lajovic.

SPECIALISTA – Nonostante il suo primo Masters 1000 sia arrivato sul veloce, Thiem ha la possibilità di lasciare il segno nell’epoca contemporanea per le sue gesta sul mattone rosso. Con 115 vittorie e 40 sconfitte, l’austriaco è il quarto tennista in attività per percentuale di successi su terra battuta. Il suo 74,2% gli consente di farsi vedere negli specchietti da Roger Federer (75,9%) e da Novak Djokovic che occupa il secondo gradino del podio (79,3%). Chiaramente non sarà mai in discussione il dominio di Rafa Nadal (record 50-2 dal 2017) anche se va ricordato che i due scivoloni del maiorchino sono arrivati proprio contro Thiem: Roma 2017 e Madrid 2018. Estendendo l’analisi all’Era Open, l’austriaco è il sedicesimo all-time per percentuale di successi su terra e sopravanza tre ex numero uno come Juan Carlos Ferrero, Andre Agassi e John McEnroe.

 

I record su terra dei giocatori in attività (tabella atptour.com)

Player (Open Era Rank)  Clay-Court Titles  Clay Record Clay Winning Percentage
Rafael Nadal (1)  57  415-36  92.0%
Novak Djokovic (6)  13  199-52  79.3%
Roger Federer (15)  11  214-68  75.9%
Dominic Thiem (16)  8  115-40  74.2%
Kei Nishikori (27)  2  84-34  71.2%


IN PROSPETTIVA – Le due semifinali e la finale raggiunte negli ultimi tre anni al Roland Garros rendono intuitivo quale sia il grande obiettivo della primavera europea di Thiem. Tra i migliori interpreti della superficie, ha innegabilmente dalla sua parte il vantaggio in prospettiva della carta di identità. I suoi 25 anni gli offrono margini di recupero (magari anche solo statistico) sui Fab Three ancora sulla breccia. Alle spalle dell’inarrivabile Rafa, Thiem vede teoricamente alla sua portata la rimonta su tutti gli altri che lo precedono nella speciale classifica dei vincitori di tornei su terra nell’Era Open.

Reduce da due finali perse consecutivamente a Madrid (nell’ordine contro Nadal e Zverev), il fresco allievo di coach Nicolas Massu mette nel mirino in questa settimana il suo miglior risultato a Montecarlo. Dove non è mai riuscito a spingersi oltre i quarti.

Il tabellone completo di Montecarlo

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