Il senso di Nadal per la Davis e il ritorno di Garbine Muguruza – Ubitennis

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Il senso di Nadal per la Davis e il ritorno di Garbine Muguruza

I numeri della settimana: Nadal e Cilic sugli scudi in Davis, la spagnola torna al successo a Monterrey

Ferruccio Roberti

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1 vittoria, negli ultimi otto incontri disputati in Coppa Davis contro tennisti nella top 50 del ranking ATP​. Questo il misero bilancio di John Isner, protagonista nel week-end a Nashville della vittoria degli Stati Uniti sul Belgio, squadra ​orfana​ del suo numero 1, ​ David Goffin. Nella capitale dello stato del Tennessee, il recente vincitore del Masters 1000 di Miami ha fatto il suo dovere, sconfiggendo non senza soffrire in quattro set​ (nel tie-break del terzo ha annullato due set point per non andare 1-2 nel computo dei parziali) Joris De Loore, 319 ATP. ​ Una vittoria che ha portato il bilancio complessivo di John nei singolari in Davis a 14-11. Tuttavia, resta piuttosto deludente il contributo dato dal quasi 33enne yankee alla causa della sua nazionale, con la quale ha sconfitto solo due top ten) nelle sei circostanze nelle quali ha affrontato tennisti di tale caratura (sempre nel 2012 e sempre sulla terra e in trasferta, Tsonga nei quarti e, negli ottavi quello che è il suo successo più prestigioso, la vittoria su Federer). Piuttosto mediocre il suo contributo con la nazionale a stelle e strisce a guardare i numeri: con gli U.S.A. ha vinto appena quattro volte in tredici incontri complessivi contro top 50 (una percentuale del 31%, molto inferiore al 48 % corrispondente a quella del restante bilancio -130 successi e 142 sconfitte- in carriera contro giocatori in tale range di classifica). Ci sta chi rende di più in Davis che nel circuito, e chi, come Isner, lo fa di meno.

3 vittorie in nove match terminati al quinto set: questo il misero bilancio in Coppa Davis di Andreas Seppi, vincitore in tale situazione di punteggio solo nel 2005 a Torre del Greco su Ferrero, allora 20 ATP; nel 2008 in trasferta contro un giovanissimo Cilic, in quel momento 44 ATP, e, a Vancouver, nel 2013 contro Pospisil, in quel periodo 140 ATP. Un rendimento non in linea con quello più che lusinghiero avuto dal bolzanino sin qui nel circuito maggiore, dove, Davis esclusa, ha vinto diciotto dei ventisei incontri terminati in carriera al quinto set, corrispondenti a una percentuale del 69%. Nello scorso week-end a Genova, Andreas contro il numero 1 francese Lucas Pouille ha rimontato per la quinta volta in Davis da due set a 0 sotto, ma purtroppo non è andata come con Ferrero e Pospisil, analogamente recuperati, ma piuttosto come nel caso delle amare sconfitte con l’israeliano Sela nel 2007 e con il georgiano Labadze nel 2004. Seppi infatti, probabilmente a corto di fiato agonistico in quello che era il suo rientro agonistico dopo due mesi di assenza dal circuito, è crollato nel finale di partita, dando il primo punto della sfida ai francesi.

4 appena le vittorie raccolte in questo 2018 nel circuito da Kiki Bertens, prima di partecipare e vincere lo storico (si gioca dal 1973) torneo di Charleston, appartenente alla categoria dei Premier. L’olandese classe 91 era in verità in crisi di risultati da metà luglio scorso, ovvero da quando vinse il quarto titolo della carriera (tutti sulla terra, tutti “International”) a Gstaad, sconfiggendo la Kontaveit. Era un buonissimo momento per l’olandese, reduce dai quarti a Madrid e dalla semifinale a Roma, che veleggiava nella top 20 (best career ranking è 18 WTA) prima di calare nettamente nel rendimento: dopo quel titolo, in tutto il 2017 infatti avrebbe poi vinto solo quattro partite. Occorreva il ritorno della terra, sebbene verde, per vederla tornare protagonista: a Charleston, dove aveva vinto appena due partite nelle precedenti due edizioni alle quali aveva preso parte, ha ben pensato di mettere in fila sei vittorie e conquistare il titolo nettamente più prestigioso della sua carriera. Senza perdere un set, ha estromesso dal torneo Cepede Royg (6-4 6-1), Krunic (6-4 6-2), Stollar (6-2 6-4), Cornet (6-2 7-5) e, in finale Julia Georges (6-2 6-1). Solo contro un’altra top venti come la tutonica, Kiki ha incontrato difficoltà: in semifinale per sconfiggere Madison Keys, ha dovuto annullare un match point alla finalista degli US Open 2017, prima di sconfiggerla col punteggio di 6-4 6-7(2) 7-6 (5). Outsider di lusso nei prossimi importanti appuntamenti sulla terra rossa.

 

7 vittorie in undici incontri di doppio in Coppa Davis: questo il buonissimo ​bilancio col quale sono scesi in campo a Genova Simone Bolelli e Fabio Fognini contro la coppia francese composta da Herbert e Mahut. La pesantissima sconfitta patita in terra ligure non cancella però le belle cose fatte dai nostri due tennisti con la maglia azzurra (tra i loro successi, anche quelli su buonissime coppie come Dodig- Cilic e Chiudinelli- Wawrinka), nè tantomeno nel circuito. Oltre alla vittoria più importante, quella degli Australian Open 2015, sono arrivati anche altri due titoli –​ Umago nel​ 2011 e Buenos Aires nel 2013- e quattro finali. La prima ad ​Acapulco, ancora nel 2013 e, le altre tre nel 2015 -​ anno che li vide partecipare anche alle ATP Finals- quando ​arrivarono a giocarsi il titolo​ in ben tre Masters 1000, Indian Wells, Montecarlo e Shanghai. Tra le vittorie da segnalare, le cinque contro coppie di specialisti nella top ten della classifica di specialità​: per ben due volte hanno sconfitto Dodig- Melo e​ in una circostanza, ​hanno avuto la meglio su Bhupathi- Nestor, Mirny-Nestor, Benneteau-Roger Vasselin. La coppia titolare da cui ripartire in Davis resta in ogni caso questa. ​

11 vittorie consecutive di Petra Kvitova tra San Pietroburgo e Doha, successi che lo scorso febbraio​ le avevano garantito due titoli Premier importanti per la sua ​classifica, che l’aveva rivista tornare nella top 10 dopo un’assenza che perdurava ​dal giugno 2016, ​e, soprattutto, ​per il morale. Tornei ​conquistati importanti anche per il livello tecnico di primissimo piano mostrato nel corso delle sue prove: e se nella capitale degli zar Petra aveva sconfitto solo due top ten (Ostapenko nei quarti e Mladenovic in finale), in Qatar aveva addirittura avuto la meglio su Svitolina, Georges, Wozniacki e Muguruza, rispettivamente 3, 10, 1 e 4 del mondo. Sembrava definitivamente tornata sui livelli che le avevano fatto vincere due Wimbledon e fatta​ essere, a fine 2011, la seconda giocatrice al mondo. Vedendo i risultati degli ultimi tre tornei ai quali ha partecipato, sembra però più probabile che il suo attuale stato di forma rispecchi più la classifica precedente all’​aggressione domestica subita nel dicembre 2016 (quando era 13 WTA) e che la ceca debba ancora totalmente assestare il suo “motore”. Dopo Doha, aveva deciso giustamente di saltare Dubai, riposarsi e rientrare a Indian Wells, dove, dopo aver sconfitto Putintseva, 81 WTA, aveva perso al terzo dalla nemmeno 17enne Amanda Anisimova, 149 WTA. A Miami era andata appena un pochino meglio: due vittorie su tenniste dalla classifica modesta Sabalenka, 60 WTA, e Kenin, 94 WTA, prima di arrendersi a una Ostapenko che sarebbe arrivata alla finale del torneo, ma reduce da un inizio 2018 più che mediocre. La prova dei passi indietro nel rendimento da parte di Petra è però arrivata questa settimana al Premier di Charleston, dove all’esordio la due volte vincitrice di Wimbledon è stata sconfitta dalla connazionale Kristyna Pliskova, 77 WTA, vincitrice col punteggio di 1-6 6-3 6-3. Vedremo adesso come si comporterà sulla mai molto amata terra rossa

17 la posizione in ​classifica di Magdalena Rybarikova, suo ​ best career ranking, quando ha partecipato nei giorni scorsi al Premier di Charleston. E dire che la numero 1 slovacca (da autunno 2017ha superato la Cibulkova), sino allo scorso Wimbledon aveva giocato, fatta eccezione per il Roland Garros, solo tornei del circuito ITF. Una programmazione dovuta a una classifica che l’aveva vista scendere al n°200 del ranking, in seguito alle operazioni a polso e ginocchio alle quali si era sottoposta dopo i Championships 2016, interventi chirurgici che le avevano fatto saltare la seconda metà di stagione. E dire che Magdalena aveva sinora avuto la sua migliore stagione nel 2013, quando aveva raggiunto la sua miglior classifica, che non l’aveva mai vista entrare nella top 30. A quell’anno corrisponde anche l’ultimo dei suoi quattro titoli vinti, Washington (gli altri li aveva conquistati, ancora nella capitale statunitense nel 2012, a Memphis nel 2011 e sull’erba di Birmingham nel 2009). Proprio sull’erba la scorsa estate si è concretizzata l’esplosione della carriera ad alti livelli: vincendo due ITF da 100.000$ e arrivando in semifinale all’International di Nottingham, prese la rincorsa per raggiungere addirittura le semifinali a Wimbledon, battendo tra le altre Karolina Pliskova e la Vandeweghe. Questi risultati, assieme alla finale di Linz, (persa dalla Strycova) le avevano consentito di partecipare al Master B di Zhuhai, chiudendo il 2017 in prossimità della top 20 del ranking. Gli ottavi raggiunti quest’anno a Melbourne, le hanno permesso di fare un ulteriore balzo in avanti e di raggiungere il best career ranking. Dopo l’Australia, aveva deluso nei tre tornei ai quali si era iscritta, vincendo una sola partita e perdendo due volte dalla Niculescu (a Doha e Miami) e una da Sofia Zhuk, allora 136 WTA, a Indian Wells. All’International di Monterrey si è ripresa con due vittorie, sebbene su avversarie dalla classifica più che mediocre: prima ha sconfitto (6-3 6-4) Risa Ozaki, 267 WTA e poi ha avuto la meglio (7-5 6-2) su Jana Fett, 109 WTA.

23 le vittorie di Rafael Nadal, su 24 incontri di singolare disputati in Coppa Davis, una manifestazione che gioca dal 2004 quando, come 40 ATP e nemmeno 18enne, esordì in Repubblica Ceca (e lì, dopo aver sconfitto Stepanek, perse sin qui l’​unico incontro in questa manifestazione, ​da Jiri Novak, in quel momento 16 ATP). Da allora solo vittorie, concedendo appena cinque set ai suoi avversari e portando a casa ben quattro insalatiere d’argento, sempre da protagonista. Infatti, nel 2004 giocò la semifinale e in finale prevalse su Roddick, nel 2008 prese parte​ a quarti e semifinale mentre​ nel 2009 fu protagonista ​ne​l primo turno e nel​la finale, nel corso della​ quale sconfisse Berdych. ​N​el 2011 giocò tre turni, tra i quali la finale di Siviglia ​ contro l’Argentina, e in quel tie sconfisse Monaco e Del Potro. Dopo quel quarto trionfo, il maiorchino si era defilato dalla manifestazione e aveva giocato con la sua nazionale solo negli spareggi per rimanere nel World Group del 2013 e 2015, prima del suo ritornoin grandissimo stile a Valencia contro la Germania in questo week-end dedicato ai quarti della Coppa Davis, dove ha prima sconfitto Kohlshreiber, 34 ATP, col punteggio di 6-2 6-2 6-3 e poi ha prevalso su Zverev, “demolito” con un pesante 6-1 6-4 6-4. Un campionissimo capace di contraddistinguersi anche per il suo carattere, non può che esaltarsi in Davis.

26 le vittorie in​ partite di ​singolare di Coppa Davis, su 36 incontri disputati: questo il bilancio di Marin Cilic. Il numero 3 al mondo, che esordì nel 2006 non ancora maggiorenne con due sconfitte, prima con Koubek al primo turno e poi con Nalbandian ai quarti,da quando nel 2009 è entrato quasi stabilmente nella top 20 ha ulteriormente incrementato il​ suo rendimento, vincendo 22 dei 28 incontri disputati. In tale lasso temporale, il campione degli US Open 2014 ha perso in Davis solo da Djokovic, Del Potro (in due circostanze, tra le quali la più dolorosa in occasione della rimonta subita​ da due set sotto da parte dell’argentino, durante la finale 2016) o comunque contro giocatori di grande livello, quantomeno entrati nella top ten, come Berdych, Goffin e Sock. Un rapporto molto bello con la sua nazionale, con la quale ha saltato solo la stagione del 2015, disputando almeno un tie in tutti gli altri anni, e totalizzando 23 convocazioni. In questi quarti di finale programmati lo scorso week-end, con la sua Croazia ha vinto facilmente i suoi due singolari contro il Kazakistan, sconfiggendo prima ​Popko (6-2 6-1 6-2) e poi Kukhuskin con un periodico 6-1. Se fa il suo dovere nella semifinale di settembre, da giocare in casa contro gli USA, una nuova finale per la selezione croata sarà molto probabile.

49 i mesi trascorsi dall’ultimo International conquistato dalla Muguruza, questa settimana vincitrice di quello di Monterrey: l’ultima volta era accaduta nel febbraio 2014 a Florianópolis. La spagnola, che dopo aver realizzato la scorsa estate la doppietta Wimbledon- Cincinnati si era laureata numero 1 al mondo, ma dopo era molto calata di rendimento, riprendendosi solo nei Premier arabi a febbraio, nei quali aveva sconfitto complessivamente tre top 10, raggiunto una finale (a Doha, persa dalla Kvitova) e una semifinale (a Dubai sconfitta dalla Kasatkina). Aveva deluso nuovamente a Indian Wells e Miami ed era difficile prevedere come potesse comportarsi a Monterrey, dove nelle due precedenti partecipazioni (2012 e 2014) non aveva vinto nemmeno un match. Il suo cammino sul cemento all’aperto messicano è stato invece senza intoppi, anche grazie al mediocre livello delle avversarie incontrate: è arrivata in finale cedendo pochi game a Zarazua (6-1 6-1), Riske 86-2 6-3), Tomljanovic (6-3 6-0) e Bogdan (6-0 7-5). Solo in finale ha perso un set, contro Timea Babos, unica top 50 incontrata, sconfitta col punteggio di 3-6 6-4 6-3. Sesto titolo in carriera per Garbine: le avversarie sono avvisate, è viva e ha fame.

83 la posizione in classifica nella quale era scesa Monica Puig, campionessa olimpica in carica, prima di Miami. Un ranking molto modesto, ​nel quale la portoricana​ era scivolata dopo un 2017 decisamente mediocre, nel quale aveva raggiunto una sola finale nel torneo di fine stagione in​ Lussemburgo (dove aveva ottenuto anche l’​unica vittoria dell’anno contro una top 20, una spenta Kerber) e appena una semi (al Premier di Doha) e un quarto di finale​ (ad Acapulco). A questo misero bottino, si aggiungeva l’onta di​ben otto eliminazioni al primo turno. Il 2018 non era iniziato meglio dell’anno precedente: Monica in nessun tabellone principale aveva vinto due partite consecutive. ​Sembrava ormai la lontana parente della tennista capace nel 2016 a Rio di vincere le Olimpiadi da 34°giocatrice al mondo, ​sconfiggendo Muguruza, Kvitova e in finale una Kerber in quel periodo pressochè imbattibile, vincendo il secondo titolo della carriera (dopo Strasburgo 2014) e proponendosi come possibile protagonista del circuito​. Non deve essere però​ facile gestire una fama così grande e improvvisa e infatti la portoricana classe 93, dal 2013 nella top 100, dopo Rio nel 2016 non fece meglio che raggiungere due volte i quarti di finale (a Tokyo e Tianjin). Due settimane fa a Miami, dove il pubblico centro e sud americano costituisce una buona fetta di quello pagante, la Puig si è fatta aiutare anche dal sostegno del tifo​, tornando, dopo i giochi Olimpici, a ​sconfiggere una top ten, la Wozniacki al secondo turno e spingendosi sino agli ottavi, dove è stata sconfitta dalla Collins. Iscrittasi la scorsa settimana​ all’International di Monterrey, ha confermato di aver fatto passi in avanti e ha sconfitto (con un ​duplice 6-3) prima Nicole Gibbs, 117 WTA, ​e poi (6-4 6-3) Stephanie Voegele, 124 WTA, prima di essere eliminata col punteggio di 6-4 6-2 da Timea Babos, 44 WTA.

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Federer, Nadal e Djokovic sotto la lente: chi ha fatto meglio negli ultimi 10 anni?

Una dettagliata analisi statistica per mettere a confronto i tre giocatori più forti del tennis moderno, evidenziare i loro picchi di rendimento… e anche i rimpianti. Per Federer, forse quella finale del 2014

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Alla vigilia dell’Australian Open, mentre ci si interroga sulla possibilità che possa finalmente toccare a un nome nuovo, è facile lasciarsi sedurre dall’idea che alla fine toccherà a uno dei soliti. Da oltre dieci anni il tempo nel mondo del tennis sembra essersi cristallizzato: anche nel 2018 Djokovic, Nadal, Federer (anche se per un pelo, visto che Zverev ha chiuso la stagione a una manciata di punti da King Roger) si sono spartiti il podio della classifica mondiale. Come già ricordato in un precedente articolo, il tennis gira intorno a tre nomi quasi ininterrottamente da un’era geologica. Visto il ritorno di fiamma di Federer e Nadal nel 2017 e di Djokovic nel 2018 si è sentito spesso dire che queste erano le “migliori versioni di Nadal o Federer” o che “Djokovic quest’anno è tornato ai suoi livelli”. Un modo per verificare queste affermazioni è confrontare il rendimento tenuto dei cari mostri sacri di questa era e confrontarlo con performance ottenute negli anni passati. A livello metodologico la scelta è quella di vedere quali sono stati in questi anni i picchi di rendimento e come si sono evolute le rivalità incrociate in questi ultimi 10 anni. Similmente a quanto fatto per le analisi dell’anno 2018, si è cercato di costruire degli indicatori di performance che potessero dare conto sinteticamente dell’andamento per anno e per superficie.

Questa prima tipologia di tabelle ha come scopo quello di evidenziare in termini comparati quale sia stata l’evoluzione dell’indicatore preso in esame di volta in volta. L’idea è quella di darci una linea di tendenza, al fine di capire soprattutto come un giocatore abbia ‘performato’ rispetto a se stesso e quali siano stati i picchi di rendimento in carriera. Il fatto che in un certo anno un indicatore risulti più elevato rispetto a quello dei rivali non necessariamente indica una maggiore probabilità di successo negli scontri diretti (quella verrà riportata più avanti nell’andamento storico degli H2H); resta in ogni caso un’indicazione rilevante in caso di differenziale cospicuo.

CONFRONTO SULLA TERRA BATTUTA

 

Per condurvi all’interno del discorso utilizziamo i numeri e cominciamo dalla terra rossa. L’indicatore prescelto è il seguente:

  • % combinata punti vinti sulla seconda di servizio e sulla risposta alla seconda di servizio
  • % punti servizio vinti con la prima sul totale dei punti giocati al servizio * 0.5

Confronto Djokovic, Federer e Nadal su terra battuta

Per quanto riguarda questa superficie, non verrà preso in esame il numero di partite vinte in quanto a differenza del cemento, dove spesso Nadal ha marcato visita, sulla terra battuta tutti e tre i giocatori hanno quasi sempre mantenuto un sufficiente numero di partite giocate e vinte nel corso degli anni. L’eccezione è ovviamente Federer negli ultimi due anni, ma la sua completa assenza non provoca del ‘rumore’ nel modello; il dato viene semplicemente viene escluso.

Emerge immediatamente come Nadal abbia avuto un picco di rendimento nel 2010, ripetuto incredibilmente nel 2017. Mentre nel 2010 la chiave era la ferocia sulla seconda di servizio (60% dei punti conquistati), nel 2017 il dato incredibile è stata l’efficacia sulla propria seconda di servizio (64%, il più alto in tutto l’arco di riferimento tra tutti e tre i giocatori). Sempre in riferimento a Nadal, i numeri confermano come lo spagnolo abbia dovuto avvalersi di unghia e denti per vincere il Roland Garros nel 2013 e 2014, due stagioni di chiaro calo, in cui il suo livello di performance era stato notevolmente insidiato da Djokovic.

Il serbo, dopo l’anno di grazia 2011, ha fatto registrare un calo generale nel 2012 per poi ritornare gradualmente su livelli di eccellenza nel 2013 e 2014. Nel 2015 Djokovic ha raggiunto il suo picco di rendimento sulla terra battuta ed è infatti stato sconfitto solo da un grandissimo Wawrinka in finale a Parigi, capace quella domenica di scagliare sessanta colpi vincenti. Curiosamente, nei suoi anni migliori, Djokovic ha dovuto fronteggiare a Parigi due veri e propri cigni neri: Federer in semifinale nel 2011 e Wawrinka appunto nel 2015. Non sarà difficile ricordare la maestosa performance dello svizzero nel 2011, quando fermò un Djokovic ancora imbattuto in stagione. Quanto al 2009 di Federer, la stagione in cui ha vinto il suo unico Roland Garros, i numeri suggeriscono come abbia approfittato del calo di Djokovic e dell’inciampo di Nadal, che fino a quel punto della stagione si stava esprimendo ai suoi soliti livelli.

CONFRONTO SULL’ERBA

Passiamo adesso all’erba, il territorio d’elezione per Roger Federer. L’indicatore prescelto è il seguente:

  • % combinata punti vinti sulla seconda di servizio e sulla risposta alla seconda di servizio
  • % punti servizio vinti con la prima sul totale dei punti giocati al servizio * 1,1

Confronto Djokovic, Federer e Nadal su erba

In questo secondo caso saltano subito all’occhio i “buchi” di Nadal, che dopo l’immancabile campagna sulle paludi rosse spesso e volentieri ha dovuto cedere il passo. In questo caso emerge come il toro di Manacor abbia ben capitalizzato le opportunità costruite nel 2008 e nel 2010; è invece un peccato che nel 2017 non si sia potuto assistere a un replay delle finali 2006/2007/2008, perché i presupposti numerici erano veramente ottimi. Djokovic conferma il trend di dominanza del 2015, mentre in rapporto alla rivalità con Federer c’è forse da crucciarsi per la mancata qualificazione dello svizzero alla finale di Wimbledon 2011: dopo la splendida partita di Parigi, con ogni probabilità se ne sarebbe vista una seconda.

L’annus horribilis‘ è stato per tutti e tre il 2016: Federer a mezzo servizio, Nadal assente e Djokovic alle prese con i primi dolori del giovane Novak. Rimpianti? Probabilmente per Federer la finale persa nel 2014, poiché avrebbe potuto rallentare il ritorno di Djokovic che da quel momento ha vissuto un anno e mezzo di grazia quasi ininterrotto.

CONFRONTO SUL CEMENTO

Per concludere andiamo ad esaminare cosa è successo sulle superfici dure; segnaliamo che in questo caso è stato necessario accorpare indoor e outdoor, in quanto le statistiche disponibili sul sito ATP non consentivano questo livello di ‘granularità’ del dato. L’indicatore prescelto quindi è stato il seguente:

  • % combinata punti vinti sulla seconda di servizio e sulla risposta alla seconda di servizio
  • % punti servizio vinti con la prima sul totale dei punti giocati al servizio * 1,05
  • % combinata break point salvati e convertiti *0,5

Il tutto ponderato per un moltiplicatore che tenga conto delle partite vinte nella stagione così costruito:

=SE N. Partite vinte >=52; → fattore di ponderazione = 1,1;

=SE 51<N. Partite vinte>22; → fattore di ponderazione = 1,1;

=SE N. Partite vinte <=22; → fattore di ponderazione = 0,8;

Confronto Djokovic, Federer e Nadal sul cemento

Secondo questa metrica il picco di rendimento lo ritroviamo con Djokovic nel 2015, che in quella stagione si è rivelato effettivamente ingiocabile per chiunque. Il Federer del 2015 era (numeri alla mano) una versione assolutamente competitiva e paragonabile a quella del 2017, che pure ha vinto tanto di più; verrebbe da concludere, forse semplificando, che semplicemente nel 2017 non ha dovuto confrontarsi con la macchina serba. Da notare come negli anni 2012 e 2013 si sia visto in campo un ottimo Djokovic che forse ha raccolto a livello Slam meno di quello che avrebbe potuto: in quei due anni infatti le partite vinte dal serbo su questa superficie sono state rispettivamente 50 e 49. Nel 2013 la sfida ‘hard rock’ con Nadal fu estremamente equilibrata, con Djokovic che nelle situazioni di palleggio (relative agli scambi su seconde di servizio) dimostrava una maggior efficienza, mentre Nadal compensava con il rendimento sulla prima e nel dato combinato saved/converted break point %.

GLI SCONTRI DIRETTI

Queste statistiche sintetizzano con efficacia il rendimento dei singoli giocatori ‘rispetto a se stessi’, ma per un’analisi completa non si può prescindere da un riepilogo degli H2H; altrimenti si perderebbero alcuni fenomeni clamorosi come la distruzione di Nadal ad opera di Djokovic nel 2011 e la rivincita nel 2017 da parte di Federer sul maiorchino.

Djokovic vs Federer

A partire dal 2011, la rivalità tra il serbo e lo svizzero ha visto un netto prevalere di Djokovic con Federer capace di invertire la tendenza soltanto nel 2014, stagione in cui il serbo ha psicologicamente ‘prestato il fianco’ dopo le tante finali perse agli US Open. Probabilmente non se ne avrà mai la controprova, ma per Djokovic sembra essere stata decisiva la vittoria a Wimbledon le 2014: è stato forse stato il punto di svolta di una carriera, che altrimenti avrebbe potuto configurarsi come quella di un ‘fenomeno spuntato’, sempre e comunque in secondo piano rispetto al dinamico duo Roger&Rafa.

Federer vs Nadal

Come tutti sanno, il 2017 è stato l’anno della grande rivincita di Svizzera 1 sull’armada spagnola. È invece meno noto che il 2017 sia stato un anno straordinario per Nadal sul cemento; con un Federer ‘normale’, forse Rafa avrebbe potuto confezionare la migliore stagione dell’intera carriera, superiore anche agli anni di grazia 2010 e 2013. Senza inerpicarci in analisi che sono state fatte sin troppe volte in relazione a questo confronto diretto, si evidenziano come decisive le stagioni 2008 (in cui Rafa mandò Roger al tappeto in finale a Londra e a Parigi) e il 2013 in cui la schiena ha costretto Federer a giocare al di sotto dei suoi standard.

Djokovic vs Nadal

Nella rivalità fra Rafa e Novak, emerge come il serbo abbia saputo capitalizzare meglio le stagioni in cui ha espresso il miglior tennis. In uno degli anni miglior, Nadal è riuscito a cogliere un vantaggio comparato relativamente ridotto (+2), mentre nei suoi anni di grazia (2011 e 2015) Djokovic ha inciso in maniera molto più pesante (+6) e (+4). In generale sembra quindi poter dire che i picchi di rendimento di Djokovic negli ultimi 10 anni sono stati inarrivabili, ma che laddove (come nel triennio 2012-2013-2014) il rendimento dei tre è stato molto vicino, Djokovic è spesso venuto a mancare, non riuscendo a convertire in successi un livello di gioco comunque molto alto. La supremazia è rimasta confinata ai ‘soli’ Masters 1000 e sulla superficie (allora) amica degli Australian Open, che potrebbe tornare a sorridergli tra pochi giorni.

Federico Bertelli

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Numeri: tra gli uomini regna il ‘vecchio’, Sabalenka è debordante

L’appuntamento con le statistiche dopo la prima settimana di tornei. Nishikori torna a gioire, anche Tsonga e Berdych tornano competitivi: è un ritorno al… passato?

Ferruccio Roberti

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1 – la semifinale raggiunta nelle ultime sette stagioni da Vera Zvonareva, prima di riuscirvi nuovamente scorsa settimana a Shenzhen. L’ex numero 2 del mondo e finalista nel 2010 a Wimbledon e US Open, solo due anni fa a Tashkent era andata cosi avanti in un torneo del circuito maggiore. La russa classe ’84 aveva già dato segnali di rinascita importanti lo scorso ottobre, quando, a distanza di più di sette anni dall’ultima volta, aveva sconfitto nel torneo di Mosca una top 10, Karolina Pliskova. Vera ha vinto 12 titoli di singolare in carriera e ad aprile 2015, stremata dai continui infortuni – il più grave alla spalla destra, per il quale fu costretta ad operarsi e a saltare tutto il 2013 – giocava il suo ultimo torneo a Katowice. Decideva di concentrarsi su altre attività extra tennistiche (ha due lauree e si occupa di associazioni no profit) e di dare una svolta alla vita privata: si sposava e dava alla luce una bimba. Poco alla volta, però, il suo amore per il tennis è emerso nuovamente fuori e già nel 2017 è stata nuovamente nel circuito, chiudendo l’anno a ridosso delle prime 200. Nel 2018 a Wimbledon è tornata a giocare uno Slam dopo tre anni e mezzo, sfiorando il ritorno nella top 100 dove manca dal 2013. Il 2019 premierà in tal senso questa rincorsa fatta per amore del suo sport. A Shenzhen, intanto, per raggiungere la semifinale ha dovuto sconfiggere una sola tennista dal buon ranking, la thailandese Khumkum, 66 WTA, eliminata al primo turno con un duplice 6-3. Paradossalmente sono stati più difficoltosi i successivi successi contro due qualificate, la serba Jorovic (7-5 4-6 6-4) e la russa Kedermetova (4-6 7-5 6-3). Nel penultimo atto del torneo si è arresa alla Riske: debilitata da un infortunio all’anca sinistra, dopo aver perso i primi sette giochi, ha lasciato spazio alla statunitense, che ha guadagnato la terza finale a Shenzen, poi vinta da Sabalenka. Vera è in ogni caso un bellissimo esempio per chi vuole essere mamma e sportiva professionista.

2 – le ex numero 1 sconfitte da Bianca Andreescu, la 18enne canadese (di chiare origini rumene) nel corso del suo cammino per arrivare alla finale di Auckland. Si era fatta conoscere già nel 2o17, anno nel quale vinse da juniores due titoli di doppio (Australian Open e Roland Garros). Tra le pro, nella stessa stagione riuscì a qualificarsi a Wimbledon e conquistare i primi sei match giocati tra singolare e doppio in di Fed Cup (nel gruppo I), per poi sconfiggere nella stessa competizione, a nemmeno 17 anni, l’allora n.51 Shvedova. Due anni fa salì sino al 143° posto del ranking, collezionando scalpi prestigiosi come quello di Giorgi e Mladenovic (quando era tredicesima). Il 2018 è stato un anno di fisiologico assestamento, nel quale ha conquistato comunque due tornei ITF e altrettante finali nella stessa categoria, risultati che le hanno permesso di chiudere come 152 WTA. A Auckland è stata innanzitutto brava a qualificarsi: dopo aver superato due giocatrici non nella top 200 come Kucova e Foulis, in tre set ha avuto la meglio su Siegemund. Nel tabellone principale si è poi superata, sconfiggendo in due parziali una top 60 come Babos (6-4 7-6) e soprattutto la terza giocatrice al mondo, Wozniacki (duplice 6-4). Nei quarti in tre set ha avuto la meglio, rimontando un parziale, su Venus Williams (6-7 6-1 6-3), 38 WTA, mentre in semifinale si è imposta in due set (duplice 6-3) sulla Hsieh, 28 WTA. Arrivata all’atto conclusivo (quinta ‘millennial’ a riuscirci dopo Potapova, Danilovic, Yastremska e Anisimova) si è arresa solo in tre set a Georges, vincitrice 2-6 7-5 6-1. Ça va sans dire: ne risentiremo parlare.

 

7 – i tennisti italiani che hanno partecipato ai tornei in programma nella prima settimana della nuova stagione. Solo due di loro, però, hanno vinto una partita nei main draw: infatti, Quinzi ha perso al secondo turno di quali a Pune da Roger-Auliassine, Arnaboldi e Moroni sono stati invece fermati all’esordio del tabellone cadetto dell’ATP 250 di Doha. Inoltre, nel tabellone di singolare del torneo qatariota non hanno raccolto nemmeno un set Lorenzi (ripescato dopo aver perso da Berankis nelle quali), Berrettini e Seppi, rispettivamente eliminati da Verdasco, Bautista Agut e Rublev. Le buone notizie sono arrivate innanzitutto da Simone Bolelli: il 33enne bolognese, 141 ATP, nel 2018 aveva giocato solo in quattro tabelloni principali e, da agosto in poi, aveva vinto pochissime partite. In India senza perdere un parziale ha sconfitto due top 200 come Schnur e Ofner e, una volta qualificatosi, sempre in due set (duplice 6-4) si è imposto su Istomin. Nel secondo turno ha però lottato solo un parziale (7-5 6-0) contro Munar, ma quello avuto in India resta per Simone un promettente inizio di stagione. Le vere belle notizie sono però arrivate da Marco Cecchinato, capace a Doha di accedere alla sua prima semifinale in un torneo ATP fuori dalla terra battuta. Per riuscirci, il siciliano – prima di Doha vincitore di tre partite sul cemento all’aperto – ha avuto anche un pizzico di fortuna (il walk over di Pella al secondo turno). Un aiuto della Dea bendata ampiamente giustiicato da due belle vittorie in due set sul qualificato – e sempre pericoloso su quei campi – Stakhovsky (6-4 6-2) e sul top 50 Lajovic (7-6 6-2). La stessa sconfitta in semifinale con Berdych, dopo essere stato in vantaggio nel tie-break, ha confermato come Marco sia diventato competitivo anche sul cemento all’aperto: il premio a questa evoluzione è il nuovo best ranking e l’allettante prospettiva di avere solo 100 punti da difendere da qui a fine marzo. Incrociamo le dita, ma sembra di poter dire che il meglio deve ancora venire per lui in attesa della ‘cambialona’ di Parigi.

10 – dei dodici semifinalisti dei tre tornei maschili (gli ATP 250 di Brisbane, Doha e Pune) in programma la scorsa settimana erano tennisti almeno trentenni. Una percentuale dell’83%, ancora maggiore del 70% relativo gli occupanti delle prime 10 posizioni del ranking ATP (nella top 10, solo Zverev, Thiem e Nishikori non sono entrati negli -enta). Numeri che di certo non incoraggiano chi spera in un prossimo ricambio generazionale, scenario lasciato aperto solo dal fatto che tra 11° e 16 ° posizione del ranking vi siano ben cinque under 23. Nell’epoca della strombazzata Next Gen, a Pune tra Anderson e Karlovic si è giocata la sesta finale più “vecchia” dell’Era Open (oltre che la più alta di sempre, con 4 metri e 14 centimetri sommati tra i due). Più in generale, a Doha e in India tutti i semifinalisti erano nati entro il 1988: ha fatto eccezione la sola Brisbane con quelli che sono divenuti i due finalisti, Niskikori (che comunque tra qualche mese compie 30 anni) e Medvedev, classe ’96.

Una prima settimana del 2019 che ha visto anche la partenza lenta della maggior parte dei big in gara: ad eccezione di Anderson, vincitore del suo sesto titolo a Pune, e di Nishikori vittorioso a Brisbane, in settimana hanno giocato altri sette top 20. Thiem, Khachanov e Edmund hanno perso alla partita inaugurale, Raonic e Dimitrov hanno superato solo due turni e perso contro due tennisti della stessa fascia (i finalisti di Brisbane). E se Cecchinato può dirsi più che soddisfatto della sua semifinale, il medesimo traguardo per il numero 1 del mondo Djokovic è ben deludente. Incoraggia Nole che abbia perso da un ottimo Bautista Agut – poi vincitore del torneo – e soprattutto la circostanza che nel 2015, l’anno delle 81 vittorie in 87 partite, proprio a Doha si fermò ancor prima, ai quarti, sconfitto da Karlovic.

12 – i titoli conquistati in carriera da Kei Nishikori, dopo aver aggiunto in bacheca la scorsa settimana il trofeo dell’ATP 250 di Brisbane. Un successo per lui molto importante, per varie ragioni: aveva vinto l’undicesimo torneo a febbraio 2016 (a Memphis, in finale su Taylor Fritz), dopodiché era incappato in ben nove sconfitte in finale, quattro delle quali ancora più amare, perché giocate con miglior classifica rispetto a quella dell’avversario: tre anni fa a Basilea contro Cilic, nel 2017 a Brisbane contro Dimitrov e a Buenos Aires contro Dolgopolov, infine, qualche mese fa a Tokyo contro Medvedev. Un titolo importante anche dal punto di vista tecnico: solo altre due volte (Tokyo 2012 e Washington 2015), nei precedenti undici tornei vinti, aveva sconfitto due top 20 per alzare la coppa del torneo. A Brisbane, infatti, oltre ad aver eliminato il 69 ATP Kudla (7-5 6-2) al secondo turno (era esentato dal primo in qualità di seconda testa di serie) e un top 40 come Chardy in semi (duplice 6-2), ha avuto la meglio nei quarti su Dimitrov (duplice 7-5) e in finale ha perso l’unico set del suo torneo, vendicando la finale di ottobre a Tokyo, contro Medvedev, 16 ATP (6-4 3-6 6-2). Un ottimo viatico per gli Australian Open in una stagione che potrebbe portarlo, quando a dicembre compirà 30 anni, a vincere qualcosa d’importante: è stato numero 4 del mondo nel 2015, ma ha vinto al massimo 5 ATP 500 (Barcellona 2014 e 2015, Tokyo 2012 e 2014, Washington 2015), ai quali vanno aggiunti come piazzamenti le 14 finali perse (tra cui US Open 2014 e Madrid 2014, Miami e Toronto nel 2016 e Monte Carlo l’anno scorso).

Kei Nishikori – Brisbane 2019 (via Twitter, @BrisbaneTennis)

14 – i mesi trascorsi dall’ultimo torneo nel quale Jo Wilfried Tsonga aveva vinto tre partite di fila (non accadeva da ottobre 2017, quando raggiunse la finale all’ATP 500 di Vienna). Il quasi 34enne transalpino era reduce dall’operazione al ginocchio sinistro che lo ha tenuto lontano dal circuito per più di sette mesi. Rientrato lo scorso settembre, aveva chiuso l’anno con un misero score di una vittoria e cinque sconfitte, iniziando il 2019 fuori dalla top 200. Una fascia di classifica lasciata dal 2007, lo stesso anno in cui era entrato nella top 100, per uscirne per la prima volta lo scorso ottobre. Tsonga, capace per 10 anni consecutivi di essere almeno una settimana tra i primi 10, di vincere 16 tornei e raggiungere nel 2008 una finale Slam (e successivamente altre cinque semifinali), ha mostrato di avere ancora fame di tennis. A Brisbane, infatti, dove aveva giocato solo nel 2009 nella prima edizione del torneo, è arrivato sino alla semifinale. Usufruendo del ranking protetto per entrare nel main draw, l’ha conquistata senza perdere un set: ha sconfitto il qualificato Kokkinakis (7-6 6-4), Daniel (7-6 6-3) e De Minaur (6-4 7-6). Una vittoria, quella contro il giovane australiano 31 ATP ,che per lui significa molto: era nuovamente da Vienna 2017 che non vinceva un match contro un tennista con la classifica buona quanto quella del finalista delle ultime ATP Next gen di Milano. In semifinale, ha sprecato due set point nel primo parziale prima di arrendersi a Medvedev, vincitore 7-6 6-2. Il circuito ha ancora bisogno del suo tennis offensivo e della personalità con la quale calca il campo e intrattiene il pubblico.

30 – le partite vinte da Aryna Sabalenka a partire da inizio dello scorso agosto, a fronte di sole sette sconfitte. Numeri che corrispondono a una percentuale di vittorie del 83%, degna di migliori classifiche di quella da lei occupata: ha giocato più partite e in tornei quasi sempre maggiormente competitivi, ma, tanto per orientarci, la numero 1 al mondo Halep ha chiuso il 2018 vincendo il 79% delle 52 partite giocate. Invece, la ventenne bielorussa, nonostante il suo successo a Shenzhen, ancora deve entrare in top 10, fascia di classifica che da questa settimana vede da molto vicino. La bielorussa ha iniziato il 2018 da 73° giocatrice al mondo e chiudendo luglio entrando nella top 40, grazie ai punti di tre finali perse: da agosto in poi Aryna ha ingranato le marce, alzando molto il livello del suo tennis. Lo testimonia l’impressionante score di sette vittorie in otto incontri con top 10 ottenuto negli ultimi cinque mesi, la semifinale al Premier 5 di Cincinnati e i titoli al Premier di New Haven e al Premier 5 di Wuhai (senza dimenticare che agli US Open perse solo 6-4 al terzo con Osaka, unica a rubarle un set in quel torneo). A Shenzhen Sabalenka ha ottenuto il terzo titolo della carriera (tutti vinti negli ultimi cinque mesi) affrontando tutte giocatrici comprese tra la 60° e la 75° posizione del ranking, ad eccezione di Sharapova, 29 WTA, ritiratasi nei quarti quando era sotto 1-6 2-4. Aryna ha sconfitto Maria (3-6 6-3 6-1), Alexandrova (duplice 6-3), in semifinale Wang (6-2 6-1) e in finale Riske (4-6 7-6 6-3). Se tra qualche settimana a Melbourne si dovesse avere la nona consecutiva vincitrice Slam diversa, la principale candidata sarebbe proprio lei.

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Quando un punto ti cambia la vita: i maestri della risposta sotto pressione

È così che si vincono le partite, i tornei, i titoli più importanti. È così che si diventa grandi: superando i momenti di massimo stress

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Rafa Nadal - Roland Garros 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

INTRO SULLE METRICHE – A partire da maggio 2016 sul sito dell’ATP è disponibile l’ATP Stats Leaderboards ratings, un insieme di metriche relative a servizio (Service Leaderboard), risposta (Return Leaderboard) e gestione dei momenti chiave del match (Under Pressure Leaderboard). Andiamo allora a vedere di cosa si tratta, come funzionano e cosa ci possono raccontare rispetto a quanto accaduto nel 2018. Il Service Leaderboard valuta i giocatori sommando le loro prestazioni in quattro parametri chiave del servizio e il loro numero medio di ace per partita, sottraendo il numero medio di doppi falli per match. Il Return Leaderboard è determinato aggiungendo la percentuale di successo di un giocatore nelle quattro categorie di risposta al servizio. L’Under Pressure Leaderboard viene calcolato sommando la percentuale di break point convertiti e salvati, la percentuale di tie-break vinti e la percentuale di set decisivi vinti. Sulla base di queste metriche il risultato per il 2018 è il seguente:

Di primo acchito sono risultati che possono avere un loro significato, in quanto Isner ha senz’altro avuto una grande stagione, ben supportato dalla prima di servizio, mentre gli altri giocatori presenti in questa speciale classifica sono tutti “cultori della materia”. Rispetto al tema dei leader in risposta abbiamo tre giocatori che fanno dei risultati sul rosso la base delle loro fortune (Nadal, Schwartzman e Fognini), superficie che notoriamente concede un po’ più di agio a chi risponde, oltre a un Djokovic che tirando fuori una seconda metà di anno strepitosa ha (ri)messo in chiaro di essere uno specialista assoluto del genere. Sorprende forse un po’ Goffin, che però fa del gioco di incontro il piatto forte della casa. Infine negli under pressure leader troviamo nella top 5 due underdog come Taro Daniel e Martin Klizan. Andiamo adesso ad esaminare nel dettaglio le varie metriche.

 

PERFORMANCE AL SERVIZIO

Il Service Leaderboard è dato da:

  • + % di prime di servizio
  • + % di punti vinti sulla prima di servizio
  • + % di punti vinti sulla seconda di servizio
  • + % di game vinti al servizio
  • + numero medio di aces per match
  • – numero medio di doppi falli per match

Nel caso di Isner, ad esempio, che è il primo in classifica nel 2018 il dato è il seguente:

69,5+80,9+56,8+93,6+22,5-2,4 = 320.9

La prima ovvia osservazione è che la composizione di questo indicatore è dato dalla somma di dati percentuali e di dati in valore assoluto. Inoltre gli stessi dati percentuali sono fra loro poco coerenti, in quanto si sommano percentuali di prime, con percentuali di punti vinti, con percentuali di game vinti. Come direbbero gli inglesi, in questo modo si ha un flavour, ma probabilmente un buono statistico avrebbe qualche dubbio sulla robustezza del dato. Per cui passiamo all’approccio contrario, ovvero analizzando alcuni indicatori in maniera separata, al fine di non mischiare appunto mele con pere. Visto che l’obbiettivo è misurare le performance in tre categorie distinte, come il servizio, la risposta, e la capacità di gestire le palle break, cerchiamo di individuare tre indicatori rappresentativi di queste tre dimensioni in grado di dare una visione più puntuale e precisa dei tre fenomeni.

EFFICACIA PURA DEL SERVIZIO  1st serve % * 1st serve point won = percentuali di punti vinti al servizio nei quali la prima era stata messa in campo. Indicatore di efficienza della battuta nella sua forma più pura, la prima di servizio.

In effetti in questa speciale classifica emergono i bombardieri puri e i re dello schema servizio-dritto per le prime sei posizioni, ovvero quei giocatori per cui fatto 100 il totale dei punti giocati al servizio in un match, oltre 50 sono vinti grazie alla prima di servizio. A seguire abbiamo due cluster di prime server all-round, che possiamo definire Prime A e Prime B, e poi via via tutti gli altri. Rispetto a questa ripartizione la principale anomalia è data da Muller, un bombardiere puro decaduto, che mostra che effetto possa fare la perdita anche solo di un 2-3% in questi casi. Il lussemburghese è infatti passato ad un win-loss ratio positivo del 2017 di 32-18, ad uno negativo di 10-19 nel 2018.

PERFORMANCE IN RISPOSTA

Passando ad esaminare la fase di risposta, il return Leaderboard dell’ATP è dato dalla somma di:

  • % punti vinti in risposta alla prima di servizio
  • % punti vinti in risposta alla seconda di servizio
  • % game vinti in risposta
  • % break point convertiti

35,7+56,6+36,5+45,6 = 174,4

Anche in questo caso l’indicatore appare un tentativo di concentrare in un indicatore sintetico varie misurazioni, al fine di dare un colpo d’occhio immediato. Questa degli indicatori sintetici è una tendenza che si riscontra anche nel caso delle “Keys to the match” che IBM rende disponibili in occasione dei tornei del Grande Slam, ovvero di un approccio che vorrebbe essere predittivo, ma che a differenza di quanto riportato non è un’applicazione di metodologie big data (si tratta di dati strutturati e su volumi comparativamente ridotti… di questi tempi i big data sono ormai una buzzword di moda purtroppo). Ma torniamo alla metrica ATP. Funziona? Sì, abbastanza, anche se in questo tentativo di sintesi perde di precisione rispetto alle singole dimensioni di analisi. Anche in questo caso conviene concentrarsi sulla performance in risposta pura.

Se l’obiettivo è misurare la performance pura in risposta allora la metrica più interessante è la performance sulla prima di risposta su campi in cemento/sintetico, l’hard court per intenderci. Per quale motivo ha senso concentrarsi sull’hard court? Perché nei campi in terra battuta l’azione del servizio è meno incisiva e consente a chi risponde di cominciare lo scambio con maggiore facilità, basta mettersi ad una sufficiente distanza di sicurezza e colpire la palla con molto top per poter poi rientrare nel punto, cosa in cui Nadal è ovviamente maestro. Simmetricamente, nel caso dei campi in erba, data l’irregolarità del rimbalzo della palla, il premium per chi serve è potenziato.

In questa sede l’interesse è cercare di isolare la performance in risposta come variabile a sé stante, ovvero idealmente la performance in risposta di chi dovendo mantenere una postura mediamente aggressiva, in un contesto in cui il risultato dello scambio non sia eccessivamente influenzato dalla lentezza o dalla velocità della superficie. L’idea quindi è misurare il talento in risposta, perché siamo in una situazione di chiaro svantaggio per chi risponde visto che l’avversario ha appena messo un bel servizio, e riuscire a produrre una bella risposta al servizio è prima di tutto istinto e talento. Vediamo quindi nel 2018 chi sono quelli che si sono meglio espressi in risposta alla prima di servizio sui campi veloci.

PERFORMANCE PUNTI IMPORTANTI

Passando ad esaminare la fase di gestione dei punti importanti, l’under pressure Leaderboard dell’ATP è dato dalla somma di:

  • + % break Point convertiti
  • + % break Point salvati
  • + % tie break vinti
  • + % set decisivi vinti

42,6+62,8+77,3+70,6 = 253,3

In questo caso la metrica convince in quanto per lo meno sono considerati quattro valori percentuali e che hanno caratteristiche di omogeneità: mentre nel caso del service leaderboard il dato era “sporcato” da ace e doppi falli che erano valori assoluti medi (e che per inciso spiegano anche il gap endemico di John&Ivo sul resto del mondo), nel caso della risposta i dati sommati, pur percentuali, risentono di un indicatore – la percentuale dei break point convertiti – che pur rientrando nel campo della risposta è un dato molto meno “liquido” rispetto agli altri. La proporzione fra break point e punti in risposta giocati può tranquillamente stare in un rapporto di 1:10 in certi casi.

Nel caso dell’indicatore relativo alla gestione dei punti importanti, la metrica ATP risulta quindi convincente. Andando a vedere nel dettaglio le performance, saltano all’occhio alcuni dettagli.

1. La percentuale di palle break convertite è quella che desta maggiore sorpresa, in quanto il podio è di quelli abbastanza improbabili, con il solo Goffin a dare un senso di normalità, con Klizan a dominare per distacco e con Monfils buon secondo, con ottimi argomenti per rigettare le accuse di chi lo considera il solito clown.

2. La percentuale di palle break salvate invece presenta ovviamente una notevole correlazione con i big server, con il solo Nadal bravo a non mollare l’osso con la solita garra che lo contraddistingue.

3. La leadership di Nishikori trova giustificazione in una performance equilibrata nei vari indicatori, con un’ottima percentuale di vittoria nei tie-break (77,3%) che lo pone al terzo posto in questa speciale classifica.

4. Infine, anche nella classifica dei set decisivi vinti, emerge di nuovo Klizan, che sorprende con il suo 80%. Troviamo inoltre con grande piacere Cecchinato sul terzo gradino del podio, che con le sue cavalcate a Budapest e Parigi ha sicuramente elevato questa statistica.

Rimanendo nel campo della gestione dei punti importanti, un ulteriore elemento che sarebbe utile comparisse in questa metrica è la percentuale di prime palle messe in campo sui break point, e che relazione esiste rispetto alla percentuale media di prime di servizio messe in campo dal giocatore dato. Come elaborazione puntuale tale statistica è stata elaborata dall’ATP a firma del solito Craig O’Shannessy, che come sappiamo ha dato nel corso del tempo dritte statistiche a Djokovic per migliorare alcuni aspetti tattici del proprio gioco.

L’evoluzione di tale indicatore sarebbe l’arricchimento dello stesso con dati hawk-eye relativi alla velocità, agli spin, e all’altezza del passaggio sopra la rete, per valutare se chi come Nadal e Cilic trova percentuali migliori sia dovuto alla classica prima a tre-quarti, oppure a una migliore capacità di concentrazione al servizio. In conclusione, raggruppando le evidenze esaminate questo è il quadro complessivo:

La correlazione con la classifica ATP delle varie performance mostra come i primi cinque posti della classifica siano caratterizzati da livelli di eccellenza assoluta in tutti i comparti, mentre scorrendo la classifica di quest’anno troviamo sia specialisti del servizio che specialisti della risposta che si sono ben difesi.

Federico Bertelli

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