Scanagatta racconta: "Il vero n.1 d'Italia, Adriano Panatta" [VIDEO]

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Scanagatta racconta: “Il vero n.1 d’Italia, Adriano Panatta” [VIDEO]

L’ultimo re italiano del Foro. Il personaggio descritto dal Direttore in un video ricco di aneddoti e ricordi

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SCANAGATTA RACCONTA [VIDEO]

Nei prossimi giorni altri video aneddoti della serie “Scanagatta racconta” incentrati su Nicola Pietrangeli, Paolo Bertolucci, Bjorn Borg e Rafa Nadal a confronto, Boris Becker.

 

I 110 campioni di 28 diversi sport  raccontati nelle 256 pagine complessive, illustrati da oltre 600 foto, sono due per anno:

1957 Coppi-Bartali, 1958 I fratelli Mangiarotti, 1959 Pietrangeli-Gardini, 1960 Berruti-Consolini, 1961 Monti-Nones, 1962 Ragno-Lonzi, 1963 Rivera-Mazzola, 1964 Menichelli-Pamich, 1965 Gimondi-Adorni, 1966 Di Biasi-Cagnotto, 1967 Benvenuti-Mazzinghi, 1968 Zoff-Albertosi, 1969 De Magistris-Pizzo, 1970 Riva-Boninsegna, 1971 Thoeni-Gros, 1972 Raimondo e Piero D’Inzeo, 1973 Calligaris-Lamberti, 1974 Agostini-Ubbiali, 1975 Ferrari-Alboreto, 1976 Panatta-Barazzutti, 1977 Bettarello-Munari, 1978 Simeoni-Dorio, 1979 Saronni-Lanfranco, 1980 Mennea-Da Milano, 1981 Giuseppe,Carmine,Agostino Abbagnale, 1982 Rossi-Conti, 1983 Cova-Panetta, 1984 Moser-Argentin, 1985 Maldini-Bergomi, 1986 Canins-De Zolt, 1987 Meneghin-Riva, 1988 Bordin-Maenza, 1989 Baresi-Scirea, 1990 Bernardi-Lucchetta, 1991 Bugno-Chiappucci, 1992 Compagnoni-Kostner, 1993 Baggio-Vialli, 1994 Di Centa-Fauner, 1995 Tomba-Ghedina, 1996 Trillini-Rossi, 1997 Chechi-Cassina, 1998 Pantani-Ballerini. 1999 Belmondo-Piccinini, 2000 Rosolino-Fioravanti, 2001 Idem-May, 2002 Cipollini-Bartoli, 2003 Rossi-Biaggi, 2004 Vezzali-Baldini, 2005 Sensini-Magnini, 2006 Cannavaro-Buffon, 2007 Bettini-Ballan, 2008 Totti-Del Piero, 2009 Pellegrini-Filippi, 2010 Schiavone-Pennetta, 2011 Zoeggeler-Kostner.

ADRIANO PANATTA, L’OTTAVO RE DI ROMA

Non è un caso se il boom del tennis in Italia è coinciso con gli Anni Settanta, quelli di Adriano Panatta. Un po’ come per lo sci, quando il boom sarebbe venuto con gli anni Novanta di Alberto Tomba. Due grandi campioni, due artisti, due irripetibili personaggi ricchi di classe, di talento, di carisma, di fascino, amatissimi, quasi idolatrati da tutti gli sportivi, anche di altre discipline. In Italia come all’estero. Campioni eccezionali AP e AT. Così popolari da uscire dal microcosmo del loro sport e da far dimenticare il proprio passaporto. Entrambi parevano danzare con la leggerezza di un Nureyev fra le righe bianche della terra rossa come fra i paletti rossi e blu piantati nella neve.

Parigi finì per adorare Adriano Panatta come Roma che lo aveva eletto ottavo re, gli indimenticati cori “Aaa-driaaa-nooo, Aaa-driaaa-noo” uscirono anche dal Foro. Adorò Adriano Stoccolma dove nel ‘75 lui nascose la palla a Ashe e Connors, e così Houston dove nel ’77 regolò uno dopo l’altro Connors, Rosewall, Dibbs e Gerulaitis. Tutti sanno che Adriano Panatta, più vicino alla gente di Nicola Pietrangeli (un tantino più snob e più vincente quando però molti dei più forti professionisti erano banditi dal tennis dei finti dilettanti), avrebbe potuto vincere molto di più.

La sua resta comunque una carriera straordinaria, coronata da un 1976 davvero magico che gli valse il quarto posto nelle classifiche mondiali grazie alle rocambolesche vittorie in due Slam, gli Internazionali d’Italia e gli Internazionali di Francia. Un anno concluso con la conquista in Cile dell’unica Coppa Davis italiana, sofferta più per motivi politici, con la “sinistra” schierata contro la trasferta nel Paese del dittatore Pinochet, che per problemi tecnici. Jaime Fillol e Pato Cornejo erano più deboli di Adriano e del n.2 azzurro Corrado Barazzutti, e in coppia non valevano davvero lui e Paolo Bertolucci, l’inseparabile amico d’infanzia grande doppista. “Le nostre quattro finali le abbiamo giocate in trasferta. In casa ne avremmo vinto altre due”, dice convinto Adriano, il primo a saper bene che con il suo talento avrebbe potuto stare alla pari con Borg, battuto 6 volte in 15 duelli.

“Non mi rompete più le scatole con Borg!” – sbotta ancora oggi Adriano che allo svedese inflisse le sole due sconfitte patite in otto partecipazioni a Parigi (1973 e 1976). “Io non ero disposto a sacrificare tutti i santi giorni della mia vita per il tennis…”. Difatti Panatta rimase fra i primi dieci del mondo soltanto per pochi mesi, tant’è che a fine 1976 non riuscì nemmeno a qualificarsi per il Masters, come invece gli era successo l’anno prima. Un giocatore con il suo talento avrebbe dovuto restare fra i primi dieci del mondo almeno quattro o cinque anni, come riuscì a tennisti quali i tenaci americani Dibbs e Solomon molto meno dotati di lui. “Borg pensava al tennis anche quando stava seduto sulla sdraio!” diceva sempre Mario Belardinelli, il “Geppetto-Dumas” che creò i quattro moschettieri del tennis azzurro, Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli.

“Belarda” non c’era nel ’68 a Brisbane quando Panatta, 18 anni, colse la prima grande vittoria, a spese dell’occhialuto americano Clark Graebner uno dei più forti tennisti del mondo. Adriano che esaltava quando vinceva e deprimeva quando perdeva, voleva vivere. Gli occhi di una bella donna valevano, talvolta, più di una vittoria, un weekend a Forte dei Marmi più di una semifinale, una vacanza a Porto Cervo in agosto più di una preparazione accurata per l’US Open. Playboy in gioventù, imprenditore (di minor successo), padre affettuoso di tre figli, capitano di Davis, direttore degli Internazionali d’Italia, campione mondiale di motonautica offshore.

Non aveva un fisico naturale. Base atletica e resistenza andavano costantemente costruite. Soprattutto per la terra battuta, superficie prediletta. Il suo tennis era border-line, sempre a rischio, al contrario di quello praticato in tutta sicurezza da un Borg e da un Vilas che con colpi arrotati, liftati facevano passare la palla un metro sopra la rete. I suoi erano attacchi spesso tagliati in controtempo, con la palla che passava a fil di rete. La palla doveva cadere negli ultimi centimetri di campo per essere efficace. La smorzata sfiorare e valicare appena la rete. Il vero tennis è sulla terra rossa, perché è lì che il tennis dice la verità. C’è tutto, pathos, tattica, calore, sudore, polvere. Sull’erba, invece, bisogna soprattutto servire bene, è come il tiro al piccione” esagerava.

Rino Tommasi coniò la parola “veronica” – presa a prestito dalla tauromachia – per la volée alta di rovescio, spalle alla rete, che Adriano sapeva giocare con inimitabile eleganza ed efficacia. Unica. “Mi piace inventare i colpi, così la gente si diverte”. I suoi tuffi a rete precedettero per acrobazia e spettacolarità quelli di Boom Boom Becker. Ecco perché lo chiamavano ancora a disputare esibizioni con i primi tre del mondo quando lui era già sceso a n.65.

Romano de Roma, figlio di Ascenzio custode del tennis Parioli, e romanista sfegatato, Adriano ricorda il trionfo del Foro Italico come il suo momento più emozionante. “Ero nato lì come tennista, fra quelle statue di marmo” e non ha dimenticato gli undici matchpoints annullati al primo turno all’australiano Warwick: “Dieci li salvai sul suo servizio! Ma non ho mai pensato di perdere” si lasciò scappare dopo. Era fatto così. Mai però avrebbe immaginato in quei momenti terribili, neppur lui così guascone, di vincere addirittura il torneo “che sognavo fin da bambino”, mettendo in fila poi Zugarelli, Franulovic, Solomon, Newcombe e infine il mancino argentino Vilas, un braccio grande come una clava. Domato dal virtuoso della racchetta.

Roma stravedeva per il suo enfant du pays, uno dei primi a vestire magliette colorate, i capelli lunghi come le rockstar dei suoi tempi. Pochi giorni dopo e Adriano era a Parigi, di fronte a un cecoslovacco, Pavel Hutka, che si era conquistato un matchpoint. Adriano lo annullò allungandosi in tuffo e agganciando una palla semi-imprendibile, un cross stretto e un rimbalzo subito dopo la rete. Vinse Adriano, 10-8 al quinto. Tanto bastò ad infiammare i parigini che avrebbero fatto il tifo per lui fino alla vittoria finale, di nuovo su quel piccolo infaticabile americano, Harold Solomon, con il quale a Roma per poco non era venuto alle mani per una palla contestata. “Un attimo prima della finale di Parigi, in mutande negli spogliatoi, la tensione saliva. Quasi per scaricarla presi Solly, quer sorcio maledetto, per un braccio e lo portai davanti allo specchio: ‘Ma vedi come sei piccolo e brutto? – gli dissi – come puoi pensare di battermi?’”. E giù una gran risata. Di Adriano. Non di Solomon. Che se fosse riuscito a vincere il quarto set al tiebreak, quando Adriano sembrava cotto, al quinto sarebbe stato favorito. Chissà. “Me lo sono sempre chiesto… però io sul campo sembravo sempre morto e non lo ero mai davvero”. Ecco perché Gianni Clerici, testimone di tanti martirii del nostro, arrivò a ribattezzarlo “il Cristo del Parioli”.

“Se avevo una qualità era interpretare bene i momenti, fare la cosa giusta al momento giusto”. Il pubblico, che ne apprezzava lo stile, il tocco di palla divino, il gioco d’attacco, il coraggio, non poteva non innamorarsi di un campione così. Per capire meglio il tipo Panatta ricordo quando a Wimbledon, quarti di finale della Davis del ’76, Adriano voleva prendersi gioco di David Lloyd, mediocre “Brit” del tutto privo di rovescio. Panatta alle raccomandazioni di Bertolucci che gli diceva “dai batti, sul rovescio!” replicò: “No, a quello gli voglio togliere il vizio di rispondere con il dritto”. Andò a finire che Panatta e Bertolucci, sprecato un matchpoint, persero al quinto dai fratelli Lloyd.

Un tipo così faceva la gioia della stampa internazionale, sempre a caccia di personaggi e gossip. L’Italia non ha più avuto, nei successivi 30 anni, un tennista che sfiorasse anche da lontano il suo stesso successo, la sua straordinaria popolarità. Qualunque cosa facesse Adriano, era uomo-copertina. Le love-stories con Mita Medici, Loredana Bertè prima del matrimonio con la bellissima Rosaria, la ragazzina conosciuta al CT Firenze, le serate con il costruttore Franco Pesci, con il miliardario Gaetano Caltagirone, sullo yacht a Montecarlo con l’ex ministro della giustizia Martelli, le notti della Dolce Vita romana, poi le gare di motonautica, l’amicizia con il defunto marito di Caroline di Monaco, Stefano Casiraghi, il pauroso incidente sul lago di Iseo che poteva costargli la vita. Conclusa l’attività agonistica Panatta avrebbe dimostrato grande carisma anche come capitano di Coppa Davis, un ruolo che ha assolto con maggiore fortuna che non quello di dirigente sportivo in seno alla federtennis dalla quale è uscito bruscamente e male. Poi il tuffo nella politica, assessore allo sport della provincia nelle file del PD di Veltroni. Sempre all’attacco, sempre a rete, ma senza rete. Rischiando sempre il massimo. Una vita tutta serve&volley. Non avrebbe mai immaginato che per 15 anni non avrebbe più avuto nemmeno il piacere di entrare un giorno nel suo adorato Foro Italico, il teatro delle sue grandi gesta. Piccinerie umane (federal-sarde) glielo avrebbero negato.

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[ESCLUSIVA] Santopadre: “Berrettini tiene l’Italia sveglia di notte. Ma stavolta ha qualche rimpianto” [AUDIO]

Il coach del numero uno italiano ai microfoni di Ubaldo Scanagatta: “Matteo ha avuto qualche chances per fare meglio”

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Matteo Berrettini esce dall’Australian Open a testa alta, con in tasca la terza semifinale Slam ma anche qualche rimpianto dopo la sconfitta in quattro set contro Nadal in semifinale. Lo sottolinea Vincenzo Santopadre, coach del numero uno d’Italia, contattato telefonicamente dal direttore Ubaldo Scanagatta. “Contro Nadal la coperta è sempre corta – ha esordito Santopadre -. Sicuramente Matteo non ha iniziato nel miglior modo possibile ma Nadal è stato davvero impeccabile. Poi Matteo ha trovato il modo di alzare il livello e, quando ha ingranato la marcia, l’inerzia del match è cambiata. La partita è diventata equilibrata, anzi, Matteo aveva qualcosa in più. Nel terzo set è salito tanto, ha avuto delle occasioni ma Nadal ha neutralizzato sapientemente le sue occasioni. Infine c’è stato un game non bellissimo di Matteo sul 4-3. Però la cosa da portarsi dietro di questo match è stata la reazione del match e il livello espresso nell’arco di tutta la partita che comunque è stato buono”.

Scanagatta: “Lo hai visto arrabbiato dopo il match, o l’ha presa con filosofia?”

Santopadre: “Matteo ha un grandissimo pregio. Non è mai contento quando perde (qui la sua conferenza stampa post partita, ndr). Poi ha anche l’equilibrio per capire che Nadal ha giocato molto bene e che lui ha avuto un’ottima reazione”.

 

Scanagatta: “Nei primi due set ha servito al massimo il 62% di prime, contro Carreno Busta aveva fatto molto meglio… E poi sulla seconda di servizio Nadal faceva più di 8 punti su 10 nel primo set. La chiave è stata quella, perché concedere due set a Nadal poi rende complicato tutto…”

Santopadre: “Le statistiche aiutano parecchio a capire come è andato un match. Matteo, per fortuna, anche quando non ha delle percentuali altissime poi ha un ottimo colpo dietro al servizio. Però in generale c’è qualche rimpianto; ci sarebbe piaciuto vedere un quinto set, non solo a me ma credo a tutta l’Italia. Penso tuttavia che Matteo sia sempre più vicino a questi giocatori. D’altronde, se sei il numero 6 del mondo tanto lontano non puoi essere”.

Scanagatta: “Peccato per l’errore di diritto con cui ha concesso il break nel quarto set. Forse ha pagato la stanchezza perché era reduce da uno scambio difficile. Però c’è da essere ottimisti sul futuro…”

Santopadre: “Matteo continua a crescere parecchio e velocemente da anni. Di certo bisogna tenere i piedi per terra, ma sta facendo delle cose grandiose. Tutti noi dobbiamo ringraziarlo perché ci sta facendo emozionare, sta tenendo l’Italia sveglia di notte”.

Scanagatta: “Ho chiuso il mio lancio su Instagram dicendo che bisogna dire a Matteo: bravo e grazie. Una curiosità. All’inizio ha chiamato il fisioterapista, ma che problema aveva?”

Santopadre: “Non glielo ho nemmeno chiesto, credo non fosse niente di grave. Non so dire di preciso cosa fosse”.

Scanagatta: “Il programma ora?”

Santopadre: “Ci sarà la trasferta in Sudamerica tra Rio e Acapulco. Poi la Coppa Davis, in seguito Indian Wells e Miami. Il calendario è fitto perché per fortuna siamo andati avanti qui. Prima del Sudamerica, faremo tappa a Montecarlo”.

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Australian Open, Berrettini: “Fuori fase nei primi due set contro Nadal: chiedo di più a me stesso”

Il numero uno d’Italia in conferenza stampa dopo l’eliminazione dall’Australian Open: “Ma non posso dire di essere deluso, se penso che ero reduce da un infortunio”

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Matteo Berrettini - Australian Open 2022 (Twitter - @AustralianOpen)
Matteo Berrettini - Australian Open 2022 (Twitter - @AustralianOpen)

A differenza di quanto accadde nel 2019 allo US Open, Matteo Berrettini è riuscito a vincere un set contro Rafael Nadal. L’esito del match, però, è rimasto lo stesso: in finale dell’Australian Open ci va il maiorchino, che può mettere nel mirino il suo 21° Slam. E la partita lascia qualche rimpianto un Berrettini che sa di aver fatto una buona cavalcata ma anche di avere dei margini di miglioramento su cui lavorare. Ecco le dichiarazioni del numero uno d’Italia in conferenza stampa: “All’inizio ero un pochettino sfasato. Ci sta, perché non capita tutti i giorni di entrare in campo contro Nadal in una semifinale Slam, ma la prossima volta vorrei fare meglio. Lui ha iniziato benissimo, variando il gioco, cambiando gli attacchi. Ha giocato una partita di grandissimo livello. Io sono rompipalle con me stesso, sento e credo che posso fare di più. La prossima volta non è detto che vinca, ma spero possa essere ancora migliore”.

Gaia Piccardi – Corriere della Sera: “Nella semifinale del 2019 eri partito meglio dai blocchi, ma anche nelle sfide contro Djokovic. Come ti spieghi il fatto di aver regalato i primi due set, cosa che poi diventa difficilmente rimediabile contro Nadal?

Berrettini: “Non credo sia giusto dire che ho regalato i primi due set, anche nei confronti di Rafa. Lui ha giocato a una grandissima intensità tecnica e fisica. Posso sicuramente fare meglio, ma è complesso. Posso dire che ho fatto fatica a entrare nel match, ma lui ha giocato sempre bene. Non mi ricordo un suo errore gratuito nei primi due set, questo perché lui è un grandissimo campione. Spero che se capiti un’altra semifinale contro Nadal io possa essere fin da subito più adrenalinico”.

 

Gaia Piccardi – “Un supercoach che ti possa dare ulteriori motivazioni è uno scenario concreto?”

Berrettini: “Non ne abbiamo parlato, non è una cosa che è alle porte, ma non è un’ipotesi che disdegno. Magari tra sei mesi o un anno le cose cambieranno. Ma in questo momento non ne stiamo parlando”.

Barbara Grassi – Sky Sport: “Considerato come stavi un mese e mezzo fa e considerato come sei arrivato in Australia, quali sono le sensazioni che provi adesso?”

Berrettini: “Hai detto una bella cosa. Oggi non ci avevo pensato, a volte sono troppo tosto con me stesso. Non posso dire di essere deluso, ma questo è uno sport maledetto: devi sempre chiederti di più altrimenti queste partite non le vinci. Guardate Rafa: è stato fermo sei mesi, ora è tornato qui e si chiede di vincere il torneo. Io sono contento del fatto che sono tornato rapidamente; durante il torneo ci sono stati dei piccoli infortuni che ho imparato a gestire. Però quello che dici è giusto, non era scontato avere questo inizio di stagione, viste le premesse”.

Ubaldo Scanagatta – Ubitennis: “Prima di tutto grazie per le emozioni. Nel quarto set, ci sono state alcune chances sul 15-30 all’inizio, in quel momento lui non giocava così bene come all’inizio e tu stavi meglio, la partita forse si poteva recuperare davvero. Ci sono dei rimpianti per quella parte di match?”

Berrettini: “Sai come funziona il tennis, hai ragione. Nel primo game del quarto, 15-30, ho sbagliato due diritti. In una di queste due occasioni, stavo andando a rete e poi sono tornato indietro perché avevo colpito male, Nell’altra, ho tirato a tutto braccio ma la pallina è finita in rete. Sono chances che contro Rafa non puoi non cogliere. Però è più facile da digerire il fatto di perdere un set in cui hai le tue occasioni e giochi alla pari. Giocare due set in cui sento che ci sono e non ci sono, a Rafa non li puoi concedere, anche se lui ha giocato sempre bene. Poi certo, in quei due punti del quarto set potevo fare meglio. Ma con i se e con i ma non si va da nessuna parte”.


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Australian Open, Berrettini domato al 4° da Nadal: Rafa mette il 21° slam nel mirino [VIDEO]

Il maiorchino domina Matteo nei primi due parziali, poi la reazione dell’italiano. Rafa, però piazza la zampata quando gli serve: sarà la sua sesta finale a Melbourne

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[6] R. Nadal b. [7] M. Berrettini 6-3 6-2 3-6 6-3

S’era detto, scritto, sussurrato: Rafa è stanco, ha problemi fisici, il match di quarti con Shapovalov, ripreso per i capelli dopo quattro ore di lotta, l’ha lasciato cotto, bollito. Se Matteo mette almeno il 75% di prime, se martella con il dritto, si può fare. Se, se, se, ma le ipotesi evaporano abbastanza in fretta quando la realtà piomba nella sua nuda freddezza al fischio di avvio di una semifinale Slam, soprattutto quando la semifinale Slam la giocano certi habitué. Dire che anche il contesto climatico-ambientale s’era messo bene: Giove Pluvio pareva aver inteso infondere ulteriore coraggio al Nostro, scaricando su Melbourne la pioggia fitta di una giornata cupa, che ha forzato gli organizzatori a serrare il tetto sulla Rod Laver Arena. “Le condizioni indoor aiutano i grandi colpitori“, lo aveva detto anche Nadal, e Matteo Berrettini della categoria moderni colpitori è uno dei rappresentanti più illustri. Tuttavia un colpitore, anche il migliore, può poco, se non gli è dato modo di colpire la palla per più di un’ora e mezza.

La semifinale, a suo modo storica, dell’Open d’Australia 2022 è stata a lungo un pianto per il nostro numero uno, e ha rischiato di rimanere impressa nei libri di storia alla voce mattanza. Non che le colpe di Matteo fossero esorbitanti, questo va detto. Più corretto, piuttosto, parlare di deficit strutturali, i più temuti: il leggendario dritto di Rafa Nadal è andato come prevedibile a incocciare continuamente sul malcerto rovescio di Matteo, e ciò ha prodotto l’esiziale disequilibrio utile a condizionare l’intera contesa almeno per i primi due set. Nello scambio, il sempre sagace maiorchino cambiava sul dritto una volta ogni cinque, sei colpi, tanto per diversificare. Poi tornava puntualmente di là, sulla diagonale favorita, provocando in Berrettini dannosissime emorragie di precisione e spinta.

 

Il lato sinistro, il nodo cruciale: incapace di reggere finanche con il solitamente affidabile back di rovescio, il numero uno italiano non è stato a lungo in grado di aggrapparsi all’ossigeno dei cambi lungolinea, finendo per rimanere rincantucciato in un angolo, con la guardia chiusa, impossibilitato a spingere. E se uno come Matteo non può spingere, come minimo finisce nella leggendaria ragnatela di Nadal: un colpo, due, tre, dieci: fine della storia. A un certo punto, sul conclamato 6-3 6-2 Spagna si è temuto il peggio, ma l’allievo di Vincenzo Santopadre è stato bravo, ha rialzato la testa e, costretto al rischiatutto, non è nemmeno andato lontanissimo dal riaprire la contesa, quando i suoi colpi hanno preso a far male e quelli di Rafa ad arrivare un po’ più tardi e un po’ più corti. Un brutto game, l’ottavo del quarto set, ha condannato l’italiano, che esce comunque a testa altissima e una posizione più in alto nel ranking, per quanto conta: da lunedì sarà il nuovo numero sei del mondo.

LA PARTITA – Berrettini, che giocava la terza semifinale Slam della carriera a fronte delle sole trentasei nel curriculum del rivale, e che è entrato in campo senza comunque aver mai battuto alcun top 10 in un Major, è partito molto contratto, incapace di imboccare l’unica via d’uscita razionalmente disponibile: lucrare altissimi dividendi dal fondamentale d’inizio scambio, chiudere con il vincente entro i primi cinque colpi ed evitare, per quanto possibile, di rimanere imbottigliato sulla diagonale sinistra. Purtroppo il cannone non è stato così efficace, anche perché il demonio di Manacor gli ha spesso preso il tempo impedendogli una proficua organizzazione. Il primo set, dopo un game inaugurale ai vantaggi, se n’è andato insieme al break chiuso da Rafa nel secondo gioco figlio di due errori consecutivi commessi da Matteo con il rovescio. Nei rari casi in cui ha provato a mettere la testa fuori dall’acqua, il romano è stato subito ricacciato indietro da Nadal: sul 30 pari del settimo game, per esempio; una mini-chance strozzata da due dritti da cinema giocati dallo spagnolo.

Non sento la palla“, abbiamo potuto leggere sulle labbra di Berrettini a fine primo set, mentre il collega, rinfrancato dal punteggio, faceva sfracelli sulla sua seconda di servizio (15/34 alla fine, percentuale migliorata grazie alla resa nelle ultime due frazioni). Stessa solfa, anzi, solfa persino peggiore, nel secondo set: nel primo gioco è subito arrivato un nuovo break per Nadal, discreto regalo dell’azzurro prodigo nel concedere due errori di dritto oltre alla solita svista di rovescio, e nel terzo la slavina si è ingrossata con una nuova incursione di Rafa nel turno di servizio dell’italiano, bravo ad annullare tre palle break e meno nel tirare lunghissimo il dritto dello 0-3 cosiddetto pesante.

Per fortuna, ma anche per merito di un Berrettini forse ora più libero di testa, la tempesta si è acquietata nel terzo set. Primo segnale nel settimo gioco, il primo vinto a zero dal nostro connazionale. Il secondo, discreto spartiacque ancorché parziale, nell’ottavo, sul 30 pari servizio Berrettini, quando Nadal ha mandato fuori di un soffio la stop volley che lo avrebbe portato a palla break. Lì la partita è cambiata: Matteo ha inaugurato una striscia di ventitré punti consecutivi al servizio, mentre Rafa, che nel frattempo aveva perso un pizzico della strabordante brillantezza d’inizio match, ha preso ad accorciare sensibilmente i colpi. Il combinato disposto dei due fattori ha partorito una chance, che Berrettini è stato bravo a cogliere insieme allo stupendo ottavo game giocato in risposta, vinto alla seconda delle tre consecutive palle break procuratesi grazie a uno sventaglio di Nadal out di metri, a un eccezionale passante con il dritto lungo linea e a una decisa risposta di rovescio.

Di tutt’altro umore rispetto al complicatissimo avvio di partita, Matteo ha preso ad aggredire anche in risposta: bravissimo, ma non abbastanza da approfittare dei due 15-30 avuti in dotazione nel primo e nel settimo game del quarto set. Si sa, certi avversari sono avari: concedono un’occasione, due quando va grassa, tre è già una di troppo, e te la fanno pagare cara. Nel decisivo ottavo gioco, quello che ha chiuso la famosa striscia dei ventitré punti in fila al servizio, Matteo è stato improvvisamente abbandonato da battuta e dritto. Ha annullato una prima palla break resistendo in modo commovente a uno scambio da ventitré colpi, ma il terzo dritto sbagliato nel game gli è stato fatale. Rafa non ha avuto problemi a chiudere la contesa al servizio di lì a poco, quando l’ennesimo rovescio in rete di Berrettini, simbolo della partita se ce n’è stato uno, ha decretato la fine dei giochi.

LE PAROLE A CALDO –I primi due set sono stati i migliori che io abbia giocato in non so quanto tempo“, ha confidato Nadal a Jim Courier durante l’intervista in campo. Questo per dire che Matteo non ha avuto una giornata particolarmente fortunata. “Il ventunesimo Slam? I record in questo preciso momento mi interessano poco, adesso conta solo provare a vincere l’Australian Open. Due mesi fa non sapevo nemmeno se avrei potuto continuare a giocare a tennis, dunque questo risultato resta straordinario“. In molti non lo vedevano affatto bene, dopo il match con Shapovalov chiuso in ginocchio e disidratato, “ma quarantotto ore di riposo, che a volte sono anche troppe, stavolta mi hanno aiutato. Il mattino dopo la partita mi sono svegliato sorpreso di stare così bene“. Stava benino Rafa, l’abbiamo notato. Domenica giocherà contro uno tra Daniil Medvedev e Stefanos Tsitsipas la sua sesta finale all’Open d’Australia, alla caccia del secondo hurrà. Sarà la ventinovesima in uno Slam: dovesse vincere sarebbero ventuno trionfi Major, uno in più di Roger Federer e Novak Djokovic. Numeri da leggenda, ci mancherebbe altro, e un risultato impensabile anche solo qualche settimana fa. Per Matteo un altro scalino nella scalata verso il trionfo che vale una carriera, ma l’ora non è ancora giunta. Le solite facce per il momento non hanno voglia di svernare sul divano.


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