Scanagatta racconta: "Il vero n.1 d'Italia, Adriano Panatta" [VIDEO]

Italiani

Scanagatta racconta: “Il vero n.1 d’Italia, Adriano Panatta” [VIDEO]

L’ultimo re italiano del Foro. Il personaggio descritto dal Direttore in un video ricco di aneddoti e ricordi

Pubblicato

il

SCANAGATTA RACCONTA [VIDEO]

Nei prossimi giorni altri video aneddoti della serie “Scanagatta racconta” incentrati su Nicola Pietrangeli, Paolo Bertolucci, Bjorn Borg e Rafa Nadal a confronto, Boris Becker.

 

I 110 campioni di 28 diversi sport  raccontati nelle 256 pagine complessive, illustrati da oltre 600 foto, sono due per anno:

1957 Coppi-Bartali, 1958 I fratelli Mangiarotti, 1959 Pietrangeli-Gardini, 1960 Berruti-Consolini, 1961 Monti-Nones, 1962 Ragno-Lonzi, 1963 Rivera-Mazzola, 1964 Menichelli-Pamich, 1965 Gimondi-Adorni, 1966 Di Biasi-Cagnotto, 1967 Benvenuti-Mazzinghi, 1968 Zoff-Albertosi, 1969 De Magistris-Pizzo, 1970 Riva-Boninsegna, 1971 Thoeni-Gros, 1972 Raimondo e Piero D’Inzeo, 1973 Calligaris-Lamberti, 1974 Agostini-Ubbiali, 1975 Ferrari-Alboreto, 1976 Panatta-Barazzutti, 1977 Bettarello-Munari, 1978 Simeoni-Dorio, 1979 Saronni-Lanfranco, 1980 Mennea-Da Milano, 1981 Giuseppe,Carmine,Agostino Abbagnale, 1982 Rossi-Conti, 1983 Cova-Panetta, 1984 Moser-Argentin, 1985 Maldini-Bergomi, 1986 Canins-De Zolt, 1987 Meneghin-Riva, 1988 Bordin-Maenza, 1989 Baresi-Scirea, 1990 Bernardi-Lucchetta, 1991 Bugno-Chiappucci, 1992 Compagnoni-Kostner, 1993 Baggio-Vialli, 1994 Di Centa-Fauner, 1995 Tomba-Ghedina, 1996 Trillini-Rossi, 1997 Chechi-Cassina, 1998 Pantani-Ballerini. 1999 Belmondo-Piccinini, 2000 Rosolino-Fioravanti, 2001 Idem-May, 2002 Cipollini-Bartoli, 2003 Rossi-Biaggi, 2004 Vezzali-Baldini, 2005 Sensini-Magnini, 2006 Cannavaro-Buffon, 2007 Bettini-Ballan, 2008 Totti-Del Piero, 2009 Pellegrini-Filippi, 2010 Schiavone-Pennetta, 2011 Zoeggeler-Kostner.

ADRIANO PANATTA, L’OTTAVO RE DI ROMA

Non è un caso se il boom del tennis in Italia è coinciso con gli Anni Settanta, quelli di Adriano Panatta. Un po’ come per lo sci, quando il boom sarebbe venuto con gli anni Novanta di Alberto Tomba. Due grandi campioni, due artisti, due irripetibili personaggi ricchi di classe, di talento, di carisma, di fascino, amatissimi, quasi idolatrati da tutti gli sportivi, anche di altre discipline. In Italia come all’estero. Campioni eccezionali AP e AT. Così popolari da uscire dal microcosmo del loro sport e da far dimenticare il proprio passaporto. Entrambi parevano danzare con la leggerezza di un Nureyev fra le righe bianche della terra rossa come fra i paletti rossi e blu piantati nella neve.

Parigi finì per adorare Adriano Panatta come Roma che lo aveva eletto ottavo re, gli indimenticati cori “Aaa-driaaa-nooo, Aaa-driaaa-noo” uscirono anche dal Foro. Adorò Adriano Stoccolma dove nel ‘75 lui nascose la palla a Ashe e Connors, e così Houston dove nel ’77 regolò uno dopo l’altro Connors, Rosewall, Dibbs e Gerulaitis. Tutti sanno che Adriano Panatta, più vicino alla gente di Nicola Pietrangeli (un tantino più snob e più vincente quando però molti dei più forti professionisti erano banditi dal tennis dei finti dilettanti), avrebbe potuto vincere molto di più.

La sua resta comunque una carriera straordinaria, coronata da un 1976 davvero magico che gli valse il quarto posto nelle classifiche mondiali grazie alle rocambolesche vittorie in due Slam, gli Internazionali d’Italia e gli Internazionali di Francia. Un anno concluso con la conquista in Cile dell’unica Coppa Davis italiana, sofferta più per motivi politici, con la “sinistra” schierata contro la trasferta nel Paese del dittatore Pinochet, che per problemi tecnici. Jaime Fillol e Pato Cornejo erano più deboli di Adriano e del n.2 azzurro Corrado Barazzutti, e in coppia non valevano davvero lui e Paolo Bertolucci, l’inseparabile amico d’infanzia grande doppista. “Le nostre quattro finali le abbiamo giocate in trasferta. In casa ne avremmo vinto altre due”, dice convinto Adriano, il primo a saper bene che con il suo talento avrebbe potuto stare alla pari con Borg, battuto 6 volte in 15 duelli.

“Non mi rompete più le scatole con Borg!” – sbotta ancora oggi Adriano che allo svedese inflisse le sole due sconfitte patite in otto partecipazioni a Parigi (1973 e 1976). “Io non ero disposto a sacrificare tutti i santi giorni della mia vita per il tennis…”. Difatti Panatta rimase fra i primi dieci del mondo soltanto per pochi mesi, tant’è che a fine 1976 non riuscì nemmeno a qualificarsi per il Masters, come invece gli era successo l’anno prima. Un giocatore con il suo talento avrebbe dovuto restare fra i primi dieci del mondo almeno quattro o cinque anni, come riuscì a tennisti quali i tenaci americani Dibbs e Solomon molto meno dotati di lui. “Borg pensava al tennis anche quando stava seduto sulla sdraio!” diceva sempre Mario Belardinelli, il “Geppetto-Dumas” che creò i quattro moschettieri del tennis azzurro, Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli.

“Belarda” non c’era nel ’68 a Brisbane quando Panatta, 18 anni, colse la prima grande vittoria, a spese dell’occhialuto americano Clark Graebner uno dei più forti tennisti del mondo. Adriano che esaltava quando vinceva e deprimeva quando perdeva, voleva vivere. Gli occhi di una bella donna valevano, talvolta, più di una vittoria, un weekend a Forte dei Marmi più di una semifinale, una vacanza a Porto Cervo in agosto più di una preparazione accurata per l’US Open. Playboy in gioventù, imprenditore (di minor successo), padre affettuoso di tre figli, capitano di Davis, direttore degli Internazionali d’Italia, campione mondiale di motonautica offshore.

Non aveva un fisico naturale. Base atletica e resistenza andavano costantemente costruite. Soprattutto per la terra battuta, superficie prediletta. Il suo tennis era border-line, sempre a rischio, al contrario di quello praticato in tutta sicurezza da un Borg e da un Vilas che con colpi arrotati, liftati facevano passare la palla un metro sopra la rete. I suoi erano attacchi spesso tagliati in controtempo, con la palla che passava a fil di rete. La palla doveva cadere negli ultimi centimetri di campo per essere efficace. La smorzata sfiorare e valicare appena la rete. Il vero tennis è sulla terra rossa, perché è lì che il tennis dice la verità. C’è tutto, pathos, tattica, calore, sudore, polvere. Sull’erba, invece, bisogna soprattutto servire bene, è come il tiro al piccione” esagerava.

Rino Tommasi coniò la parola “veronica” – presa a prestito dalla tauromachia – per la volée alta di rovescio, spalle alla rete, che Adriano sapeva giocare con inimitabile eleganza ed efficacia. Unica. “Mi piace inventare i colpi, così la gente si diverte”. I suoi tuffi a rete precedettero per acrobazia e spettacolarità quelli di Boom Boom Becker. Ecco perché lo chiamavano ancora a disputare esibizioni con i primi tre del mondo quando lui era già sceso a n.65.

Romano de Roma, figlio di Ascenzio custode del tennis Parioli, e romanista sfegatato, Adriano ricorda il trionfo del Foro Italico come il suo momento più emozionante. “Ero nato lì come tennista, fra quelle statue di marmo” e non ha dimenticato gli undici matchpoints annullati al primo turno all’australiano Warwick: “Dieci li salvai sul suo servizio! Ma non ho mai pensato di perdere” si lasciò scappare dopo. Era fatto così. Mai però avrebbe immaginato in quei momenti terribili, neppur lui così guascone, di vincere addirittura il torneo “che sognavo fin da bambino”, mettendo in fila poi Zugarelli, Franulovic, Solomon, Newcombe e infine il mancino argentino Vilas, un braccio grande come una clava. Domato dal virtuoso della racchetta.

Roma stravedeva per il suo enfant du pays, uno dei primi a vestire magliette colorate, i capelli lunghi come le rockstar dei suoi tempi. Pochi giorni dopo e Adriano era a Parigi, di fronte a un cecoslovacco, Pavel Hutka, che si era conquistato un matchpoint. Adriano lo annullò allungandosi in tuffo e agganciando una palla semi-imprendibile, un cross stretto e un rimbalzo subito dopo la rete. Vinse Adriano, 10-8 al quinto. Tanto bastò ad infiammare i parigini che avrebbero fatto il tifo per lui fino alla vittoria finale, di nuovo su quel piccolo infaticabile americano, Harold Solomon, con il quale a Roma per poco non era venuto alle mani per una palla contestata. “Un attimo prima della finale di Parigi, in mutande negli spogliatoi, la tensione saliva. Quasi per scaricarla presi Solly, quer sorcio maledetto, per un braccio e lo portai davanti allo specchio: ‘Ma vedi come sei piccolo e brutto? – gli dissi – come puoi pensare di battermi?’”. E giù una gran risata. Di Adriano. Non di Solomon. Che se fosse riuscito a vincere il quarto set al tiebreak, quando Adriano sembrava cotto, al quinto sarebbe stato favorito. Chissà. “Me lo sono sempre chiesto… però io sul campo sembravo sempre morto e non lo ero mai davvero”. Ecco perché Gianni Clerici, testimone di tanti martirii del nostro, arrivò a ribattezzarlo “il Cristo del Parioli”.

“Se avevo una qualità era interpretare bene i momenti, fare la cosa giusta al momento giusto”. Il pubblico, che ne apprezzava lo stile, il tocco di palla divino, il gioco d’attacco, il coraggio, non poteva non innamorarsi di un campione così. Per capire meglio il tipo Panatta ricordo quando a Wimbledon, quarti di finale della Davis del ’76, Adriano voleva prendersi gioco di David Lloyd, mediocre “Brit” del tutto privo di rovescio. Panatta alle raccomandazioni di Bertolucci che gli diceva “dai batti, sul rovescio!” replicò: “No, a quello gli voglio togliere il vizio di rispondere con il dritto”. Andò a finire che Panatta e Bertolucci, sprecato un matchpoint, persero al quinto dai fratelli Lloyd.

Un tipo così faceva la gioia della stampa internazionale, sempre a caccia di personaggi e gossip. L’Italia non ha più avuto, nei successivi 30 anni, un tennista che sfiorasse anche da lontano il suo stesso successo, la sua straordinaria popolarità. Qualunque cosa facesse Adriano, era uomo-copertina. Le love-stories con Mita Medici, Loredana Bertè prima del matrimonio con la bellissima Rosaria, la ragazzina conosciuta al CT Firenze, le serate con il costruttore Franco Pesci, con il miliardario Gaetano Caltagirone, sullo yacht a Montecarlo con l’ex ministro della giustizia Martelli, le notti della Dolce Vita romana, poi le gare di motonautica, l’amicizia con il defunto marito di Caroline di Monaco, Stefano Casiraghi, il pauroso incidente sul lago di Iseo che poteva costargli la vita. Conclusa l’attività agonistica Panatta avrebbe dimostrato grande carisma anche come capitano di Coppa Davis, un ruolo che ha assolto con maggiore fortuna che non quello di dirigente sportivo in seno alla federtennis dalla quale è uscito bruscamente e male. Poi il tuffo nella politica, assessore allo sport della provincia nelle file del PD di Veltroni. Sempre all’attacco, sempre a rete, ma senza rete. Rischiando sempre il massimo. Una vita tutta serve&volley. Non avrebbe mai immaginato che per 15 anni non avrebbe più avuto nemmeno il piacere di entrare un giorno nel suo adorato Foro Italico, il teatro delle sue grandi gesta. Piccinerie umane (federal-sarde) glielo avrebbero negato.

Continua a leggere
Commenti

evidenza

Montecarlo: Sonego da vero guerriero domina Norrie. Primi quarti in un ‘1000’

Prestazione eccelsa di Lorenzo Sonego contro Cameron Norrie. L’azzurro domina l’avversario 6-2 7-5 e accede per la prima volta in carriera ai quarti di un Masters 1000

Pubblicato

il

da Montecarlo, la nostra inviata

Aveva detto di sentirsi un guerriero. Detto, fatto. Sui campi del Country Club, Lorenzo Sonego non si scompone e supera il n. 54 del mondo Cameron Norrie. Prestazione eccelsa del torinese che ha sempre condotto le danze nel match. L’unico momento di incertezza giunge sul 6-2 5-4 per l’azzurro, quando Norrie ha un guizzo di resistenza e di orgoglio e strappa il servizio all’avversario. Ma Lorenzo non batte ciglio, anzi. Ancora più concentrato e agguerrito, non solo si assicura il 6-5 ma va poi a prendersi anche il secondo parziale per 7-5. La favola continua e, per la prima volta in carriera, l’azzurro accede ai quarti di un Masters 1000.

 

PRIMO SET SUL VELLUTO – Non c’è storia nel primo parziale. Il britannico non riesce a trovare i meccanismi per mettere in difficoltà un Sonego ispiratissimo e centrato. Chirurgici i fondamentali dell’azzurro che mette in campo un ottimo servizio e fa ma molto male con il dritto e le smorzate. Dall’altra parte della rete il britannico sembra non avere le armi per metterlo in difficoltà e, in 36 minuti, il piemontese conquista la prima frazione per 6-4.

IL GUIZZO DI NORRIE NON BASTA – Lorenzo continua a macinare con i suoi colpi incisivi, propositivi, profondi e vari. Si porta alquanto rapidamente in vantaggio sul 5-3, mentre l’avversario continua ad essere particolarmente falloso. Tuttavia, sul 5-4 per l’azzurro, Norrie insiste cercando di scardinare i suoi schemi e tenta delle variazioni. Riesce ad incartare Lorenzo che, alcuni minuti che, per la prima volta nel match, gli concede due palle break. Dopo aver salvato la prima, sulla seconda viene tradito dal dritto e il britannico lo raggiunge sul 5-5. Ma Sonego non si scompone. Ancora più grintoso e concentrato di prima, senza manifestare alcun nervosismo, si rimbocca le maniche e continua a “servire” all’avversario un tennis di altissimo livello. Il sogno continua perché non solo avanza sul 6-5 ma, dopo un’ora e 24 minuti, riesce a chiudere con lo score di 6-2 7-5. Per la prima volta in carriera, Sonego giunge così ai quarti di un Masters 1000.

(in aggiornamento con le dichiarazioni)

Risultati:

[1] N. Djokovic b. T. Fritz 6-3 6-0
[10] D. Medvedev b. [6] S. Tsitsipas 6-2 1-6 6-4

[4] D. Thiem vs D. Lajovic 
[Q] L. Sonego b. C. Norrie 6-2 7-5

P. H. Herbert vs [9] B. Coric 
[13] F. Fognini vs [3] A. Zverev

G. Pella b. [11] M. Cecchinato 6-4 4-6 6-4
G. Dimitrov vs [2] R. Nadal 

Il tabellone completo

Continua a leggere

evidenza

Niente da fare per Cecchinato: a Montecarlo passa ‘muro’ Pella

Un Cecchinato febbricitante deve arrendersi all’estrema solidità da fondo dell’argentino, autore di un’ottima prova. “Non stavo bene. Ho lottato ma avevo poche energie”

Pubblicato

il

Guido Pella e Marco Cecchinato - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Montecarlo, il nostro inviato

Niente da fare. Pur lottando fino alla fine delle due ore e quattordici minuti di gioco, un Cecchinato sotto tono cede il passo per la prima volta nel circuito maggiore a Guido Pella. Indubbiamente ottima la prova dell’argentino, che non ha sbagliato praticamente nulla ed ha saputo spesso prendere l’iniziativa, anche sfruttando quello che di solito è il marchio di fabbrica del palermitano – la palla corta. Dall’altra parte, come dicevamo, un Cecchinato non brillante. Ne scopriremo i motivi nella rapida conferenza post-match: “Non stavo bene oggi, avevo anche un po’ di febbre, ho lottato e ho dato tutto ma non è bastato.” Così, dopo un ottimo inizio in cui è arrivato a procurarsi la palla del 5-1 nel primo set, Marco è improvvisamente sceso di livello – soprattutto con il dritto – e non è più riuscito a ribaltare l’inerzia del match. Con grinta e coraggio – e il supporto del pubblico che lo ha incitato incessantemente – è riuscito a portare a casa il secondo set, ma alla fine la solidità del n. 28 ATP ha avuto la meglio su un tennista azzurro un po’ troppo passivo, soprattutto nelle fasi finali del match.

 

Peccato, perché il match si era messo bene per il tennista palermitano, che dopo una ventina di minuti si è trovato ad avere la palla break che lo avrebbe portato sul 5-1. In quelle fasi iniziali il n. 16 del mondo aveva replicato il canovaccio dei precedenti incontri contro l’argentino, in cui la sua superiorità da fondo aveva sempre indirizzato a suo favore l’andamento del gioco ed il risultato. Invece, all’improvviso, per Cecchinato si è spenta la luce. Soprattutto il dritto, che gli aveva permesso di comandare sino a quel momento, ha iniziato a tradirlo. Pella dal canto suo, non sbagliava mai, e con un parziale dl 20 punti a 4 si aggiudicava il primo set per 6-4.

Cecchinato arrestava l’emorragia nel primo game, ma cedeva di nuovo il servizio nel terzo gioco, scuotendo la testa sconsolato dopo l’ennesimo errore. Insomma, di nuovo sotto di un set e di un break come contro Wawrinka. Il 26enne palermitano chiamava un medical time out al cambio campo e si faceva trattare la schiena (“Niente di grave, i problemi oggi erano altri” dirà dopo il match). Un trattamento che si rivelava taumaturgico: perché al ritorno in campo, grazie anche ad un paio di errori di Pella che forse si era un attimo deconcentrato, un Cecchinato di nuovo grintoso recuperava, lottando, il break. Il pubblico – praticamente tutto dalla parte dell’azzurro – accompagnava con un “Marco Marco” il punto del 2 pari. Cecchinato coglieva l’attimo e la smorzata con lob vincente a seguire che gli consegnava il 3-2 era il segnale che era rientrato nel match.

Marco Cecchinato – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

La partita da questo momento in poi diventava una battaglia: Marco alternava errori banali a colpi da applausi, Pella era forse un pochino sceso ma per fargli un punto comunque bisognava sudare sette camice. Come doveva fare Cecchinato per portare a casa il settimo game, con un urlo liberatorio che faceva esplodere in un boato le tribune. Poco dopo, c’era l’unico passaggio a vuoto di Pella, che sul 4 pari 0-30 sbagliava un passante di rovescio non impossibile che l’avrebbe portato a tripla palla break. Poi però era bravo Cecchinato a strappargli il servizio ed il set, con un punto in cui recuperava due palle con il dritto praticamente davanti alle ginocchia del cameramen e poi andava a passare l’argentino con il rovescio dall’altro lato. L’urlo del pubblico faceva tremare le impalcature delle tribune del Campo dei Principi: 6-4 Cecchinato e si andava al terzo.

Si credeva che Pella accusasse il colpo, invece – dopo aver polemizzato al cambio campo del 2-1 con qualche spettatore, tanto da far scendere l’arbitro dalla sedia per farsi spiegare cosa era successo – l’argentino ripartiva come niente fosse accaduto, con il suo solidissimo tennis da fondo. Che con l’andare dei minuti diventava troppo solido per Cecchinato, che non trovava soluzioni – e soprattutto energie, come dirà al termine del match – per avere la meglio negli scambi da fondo sul suo avversario. Avversario che era anche il più bravo a cambiare l’inerzia degli scambi, sia venendo a rete ma soprattutto usando la palla corta che in genere è la soluzione adottata dal palermitano.

Marco continuava a far fatica con i fondamentali da fondo, ma almeno ritrovava la prima di servizio e riusciva a fare match pari fino al 4-3 a suo favore. A questo punto, dopo un doppio fallo iniziale, Pella cambiava marcia. Il tennista di Bahia Blanca diventava un vero e proprio muro, spingendo sempre meglio da entrambi i lati, aiutato da un Cecchinato un po’ troppo passivo (come abbiamo avuto modo di commentare anche con Corrado Barazzutti al termine del match, prima di sapere delle condizioni fisiche dell’azzurro e quindi capirne i motivi). Marco annullava due palle break nel nono gioco, ma alla terza doveva capitolare. L’ultimo game era una formalità: Pella non tremava e chiudeva 6-4, conquistando i quarti di finale.

Guido Pella – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Al termine del match un Cecchinato molto deluso e visibilmente provato si è fermato brevemente con i giornalisti italiani: “Oggi non stavo bene. Avevo anche la febbre. Ho lottato, ma avevo poche energie. Di positivo c’è che anche stando male ho combattuto e sono stato lì, ho lottato fino alla fine. Certo sono molto dispiaciuto: era una bella occasione, arrivare nei quarti e affrontare probabilmente Nadal. Peccato”.

Risultati:

[1] N. Djokovic b. T. Fritz 6-3 6-0
[10] D. Medvedev b. [6] S. Tsitsipas 6-2 1-6 6-4

[4] D. Thiem vs D. Lajovic 
[Q] L. Sonego b.C. Norrie 6-2 7-5

P.H. Herbert vs [9] B. Coric 
[13] F. Fognini vs [3] A. Zverev

G. Pella b. [11] M. Cecchinato 6-4 4-6 6-4
G. Dimitrov vs [2] R. Nadal 

Il tabellone completo

Continua a leggere

Flash

Fed Cup: Giorgi c’è, Cocciaretto anche. Garbin alle prese col nodo Errani

La numero uno azzurra ha raggiunto il ritiro di Mosca, ma la giovane marchigiana è stata comunque aggregata come quinta. Da valutare le condizioni di Sara: “Ha avuto qualche problema, ma in Fed può dare di più che nei tornei”

Pubblicato

il

Tathiana Garbin - Italia vs Slovacchia, Fed Cup 2017 (foto Fabrizio Maccani)

C’è anche Camila Giorgi da ieri nel ritiro azzurro di Mosca, dove le ragazze di Tathiana Garbin stanno preparando la complicata sfida di Fed Cup contro la Russia. Si gioca sabato 20 e domenica 21 sulla terra indoor della CSKA Arena. Svaniscono a questo punto i dubbi sulle condizioni fisiche della nostra numero uno, ferma da metà marzo per un problema al polso. Del gruppo fa però parte anche Elisabetta Cocciaretto, che in teoria avrebbe dovuto prendere il posto di Giorgi in caso di forfait.

Prende quota l’ipotesi – portata avanti dai media russi – che i dubbi del capitano possano riguardare invece Sara Errani e i suoi recenti tormenti. “Non so ancora chi scenderà in campo – ha dichiarato Garbin – Sara ha avuto qualche problema, ma spero possa giocare perché in Fed lei può dare di più che in altri tornei e nel gruppo mi dà una grande mano con le ragazze più giovani. Resta la prima a dare il massimo, un punto di riferimento e un modello da seguire“.

 

Parole dolci che però non servono a dissipare del tutto i dubbi, visto che Errani è reduce da prestazioni non proprio entusiasmanti nei tornei americani. I guai al servizio ne hanno minato le già traballanti sicurezze post rientro e messo probabilmente in dubbio la capacità di ritenerla competitiva in un match dall’elevato coefficiente di difficoltà come quello contro Kasatkina e compagne.

“Avremo di fronte avversarie molto forti e giochiamo fuori casa – sottolinea il capitano azzurro nelle dichiarazioni ufficiali diffuse sul sito FIT –giocare sulla terra rossa può essere un fattore positivo. Conosciamo e rispettiamo la qualità della Russia, ma le nostre ragazze formano una squadra competitiva. L’obiettivo è restare nel Gruppo II per tentare il prossimo anno la scalata nel World Group. Stiamo crescendo a piccoli passi, lavoriamo per migliorare. Crescendo tutti insieme possiamo valorizzare i singoli. Questo tipo di competizione piace molto alla squadra e le ragazze sono orgogliose di vestire la maglia della nazionale. L’obiettivo, non facilmente alla portata, sarà evitare una retrocessione nella “Serie C” del tennis femminile mondiale dove l’Italia non mette piede dal 1995.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement