Scanagatta racconta: "Il vero n.1 d'Italia, Adriano Panatta" [VIDEO]

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Scanagatta racconta: “Il vero n.1 d’Italia, Adriano Panatta” [VIDEO]

L’ultimo re italiano del Foro. Il personaggio descritto dal Direttore in un video ricco di aneddoti e ricordi

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SCANAGATTA RACCONTA [VIDEO]

Nei prossimi giorni altri video aneddoti della serie “Scanagatta racconta” incentrati su Nicola Pietrangeli, Paolo Bertolucci, Bjorn Borg e Rafa Nadal a confronto, Boris Becker.

 

I 110 campioni di 28 diversi sport  raccontati nelle 256 pagine complessive, illustrati da oltre 600 foto, sono due per anno:

1957 Coppi-Bartali, 1958 I fratelli Mangiarotti, 1959 Pietrangeli-Gardini, 1960 Berruti-Consolini, 1961 Monti-Nones, 1962 Ragno-Lonzi, 1963 Rivera-Mazzola, 1964 Menichelli-Pamich, 1965 Gimondi-Adorni, 1966 Di Biasi-Cagnotto, 1967 Benvenuti-Mazzinghi, 1968 Zoff-Albertosi, 1969 De Magistris-Pizzo, 1970 Riva-Boninsegna, 1971 Thoeni-Gros, 1972 Raimondo e Piero D’Inzeo, 1973 Calligaris-Lamberti, 1974 Agostini-Ubbiali, 1975 Ferrari-Alboreto, 1976 Panatta-Barazzutti, 1977 Bettarello-Munari, 1978 Simeoni-Dorio, 1979 Saronni-Lanfranco, 1980 Mennea-Da Milano, 1981 Giuseppe,Carmine,Agostino Abbagnale, 1982 Rossi-Conti, 1983 Cova-Panetta, 1984 Moser-Argentin, 1985 Maldini-Bergomi, 1986 Canins-De Zolt, 1987 Meneghin-Riva, 1988 Bordin-Maenza, 1989 Baresi-Scirea, 1990 Bernardi-Lucchetta, 1991 Bugno-Chiappucci, 1992 Compagnoni-Kostner, 1993 Baggio-Vialli, 1994 Di Centa-Fauner, 1995 Tomba-Ghedina, 1996 Trillini-Rossi, 1997 Chechi-Cassina, 1998 Pantani-Ballerini. 1999 Belmondo-Piccinini, 2000 Rosolino-Fioravanti, 2001 Idem-May, 2002 Cipollini-Bartoli, 2003 Rossi-Biaggi, 2004 Vezzali-Baldini, 2005 Sensini-Magnini, 2006 Cannavaro-Buffon, 2007 Bettini-Ballan, 2008 Totti-Del Piero, 2009 Pellegrini-Filippi, 2010 Schiavone-Pennetta, 2011 Zoeggeler-Kostner.

ADRIANO PANATTA, L’OTTAVO RE DI ROMA

Non è un caso se il boom del tennis in Italia è coinciso con gli Anni Settanta, quelli di Adriano Panatta. Un po’ come per lo sci, quando il boom sarebbe venuto con gli anni Novanta di Alberto Tomba. Due grandi campioni, due artisti, due irripetibili personaggi ricchi di classe, di talento, di carisma, di fascino, amatissimi, quasi idolatrati da tutti gli sportivi, anche di altre discipline. In Italia come all’estero. Campioni eccezionali AP e AT. Così popolari da uscire dal microcosmo del loro sport e da far dimenticare il proprio passaporto. Entrambi parevano danzare con la leggerezza di un Nureyev fra le righe bianche della terra rossa come fra i paletti rossi e blu piantati nella neve.

Parigi finì per adorare Adriano Panatta come Roma che lo aveva eletto ottavo re, gli indimenticati cori “Aaa-driaaa-nooo, Aaa-driaaa-noo” uscirono anche dal Foro. Adorò Adriano Stoccolma dove nel ‘75 lui nascose la palla a Ashe e Connors, e così Houston dove nel ’77 regolò uno dopo l’altro Connors, Rosewall, Dibbs e Gerulaitis. Tutti sanno che Adriano Panatta, più vicino alla gente di Nicola Pietrangeli (un tantino più snob e più vincente quando però molti dei più forti professionisti erano banditi dal tennis dei finti dilettanti), avrebbe potuto vincere molto di più.

La sua resta comunque una carriera straordinaria, coronata da un 1976 davvero magico che gli valse il quarto posto nelle classifiche mondiali grazie alle rocambolesche vittorie in due Slam, gli Internazionali d’Italia e gli Internazionali di Francia. Un anno concluso con la conquista in Cile dell’unica Coppa Davis italiana, sofferta più per motivi politici, con la “sinistra” schierata contro la trasferta nel Paese del dittatore Pinochet, che per problemi tecnici. Jaime Fillol e Pato Cornejo erano più deboli di Adriano e del n.2 azzurro Corrado Barazzutti, e in coppia non valevano davvero lui e Paolo Bertolucci, l’inseparabile amico d’infanzia grande doppista. “Le nostre quattro finali le abbiamo giocate in trasferta. In casa ne avremmo vinto altre due”, dice convinto Adriano, il primo a saper bene che con il suo talento avrebbe potuto stare alla pari con Borg, battuto 6 volte in 15 duelli.

“Non mi rompete più le scatole con Borg!” – sbotta ancora oggi Adriano che allo svedese inflisse le sole due sconfitte patite in otto partecipazioni a Parigi (1973 e 1976). “Io non ero disposto a sacrificare tutti i santi giorni della mia vita per il tennis…”. Difatti Panatta rimase fra i primi dieci del mondo soltanto per pochi mesi, tant’è che a fine 1976 non riuscì nemmeno a qualificarsi per il Masters, come invece gli era successo l’anno prima. Un giocatore con il suo talento avrebbe dovuto restare fra i primi dieci del mondo almeno quattro o cinque anni, come riuscì a tennisti quali i tenaci americani Dibbs e Solomon molto meno dotati di lui. “Borg pensava al tennis anche quando stava seduto sulla sdraio!” diceva sempre Mario Belardinelli, il “Geppetto-Dumas” che creò i quattro moschettieri del tennis azzurro, Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli.

“Belarda” non c’era nel ’68 a Brisbane quando Panatta, 18 anni, colse la prima grande vittoria, a spese dell’occhialuto americano Clark Graebner uno dei più forti tennisti del mondo. Adriano che esaltava quando vinceva e deprimeva quando perdeva, voleva vivere. Gli occhi di una bella donna valevano, talvolta, più di una vittoria, un weekend a Forte dei Marmi più di una semifinale, una vacanza a Porto Cervo in agosto più di una preparazione accurata per l’US Open. Playboy in gioventù, imprenditore (di minor successo), padre affettuoso di tre figli, capitano di Davis, direttore degli Internazionali d’Italia, campione mondiale di motonautica offshore.

Non aveva un fisico naturale. Base atletica e resistenza andavano costantemente costruite. Soprattutto per la terra battuta, superficie prediletta. Il suo tennis era border-line, sempre a rischio, al contrario di quello praticato in tutta sicurezza da un Borg e da un Vilas che con colpi arrotati, liftati facevano passare la palla un metro sopra la rete. I suoi erano attacchi spesso tagliati in controtempo, con la palla che passava a fil di rete. La palla doveva cadere negli ultimi centimetri di campo per essere efficace. La smorzata sfiorare e valicare appena la rete. Il vero tennis è sulla terra rossa, perché è lì che il tennis dice la verità. C’è tutto, pathos, tattica, calore, sudore, polvere. Sull’erba, invece, bisogna soprattutto servire bene, è come il tiro al piccione” esagerava.

Rino Tommasi coniò la parola “veronica” – presa a prestito dalla tauromachia – per la volée alta di rovescio, spalle alla rete, che Adriano sapeva giocare con inimitabile eleganza ed efficacia. Unica. “Mi piace inventare i colpi, così la gente si diverte”. I suoi tuffi a rete precedettero per acrobazia e spettacolarità quelli di Boom Boom Becker. Ecco perché lo chiamavano ancora a disputare esibizioni con i primi tre del mondo quando lui era già sceso a n.65.

Romano de Roma, figlio di Ascenzio custode del tennis Parioli, e romanista sfegatato, Adriano ricorda il trionfo del Foro Italico come il suo momento più emozionante. “Ero nato lì come tennista, fra quelle statue di marmo” e non ha dimenticato gli undici matchpoints annullati al primo turno all’australiano Warwick: “Dieci li salvai sul suo servizio! Ma non ho mai pensato di perdere” si lasciò scappare dopo. Era fatto così. Mai però avrebbe immaginato in quei momenti terribili, neppur lui così guascone, di vincere addirittura il torneo “che sognavo fin da bambino”, mettendo in fila poi Zugarelli, Franulovic, Solomon, Newcombe e infine il mancino argentino Vilas, un braccio grande come una clava. Domato dal virtuoso della racchetta.

Roma stravedeva per il suo enfant du pays, uno dei primi a vestire magliette colorate, i capelli lunghi come le rockstar dei suoi tempi. Pochi giorni dopo e Adriano era a Parigi, di fronte a un cecoslovacco, Pavel Hutka, che si era conquistato un matchpoint. Adriano lo annullò allungandosi in tuffo e agganciando una palla semi-imprendibile, un cross stretto e un rimbalzo subito dopo la rete. Vinse Adriano, 10-8 al quinto. Tanto bastò ad infiammare i parigini che avrebbero fatto il tifo per lui fino alla vittoria finale, di nuovo su quel piccolo infaticabile americano, Harold Solomon, con il quale a Roma per poco non era venuto alle mani per una palla contestata. “Un attimo prima della finale di Parigi, in mutande negli spogliatoi, la tensione saliva. Quasi per scaricarla presi Solly, quer sorcio maledetto, per un braccio e lo portai davanti allo specchio: ‘Ma vedi come sei piccolo e brutto? – gli dissi – come puoi pensare di battermi?’”. E giù una gran risata. Di Adriano. Non di Solomon. Che se fosse riuscito a vincere il quarto set al tiebreak, quando Adriano sembrava cotto, al quinto sarebbe stato favorito. Chissà. “Me lo sono sempre chiesto… però io sul campo sembravo sempre morto e non lo ero mai davvero”. Ecco perché Gianni Clerici, testimone di tanti martirii del nostro, arrivò a ribattezzarlo “il Cristo del Parioli”.

“Se avevo una qualità era interpretare bene i momenti, fare la cosa giusta al momento giusto”. Il pubblico, che ne apprezzava lo stile, il tocco di palla divino, il gioco d’attacco, il coraggio, non poteva non innamorarsi di un campione così. Per capire meglio il tipo Panatta ricordo quando a Wimbledon, quarti di finale della Davis del ’76, Adriano voleva prendersi gioco di David Lloyd, mediocre “Brit” del tutto privo di rovescio. Panatta alle raccomandazioni di Bertolucci che gli diceva “dai batti, sul rovescio!” replicò: “No, a quello gli voglio togliere il vizio di rispondere con il dritto”. Andò a finire che Panatta e Bertolucci, sprecato un matchpoint, persero al quinto dai fratelli Lloyd.

Un tipo così faceva la gioia della stampa internazionale, sempre a caccia di personaggi e gossip. L’Italia non ha più avuto, nei successivi 30 anni, un tennista che sfiorasse anche da lontano il suo stesso successo, la sua straordinaria popolarità. Qualunque cosa facesse Adriano, era uomo-copertina. Le love-stories con Mita Medici, Loredana Bertè prima del matrimonio con la bellissima Rosaria, la ragazzina conosciuta al CT Firenze, le serate con il costruttore Franco Pesci, con il miliardario Gaetano Caltagirone, sullo yacht a Montecarlo con l’ex ministro della giustizia Martelli, le notti della Dolce Vita romana, poi le gare di motonautica, l’amicizia con il defunto marito di Caroline di Monaco, Stefano Casiraghi, il pauroso incidente sul lago di Iseo che poteva costargli la vita. Conclusa l’attività agonistica Panatta avrebbe dimostrato grande carisma anche come capitano di Coppa Davis, un ruolo che ha assolto con maggiore fortuna che non quello di dirigente sportivo in seno alla federtennis dalla quale è uscito bruscamente e male. Poi il tuffo nella politica, assessore allo sport della provincia nelle file del PD di Veltroni. Sempre all’attacco, sempre a rete, ma senza rete. Rischiando sempre il massimo. Una vita tutta serve&volley. Non avrebbe mai immaginato che per 15 anni non avrebbe più avuto nemmeno il piacere di entrare un giorno nel suo adorato Foro Italico, il teatro delle sue grandi gesta. Piccinerie umane (federal-sarde) glielo avrebbero negato.

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Per Caruso, Umago è come Parigi: battuto Coric. Sinner eliminato

Dopo gli exploit del Roland Garros, Salvatore Caruso protagonista anche in Croazia. Supera in tre set un falloso Borna Coric e raggiunge per la prima volta i quarti di un torneo ATP. Sinner lotta ma cede a Bedene

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Salvatore Caruso - Umago 2019 (foto Felice Calabrò)

Dai nostri inviati ad Umago, Michelangelo Sottili e Ilvio Vidovich

[Q] S. Caruso b. [2] B. Coric 6-2 3-6 6-1

Continua alla grande l’avventura umaghese di Salvatore Caruso: proveniente dalle qualificazioni e battuto al primo turno il talentino Moutet, elimina la seconda testa di serie del torneo Borna Coric schiantandolo con un perentorio 6-1 al terzo set e prendendosi il primo quarto di finale ATP in carriera. Davvero una prestazione maiuscola di “Sabbo” il cui rovescio, almeno oggi, non ha avuto nulla da invidiare a quello del suo più blasonato avversario, che pure sul lato sinistro ha il suo colpo migliore; anzi, è probabilmente su quella diagonale che si è deciso il match. A Parigi, Djokovic aveva suggerito di non giocargli sul rovescio (“sì, quella diagonale la faccio abbastanza bene” scherza Salvatore, “però il tennis è fatto di tante altre cose”). Entrambi ogni tanto si perdono il dritto, ma è la spettacolare preparazione atletica del ventiseienne di Avola (“un applauso al mio preparatore Pino Maiori, con me da dieci anni”) che vola su smorzate e drop volley croate e soprattutto ribatte efficacemente i tentativi di sfondamento a cui Coric è costretto dalla maggiore regolarità dell’avversario.

 

Coric rientra dall’infortunio alla schiena patito ad Halle (ma non cerca scuse, “ha giocato meglio lui” dice, “è stato un periodo difficile e non sapevo se avrei giocato, ma oggi non avevo dolore”) e inizia sbagliando un po’ tutto e anche di parecchio. È anche sfortunato quando, al primo scambio in vantaggio, subisce la smorzata vincente e involontaria di Caruso; beh, così impara a non andare avanti quando l’altro è in allungo spalle alla rete. Ci va poco dopo, Borna, e la volée esce di metri: come non detto. In ogni caso, il croato entra in partita e muove il punteggio quando è già sotto 0-4: troppo tardi perché, solido e autoritario, Caruso tiene i turni di battuta e chiude 6-2.

La prevedibile reazione di Coric gli vale il 2-0 e, nonostante “Sabbo” lo riprenda subito, si fa più intraprendente (“è un grande campione” dice Caruso, “ha provato tutto, ha messo in campo tutto quello che aveva”), si carica con il pugno sul gratuito del nostro, chiede e ottiene il sostegno del pubblico amico e si prende il break che rimanda tutto alla partita finale. Qui, Caruso è il più lesto a uscire dai blocchi e vola 4-1. Dagli spalti, sale l’incitamento “Sabbo, Sabbo” quando conquista due palle del doppio break con un nuovo recupero in avanti, stavolta con la complicità del ventiduenne di Zagabria, non esattamente impeccabile a chiudere la volée. Il successivo doppio fallo è il segnale di resa.

Venerdì, secondo incontro dalle 20, la meritata sfida valida per la semifinale contro Facundo Bagnis, mancino argentino n. 152 ATP: sognare è lecito anche se “l’obiettivo è andare più avanti possibile, ma si va partita per partita e restiamo con i piedi per terra”.

A. Bedene b. [WC] J. Sinner 7-6(3) 6-3

Dopo Caruso, non riesce l’impresa dell’altro tennista italiano impegnato oggi ad Umago. È infatti quasi mezzanotte quanto Aljaz Bedene si fa l’ultimo regalo per il 30esimo compleanno (è nato il 18 luglio 1989) e con un servizio vincente chiude a suo favore il match contro Jannik Sinner. Nonostante la sconfitta, l’incontro ha confermato quanto di buono ha fatto vedere in questi mesi il 17enne altoatesino, che sul piano del ritmo e dell’intensità degli scambi ha fatto assolutamente match pari con il n. 87 del mondo e, anzi, spesso ha avuto la meglio quando gli scambi ad alte velocità si allungavano. Sinner a questi livelli paga ancora pegno per qualche pausa e qualche ingenuità di troppo, come del resto è comprensibile per un under 18. Bedene ha saputo sfruttare le occasioni  che Sinner gli ha concesso per raggiungere per la terza volta in stagione i quarti di finale in un torneo ATP. Del resto – tanto per capire il differenziale di esperienza tra i due – questo è stato il 101esimo incontro ATP sulla terra rossa di Bedene (51-50 il bilancio), mentre per il tennista di San Candido si è trattato appena dell’ottavo incontro totale nel circuito (3-5).

Il match era iniziato con un po’ di tensione da entrambe le parti, come testimoniato dai tre break consecutivi dei primi tre giochi, due  dei quali subiti da Sinner. Bedene coglieva l’attimo e grazie anche ad un’ottima resa della prima di servizio, che si rivelerà un fattore determinante per tutto il match (7 ace e 77% di punti con la prima), era il primo ad invertire la rotta, per poi arrivare senza grossi scossoni (a parte una palla break nel sesto gioco) a servire per il set al decimo gioco. Lo sloveno arrivava a due punti dal parziale ma qui sentiva un po’ la tensione, ed era bravo Sinner a indovinare un paio di risposte per strappare nuovamente la battuta al suo avversario. Si arrivava così al tie-break, dove però non c’era storia: alcuni errori di troppo dell’azzurrino permettevano a Bedene di involarsi sul 6-1 e chiudere poi per 7-3.

Il secondo set iniziava con un paio di palle break non sfruttate da Sinner, per poi proseguire senza grossi scossoni fino al sesto gioco. Qui, all’improvviso, un black out dell’italiano sul 40-15 a suo favore consentiva a Bedene di infilare una serie di nove punti consecutivi e di ritrovarsi a due punti dal match sul 5-2. Ma Jannik confermava la sua tempra agonistica e si rifiutava di andare subito negli spogliatoi, arrivando addirittura alla palla del contro-break. Bedene però si aggrappava nuovamente al servizio per regalarsi i secondi quarti in carriera ad Umago, dove affronterà il serbo Lajovic, tds n. 4. Sinner può comunque consolarsi con i secondi ottavi a livello ATP, l’ingresso nei top 200 e soprattutto la consapevolezza di potersela giocare alla pari a questi livelli. A diciassette anni non è poco, anzi, è “tanta roba” come si suol dire adesso.

Negli altri due incontri, l’argentino Facundo Bagnis, prossimo avversario di Caruso, ha spento senza grossi problemi con un doppio 6-3 le velleità della wild-card locale Nino Serdarusic. Senza grossa storia anche l’altro match, che invece alla vigilia si prospettava interessante, quello tra Andrey Rublev e Dusan Lajovic. Troppo solido il tennista serbo per il campione di Umago 2017, che pare essersi fermato nella sua crescita e non riesce a fare quel salto di livello che ci si attendeva da lui dopo l’ottima stagione 2017. I suoi colpi viaggiano sempre che è un piacere, ma senza significative variazioni tattiche a supporto: e per un top 40 come Lajovic dopo un inizio equilibrato non ci sono stati grossi problemi nell’incanalare il match a proprio favore.

Risultati:

[4] D. Lajovic b. A. Rublev 6-4 6-3
[Q] S. Caruso [2] b. Coric 6-2 3-6 6-1
A. Bedene b. [WC] J. Sinner 7-6(3) 6-3
F. Bagnis b. [WC] N. Serdarusic 6-3 6-3

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A Bucarest una storta ferma Kudermetova: primo quarto di finale per Martina Di Giuseppe

La russa esce in lacrime dopo un brutto infortunio alla caviglia sul finire del secondo set. L’azzurra sfiderà Krejcikova per un posto in semifinale. Sconfitta choc per Sevastova

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Martina Di Giuseppe e Veronika Kudermetova - WTA Bucarest 2019 (foto via Twitter, @BRDOpen)

Brava e fortunata. Nel secondo turno del WTA di Bucarest Martina Di Giuseppe ha approfittato del ritiro di Veronika Kudermetova (t.d.s. 3) sul 2-6 5-4 e giocherà per la prima volta nei quarti di finale di un torneo del Tour maggiore. In un rapidissimo primo set la giocatrice italiana è stata sovrastata dai vincenti della russa, aiutata anche dall’ottimo servizio (5 ace a fine parziale). Fin lì il copione era lo stesso dell’unico precedente, giocato quest’anno a Istanbul e dominato da Kudermetova.

Di Giuseppe è entrata in partita nel secondo set. Ha comandato il gioco nei suoi turni di battuta e si è procurata sul 3-3 una chance di break che ha prontamente sfruttato. Al servizio per chiudere il set Martina ha sbagliato uno smash sul 30-30, concedendo un pericoloso break point alla giovane avversaria. Durante uno scambio serrato ha scelto di giocare la palla corta di rovescio, colpo che le ha dato dei punti importanti nel corso del match. Kudermetova è arrivata -inutilmente- in scivolata sulla cortissima traiettoria del dropshot, ma il suo piede destro si è impuntato sulla secca terra battuta rumena. Una dolorosa distorsione non le ha più permesso di muoversi in maniera ottimale sul campo e dopo altri sette punti giocati coi denti stretti ha stretto la mano all’azzurra e ha preso in lacrime la via degli spogliatoi.

Anche la prossima avversaria di Di Giuseppe ha passato il turno grazie a un ritiro. Nel secondo match in programma su Centrale la spagnola Aliona Bolsova si è infortunata alla caviglia quando rincorreva 0-6 2-3 contro Barbara Krejcikova. Fa molto scalpore la sconfitta di Anastasija Sevastova, numero uno del seeding e detentrice del titolo, che ha ceduto 6-2 7-5 alla qualificata rumena Patricia Maria Tig non presente nelle classifiche WTA.

È appena il secondo torneo del circuito maggiore che Tig (ex top 100) gioca da quasi due anni a questa parte, periodo in cui ha dato alla luce anche una bambina. La rumena è rientrata in campo ad aprile, ma per tre mesi ha giocato soltanto a Cancun (!) in tornei di categoria 15k – che da quando è passata la riforma del Transition Tour non danno più punti WTA. Dopo la sconfitta al primo turno delle qualificazioni di Wimbledon, è volata a Bucarest e ha vinto cinque partite consecutive partendo dalle quali. Nei quarti di finale sfiderà la ceca Kristyna Pliskova, ma è già certa di rientrare in top 500 (la proiezione al momento la sistema al 431esimo posto).

 

Risultati:

[Q] P. Tig b. [1] A. Sevastova 6-2 7-5
B. Krejcikova b. [7] A. Bolsova 6-0 3-2 rit.
[Q] M. Di Giuseppe b. [3] V. Kudermetova 2-6 5-4 rit.
E. Rybakina b. [WC] J. Christian 6-1 6-0

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Matteo, domani è un altro giorno. Falla docet

Matteo Berrettini non era la reincarnazione tennistica di Laver dopo la vittoria di Stoccarda e la semifinale ad Halle e non è neppure un giocatore destinato a tornare nell’ombra dopo la sconfitta di Wimbledon

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Sono state dette e scritte molte cose a proposito dell’ottavo di finale disputato a Wimbledon tra Berrettini e Federer e vinto da quest’ultimo con il severo punteggio di 6-1 6-2 6-2 in poco più di un’ora. Adesso che la ‘lezione’, come lo stesso Matteo l’ha ironicamente chiamata a fine match, è stata ampiamente assorbita, è tempo di trarne i giusti insegnamenti. Tanto più che a Berrettini non mancherà il tempo per farlo, suo malgrado; è notizia di questo pomeriggio che dovrà saltare il torneo di Gstaad, di cui è campione in carica, a causa di una distorsione alla caviglia destra. Questo stop – Matteo proverà a recuperare per Montreal – dovrebbe costargli quattro posizioni in classifica e farlo scendere in 24esima.

Facciamo quindi un passo indietro, anzi dieci (tanti quanti i giorni trascorsi dalla sfida). Tra le tante scritte prima del match la palma della più sbalorditiva spetta di sicuro all’editoriale del nostro Direttore che ha inequivocabilmente dimostrato che Nostradamus al suo confronto era un dilettante. Se non fosse per un provvidenziale avverbio di negazione inserito tra il sostantivo “Matteo” e il verbo “prenderà”, il sopra citato editoriale potrebbe diventare oggetto di approfondimenti da parte della Tennis Integrity Unit.

Dopo l’incontro la tribù italiana della rete si è poi divisa tra innocentisti (‘povero Matteo, ci sta a farsi prendere dall’emozione a Wimbledon contro il Re’) e colpevolisti (‘un top 20 non può rimediare una figuraccia simile indipendentemente da dove si trova  e da chi affronta’).

Con questo articolo è nostra intenzione dare un piccolo contributo alla causa degli innocentisti raccontando una storia (vera). È quella di un giocatore al quale nelle ultime due settimane devono essere fischiate spesso le orecchie tante sono le volte in cui il suo nome è stato menzionato: Alejandro Falla.

Falla è un mancino colombiano ritiratosi dalle competizioni all’inizio del 2018. Il sito dell’ ATP ci informa che iniziò a giocare all’età di sei anni; il suo colpo migliore era il rovescio e nel 2012 giunse fino alla 48esima posizione nel ranking. Fu il secondo giocatore colombiano a entrare in top 100 nell’era open dopo Mauricio Hadad.

Dopo una brillante carriera tra gli juniores, Alejandro nel 2000 debuttò tra i professionisti e nel 2004 a 20 anni di età realizzò il sogno di tutti i bambini (e non solo loro) che iniziano a praticare il tennis: disputare il singolare a Wimbledon.Dopo avere superato le qualificazioni (la posizione n. 135 non gli permetteva l’ingresso diretto nel tabellone) e avere brillantemente sconfitto all’esordio l’austriaco Julian Knowle, il 24 giugno al secondo turno Falla si trovò sul Central Court di fronte a Roger Federer, campione in carica e numero uno del mondo. Il match per il colombiano ebbe esiti catastrofici: Federer lo annichilì con il punteggio di 6-1 6-2 6-0 in 54 minuti.

La durata di quel match costituisce ancora oggi un record per lo svizzero in un torneo dello Slam. Venti minuti in meno di quelli concessi a Berrettini; quattro meno di quanti ne abbia impiegati pochi giorni prima Tsonga per liquidare lo svogliatissimo e multatissimo Tomic.

 

Le cronache dell’epoca non dicono se anche Falla alla stretta finale di mano quel giorno trovò la prontezza di spirito per chiedere a Federer quanto gli dovesse per la lezione ricevuta, ma i fatti dimostrano che la sconfitta non lo scoraggiò.Circa un anno dopo raggiunse la top 100 e, una volta raggiuntala, vi rimase abbastanza a lungo da consentirgli di ritirarsi con oltre 3 milioni di dollari guadagnati in soli premi.

Ai fini della nostra storia, però, interessa soprattutto rendere conto ai lettori di come Falla gestì l’opportunità offertagli dal destino di lavare l’onta subita in quel pomeriggio estivo londinese del 2004. Opportunità che gli si presentò sei anni dopo sul medesimo campo e contro lo stesso avversario.

Il 21 giugno 2010 Federer come da tradizione inaugurava i Championships in qualità di campione in carica e dall’altra parte della rete ad attenderlo c’era infatti proprio lui: Alejandro Falla. Quel giorno il colombiano fece tutto ciò che era nelle sue umane possibilità per mostrarsi degno del regalo ricevuto dalla sorte. Davanti a un pubblico e un avversario la cui incredulità andava crescendo di pari passo con il dipanarsi della partita, Falla costrinse Federer ad una battaglia che durò oltre tre ore di gioco.

Il nativo di Calì conquistò i primi due set, perse il terzo e al quarto si conquistò il diritto di servire per la vittoria e per la storia sul punteggio di 5-4. In quel momento decisivo il coraggio gli venne meno. Perse a 30 quel turno di servizio e il parziale al tie-break. Il quinto set fu per lui una via crucis lastricata di rimpianti e crudelmente vinta da Federer con il punteggio di 6-0.

Nonostante l’epilogo nessun appassionato potrà comunque mai dimenticare ciò che Falla seppe fare quel giorno in campo. Per la cronaca i due si affrontarono in seguito altre due volte sull’erba: nel torneo olimpico londinese del 2012 e nella finale di Halle nel 2014. In entrambe le circostanze la vittoria sorrise a Federer ma a costo di non poche sofferenze, a dimostrazione del fatto che la classe operaia raramente va in Paradiso, ma quando vuole sa assestare cazzotti pesanti.

Se da questa vicenda si può imparare qualche cosa è che esprimere giudizi troppo netti su un giocatore giovane alla luce di un singolo episodio è incauto. Matteo Berrettini non era la reincarnazione tennistica di Laver dopo la vittoria di Stoccarda e la semifinale ad Halle e non è neppure un giocatore destinato a tornare nell’ombra dopo questa sconfitta.

Nel corso della conferenza stampa successiva alla sconfitta, l’allievo di Santopadre ha dichiarato che questa partita gli servirà per crescere e lo stesso concetto è stato ribadito dal suo team. Non ci sembra esistano ragionevoli motivi per non crederci.

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