Scanagatta racconta: "Il vero n.1 d'Italia, Adriano Panatta" [VIDEO]

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Scanagatta racconta: “Il vero n.1 d’Italia, Adriano Panatta” [VIDEO]

L’ultimo re italiano del Foro. Il personaggio descritto dal Direttore in un video ricco di aneddoti e ricordi

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SCANAGATTA RACCONTA [VIDEO]

Nei prossimi giorni altri video aneddoti della serie “Scanagatta racconta” incentrati su Nicola Pietrangeli, Paolo Bertolucci, Bjorn Borg e Rafa Nadal a confronto, Boris Becker.

 

I 110 campioni di 28 diversi sport  raccontati nelle 256 pagine complessive, illustrati da oltre 600 foto, sono due per anno:

1957 Coppi-Bartali, 1958 I fratelli Mangiarotti, 1959 Pietrangeli-Gardini, 1960 Berruti-Consolini, 1961 Monti-Nones, 1962 Ragno-Lonzi, 1963 Rivera-Mazzola, 1964 Menichelli-Pamich, 1965 Gimondi-Adorni, 1966 Di Biasi-Cagnotto, 1967 Benvenuti-Mazzinghi, 1968 Zoff-Albertosi, 1969 De Magistris-Pizzo, 1970 Riva-Boninsegna, 1971 Thoeni-Gros, 1972 Raimondo e Piero D’Inzeo, 1973 Calligaris-Lamberti, 1974 Agostini-Ubbiali, 1975 Ferrari-Alboreto, 1976 Panatta-Barazzutti, 1977 Bettarello-Munari, 1978 Simeoni-Dorio, 1979 Saronni-Lanfranco, 1980 Mennea-Da Milano, 1981 Giuseppe,Carmine,Agostino Abbagnale, 1982 Rossi-Conti, 1983 Cova-Panetta, 1984 Moser-Argentin, 1985 Maldini-Bergomi, 1986 Canins-De Zolt, 1987 Meneghin-Riva, 1988 Bordin-Maenza, 1989 Baresi-Scirea, 1990 Bernardi-Lucchetta, 1991 Bugno-Chiappucci, 1992 Compagnoni-Kostner, 1993 Baggio-Vialli, 1994 Di Centa-Fauner, 1995 Tomba-Ghedina, 1996 Trillini-Rossi, 1997 Chechi-Cassina, 1998 Pantani-Ballerini. 1999 Belmondo-Piccinini, 2000 Rosolino-Fioravanti, 2001 Idem-May, 2002 Cipollini-Bartoli, 2003 Rossi-Biaggi, 2004 Vezzali-Baldini, 2005 Sensini-Magnini, 2006 Cannavaro-Buffon, 2007 Bettini-Ballan, 2008 Totti-Del Piero, 2009 Pellegrini-Filippi, 2010 Schiavone-Pennetta, 2011 Zoeggeler-Kostner.

ADRIANO PANATTA, L’OTTAVO RE DI ROMA

Non è un caso se il boom del tennis in Italia è coinciso con gli Anni Settanta, quelli di Adriano Panatta. Un po’ come per lo sci, quando il boom sarebbe venuto con gli anni Novanta di Alberto Tomba. Due grandi campioni, due artisti, due irripetibili personaggi ricchi di classe, di talento, di carisma, di fascino, amatissimi, quasi idolatrati da tutti gli sportivi, anche di altre discipline. In Italia come all’estero. Campioni eccezionali AP e AT. Così popolari da uscire dal microcosmo del loro sport e da far dimenticare il proprio passaporto. Entrambi parevano danzare con la leggerezza di un Nureyev fra le righe bianche della terra rossa come fra i paletti rossi e blu piantati nella neve.

Parigi finì per adorare Adriano Panatta come Roma che lo aveva eletto ottavo re, gli indimenticati cori “Aaa-driaaa-nooo, Aaa-driaaa-noo” uscirono anche dal Foro. Adorò Adriano Stoccolma dove nel ‘75 lui nascose la palla a Ashe e Connors, e così Houston dove nel ’77 regolò uno dopo l’altro Connors, Rosewall, Dibbs e Gerulaitis. Tutti sanno che Adriano Panatta, più vicino alla gente di Nicola Pietrangeli (un tantino più snob e più vincente quando però molti dei più forti professionisti erano banditi dal tennis dei finti dilettanti), avrebbe potuto vincere molto di più.

La sua resta comunque una carriera straordinaria, coronata da un 1976 davvero magico che gli valse il quarto posto nelle classifiche mondiali grazie alle rocambolesche vittorie in due Slam, gli Internazionali d’Italia e gli Internazionali di Francia. Un anno concluso con la conquista in Cile dell’unica Coppa Davis italiana, sofferta più per motivi politici, con la “sinistra” schierata contro la trasferta nel Paese del dittatore Pinochet, che per problemi tecnici. Jaime Fillol e Pato Cornejo erano più deboli di Adriano e del n.2 azzurro Corrado Barazzutti, e in coppia non valevano davvero lui e Paolo Bertolucci, l’inseparabile amico d’infanzia grande doppista. “Le nostre quattro finali le abbiamo giocate in trasferta. In casa ne avremmo vinto altre due”, dice convinto Adriano, il primo a saper bene che con il suo talento avrebbe potuto stare alla pari con Borg, battuto 6 volte in 15 duelli.

“Non mi rompete più le scatole con Borg!” – sbotta ancora oggi Adriano che allo svedese inflisse le sole due sconfitte patite in otto partecipazioni a Parigi (1973 e 1976). “Io non ero disposto a sacrificare tutti i santi giorni della mia vita per il tennis…”. Difatti Panatta rimase fra i primi dieci del mondo soltanto per pochi mesi, tant’è che a fine 1976 non riuscì nemmeno a qualificarsi per il Masters, come invece gli era successo l’anno prima. Un giocatore con il suo talento avrebbe dovuto restare fra i primi dieci del mondo almeno quattro o cinque anni, come riuscì a tennisti quali i tenaci americani Dibbs e Solomon molto meno dotati di lui. “Borg pensava al tennis anche quando stava seduto sulla sdraio!” diceva sempre Mario Belardinelli, il “Geppetto-Dumas” che creò i quattro moschettieri del tennis azzurro, Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli.

“Belarda” non c’era nel ’68 a Brisbane quando Panatta, 18 anni, colse la prima grande vittoria, a spese dell’occhialuto americano Clark Graebner uno dei più forti tennisti del mondo. Adriano che esaltava quando vinceva e deprimeva quando perdeva, voleva vivere. Gli occhi di una bella donna valevano, talvolta, più di una vittoria, un weekend a Forte dei Marmi più di una semifinale, una vacanza a Porto Cervo in agosto più di una preparazione accurata per l’US Open. Playboy in gioventù, imprenditore (di minor successo), padre affettuoso di tre figli, capitano di Davis, direttore degli Internazionali d’Italia, campione mondiale di motonautica offshore.

Non aveva un fisico naturale. Base atletica e resistenza andavano costantemente costruite. Soprattutto per la terra battuta, superficie prediletta. Il suo tennis era border-line, sempre a rischio, al contrario di quello praticato in tutta sicurezza da un Borg e da un Vilas che con colpi arrotati, liftati facevano passare la palla un metro sopra la rete. I suoi erano attacchi spesso tagliati in controtempo, con la palla che passava a fil di rete. La palla doveva cadere negli ultimi centimetri di campo per essere efficace. La smorzata sfiorare e valicare appena la rete. Il vero tennis è sulla terra rossa, perché è lì che il tennis dice la verità. C’è tutto, pathos, tattica, calore, sudore, polvere. Sull’erba, invece, bisogna soprattutto servire bene, è come il tiro al piccione” esagerava.

Rino Tommasi coniò la parola “veronica” – presa a prestito dalla tauromachia – per la volée alta di rovescio, spalle alla rete, che Adriano sapeva giocare con inimitabile eleganza ed efficacia. Unica. “Mi piace inventare i colpi, così la gente si diverte”. I suoi tuffi a rete precedettero per acrobazia e spettacolarità quelli di Boom Boom Becker. Ecco perché lo chiamavano ancora a disputare esibizioni con i primi tre del mondo quando lui era già sceso a n.65.

Romano de Roma, figlio di Ascenzio custode del tennis Parioli, e romanista sfegatato, Adriano ricorda il trionfo del Foro Italico come il suo momento più emozionante. “Ero nato lì come tennista, fra quelle statue di marmo” e non ha dimenticato gli undici matchpoints annullati al primo turno all’australiano Warwick: “Dieci li salvai sul suo servizio! Ma non ho mai pensato di perdere” si lasciò scappare dopo. Era fatto così. Mai però avrebbe immaginato in quei momenti terribili, neppur lui così guascone, di vincere addirittura il torneo “che sognavo fin da bambino”, mettendo in fila poi Zugarelli, Franulovic, Solomon, Newcombe e infine il mancino argentino Vilas, un braccio grande come una clava. Domato dal virtuoso della racchetta.

Roma stravedeva per il suo enfant du pays, uno dei primi a vestire magliette colorate, i capelli lunghi come le rockstar dei suoi tempi. Pochi giorni dopo e Adriano era a Parigi, di fronte a un cecoslovacco, Pavel Hutka, che si era conquistato un matchpoint. Adriano lo annullò allungandosi in tuffo e agganciando una palla semi-imprendibile, un cross stretto e un rimbalzo subito dopo la rete. Vinse Adriano, 10-8 al quinto. Tanto bastò ad infiammare i parigini che avrebbero fatto il tifo per lui fino alla vittoria finale, di nuovo su quel piccolo infaticabile americano, Harold Solomon, con il quale a Roma per poco non era venuto alle mani per una palla contestata. “Un attimo prima della finale di Parigi, in mutande negli spogliatoi, la tensione saliva. Quasi per scaricarla presi Solly, quer sorcio maledetto, per un braccio e lo portai davanti allo specchio: ‘Ma vedi come sei piccolo e brutto? – gli dissi – come puoi pensare di battermi?’”. E giù una gran risata. Di Adriano. Non di Solomon. Che se fosse riuscito a vincere il quarto set al tiebreak, quando Adriano sembrava cotto, al quinto sarebbe stato favorito. Chissà. “Me lo sono sempre chiesto… però io sul campo sembravo sempre morto e non lo ero mai davvero”. Ecco perché Gianni Clerici, testimone di tanti martirii del nostro, arrivò a ribattezzarlo “il Cristo del Parioli”.

“Se avevo una qualità era interpretare bene i momenti, fare la cosa giusta al momento giusto”. Il pubblico, che ne apprezzava lo stile, il tocco di palla divino, il gioco d’attacco, il coraggio, non poteva non innamorarsi di un campione così. Per capire meglio il tipo Panatta ricordo quando a Wimbledon, quarti di finale della Davis del ’76, Adriano voleva prendersi gioco di David Lloyd, mediocre “Brit” del tutto privo di rovescio. Panatta alle raccomandazioni di Bertolucci che gli diceva “dai batti, sul rovescio!” replicò: “No, a quello gli voglio togliere il vizio di rispondere con il dritto”. Andò a finire che Panatta e Bertolucci, sprecato un matchpoint, persero al quinto dai fratelli Lloyd.

Un tipo così faceva la gioia della stampa internazionale, sempre a caccia di personaggi e gossip. L’Italia non ha più avuto, nei successivi 30 anni, un tennista che sfiorasse anche da lontano il suo stesso successo, la sua straordinaria popolarità. Qualunque cosa facesse Adriano, era uomo-copertina. Le love-stories con Mita Medici, Loredana Bertè prima del matrimonio con la bellissima Rosaria, la ragazzina conosciuta al CT Firenze, le serate con il costruttore Franco Pesci, con il miliardario Gaetano Caltagirone, sullo yacht a Montecarlo con l’ex ministro della giustizia Martelli, le notti della Dolce Vita romana, poi le gare di motonautica, l’amicizia con il defunto marito di Caroline di Monaco, Stefano Casiraghi, il pauroso incidente sul lago di Iseo che poteva costargli la vita. Conclusa l’attività agonistica Panatta avrebbe dimostrato grande carisma anche come capitano di Coppa Davis, un ruolo che ha assolto con maggiore fortuna che non quello di dirigente sportivo in seno alla federtennis dalla quale è uscito bruscamente e male. Poi il tuffo nella politica, assessore allo sport della provincia nelle file del PD di Veltroni. Sempre all’attacco, sempre a rete, ma senza rete. Rischiando sempre il massimo. Una vita tutta serve&volley. Non avrebbe mai immaginato che per 15 anni non avrebbe più avuto nemmeno il piacere di entrare un giorno nel suo adorato Foro Italico, il teatro delle sue grandi gesta. Piccinerie umane (federal-sarde) glielo avrebbero negato.

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Qualificazioni ATP/WTA: Fabbiano fa il suo, in attesa del resto degli azzurri

Thomas Fabbiano supera il primo turno di qualificazioni a Dubai. Tre italiani in programma nel pomeriggio a San Paolo, Gaio e Trevisan scelgono il Messico

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Thomas Fabbiano - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Mentre è uscito il tabellone principale del ricchissimo torneo ATP 500 di Dubai, nelle retrovie ci si da battaglia per accaparrarsi uno dei quattro posti ancora a disposizione: Thomas Fabbiano, unico rappresentante italiano presente negli Emirati Arabi, è partito con il piede giusto. La testa di serie numero 2 infatti ha rispettato il pronostico contro il tedesco Rudolf Moelleker (18 anni, n. 180) vincendo 6-3 6-3 in 63 minuti, concedendo una sola palla break, peraltro nell’ultimo game della partita. Adesso per il numero 87 del mondo le cose si complicano leggermente, ma restano sempre alla sua portata: l’ultimo incontro prima del main draw infatti è contro un altro teenager, il 19enne francese Moutet, 134 del mondo.

Com’era normale aspettarsi, la maggior parte degli azzurri ha preferito fare tappa ancora una volta in Sud America, per il torneo ATP 250 sulla terra rossa di San Paulo, dove troviamo ben tre italiani che scenderanno in campo nel pomeriggio. Sfortunato è stato il 21enne Gian Marco Moroni, promessa nostrana che ha pescato la t.d.s numero 1 Carlos Berlocq, tennista sempre insidioso, ancor di più su questa superficie. Giannessi invece, agevolato dalla sua testa di serie (la terza), esordirà contro la wild card Joao Souza (30 anni, n. 416), da non confondere con l’omonimo Sousa, ex-numero 28. Infine abbiamo Matteo Donati opposto al brasiliano Pedro Sakamoto (25 anni, n. 388). Anche per il 23enne di Alessandria non dovrebbe essere una pratica troppo complicata da gestire.

 

Spostandoci un po’ più a nord giungiamo ad Acapulco e sul cemento messicano, rimasto orfano del suo campione in carica del Potro, dove troviamo il numero 230 del mondo Federico Gaio che affronterà il croato Ante Pavic (29 anni, n. 296). Segnaliamo qui anche la presenza del bad boy australiano Bernard Tomic che sta cercando di mettersi alle spalle la lunga diatriba con Hewitt e giocherà contro la wild card locale Lucas Gomez.

Passando al versante femminile, ma restando sempre ad Acapulco, la numero 166 del mondo Martina Trevisan sfiderà nel primo turno delle ‘quali’ l’argentina Nadia Podoroska, posizionata un centinaio di posti sotto di lei in classifica.

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ATP Challenger Bergamo: il fuoco altoatesino di turbo Sinner

Una prestazione straordinaria spinge Jannik Sinner in semifinale a Bergamo: a suon di bordate, ha lasciato cinque giochi a Gianluigi Quinzi.“Paura? Solo al cancelletto per una gara di sci. Qui, al massimo, c’è un po’ di tensione”

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Jannik Sinner - ATP Challenger Bergamo 2019 (foto Antonio Milesi)

Non bisogna farsi condizionare da un singolo torneo, ma non c’è dubbio che il Trofeo Faip-Perrel di Bergamo (46.600€, Greenset) abbia battezzato la nascita di una piccola stella. Il modo in cui Jannik Sinner ha cancellato Gianluigi Quinzi è stato impressionante. Se nei turni precedenti si era concesso un set di “distrazione”, in un venerdì sera colmo di pubblico non si è mai distratto e ha raccolto un terrificante 6-2 6-3. “Terrificante” perché Quinzi non ha giocato male, ha provato a fare la sua partita, a tessere la sua ragnatela, ma è stato travolto dal bombardamento altoatesino. Dritto o rovescio non importa, lui spinge a volontà. Ma lo fa con gli occhi ben aperti e il giusto discernimento.

Nel primo set, Quinzi ha fatto la stessa fine dei precedenti avversari di Sinner: sorpreso dal suo forcing, ha faticato ad arginarlo. Pronti via, 2-0. Quinzi trovava il controbreak, ma poi l’altoatesino scappava sul 4-1 e poi chiudeva 6-2, al quinto setpoint. In piena trance agonistica, Sinner volava sul 3-0 anche nel secondo, ma Quinzi si affidava alla grinta che lo aveva salvato nei turni precedenti. Trovava il controbreak (2-3), ma Sinner faceva capire chi comandava, almeno oggi, con un break a zero al sesto game. Il punto che gli ha dato lo 0-30 è stato un dritto fantastico, lungolinea, da posizione quasi impossibile.

 

Ma le stimmate di Sinner si sono viste tutte nell’ultimo game, quando ha servito per il match. Sul 30-30, un suo disperato recupero colpiva il nastro e po finiva fuori di un soffio. Sulla palla break, scaraventava un rovescio all’incrocio delle righe, scatenando l’ovazione dei 1.500 del Pala Agnelli. Come se non bastasse, ne ha tirati altri due, con un coraggio che rasenta l’incoscienza, e ha potuto esultare. Moderatamente, da buon altoatesino.

Gianluigi Quinzi e Jannik Sinner – ATP Challenger Bergamo 2019 (foto Antonio Milesi)

“PAURA? SOLO CON GLI SCI AI PIEDI” -Dopo aver percorso il tunnel che conduce negli spogliatoi, e abbracciato il sul clan, Sinner si è goduto i primi attimi di vera popolarità. “Avevo preparato la partita con l’idea di spingere sul dritto di Quinzi – racconta – lui preferisce tirare con il rovescio. Con il dritto muove un po’ meglio la palla, ma se spingi lo metti in difficoltà. Vero, ma poi lo ha bucherellato un po’ da tutte le parti. Ciò che impressiona, come detto, è l’equilibrio tra i due fondamentali. Caratteristica non così usuale. Il mio colpo migliore è il rovescio, ma stiamo lavorando tanto con il dritto. In questo momento, è il colpo con cui spingo di più”.

Non solo è il più giovane semifinalista nella storia del torneo, ma è anche il primo tennista nato nel 2001 a conquistare la semifinale in un torneo Challenger. Un traguardo ottenuto con la qualità, ma anche con il coraggio mostrato nell’ultimo game. Yannik, ma hai mai avuto paura? “Sinceramente avevo più paura quando sciavo! – ha scherzato – nel cancelletto prima di una discesa c’era un po’ di paura. Qui no, al massimo c’è parecchia tensione. Oggi ho semplicemente cercato di usare il mio colpo forte nei momenti importanti”. Ovviamente, non gli era mai capitato di giocare davanti a un pubblico così numeroso.

Pala Agnelli – ATP Challenger Bergamo 2019 (foto Antonio Milesi)

“Al Trofeo Bonfiglio c’era parecchia gente, ma non così tanta. Sinceramente non ho guardato tanto fuori dal campo, mi sono limitato a pensare alla partita. Credo di aver gestito il tutto abbastanza bene. Quando scendi in campo c’è un po’ di tensione in più, ma allo stesso tempo è molto bello giocare in un palcoscenico del genere”. Lo rivivrà tra poche ore, visto che giocherà la seconda semifinale non prima delle 20.30, contro Tristan Lamasine. Ovviamente sarà il primo scontro diretto tra i due. Davanti a un palazzetto gremito, la sua freddezza altoatesina potrà tornargli molto, molto utile.

Ufficio Stampa Trofeo Faip-Perrel

Risultati:

Roberto Marcora (ITA) b. Jan Choinski (GBR) 7-6(3) 6-3
Arthur De Greef (BEL) b. Luca Vanni (ITA) 7-6(2) 6-4
Tristan Lamasine (FRA) b. Stefano Napolitano (ITA) 6-1 6-3
Jannik Sinner (ITA) b. Gianluigi Quinzi (ITA) 6-2 6-3

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ATP Challenger Bergamo: Lamasine, il francese che non ti aspetti

Con una prestazione fantastica, Tristan Lamasine estromette Stefano Napolitano. Marcora vola in semifinale e sfiderà De Greef, che ha eliminato Vanni

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Tristan Lamasine - ATP Challenger Bergamo 2019 (foto Antonio Milesi)

La Francia ha una grande tradizione nel Trofeo Faip-Perrel (46.600€, Greenset). Forse Tristan Lamasine non pensava di poter rinnovare i fasti di Fabrice Santoro, Benoit Paire e Pierre Hugues Herbert. Al momento delle iscrizioni, tre settimane prima del torneo, era fuori di sei posizioni dal tabellone principale. Qualche forfait gli ha dato una mano e sembra proprio che il ragazzo di Thiais stia vivendo una settimana di grazia. Lo ha mostrato nel suo quarto di finale, in cui ha lasciato la miseria di quattro game a Stefano Napolitano. Si sapeva che sarebbe stato un match complicato, ma sorprendono le proporzioni di un successo molto netto: 6-1 6-3 in appena 69 minuti.

Il francese ha giocato un tennis fantastico, a tratti surreale. Tirava molto forte, soprattutto con il dritto, e sbagliava pochissimo. Napolitano è stato travolto da una valanga transalpina, probabilmente inattesa. Lamasine ha tirato decine di colpi vincenti, lasciando spesso fermo Napolitano. Il primo break arrivava al quarto game, poi il punteggio assumeva proporzioni molto severe, almeno nel primo set. Napolitano provava a rimanere a galla in avvio di secondo set, cancellava una palla break nel primo game, ma proprio non era giornata. Sul 2-2 si portava sul 40-30, ma non riusciva a tenere il servizio. A quel punto, il match era segnato. Lamasine aveva anche una palla del 5-2, Napolitano rimaneva in scia, ma non aveva mezza chance nei turni di risposta. Non sempre riusciva a costringere l’avversario sul lato del rovescio, e in generale era troppo falloso.

 

L’ennesimo break (il quarto) sanciva l’esito di un match davvero sorprendente. Dopo aver visto Lamasine in questa occasione, ci si domanda come mai non sia mai andato oltre la 179esima posizione del ranking ATP. Peraltro non è più giovanissimo, visto che compirà 26 anni tra una decina di giorni. In realtà, Lamasine non è nuovo a exploit isolati: nel 2015 vinse il Challenger di Tampere, in Finlandia. Un gran risultato immerso in una carriera di alti e bassi, in cui c’è anche una qualificazione a Wimbledon. Ogni tanto capita quella settimana in cui un giocatore azzecca tutto: per adesso, sembra che Tristan Lamasine l’abbia trovata a Bergamo. Nello stesso torneo in cui, soltanto dodici mesi fa, perdeva al primo turno delle qualificazioni.

IL GRAN MOMENTO DI MARCORA – La giornata era iniziata con il bel successo di Roberto Marcora. Il 29enne di Busto Arsizio ha confermato di essere “on fire”, vincendo una partita delicata contro il britannico (di origine tedesca) Jan Choinski. Il match era partito male, con Choinski subito avanti di un break (3-1). “Bobby” reagiva immediatamente e trascinava il primo set al tie-break, affidandosi a un tennis molto elegante e completo a tutto campo. All’estetica, tuttavia, abbinava l’efficacia e un’ottima condizione atletica: quando Choinski prendeva l’iniziativa, riusciva a non farsi aggredire e raramente era costretto a ricorrere alla soluzione in slice. Il suo avversario (che ha scelto di rappresentare il Regno Unito da un paio di mesi, in virtù della madre nata a Southampton) si è un po’ innervosito e ne ha pagato le conseguenze in avvio di secondo, quando Marcora gli scappava via (2-1 e servizio). A quel punto, per l’azzurro era ordinaria amministrazione.

Roberto Marcora – ATP Challenger Bergamo 2019 (foto Antonio Milesi)

Già che c’era, trovava un altro break in chiusura e poteva festeggiare il sesto piazzamento in semifinale in un ATP Challenger. Nelle cinque precedenti apparizioni, per due volte si è spinto in finale, a Guangzhou nel 2015 e meno di due settimane fa a Budapest. Significa che sta vivendo uno straordinario momento di forma, forse il migliore in carriera, maturato da quando si è trasferito a Palermo e si allena nel team di Francesco Cinà e Francesco Aldi (quest’ultimo lo sta accompagnando al Pala Agnelli). Tra l’altro, Marcora avrà certamente una motivazione in più: il suo spostamento a Palermo è stato favorito dal suo amico Filippo Baldi, costretto a dare forfait al Trofeo Faip-Perrel per un gravissimo lutto familiare (la morte di papà Leonardo). Non c’è dubbio che Marcora giocherà anche per Baldi.

DE GREEF SORPRENDE VANNI – Nella parte bassa del tabellone non ci sarà un derby azzurro, perché Luca Vanni si è arreso al belga Arthur De Greef. I problemi al ginocchio impediscono a “Lucone” di muoversi ed esprimersi al meglio. Per questo, ha bisogno di chiudere gli scambi entro pochi colpi. La superficie piuttosto lenta ha dato una mano a De Greef, che fa della corsa e della difesa le sue armi principali. Senza fare nulla di speciale, sin dall’inizio il belga ha dato l’impressione di poter contrastare gli attacchi di Vanni, bravo a restare a galla soprattutto grazie al servizio. Nel tie-break, tuttavia, commetteva alcuni errori che risultavano fatali. Provava a tenere duro nel secondo, ma il break decisivo arrivata (a 15) nel settimo game.

Arthur De Greef – ATP Challenger Bergamo 2019 (foto Antonio Milesi)

Senza nulla togliere al belga, l’impressione è che il match sia stato condizionato dalla scarsa tranquillità fisica di Luca Vanni: per lui, adesso, sarà tempo di controlli e visite per cercare di risolvere la calcificazione sotto la rotula del ginocchio, peraltro resa evidente da una fasciatura. La semifinale tra Marcora e De Greef si giocherà alle 18.30 e sarà il primo scontro diretto tra i due. Il programma di sabato inizierà alle 16.30 con la finale del doppio, che vedrà impegnate le coppie Grigelis-Kolar e Brown-Brkic: il pittoresco Dustin Brown era molto atteso per il singolare: ha un po’ deluso, ma si è quantomeno rifatto con il doppio.

Ufficio Stampa Trofeo Faip-Perrel

Risultati:

Roberto Marcora (ITA) b. Jan Choinski (GBR) 7-6(3) 6-3
Arthur De Greef (BEL) b. Luca Vanni (ITA) 7-6(2) 6-4
Tristan Lamasine (FRA) b. Stefano Napolitano (ITA) 6-1 6-3
Jannik Sinner (ITA) b. Gianluigi Quinzi (ITA) 6-2 6-3

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