Scanagatta racconta: "Quando Boris Becker mi rovinò addosso" [VIDEO]

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Scanagatta racconta: “Quando Boris Becker mi rovinò addosso” [VIDEO]

Proseguono i curiosi video-aneddoti del direttore con il campione tedesco più forte di sempre

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SCANAGATTA RACCONTA [VIDEO]

Nei prossimi giorni altri video aneddoti della serie “Scanagatta racconta” incentrati su Nicola Pietrangeli, Paolo Bertolucci, Bjorn Borg e Rafa Nadal a confronto.


Sommerso dagli Internazionali d’Italia ho recuperato e preso al volo tre miei articoli scritti in tre momenti diversi di Boris Becker, nemmeno i più significativi (ma quelli di quando giocava li ho raccolti come cartacei e sono nella mia casa di  Firenze…ma ci tenevo a pubblicare questo video che racconta diversi episodi curiosi, compreso quello accaduto in aereo, al ritorno dall’open d’Australia quando un Boris neo n.1 del mondo nel 1991 – primo tedesco di sempre – offriva champagne a tutto l’aereo ma ci dava anche sotto e, un po‘ alticcio mi rovinò addosso mentre dormivo…al che cosa gli chiesi per perdonarlo? E lui cosa fece? E chi non ci voleva credere? Beh, se vi racconto tutto chi lo guarda più il video? Il titolo del video non rispecchia che le primissime parole di un racconto… doveroso. E ad Anversa?

 

Guardate, commentate e se vi va rileggete questi pochi articoli datati.

La strana coppia: Becker-Djokovic (del 21 dicembre 2013)

TENNIS – È un abbinamento che ha qualcosa a vedere con quello fra Lendl e Murray? O fra Connors e Sharapova? O magari Nadal-zio Tony? O Nishikori-Chang? Tre ipotesi. Ubaldo Scanagatta

Con un caro amico croato discutevo stamani se questo binomio Djokovic-Becker fosse stato primariamente frutto di una scelta tattica, mediatica-manageriale, logistica. Abbiamo convenuto che delle tre ipotesi quelle da risultare più attendibili sono soprattutto la seconda e la terza. Boris Becker non è Ivan Lendl. Boris in comune con Ivan ha certamente una notevole personalità, sicurezza (almeno apparente) nelle proprie convinzioni, una certa presunzione che però spesso si accompagna ai “Personaggi” con la P maiuscola. Entrambi indubbiamente lo sono, anche se con caratteristiche completamente diverse. Lendl è un metodico, uno che ha sempre sposato la filosofia del lavoro e della serietà dell’impegno fino a confini quasi ossessivi. Sul campo e fuori. Becker è sempre stato, al contrario, un istintivo. Sul campo e fuori. Lendl non era un “tattico” straordinario, anche se studiava tutto quel che poteva studiare dell’avversario per batterlo, ma soprattutto di se stesso per migliorarsi costantemente, intimamente e un po’ presuntuosamente convinto che in fondo tutto sarebbe dipeso principalmente da lui stesso. Non è mai esistito campione che non fosse convinto di ciò. Ambizione, presunzione, self-confidence sconfinante nell’egocentrismo, sono ingredienti caratteriali presenti in tutti i campioni.

Lendl non era un tattico straordinario perché di fatto non aveva troppe armi tecniche per poter variare il proprio gioco senza snaturarsi (o giocare contro natura, come diceva Gianni Clerici nei suoi straordinari interventi televisivi). Becker invece avrebbe potuto varare molto di più. Ma spesso faceva l’esatto contrario di quel che doveva. Glielo dicevano in tanti, il primo coach Gunther Bosch, Ion Tiriac, quelli che sono seguiti al suo “capezzale”. E lui se ne rendeva, a posteriori, in qualche modo conto quando parlando del suo rivale più frequentemente avversario, Stefan Edberg (tre finali consecutive a Wimbledon fra il 1988 e il 1990 e Boris vinse quella dell’89) diceva: “Lui ha un solo tipo di gioco, serve&volley, servizio con kick esterno sul rovescio nei punti dispari e  a rete, quindi non deve mai stressarsi per capire come giocare un punto… io ho invece molte più soluzioni”.

Già, proprio così, solo che spesso sceglieva quelle sbagliate. Se Boris avesse giocato con più testa avrebbe vinto almeno un torneo sulla terra rossa, invece di perdere finali qua e là (Montecarlo, Roma, Monaco, etcetera). Dico questo affermando al contempo che mentre Rino Tommasi era un grande ammiratore di Edberg, io preferivo invece Becker perché ero maggiormente affascinato dalla sua fortissima personalità spesso imprevedibile, forse anche dai suoi difetti. Una conferenza stampa di Edberg era una gran noia e una fiera delle banalità anche se si poteva apprezzarne sempre la serietà, mai una parola fuori posto, un accenno polemico nei confronti di chicchessia, avversari, dirigenti, giornalisti, persone. Quelle di Becker erano scoppiettanti, ti davano sempre il titolo, anche se spesso ne rivelavano le intime contraddizioni. Uno che non si nascondeva mai. Poteva essere simpatico un giorno e odioso un altro. Spesso arrogante, un po’ come anche John McEnroe. Entrambi viziati fin da enfant-prodiges da tutto un ambiente che, spesso in adorazione, finiva per far perdere loro il senso dei propri limiti. Boris aveva genitori seri, semplici, umili, McEnroe un po’ meno.

Lendl era disciplinatissimo da giocatore, lo è da uomo e da coach. Chiedere a Murray per conferma. Becker non lo era da giocatore, non lo è mai stato da uomo – quanti eccessi nei suoi comportamenti! – dubito fortemente che lo sarà da coach. Djokovic sa ormai abbastanza bene quel che deve fare. Marian Vajda sapeva e sa certamente che cosa consigliare al suo pupillo. Lo conosce molto, molto bene. Becker invece no. Certamente Ivan Ljubicic conosce molto meglio Nole di quanto lo conosca Boris. È vero che Boris può avere ascendente, se dice qualcosa ha buone  probabilità di essere ascoltato dal giovane Nole. Ma se quel che dice sarà utile o meno a Nole nessuno può saperlo. Io non credo, in definitiva, che Boris possa essere utile a Nole quanto invece credo che Ivan Lendl abbia potuto esserlo a Andy Murray.

Dell’impegno e del desiderio di Lendl di rendersi davvero utile, del suo orgoglio a far di Murray un vero campione, non ho mai dubitato. Lendl non aveva bisogno di soldi. Con l’avvento di Lendl per l’appunto hanno coinciso il primo Slam vinto da Andy, l’alloro olimpico, soprattutto dopo 77 anni di digiuno British il trionfo a Wimbledon. Insomma io non credo, senza sopravvalutare l’importanza di un coach che forse nel calcio, gioco di squadra, può incidere fino al 20% o anche il 30% del rendimento, e nel tennis ad alto livello secondo me invece non contribuisce per più di un 10%, che Lendl non abbia dato un importante contributo all’importante progresso manifestato da Murray. Dubito invece che Boris Becker abbia la stessa meticolosità, lo stesso impatto, la stessa voglia di mettersi a disposizione. E non penso che Djokovic in realtà se lo aspetti.

Per quanto riguarda il terzo aspetto, se è vero che quel che è emerso dagli stessi comunicati ATP, e cioè che Vajda voleva diminuire le giornate di lavoro e le trasferte, beh… allora ci sta che il clan Djokovic abbia voluto in qualche modo “coprirsi” per quei tornei dove Vajda non ha più voglia di andare. Però, anche in questo caso, non credo che l’apporto di Boris possa essere decisivo. Potrebbe anzi, essere quasi un fattore distraente. Insomma non ce lo vedo Boris che si alza alle 8 del mattino per accompagnare Nole sul campo se questi ha bisogni di allenarsi. Né me lo immagino pronto a cercare sparring-partner quotidiani per gli allenamento del serbo. Insomma, alla fine per me l’unica ipotesi davvero valida fra quelle affrontate con l’amico croato è il discorso mediatico e quello manageriale. Djokovic, forse per il fatto di essere serbo e di suscitare generalmente (penso per via del suo passaporto) un minor appeal da parte degli sponsor – perfino quando ha dominato il 2011 chi voleva organizzare un’esibizione era disposto ad investire molti più soldi per Roger Federer e in subordine Rafa Nadal – non è ancora riuscito a sfondare nell’immaginario collettivo come gli altri due campioni. Nemmeno Murray, si dirà, ma dietro a Murray si muovono talmente tanti interessi, tutto il mondo britannico, televisione, giornali, management, che difficilmente Djokovic potrà suscitare a meno che diventi l’assoluto dominatore del tennis nei prossimi anni.

Così si spiega il suo tentativo di far breccia nel mondo tennisticamente più giovane, ma più ricco: quello orientale. Ecco la sua sponsorship giapponese Uniqlo – che pure ancora non ha nemmeno lanciato una linea tennis vera a propria – la sua programmazione agonistica assai incentrata sui tornei asiatici ed australiani (4 Australian Open al suo attivo non sono una scherzo, da nessuna parte come in Australia viene considerato il vero n.1 del tennis). Associarsi ad un grande nome come Boris Becker potrebbe contribuire ad accrescere l’interesse nei suoi confronti di un mercato importante come quello tedesco – quale Paese ha più soldi dei tedeschi in Europa? E un’industria automobilistica più fiorente? Non a caso Djokovic, come a suo tempo Becker,  ha uno stretto rapporto con la Mercedes… –  e quel che Becker all’angolo di Djokovic porterà a Djokovic, Djokovic dal canto suo porterà a Becker che fra mogli, figli, divorzi e trend di vita, ha sempre speso tutto quel che guadagna e forse anche qualcosa di più. Vedrete quante esibizioni in più finirà per giocare Djokovic in Germania. E quanti sponsor tedeschi si affacceranno attorno a lui.

Insomma questa mi pare un’operazione suggerita astutamente dal management di Novak e gradita da quello di Becker. Non solo in Germania ma nel mondo, grazie a Becker usciranno quasi il doppio degli articoli, delle interviste che sarebbero uscite ad un Djokovic senza Becker. Con grande soddisfazione e profitto per gli sponsor di Nole. Più fotografie, più filmati, più copertura mondiale. Per l’uno e per l’altro. Un’operazione che conviene ad entrambi. Sempre che uno (Becker) non esageri e non finisca per fare ombra all’altro. Perché se Becker faceva titoli da giocatore, più di Lendl, vedrete che ne farà più anche da coach. All’inizio la presenza di Becker potrebbe fare da schermo a quella di Djokovic, alleggerendo il peso delle sue apparizioni televisive e mediatiche, consentendogli quindi una miglior concentrazione sul suo tennis… salvo che Boris non esageri, non si lasci andare a commenti troppo poco diplomatici che costringano Nole a correggere il tiro, a scusarsi per eventuali apprezzamenti poco diplomatici, per eventuali gaffes.

Credo che Dodo Artaldi, media manager di Novak, avrà il suo bel daffare a gestire la situazione. Becker non è tipo facile da gestire. Faticava perfino un grande maestro come Ion Tiriac. Poi si vedrà. Potrebbe anche ripetersi il caso clamoroso del “matrimonio” tecnico (mancato) fra Connors e Sharapova, magari in un arco di tempo più ampio (meno ampio è quasi impossibile). Certo è che fra Boris e Nole non potrà mai esserci lo stesso affiatamento, complicità, affetto che esiste fra zio Tony e Rafa Nadal. Se la loro relazione dovesse durare più di un anno io sarei molto sorpreso. Poco più era durata l’associazione tecnica con Todd Martin (che arrivò a scontrarsi, nonostante il carattere mite, con Vajda, quando tentò di far cambiare impostazione tecnica al servizio di DjokerNole), un annetto è durata quella con Wojtek Fibak, tipo assai intelligente, gran furbone direi, ma anche un “compagno di strada” di dubbia efficacia. Non penso che Becker durerà di più. E le telecronache di Becker per Sky o BBC sui match di Djokovic, se gliele faranno ancora fare, saranno più interessanti forse dopo l’eventuale divorzio che durante il matrimonio.

Non credo che Boris durerà più di un anno al fianco di Nole sebbene io ritenga che Djokovic sia destinato a ritornare ad essere il n.1 del mondo. E i buoni risultati di solito consigliano di “non cambiare la squadra che vince”. Giovano quindi alle conferme, più che alle separazioni consensuali. Infatti penso che Federer non potrà tornare ad essere il mostro di continuità che è stato, credo che Murray farà fatica a recuperare dall’intervento chirurgico e non mi sembra animato (nonostante Lendl) da quella fame di vittorie che ha sempre avuto invece Nadal, ritengo che lo stesso Nadal dovrà combattere ogni mese di più con i suoi problemi fisici e con l’inevitabile logorio che il suo tipo di tennis spaventosamente comporta. Quindi Djokovic, se non verrà troppo distratto da altre cose, magari proprio dalla stessa presenza di Becker al suo fianco – Nole è un ragazzo semplice, il suo stesso rapporto sentimentale con la sua inseparabile fanciulla lo dimostra, però avrebbe anche una più che legittima voglia di divertirsi, è uno scanzonato di fondo – per me potrebbe essere il dominatore dei prossimi anni, almeno del prossimo biennio. Vedremo se ho ragione.

Intanto per il tennis questa nuova situazione è positiva. Ci saranno argomenti in più sui cui scrivere. Quando Murray ha vinto Wimbledon ci sono stati giorni e giorni di paginate intere su tutti i giornali dedicate a Lendl, al suo rapporto con Andy, cosa gli dicesse, cosa gli avesse insegnato, sui confronti con i precedenti coach (Brad Gilbert, Alex Corretja, i vari inglesi). Mi aspetto la stessa cosa, fin dall’Australia, per il suo Becker-Djokovic. Quoto adesso, in ordine sparso e a prescendere dal maggiore o minore gradimento, alcuni commenti giunti a Ubitennis in calce all’articolo scritto da Claudio Giuliani a seguito del tweet rilanciato da Nicola Arzani, che fanno riflettere, sorridere, in taluni casi condividere.

@JITP: “Purtroppo credo anch’io che alla base ci siano i noti problemi economici di Becker, che ormai sembra veramente l’ombra di se stesso; fa abbastanza tristezza vederlo ridicolizzato in certe trasmissioni televisive, con l’unico intento di gonfiare un po’ il portafoglio. Per quanto riguarda la collaborazione con Djokovic ho forti dubbi. Si è visto che quando il serbo è stato lontano da Vajda non ha combinato praticamente nulla e non credo che Becker possa trasformarlo in un attaccante come lui. Sembra di rivivere l’ossessione che tanti anni fa aveva Lendl per il torneo di Wimbledon, e non bastò farsi costruire un campo in erba e prendere il miglior allenatore allora in circolazione (un certo Tony Roche) per trasformarsi in specialista dell’erba”.

@vorrei giocare come Federer: “Non penso che l’istintivo Boris possa essere un buon docente… un conto è giocare bene, un altro conto è saper insegnare”.

@Albyvic: “Nella peggiore delle ipotesi non cambierà nulla”.

@Vittorio: “Ci manca solo che Edberg alleni Federer e Borg entri a far parte del “clan” Nadal…

@maegiulia: “Speriamo che Boris si adegui alla dieta di Nole e non il contrario”.

@special one: “Il binomio Lendl-Murray aveva una sua logica, un tipo come lo scozzese poteva aver bisogno di un punto di riferimento autorevole, che gli desse una certa impronta sotto il punto di vista mentale, il  binomio Becker-Djokovic lo vedo molto meno logico. Dal sito dell’ATP si legge che Vaijda seguirà Nole a Indian Wells, Madrid, Toronto e Pechino, in tutti i restanti tornei della stagione ci sarà invece solamente Becker”.

@Daniel: “Operazione mediatica,visto che continua a tenere il vecchio coach e il tennis di Becker non c’entra nulla con quello di Nole”.

Le donne di Boris Becker e il primo divorzio (anno 2000)

I campioni dello sport sono condannati a non avere una vita privata, neppure quando non praticano più da tempo quello sport che li ha resi ricchi e famosi (evviva) ma (ahiloro) personaggi pubblici. Così Boris Becker che si separa dalla sua amata, anzi ex amata, Barbara Feltus, madre di due bei – ed innocenti – moretti, fa scalpore quanto e più dello stesso Boris che dichiara: “Senza di me il tennis in Germania è tornato uno sport minore”. Eppure ci sono due giovani, Kiefer e Haas, a ruota dei migliori del mondo.  E di Boris che pontifica: “Il Masters pare diventato un’esibizione” con l’inevitabile aggiunta “ai miei tempi era un’altra cosa”. Fa scalpore quando non dovrebbe più farlo: quanti campioni di tennis sono passati attraverso la stessa via crucis, Borg, McEnroe, Noah, e prima di loro Nastase, Pietrangeli e altri ancora? Boris ha avuto la fortuna – e a sentir lui la sfortuna – di vincere il primo dei suoi 3 Wimbledon  a meno di 18 anni. Così la Bild, i paparazzi hanno cominciato a perseguitarlo fin dai primissimi flirts, dalla figlia del prefetto di Montecarlo Benedicte Courtain che aspirava alla jet-society, alla tedesca Est Helga Schultz che simpatizzava per la sinistra. Da una chiaccheratissima love-story con l’avvenente pattinatrice Katarina Witt, fino al suo amore più importante che l’avrebbe condotto all’altare, con l’aspirante attrice di colore Barbara Feltus, presentatagli dalla moglie di Michael Stich, Jessica.

Imperversavano già allora i naziskin e Boris – tipo non meno dotato di personalità che d’una buona dose di narcisismo – era andato a nozze (17 novembre 1993), oltre che con Barbara, con il proprio perenne desiderio di andar controcorrente. Più lo minacciavano, lettere anonime a lui e ai giornali, più – testardo come un mulo – sembrava sicuro del fatto suo, anticonformista (di facciata…) anche nel celebrare il matrimonio solo un mesetto prima della nascita del primogenito, Noah Gabriel “il mio più bel colpo”. Poteva sempre permettersi, a protezione del suo villone con parco nel quartiere più esclusivo di Monaco di Baviera, un vero esercito di guardie del corpo. Più per una denuncia coup de theatre che per effettiva necessità, il rosso copia vivente di Van Gogh minacciò addirittura il clamoroso espatrio nell’altro villone di sua proprietà a Fisher Island, vicino a Miami. Ma poi non lo fece mai. Si separa, non divorzia per ora. Anche per Elias Balthazar, che ha poco più d’un anno. E fra qualche giorno la Bild ci dirà quanto paga di alimenti un tipo che non ha guadagnato meno di 250 miliardi.

La finale di Roma persa da Becker con Sampras nel maggio 1994

ROMA – Chi lo ferma più questo Pete Sampras? Certo non Becker, a quel che si è visto ieri. È stata (purtroppo) un’altra finale a senso unico quella di ieri, curiosamente conclusa con lo stesso punteggio della finale vinta lo scorso anno da Courier su Ivanisevic, 6-1,6-2,6-2, e ancora più rapida. Comunque mai incerta. Il n.1 del mondo ci ha messo dieci minuti di meno, un’ora e 52 minuti in tutto per vincere il suo primo grande torneo sulla terra battuta (il successo di Kitzbuhel ’92 non è neppur lontanamente paragonabile a questo di Roma dove erano presenti sette dei primi 10 del mondo) che è poi già il settimo di quest’anno – arriva con la ventisettesima vittoria consecutiva – e quel che ha potuto fare Becker lo ha descritto con grande onestà Boris stesso: “Credo che Sampras meriti confronti solo con il migliore dei migliori, e per quanto mi riguarda nessuno ha mai giocato contro me un tennis migliore del suo… È il prototipo del tennista dell’Anno Duemila… lui giocava ed io avevo un posto in tribuna! Sarà l’uomo da battere al Roland Garros… e spero che ce la faccia perché avrebbe così vinto quattro tornei dello Slam consecutivi come non è successo da venticinque anni… per me sarebbe come aver realizzato il Grande Slam, anche se so benissimo che il vero Grande Slam presuppone le quattro vittorie nello stesso anno (Laver lo ha fatto nel ’62 e nel ’69, Don Budge nel ’38)”.

Riaprendo la parentesi appena chiusa, si dà il caso che l’idolo di Pete Sampras sia sempre stato proprio il mitico Rod Laver, le cui partite in videocassetta ha rivisto mille volte fin dai tempi in cui gliele proponeva a mo’ di lezione l’amico di famiglia e psicologo dr. Fischer, e non lo è mai stato invece Becker, sebbene Pete ricordi benissimo di aver visto il tedesco vincere il suo primo Wimbledon nell’85: “Io avevo appena battuto la testa di serie n.1 di un torneo under 14 a San Josè, mi svegliai presto per vedere in tv la finale di Becker con Curren…”. Sono passati nove anni da allora, nove anni pesanti soprattutto per Becker, sottoposto a pressioni indescrivibili da parte di un Paese, la Germania, che non vinceva niente nel tennis da 40 anni. Ed è forse nel ricordo di quella mattina in California davanti alla tv che agli occhi di Pete Boris sembra molto più vecchio di quel che è, e comunque molto più vecchio di lui. “A fare la differenza oggi sono stati forse i sei anni che ci separano” dice Pete sul campo nel ricevere dalle mani di Nicola Pietrangeli il trofeo e il mezzo miliardo di lire (280.000 dollari). Doppia gaffe, perché è come dare del vecchietto a Boris, e perché in realtà fra i due rivali e protagonisti di questa finale tanto promettente e tanto deludente ci sono meno di quattro anni: Pete ne compierà 23 il 12 agosto, Boris 27 il 22 novembre.

C’era un caldo ai limiti della sopportabilità ieri. Assente il solito ponentino ecco che il sole faceva ribollire perfino le statue del Foro Italico. Non crescevano, in quelle condizioni, le chances del tedesco che – colto in bluff alla vigilia della finale “un match sui tre set su cinque contro Sampras mi favorisce più d’uno sulla corta distanza” – non si è mai espresso al meglio quando il clima è… egiziano. Detto ciò gli alibi sono esauriti. Non valgono neppure le scuse timidamente addotte da Boris: “Stamattina avevo la schiena rigida, non riuscivo a muovere le gambe… Pete è come me quando avevo 21 anni. Tutta la sua vita è il tennis. Lui non sa che cosa vuol dire svegliarsi in mezzo alla notte perché il tuo bambino piange… Ma, io sono contento delle mie scelte, del mio matrimonio, della mia famiglia, così adesso so da chi andare a farmi consolare. Ho sempre chi mi aspetta, a casa come in albergo”.

Viva la famiglia, insomma, per Herr Becker (finchè dura…). Ma sul “centrale” del Foro è un’altra storia. Ieri Sampras non ha avuto bisogno neppure del solito servizio per prevalere. Nei giorni scorsi aveva fatto 45 aces in quattro incontri due set su tre: ieri ne ha messi a segno appena cinque. Gli bastava mettere la prima, comunque, per fare quattro punti su cinque e infatti non ha mai perso il game di servizio. Ha concesso in tutto appena tre palle-break, nel primo game, sul 4 a 0 del primo set e sull’1 a 0 per lui nel terzo, ma è parso straordinariamente ispirato nei colpi da fondocampo, soprattutto nel formidabile dritto incrociato con il quale ha colto la maggior parte dei 39 punti immediatamente vincenti. Se Becker avesse servito un po’ meglio, anziché un mediocre 34 per cento di prime palle (una su tre), ci sarebbe stato maggior equilibrio, ma – temo – sostanzialmente le cose sarebbero cambiate di poco. Becker ha perso un po’ dell’antica potenza e Pete Sampras sembrava muoversi e colpire ad una velocità diversa. “È come una macchina con 100 cavalli in più” – commentava sotto i baffoni Jon Tiriac, all’apparenza per nulla dispiaciuto per la sconfitta del suo ex pupillo. “Ivanisevic e Sampras sono il presente e il futuro del tennis… Becker appartiene di più al passato”. Un anno fa “Baffo-Jon” si sarebbe guardato bene dal dire… la verità.

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WTA Toronto: Serena cede a Bencic e si congeda dal Canada, Andreescu agli ottavi

Belinda Bencic liquida Serena Williams in due set e sancisce la fine della sua carriera su suolo canadese

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Bianca Andreescu - Toronto 2022 (foto Twitter @NBOtoronto)

La prima partita disputata da Serena Williams dopo l’annuncio del suo ritiro non poteva che essere uno show di grande impatto emotivo. Il centrale del Sobeys Tennis Center di Toronto con il pubblico delle grandi occasioni, e l’attenzione mediatica in Canada tutta concentrata sulla città dell’Ontario, nonostante a Montreal fosse in corso il Masters 1000 maschile con l’idolo di casa Felix Auger-Aliassime ancora in gara.

Tuttavia la “vicenda agonistica” (come era solito chiamarla il compianto Gianni Clerici) non è stata all’altezza dell’enfasi e dell’anticipazione riservata all’evento: davvero troppa la differenza tra le due giocatrici, soprattutto dal punto di vista atletico. La capacità di movimento di Serena non è ancora tale (e forse non lo sarà mai più) da permetterle di competere con una tennista del calibro di Belinda Bencic, che comunque ha svolto il suo compito alla perfezione senza lasciarsi distrarre dal sostegno del pubblico per la grande campionessa americana.

In un’ora e 17 minuti la svizzera ha chiuso la pratica ed ha anche chiuso la carriera in Canada di Serena Williams che ha lasciato il campo in lacrime con un mazzo di fiori, le maglie dei Toronto Maple Leafs (hockey) e dei Toronto Raptors (basket) per se stessa e per sua figlia Olympia, e ovviamente l’ennesima standing ovation della sua carriera, la prima di tantissime che riceverà nel suo “tour d’addio” fino allo US Open.

 

Mi sono sempre divertita moltissimo qui [a Toronto], dentro e fuori dal campo – ha detto Serena Williams prima di uscire dal campo ai microfoni di Sportsnet, la televisione canadese che trasmette l’evento in Canada – Tornerò come semplice turista a visitare la città. È stato tutto molto bello, ho giocato partite incredibili su questo campo, con splendide vittorie e un match altrettanto incredibile contro di te [Bencic n.d.r] alcuni anni fa. È stato un piacere giocare per voi oggi, e grazie per il sostegno.”

In conclusione di giornata, l’incontro finale della sessione serale sul Centrale ha visto l’ultima canadese rimasta in gara, Bianca Andreescu, sudare per oltre due ore e 10 minuti per avere la meglio della francese Alize Cornet. Dopo essere stata avanti 6-4, 3-1, Andreescu ha patito il ritorno dell’avversariache ha infilato quattro giochi consecutivi e poi ha chiuso il set 6-4.

Nel terzo set la canadese ha comunque mantenuto il comando del match e del punteggio chiudendo per 6-3 e prenotando l’appuntamento negli ottavi con la giovane promessa cinese Qinwen Zheng, che ha beneficiato del ritiro di Ons Jabeur.

Il tabellone completo del WTA di Toronto

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ATP

ATP Montreal: Auger Aliassime profeta in patria, Tsitsipas subito fuori

Esordio vittorioso per Felix Auger-Aliassime su Yoshihito Nishioka nel torneo di casa. Subito fuori Stefanos Tsitsipas per mano di Jack Draper

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Felix Auger-Aliassime - Montreal 2022 (foto Twitter @OBNmontreal)

All’Omnium Banque Nationale di Montreal mercoledì sera era “la” sera nella quale essere presenti al tennis. In uno degli eventi della stagione estiva per la città del Quebec, l’idolo di casa Felix Auger-Aliassime ha fatto l’esordio nel torneo affrontando il giapponese Yoshihito Nishioka, fresco finalista al CitiOpen di Washington la settimana scorsa.

Il ritardo accumulato dal programma diurno a causa delle oltre tre ore del match tra Paul e Alcaraz ha fatto sì che gli spettatori della sessione serale abbiano dovuto aspettare oltre un’ora nei ground prima di prendere posto sul Centrale (o Stadium IGA che dir si voglia) per la partita clou della serata, per la gioia delle concessioni commerciali del torneo che senza dubbio hanno fatto affari d’oro vendendo cibo e bevande ai quasi 12.000 spettatori in attesa.

Sulla carta l’esordio non era dei più semplici: come detto Nishioka era reduce da un’ottima prestazione nel torneo precedente, era in vantaggio per 3-1 nei confronti diretti contro Auger-Aliassime, e proprio il loro primo incontro in assoluto ha una valenza simbolica molto forte per il giovane canadese. Quel precedente risale al luglio 2015 in occasione del Challenger di Granby, il primo torneo professionistico in assoluto giocato da Auger-Aliassime. Ricevuta una wild card per le qualificazioni, l’allora quattordicenne Felix procedette poi ad arrivare nei quarti di finale dove perse in tre set proprio contro Nishioka in un match giocato nella prima serata di venerdì e trasmesso in diretta televisiva in tutto il Quebec.

 

Sette anni dopo, e in una situazione di esperienza e classifica completamente diversa, Auger-Aliassime ha iniziato il suo incontro inevitabilmente teso e messo alla prova dal ritmo da fondocampo imposto dal giapponese. Gli scambi erano tesi e rapidi, l’ideale per intrattenere il pubblico da tutto esaurito sullo Stadium IGA. Il primo ad andare in vantaggio era proprio Nishioka, che al quinto gioco otteneva il break alla quinta occasione, salvo poi però non essere in grado di consolidare la leadership restituendo immediatamente il controbreak.

Il primo set si è così deciso al tie-break, nel quale Auger-Aliassime è andato a tre set point sul 6-3, non riuscendo però a concretizzare la chance avuta sulla propria battuta a causa di uno smash tirato in maniera troppo cauta che ha consentito a Nishioka di recuperare. Il secondo set point, però, due punti più tardi, ha visto il più grosso boato registrato su questo campo dalla famosa notte del 2017 nella quale il 18enne Shapovalov sconfisse Rafael Nadal: un rovescio incrociato in corsa che ha infilato Nishioka a rete e ha lasciato quasi tutti i 12.000 dell’arena in piedi per una standing ovation.

Nel secondo set il nipponico è stato bravo a rintuzzare l’esuberanza di Auger-Aliassime in un game di 20 punti con cinque palle break, ma l’inerzia della partita era definitivamente girata. Il canadese ha preso il vantaggio poco dopo sul 4-2, ha mancato alcune occasioni per il doppio break, ma se pur dopo ben due ore e sei minuti di gioco, la vittoria è alla fine arrivata sancendo il passaggio al terzo turno dove sfiderà Cameron Norrie, contro il quale ha perduto la settimana scorsa a Los Cabos.

In chiusura di serata, quando ormai l’orologio aveva già passato da tempo la mezzanotte, è arrivata l’ultima sorpresa di questa lunghissima giornata: anche la testa di serie n. 3 del torneo, Stefanos Tsitsipas, è stata eliminata dal giovane qualificato britannico Jack Draper. Una vittoria in due tie-break per il classe 2001 di Londra, che ha così registrato il suo primo successo su un Top 5 raggiungendo il suo primo ottavo di finale in un Masters 1000 dove incontrerà il francese Gael Monfils.

Il tabellone completo dell’ATP di Montreal

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Flash

WTA Toronto: Gauff vince lo scontro tra neo finaliste Slam con Rybakina, Pliskova domina Anisimova

Karolina si prende la rivincita dopo la sconfitta subita a San José pochi giorni fa. Le difese di Cori prevalgono sulle staffilate di Elena

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Cori Gauff - Berlino 2022 (Twitter - @wtatour)
Cori Gauff - Berlino 2022 (Twitter - @wtatour)

Il National Bank Open di Toronto entra nel vivo con la quinta giornata di gare, oggi mercoledì 10 agosto era la volta dei match di secondo turno valevoli per un posto negli ottavi di finale del “1000” canadese.

Gli organizzatori del torneo hanno deciso di non mutare l’ora d’inizio del programma, inizialmente prevista per le 12:00 – ora locale – ma poi modificata dopo la giornata di lunedì funestata dalla pioggia con la decisione di anticipare di un’ora l’avvio della sessione diurna. Dunque il menù tennistico odierno, del Canadian Open al femminile, ha visto aprire i battenti alle 17:00 italiane considerando le sei ore di fuso orario che ci sono rispetto al Bel Paese.

[14] K. Pliskova b. A. Anisimova 6-1 6-1

 

Sul Court 1, terzo campo per importanza, hanno dato il via alla mattinata nordamericana la tds n. 14 Karolina Pliskova e la statunitense Amanda Anisimova. La 20enne del New Jersey dista in classifica dall’esperta ceca ben 8 posizioni, essendo attualmente situata al n. 22 del ranking. Lo scontro sembra stia diventando una “classica” del tennis femminile contemporaneo, dato che quello in terra canadese è stato il sesto confronto diretto tra le due giocatrici nonché il quinto nelle ultime due stagioni. Il ricordo dell’ultima volta che si sono date battaglia sul campo è freschissimo, è accaduto esattamente una settimana fa: agli ottavi del cinquecento californiano di San José, la giocatrice di origini russe si è imposta in rimonta per 6-1 al terzo.

UNA PLISKOVA INCONTENIBILE – Anche oggi il medesimo punteggio del set conclusivo, nel loro più recente duello, si è manifestato a più riprese ma con al differenza che in questo caso a goderne è stata Karolina. La due volte finalista Slam ha infatti fatto sua la partita con un netto doppio 6-1 in neanche un’ora di gioco, accedendo così al round successivo e vendicandosi della sconfitta subita pochi giorni fa. Un successo che rimarca la distanza nel computo totale degli H2H, ora la finalista uscente del torneo guida 5-1. A rompere l’equilibrio del match, segnandolo in modo irreversibile, è stato il parziale della ceca di 8 game consecutivi, che dal 1-1 del set inaugurale hanno condotto la 30enne di Louny sino al 4-0 “pesante” del secondo. Pur non potendo usufruire di una percentuale di rilievo con la prima palla di servizio, Plsikova si è mostrata molto abile nel saperla rendere efficacie con 7 ace e il 71% di punti vinti. Anche la seconda non è stata da meno: un ottimo 65% di realizzazione, che è stato di grande aiuto nel far sì che la n. 14 WTA superasse indenne le uniche due palle break concesse nell’incontro.

[10] C. Gauff b. E. Rybakina 6-4 (8)6-7 7-6(3)

DUE ASTRI NASCENTI PRONTI A DARE INIZIO AD UNA SAGA – La National Bank Granstand è stata invece inaugurata dall’interessante incrocio tra due delle maggiori novità presentate dai primi sei mesi di stagione. Due nuove stelle, che hanno dimostrato di essere competitive per i massimi livelli raggiungendo la prima finale Slam della carriera. La prima, n. 11 del ranking, ha solamente diciotto anni ma è oramai sulla bocca di tutti da diverse stagioni con l’appellativo di predestinata; dall’altro canto se batti una certa Venus Williams sui prati londinesi di uno “sconosciuto” Centre Court quando le tue coetanee sono unicamente assillate dal complesso passaggio dall’infanzia all’età adolescenziale, è fisiologico che si scateni su di te a più non posso l’attenzione dei media. Nel mese di giugno ha ottenuto la qualificazione all’ultimo atto del Major rosso, dando anche un dispiacere al tennis italiano con l’estromissione in semifinale di Trevisan, arrendendosi soltanto dinanzi allo strapotere polacco – al tempo ancora in versione rullo compressore.

L’altra, in questo momento posizionata alla 27esima piazza della classifica – ma avrebbe dovuto essere molto più su – è una 23enne kazaka scartata dalla madre patria Russia e quindi costretta a cercare fortuna e sostegno dalle parti di Nur Sultan. Un ripiego non così disdicevole, tenendo presente l’enorme possibilità economica della federazione kazaka, ma certamente molto più all’oscuro dalla notorietà del grande tennis di quanto non lo fosse la giovincella d’oltreoceano già delineata futura campionessa Slam. Si pensava di lei, che fosse sicuramente una giocatrice di buon livello: moderna, grandi servizi, staffilate piatte da fondo che fanno male. Però obbiettivamente quasi nessuno avrebbe scommesso, neppure un penny, che la bella Elena si sarebbe addirittura spinta fino al trionfo nell’evento di tennis più importante da quando l’uomo ha memoria. Una cavalcata così sorprendente, che persino la protagonista dell’impresa è stata sopraffatta dalla comprensibile emozione di chi è totalmente spaesata – e non a proprio agio in quel tipo di situazione – nell’ambiente in cui si trova. Stiamo ovviamente parlando della finalista del Roland Garros Cori Gauff e della campionessa in carica di Wimbledon Elena Rybakina.

L’incontro andato in scena è stato al cardiopalma, quasi tre ore di struggente contesa la kazaka è abituata alle lotte prolungate. Le due protagoniste era come se volessero dimostrare, che il loro approdo all’atto conclusivo di un torneo del Grande Slam non sia stato un acuto senza possibilità di nuova verifica, inoltre avevano la necessità di far vedere di possedere qualcosa in più rispetto all’avversaria, autrice dello stesso percorso. E’ probabilmente quel lumicino in più a favore di Coco, che non ha ancora raggiunto il grande traguardo, può aver delineato la minima differenza che ha deciso la sfida. Dal canto suo Rybakina ha lottato fino alla fine, ma si è dovuta arrendere per 6-4 (8)6-7 7-6(3).

Dopo aver perso il primo set, nonostante avesse avuto lei a disposizione le prime palle break della partita nel quarto game, in cui ha pagato lo strappo dell’americana sul 3-3, la nativa di Mosca si è trovata ad un passo dalla resa definitiva nel tie-break del secondo. La n. 27 WTA, ha visto infatti la tds n. 10 involarsi sul 6-3 nel gioco decisivo, ma è stata freddissima Elena ha scovare dentro di sé la forza necessaria per cancellare tre match point consecutivi – i primi due in risposta – più un quarto ancora in ribattuta nel quindicesimo punto del deciding game, per poi sfruttare il secondo set point e rimandare il verdetto al terzo. La frazione finale è stata condizionata pesantemente dall’instabilità dei servizi: girandola di strappi e cuciture, dal terzo gioco ce ne sono stati ben 6 nei successivi 7 turni di battuta. Inevitabile perciò che l’esito venisse redatto nuovamente al jeu décisif, se il set regolare era stato teatro di break a ripetizione, il game finale ha fatto anche peggio: 3 mini-break a testa, più un settimo in favore di Gauff che ha chiuso il match. Cori è riuscita ad avere la meglio nonostante 13 doppi falli commessi e un insufficiente 46% di trasformazione con la seconda. Sul piano tattico la strabiliante abilità difensiva della classe 2004 di Atlanta, si è dimostrata alla lunga superiore alle bordate offensive della kazaka da fondocampo.

IL TABELLONE DEL WTA 1000 DI TORONTO

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