Simona Halep, finalmente – Ubitennis

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Simona Halep, finalmente

Arrivata a Parigi da favorita, la numero 1 del mondo ha confermato i pronostici ed è riuscita a vincere il primo titolo Slam

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Il 2018 è diventato l’anno in cui viene sfatato il complesso dello Slam. In Australia e Francia abbiamo avuto due vincitrici che hanno seguito lo stesso percorso: prima il periodo da numero 1, ai vertici della classifica WTA senza avere vinto Slam; e solo poi, dopo aver dovuto subire molte critiche, il momento del salto di qualità definitivo con la conquista del Major. È accaduto in gennaio con gli Australian Open di Caroline Wozniacki, e la scorsa settimana al Roland Garros con la vittoria di Simona Halep.

Prima del successo che ha modificato definitivamente il loro status, sia Caroline che Simona hanno dovuto fronteggiare critiche frequenti, e in fondo simili: venivano considerate tenniste incapaci di dare il meglio quando conta veramente, non all’altezza nei momenti topici. Forse per Wozniacki si sottolineavano maggiormente alcuni limiti tecnici, mentre per Halep quelli mentali, ma si trattava di differenze marginali: in sostanza, alla base di tutto, c’era l’etichetta di “perdente”.

Una etichetta che troppo spesso viene appiccicata alle giocatrici prima che abbiano terminato la carriera. Come se le esperienze del passato non avessero insegnato che è meglio aspettare prima di trarre valutazioni definitive. Oggi consideriamo Kim Clijsters una campionessa, ma nel momento in cui divenne numero 1 del mondo (agosto 2003) non aveva Slam: vantava solo due finali perse. Clijsters avrebbe mancato altre due finali prima di riuscire a vincerne una; ma da quel momento non ha più perso nell’atto conclusivo, arrivando a 4 Major in carriera. Situazione simile per Amélie Mauresmo: prima volta in cima al ranking nel settembre 2004, con nel curriculum una sola finale Slam, persa; i due titoli vinti sarebbero arrivati nel 2006.

 

Non solo. Per Halep le critiche si erano fatte più aspre quando, qualche settimana fa, erano trascorsi i dodici mesi dalla vittoria di Madrid 2017. Simona infatti si era trovata in una situazione scomoda: nel calcolo dei punti utili per determinare il primato del ranking risultava un solo torneo vinto, un “misero” International conquistato in gennaio a Shenzhen. Per il resto solo piazzamenti. Diverse finali, ma tutte perse (Cincinnati, Pechino, Australian Open, Roma). Ma anche se perdere le finali non è un merito, non bisogna dimenticare che per raggiungerle si devono comunque vincere molte partite, e nel caso di Halep erano state sufficienti per stare in cima alla classifica WTA. Malgrado tutto, le concorrenti erano risultate meno continue di lei.

Halep a Parigi: il percorso verso la finale
Per il secondo anno consecutivo Halep si è presentata a Parigi come prima favorita: per i bookmaker, ma anche per molti giornalisti. Una valutazione che però andava confermata sul campo dopo le due finali mancate nel 2014 e nel 2017. Proprio per come era andata l’ultima edizione, e in generale per come si era sviluppato il periodo recente della carriera di Simona, si può dire che il suo torneo fosse diviso in due fase differenti: i primi sei turni, di avvicinamento alla finale; e la finale vera e propria, il vero scoglio da superare.

L’impatto con il torneo è stato complicato: la sua parte di tabellone ha iniziato a giocare per seconda, e Halep è stata designata sul Centrale nella giornata di martedì, ultimo match della programmazione. Solo che, come troppo spesso è capitato in questa edizione, un po’ per la pioggia, un po’ per i calcoli sbagliati degli organizzatori, non è stato possibile rispettare il calendario previsto: partita rinviata. E così la numero 1 del mondo si è ritrovata a giocare il primo turno il mercoledì, ultima in assoluto. Non deve essere stato facile passare una giornata intera nell’attesa di cominciare lo Slam, carica di aspettative, e ritrovarsi poi rimandato tutto al giorno dopo, quando le altre già disputavano il turno successivo. In pratica lo Slam di Simona è durato undici giorni effettivi, da mercoledì al sabato della seconda settimana.

Al momento dell’esordio contro Alison Riske, malgrado l’avversaria fosse ampiamente alla sua portata, Halep ha iniziato malissimo: sotto per 0-5 ha finito per perdere il primo set per 2-6. Gratuiti in serie e pressione alle stelle, difficile da gestire. Poi nei set successivi Simona ha ripreso il controllo, portando a casa il match senza troppi problemi, anche perché perdere su terra da una erbivora come Riske sarebbe stato troppo (2-6, 6-1, 6-1).

Superato lo spavento iniziale, Halep ha veleggiato nei turni successivi: due set a zero contro Townsend, Petkovic e Mertens. Solo Andrea Petkovic le ha creato problemi, ma vanno riconosciuti i meriti di Andrea, che ha giocato un primo set degno dei tempi in cui era top ten, dando vita a una vera e propria battaglia ad alto ritmo. Primo set durato 57 minuti di tennis intensissimo, non replicato nel secondo set anche a causa di un problema al ginocchio di Petkovic (7-5, 6-0). Ma che Halep fosse in ottima forma lo si è capito da come ha regolato senza problemi (6-2, 6-1) Elise Mertens che era reduce dalla semifinale agli Australian Open, ed era pur sempre testa di serie numero 16.

Sono dunque arrivati i turni decisivi: quarti con Kerber, semifinale con Muguruza. Di fronte ad Angelique le sono occorsi tre set per prevalere (6-7(2), 6-3, 6-2), in una partita non semplice all’inizio, contro una avversaria dalle notevoli capacità in difesa e da sempre ostica per Simona (6-4 negli scontri diretti). Ma la terra rossa è sicuramente il terreno su cui Kerber si trova meno a suo agio, e non sorprende quindi che a lungo andare la migliore interpretazione della superficie abbia prevalso.

Più facile del previsto il confronto con la vincitrice del Roland Garros 2016, Muguruza. Il punteggio (6-1, 6-4) restituisce fedelmente l’andamento del match: primo set in pieno controllo, e secondo nel quale Garbiñe è cresciuta di livello, ma non a sufficienza per rovesciare l’esito. Anche perché, secondo me, la partita si è giocata quasi sempre sul terreno prediletto da Simona: quello dello scambio costante a ritmo medio-alto.
Direi che sono stati tre i punti deboli di Muguruza che hanno fatto la differenza. Il primo: l’incapacità di incidere a sufficienza con i colpi di inizio gioco (sui quali Garbiñe avrebbe potuto avere, almeno sulla carta, qualche vantaggio). Secondo: la difficoltà da parte di Muguruza nel trovare i tempi necessari per accelerare o per verticalizzare, che sono una sua prerogativa delle giornate migliori. Terzo: la relativa affidabilità del dritto, con troppi gratuiti nei momenti chiave. Contro una Halep solidissima, che non ha mostrato crepe di alcun genere, questi tre limiti di Garbiñe sono risultati decisivi.

E così, per il secondo anno consecutivo, Halep è approdata in finale. Indipendentemente dall’avversaria, era proprio l’impegno conclusivo quello che generava i veri, grandi interrogativi. Già altre due volte Simona aveva dimostrato di poter giocare molto bene a Parigi, e di arrivare sino in fondo con sicurezza. Il problema rimaneva l’ultimo match, la partita che fa tutta la differenza nella considerazione degli appassionati, e che conta per la storia del tennis. Dopo Maria Sharapova (2014) e Jelena Ostapenko (2017), questa volta il tabellone proponeva Sloane Stephens, la campionessa in carica degli US Open, che si presentava con un record a livello WTA di sei finali vinte sue sei in carriera: 100%.

a pagina 2: La finale

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Aryna Sabalenka: l’apparenza inganna

Nuova Top 10, Sabalenka sta attraversando una fase di evoluzione del proprio gioco, verso un tipo di tennis molto più ricco di quanto spesso raccontato

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Aryna Sabalenka

Raramente un ingresso in Top 10 è stato così poco celebrato quanto quello recente di Aryna Sabalenka. Eppure questo traguardo è da sempre considerato come significativo, degno di note e riconoscimenti. Ma questa volta non è stato così: avvenuto il lunedì successivo agli Australian Open, è passato quasi sotto silenzio, probabilmente per due ragioni diverse. La prima è legata alle circostanze giornalistiche: Sabalenka infatti è entrata in Top 10 negli stessi giorni in cui Naomi Osaka ha vinto il secondo Slam ed è diventata la nuova numero 1 del mondo.
Però, a mio avviso, c’è una seconda ragione, per cui la conquista di Aryna non è stata celebrata: in realtà, se la aspettavano un po’ tutti; era solo una questione di tempo, di aritmetica, di punti in scadenza… Insomma, di dettagli; ma prima o poi doveva accadere.

Sotto questo aspetto mi sembra di essere tornato al 2015, quando in Top 10 era entrata per la prima volta Garbiñe Muguruza; anche lei giovane rampante, individuata con ampio anticipo come promessa dal sicuro avvenire. E, come Aryna, in possesso di un tennis dominante, che le permetteva di giocarsela alla pari con le più forti. E poi così è stato, almeno fino a quando Garbiñe non ha sperimentato la difficoltà di mantenersi ai vertici in termini di motivazioni, responsabilità, impegno. Ma questo è un altro discorso, che ci porterebbe fuori tema. Oggi è il momento di ricapitolare i progressi di Sabalenka, per cercare di comprendere meglio la sua situazione, con uno sguardo rivolto al futuro.

Qualche dato per cominciare. La Media Guide 2019 di WTA (che si può scaricare QUI) a pagina 145 elenca le giocatrici capaci di entrare per la prima volta in Top 10 negli ultimi due anni. Tra parentesi la data di ingresso fra le prime dieci:

 

Svitolina (27 feb. 2017)
Ostapenko (11 set. 2017)
Garcia (9 ott. 2017)
Mladenovic (23 ott. 2017)
Vandeweghe (6 nov. 2017)
Goerges (5 feb. 2018)
Stephens (2 apr. 2018)
Osaka (10 set. 2018)
Bertens (8 ott. 2018)
Kasatkina (22 ott. 2018)
Sabalenka (28 gen. 2019)

Una lista di nomi eterogenei per età e per storia: per alcune giocatrici l’ingresso fra le prime dieci appare come il coronamento di una intera carriera, per altre come un exploit difficilmente sostenibile a lungo termine; per altre ancora, le più giovani, come un trampolino di lancio verso obiettivi ancora più ambiziosi. È il caso di Sabalenka, entrata fra le “elette” a 20 anni appena compiuti, essendo nata a Minsk il 5 maggio 1998.

Secondo dato: la progressione nel ranking. Ricordo che Aryna ha avuto una carriera da junior piuttosto limitata, senza particolari risultati: migliore classifica numero 225, e nessuna partecipazione agli Slam di categoria. Da professionista scala il ranking WTA molto in fretta: numero 548 nel 2015, 159 nel 2016, 78 nel 2017, numero 11 nel 2018. Dunque una crescita rapidissima e costante. L’anno che la fa conoscere al mondo è il 2017, quando supera brillantemente il passaggio dai tornei ITF ai tornei WTA, consolidandosi su alti standard negli ultimi mesi di stagione.

Ma forse la spinta decisiva arriva dalla Fed Cup: comincia a essere schierata come titolare in singolare, e da “numero 2” del team spalleggia le imprese di Aliaksandra Sasnovich, fenomenale quell’anno nella competizione a squadre. In febbraio la Bielorussia supera l’Olanda: Aryna sconfigge Michaella Krajichek e perde solo 4-6, 7-6(6), 6-4 da Kiki Bertens, mancando un match point nel tiebreak del secondo set. Poi Sabalenka sconfigge Golubic in semifinale contro la Svizzera, prima di superare anche la campionessa in carica degli US Open Sloane Stephens nella finale, sfuggita contro gli USA solo al termine del doppio decisivo. Nella crescita della stagione va ricordata anche la finale di Tianjin in ottobre, persa 7-5, 7-6(8) contro Maria Sharapova.

Non ha senso ripercorrere nel dettaglio tutto il 2018: QUI si possono leggere i risultati completi, con 51 vittorie totali. In estrema sintesi, della stagione scorsa direi questo: Sabalenka si afferma in modo definitivo come una giocatrice capace di sconfiggere qualsiasi tipo di avversaria, anche di vertice, come si deduce dal bilancio contro le Top 10 (otto vittorie e appena quattro sconfitte).

a pagina 2: Le caratteristiche tecniche di Aryna Sabalenka

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Il più bello Slam degli ultimi anni

Gli Australian Open 2019 si candidano a diventare una pietra miliare del tennis femminile del periodo più recente

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Karolina Pliskova e Serena Williams - Australian Open 2019

Questa settimana mi spetta un compito difficile: provare a dimostrare che martedì scorso a proposito degli ultimi Australian Open non ho usato una definizione esagerata o campata in aria. Dunque: perché sono stati “il più bello Slam degli ultimi anni”?

Innanzitutto rimando alle prestazioni delle due finaliste, Osaka e Kvitova, di cui ho parlato sette giorni fa. Qui aggiungo altri quattro motivi. Il primo: il torneo ha confermato, sul campo, uno degli aspetti che alla vigilia lo rendevano particolarmente interessante; ci ha offerto un ricchissimo confronto generazionale, aperto come non mai a tenniste di ogni età. Ha vinto la 21enne Osaka, contro una finalista 28enne come Kvitova. Ma la 37enne Williams è stata protagonista insieme ad altre tenniste dell’età di mezzo come Pliskova (26 anni), e Collins 25. Ma nel torneo c’è anche stato spazio per una giovanissima come Anisimova (17 anni) in grado di sfoderare una partita straordinaria contro Aryna Sabalenka (20 anni).

Secondo aspetto positivo: tutto sommato il caldo australiano non è stato di quelli terribili. A parte un paio di giorni della seconda settimana (quando però si è ovviato chiudendo il tetto), non si sono raggiunte temperature estreme, cioè quel tipo di condizioni che rendono una partita di tennis una questione soprattutto fisica, in un ambiente che porta ai limiti le protagoniste. Ricordo per esempio che lo scorso anno Simona Halep fu costretta a passare la notte successiva alla finale (persa contro Caroline Wozniacki) in ospedale a causa della disidratazione. Per quanto ammiri anche l’aspetto atletico che richiede il tennis, mi sembrano situazioni eccessive, che oltre tutto non possono favorire la qualità di gioco. Se si è spinte sull’orlo del collasso non si può certo offrire il proprio miglior tennis: e questo è un peccato sia per chi va in campo sia per chi segue il match da spettatore.

 

Terzo aspetto positivo: le condizioni di gioco in senso tecnico: il complesso superficie+palline+clima. Cioè quel complesso che sinteticamente viene definito come “velocità” dei campi. A mio avviso le condizioni di gioco di Melbourne 2019 hanno favorito un tennis propositivo, in cui veniva premiata chi aveva il coraggio di prendere l’iniziativa, offrendo un giusto mix tra scambi rapidi e scambi prolungati. In questo modo abbiamo evitato le situazioni dell’ultimo grande torneo affrontato, le WTA Finals di Singapore, in cui il campo troppo lento aveva allungato i palleggi a dismisura, e portato praticamente tutti i match ad essere chiusi con saldi negativi, cioè con il numero di errori non forzati superiore al numero di vincenti.

Ma alla fine gli Australian Open 2019 sono stati semplicemente anche una edizione fortunata. Nel senso che si è creata più spesso del solito quella particolare alchimia che produce match di qualità superiore; con una frequenza che davvero non ricordavo in un unico torneo degli ultimi anni. Sicuramente l’essersi disputato a inizio stagione, dopo il periodo di recupero e preparazione, ha favorito la freschezza delle giocatrici. Ma in ogni caso fatico a ricordare in un solo evento così tante partite eccezionali.

Chi legge questa rubrica con regolarità sa che alla fine di ogni stagione seleziono dieci-dodici partite degne di essere ricordate; partite ricavate dall’intero anno di tennis. Ecco, devo dire che almeno 5-6 match di questi Australian Open mi sono sembrati già degni di scalzare quelli selezionati per il 2018. La finale Osaka Kvitova, la semifinale Osaka Pliskova, il quarto tra Pliskova e Serena, l’ottavo tra Serena e Halep, il terzo turno Osaka Hsieh e quello tra Pliskova e Giorgi sono state partite davvero notevoli, ricchissime di tensione emotiva, alternanza di situazioni ma anche e sopratutto, di qualità tecnica. A questi match dovrei aggiungerne uno che purtroppo non ho seguito, ma che in molti hanno segnalato: Muguruza contro Konta (6-4, 6-7, 7-5), terminato con numeri strepitosi (Konta +9, Muguruza +22 nel saldo vincenti/errori non forzati).

Rimettendo in fila queste partite emerge un aspetto curioso: tutte si sono svolte nella parte alta del tabellone. Questa è stata una caratteristica particolare dell’ultimo Slam: la parte alta del tabellone (quella che ha portato in semifinale Osaka e Pliskova) ha offerto tantissima qualità grazie a protagoniste tutto sommato attese, mentre la parte bassa del tabellone (che ha portato in semifinale Kvitova e Collins) è stata invece quella delle sorprese e, a conti fatti, anche delle maggiori delusioni. Cominciamo con queste, per lasciare il meglio in fondo.

a pagina 2: La parte bassa del tabellone

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Osaka e Kvitova: l’Australian Open delle attaccanti

A Melbourne è andata in scena una eccezionale edizione dello Slam, che ha offerto diverse partite memorabili

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Naomi Osaka e Petra Kvitova - Australian Open 2019

Che torneo: il più bello Slam degli ultimi anni. È sempre difficile valutare un avvenimento appena concluso e, a caldo, fare paragoni con il passato. Ma questa volta sono davvero convinto: non ricordo un Major recente altrettanto ricco di partite di qualità, capaci di regalare equilibrio, rovesciamenti di fronte, divertimento, ma soprattutto autentica sostanza tennistica. E non solo per merito delle due finaliste, Osaka e Kvitova, ma grazie anche ad altre protagoniste come Pliskova, Serena Williams, Halep, Hsieh, Barty, Giorgi.

È stato anche uno Slam che ha visto prevalere le attaccanti sulle difensiviste, ribaltando l’esito di dodici mesi fa, come si può dedurre dalla composizione delle semifinaliste: Wozniacki, Halep, Mertens e Kerber nel 2018. Osaka, Kvitova, Pliskova e Collins nel 2019. Sugli aspetti generali degli Australian Open 2019 tornerò con un secondo articolo, dedicato alle giocatrici che non sono riuscite ad arrivare sino in fondo, ma che meritano comunque di essere ricordate per quanto hanno saputo offrire. Per ragioni di spazio oggi comincio con le due finaliste; il resto a martedì prossimo.

Kvitova a Melbourne: un crudele déjà vu
Dopo la anomala stagione 2018, in cui Kvitova aveva vinto più di tutte a livello WTA (5 tornei) ma sempre fallito negli Slam, finalmente agli Australian Open 2019 Petra ha riconquistato la ribalta anche in un Major. E siccome nessun evento raccoglie lo stesso interesse di uno Slam, si è tornati a parlare della sue vicenda personale, caratterizzata dal complesso recupero fisico che ha dovuto attraversare dopo l’accoltellamento alla mano sinistra subito nel dicembre 2016. Evento determinante che oggi, a torneo finito, si somma ad altre questioni di tennis più lontane e troppo poco ricordate.

 

Penso infatti che se vogliamo provare a capire più profondamente la storia di Kvitova occorra allargare il quadro di riferimento, recuperando quanto le accadde proprio in Australia sette anni fa, nel 2012. Perché Petra a Melbourne ha subito diverse cocenti delusioni, ma una l’ha segnata in particolare: probabilmente il maggiore rimpianto della sua carriera. Torniamo al passato.

Nel gran caldo australiano diverse volte Kvitova ha perso match contro avversarie che sulla carta erano da battere. Sconfitte al primo o secondo turno, come quella nel 2018 contro Petkovic (che in quel momento era numero 98 del ranking), contro Gavrilova nel 2016 e soprattutto contro Kumkhum nel 2014, in une edizione che pure aveva affrontato con una forma fisica eccezionale, frutto della più dura e scrupolosa preparazione atletica mai svolta sino ad allora in off-season.

Ma è un’altra la sconfitta che Petra non ha mai del tutto metabolizzato, e che sono convinto si sia incisa, profonda come una cicatrice, nei suoi ricordi. Si tratta della semifinale del 2012, persa da favorita contro Maria Sharapova. Quella partita rappresenta una ferita mai del tutto sanata, tanto che forse quel match potrebbe essere diventato uno spartiacque rispetto al suo ruolo nel circuito femminile: da potenziale numero 1 del Tour a figura capace di grandi exploit, ma non sufficientemente consistente per essere la leader del movimento.

Oggi siamo abituati a percepire Kvitova come una tennista di grande talento ma non abbastanza continua per comandare il ranking. Ma nel gennaio 2012 le cose stavano in modo molto diverso. Ad appena 21 anni, nella stagione 2011 Kvitova aveva disputato otto finali (7 a livello WTA, 1 a livello ITF), e ne aveva vinte sei; non solo Wimbledon, ma anche Madrid e il Masters, oltre alla Fed Cup (che non assegna punti WTA). Per una manciata di punti non aveva concluso l’anno da numero 1 del mondo, ma un po’ tutti pensavano che il sorpasso nei confronti di Wozniacki sarebbe stato imminente; solo una questione di tempo.

Quel sorpasso Petra lo aveva mancato anche per scelte di programmazione fatte prima di sapere quanto poco le sarebbe bastato per arrivare in cima al mondo: per esempio la rinuncia al torneo di Roma 2011, perché aveva già preso l’impegno di giocare l’ITF di Praga. O la decisione di disputare l’Hopman Cup, una manifestazione che non assegna punti in classifica, all’inizio del 2012; e così la sua vittoria a Perth proprio contro Wozniacki non era servita a cambiare le gerarchie mondiali.

Prima degli Australian Open le sarebbe bastato arrivare in finale a Sydney per prendere il comando della classifica; ma si era fermata a un solo passo dal traguardo: aveva perso in semifinale contro Li Na dopo aver dominato il primo set e avere condotto di un break nel secondo (1-6, 7-5, 6-3). Una delle rare occasioni in cui l’aveva bloccata il braccino, in un confronto asimmetrico sul piano emotivo, visto che per Li Na quella partita non aveva particolare significato.

Racconto tutte queste circostanze per restituire la sensazione che si viveva in quel momento: un primato a portata di mano, tanto vicino quanto però sempre sfuggente. Poi era arrivato lo Slam, e le cose erano andate in modo sorprendentemente simile a quanto è successo qualche giorno fa. Ecco perché il 2019 si ricollega al 2012.
Alle fasi finali erano approdate più giocatrici con la possibilità di conquistare il numero 1; ma mentre per scalzare Wozniacki a Kvitova sarebbe bastato arrivare in finale, a Sharapova e Azarenka occorreva vincere il torneo. Le semifinali erano Azarenka contro Clijsters e, Kvitova contro Sharapova. Di nuovo a un solo match dal primato in classifica, Petra aveva perso da Sharapova in semifinale, in una partita caratterizzata dalla diversa capacità di gestione delle palle break: 5 occasioni per Sharapova, tutte convertite; 14 palle break per Kvitova, ma con appena 3 conversioni. Nemmeno l’essere stata in vantaggio di un break nel terzo set era bastato per vincere. Risultato: 6-2, 3-6, 6-4 per Masha. Come contro Li Na a Sydney, quel giorno Petra aveva giocato con troppa pressione, consapevole che quella partita avrebbe significato la conquista del primato in classifica, un traguardo che segna una carriera.

E anche se Kvitova non è mai entrata nel dettaglio di quel match, lo ha ricordato in diverse interviste come la sua peggiore sconfitta. Nella finale 2012 Azarenka vinse in scioltezza il suo primo Major (6-3, 6-0 a Sharapova) e poi avrebbe disputato una primavera fenomenale, a colpi di vittorie in serie che avrebbero reso definitivamente fuori portata il primato nel ranking per tutte le altre. Per Kvitova la leadership del movimento era ormai svanita.

Ecco perché quanto successo a Melbourne 2019 sembra un crudele déjà vu. Per come oggi è costruita la classifica di Petra (con i punti in scadenza di S. Pietroburgo e Doha), le possibilità di aspirare al numero 1 sono ridottissime, e dunque la delusione è stata doppia. Un aspetto che va tenuto presente per capire più a fondo le sue parole nella conferenza stampa di sabato scorso, quando ha confessato che le ci vorrà un po’ di tempo per assorbire la sconfitta contro Osaka.

Ma naturalmente sarebbe sbagliato dipingere l’avventura australiana 2019 di Petra solo a tinte fosche. Al di là della delusione in finale, rimane comunque il dato complessivo della vittoria a Sydney, e soprattutto del ritorno ad alti livelli nello Slam.
Un Australian Open che, a conti fatti, ha offerto un notevole squilibrio tra la parte alta del tabellone (quella di Osaka) e quella bassa (di Kvitova): mentre nella parte alta si succedevano partite di altissima qualità, in quella bassa le principali favorite si sono perse per strada, lasciando spazio a qualcosa di simile a uno one-woman show, che ha visto proprio Kvitova protagonista. Per arrivare in finale da testa di serie numero 8, Petra ha infatti affrontato una sola avversaria fra le prime 30 del mondo, Ashleigh Barty (numero 15); per il resto non ha dovuto fare altro che regolare giocatrici fuori dalle teste di serie; certo, lo ha fatto con grande autorevolezza, ma senza quasi poter dimostrare fino a che punto fosse in grado di giocare bene.

In più vanno considerate le questioni ambientali. È noto quanto Kvitova soffra le alte temperature, al punto che in certi giorni rischia di perdere più  per la difficoltà a esprimersi con il grande caldo che per la forza dell’avversaria. Un problema che però in questi Australian Open ha evitato per due circostanze fortunate e difficilmente ripetibili.
La prima: essendo arrivata in extremis a Melbourne dopo la vittoria di Sydney, ed essendo stata sorteggiata nella parte di tabellone che scendeva in campo per prima, è stata comprensibilmente tutelata dagli organizzatori, che l’hanno programmata il più tardi possibile (lunedì sera); e da allora ha giocato sempre a fine giornata (ad eccezione del match contro Anisimova), con temperature meno aggressive.

E quando invece, in semifinale contro Collins, era arrivato il momento della verità, con la partita fissata alle due del pomeriggio e oltre 35 gradi da affrontare, paradossalmente è stato proprio il caldo eccessivo a salvarla: sono subentrate le regole che prevedono la chiusura del tetto per salvaguardare la salute delle giocatrici. Quale differenza di rendimento ci sia tra la “Kvitova outdoor sotto il sole cocente” e la “Kvitova indoor”, lo abbiamo potuto sperimentare in modo semplice e diretto. Inclusa Danielle Collins, che dopo aver fatto partita pari con il tetto aperto (4-4), ha resistito ancora qualche game nelle fasi di aggiustamento alle nuove condizioni, ma poi nulla ha potuto una volta che Petra si è messa in carreggiata (7-6(2), 6-0).
Dunque sei match vinti senza perdere un set. E così, per capire fino a che livello Kvitova potesse giocare bene si è dovuta aspettare la finale contro Naomi Osaka, in un confronto inedito (non c’erano precedenti) che non ha deluso le aspettative.

a pagina 2: Naomi Osaka verso la finale: da Hsieh a Svitolina

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