Giorgi s’illude e cade, la regina è sempre Serena (Piccardi). Camila è già oltre Serena: “Ora punto sull’America” ​​(Rossi). Camila se ne va Serena (Azzolini). Camila sbatte su Serena: “Ma ora ho un piano B” (Lombardo). Camila dura un set. Poi mamma Serena torna una pantera (Semerano) – Ubitennis

Rassegna stampa

Giorgi s’illude e cade, la regina è sempre Serena (Piccardi). Camila è già oltre Serena: “Ora punto sull’America” ​​(Rossi). Camila se ne va Serena (Azzolini). Camila sbatte su Serena: “Ma ora ho un piano B” (Lombardo). Camila dura un set. Poi mamma Serena torna una pantera (Semerano)

Daniele Flavi

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Rassegna a cura di Daniele Flavi

Giorgi s’illude e cade, la regina è sempre Serena (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Chissà che giocatrice sarebbe diventata Camila Giorgi con un vero coach accanto (e papà Sergio come tutor), un rovescio in back dignitoso, qualche volée tradizionale nel bagaglio e quella palla corta con cui a Parigi Marco Cecchinato ha flagellato Novak Djokovic. A Wimbledon la storia non deraglia ed è un peccato, perché una Serena Williams post partum nei quarti di finale non si affronta tutti gli anni. «Ma io sono contenta, ho giocato ad alto livello e con continuità, parto per i tornei americani con la consapevolezza di quanto valgo» dice l’azzurra che lunedì entrerà nelle top-35 mentre, forse, Serenona avrà agguantato Margaret Court nei titoli Slam (24). Poteva essere leggenda e invece è il racconto di tre set sul centrale contro la più grande di sempre, fisicamente il triplo di Camila, vestita con un tutù di pizzo disegnato da mamma Claudia (sfida del look stravinta) e armata del solito piano tattico affidato alle leggi del caso: colpire ogni palla come se fosse l’ultima, o la va o la spacca. Attaccata all’arma bianca da ogni angolo, costretta a un tennis difensivo a cui non è abituata, la Williams nel primo set va in tilt: break di Camila al sesto game (4-2) con rovescio svirgolato dall’americana, quattro palle del contro break annullate con coraggio (alla ragazza, che spesso viaggia ai confini dell’incoscienza, non manca), 6-3 intascato con il solito volto immobile («Non sono una che si emoziona facilmente»), uguale che vinca o perda… [SEGUE]. Calano le percentuali al servizio di Camila (53%, troppo poco a questi livelli, 6 doppi falli), salgono quelle di Serena (71% con l’81% di punti ottenuti sulla prima) e il match cambia strada («Mai pensato di essere in pericolo» dirà l’americana). 3-1, 5-2, 6-3 il secondo set; break a zero sul 2-1 nel terzo, 4-2, 6-4, la Williams scala marcia e non si fa più riprendere: «È un sogno essere di nuovo in semifinale». Sembra voler dire qualcosa a Camila a rete, forse le parole dolci che le ha riservato prima e dopo («Avversaria pericolosa, strabiliante la sua potenza essendo così piccolina»), ma Giorgi non ha tempo da perdere. Volta la testa, esce senza un saluto né un autografo. «Non gioco a tennis per fare amicizia, non interagisco mai troppo con la gente» spiega. Sarà. Però c’è più umanità nello sguardo mammoso di Serena, che al quarto torneo dopo il parto resta in carreggiata per l’impresa da dedicare alla piccola Olympia, che qui a Londra ha mosso i primi passi. «Ero ad allenarmi e non me lo perdono: quando l’ho saputo, ho pianto».

 

Camila è già oltre Serena: “Ora punto sull’America” (Paolo Rossi, Repubblica)

Giocare ai propri limiti, prendersi gli applausi ma non il premio. Camila Giorgi si ferma sul più bello, dopo aver accarezzato l’idea dell’approdo nella semifinale di Wimbledon: aveva preparato bene, a modo suo, la sfida contro Serena Williams, si era portata in vantaggio, aveva sperato, si era illusa. L’azzurra aveva esibito un tennis ineccepibile, in una partita tesa con l’atmosfera da finale, dove entrambe le tenniste mostravano un’attenzione totale. L’azzurra aveva sorpreso il Centrale di Wimbledon, confermando la sua sfacciataggine, dovuta alle parole della vigilia «io gioco il mio tennis e stop, non mi emoziona Serena, non mi emoziona il Centrale». Era tutto vero: zero sudditanza psicologica, nessun timore reverenziale. Il tennis “pum pum”, nient’altro. E il suo «tennis semplice, perché io non penso» ha funzionato: nei 35 minuti del primo set, l’azzurra ha tolto il servizio all’americana nell’unica occasione offertale, e ha chiuso 6-3… [SEGUE]. Serena Williams ci ha messo un maggiore impegno, si è applicata ulteriormente, nell’esatto momento in cui Camila Giorgi ha accusato un impercettibile calo. Risultato? Un altro set gemello, esattamente di altri 35 minuti, con lo stesso risultato. Ma a favore di Serena. Una partita allo specchio, con due tenniste impegnate nella gara di chi tira più forte. Null’altro. Nessun’altra strategia. Un match senza una smorzata voluta, strategica. In questo ping pong sull’erba non poteva che prevalere quella più muscolare, più esperta, forse più desiderosa: Serena Williams. Ha ricordato quanto il servizio sia importante e, alla fine, ha ceduto solo 14 punticini. «Io ho servito bene, sapevo di doverlo fare perché lei ha delle risposte aggressive, ma magari sbagliava anche perché prendeva rischi» ha spiegato Serena, che continua la sua scalata alla classifica (ora n. 51, se vince Wimbledon diventa n.19). E la Giorgi? «Sono felice per come ho giocato. Sapevo che prima o poi questo momento sarebbe arrivato, allenandomi bene e giocando con continuità. Non sono arrabbiata, non sono delusa. Ora punto sui tornei americani: li giocherò tutti quanti». Guardare sempre avanti, forse anche questa è la ricetta della felicità.


Camila se ne va Serena (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non è mai un problema, perdere con Serena Williams. Una come lei offre scuse a non finire, una lista lunga quanto il suo curriculum di giocatrice aliena, giunta dallo spazio venti anni fa a mostrarci il futuro del tennis. Avrebbe l’imbarazzo della scelta, la nostra Camila, potrebbe raccontarci che Serenona tira troppo forte, che ha una presenza di spirito forgiata nel minerale più resistente, che sa come gestire ogni momento del match, e riceverebbe comunque il conforto di chiunque sia interessato alle sue sorti e a quelle del nostro tennis. Ha perso con la Regina, in fondo, e dunque, che male c’è? Nessuno, infatti. E a dire il vero, Camila Giorgi non cerca neanche troppe scuse. È convinta di aver giocato un match generoso e di aver mostrato ancora una volta quelle doti di continuità e di sostanza tennistica che da questi Championships sembra abbia fatto sue, definitivamente, utili per dare una forma migliore di quella che è stata finora la sua avventura nel tennis. «Tornerò vicina al numero trenta», valuta Camila, «nei prossimi tornei, Us Open compresi, potrò essere fra le teste di serie. Non sono contenta della sconfitta, ma penso di aver dato tutto e di aver limitato gli errori. Posso fare meglio, ma in questo torneo ho trovato cose importanti». Ha persino dato forma a un primo set molto complicato per Serena, che era scesa in campo con una traccia tattica ben precisa, poi in realtà dimostratasi azzeccata. Ma in quel primo approccio, gli scambi veloci, angolati e le improvvise discese a rete che Camila proponeva, avevano fatto breccia nel gioco dell’americana, la costringevano a rincorrere, ad affrettarsi, che è quello che le riesce meno bene, ora che le forme pingui della maternità la costringono a faticare di più e ne hanno ridotto la rapidità dei movimenti. Ma alla fine, il piano tattico di Serena ha trovato l’applicazione prevista, e ha scardinato il gioco di Camila. Perso il primo, mamma Williams ha accentuato la potenza sul primo colpo di ogni punto, arrivando a sparare sberle che sembravano colpi di obice. Su quelli, violentissimi e quasi sempre molto ben piazzati, Camila era costretta a rispondere alla meglio, e a concedere a Serena lo sviluppo del gioco, che l’americana tendeva a ridurre all’essenziale. Tre colpi e via, in modo da evitare che Camila entrasse nello scambio. Anche a costo di commettere qualche errore di troppo. «Avrei dovuto essere più aggressiva in certi momenti del match», è l’unico appunto che la Giorgi è disposta a farsi, «ma lei non mi lasciava molto spazio di manovra». C’è una mamma in semifinale, dunque. Serenona, mammona… Non è una novità, ma resta comunque un’impresa, di quelle che invitano a scriverne con affetto. Tanto più dopo un ritorno così rapido ai piani alti del tennis, da parte di un’atleta ormai trentaseienne. Erano sei le mamme al via di questi Championships, Serena e la Rodina, la tedesca Maria e la lussemburghese Minella, la russa Zvonareva e la bielorussa Azarenka. Ma Serena ha avuto una figlia appena dieci mesi fa, e se dovesse vincere finirebbe per aggiungere una nuova pagina al romanzo del tennis. Solo Margaret Court fece qualcosa di più e forse di meglio, aggiudicandosi gli Us Open sei mesi dopo la nascita del primo figlio, Daniel. Aveva trent’anni, però… Da mamma (lo divenne nel 1976) vinse due Slam Donne Goolagong gli Australian Open del 1977 e Wimbledon nel 1980. Nel tennis del dopo guerra non vi sono altri casi, e per i precedenti occorre scorrere gli almanacchi fino ai primordi del tennis delle donne. Mamma Serena è in lizza per un posto nella storia anche in questo particolare aspetto delle competizioni al femminile… [SEGUE].


Camila sbatte su Serena: «Ma ora ho un piano B» (Marco Lombardo, Giornale)

…[…]… Camila Giorgi ci ha raccontato che il tennis è solo un lavoro e che fuori di lì c’è un’altra vita. È vero insomma, adesso qualcuno l’ha visto, ma non si può dire che essere sul quel campo, in quel momento, e giocare così bene davanti alla più forte di tutte sia solo una giornata per sbarcare il lunario. Ci ha creduto Camila, e ci abbiamo creduto tutti. Tre quarti d’ora perfetti, una prima palla implacabile, Serena che gioca quasi da ferma e che non riesce a trovare la chiave per fermarla: «Non mi sono sorpresa di quanto Camila tiri forte, lo sapevo – dirà poi -. E in fondo è solo il mio quarto torneo da quando sono rientrata. Se vinco sono contenta, se perdo è quasi normale». Però non ha perso. Camila Giorgi non sarà insomma la prima semifinalista italiana sull’erba più bella del mondo: il tabellone alla fine racconta un 3-6, 6-3, 6-4 che le rende onore, ma quando i doppi falli sono diventati più degli ace, quando la Williams ha cominciato a servire pallate, la giornata di colpo è cambiata. C’era anche (stavolta davvero) papà Sergio in tribuna che friggeva sulla sedia vicino al Royal Box, e chissà dov’era quel ragazzo a soffrire: Camila alla fine è uscita dal campo senza neanche aspettare la rivale, dopo una stretta di mano fredda e repentina. Chissà, magari vincere o meno non è così una questione ininfluente, se è vero che Serena anche a questo riguardo ha qualcosa da insegnare: «Io odio perdere, si sa. Ma adesso che ho una figlia so anche che voglio essere un modello per lei». Ci sarà un’altra occasione per dimostrarlo pure per Camila, che ha armi e suo malgrado il tennis, sempre se saprà cedere al suo carattere inflessibile. Per adesso ci accontentiamo di un sogno svanito e delle solite poche (ma un po’ di più) parole per raccontarlo: «Ho giocato bene, sono contenta. Alla fine sono uscita in quel modo dal campo perché lo faccio sempre, anche quando vinco: saluto l’avversaria, l’arbitro e via. Serena voleva dirmi qualcosa? Non potevo mica saperlo. Certo: non si può non essere arrabbiati, ma ho capito che posso lottare con le più forti. E per il futuro sono ottimista: gioco meglio, ho qualche variante, ho un piano B…»[SEGUE].


Camila dura un set. Poi mamma Serena torna una pantera (Stefano Semerano, Stampa)

Nel tennis puoi perdere un partita per un punto o per la vita che ci sta dietro, Camila Giorgi contro Serena Williams l’ha persa per entrambi i motivi. Nessuna italiana è mai arrivata in semifinale a Wimbledon, a Camila è mancato un set (3-6 6-3 6-4). Il primo lo ha vinto volando sull’erba, sbattendo di qua e di là Serena, mamma Serena, che dopo il parto non è ancora lei: rauca, impacciata, lenta, infuriata, la Pantera; apparentemente impotente. Tira zampate, ma da ferma. All’inizio del secondo, la sliding door, il perno della giornata: 1-1 e 15-30 servizio Williams, Camila ha sul rovescio, e un rovescio facile, a campo aperto, negli immediati dintorni della rete, la palla che la porterebbe a due palle break con vista semifinali. Ma lo manda lungo, una spanna: 30 pari, e sembra niente, invece l’ingranaggio Serena si rimette in modo, quello della Giorgi si inceppa. Camila, che a quel momento ha servito 5 ace, al game successivo cede il servizio in fretta, ed è tutto quello che basta a Serena, che ha capito e deciso che da lì in poi si scambierà il meno possibile, aggredendo l’aggredibile, dentro o fuori, perché io sono io e tu fammi vedere quello che vali, ragazzina. Così dopo un’ora e 10 la ex Number One pareggia il conto, e a inizio del terzo piazza l’artigliata definitiva, profonda, ristrappando, questa volta a zero, il servizio all’avversaria. E lo difende il suo come farebbe una pantera vera con il cucciolo preferito: 3 punti persi in 5 turni, l’81% con la prima palla, e poi orgoglio, classe, quel che volete. Il peso di una vita passata a vincere, contro l’insostenibile leggerezza di chi crede che la vittoria sia una variabile indipendente dagli altri. Camila è uscita dal Centre Court senza neanche aspettare l’avversaria («Ma faccio così anche quando vinco. Perché penso di aver perso? Non lo so, io non penso tanto…»), da lunedì sarà 34 del mondo… [SEGUE].

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Rassegna stampa

I 60 anni di John McEnroe e il flop Torino-Finals (Semeraro, Clerici, Rossi, Ricca, Piccioni, Lombardo)

La rassegna stampa di sabato 16 febbraio 2019

Stefano Tarantino

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“Scontro politico sulle Finals? Macché, mancano le risorse” (Valerio Piccioni, La Gazzetta dello Sport)

Niente ATP Finals di tennis a Torino nel quinquennio 2021-2025. A meno di un mezzo miracolo capace di rimetterci in gioco. Il Consiglio dei ministri non ha trovato le coperture economiche per poter partecipare alla corsa con Londra, la sede attuale, e Manchester, Singapore e Tokyo, le rivali del capoluogo piemontese che avevano passato insieme con noi il primo screening con le proposte di 43 città. Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del consiglio con la delega allo sport, è vero che la politica, in particolare lo scontro Lega-5 Stelle, ha tagliato le gambe alle ATP Finals a Torino? «Macché. Depuriamo la vicenda da tutte le letture strumentali e sottraiamola alla bolgia della polemica politica. In realtà, tutto il Governo ha cercato una soluzione. Siamo consapevoli dell’importanza dell’evento, del ritorno che garantirebbe, ne abbiamo discusso responsabilmente e collegialmente». E dove vi siete arenate? «Partiamo dall’inizio. Abbiamo seguito tutta la vicenda dal momento in cui la sindaca Appendino ha lanciato la proposta che la Federtennis ha sostenuto. Con il presidente Binaghi siamo stati e siamo in contatto quasi quotidiano. C’è un problema di contributi pubblici, il comune di Torino si è impegnato per un milione e mezzo e altrettanto, seppure in maniera più sfumata, ha fatto la Regione. A quel punto c’era la necessità di uno sforzo economico del Governo e abbiamo cercato una soluzione. Che non è stata trovata […] «Continuiamo a lavorarci e a pensare che la soluzione sia un passaggio parlamentare come avvenuto per la Ryder Cup di golf. Credo sia necessaria una condivisione allargata non solo alla maggioranza. Che tutti insieme si dica di dirottare le risorse necessarie verso questa impresa. Per tutto ciò accolgo favorevolmente la proposta di legge presentata da Riccardo Molinari. Di fronte a un pronunciamento del Parlamento saremmo felici di fornire le necessarie garanzie governative all’evento». Che cosa succederà adesso? «Credo che nella lettera che ci era stata chiesta in termini ordinatori e non perentori, il presidente Binaghi allegherà la proposta di legge e rappresenterà la situazione attuale». Non c’era la possibilità che fosse la neonata società Sport e Salute a garantire con il suo patrimonio e il suo budget? «Non si può mettere a disposizione qualcosa che non è a bilancio, rischiando di togliere soldi all’attività delle federazioni e allo sport di base». E se il vostro no fosse figlio di quello pronunciato dai 5 Stelle sul finanziamento della candidatura olimpica di Milano-Cortina? «Ve lo ripeto. Vogliamo le ATP Finals allo stesso modo, ma un Governo deve prendersi le sue responsabilità. Qualcuno potrebbe alzarsi e dire: perché il tennis sì e i pastori sardi o le popolazioni colpite dal terremoto no? Non dimentichiamo che questo è un Paese che ha una grande fame di impianti sportivi, soprattutto al Sud, e il bilancio dello Stato non è illimitato. La situazione delle Olimpiadi è completamente diversa perché le garanzie economiche messe dal Governo in quel caso sono pari a zero, mentre qui parliamo di diverse decine di milioni di euro». Insomma, rammarico e realismo. «Esatto».


Il doppio fallo di Torino: fuori dai Giochi, può perdere il tennis (Jacopo Ricca, La Repubblica)

 

La lite nel governo tra Movimento 5 stelle e Lega allontana, forse definitivamente, il sogno di portare dal 2021 le Atp Finals di tennis a Torino. Lo schiaffo alla sindaca Chiara Appendino, che si era spesa in prima persona per la candidatura, è arrivato giovedì sera al termine del consiglio dei ministri. E nonostante il grande lavorio diplomatico tra Torino e Roma, ma anche interno ai due partiti, le possibilità della città sono ormai scarse. Entro ieri sera dovevano arrivare le garanzie governative per i 78 milioni di euro (18 il 1° anno e poi 15 per i 4 successivi), di “fee”, la tassa che spetta all’Atp, l’associazione dei tennisti professionisti. Questo impegno però non ci sarà, almeno per ora, perché «se non ci sono le risorse diventa complicato e illegittimo per l’esecutivo dare le garanzie economiche», ha spiegato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo Sport, Giancarlo Giorgetti. Il leghista ha cercato una via d’uscita che è rappresentata dalla proposta di legge, depositata dal capogruppo della Lega, Riccardo Molinari, per il finanziamento dell’evento: «Il governo, né il sottoscritto come qualcuno male informato ha detto, non è contrario alle Atp 2021-25» ha ribadito Giorgetti, rispondendo in parte all’appello di Appendino. «Il governo sciolga gli indugi, in questa fase così delicata – ha detto la sindaca – Confermi le garanzie che si era impegnato a fornire e tutte le forze politiche garantiscano supporto» […] Le altre candidate sono Londra, Manchester, Tokyo e Singapore, ma se le due asiatiche sono poco gradite ai grandi tennisti che preferiscono giocare l’ultimo torneo dell’anno in Europa, Londra resta forte dell’esperienza maturata in questi anni in cui ha ospitato l’evento. E l’Atp aveva chiesto alla Fit che il governo si impegnasse con una lettera proprio per tenere in piedi le due ipotesi Londra e Torino. L’allarme sui fondi era stato lanciato da Binaghi a inizio gennaio, ma fino a ieri sul fronte leghista quasi nessuno si era mosso e l’impegno di Appendino e del sottosegretario M5s Simone Valente non è bastato a risolvere l’impasse. Così ora Torino si trova a sperare in una proroga che difficilmente arriverà. L’assegnazione arriverà a marzo a Indian Wells, mentre la proposta di legge di Molinari potrebbe essere calendarizzata nello stesso mese e arrivare in aula soltanto a maggio, troppo tardi quindi.


ATP Finals, lite sui fondi. Torino quasi esclusa (Andrea Rossi, La Stampa)

Più che l’assenza di risorse (che, volendo, si trovano), il problema sono l’ennesima figuraccia planetaria e le eventuali conseguenze. «Torino rinuncia alle Atp Finals di tennis», rimbalza sui siti sportivi internazionali. E anche se non è esattamente così (non ancora, almeno) il finale sembrerebbe scritto: quando di fronte hai Londra, Manchester, Tokyo e Singapore – e tutte hanno le credenziali in regola – al minimo inciampo rischi di essere fuori. E dunque Torino non rinuncia, ma è come se l’avesse fatto, immolata sull’altare delle quotidiane tensioni tra Lega e Movimento 5 Stelle. Per accaparrarsi il torneo tra gli otto migliori tennisti al mondo, dal 2021 al 2025, servirebbero 76 milioni, da garantire tramite fideiussione (non cash) entro metà marzo. Il governo si è impegnato per 18 milioni qualche mese fa, ma il sottosegretario Giancarlo Giorgetti aveva garantito di coprire tutto il dovuto. Ora è molto meno rassicurante: «La questione, purtroppo, è che se non ci sono le risorse diventa complicato e illegittimo dare le garanzie economiche» […] Si doveva decidere ieri, anche se Atp non ha fissato scadenze così drastiche. Se ne doveva discutere in Consiglio dei ministri giovedì, ma il Movimento 5 Stelle ha alzato barricate sulla riforma delle autonomie e la Lega ha chiuso i rubinetti: non se ne parla nemmeno. Del resto, i Cinque Stelle hanno ripetutamente provato a sgambettare la corsa olimpica di Milano e Cortina; la «vendetta» leghista contro Torino era da mettere in conto. Da giorni Giorgetti avvertiva: al massimo il governo può garantire 45 milioni. E gli altri 30? Problemi di Torino. In fondo Lombardia e Veneto pagheranno i Giochi 2026 di tasca propria se mai li avranno. Le assonanze non mancano, ma c’è una differenza che le irride: quando Lega e Cinque Stelle litigavano sulle Olimpiadi, a livello internazionale si faticava a trovare candidature e l’Italia sarebbe stata accolta a qualunque costo (infatti ha ricevuto un’infinità di deroghe); ora le alternative ci sono, quindi Torino rischia di essere bruciata se non torna in fretta in partita, cioè se dal governo non arriva una parola chiara. Per ora continua lo scaricabarile. Ieri pomeriggio il capogruppo della Lega Molinari ha annunciato una proposta di legge per stanziare i 78 milioni necessari a Torino. La Federtennis l’ha allegata a una lettera ad Atp con cui chiede ancora un po’ di tempo. La Lega nega di sdegnata qualunque sabotaggio, i Cinque Stelle pure. Ma il tempo corre.


I 60 anni di McEnroe affidato a me dal suo papà (Gianni Clerici, La Repubblica)

Ieri mattina ero ospite di una terza elementare, della quale fa parte la mia nipotina Anita, allieva al Collegio Gallio di Como, e tennista. Del Collegio ha fatto parte, da insegnante, un grandissimo latinista, Padre Pigato, che mi ha tradotto i maggiori passi del Trattato del Giuoco della Palla, del mio antenato elettivo Antonio Scaino da Salti, avversario al tennis di Federico II, duca di Ferrara. Quando uno dei bambini ha alzato la mano, per rivolgermi una domanda, mi sono chiesto se volesse interrogarmi sul latinista. Invece no. «Lei ha conosciuto McEnroe?» mi ha chiesto. «Sì, perché?», ho risposto sorpresissimo. «Perché domani compie 60 anni». Strabiliato mi sono ricordato la volta che, al Torneo di Dallas stavamo giocando, insieme al mio partner Tommasi, un doppio del torneo semi-veterani, e avevamo appena battuto due avvocati americani, quando uno di loro ci si rivolse, per dire: «Avete mai visto mio figlio in campo?». Mi scusai, domandai come si chiamasse il ragazzo. «John McEnroe» rispose il papà, Avvocato John. «Verremo certo» rispose il mio partner Tommasi, e l’Avvocato: «Andrà anche al Roland Garros, e a Wimbledon. Keep an eye on my boy, please». Tenetelo d’occhio, per favore. Il pomeriggio presenziammo la finale jr, nella quale vedemmo perla prima volta John, che ci impressionò. Perse dall’ecuadoriano Icaza perché i suoi vincenti uscivano tutti di una spanna […] Fedeli al compito suggeritoci da suo Papà, rividi McEnroe nel ’77 a Parigi, dove insieme a una partner chiamata Mary Carillo, cresciuta a Milano, vinse il doppio misto. Ma fu a Wimbledon che ci lasciti più che stupiti. Non aveva nessuna classifica, e fu costretto alle qualificazioni. Le vinse. Si affacciò al torneo, prese a battere bravi tennisti quali l’egiziano El Shafei, il rodesiano Dowdeswell, e il tedesco Meyer. Ed eccolo, contro le previsioni dei bookmakers, in semifinale insieme a un tale Borg, Gerulaitis e Connors. Era troppo. Mai uno uscito dalla qualificazioni ci era riuscito. Il piccolo Mac fu battuto da Connors in quattro set molto combattuti. Da lì cominciò l’ascesa che lo avrebbe portato a vincere tre volte Wimbledon, quattro gli Us Open, una Parigi e una in Australia. Non si può infine dimenticare il film sul famosissimo tie-break dell’80 (Borg McEnroe), né la recente autobiografia John McEnroe 100%. Oggi le telecronache di John rendono più interessanti anche le partite più banali.


McEnroe, l’attaccabrighe che ha cambiato il tennis (Il Giornale, Marco Lombardo)

Per riuscire a rompere le regole sono bastati 500 dollari e l’idea che tutto il mondo andasse contromano. Cinquecento dollari in tasca per partire dall’America e fare il percorso all’incontrario verso una fortuna che a soli 18 anni di solito sembra così lontana. Invece bisogna saper credere, e lui ci credeva. E soprattutto le regole bisogna saperle rompere: viaggiare solitari dalla parte sbagliata, comporta dei rischi. Era il 1977 e John Patrick McEnroe partì solo con la sua Dunlop Maxply, diventata poi non solo una racchetta di legno, ma una di quelle che hanno cambiato il tennis. E invero lo ha cambiato quel mondo, chi la teneva in mano, in quell’anno in cui tutti erano ubriachi del fascino algido di Bjom Borg e chi se lo filava quel ragazzino americano anche un po’ fastidioso… Nato a Wiesbaden, Germania Ovest, dove John P. Senior prestava servizio in una base militare, John P. Jr è stato l’esatta sintesi dei suoi genitori, prendendo da papà lo spirito compagnone irlandese e da mamma Kay il rigore della figlia di uno sceriffo di Long Island. Insomma se c’era da fare cagnara per carità, ma la madre gli insegnò che il mondo o è bianco o è nero […] Però non è che si sia imborghesito, perché in effetti le movenze sono sempre quelle, lo stile è quello. Il suo. Racconta: «Sono arrivato in un circolo di colletti inamidati, quando me ne sono andato avevo fatto la rivoluzione». Ed in effetti fu così, cominciando infatti da quella racchetta: diritto, rovescio, volée, servizio, smash, tutto con la stessa impugnatura. Nessuno c’era mai riuscito, tranne Rod Laver s’intende. E dunque perché non lui. Si diceva di quel 1977: lo allenava a Port Washington Harry Hopman, il coach che aveva creato appunto il due volte vincitore del Grande Slam, nonché gente come Roy Emerson e Ken Rosewall. Non poteva che finire così, quando il ragazzo con i capelli ricci tenuti su da una banda rossa entra scontroso nel tennis che conta: vince il Roland Garros junior in singolare e doppio misto, arriva a Wimbledon vestito di bianco e si spinge dalle qualificazioni fino alla semifinale tra gli “oooh” di un pubblico che non aveva mai visto prima qualcosa del genere. Lo show era appena cominciato. Il nemico odiato (per sempre) quel giorno era Connors. Poi diventerà Ivan Lendl. John McEnroe alla fine Wimbledon lo ha vinto 3 volte, aggiungendo altri cinque titoli dello Slam (3 a New York, 1 in Australia e 1 a Parigi) sempre messo un po’ di sbieco sulla linea di fondo. E ha fatto tutto a modo suo, giocando, sbuffando, litigando, urlando, timbrando la Storia con il suo man, you cannot be serious, arrivato rissoso dopo una chiamata avversa in un’epoca irripetibile di campioni. E lo ha fatto divertendosi e divertendoci: è stato la chiave d’ingresso nei mitici Anni ’80, ma non è solo per questo che ancora oggi lo rimpiangiamo. SuperMac era l’eroe di una generazione che voleva andare oltre a una vita grigia, l’uomo che litigava con gli arbitri perché pensava fossero «la feccia del mondo» (l’ha detto davvero, durante una partita) e di non averne affatto bisogno: gli bastava sentire il tocco sulla racchetta – ha sempre ripetuto – per sapere se la palla fosse dentro o fuori. Magari poi era fuori, ma pazienza. Non era semplicemente possibile. Così come non è possibile oggi che Roger Federer abbia vinto 3 Slam dopo che il McEnroe cronista ne avesse decretato la morte sportiva. Semplicemente non può essere successo. Eppure. John era il tennista che sapeva odiare gli avversari, la fila è lunga. Quando parla della finale persa al Roland Garros nel 1984 facendosi rimontare due set da Lendl, ancora adesso descrive il mal di stomaco che gli viene ogni volta che torna a Parigi, «e ancora non capisco: dev’essere stata una distorsione spazio-temporale, tipo Star Trek». Però poi, in realtà, è finito per farsi amare, perfino dal suo più acerrimo rivale. Borg-McEnroe non sono state solo due finali pazzesche di Wimbledon che hanno lasciato ai posteri un tie-break immortale (anno 1980) e la resa definitiva dello svedese (anno 1981). Borg-McEnroe è diventata un’amicizia, un film, la dimostrazione che la vita non è mai come ti spiegano le regole. E così oggi, nel mondo dei warning e degli «Occhi di Falco», John McEnroe sarebbe fuori dopo un paio di game, però vedendo quello che c’è in giro vorresti a un certo punto trovare qualcuno pronto a spaccare una sedia a racchettate per dire poi che aveva ragione lui. Qualcuno pronto a fare la rivoluzione per restare eterno. Invece John McEnroe, oggi, compie già 60 anni. E, man: you cannot be serious.


McEnroe, l’antipatico più amato di sempre. Sessanta e non sentirli (Stefano Semeraro, La Stampa)

Uno splendido, insopportabile sessantenne. «Se mi allenassi batterei Serena Williams anche oggi», dice John McEnroe, nato per caso il 16 febbraio 1959 a Wiesbaden, in Germania, dove suo padre lavorava in una base Nato, moccioso newyorchese per sempre. La quintessenza di Manhattan e del tennis anni ’70 e ’80, Forest Hills e Studio 54, servizi mancini, volée sincopate, molti riccioli. Troppe cattive maniere per un tennis che si fingeva ancora educato. Il ribelle che sapeva infiammarsi senza bruciarsi, anzi, incenerendo la concorrenza. Dicono che si sia ammorbidito, con gli anni. Imborghesito […] «La Coppa Davis è morta», ha detto in Australia, nel suo ruolo di finto commissioner del tennis per Eurosport. «Il prossimo passo sarà giocare nudi per la tv». Un po’ ci fa, Johnny Mac, l’antipatico più amato di sempre. Un po’ ci è rimasto. Vederlo recitare la caricatura di se stesso nei tornei per veterani, lustrando un repertorio di frasi memorabili («You cannot be serious!») ormai buone per stamparci le t-shirt, è stato a tratti malinconico e irritante. La differenza è che lui la Storia del tennis l’ha fatta davvero. Sette titoli del grande Slam, e 77 tornei vinti. Le rivalità al curaro con Connors e Lendl, l’amicizia scalena con Borg, quelle 14 partite di cui appena 4 grandi finali, la più celebrata nell’80 a Wimbledon, il tiebreak più famoso di sempre. Un genio anche in doppio: 72 centri. L’ultimo a 47 anni, a San Josè nel 2006, in coppia con Bjorkman. Tanto per dare ragione al suo vecchio compagno Peter Fleming: «La miglior coppia possibile? McEnroe e un altro». Antesignano. A rete sul servizio altrui, rapinando tempo tempo, ci andava 40 anni prima di Federer. Ma Roger è la classicità infilata nel post-moderno, Mac è Borromini, la vertigine di un tennis impossibile. Chi è venuto dopo ha vinto di più, nessuno è stato capace di impallarlo. Anche oggi che usa il microfono invece della racchetta sono quelli che intervista – Federer, Nadal, Djokovic – a sentirsi i brividi addosso. Numero 1. Per sempre.

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Rassegna stampa

Italia, sarà dura con USA e Canada (Tuttosport). Piqué, un gol da fuoriclasse: “Anche Messi nostro socio” (Ricci). ATP Finals a Torino, sfuma il sogno (Guccione-Ricci)

La rassegna stampa di venerdì 15 febbraio 2019

Alessia Gentile

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Italia, sarà dura con USA e Canada (Tuttosport)

L’urna regala, si fa per dire, all’Italia un girone intercontinentale per la nuova fase finale della rinnovata Coppa Davis. E offre nientemeno che la Nazione con più giovani emergenti, cioé il Canada. Con il Canada anche gli Usa, testa di serie del gruppo E. La Davis 2019, ricordiamo, va in scena alla “Caja Magica” di Madrid (veloce indoor) dal 18 al 24 novembre. Ed è già un onore esserci, tra le elette della prima volta. Alla Real Casa de Correos della capitale spagnola, le 18 nazioni in corsa (6 teste di serie e le 12 vincitrici del turno di qualificazione, che comprendeva l’Italia) sono state divise in 6 gironi (A-F) da tre. Gli incontri del round robin saranno spalmati su tre campi e due sessioni diurne perché bisogna chiudere tutto in una settimana. Ciascuna sfida sarà composta da due singolari e un doppio, almeglio dei tre set con tie-break anche nel parziale decisivo. A chi vince la sfida va un punto nel girone. Le prime classificate e le due migliori seconde si qualificano per i quarti. Già determinati anche i principi per la formazione del tabellone a eliminazione diretta dai quarti. Le due vincitrici dei gruppi A e B saranno ai due estremi opposti del tabellone e affronteranno le due migliori seconde. Negli altri due quarti si incontrano le prime dei gruppi C e D con le prime dei gruppi E e F. Le quattro semifinaliste si qualificano di diritto per la fase finale dell’edizione 2020, le nazioni che chiudono dal quinto al sedicesimo posto parteciperanno ai preliminari del 2020, le due con il peggior rendimento nei gironi saranno invece automaticamente retrocesse nei gruppi zonali. Questa la dichiarazione del presidente dell’ITF David Haggerty: «Credo che questo nuovo format migliorerà il livello del gioco e dello spettacolo». Gli fa eco il campione del Barcellona Gerard Piqué, per Kosmos: «Alla Caja Magica sarà una festa del tennis dal primo all’ultimo giorno». Se lo sarà per l’Italia dipenderà dalle condizioni in cui arriveranno le squadre. Il Canada ha vinto in Slovacchia con il 1999 Denis Shapovalov, già n. 25 al mondo e il 2000 Felix Auger-Aliassime, n.103, che ha ottenuto il punto decisivo. Gli Stati Uniti hanno saltato il turno di qualificazione in quanto teste di serie (semifinalisti 2018), ma hanno comunque 11 giocatori tra primi 100. Insomma, sarà dura, molto dura, ma l’importante è esserci e poi evitare uno degli ultimi due posti.


Piqué, un gol da fuoriclasse: «Anche Messi nostro socio» (Filippo Maria Ricci, La Gazzetta dello Sport)

 

Cosa pensa quando sente dire «La Davis di Piqué»? «Lo odio», dice Gerard con sincerità: «Qui ci sono 118 anni di storia, e si lavora di squadra». Beh, forse da oggi si parlerà della Davis di Piqué e Messi: «Non lo dica nemmeno per scherzo, che poi qualcuno lo ripete e la cosa diventa incontrollabile». Gerard Piqué sta presentando con David Haggerty, presidente dell’Itf, la nuova Coppa Davis. E ha appena detto che Leo Messi è un socio della Kosmos, la società che ha comprato i diritti per i prossimi 25 anni promettendo all’Itf la mostruosa cifra di 3 miliardi di dollari.

I suoi compagni del Barcellona come vedono questo suo impegno nella Davis?

Alcuni non capiscono granché di tennis e devo spiegargli come funziona. Altri sono eccitati dall’idea e vogliono venire a Madrid. In generale diciamo che ora sono abituati al fatto che mi occupi della Davis, inizialmente erano sorpresi.

Messi da che parte sta, gli eccitati o i disinformati?

Tra i primi, Leo è nostro socio, fa parte della famiglia Kosmos. Ci conosciamo da 18 anni e siamo abituati a condividere pensieri, idee, progetti. Ama il tennis e voleva far parte di questa cosa, è stato naturale.

Come va l’organizzazione?

Benissimo. La risposta da parte dei giocatori, dei tifosi, degli sponsor, della città di Madrid è superiore alle aspettative. C’è un sacco di lavoro da fare ma andiamo bene.

Il suo progetto ha attirato diverse critiche: Federer, Zverev, Hewitt giusto per citare i nomi più noti. Soprattutto per la data scelta.

Lo so, e posso dire che la cosa più complicata nel lavoro di questi mesi è stata quella di ascoltare le tante voci che ci sono nel tennis, uno sport che ammiro perché rispetto al calcio i giocatori sono molto più organizzati. La data a me piace: è vero che i giocatori saranno stanchi ma l’idea di chiudere l’anno tennistico con una cosa completamente diversa, con un torneo a squadre tanto speciale per me ha il suo fascino. Non ho avuto tempo di parlare con Federer e Zverev, Hewitt lo rispetto e gli dico che non è che è arrivato un calciatore a rivoluzionare il tennis: le decisioni si prendono con gente che ha vinto Davis e Slam.

Djokovic ci sarà?

Dipende da lui. Ci ho parlato in ottobre, abbiamo un’ottima relazione, mi riceve sempre a braccia aperte. È il presidente dei giocatori e giustamente cura i propri interessi. Vedremo. Aggiungo una cosa: chi verrà il primo anno tornerà sicuramente il secondo, e convincerà chi non sarà venuto a farlo nel 2020 perché l’idea è quella di organizzare un vero festival dello sport.


Atp Finals a Torino, sfuma il sogno (Guccione-Ricci, Corriere – Torino)

Svanito il sogno di un’Olimpiade bis, svanisce anche quello che i detrattori hanno indicato come un «premio di consolazione» con cui la sindaca Chiara Appendino avrebbe cercato di far dimenticare ai torinesi la mancata esperienza a cinque cerchi: la candidatura di Torino a ospitare le Atp Finals, dal 2021 al 2025. Se il M55 torinese si era mostrato entusiasta per un evento sportivo «low cost» (al contrario delle tanto vituperate Olimpiadi), è stata proprio la difficoltà nel reperire i denari richiesti a garanzia del dossier di Torino — 78 milioni di euro — a far naufragare il progetto. Per mandare avanti la candidatura la sindaca Appendino e i suoi assessori Alberto Sacco e Roberto Finardi avevano bussato alla porta del governo «in teoria amico». Ma ieri, alla vigilia della scadenza imposta da Atp, sono fallite all’interno dell’esecutivo le trattative tra l’ala 5 Stelle (favorevole ad accontentare Torino dopo la disfatta olimpica) e quella leghista (assai più restia). Lo scontro è iniziato prima del consiglio dei ministri ed è proseguito a seduta sciolta tra i due sottosegretari alla presidenza Simone Valente (M55) e Giancarlo Giorgetti (Lega). Il primo, titolare della delega per i rapporti con il Parlamento, ha cercato in tutti i modi di trovare l’accordo per dare il via libera alla lettera di patrocinio da 78 milioni. Il secondo, effettivo responsabile delle politiche per lo sport, non ha voluto sentire ragioni. L’alleato leghista avrebbe voluto infatti che a farsi carico della garanzia nei confronti di Atp fosse direttamente l’amministrazione Appendino. A meno che i leader 5 Stelle non avessero avallato la candidatura olimpica di Milano e Cortina 2026. Svanisce dunque il sogno meno luccicante, ma comunque considerevole di portare a Torino i grandi maestri del tennis. […] A nulla è valso, poi, l’intervento del presidente della Camera di Commercio, Vincenzo flotte, che lunedì aveva scritto una accorata lettera al premier Giuseppe Conte e a Giorgetti.

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Rassegna stampa

Sonego vede le finali (Bertellino). ATP Finals, l’ultima speranza è Conte (Repubblica Torino)

La rassegna stampa di giovedì 14 febbraio 2019

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Sonego vede le finali (Roberto Bertellino, Tuttosport)

[…] Con lucidità, da torinese doc classe 1995, parla della possibilità della sua città di ospitare dal 2021 al 2025 le Atp Finals: «Sarebbe una cosa stupenda – esordisce – per ogni sportivo italiano e amante del tennis in particolare. Per Torino poi, che ha una forte propensione al nostro sport, con tanti impianti di valore in città e nella prima cintura, sarebbe un’occasione perfetta per crescere e incrementare numeri e passioni. Il tennis e lo sport hanno bisogno dei personaggi e dei grandi eventi per lasciare un’impronta indelebile, anche se la macchina organizzativa che sta dietro ad un appuntamento come le Atp Finals è veramente mastodontica». Recentemente ha avuto l’opportunità di verificarne personalmente i contenuti: «Lo scorso anno in occasione delle Atp Finals di Londra – ha proseguito – sono stato tra i convocati all’Università dell’Atp, appuntamenti annuali con i prospetti emergenti del tennis internazionale per consentirci di capire meglio e approfondire le dinamiche del mondo professionistica. Ho così potuto abbinare lo studio alla presa d’atto diretta di cosa siano le Atp Finals, in questo caso a Londra. Scenario magnifico e massima attenzione al dettaglio. Avere un evento simile a Torino e per cinque anni consecutivi sarebbe un’opportunità unica per tutti noi, irripetibile. Credo che tutte le forze interessate dovrebbero unirsi per far si che la candidatura si concretizzi e possa rappresentare un vero volano per le forze sportive e non della città e del Paese nella sua interezza». L’allievo di coach Gipo Arbino crede nel potenziale di Torino inerente le grandi organizzazioni: «La storia recente insegna che le Olimpiadi invernali del 2006 hanno rappresentato una delle edizioni meglio preparate, più vissute e ricordate della grande rassegna a cinque cerchi, con un’eredità importante sia in termini impiantistici e di rivalorizzazione del territorio e delle sue bellezze. Sulla scia olimpica, negli anni che sono seguiti, Torino ha ospitato altri grandi eventi sportivi, anche tennistici come la sfida di Coppa Davis contro la Croazia al PalaVela. Ogni qualvolta è chiamata a misurarsi con realtà di tal fatta non tradisce e questo penso costituisca a priori una garanzia importante di qualità e affidabilità. Così come l’impianto nel quale dovrebbe andare in scena l’evento, ovvero il Pala Alpitour. Mi risulta che anche nello scorso fine settimana sia stato teatro di un grande appuntamento sportivo come il Grand Prix di fioretto e abbia generato solo pareri positivi. Tradizione, dunque, impianti ed esperienza, quali valenze migliori per continuare a credere nel fatto che le Atp Finals possano arrivare nella nostra città». Anche il Circolo della Stampa Sporting, struttura che Sonego conosce bene per essersi allenato in loco alcune stagioni, verrebbe coinvolto nell’organizzazione. Altre emozioni dunque: «Moltissime, perché è vicino a casa mia e rappresenta uno dei circoli storici di Torino, da sempre votato allo sport e al tennis. Pensare che Federer e i migliori 10 giocatori del mondo possano calcarne i campi per allenarsi, nonché viverlo per più di una settimana, è esaltante. Per tutti i giocatori come il sottoscritto che sono in ascesa e guardano al meglio sperando un giorno di raggiungerlo, uno stimolo in più a far bene e a non mollare la presa». A proposito di presa, parliamo di questa trasferta sudamericana: «È per me una nuova esperienza, da vivere intensamente sia in gara che fuori. Ti alleni e giochi per quattro settimane consecutive con alcuni tra i massimi protagonisti del circuito e capisci che non sei così lontano da loro. Vittorie come quella dell’altro giorno contro Jarry (un top 50 Atp) fanno morale e danno consapevolezza nei propri mezzi. L’obiettivo di tale trasferta è proprio questo, trarre il massimo in esperienza e la conseguenza sarà il ritorno tra i top 100 Atp» […]


ATP Finals, governo al palo. L’ultima speranza è Conte (j.r., Repubblica Torino)

 

Corsa all’ultimo minuto per salvare la candidatura di Torino alle Atp Finals dal 2021. Non si è risolto nemmeno ieri il tira e molla tra Lega e 5 Stelle sui 78 milioni di euro di garanzie che il governo dovrebbe assicurare in 5 anni, all’Atp, l’associazione dei tennisti professionisti che organizza il Master che conclude la stagione […] il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, non ha sciolto le riserve sull’impegno finanziario. Il suo omologo nel M5s, Simone Valente, si sta spendendo in tutti i modi per arrivare a una soluzione e anche ieri ci sono stati alcuni incontri per trovare un accordo, ma per ora il via libera ai fondi per Torino da parte dei leghisti non è arrivato. «Siamo in una situazione di stallo» ammettono fonti del governo. Uno stallo che potrebbe risolversi solo all’ultimo minuto, cioè durante il Consiglio dei ministri straordinario che dovrebbe tenersi oggi. La questione Atp Finals non è ufficialmente all’ordine del giorno, ma se non si arriverà a una soluzione la questione sarà posta direttamente al premier Giuseppe Conte, che martedì ha ricevuto la lettera di Ilotte. L’impressione è che serva infatti un confronto definitivo tra i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Il Coni, che con Appendino si è speso molto per portare Torino nella short list, per ora si tiene fuori dalle schermaglie, ma ieri il presidente Giovanni Malagò ha incontrato Giorgetti e inevitabilmente uno dei temi sarà stato quello delle Atp Finals. «Abbiamo avuto l’idea di portare le Atp Finals a Torino e sono contento che la nostra candidatura sia considerata eccellente – aveva detto qualche ora prima il numero uno dello sport italiano – Gli aspetti delle garanzie finanziarie non riguardano noi per ovvi motivi, dunque non posso aggiungere altro». Il destino dello sport a Torino sembra passare ancora una volta dai Giochi olimpici del 2026, però, perché il modo più sicuro per sbloccare la trattativa sembra essere un’apertura dei 5 Stelle sulle garanzie da fornire per le Olimpiadi di Milano-Cortina […]

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