Wimbledon: tre campionesse Slam in semifinale

Julia Goerges è l'unica giocatrice arrivata in semifinale a non avere ancora vinto un Major

Wimbledon: tre campionesse Slam in semifinale
Serena Williams - Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il torneo femminile di Wimbledon 2018 si sta normalizzando. Mentre la prima settimana ha riservato sorprese continue, eliminazioni imprevedibili, colpi di scena a ripetizione, al contrario la seconda sta offrendo risultati del tutto logici. Dagli ottavi di finale in poi, forse solo la vittoria di Bertens su Pliskova è stata veramente una sorpresa comparabile a quelle di primi giorni. Gli altri risultati rientrano nell’ordine delle cose e anche nella giornata dei quarti di finale, secondo me, hanno finito per vincere le giocatrici più accreditate. Le semifinali saranno quindi:

 

Ostapenko [12] (Lat)
Kerber [11] (Ger)
—————————-
Goerges [13] (Ger)
Williams S. [25] (USA)

Il primo confronto è un inedito, mentre Serena ha già sconfitto Goerges tre volte.
Goerges – Williams S. 0-3
Williams S. 6-3, 6-4 Roland Garros 2018 (clay)
Williams S. 6-1, 7-6(7) Toronto 2011 (hard)
Williams S. 6-1, 6-1 Roland Garros 2010 (clay)

Sono dunque rimaste in quattro, e non stiamo affatto parlando di “sopravvissute” che stanno facendo il torneo della vita, e che negli ultimi giorni di un Major ci sono approdate un po’ per caso. No, si tratta di tenniste con un palmarès di tutto rispetto. Solo Goerges è un gradino sotto alle altre: infatti sia Ostapenko che Kerber, oltre che naturalmente Serena Williams, hanno già vinto degli Slam. Al dunque, la consistenza di certe giocatrici ha prevalso, con la Germania che festeggia con due tenniste ancora nel torneo.

Per gli appassionati italiani la partita più sentita era quella tra Giorgi e Williams. (Trovate la cronaca QUI). In sede di bilancio credo si possa dire che, almeno sull’erba, ha sbagliato chi ha dato per finita una campionessa straordinaria come Serena. Forse a qualcuno farebbe piacere un ricambio ai vertici: ad esempio io guardo con simpatia le giovani giocatrici; però non bisogna confondere le simpatie e le speranze, per non dire il tifo, con l’analisi dei reali valori in campo. Quanto meno sull’erba, Serena ha dimostrato di essere ancora molto competitiva.

Camila ha giocato davvero bene, specie nella prima metà di match, ma progressivamente Williams ha aggiustato il servizio, ha alzato il proprio livello di tennis e ha finito per vincere  rischiando nella seconda parte praticamente zero (3-6, 6-3, 6-4). Come molti lettori hanno sottolineato, dopo aver vinto il primo set Camila ha dato la sensazione di poter continuare con un piccolo vantaggio sino all’1-1 15-30 del secondo set, quando era riuscita a conquistarsi un rovescio sopra la rete che pareva già quasi un punto fatto. Ma Camila lo ha messo lungo e Serena ha chiuso senza particolari problemi quel game di battuta. Da lì in poi Williams non ha letteralmente più concesso nulla. Anzi: nel game successivo Giorgi ha perso per la prima volta il servizio, e con quel break Serena avrebbe pareggiato i set.

Rispetto alle ipotesi tecnico-tattiche che avevo proposto (QUI), direi che Camila mi ha smentito su un aspetto: non ha sofferto più di tanto i colpi di Serena una volta entrata nello scambio. Invece è risultato evidente (e fondamentale) il vantaggio di Williams nel servizio e nella risposta. Non che ci voglia una gran scienza per scoprirlo: tutti sanno che Serena dispone non solo di una ottima risposta ma anche del miglior servizio della storia del tennis femminile. (Di solito sono contrario ad affermazioni così drastiche, ma direi che il servizio di Serena merita uno strappo alla regola).

Ultimo aspetto da sottolineare del match, i soli 9 errori non forzati di Williams: 2 nel primo set, 4 nel secondo, 3 nel terzo. Segno della grande attenzione che ha messo in campo e anche indirettamente del rispetto che aveva per la sua avversaria. Nell’intervista dopo il match vinto contro Rodina Serena aveva speso parole di elogio per Camila. Fra l’altro aveva detto: “È straordinario che una ragazza con un fisico relativamente minuto, riesca a produrre così tanta potenza”.

Avversaria di Serena in semifinale sarà Julia Goerges, che è emersa dal quarto di finale che in ogni caso avrebbe proposto il nome meno atteso. Infatti in carriera Julia non era mai andata oltre il terzo turno a Wimbledon, così come Kiki Bertens. Julia e Kiki sono amiche, e in conferenza stampa hanno descritto il loro match in modo praticamente identico (3-6, 7-5, 6-1). Bertens ha spiegato che sin dai primi scambi sentiva di giocare meno bene di Goerges e pensava di non aver meritato di vincere il primo set. A conferma della sportività che mostra regolarmente in conferenza stampa: anche quando perde è sempre molto lucida e onesta.
Ho seguito il match tra Goerges e Bertens per intero (registrato). La cosa che mi ha colpito di più è la strada tecnico-tattica che entrambe hanno intrapreso per arrivare a rendere su erba. Infatti tutte e due, che sono giocatrici che hanno raccolto il meglio su terra, hanno operato una parziale semplificazione del loro tennis, cercando di spingere sistematicamente sin dal primo colpo, con un atteggiamento iperaggressivo.

Forse più ancora di Goerges, che anche sulla terra basa molto del proprio gioco sulla qualità del servizio, è stata Bertens a modificarsi. Ad esempio relegando ai margini delle proprie scelte il rovescio slice, a favore del rovescio topspin a due mani: colpo che dà l’impressione di essere poco naturale, ma che in questo torneo ha funzionato.
Vedevo giocare Bertens e mi rendevo conto che per avere successo sull’erba Kiki ha seguito il percorso opposto di CoCo Vandeweghe. Vandeweghe per crescere nei risultati ha lavorato insieme al suo coach per aggiungere al tennis di pura potenza le discese a rete e proprio il rovescio slice; Bertens invece lo ha praticamente accantonato quando gioca in versione erbivora.

Apparentemente le scelte adottate da Bertens e Vandeweghe sembrano del tutto contraddittorie, tanto da renderle inspiegabili. In realtà penso che il punto chiave stia nell’interpretazione tattica e mentale del gioco su erba. Vandeweghe con l’istinto aggressivo ci è nata, e quindi quasi naturalmente sa quando operare una variante senza che si risolva in una forma di debolezza nei confronti dell’avversaria.
Invece Bertens (così come Goerges), che su erba è una giocatrice “costruita” probabilmente ha bisogno di adottare un copione (tattico e psicologico) più semplice e diretto, che faccia sì che non emergano le incertezze e le titubanze di chi non si è formato sui campi rapidi. In sostanza: lo stesso rovescio slice può risultare una soluzione insidiosa in una certa fase del match o dello scambio; mentre in un altra fase può risultare un segno di debolezza. Nel dubbio, Bertens ha preferito quasi evitare di utilizzarlo.

Chi invece non avrà mai il problema di risultare poco aggressiva è sicuramente Jelena Ostapenko. Dopo avere messo fine al sogno di Sasnovich negli ottavi, questa volta ha fermato anche Dominika Cibulkova (7-5, 6-4). Se si doveva capire quale delle due giocatrici è in grado di essere più attaccante e sfornare più vincenti, ci sono le statistiche a togliere ogni dubbio: Dominka 6 vincenti in tutto il match, Ostapenko 33. Jelena ha faticato in avvio, specie nella gestione della palla profonda sul lato del suo rovescio: diverse volte è arrivata in ritardo sulle parabole, perdendo il controllo del colpo. Ma poi ha progressivamente aggiustato il timing e una volta risolto il problema è diventata decisiva la sua capacità di far viaggiare la palla a una velocità spesso ingestibile per le avversarie. Cibulkova inclusa.

Nella seconda semifinale avremo un bel contrasto di stili, tra la capacità offensiva di Ostapenko e quella difensiva di Angelique Kerber, che ha sconfitto Daria Kasatkina. Prima del match non avrei saputo dire chi fra Kerber e Kasatkina avrebbe più spesso preso l’iniziativa. I numeri ce lo dicono: Kasatkina. Vincenti/errori non forzati: Kasatkina 33/31, Kerber 16/14.
Il loro è stato un match ben giocato, che è cresciuto progressivamente e che ha offerto nei game conclusivi molti scambi spettacolari. Ho seguito la partita dal vivo e mi ha stupito il pubblico del Centre Court. Nella stragrande maggioranza schierato con Kasatkina, con una atteggiamento che nel finale sembrava quasi da Fed Cup. A un certo punto il boato degli spettatori era diventato più intenso per lei che la scorsa settimana per la giocatrice di casa, Johanna Konta.

Una spiegazione certa per questo atteggiamento non ce l’ho; sicuramente era un appoggio che andava al di là dal semplice desiderio di vedere un terzo set. Forse Angelique in Inghilterra è poco amata? Non me ne ero reso conto prima. Oppure è Daria ad avere “sedotto” gli Inglesi? Qualsiasi fosse la ragione, il pubblico è andato molto vicino a diventare un fattore decisivo: quando nel secondo set, sul 5-6 Kasatkina ha cominciato a salvare match point in serie (sei volte), c’è stato un momento in cui ha iniziato a rivolgersi verso il pubblico alla ricerca di una connessione emotiva più stretta. Si stava creando quel legame che trasferisce la carica degli spettatori sulla giocatrice in campo, regalandole un surplus di energia che può diventare determinante. In quel momento ho pensato che se Kasatkina fosse riuscita ad allungare il set al tiebreak sarebbe stata in grado di rovesciare la partita. Non da sola: lei con l’aiuto dei 14 mila presenti. Ma in quei frangenti è stata molto brava ed esperta Kerber a chiudere il confronto nel game, prima che tutto si complicasse terribilmente.

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