US Open: il vero vincitore è il caldo

NEW YORK - Heat Policy e ghiaccio cercano di limitare gli effetti devastanti di un caldo senza precedenti a New York. Accorgimenti utili ma sono sufficienti?

US Open: il vero vincitore è il caldo
Novak Djokovic - US Open 2018 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, la nostra inviata

A New York in questi primi giorni di torneo sono senza dubbio caldo e umidità i veri protagonisti. Come già raccontato anche l’USTA è dovuta correre ai ripari per far fronte a tale emergenza. Per i giocatori impegnati nel torneo, soprattutto coloro i quali sono sopravvissuti alle partite disputate nel forno di Flushing Meadows, il problema è senza dubbio il recupero fisico. Tra i tennisti che potrebbero risentire del primo infuocato turno, c’è lo stesso Novak Djokovic. Come sottolineato a espn.com dalla dottoressa Melissa Leber, che collabora come medico per gli US Open, non è importante reintegrare solamente i liquidi, ma anche i carboidrati con un lauto pasto nella mezz’ora successiva alla fine della partita. Poiché molti atleti faticano a mangiare del cibo solido dopo un match duro e stressante, i pasti liquidi sono la soluzione. Si è parlato moltissimo anche dei bagni di ghiaccio, rimedio adottato non solo per il recupero successivo all’incontro, ma anche nel corso dei 10 minuti di pausa introdotti dall’USTA. Dopo due giorni dall’applicazione di tale norma i pareri dei tennisti sono contrastanti.

 

Giles Simon, in seguito alla sconfitta subita per mano di Milos Raonic, ha ironicamente affermato: “Mi fa sempre ridere la regola dell’heat break. Va tutto bene, puoi prenderti 10 minuti di pausa ala fine del terzo set. Grazie, amico, troppo buono!”. Simon ha inoltre suggerito che coloro che scrivono le regole dovrebbero provare a giocare una partita nell’inferno di questi giorni. Gilles ha, inoltre, concluso dicendo: “Ho la sensazione che finché qualcosa di davvero grave non succederà, niente cambierà davvero”. Taylor Townsend ha avuto ancora più sfortuna del collega. Mentre giocava sul campo numero 11 si è rifugiata in un edificio accanto durante il break, ma dopo pochi istanti ha preferito tornare in campo: “La stanza era calda. Non c’era aria condizionata, solamente un tavolo e una sedia”. Dominika Cibulkova ha avuto due punti di penalità per essere rientrata con un minuto di ritardo sul campo numero 17: “Non hanno però considerato che la stanza era a più di tre minuti a piedi dal campo, avrebbero dovuto pensarci. È colpa mia se ci vuole così tanto ad andare e tornare dal campo dove mi hai spedito?”.

Altri giocatori, però, pensano che tale accorgimento, seppur piccolo, possa aiutare. Sloane Stephens, ad esempio, ha dichiarato di aver ricavato un beneficio dal fatto di potersi rilassare qualche minuto nel fresco dell’aria condizionata dopo il secondo set. Anche Nole Djokovic ha ammesso che quei dieci minuti in una stanza fresca gli sono stati di giovamento. Peter Bodo, sempre su espn.com, scrive quanto afferma la dottoressa Leber: “In pochi minuti la temperatura corporea non scende drasticamente, ma comunque gli atleti possono sentirsi meglio soprattutto se approfittano della pausa per un totale cambio degli abiti”. Andrea Petkovic non si trova in accordo con tale tesi, dopo l’esperienza vissuta sul Louis Armstrong nella partita giocata contro Jelena Ostapenko. Andrea, sulle pagine del “New York Times“, ha raccontato che durante la pausa ha bevuto molta acqua fresca, si è avvolta in asciugamani ghiacciati e ha cambiato sia il vestito che le scarpe, ma una volta tornata sul campo qualcosa è andato storto: “Quando sono uscita dagli spogliatoi mi sembrava ci fossero cinque miliardi di gradi, la prossima volta resterò in campo durante la pausa, tanto non si può nemmeno parlare con l’allenatore per regolamento”. Proprio questo punto è stato motivo di discussione nel match di secondo turno andato in scena sull’Arthur Ashe tra Andy Murray e Fernando Verdasco, quando tra le mura degli spogliatoi si è consumato un piccolo giallo.

Jimmy Connors non le ha mandate a dire ai tanti che si sono lamentati: “Io per 3,5 milioni di dollari avrei giocato anche a mezzogiorno nel deserto del Sahara. Essere in forma è parte del mestiere!”. Al contrario Mats Wilander ha dichiarato che l’heat break non è sufficiente, ma è necessario, come agli Australian Open, pensare di chiudere il tetto e accendere l’aria condizionata all’interno dello stadio o di fermare il gioco nelle ore più calde. Al momento, però, l’USTA non sembra intenzionata ad applicare ulteriori accorgimenti. In attesa che nella giornata di venerdì arrivi su New York il previsto calo delle temperature, non resta che lasciare che lo spettacolo del torneo continui tra campi infuocati e bagni gelati.

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