Nadal e gli infortuni: “Io più sfortunato di Djokovic e Federer” – Ubitennis

Interviste

Nadal e gli infortuni: “Io più sfortunato di Djokovic e Federer”

Delpo e Djokovic pensano già alla finale. Per il serbo la chiave è la risposta. L’argentino ci crede: “ero sfavorito anche nove anni fa…”

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C’era un’attesa febbrile a Flushing Meadows attorno alla prima semifinale del singolare maschile tra il campione in carica e n.1 del mondo Rafa Nadal e il vincitore dell’edizione 2009 nonché n.3 del ranking Juan Martin del Potro. Nei quarti di finale di Wimbledon, questi due campioni si erano dati battaglia per quasi cinque ore con Nadal che era riuscito a prevalere al parziale decisivo. Dopo un primo set avvincente e di ottima qualità, vinto da Del Potro al tiebreak per 7 punti a 3, Nadal non è più riuscito ad esprimere il suo miglior tennis per colpa di un forte dolore al ginocchio destro. Perso nettamente il secondo set per 6-2, il fenomeno di Manacor ha deciso di mettere fine alla sua agonia, concedendo il match all’avversario.

“Ho avuto alcuni problemi durante tutto il torneo. Ho sentito dolore già dal secondo o terzo match. Poi sono stato meglio”, ha spiegato Nadal in conferenza stampa. “Sul due pari del primo set ho sentito un fastidio. Ho detto al mio box immediatamente che avevo un problema al ginocchio. Ho provato ad aspettare che se ne andasse nel corso dell’incontro ma non è successo. Ho resistito il più possibile ma non c’è stato verso. È sempre difficile dover concludere un incontro prima che finisca. Ma dovevo prendere una decisione. Il dolore era troppo forte”. A partire dal secondo set, anche Delpo si era accorto delle difficoltà di Rafa. “L’ho visto soffrire molto”, ha detto il 29enne tennista argentino, Io ho semplicemente continuato a fare il mio gioco. Mi sono detto di rimanere concentrato, nonostante il suo infortunio. Non sai mai cosa può succedere in quelle situazioni. Ho giocato aggressivo, cercando di farlo correre”. In effetti si sa che lo spagnolo può avere sette vite come i gatti.

Nadal ha anche spiegato che si è trattato di una tendinite. Un fastidio che si ripresenta spesso alle sue ginocchia, logore dai tanti anni di circuito ai massimi livelli e da un tennis molto basato sull’atletismo. “So benissimo qual è il problema”, ha sottolineato l’11 volte campione del Roland Garros, “È sempre lo stesso. Basta solo fare un po’ di trattamento. Non è un infortunio che devi stare fuori alcune settimane e poi sei come nuovo. È un infortunio che magari in una settimana ti senti meglio e magari va avanti per sei mesi”. Speriamo tutti che le cose vadano per il meglio e di ritrovarlo competitivo per il finale di stagione. D’altro canto Rafa è ormai abituato a convivere con gli infortuni, come e persino di più di altri campioni del tennis contemporaneo. Tanto da stizzirsi quando gli si pone un paragone con Federer e Djokovic. “Mi dispiace ma non è giusto mettermi a confronto con loro”, ha detto il 32enne iberico. “Novak ha avuto un problema l’anno scorso. Roger un paio di cose. Ma se contiamo quanti Major e Masters 1000 ho dovuto saltare io e quanti loro per infortunio non c’è storia”.

 

Nadal perderebbe però nettamente la sfida degli infortuni contro del Potro. Come in molti sanno, la Torre di Tandil ha praticamente saltato due intere stagioni, quelle del 2014 e del 2015, a causa di una serie di operazioni al polso. Ad un certo punto, quando il rientro sembrava impossibile, aveva addirittura pensato di alzare bandiera bianca e appendere la racchetta al chiodo. “Il momento peggiore è stato nel 2015 quando ero vicino a ritirarmi”, ha raccontato del Potro, “non riuscivo a risolvere i miei problemi al polso. Ho sofferto molto. Sono caduto in depressione. È stato un brutto momento”. In quel periodo difficile ad aiutarlo sono stati gli stessi amici che si è portato dietro in questa edizione degli US Open e che non smettono mai di incitarlo. “Loro sono molto importanti per me perché mi hanno aiutato quando ne avevo bisogno, cercando di tenermi di buon umore e spronandomi a non mollare”, ha affermato il giocatore sudamericano.

Del Potro torna dunque in finale a New York a distanza di ben nove anni dalla sua prima sorprendente vittoria su Federer, che gli ha regalato il suo primo e fino ad ora unico Slam della carriera. A dividerlo dal titolo è rimasto l’uomo più in forma del momento e il favorito della vigilia, ovvero Novak Djokovic. Nella sua semifinale, il fuoriclasse di Belgrado si è sbarazzato comodamente in tre set di Kei Nishikori.“Ho risposto bene, gli ho messo sempre molta pressione, facendolo muovere per il campo e togliendogli il ritmo”, ha affermato Nole. “Ho giocato un ottimo match”. L’attenzione del tennista serbo è ora tutta rivolta alla vittoria in finale che gli regalerebbe la doppietta dopo Wimbledon, impresa da lui già realizzata due volte in carriera (2011 e 2015), e il 14esimo torneo dello Slam. Per ottenerla, Nole deve riuscire a neutralizzare le bombe al servizio di del Potro. “La chiave per me sarà la risposta”, ha proseguito, “quante ne riuscirò a mettere in campo e quanto profonde. Ma devo anche servire bene”.

Ma di rivalità con l’argentino non se ne parla nemmeno. Solo parole al miele per quello che lui definisce un “gigante buono”. “Mi piace molto, non solo come giocatore ma anche come persona”, ha spiegato Djokovic. “È un caro amico. Qualcuno per il quale ho molto rispetto. Tutti siamo stati dispiaciuti dai suoi infortuni che lo hanno tenuto fuori dal circuito per così tanto tempo. Ma sapevamo che poteva tornare ed essere un Top 5. Anche quando il suo ranking era molto basso sapevamo che aveva le qualità per risalire”. Qualche ora prima anche del Potro aveva definito Nole “un buon amico”. Domenica però non ci sarà spazio per l’affetto, ma solo per dritti e rovesci vincenti. Nole è chiaramente il favorito. Dei 18 precedenti giocati tra i due, del Potro ne ha vinti solo 4, l’ultimo due anni fa alle olimpiadi di Rio. “Ma anche nove anni fa ero sfavorito contro Roger poi sappiamo com’è andata a finire. Proverò a sorprendere tutti ancora”, ha suggerito Palito. Insomma lui ci crede. E ha dimostrato in carriera che quando è convinto di qualcosa, nulla è impossibile.

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Australian Open

Australian Open: Halep, lupa solitaria. Azarenka crolla, Genie sfida Serena

Così lontane, così vicine. Cosa hanno in comune Bouchard e Williams? La numero uno del mondo si vendica di Kanepi: “Non ho aspettative”. Vika Azarenka in lacrime: “Perché tutto questo?”

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Tra lacrime, vendette e felici ritorni si è chiusa la seconda giornata dell’Australia Open 2019, che ci consegna il quadro completo dei primi turni. Serena Williams dopo due anni ha rimesso piede su quella Rod Laver Arena in cui festeggiò il 23esimo Slam della sua carriera. Un ritorno a Melbourne sul velluto il suo. Solo due giochi concessi a Tatjana Maria, un’ottima prestazione per iniziare al meglio la rincorsa al record di 24 Slam ancora nelle mani di Margaret Court. Al secondo turno però gli occhi non saranno tutti puntati su di lei. Ciò non capita molto spesso, ma quando dall’altro lato della rete c’è Eugenie Bouchard è più che comprensibile. L’amatissima tennista canadese, tornata in top 100 da pochi mesi, ha battuto in meno di un’ora Shuai Peng in un match che sembrava ben indirizzato già dai primi punti.

Genie ha qualche chance di sorprendere Serena in un secondo turno Slam? Le speranze sono esigue, la fiducia non è al massimo, ma Bouchard ha – finalmente – buone sensazioni: “Ora sono felice. Mi diverto in campo e sento che negli ultimi mesi ho fatto dei miglioramenti importanti. Ho giocato in modo solido negli ultimi tornei, mi sono goduta le partite e anche gli allenamenti. Questo è molto importante, perché ho avuto molti momenti in cui non mi sono divertita tanto.” Se guardassimo solamente i due palmares, la sfida avrebbe pochissima risonanza mediatica, ma l’enorme seguito di tifosi che sperano di vedere una versione di Bouchard nuova – e soprattutto vincente – amplifica in modo anche eccessivo le voci sulla prossima partita. E i media cavalcano l’onda.

Le domande dei giornalisti hanno tuttavia evidenziato un tratto comune tra Serena e Genie, le quali apparentemente condividono davvero poche cose. “Sarà un gran match” ha detto Williams, “lei gioca molto bene. Apprezzo molto il fatto che non abbia mollato. La gente la dà per finita e lei non si lascia turbare da questo. Continua a lottare e a fare ciò che deve.” La voglia di rialzarsi sempre e di non mollare mai nonostante le mille voci in circolazione è un tratto caratteristico non solo della canadese anche della carriera di Serena, sebbene quest’ultima lo abbia fatto sempre a livelli straordinari. Bouchard ha elogiato così la sua prossima avversaria: “Ammiro la longevità della sua carriera e il suo dominio negli anni, ma ovviamente ammiro anche il fatto che sia ritornata forte così tante volte, dopo gli infortuni, dopo la gravidanza”.

 

Dopo aver deluso così tante aspettative (spesso troppo elevate) è complicato parlare di una Bouchard pronta al grande salto. Ma a volte proprio un match apparentemente impossibile da vincere può determinare la svolta. Chi può dire che sia troppo tardi?

Serena, come all’ultimo US Open, si trova nell’ottavo della prima testa di serie, Simona Halep. Anche a Flushing Meadows la rumena si era trovata di fronte l’estone Kaia Kanepi al primo turno e il match si era concluso piuttosto male per lei, così tanto da liquidare in questo modo le domande dei giornalisti su quell’incontro: “E’ passato. Quel torneo per me non esiste più.” I brutti ricordi di quel perentorio 6-2 6-4 e la striscia aperta di cinque sconfitte consecutive rendevano l’esordio di Simona all’Australian Open un’autentica trappola, dalla quale è dovuta uscire senza l’aiuto di Cahill. La finalista uscente affronterà questa prima parte di stagione senza un allenatore, dopo aver chiuso l’esperienza con il coach che l’ha fatta diventare grande: “Com’è venire in Australia senza Darren? Strano e difficile (sorride). Lui però è qui, mi dà qualche consiglio e gli sono grata per essermi così vicino. Siamo amici anche se non abbiamo più il rapporto coach-giocatore.

Ora spetta solo a lei ricercare il giusto approccio al match e in questo primo turno l’ha fatto nel modo giusto. Dopo essere stata bombardata per più di un’ora da Kanepi, Halep ha vendicato la sconfitta patita qualche mese fa rimontando un set e un break di ritardo e ha raggiunto il secondo turno: “Sì, non vincevo un match da Cincinnati, ma se penso a tutte queste cose prima di un match non potrei più giocare a tennis. Ho preso un rischio arrivando tardi in Australia, ma avevo bisogno di passare del tempo a casa. Mi sono detta di non avere aspettative venendo qui. Nessuna pressione. Solo dare il mio meglio e trovare il ritmo giusto. Ora ho fatto un passo in avanti, non mi sento a un alto livello, ma sono motivata.”

Non è stata una buona giornata invece per Victoria Azarenka, due volte campionessa a Melbourne nel 2012 e 2013. La bielorussa è stata eliminata da Laura Siegemund dopo aver vinto il primo, un brutto colpo per Vika, che si è presentata in conferenza stampa con il morale sotto i piedi. Non l’ha aiutata affatto la domanda di un giornalista, che le ha chiesto cosa le dà la forza di superare tutte le sfide che sta affrontando da quando è nato suo figlio. La tennista è scoppiata in lacrime:Ho dovuto affrontare molte brutte cose nella mia vita. Mi chiedo perché, penso che questo mi renda più forte. Almeno vorrei crederci. A volte ho solo bisogno di tempo, di pazienza e un po’ di supporto”.

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Australian Open

Shapovalov tra Twitter e court dopo l’esordio: “Sto giocando alla grande”

Espulso dalla nota rete social per presunte irregolarità nella comunicazione anagrafica, il canadese ha brillantemente superato il primo turno dell’Australian Open. E in conferenza ha chiacchierato parecchio

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Tutto sotto controllo per Denis Shapovalov, apparso fresco come un fiore di campo nella conferenza stampa seguita alla facile vittoria su Pablo Andujar nel giorno dell’esordio a Melbourne. Il (quasi) ventenne canadese è apparso in forma sfolgorante, con tanto di taglio di capelli rimodellato sul corto, dopo il passo falso commesso ad Auckland un paio di settimane fa, quando Denis ha dovuto ingoiare un’inopinata sconfitta contro Joao Sousa, non certo il principe delle superfici rapide. “Ma lui in Nuova Zelanda ha giocato bene, e io mi stavo ancora rodando”. In effetti, com’è arcinoto, Shapovalov si è sottoposto a una preparazione invernale molto severa, accompagnato nel raggiungimento dello scopo dal nuovo coach Rob Steckley: a quanto pare la collaborazione tra i due si è rivelata prodiga di frutti, dal momento che Steckley, ingaggiato ad interim lo scorso settembre, avrebbe dovuto “provare” solo fino al termine della passata stagione. “Ci stiamo trovando bene, abbiamo studiato varie soluzioni per portare il mio gioco a un livello successivo e più alto e forse proprio per questo motivo ho faticato sia contro Sousa ad Auckland, sia contro Sock al Kooyong Classic. Soprattutto in Nuova Zelanda avevo ben preciso in mente quello che dovevo fare, ma semplicemente non riuscivo a portare il lavoro a termine, soprattutto a causa di errori con il dritto. Quando si prova qualcosa di nuovo è normale che sia così: gli stessi dritti che con Sousa uscivano oggi sono entrati”.

Ha voglia di interloquire, Denis, forse perché detta possibilità gli è stata preclusa su Twitter: secondo quanto ha fatto sapere il giocatore, apparso scherzosamente (ma non troppo) preoccupato dalla faccenda, il noto social fondato a San Francisco gli avrebbe sospeso l’account per verifiche sui suoi dati anagrafici. “Hanno messo in piedi delle complicazioni assurde perché ritengono che io mi sia iscritto quando ero troppo giovane, quindi mi hanno chiesto di spedire una lettera con la certificazione di un genitore. Fa ridere vero? Se qualcuno di influente è in ascolto, mi aiuti a essere riammesso!”.

Di buon umore, e ci mancherebbe altro: dei sessantaquattro qualificati al secondo round, “Shapo” è parso tra i più brillanti, e il corridoio verso i sedicesimi con presumibile vista su Novak Djokovic pare essere piuttosto sgombro: “Ma Taro Daniel – il suo prossimo rivale – è pericoloso. Dovrò prestare molta attenzione, del resto lui a New York qualche anno fa è stato sopra di un set e un break contro Rafa Nadal”.

 

Dichiarazioni di circostanza in favore del terraiolo giapponese a parte, Denis può fare un buon torneo, ed entro la fine del 2019 in molti si attendono da lui il grande salto. In primis i vertici dell’ATP, sempre alla spasmodica ricerca di nuove star da affiancare alle veterane leggende over 30, che vedono nel canadese una delle vedette in grado di vendere, e vendere bene, il prodotto nel futuro prossimo. “Sono entusiasta di quello che sta avvenendo e avverrà nel circuito in termini di ricambio generazionale. Ci sono molti talenti, provenienti da molte nazioni diverse, che adottano stili parecchio differenti. Io, Tsitsipas, Tiafoe, De Minaur: naturalmente i primi della classe dominano ancora e saranno in giro per molto tempo, quindi dobbiamo salire di livello”.

Shapovalov promette di installarsi ai vertici di un circuito in fase di piena trasformazione, una trasformazione che lo aggrada, a quanto pare: “Dall’anno prossimo l’ATP Cup permetterà a tutti di preparare meglio l’Australian Open, e girerà a tutti i giocatori molti soldi utili a foraggiare l’attività professionistica. In generale il mondo delle competizioni a squadre si sta evolvendo in un modo che sono molto curioso di esplorare”. Il tutto sotto l’occhio vigile dei grandi rappresentanti dei giocatori in seno al fatidico Council: “Sono molto giovane, e anche se ho le mie idee non mi sento di entrare in una stanza e svelare il mio punto di vista con decisione. Ciò non vuol dire che non ragioni su moltissimi aspetti della vita nel Tour, ma non mi sento ancora arrivato a quella fase della carriera in cui posso pretendere di essere ascoltato con attenzione. Del resto oggigiorno mi sento tutelato da grandi uomini come Novak Djokovic, Kevin Anderson, Robin Haase e Vasek Pospisil, non potrei chiedere di meglio”.

Forse solo una cosa, giusto per essere onesti: “La settimana scorsa ho fatto una seduta d’allenamento con Roger e mi dicevo è impossibile, quello dall’altra parte della rete si chiama Roger Federer e ritiene che il mio livello sia sufficiente ad allenarlo, ero in stato di shock”. Pare che Roger abbia espresso pareri entusiastici sullo stile di gioco del canadese: “Lo ringrazio, ma mi ha distrutto”. Per superare i vecchietti ce ne vuole ancora un po’.

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Australian Open

Federer: “Sapere di Andy è stato uno shock”. Djokovic: “Sono stato male per lui”

MELBOURNE – Nelle dichiarazioni pre-torneo tutto il rammarico di Roger e Novak per il ritiro di Murray

Luca Baldissera

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Roger Federer nella conferenza stampa pre-torneo - Australian Open 2019 (foto @AustralianOpen Twitter)

da Melbourne, il nostro inviato

ROGER FEDERER

Cosa pensi del ritiro di Andy Murray? Quanto è stato difficile, secondo te, prendere questa decisione?
Beh, purtroppo credo che in questo caso sia stato il suo corpo a prendere la decisione per lui. Devono essere stati due anni duri per lui. Mi ricordo quando abbiamo giocato a Glasgow, sapevo quanto non stesse bene allora. Facevo fatica a credere che riuscisse a giocare, ma era per una buona causa, e sentiva di essere in grado di farlo. Credo che tutti possano capire, quando ti rendi conto che non potrai mai tornare al 100% è comprensibile arrivare a questa decisione. Ero triste, deluso, è stato uno shock sapere che lo avremmo perso, ma sappiamo che prima o poi una fine arriva per tutti.

 

Com’è andata la preparazione invernale? Hai cambiato qualcosa quest’anno?
Non ho fatto alcun cambiamento, ho potuto lavorare più intensamente di quanto mi aspettavo, ma non ho fatto variazioni in vista di un’eventuale stagione sulla terra rossa. Dopo mi sono sentito bene, il mio corpo mi ha consentito di allenarmi come programmato e anche di più.

Come sono cambiate le tue sensazioni fisiche, da atleta di oltre 37 anni? Rispetto a 10 anni fa cos’è cambiato?
Con l’età si impiega più tempo a recuperare dai piccoli traumi, dai doloretti. Probabilmente ogni giocatore ha un punto debole, per alcuni è l’anca, per altri il ginocchio, o la spalla, eccetera. E gli infortuni a quelle parti del corpo impiegano di più per guarire.

La Hopman Cup ti ha dato più convinzione?
Ha funzionato tutto molto bene, come nell’ultimo paio di anni. Sempre molto divertente giocare in squadra con Belinda, il pubblico a Perth è incredibile. E poi, logisticamente, venendo da Dubai è comodo, il fuso orario non è pesante da assorbire.

Lo scorso anno dicesti di non avere la sensazione che avresti vinto. Come ti senti quest’anno?
Sento di stare giocando bene, certo Denis (Istomin n.d.r.) è un avversario pericoloso, gioca bene sui campi veloci, me lo ricordo quando battè Novak qui due anni fa.

Ritornando al discorso riguardante la forma fisica, durante la loro carriera Rafa, Novak e Stan hanno avuto problemi più seri dei tuoi. Qual è il motivo della tuo essere così in forma alla tua età, secondo te?
C’è bisogno di un po’ di fortuna, magari qualche anno fa un piccolo intoppo l’ho avuto con l’incidente al ginocchio in bagno. Ma ormai conosco e capisco bene il mio corpo, so quando posso giocare, so quando devo fermarmi. In parte può anche essere il mio stile di gioco, ma anche se tutti mi dicono che sono fluido nei colpi, per ottenere questo ci vuole moltissimo lavoro.

NOVAK DJOKOVIC

Cosa si prova a giocare uno Slam che senti quasi come casa tua?
Lo chiamano lo Slam felice (Happy Slam) per un motivo! L’atmosfera è fantastica, anche in giro per la città ci sono un sacco di vibrazioni positive, e poi qui a Melbourne c’è una numerosa comunità serba, che mi sostiene tutti gli anni.

Domanda inevitabile su Andy Murray: vi siete allenati insieme l’altro ieri, ti sarai sicuramente accorto delle sue difficoltà, hai forse trattenuto un po’ il braccio?
No, ho spinto come al solito. Era ovvio che avesse dei problemi, Andy è stato per anni uno dei giocatori più in forma del circuito, uno di quelli che ti rimanda sempre una palla in più. Le nostre carriere sono state simili, fin dagli junior. Siamo nati a una settimana di distanza, abbiamo giocato insieme e contro per tutta la vita, anche tecnicamente il suo tennis è simile al mio. Sono stato male per lui a vederlo così in difficoltà. Andy è amatissimo e rispettato da tutti negli spogliatoi, è una leggenda del nostro sport, plurivincitore Slam, due ori Olimpici, la Coppa Davis.

Hai vinto qui la prima volta 10 anni fa. Cosa si prova a difendere un titolo Slam?
Nel 2008 ero un ragazzino che sgomitava per emergere, vincere qui è stato incredibile. La seconda volta è stata molto diversa, le prospettive cambiano. Ho dovuto aspettare diverso tempo per fare nuovamente un exploit simile.

Ieri il player’s council ha votato per la sostituzione del presidente ATP a fine anno. In qualità di presidente del council, credi che ci sia voglia di cambiamento da parte dei giocatori?
Non so come tu abbia avuto questa informazione, sono cose riservate, non posso commentare nulla al riguardo. Sul prize money, siamo soddisfatti dell’andamento generale. C’è una discussione in corso con gli Slam, lo scopo è ottenere più montepremi per i primi turni, e per le qualificazioni. Dovrebbero esserci più di un centinaio di giocatori che possono permettersi di viaggiare per il tour e vivere bene di tennis.

Andy era incredibilmente rispettato anche dalle giocatrici e dalla WTA. Cosa credi si possa fare per far sì che ci sia un’armonia maggiore tra ATP e WTA?
Credo che uomini e donne siano parte della stessa squadra, dovremmo tutti essere in armonia, rispettandoci a vicenda, e facendo del nostro meglio per far prosperare il tennis.

Come si inserisce in questo contesto il fatto che uno come Stakhovsky, noto per le sue posizioni negative e controverse, sia nel player’s council?
Hai puntualizzato le cose negative su Sergiy, ma ce ne sono anche molte di positive, come il suo contributo e il suo impegno nel migliorare le condizioni dei giocatori oltre la 50ma posizione. Riguardo a Justin Gimelstob, prima di esprimere delle valutazioni bisogna attendere che l’inchiesta che lo coinvolge si concluda. Lui è molto rispettato tra i giocatori, e ha fatto parecchie cose importanti. Non posso dire di più, il processo è ancora in corso.

Alla fine delle domande in inglese, mentre i giornalisti internazionali si allontanavano dalla stanza, Novak, sorridendo, ha detto in serbo: “Che razza di prima conferenza stampa, abbiamo parlato più di politica che di tennis!“.

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