Le dieci di Fognini, Halep in discesa libera

Numeri

Le dieci di Fognini, Halep in discesa libera

A Chengdu 18esima finale in carriera per Fabio (decima sconfitta). La numero 1 del mondo al quarto KO di fila. La rinascita di Tomic e Nishioka, conferma Sabalenka

Pubblicato

il

0 – le top ten giunte ai quarti del Premier 5 di Wuhan, torneo dotato di oltre 2 milioni e settecentomila dollari di montepremi e della stessa categoria di eventi storici del calendario tennistico come Roma, Open del Canada e Cincinnati. Il Dongfeng Motor Wuhan Open non ha analoga tradizione – è nato solo nel 2014 – ma poteva contare sulle presenza delle prime quindici giocatrici al mondo (la prima a non risultare nell’entry list era Serena Williams). Tecnicamente dunque, oltre che economicamente (alla vincitrice andava un assegno superiore ai 500.000 dollari, assieme a pesanti 900 punti in classifica) era sicuramente stimolante per le migliori. Eppure, il pubblico di Wuhan nelle partite più importanti del torneo non ha visto in campo nessuna top 15, a causa della stanchezza con la quale le migliori arrivano all’autunnale trasferta asiatica e al grande equilibrio che vige nel tennis femminile. A tal riguardo, basti notare come sei tenniste (Serena, Kerber, Pliskova, Muguruza, Halep, Wozniacki) diverse si siano avvicendate al numero uno del ranking da inizio 2017 e che si siano avute ben otto vincitrici diverse negli ultimi otto Major giocati. L’ultima delle quali, Naomi Osaka, in appena quattro tornei nel 2018 ha raggiunto le semifinali, a riprova dell’incostanza delle migliori: la 21enne giapponese ha brillato e entusiasmato a New York, dove però, oltre a Serena, in quel momento 26 WTA, ma sempre tra le favorite a prescindere dalla sua classifica, aveva incontrato solo una top 15 (Keys). Naomi ha interrotto la sua striscia positiva non appena ha affrontato una top ten, Karolina Pliskova a Tokyo. Stanchezza delle migliori a fine stagione, grande equilibrio, entrambi i fattori o altro: qualunque sia la ragione, la delusione di organizzatori e pubblico di Wuhan nell’aver investito, a seconda dei ruoli, tanti soldi per non vedere nessuna stella, deve essere stata legittimamente grande.

4 – le sconfitte consecutive patite da Simona Halep. Non le capitava dall’estate 2012, quando non era ancora mai entrata nella top 30. E dire che quando a metà agosto arrivò in finale a Cincinnati, dopo aver vinto Montreal e precedentemente il suo primo Slam, il Roland Garros, la numero 1 del mondo era la padrona incontrastata del circuito. Simona aveva vinto nove match consecutivi per riuscire a raggiungere le due finali negli importanti Premier 5 nord-americani (non ci riusciva, nello stesso anno, dal 2015). Una striscia di risultati positivi estremamente positiva estendibile a 18 degli ultimi 20 (considerando anche il titolo al Roland Garros) incontri e a ventidue delle ultime venticinque partite (includendo anche la finale di Roma). La finale persa a Cincinnati contro Bertens – dopo aver sprecato un match point nel tie-break del secondo set – è stata, inaspettatamente, solo l’inizio di un periodo molto difficile per la campionessa romena. L’inopinata sconfitta nella partita che inaugurava il nuovo Louis Armstrong, nel primo turno degli US Open perso contro Kanepi, sembrava solo uno sfortunato incidente di percorso. La trasferta asiatica, con le sconfitte all’esordio a Wuhan (in due set contro Cibulkova) e Pechino (ritiro dopo aver perso il primo parziale contro Jabeur) ha però confermato il momento difficile. Purtroppo, il peggio potrebbe non essere ancora arrivato: Simona in Cina ha parlato nel post match dei problemi alla schiena che la stanno affliggendo e non ha nascosto l’ansia per l’evoluzione di questi dolori in qualche problema più serio. Le auguriamo vivamente di no.

 

5 – le sconfitte rimediate nelle ultime sei partite giocate da Stefanos Tsitsipas. Il numero 15 del mondo, nella settimana che lo portava a compiere i 20 anni, lo scorso agosto a Toronto impressionò il mondo del tennis arrivando alla finale del Masters 1000 canadese – lui che in precedenza non era mai arrivato nemmeno agli ottavi in tornei di questa categoria – che gli permise il conseguente balzo in classifica nella top 20. Arrivato in Canada reduce dalla semi all’ATP 500 di Washington, divenne il più giovane nella storia dell’ATP Tour a sconfiggere nello stesso torneo ben quattro top ten: Thiem, Djokovic (unica sconfitta del serbo nelle ultime ventitre partite da lui giocate), Zverev (annullandogli due match point) e Anderson (a cui impedì di convertire una palla match). L’aumentata celebrità e con essa le aspettative nei suoi confronti devono avere provocato un periodo di fisiologico assestamento in Stefanos, il quale, dopo Toronto, ha vinto una sola partita contro Tommy Robredo, 214 ATP, al primo turno degli US Open. Dopo la sconfitta con Nadal in finale, sono arrivate ben tre sconfitte nella partita inaugurale del suo torneo. In particolare, sono stati deludenti le ultime due: quella di Metz – contro Berankis, 103 ATP – e quella di Shenzhen pochi giorni fa, sconfitto in due set da Herbert, 67 ATP, vincitore in due set (6-3 7-6) e poi finalista del torneo. Il tennis attende con ansia che la sbornia finisca e torni a giocare come sa.

10 – le finali ATP perse da Fabio Fognini. Aggiungendo le otto vinte, corrispondenti ai titoli sin qui conquistati in carriera, si arriva a un totale di diciotto, distribuite tra terra (tredici), cemento all’aperto (due, con un successo e una sconfitta) e tappeto indoor (quattro, tutte perse). Quindici di esse sono arrivate in tornei appartenenti alla categoria ATP 250, tre ad eventi della fascia ATP 500 (quella vinta ad Amburgo nel 2013, le due perse nel 2015 a Rio de Janeiro e nuovamente Amburgo). Ad esse vanno aggiunte altre diciotto semifinali, quattro sole di queste in tornei non giocati sulla terra: a gennaio 2018 Sydney sul cemento all’aperto, lo scorso anno Stoccolma e Miami (unica del livello Masters 1000, assieme a Montecarlo nel 2013) e Pechino nel 2015 (unica della categoria ATP 500, con quella di Rio raggiunta lo scorso febbraio). Un bottino ragguardevole, degno di un giocatore, particolare da non dimenticare, capace di stare sin qui ben 103 settimane nella top 20, un numero molto importante destinato a salire (da qui a fine anno ha soli 135 punti da difendere) e che ben poco viene sminuito dalla strategia del ligure di giocare molti tornei “piccoli”. Sono tanti altri gli ottimi giocatori che provano a utilizzare lo stesso metodo e non hanno gli stessi risultati del numero 1 italiano. Il grande tennis si gioca nei Major o nei Masters 1000, è vero, ma ottenere ottimi piazzamenti in tornei ATP 250, in un sport professionistico in cui nessuno regala nulla e nel quale tutti tra i primi 200 sanno giocare bene, se non benissimo, i vari colpi del bagaglio tecnico (senza approfondire la loro grande forza mentale), è comunque molto difficile e sarebbe scorretto non sottolinearlo. Peccato solo per l’ultimo torneo a Chengdu, dove Fabio, in finale contro Tomic, ha sprecato nel tie-break del terzo set addirittura quattro match point (di cui ben tre consecutivi). Per arrivare a giocarsi la possibilità di vincere il nono titolo, Fabio aveva eliminato in precedenza Bemelmans (6-4 7-6), 114 ATP, Ebden (6-4 6-2), 47 ATP e Fritz (6-7 6-0 6-3), 62 ATP. Nonostante la delusione per l’epilogo, la caccia al miglioramento del best career ranking (l’attuale 13) continua.

13 – i titoli vinti in doppio da Pierre-Hughes Herbert, tre dei quali Major e sei Masters 1000. Tutti, ad eccezione del primo (a Tokyo 2014) conquistati in coppia con Nicolas Mahut, con il quale è salito sino alla seconda posizione del ranking di specialità dopo aver vinto Wimbledon nel 2016. In singolare, il 27enne nato a Schiltegheim, piccolo paese del Basso Reno situato vicino Strasburgo, ha sin qui avuto un rendimento decisamente inferiore. L’accesso nella top 100 è arrivato solo nell’agosto 2015, in coincidenza di quella che sino alla scorsa settimana era la sua unica finale nel circuito maggiore: a Winston-Salem da qualificato si arrese solo nell’ultimo atto del torneo a Kevin Anderson. Una continuità tale da garantirgli quantomeno una costante presenza dai primi 100 al mondo l’ha però trovata solo da febbraio dell’anno scorso, quando, da qualificato, a Rotterdam sconfisse (unica volta in undici confronti sin qui) un top 10, Thiem, per giungere sino alle semifinali. Il primo terzo turno della carriera in un Masters 1000 (a Indian Wells) e al Roland Garros e i due quarti di finale raggiunti a Pune e Antalya lo avevano fatto avvicinare al best career ranking (67 nel 2016), traguardo che verrà superato con la finale di questa settimana a Shenzhen. Nella metropoli cinese Herbert ha prima eliminato Lajovic (6-4 6-3), 67 ATP; poi al secondo turno con Tsitsipas – sconfitto 6-3 7-6 – è arrivata la quarta vittoria contro un top 20. Nei quarti e in semi due maratone di oltre due ore e mezza lo hanno portato sino alla finale: Ramos (6-7 7-6 6-4), 52 ATP, e De Minaur (7-5 2-6 7-6), 40 ATP; con l’australiano incapace di convertire due match point, sono stati costretti a fargli spazio. In finale il francese ha lottato ma alla fine si è arreso a Nishioka, vincitore al terzo e decisivo set.

18 – i successi nelle ultime 21 partite giocate da Aryna Sabalenka. La ventenne bielorussa, appena cinquantadue settimane fa iniziava la sua scalata nel grande tennis raggiungendo a Tashkent, da 119 WTA, la sua prima semifinale nel circuito maggiore. Sabalenka si era fatta conoscere agli addetti ai lavori nella scorsa Fed Cup, contribuendo in maniera decisiva a portare la sua Bielorussia in finale: proprio a novembre 2017, contro gli Stati Uniti, otteneva la vittoria sin a quel momento più prestigiosa della carriera, sconfiggendo Stephens, fresca vincitrice degli US Open. Nel 2018 era partita subito forte, raggiungendo i quarti a Shenzhen e Hobart, mentre ad aprile a Lugano la bielorussa conquistava la prima finale della carriera sulla terra (sconfitta da Mertens). Sull’erba Aryna compiva un ulteriore salto di qualità nel rendimento: dopo i quarti a ‘s-Hertogenbosh, raggiungeva la finale (persa contro Wozniacki) al Premier di Eastbourne, sconfiggendo per la prima volta una top ten (Pliskova). Nell’estate nord americana una serie di ottimi risultati le spalancavano le porte della top 20: a Montreal sconfiggeva Wozniacki, a Cincinnati arrivava in semi eliminando tre top 20 (Pliskova, Garcia e Keys). Al Premier di New Haven conquistava il primo titolo della sua giovane carriera, sconfiggendo in finale Suarez Navarro. Agli US Open era l’unica giocatrice capace di togliere un set a Osaka, prima di incartarsi nel rush finale del parziale decisivo e cedere il passo alla giapponese. Il successo della scorsa settimana a Wuhan non è stato dunque in sé sorprendente. Aryna dopo aver sofferto nei primi due turni contro Suarez (7-6 2-6 6-2) e contro l’unica top ten incontrata nel suo cammino, Svitolina (6-4 2-6 6-1), ha concesso pochissimo alle successive avversarie incontrate per raggiungere il successo sin qui più importante della carriera. Kenin (duplice 6-3), 62 WTA; Cibulkova (7-5 -3); 31 WTA; Barty (7-6 6-4), 17 WTA in semifinale e Kontaveit (6-3 6-3), 27 WTA in finale nulla hanno potuto contro la sua furia. Il prossimo obiettivo è la top ten: il gran momento di forma, la freschezza atletica e la grande potenza a disposizione della bielorussa sembrano in grado di poterglielo permettere.

36 – i tornei ATP giocati da Bernard Tomic dopo la semi al Queen’s nel 2016, nei quali aveva portato a casa una sola semifinale. Un misero record, migliorato la scorsa settimana a Chengdu, dove è tornato a vincere un titolo a distanza di quasi tre anni e mezzo dall’ultimo (Bogotà 2015). Il 25enne australiano nato a Stoccarda, 17 del mondo appena due anni fa, dopo le semi al Queen’s nel 2016, solo lo scorso giugno a ‘s-Hertogenbosh era riuscito ad arrivare tra gli ultimi quattro tennisti ancora in gara. Bernard era infatti reduce da un 2017 e da una prima metà del 2018 nei quali, complessivamente, aveva raggiunto appena due volte i quarti di finale (lo scorso anno a Istanbul e Eastbourne). Un periodo buio di sedici mesi nel quale, tra una serie di piccoli infortuni e una scarsa voglia di concentrarsi sul tennis, sembrava ormai irrimediabilmente destinato a sprecare il grande talento che madre natura gli aveva regalato. Qualche segnale di ripresa lo si era avuto lo scorso maggio, quando Bernard prima aveva conquistato una finale in un Challenger francese sulla terra, poi era riuscito a qualificarsi al tabellone principale del Roland Garros (perdendo contro Trungelliti). L’inizio della stagione su erba gli aveva regalato il primo buon piazzamento del 2018 – la già citata semi a ‘s-Hertogenbosh – ma dopo il torneo olandese era calato nuovamente il buio su Bernard (per uno dotato del suo talento, erano poca cosa il secondo turno a Wimbledon e il challenger vinto a Maiorca a inizio settembre). L’australiano era arrivato a giocare le quali a Chengdu con la classifica di 123esimo giocatore al mondo. In Cina, pur salvando complessivamente cinque match point (uno con Harris, quattro con Fognini) ha a sorpresa conquistato il quarto titolo della carriera (tutti ATP 250 sul cemento all’aperto). Bravo a qualificarsi (sconfiggendo in due set Takuda, 308 ATP, e solo al tie-break del terzo parziale Gerasimov, 258 ATP), nel tabellone principale ha avuto la meglio nell’ordine su Kahn (6-7 7-6 6-2), 96 ATP; sul qualificato Harris (7-6 6-2 7-6), 129 ATP; su Auger-Aliassime, (6-2 6-4), 146 ATP e su Joao Sousa (duplice 6-4), 50 ATP. In finale – dopo Cincinnati 2016, quando sconfisse Nishikori – è tornato a battere un top 20, imponendosi su Fognini con il punteggio di 6-1 3-6 7-6.

380 – la classifica nella quale era scivolato Yoshihito Nishioka lo scorso aprile. Colpa del difficile rientro nel circuito successivo all’operazione al legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Il giapponese si era sottoposto all’intervento nel 2017, dopo l’infortunio patito durante la partita con Sock a Miami, quando si trovava esattamente al suo best career ranking, 58 ATP. Rientrato lo scorso gennaio, pur aiutandosi col ranking protetto, i primi mesi sono stati per lui difficili (sebbene a Melbourne avesse sconfitto un top 30 come Kohlschreiber) e inevitabilmente è dovuto ricorrere ai challenger per rilanciarsi, guadagnando punti preziosi (ne ha vinto uno in Corea del Sud e in un altro ha fatto semifinale). All’ATP 250 di Los Cabos ad agosto era arrivato per il 23enne giapponese il primo vero segnale di una forma accettabile, con l’accesso ai quarti (fermato da Fognini). Non poteva però di certo bastare l’accesso al tabellone principale di Toronto per avere una classifica migliore del 173esimo posto col quale Nishioka si è presentato a Shenzhen. Dopo essersi qualificato sconfiggendo in due set sia Bublik, 211 ATP, che Peliwo, 206, il giapponese, che in carriera aveva solo una volta raggiunto una semifinale nel circuito maggiore (ad Atlanta nel 2016) ha intrapreso un cammino che lo ha portato sino alla conquista del suo primo titolo a livello ATP. Nishioka ha eliminato dal torneo cinese, nell’ordine, Kudla (6-1 6-3), 65 ATP; Shapovalov (rimontato da 0-3 e servizio nel set decisivo per il canadese, al quale ha annullato due match point prima di imporsi 7-6 3-6 7-5), 31 ATP; Norrie (7-6 6-2), 73 ATP; Verdasco (1-6 6-3 7-6), 28 ATP. In finale, cosi come ha fatto Tomic nell’altro ATP 250 cinese della settimana, a Chengdu, ha vinto il torneo come qualificato costretto a dover annullare match-point in almeno una partita del suo cammino per il titolo: in questo caso, rispetto a quanto avvenuto per l’australiano, la finale è stata un po’ più agevole per il giapponese, vincitore su Herbert col punteggio di 7-5 2-6 6-4.

Continua a leggere
Commenti

Flash

Classifica ATP: sei italiani in top 100

Sonego ritorna tra i migliori giocatori del mondo (e dopo Montecarlo salirà ancora). Salti in ‘alto’ per Garin e Ruud

Pubblicato

il

In attesa che il Masters 1000 di Montecarlo emetta le sue sentenze, dedichiamo un commento “light“ alla classifica ATP, poiché i principali tornei disputati la scorsa settimana – a Houston e Marrakech – hanno determinato poche variazioni di rilievo se non nelle posizioni di seconda fascia e sulla classifica riservata ai giovani leoni della NextGen.
Nella “Race to Milan” il norvegese Casper Ruud, sfortunato protagonista della finale texana, ha guadagnato due posizioni e si è portato al sesto posto. Davanti a lui troviamo De Minaur, Tiafoe, Shapovalov Aliassime e Tsitsipas. Alle sue spalle Kecmanovic e Ugo Humbert.

Dando per certo il forfait del capolista greco nell’ipotesi in cui raggiungesse la qualificazione alle Finals londinesi, la lista dei partecipanti alla kermesse milanese è quindi attualmente composta dai giocatori sopra menzionati ai quali si aggiungerà una wild card italiana di pari età. Una lista di lusso dal momento che tra loro il peggio classificato è Kecmanovic, al momento numero 91 del mondo.

 

Immutata invece sia la classifica dei primi otto giocatori della Race…

RACE TO LONDON
Posizione ATPNazioneGiocatorePunti
4SvizzeraFederer2280
1SerbiaDjokovic2225
2SpagnaNadal1605
8GreciaTsitsipas1460
5AustriaThiem1145
10USAIsner1060
19FranciaMonfils995
14RussiaMedvedev895
22SpagnaBautista Agut890
6GiapponeNishikori890

… sia quella relativa ai primi 20 della classe:

CLASSIFICA GENERALE TOP 20
PosizioneNazioneGiocatorePuntiVariazione
1SerbiaN. Djokovic11070 =
2SpagnaR. Nadal8725 =
3GermaniaA. Zverev6040 =
4SvizzeraFederer5590 =
5AustriaThiem4765 =
6GiapponeNishikori4200 =
7Sud AfricaAnderson4115 =
8GreciaTsitsipas3240 =
9Argentinadel Potro3225 =
10USAIsner3085 =
11CroaziaCilic3015 =
12RussiaKhachanov2810 =
13CroaziaCoric2345 =
14RussiaMedvedev2295 =
15CanadaRaonic2140 =
16ItaliaCecchinato2021 =
17GeorgiaBasilashvili1930 =
18ItaliaFognini1885 =
19FranciaMonfils1875 =
20CanadaShapovalov1820 =

È del norvegese figlio d’arte – suo padre Christian a metà anni ‘90 giunse al numero 39- il progresso più significativo messo a segno da un top 100 negli ultimi sette giorni: grazie alla finale di Houston Casper Ruud ha infatti scalato 27 gradini. Colui il quale in  quella finale ha invece trionfato, Cristian Garin al suo primo successo ATP, fa quasi altrettanto bene: + 26. Entrambi hanno abbondantemente migliorato il loro precedente best ranking, come avremo presto modo di vedere.

CASA ITALIA -Lorenzo Sonego , giunto ai quarti di finale a Marrakech, è rientrato tra le fila dei 100 migliori giocatori del pianeta. Mentre scriviamo il ventiquattrenne torinese è però già virtualmente intorno alla settantacinquesima posizione grazie al terzo turno brillantemente raggiunto a Montecarlo.

Terzo turno raggiunto nel principato anche da Marco Cecchinato con una superba prestazione di tecnica e personalità. Il siciliano è ora a soli nove punti di distanza dal quindicesimo posto di Milos Raonic assente a Monaco. Non aggiungiamo altro per scaramanzia.

Anche da Gianluca Mager giungono buone nuove per il nostro movimento tennistico. Dopo il Challenger di Coblenza vinto a gennaio, Mager ha vinto anche quello di Barletta ed ha fatto per la prima volta il suo ingresso nella top 150; sono quasi 130 le posizioni conquistate dall’allievo di Matteo Civaroli da inizio stagione.

Diciannove gli italiani presenti nella top 200. Rispetto a sette giorni manca all’appello Matteo Donati:

ClassificaGiocatorePuntiVariazione
16Cecchinato2021=
18Fognini1885=
46Seppi9701
55Berrettini927=
93Fabbiano6481
96Sonego6227
110Lorenzi545-2
142Quinzi3914
144Mager38731
146Vanni3801
150Caruso3684
151Baldi364=
154Travaglia3571
159Bolelli340-16
162Giannessi333-5
173Giustino315-4
189Napolitano28010
196Marcora271-3
198Arnaboldi267-18

Alle loro spalle Lorenzo Musetti, reduce da un’ottima performance al Challenger di Barletta, sale di 98 posizioni ed entra in top 500 al numero 498, mentre il suo gemello diverso, Jannik Sinner, si avvicina alla top 300: è 311esimo e primo italiano nella classifica NextGen al numero 14.

Questa settimana i complimenti per avere raggiunto il “career best ranking” vanno a:

  • Cristian Garin – n. 47
  • Casper Ruud – n. 6

e, ca va sans dire, all’immancabile indiano Gunnaswaran che, zitto zitto, dopo una breve pausa ha ripreso  la sua lenta ma inesorabile ascesa al proprio Nirvana tennistico sedendosi sulla poltrona numero 80. Ma siamo pronti a scommettere che non si fermerà lì.

Continua a leggere

ATP

L’impronta di Thiem sulla terra. L’austriaco inizia bene a Montecarlo

L’austriaco ha dimostrato di poter vincere su ogni superficie, ma su clay ha la possibilità di lasciare il segno in questa primavera e nei prossimi anni. Perché la carta d’identità gioca a suo favore. Nessun problema all’esordio contro Klizan

Pubblicato

il

Dominic Thiem - Madrid 2018 (foto @Gianni Ciaccia)

Il successo nella finale di Indian Wells su Roger Federer ne ha rilanciato le quotazioni da giocatore universale, ma la primavera su terra resta la stagione di caccia preferita per Dominic Thiem. Otto dei 12 titoli conquistati dall’austriaco sono arrivati su clay e c’è attesa a Montecarlo per scoprire come si evolverà il suo cammino da quarta testa di serie. L’incrocio con Martin Klizan (ultimo match sul campo centrale) sembrava insidioso, poiché lo slovacco era avanti 3-2 nei precedenti e aveva avuto la meglio due volte sulla terra di Kitzbuhel particolarmente cara al numero cinque del mondo, ma Dominic ha risolto brillantemente la pratica in un’ottantina di minuti concedendo solo cinque game e nessuna palla break. Al prossimo turno affronterà Lajovic.

SPECIALISTA – Nonostante il suo primo Masters 1000 sia arrivato sul veloce, Thiem ha la possibilità di lasciare il segno nell’epoca contemporanea per le sue gesta sul mattone rosso. Con 115 vittorie e 40 sconfitte, l’austriaco è il quarto tennista in attività per percentuale di successi su terra battuta. Il suo 74,2% gli consente di farsi vedere negli specchietti da Roger Federer (75,9%) e da Novak Djokovic che occupa il secondo gradino del podio (79,3%). Chiaramente non sarà mai in discussione il dominio di Rafa Nadal (record 50-2 dal 2017) anche se va ricordato che i due scivoloni del maiorchino sono arrivati proprio contro Thiem: Roma 2017 e Madrid 2018. Estendendo l’analisi all’Era Open, l’austriaco è il sedicesimo all-time per percentuale di successi su terra e sopravanza tre ex numero uno come Juan Carlos Ferrero, Andre Agassi e John McEnroe.

 

I record su terra dei giocatori in attività (tabella atptour.com)

Player (Open Era Rank)  Clay-Court Titles  Clay Record Clay Winning Percentage
Rafael Nadal (1)  57  415-36  92.0%
Novak Djokovic (6)  13  199-52  79.3%
Roger Federer (15)  11  214-68  75.9%
Dominic Thiem (16)  8  115-40  74.2%
Kei Nishikori (27)  2  84-34  71.2%


IN PROSPETTIVA – Le due semifinali e la finale raggiunte negli ultimi tre anni al Roland Garros rendono intuitivo quale sia il grande obiettivo della primavera europea di Thiem. Tra i migliori interpreti della superficie, ha innegabilmente dalla sua parte il vantaggio in prospettiva della carta di identità. I suoi 25 anni gli offrono margini di recupero (magari anche solo statistico) sui Fab Three ancora sulla breccia. Alle spalle dell’inarrivabile Rafa, Thiem vede teoricamente alla sua portata la rimonta su tutti gli altri che lo precedono nella speciale classifica dei vincitori di tornei su terra nell’Era Open.

Reduce da due finali perse consecutivamente a Madrid (nell’ordine contro Nadal e Zverev), il fresco allievo di coach Nicolas Massu mette nel mirino in questa settimana il suo miglior risultato a Montecarlo. Dove non è mai riuscito a spingersi oltre i quarti.

Il tabellone completo di Montecarlo

Continua a leggere

Focus

Numeri: futuro radioso per il tennis polacco? Italiani, è ora di rialzarsi

A Hurkacz si affianca Swiatek: la Polonia ha di che sperare per il futuro. Italia, la scorsa settimana bene solo Sonego: bisogna cambiare marcia

Pubblicato

il

Iga Swiatek - Lugano 2019 (via Twitter, profilo ufficiale della giocatrice)

0 – i quarti di finale nel circuito maggiore raggiunti prima della scorsa settimana dalla non ancora maggiorenne Iga SwiatekVincitrice dell’ultima edizione di Wimbledon juniores, sebbene già nell’aprile di un anno fa in un ITF avesse sconfitto una top 100 come Duque Marino, sino allo scorso luglio non era nemmeno presente nella top 300 del ranking WTA. La giovane polacca era stata comunque capace di chiudere lo scorso anno come 186 WTA, grazie alla vittoria nella seconda parte dell’anno di due ITF da 60000$. Nel 2019 è riuscita a fare ulteriori passi in avanti, qualificandosi agli Australian Open, nei quali ha anche guadagnato l’accesso al secondo turno, dove ha perso contro Giorgi. Dopo essersi qualificata e aver raggiunto gli ottavi anche all’International di Budapest (giocato sul duro indoor), non è riuscita ad accedere al main draw nè a Indian Wells nè a Miami.

Sulla terra rossa di Lugano è arrivata però sino alla finale (vinta da Hercog 6-3 3-6 6-3), superando molto facilmente la qualificata Zavatska (6-3 6-0) e una ex 35 WTA come Krystina Pliskova (6-0 6-1). Soprattutto, Iga ha sconfitto due tenniste di buonissima classifica come Kuzmova (4-6 6-3 6-2), 46 WTA agli ottavi e Lapko (4-6 6-4 6-1), 65 WTA ai quarti. L’accesso alla finale del torneo svizzero le è valso l’ingresso nella top 100 e lo scettro di numero 1 polacca. Una nazione sino a un decennio fa senza grandi tradizioni tennistiche, che però meno di un anno fa ha visto ritirarsi l’ex numero 2 del mondo Agnieska Radwanska (unica del suo Paese ad essere arrivata nella top 20), ma alla quale appartengono parte dei geni di due numero 1 come Kerber (che ha la cittadinanza polacca) e Wozniacki (i genitori lo sono e lei parla polacco). La Polonia ha un bel presente e un probabile futuro radioso nel tennis, con Hurkacz e Swiatek.

Iga Swiatek

8 – le sconfitte contro tennisti oltre la 50° posizione del ranking rimediate da Zverev negli ultimi sedici tornei da lui giocati. Un bilancio preoccupante per il numero tre del mondo, che nel prossimo mese ha pure il grosso peso psicologico di dover difendere oltre un terzo dei punti complessivi della sua classifica, derivanti dai titoli di Madrid e Monaco di Baviera, dalla finale a Roma e dalla semi a Monte Carlo. Gulbis, Haase, Jaziri, Copil, Kyrgios, Struff, Ferrer e Munar per ultimo la settimana scorsa a Marrakech i nomi di chi, da Wimbledon in poi, lo ha sconfitto pur avendo, per motivi diversi, una classifica piuttosto mediocre. A rendere ancora più fosco il quadro per il quasi 22enne tedesco -compie gli anni sabato prossimo- ci sono i pochi picchi di rendimento avuti nel recente periodo: negli ultimi dieci mesi – oltre allo splendido titolo conquistato alle ATP Finals – ha vinto solo il torneo di Washington e raggiunto la finale ad Acapulco. Nei restanti tredici tornei giocati da giugno scorso in poi, solo a Shanghai, Basilea e Melbourne ha quantomeno almeno tre partite. Un fattore può far sorridere il tedesco: sulla terra battuta negli ultimi due anni ha trovato per la prima volta la dimensione da grande giocatore (vincendo a Roma nel 2017 il primo grande titolo della carriera entrò per la prima volta nella top 10).Nel complesso, da aprile di due anni fa sulla terra rossa, ha vinto 38 delle 47 partite giocate: un ottimo bilancio, molto probabilmente sufficiente a risollevarlo in un 2019 che, prima di Monte Carlo, lo vede fuori dalla top 20 della Race.

 

9 – i tennisti italiani impegnati nel circuito la scorsa settimana. Ben tre di loro si sono fermati al primo turno: Lorenzi non è riuscito a tornare a vincere una partita sulla terra in un evento ATP (l’ultima volta risale allo scorso maggio a Istanbul) ed è stato sconfitto 7-6 6-4 da Galan Riveros, 241 ATP. Thomas Fabbiano, impegnato a Marrakech nell’unico torneo del circuito maschile sul continente africano, ha dovuto rimandare il ritorno al successo in un main draw ATP, che al momento manca dal terzo turno raggiunto a Melbourne. Non è andato bene neanche il ritorno di Fabio Fognini nel Gran Prix Hassan II, giocato per tre volte tra il 2009 e il 2012, nelle quali aveva raggiunto in una sola circostanza i quarti di finale. Il ligure, impegnato contro Vesely, sconfitto in tre occasioni su quattro, ha purtroppo visto ripetersi il risultato dello scontro diretto dell’ultimo Wimbledon, con il ceco vincitore per 7-6 6-4: è arrivata per l’ex 13 ATP così la settima sconfitta negli ultimi otto incontri giocati in questo sinora maledetto 2019.

Le buone notizie arrivano da Lorenzo Sonego: il quasi 24enne piemontese torna nella top 100 grazie ai quarti raggiunti in Marocco: dopo essersi qualificato senza perdere un set contro Vatutin e Berlocq, nel tabellone di singolare ha avuto la meglio su avversari di buonissimo livello come Djere (duplice 6-3), 32 ATP – quella contro il serbo è stata la sua settima vittoria in dodici confronti contro top 50 – e Haase (7-6 6-3), per poi arrendersi a Tsonga (6-3 6-2). Continuano i progressi di Lorenzo, qualificatosi anche a Montecarlo e impegnato oggi nel derby contro Seppi: sino a inizio dell’anno scorso, a 22 anni e mezzo, non era mai riuscito a entrare nella top 200. Grazie al duro lavoro di questi anni adesso è in lenta ma costante ascesa e, c’è da scommetterci, non si fermerà dove è arrivato sinora.

Tra le donne, la maggiore soddisfazione è arrivata da Sara Errani, tornata ai quarti di un torneo WTA, un risultato che non centrava da inizio maggio scorso (International di Rabat). Quello colombiano era il sesto torneo giocato da quando a febbraio l’ex finalista del Roland Garros è rientrata dalla squalifica per doping (da lei sempre contestata). Con una classifica che la vede fuori dalla top 200, ha affrontato con umiltà le quali, dove è stata anche fortunata. Dopo aver sconfitto nel tabellone cadetto la statunitense Lao in tre set, in altrettanti parziali aveva infatti perso il derby contro Paolini. Il ritiro di tre giocatrici ha permesso il suo ripescaggio nel tabellone principale, dove ha sconfitto due top 200 come Bara (4-6 6-2 6-3) e Schoffs (6-2 6-1) prima di avere semaforo rosso da Sharma, 138 WTA (6-1 7-5). Brava anche Paolini a bissare il secondo turno conquistato lo scorso anno a Bogotà: non giocava un torneo WTA dal maggio scorso a Praga e in Colombia, dopo essersi qualificata, ha vinto su Di Lorenzo (6-2 3-6 6-4) per poi arrendersi a Arrabuarrena (7-6 6-1). Raggiunge intanto il best ranking personale, 165 WTA, Giulia Gatto Monticone, brava a Lugano a guadagnarsi il terzo tabellone principale della carriera, a cinque anni di distanza dall’ultimo. La prima vittoria a livello WTA è stata però rimandata per la 31enne torinese, sconfitta da Kuzmova con un duplice 6-2. In Svizzera hanno disputato le qualificazioni anche Martina Di Giuseppe – la 28enne romana vincendo un incontro ha guadagnato il best career ranking di 179 WTA – e Deborah Chiesa, ma entrambe non sono riuscite a qualificarsi.

16 – gli anni che Christian Garin aveva quando nel febbraio 2013 sconfiggeva al primo turno dell’ATP di Vina del Mar il qualificato Dusan Lajovic. Sembrava l’epifania di un campione annunciato: dal 2000 in poi era appena il quinto giocatore – dopo Nadal, Gasquet, Harrison e Tomic – a vincere una partita del circuito maggiore da non ancora diciassettenne. Tanto più che il cileno in quell’anno trionfava al Roland Garros juniores in finale su Alexander Zverev. Ma se il tedesco entrava nel maggio 2105 -poche settimane dopo essere diventato maggiorenne – per la prima volta nei primi 100, il cammino nel tennis professionistico del tennista nato a Santiago del Cile si è rivelato decisamente più travagliato. Dopo il successo nel 2013 su Lajovic non aveva infatti vinto nessuna partita nel circuito maggiore sino all’inizio di quest’anno: negli anni precedenti, nel suo palmares c’erano solo due qualificazioni a Wimbledon e ad altri due eventi ATP, un’unica vittoria su un top 50 (Almagro) e quattro titoli a livello Challenger (tutti sulla terra rossa). Tre di questi successi erano stati ottenuti nel 2018 e gli avevano consentito, assieme a tre finali nello stessa categoria di tornei, di chiudere lo scorso anno come 84 ATP.

Nel 2019, dedicatosi esclusivamente al circuito maggiore, non aveva brillato sino all’ultima tappa del circuito sulla terra rossa sudamericana, quella di San Paolo, nella quale si è spinto, senza dover eliminare nessun top 50, sino in finale, persa contro Pella. Dopo aver saltato Indian Wells e Miami, è tornato sull’amata terra rossa, a Houston, dove ha lottato contro Cuevas (6-4 4-6 6-2) e, soprattutto, contro Chardy, al quale ha annullato cinque match point (3-6 7-6 7-6) per ottenere la prima vittoria della carriera in un torneo ATP contro un top 50. Nei quarti ha eliminato facilmente Laaksonen (6-3 6-2), così come in semi analogamente si è liberato dell’ostacolo rappresentato da Querrey (7-6 6-2). La seconda finale della carriera a livello ATP è stata quella giusta per vincere il primo titolo e fare un salto di circa 25 posizioni, capace di farlo entrare nella top 50: Ruud è stato sconfitto 7-6 4-6 6-3.

Christian Garin – Houston 2019 (via Twitter, @mensclaycourt)

19 – le semifinali conquistate nel circuito maggiore da Benoit Paire. Dalla prima, raggiunta sette anni fa sulla terra di Belgrado (si arrese poi in finale al nostro Seppi) ne erano arrivate altre diciotto – due sull’erba e il resto quasi perfettamente distribuito tra terra, duro indoor e cemento all’aperto – in ogni condizione di gioco, a riprova dell’eccleticità di questo tennista. Facile individuare la più importante in quella persa al Masters 1000 di Roma nel 2013 contro Roger Federer: eccezion fatta per quelle a Tokyo e Barcellona, tutte le altre sono giunte in ATP 250. Il talentuoso francese, escludendo il disgraziato 2014, anno in cui si operò al ginocchio sinistro, uscendo per la prima volta dalla top 100, fascia del ranking in cui aveva esordito nel 2010, ha sempre avuto una buona classifica. Grazie agli ottimi piazzamenti nei tornei minori (negli Slam vanta appena due ottavi, US Open 2015 e Wimbledon 2017; nei Masters 1000, a parte quello romano non è nemmeno più arrivato ai quarti) in due momenti separati della carriera, prima e dopo della suddetta operazione, è riuscito a entrare nella top 30, sin su all’ingresso tra i primi 20 nel mondo e al best career ranking di 18 ATP (gennaio 2016).

Sulla soglia dei trenta anni – li compie tra meno di un mese – stava però vivendo una preoccupante flessione di rendimento: da gennaio 2018 non andava oltre i quarti di finale in un torneo ATP, in conseguenza a uno scadimento di forma evidenziatosi con particolare gravità dall’ultimo Roland Garros in poi. Infatti, dopo lo Slam parigino in appena due circostanze – terzo turno a Wimbledon e quarti a Pune – aveva vinto due partite di fila nello stesso torneo del circuito maggiore. Come inevitabile conseguenza, da quasi due mesi era uscito dalla top 60, nella quale era costantemente stato sin dal sinora unico torneo vinto a Baastad nel luglio 2015 (vanta altre quattro finali). A Marrakech ha ottenuto il secondo titolo della sua carriera: dopo aver molto sofferto al primo turno – prima di sconfiggerlo 3-6 6-4 7-5, Bedene nel decimo gioco del terzo è andato a servire per il match – ha trovato fiducia, mettendo in riga Herbert (6-4 6-2), Munar (6-1 6-3), Tsonga (2-6 6-4 6-3) e in finale Andujar (6-2 6-3). Buona notizia per il tennis, vedere Paire avere grande voglia di vincere partite.

34 – i tornei del Grande Slam giocati da Polona Hercog, ma solo in due di essi è riuscita ad arrivare al terzo turno. Non ha dunque sinora reso al meglio nei tornei importanti la 28enne slovena, ancora mai in grado di superare in carriera una top 10, ma ha vinto la scorsa settimana il torneo di categoria International di Lugano. Quello svizzero è il terzo messo in bacheca da Polona, in una carriera che le ha sinora permesso di issarsi sino al 35° posto del ranking WTA (nel settembre 2011) grazie a numerosi piazzamenti (sette finali complessive per lei, tutte sulla terra rossa) nei tornei più piccoli (anche nei Premier, in tutta la carriera ha raggiunto una sola volta i quarti, quando giunse in semifinale a Charleston nel 2012). La tennista riconoscibile anche per la sua scelta di tatuare completamente le due braccia, staziona stabilmente nelle prime 100 – ad eccezione di una piccola manciata di settimane nella primavera 2013, dal luglio 2009 – da quando, appena ventenne, confermava il talento mostrato da juniores nella cui categoria aveva vinto due Slam in doppio.

Il maggiore momento di difficoltà lo ha vissuto tra la fine del 2016 e inizio del 2017, quando, per recuperare da una frattura da stress alla spalla e dagli infortuni al ginocchio sinistro e alla scapola destra, si assentò dal circuito per sei mesi, rientrando solo al Roland Garros di due anni fa, ormai fuori dalla top 200. A gennaio 2018 era però nuovamente tra le prime 100 e nello scorso maggio raggiungeva anche la finale a Istanbul, persa contro Parmentier. Nelle ultime settimane aveva mostrato di essere in un buon momento superando le quali a Doha, Dubai e Miami e a Lugano ha raccolto il lavoro dei precedenti mesi. Ha esordito eliminando Suarez Navarro (3-6 6-3 6-4) al primo turno, ha ottenuto la seconda vittoria negli ultimi quattro anni contro una top 30, poi ha fermato Cirstea, andata a servire per il match nel secondo parziale (3-6 7-6 6-0). Nei quarti ha eliminato Kudermetova (6-4 6-1), poi Fierro (7-5 6-4). In finale ha infine impiegato due ore e sedici minuti per imporsi su Swiatek (6-3 3-6 6-3).

39 – il best career ranking di Christian Ruud, ex tennista professionista e padre di Casper, la settimana scorsa finalista sulla terra di Houston. Il 20enne norvegese sembra avere tutte le carte in regola per fare ancora meglio del genitore e attuale coach, capace da giocatore di arrivare in finale a Baastad nel 1995 e di sconfiggere agli Australian Open Corretja, 3 del mondo, e Kafelnikov a Monte Carlo, allora quarto giocatore del ranking. L’attuale 68 ATP (best career ranking) si era fatto conoscere al grande pubblico già due anni fa, quando, a diciotto anni compiuti da nemmeno due mesi aveva raggiunto la semifinale all’ATP 500 di Rio De Janeiro, un risultato che gli era servito da volano per fargli sfiorare la top 100. Allontanatosi da quel range di classifica nuovamente nella prima parte del 2018 -un anno fa perdeva da 205 del mondo a Francavilla la finale contro Quinzi- nell’ultima edizione di Baastad sconfiggeva, in uno scontro generazionale, per la prima volta un top 50, Ferrer, e arrivava sino ai quarti.

Casper chiudeva la scorsa stagione nuovamente in prossimità dei primi 100, anche grazie a due finali e tre semi a livello Challenger. La terra rossa brasiliana che gli aveva consentito i primi importanti risultati, ha permesso lo scorso febbraio al promettente norvegese – solo Auger-Aliassime, Shapovalov e De Minaur, tra chi gli è più avanti in classifica, sono più giovani di lui – l’ingresso nella top 100, grazie ai quarti a Rio e alla semifinale di San Paolo. A Houston per arrivare un finale non ha ha dovuto eliminare nessun top 50: ha prima sconfitto il numero 1 boliviano e 76 ATP Delien (7-6 6-4), poi Opelka (4-6 6-4 6-4) e Granollers (6-0 6-1) e, in semi, Galan Riveros (7-5 6-2).In finale contro Garin, come accaduto già nella semifinale di San Paolo, non ha potuto fare altro che arrendersi.

Casper Ruud – Rio de Janeiro 2019 (foto via Twitter, @RioOpenOficial)


Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement