Le dieci di Fognini, Halep in discesa libera – Ubitennis

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Le dieci di Fognini, Halep in discesa libera

A Chengdu 18esima finale in carriera per Fabio (decima sconfitta). La numero 1 del mondo al quarto KO di fila. La rinascita di Tomic e Nishioka, conferma Sabalenka

Ferruccio Roberti

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0 – le top ten giunte ai quarti del Premier 5 di Wuhan, torneo dotato di oltre 2 milioni e settecentomila dollari di montepremi e della stessa categoria di eventi storici del calendario tennistico come Roma, Open del Canada e Cincinnati. Il Dongfeng Motor Wuhan Open non ha analoga tradizione – è nato solo nel 2014 – ma poteva contare sulle presenza delle prime quindici giocatrici al mondo (la prima a non risultare nell’entry list era Serena Williams). Tecnicamente dunque, oltre che economicamente (alla vincitrice andava un assegno superiore ai 500.000 dollari, assieme a pesanti 900 punti in classifica) era sicuramente stimolante per le migliori. Eppure, il pubblico di Wuhan nelle partite più importanti del torneo non ha visto in campo nessuna top 15, a causa della stanchezza con la quale le migliori arrivano all’autunnale trasferta asiatica e al grande equilibrio che vige nel tennis femminile. A tal riguardo, basti notare come sei tenniste (Serena, Kerber, Pliskova, Muguruza, Halep, Wozniacki) diverse si siano avvicendate al numero uno del ranking da inizio 2017 e che si siano avute ben otto vincitrici diverse negli ultimi otto Major giocati. L’ultima delle quali, Naomi Osaka, in appena quattro tornei nel 2018 ha raggiunto le semifinali, a riprova dell’incostanza delle migliori: la 21enne giapponese ha brillato e entusiasmato a New York, dove però, oltre a Serena, in quel momento 26 WTA, ma sempre tra le favorite a prescindere dalla sua classifica, aveva incontrato solo una top 15 (Keys). Naomi ha interrotto la sua striscia positiva non appena ha affrontato una top ten, Karolina Pliskova a Tokyo. Stanchezza delle migliori a fine stagione, grande equilibrio, entrambi i fattori o altro: qualunque sia la ragione, la delusione di organizzatori e pubblico di Wuhan nell’aver investito, a seconda dei ruoli, tanti soldi per non vedere nessuna stella, deve essere stata legittimamente grande.

4 – le sconfitte consecutive patite da Simona Halep. Non le capitava dall’estate 2012, quando non era ancora mai entrata nella top 30. E dire che quando a metà agosto arrivò in finale a Cincinnati, dopo aver vinto Montreal e precedentemente il suo primo Slam, il Roland Garros, la numero 1 del mondo era la padrona incontrastata del circuito. Simona aveva vinto nove match consecutivi per riuscire a raggiungere le due finali negli importanti Premier 5 nord-americani (non ci riusciva, nello stesso anno, dal 2015). Una striscia di risultati positivi estremamente positiva estendibile a 18 degli ultimi 20 (considerando anche il titolo al Roland Garros) incontri e a ventidue delle ultime venticinque partite (includendo anche la finale di Roma). La finale persa a Cincinnati contro Bertens – dopo aver sprecato un match point nel tie-break del secondo set – è stata, inaspettatamente, solo l’inizio di un periodo molto difficile per la campionessa romena. L’inopinata sconfitta nella partita che inaugurava il nuovo Louis Armstrong, nel primo turno degli US Open perso contro Kanepi, sembrava solo uno sfortunato incidente di percorso. La trasferta asiatica, con le sconfitte all’esordio a Wuhan (in due set contro Cibulkova) e Pechino (ritiro dopo aver perso il primo parziale contro Jabeur) ha però confermato il momento difficile. Purtroppo, il peggio potrebbe non essere ancora arrivato: Simona in Cina ha parlato nel post match dei problemi alla schiena che la stanno affliggendo e non ha nascosto l’ansia per l’evoluzione di questi dolori in qualche problema più serio. Le auguriamo vivamente di no.

5 – le sconfitte rimediate nelle ultime sei partite giocate da Stefanos Tsitsipas. Il numero 15 del mondo, nella settimana che lo portava a compiere i 20 anni, lo scorso agosto a Toronto impressionò il mondo del tennis arrivando alla finale del Masters 1000 canadese – lui che in precedenza non era mai arrivato nemmeno agli ottavi in tornei di questa categoria – che gli permise il conseguente balzo in classifica nella top 20. Arrivato in Canada reduce dalla semi all’ATP 500 di Washington, divenne il più giovane nella storia dell’ATP Tour a sconfiggere nello stesso torneo ben quattro top ten: Thiem, Djokovic (unica sconfitta del serbo nelle ultime ventitre partite da lui giocate), Zverev (annullandogli due match point) e Anderson (a cui impedì di convertire una palla match). L’aumentata celebrità e con essa le aspettative nei suoi confronti devono avere provocato un periodo di fisiologico assestamento in Stefanos, il quale, dopo Toronto, ha vinto una sola partita contro Tommy Robredo, 214 ATP, al primo turno degli US Open. Dopo la sconfitta con Nadal in finale, sono arrivate ben tre sconfitte nella partita inaugurale del suo torneo. In particolare, sono stati deludenti le ultime due: quella di Metz – contro Berankis, 103 ATP – e quella di Shenzhen pochi giorni fa, sconfitto in due set da Herbert, 67 ATP, vincitore in due set (6-3 7-6) e poi finalista del torneo. Il tennis attende con ansia che la sbornia finisca e torni a giocare come sa.

 

10 – le finali ATP perse da Fabio Fognini. Aggiungendo le otto vinte, corrispondenti ai titoli sin qui conquistati in carriera, si arriva a un totale di diciotto, distribuite tra terra (tredici), cemento all’aperto (due, con un successo e una sconfitta) e tappeto indoor (quattro, tutte perse). Quindici di esse sono arrivate in tornei appartenenti alla categoria ATP 250, tre ad eventi della fascia ATP 500 (quella vinta ad Amburgo nel 2013, le due perse nel 2015 a Rio de Janeiro e nuovamente Amburgo). Ad esse vanno aggiunte altre diciotto semifinali, quattro sole di queste in tornei non giocati sulla terra: a gennaio 2018 Sydney sul cemento all’aperto, lo scorso anno Stoccolma e Miami (unica del livello Masters 1000, assieme a Montecarlo nel 2013) e Pechino nel 2015 (unica della categoria ATP 500, con quella di Rio raggiunta lo scorso febbraio). Un bottino ragguardevole, degno di un giocatore, particolare da non dimenticare, capace di stare sin qui ben 103 settimane nella top 20, un numero molto importante destinato a salire (da qui a fine anno ha soli 135 punti da difendere) e che ben poco viene sminuito dalla strategia del ligure di giocare molti tornei “piccoli”. Sono tanti altri gli ottimi giocatori che provano a utilizzare lo stesso metodo e non hanno gli stessi risultati del numero 1 italiano. Il grande tennis si gioca nei Major o nei Masters 1000, è vero, ma ottenere ottimi piazzamenti in tornei ATP 250, in un sport professionistico in cui nessuno regala nulla e nel quale tutti tra i primi 200 sanno giocare bene, se non benissimo, i vari colpi del bagaglio tecnico (senza approfondire la loro grande forza mentale), è comunque molto difficile e sarebbe scorretto non sottolinearlo. Peccato solo per l’ultimo torneo a Chengdu, dove Fabio, in finale contro Tomic, ha sprecato nel tie-break del terzo set addirittura quattro match point (di cui ben tre consecutivi). Per arrivare a giocarsi la possibilità di vincere il nono titolo, Fabio aveva eliminato in precedenza Bemelmans (6-4 7-6), 114 ATP, Ebden (6-4 6-2), 47 ATP e Fritz (6-7 6-0 6-3), 62 ATP. Nonostante la delusione per l’epilogo, la caccia al miglioramento del best career ranking (l’attuale 13) continua.

13 – i titoli vinti in doppio da Pierre-Hughes Herbert, tre dei quali Major e sei Masters 1000. Tutti, ad eccezione del primo (a Tokyo 2014) conquistati in coppia con Nicolas Mahut, con il quale è salito sino alla seconda posizione del ranking di specialità dopo aver vinto Wimbledon nel 2016. In singolare, il 27enne nato a Schiltegheim, piccolo paese del Basso Reno situato vicino Strasburgo, ha sin qui avuto un rendimento decisamente inferiore. L’accesso nella top 100 è arrivato solo nell’agosto 2015, in coincidenza di quella che sino alla scorsa settimana era la sua unica finale nel circuito maggiore: a Winston-Salem da qualificato si arrese solo nell’ultimo atto del torneo a Kevin Anderson. Una continuità tale da garantirgli quantomeno una costante presenza dai primi 100 al mondo l’ha però trovata solo da febbraio dell’anno scorso, quando, da qualificato, a Rotterdam sconfisse (unica volta in undici confronti sin qui) un top 10, Thiem, per giungere sino alle semifinali. Il primo terzo turno della carriera in un Masters 1000 (a Indian Wells) e al Roland Garros e i due quarti di finale raggiunti a Pune e Antalya lo avevano fatto avvicinare al best career ranking (67 nel 2016), traguardo che verrà superato con la finale di questa settimana a Shenzhen. Nella metropoli cinese Herbert ha prima eliminato Lajovic (6-4 6-3), 67 ATP; poi al secondo turno con Tsitsipas – sconfitto 6-3 7-6 – è arrivata la quarta vittoria contro un top 20. Nei quarti e in semi due maratone di oltre due ore e mezza lo hanno portato sino alla finale: Ramos (6-7 7-6 6-4), 52 ATP, e De Minaur (7-5 2-6 7-6), 40 ATP; con l’australiano incapace di convertire due match point, sono stati costretti a fargli spazio. In finale il francese ha lottato ma alla fine si è arreso a Nishioka, vincitore al terzo e decisivo set.

18 – i successi nelle ultime 21 partite giocate da Aryna Sabalenka. La ventenne bielorussa, appena cinquantadue settimane fa iniziava la sua scalata nel grande tennis raggiungendo a Tashkent, da 119 WTA, la sua prima semifinale nel circuito maggiore. Sabalenka si era fatta conoscere agli addetti ai lavori nella scorsa Fed Cup, contribuendo in maniera decisiva a portare la sua Bielorussia in finale: proprio a novembre 2017, contro gli Stati Uniti, otteneva la vittoria sin a quel momento più prestigiosa della carriera, sconfiggendo Stephens, fresca vincitrice degli US Open. Nel 2018 era partita subito forte, raggiungendo i quarti a Shenzhen e Hobart, mentre ad aprile a Lugano la bielorussa conquistava la prima finale della carriera sulla terra (sconfitta da Mertens). Sull’erba Aryna compiva un ulteriore salto di qualità nel rendimento: dopo i quarti a ‘s-Hertogenbosh, raggiungeva la finale (persa contro Wozniacki) al Premier di Eastbourne, sconfiggendo per la prima volta una top ten (Pliskova). Nell’estate nord americana una serie di ottimi risultati le spalancavano le porte della top 20: a Montreal sconfiggeva Wozniacki, a Cincinnati arrivava in semi eliminando tre top 20 (Pliskova, Garcia e Keys). Al Premier di New Haven conquistava il primo titolo della sua giovane carriera, sconfiggendo in finale Suarez Navarro. Agli US Open era l’unica giocatrice capace di togliere un set a Osaka, prima di incartarsi nel rush finale del parziale decisivo e cedere il passo alla giapponese. Il successo della scorsa settimana a Wuhan non è stato dunque in sé sorprendente. Aryna dopo aver sofferto nei primi due turni contro Suarez (7-6 2-6 6-2) e contro l’unica top ten incontrata nel suo cammino, Svitolina (6-4 2-6 6-1), ha concesso pochissimo alle successive avversarie incontrate per raggiungere il successo sin qui più importante della carriera. Kenin (duplice 6-3), 62 WTA; Cibulkova (7-5 -3); 31 WTA; Barty (7-6 6-4), 17 WTA in semifinale e Kontaveit (6-3 6-3), 27 WTA in finale nulla hanno potuto contro la sua furia. Il prossimo obiettivo è la top ten: il gran momento di forma, la freschezza atletica e la grande potenza a disposizione della bielorussa sembrano in grado di poterglielo permettere.

36 – i tornei ATP giocati da Bernard Tomic dopo la semi al Queen’s nel 2016, nei quali aveva portato a casa una sola semifinale. Un misero record, migliorato la scorsa settimana a Chengdu, dove è tornato a vincere un titolo a distanza di quasi tre anni e mezzo dall’ultimo (Bogotà 2015). Il 25enne australiano nato a Stoccarda, 17 del mondo appena due anni fa, dopo le semi al Queen’s nel 2016, solo lo scorso giugno a ‘s-Hertogenbosh era riuscito ad arrivare tra gli ultimi quattro tennisti ancora in gara. Bernard era infatti reduce da un 2017 e da una prima metà del 2018 nei quali, complessivamente, aveva raggiunto appena due volte i quarti di finale (lo scorso anno a Istanbul e Eastbourne). Un periodo buio di sedici mesi nel quale, tra una serie di piccoli infortuni e una scarsa voglia di concentrarsi sul tennis, sembrava ormai irrimediabilmente destinato a sprecare il grande talento che madre natura gli aveva regalato. Qualche segnale di ripresa lo si era avuto lo scorso maggio, quando Bernard prima aveva conquistato una finale in un Challenger francese sulla terra, poi era riuscito a qualificarsi al tabellone principale del Roland Garros (perdendo contro Trungelliti). L’inizio della stagione su erba gli aveva regalato il primo buon piazzamento del 2018 – la già citata semi a ‘s-Hertogenbosh – ma dopo il torneo olandese era calato nuovamente il buio su Bernard (per uno dotato del suo talento, erano poca cosa il secondo turno a Wimbledon e il challenger vinto a Maiorca a inizio settembre). L’australiano era arrivato a giocare le quali a Chengdu con la classifica di 123esimo giocatore al mondo. In Cina, pur salvando complessivamente cinque match point (uno con Harris, quattro con Fognini) ha a sorpresa conquistato il quarto titolo della carriera (tutti ATP 250 sul cemento all’aperto). Bravo a qualificarsi (sconfiggendo in due set Takuda, 308 ATP, e solo al tie-break del terzo parziale Gerasimov, 258 ATP), nel tabellone principale ha avuto la meglio nell’ordine su Kahn (6-7 7-6 6-2), 96 ATP; sul qualificato Harris (7-6 6-2 7-6), 129 ATP; su Auger-Aliassime, (6-2 6-4), 146 ATP e su Joao Sousa (duplice 6-4), 50 ATP. In finale – dopo Cincinnati 2016, quando sconfisse Nishikori – è tornato a battere un top 20, imponendosi su Fognini con il punteggio di 6-1 3-6 7-6.

380 – la classifica nella quale era scivolato Yoshihito Nishioka lo scorso aprile. Colpa del difficile rientro nel circuito successivo all’operazione al legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Il giapponese si era sottoposto all’intervento nel 2017, dopo l’infortunio patito durante la partita con Sock a Miami, quando si trovava esattamente al suo best career ranking, 58 ATP. Rientrato lo scorso gennaio, pur aiutandosi col ranking protetto, i primi mesi sono stati per lui difficili (sebbene a Melbourne avesse sconfitto un top 30 come Kohlschreiber) e inevitabilmente è dovuto ricorrere ai challenger per rilanciarsi, guadagnando punti preziosi (ne ha vinto uno in Corea del Sud e in un altro ha fatto semifinale). All’ATP 250 di Los Cabos ad agosto era arrivato per il 23enne giapponese il primo vero segnale di una forma accettabile, con l’accesso ai quarti (fermato da Fognini). Non poteva però di certo bastare l’accesso al tabellone principale di Toronto per avere una classifica migliore del 173esimo posto col quale Nishioka si è presentato a Shenzhen. Dopo essersi qualificato sconfiggendo in due set sia Bublik, 211 ATP, che Peliwo, 206, il giapponese, che in carriera aveva solo una volta raggiunto una semifinale nel circuito maggiore (ad Atlanta nel 2016) ha intrapreso un cammino che lo ha portato sino alla conquista del suo primo titolo a livello ATP. Nishioka ha eliminato dal torneo cinese, nell’ordine, Kudla (6-1 6-3), 65 ATP; Shapovalov (rimontato da 0-3 e servizio nel set decisivo per il canadese, al quale ha annullato due match point prima di imporsi 7-6 3-6 7-5), 31 ATP; Norrie (7-6 6-2), 73 ATP; Verdasco (1-6 6-3 7-6), 28 ATP. In finale, cosi come ha fatto Tomic nell’altro ATP 250 cinese della settimana, a Chengdu, ha vinto il torneo come qualificato costretto a dover annullare match-point in almeno una partita del suo cammino per il titolo: in questo caso, rispetto a quanto avvenuto per l’australiano, la finale è stata un po’ più agevole per il giapponese, vincitore su Herbert col punteggio di 7-5 2-6 6-4.

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Eppur si muove (il ranking ATP)

I movimenti di classifica dopo le prime due settimane di tornei: Cecchinato sale e ha margine per migliorarsi ancora. Dimitrov esce dalla top 20

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Il primo Major dell’anno inizia con i seguenti giocatori ai primi venti posti della classifica:

CLASSIFICA GENERALE TOP 20

Classifica

 

Giocatore

Nazione

Punteggio

Classifica al 31/12

Variazione

1

N. Djokovic

Serbia

9135

1

=

2

R. Nadal

Spagna

7480

2

=

3

R. Federer

Svizzera

6420

3

=

4

A. Zverev

Germania

6385

4

=

5

JM del Potro

Argentina

5150

5

=

6

K. Anderson

S. Africa

4810

6

=

7

M. Cilic

Croazia

4160

7

=

8

D. Thiem

Austria

4095

8

=

9

K. Nishikori

Giappone

3750

9

=

10

J. Isner

USA

3155

10

=

11

K. Khachanov

Russia

2835

11

=

12

B. Coric

Croazia

2435

12

=

13

F. Fognini

Italia

2315

13

=

14

K. Edmund

GB

2150

14

=

15

S. Tsitsipas

Grecia

2095

15

=

16

D. Schwartzman

Argentina

1925

17

1

17

M. Raonic

Canada

1900

18

1

18

M. Cecchinato

Italia

1889

20

2

19

D. Medvedev

Russia

1865

16

-3

20

N. Basilashvili

Georgia

1820

21

1

Rispetto al 31 dicembre scorso notiamo che:

  • Nikoloz Basilashvili è entrato per la prima volta nella top 20;
  • Grigor Dimitrov ne è uscito (è ventunesimo);
  • Marco Cecchinato, grazie alla semifinale di Doha, ha ottenuto il suo best ranking. Agli AO del 2018 era 85 gradini più sotto

La tabella che segue mostra i punti conquistati nella scorsa edizione dello Slam australiano dai primi dieci giocatori del ranking:

Classifica

Giocatore

Punti AO 2018

Punti Ranking

1

N. Djokovic

180

9135

2

R. Nadal

360

7480

3

R. Federer

2000

6420

4

A. Zverev

90

6385

5

JM del Potro

90

5150

6

K. Anderson

10

4810

7

M. Cilic

1200

4160

8

D. Thiem

180

4095

9

K. Nishikori

0

3750

10

J. Isner

10

3155

Alcune considerazioni:

  • al netto dei punti conquistati nel 2018, Djokovic ha un vantaggio di 1.835 punti su Nadal; quindi il maiorchino per poter salire sul tetto del mondo (tennistico) deve vincere il torneo e augurarsi che  il serbo non superi i sedicesimi di finale. Difficile. Molto più probabile che alla fine il numero uno del mondo aumenti il gap tra sé e i propri inseguitori;
  • ad Alexander Zverev sarà sufficiente raggiungere gli ottavi di finale per superare Federer indipendentemente da ciò che il Maestro riuscirà a fare;
  • fortemente a rischio la quinta posizione di del Potro e la settima di Cilic che però avrà, a differenza del collega argentino, la possibilità di difenderla sul campo;
  • ottime chance per Nishikori di migliorare ulteriormente la propria classifica e per Khachanov – che difende solo 45 punti- di entrare in top ten alla luce dell’uscita di scena di  Isner sconfitto da Opelka nella Battaglia dei Giganti

La pattuglia italiana si presentava con i seguenti effettivi al primo appuntamento dell’anno:

Classifica

Giocatore

Punti Ranking

Punti AO 2018

13

F. Fognini

2315

180

18

M. Cecchinato

1889

0

35

A. Seppi

1170

180

54

M. Berrettini

920

26

102

T. Fabbiano

573

10

137

S. Travaglia

401

8

163

L. Vanni

325

0

Al momento attuale sappiamo che Fabbiano, Seppi e Travaglia si sono già qualificati per il secondo turno mentre Berrettini ha ceduto con onore a Tsitsipas. Se grazie a questo risultato Fabbiano è pressoché certo di ritornare in top 100, è però Cecchinato il giocatore italiano ad avere le chance più allettanti per un ulteriore progresso in classifica che da un anno a questa parte pare non dover avere (fortunatamente) fine.

Concludiamo il primo commento dell’anno alla classifica ATP con i complimenti ai giocatori che nel 2019 hanno raggiunto per la prima volta il loro best ranking:

Classifica

Giocatore

Nazione

18

M. Cecchinato

Italia

20

N. Basilashvili

Georgia

29

A. de Minaur

Australia

42

M. Jaziri

Tunisia

45

D. Lajovic

Serbo

76

H. Hurkacz

Polonia

77

G. Andreozzi

Argentina

97

R. Opelka

USA

E una domanda per i lettori relativa all’Australian Open: chi è il giocatore italiano ad avere raggiunto il miglior risultato di sempre in questo major nell’era open?

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Focus

Verso l’esordio di Federer: le differenze statistiche tra 2017 e 2018

Un’analisi dettagliata del rendimento del campione elvetico al servizio e in risposta nelle ultime due stagioni, in vista del primo turno di Melbourne contro Istomin. C’è qualcosa che ha funzionato meno nel 2018? Forse sì

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A poche ore dall’esordio ufficiale in questa nuova stagione contro Istomin, sebbene Federer sia già sceso in campo per la Hopman Cup, è tempo di stilare un ultimo bilancio. Dopo l’anno di grazia 2017, il 2018 per Roger Federer si è concluso con un sapore agrodolce (come diceva Sampras, un anno concluso con uno Slam portato a casa è sempre da considerarsi positivo). Tuttavia le soddisfazioni sono arrivate subito in Australia e durante l’anno, specie a Wimbledon, l’impressione generale è che qualche occasione sia stata persa. Per avere un’idea più precisa di quella che è stata la performance di Roger nel 2018 comparata con il 2017 andiamo a vedere allora qualche numero ricavato dal sito ufficiale ATP, che per i tornei Masters 1000 e per le ATP Finals offre il dettaglio su servizio e risposta. Andremo quindi a comparare il rendimento della prima e della seconda di servizio, oltre che la performance in risposta sulla seconda di servizio dei propri avversari e vedremo come sono cambiati alcuni pattern di gioco, confrontandolo con le partite giocate contro Djokovic.

Andando a vedere l’andamento della prima di servizio notiamo che fra 2017 e 2018 la sintesi è la seguente:

Anno Serve/return Court Serve T-section % Mid-section % Wide-Section % T-section w% Mid-section w% Wide-Section w% T-section Mid-section Wide-section
2018 Serve Deuce 1st 43,3% 4,4% 52,3% 73,9% 68,4% 78,0% 32,0% 3,0% 40,8%
2018 Serve Ad 1st 45,8% 3,7% 50,5% 76,1% 60,0% 78,8% 34,9% 2,2% 39,8%
2017 Serve Deuce 1st 44,4% 5,1% 50,6% 81,1% 78,1% 79,9% 36,0% 4,0% 40,4%
2017 Serve Ad 1st 46,9% 4,3% 48,8% 74,6% 68,2% 79,2% 35,0% 2,9% 38,6%

 

La performance 2018, pur leggermente peggiore rispetto al 2017, non è drammaticamente peggiorata se si eccettua l’efficacia dei servizi down the T (centrale) dal lato del deuce court (da destra, per intenderci). La distribuzione dei punti ottenuti con le diverse tipologie di servizio (centrale, al corpo, e ad uscire) evidenza che il vero problema è dovuto proprio a questa particolare fattispecie, come si può apprezzare anche graficamente.

Il fatto che il totale dei punti ottenuti sia minore è da attribuire in piccola parte ad un effetto volume (-1,7% dei servizi rispetto al 2017) e soprattutto a una perdita di efficacia nel tasso di trasformazione (-7,2%). Evidenziato questo trend, e con tutti i rispetti del caso, ci sentiremmo di ‘consigliare’ a Roger un uso più parsimonioso di questa direzione per il 2019, anche se con il rischio di rendere più leggibile il servizio ad uscire, e magari compensando con un maggior ricorso al servizio al corpo anche sulla prima, la categoria decisamente più negletta.

Passando a considerare il rendimento sulla seconda di servizio il quadro è il seguente:

Anno Serve/return Court Serve T-section % Mid-section % Wide-Section % T-section w% Mid-section w% Wide-Section w% T-section Mid-section Wide-section
2018 Serve Ad 2nd 32,7% 25,2% 42,1% 58,6% 63,0% 58,9% 19,2% 15,9% 24,8%
2018 Serve Deuce 2nd 46,1% 23,5% 30,5% 65,2% 61,4% 62,2% 30,1% 14,4% 19,0%
2017 Serve Ad 2nd 33,1% 24,2% 42,7% 65,2% 61,9% 63,5% 21,6% 15,0% 27,1%
2017 Serve Deuce 2nd 48,0% 21,3% 30,7% 67,7% 56,8% 66,4% 32,5% 12,1% 20,4%

 

In questo caso vi è una generale peggioramento (abbastanza marcato) nella tipologia di servizi al centro e ad uscire, non compensati da un miglioramento nell’uso del servizio al corpo. Anche in questo caso l’indicazione tattica sembrerebbe quella di rivedere alcune scelte nella distribuzione dei servizi e magari continuare sul trend iniziato nel 2018, di privilegiare il servizio al corpo.

LA RISPOSTA DI ROGER

Andiamo ora ad esaminare la performance in risposta sulla seconda di servizio avversaria, partendo sempre dal presupposto che – a parte casi particolari come Nadal, in grado di rispondere sistematicamente anche dai teloni di fondocampo – la risposta alla prima di servizio è più una dote naturale che una componente tecnica “allenabile”, e quindi ha senso concentrarsi sulla risposta alla seconda di servizio.

Anno VS Serve/return Court Serve T-section % Mid-section % Wide-Section % T-section w% Mid-section w% Wide-Section w% T-section Mid-section Wide-section
2018 All Return Deuce 2nd 60,7% 25,7% 13,6% 60,3% 55,10% 46,2% 36,6% 14,1% 6,3%
2018 All Return Ad 2nd 10,6% 39,9% 49,5% 45,0% 42,7% 49,5% 4,8% 17,0% 24,5%
2017 All Return Deuce 2nd 63,8% 21,4% 14,9% 57,9% 56,1% 47,8% 36,9% 12,0% 7,1%
2017 All Return Ad 2nd 14,5% 39,6% 45,9% 52,2% 57,9% 62,3% 7,6% 22,9% 28,6%

Dall’analisi della risposta alla seconda di servizio emerge come il campione svizzero nel 2018 abbia sofferto soprattutto i servizi al corpo a ad uscire dalla parte dell’ad-court (da sinistra, per intenderci). In questo caso, il problema della risposta ad uscire sul rovescio di Roger è tornato inesorabilmente a farsi sentire; una volta perso il timing magico che nel 2017 gli aveva dato grandi soddisfazioni, il 2018 è tornato a mostrare quell’atavico tallone d’achille. Curiosamente invece, sembrerebbe che il ricorso alla risposta slice dalla parte del deuce court (molto più pronunciato nel 2018) gli abbia consentito di contenere i danni. Mentre un full swing è più probabile sia ad uscire, la risposta slice tende ad essere lungolinea. E infatti il piazzamento passa dal 74,1% al 61,9%.

Anno VS Serve/return Court Serve Placement T section- ad court % Placement  T section- Deuce court% Placement mid section- ad court Placement  mid section- Deuce court% Placement wide section- ad court Placement  wide section- Deuce court%
2018 All Return Deuce 2nd 74,1% 25,9% 55,1% 44,9% 57,7% 42,3%
2018 All Return Ad 2nd 65% 35% 72% 28% 71% 29%
2017 All Return Deuce 2nd 61,9% 38,1% 63,6% 36,4% 47,8% 52,2%
2017 All Return Ad 2nd 56,5% 43,5% 70,6% 29,4% 76% 24%

Andando infine ad esaminare in via sintetica com’è andata nelle situazioni di palleggio (distinguendo per superficie), il dato è abbastanza chiaro. Mentre la stagione sull’erba, macchiata dall’inciampo con Anderson, è stata inferiore ma non troppo rispetto al 2017, la stagione sul cemento è stata chiaramente deficitaria in un aspetto concreto: la capacità di incidere sulla seconda di servizio dei propri avversari. Mentre il 2017 è stato salutato un po’ da tutti come un ‘rinascimento’ nella capacità di rispondere aggressivamente da parte dello svizzero, il passo indietro in questo senso è stato chiaro nel 2018, almeno sotto il profilo dei dati. Mentre nel 2017 la percentuale di trasformazione sulle seconde palle servite dall’avversario era prossima al 52%, nel 2018 si è attestata al di sotto del 48%. In uno sport come il tennis in cui spesso la capacità di incidere sulla seconda del proprio avversario è fondamentale, si tratta di un passo indietro non irrilevante.

LE SFIDE CON DJOKOVIC

Se andiamo infine ad analizzare qual è stato la performance del servizio di Federer contro Djokovic nel 2018 e la compariamo con i risultati generali del 2017, possiamo trarre alcune linee di tendenza:

  • Per quanto riguarda la prima di servizio, il peggioramento nel 2018 dell’efficacia del servizio centrale da destra si acuisce contro Djokovic. È significativo in particolare come Roger cerchi con più insistenza il servizio ad uscire e nonostante questo Djokovic sia comunque in grado di risolvere brillantemente le situazioni – più rare – in cui lo svizzero cerca il servizio centrale. In altre parole, sembrerebbe che Roger contro Djokovic estremizzi ancora di più le proprie scelte al servizio, specie dal lato destro. Dal lato sinistro invece non emergono pattern particolarmente significativi: le scelte di direzionamento del servizio fatte contro Djokovic rispecchiano più o meno la media misurata contro gli altri giocatori.
  • Con riferimento alla seconda di servizio anche in questo caso abbiamo una netta divaricazione fra ad-court e deuce court. Mentre nel caso dei servizi da destra il peggioramento delle prestazioni è – cosa abbastanza prevedibile visto che si tratta del miglior ribattitore sul mercato – generalizzato, per quanto attiene ai servizi da sinistra invece emerge un dato abbastanza significativo: se il campione di Belgrado non sembra patire il servizio al corpo e il servizio kick ad uscire, grazie al suo eccezionale rovescio, le cose cambiano quando si parla di servizi centrali che il serbo deve gestire con il proprio dritto. Mentre Nole dal lato destro sembra gradire le risposte sul dritto, soffre quando risponde di dritto da sinistra. Si tratta infatti dell’unico caso in cui la statistica media di Federer nel 2018 contro gli altri giocatori risulta migliore rispetta a quella dei soli match con Djokovic. L’idea insomma potrebbe essere quella – rischiosa, ma sensata – di cercare di mandare fuori giri il serbo dal lato del dritto, evitando di stuzzicare il rovescio, la cui solidità è normalmente rocciosa.

In conclusione, l’analisi dei dati ATP relativi al monitoraggio dei pattern di servizio mostra alcuni risultati sorprendenti e perché no, potrebbe anche dare qualche chiave di lettura tattica non banale. E se Federer deciderà di accogliere qualcuno dei nostri ‘consigli’ già da questo Australian Open, beh, lo scopriremo presto. Quanto a Djokovic lo svizzero può respirare, almeno parzialmente: non c’è modo di incrociarlo prima dell’eventuale finale.

Federico Bertelli

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Federer, Nadal e Djokovic sotto la lente: chi ha fatto meglio negli ultimi 10 anni?

Una dettagliata analisi statistica per mettere a confronto i tre giocatori più forti del tennis moderno, evidenziare i loro picchi di rendimento… e anche i rimpianti. Per Federer, forse quella finale del 2014

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Alla vigilia dell’Australian Open, mentre ci si interroga sulla possibilità che possa finalmente toccare a un nome nuovo, è facile lasciarsi sedurre dall’idea che alla fine toccherà a uno dei soliti. Da oltre dieci anni il tempo nel mondo del tennis sembra essersi cristallizzato: anche nel 2018 Djokovic, Nadal, Federer (anche se per un pelo, visto che Zverev ha chiuso la stagione a una manciata di punti da King Roger) si sono spartiti il podio della classifica mondiale. Come già ricordato in un precedente articolo, il tennis gira intorno a tre nomi quasi ininterrottamente da un’era geologica. Visto il ritorno di fiamma di Federer e Nadal nel 2017 e di Djokovic nel 2018 si è sentito spesso dire che queste erano le “migliori versioni di Nadal o Federer” o che “Djokovic quest’anno è tornato ai suoi livelli”. Un modo per verificare queste affermazioni è confrontare il rendimento tenuto dei cari mostri sacri di questa era e confrontarlo con performance ottenute negli anni passati. A livello metodologico la scelta è quella di vedere quali sono stati in questi anni i picchi di rendimento e come si sono evolute le rivalità incrociate in questi ultimi 10 anni. Similmente a quanto fatto per le analisi dell’anno 2018, si è cercato di costruire degli indicatori di performance che potessero dare conto sinteticamente dell’andamento per anno e per superficie.

Questa prima tipologia di tabelle ha come scopo quello di evidenziare in termini comparati quale sia stata l’evoluzione dell’indicatore preso in esame di volta in volta. L’idea è quella di darci una linea di tendenza, al fine di capire soprattutto come un giocatore abbia ‘performato’ rispetto a se stesso e quali siano stati i picchi di rendimento in carriera. Il fatto che in un certo anno un indicatore risulti più elevato rispetto a quello dei rivali non necessariamente indica una maggiore probabilità di successo negli scontri diretti (quella verrà riportata più avanti nell’andamento storico degli H2H); resta in ogni caso un’indicazione rilevante in caso di differenziale cospicuo.

CONFRONTO SULLA TERRA BATTUTA

 

Per condurvi all’interno del discorso utilizziamo i numeri e cominciamo dalla terra rossa. L’indicatore prescelto è il seguente:

  • % combinata punti vinti sulla seconda di servizio e sulla risposta alla seconda di servizio
  • % punti servizio vinti con la prima sul totale dei punti giocati al servizio * 0.5

Confronto Djokovic, Federer e Nadal su terra battuta

Per quanto riguarda questa superficie, non verrà preso in esame il numero di partite vinte in quanto a differenza del cemento, dove spesso Nadal ha marcato visita, sulla terra battuta tutti e tre i giocatori hanno quasi sempre mantenuto un sufficiente numero di partite giocate e vinte nel corso degli anni. L’eccezione è ovviamente Federer negli ultimi due anni, ma la sua completa assenza non provoca del ‘rumore’ nel modello; il dato viene semplicemente viene escluso.

Emerge immediatamente come Nadal abbia avuto un picco di rendimento nel 2010, ripetuto incredibilmente nel 2017. Mentre nel 2010 la chiave era la ferocia sulla seconda di servizio (60% dei punti conquistati), nel 2017 il dato incredibile è stata l’efficacia sulla propria seconda di servizio (64%, il più alto in tutto l’arco di riferimento tra tutti e tre i giocatori). Sempre in riferimento a Nadal, i numeri confermano come lo spagnolo abbia dovuto avvalersi di unghia e denti per vincere il Roland Garros nel 2013 e 2014, due stagioni di chiaro calo, in cui il suo livello di performance era stato notevolmente insidiato da Djokovic.

Il serbo, dopo l’anno di grazia 2011, ha fatto registrare un calo generale nel 2012 per poi ritornare gradualmente su livelli di eccellenza nel 2013 e 2014. Nel 2015 Djokovic ha raggiunto il suo picco di rendimento sulla terra battuta ed è infatti stato sconfitto solo da un grandissimo Wawrinka in finale a Parigi, capace quella domenica di scagliare sessanta colpi vincenti. Curiosamente, nei suoi anni migliori, Djokovic ha dovuto fronteggiare a Parigi due veri e propri cigni neri: Federer in semifinale nel 2011 e Wawrinka appunto nel 2015. Non sarà difficile ricordare la maestosa performance dello svizzero nel 2011, quando fermò un Djokovic ancora imbattuto in stagione. Quanto al 2009 di Federer, la stagione in cui ha vinto il suo unico Roland Garros, i numeri suggeriscono come abbia approfittato del calo di Djokovic e dell’inciampo di Nadal, che fino a quel punto della stagione si stava esprimendo ai suoi soliti livelli.

CONFRONTO SULL’ERBA

Passiamo adesso all’erba, il territorio d’elezione per Roger Federer. L’indicatore prescelto è il seguente:

  • % combinata punti vinti sulla seconda di servizio e sulla risposta alla seconda di servizio
  • % punti servizio vinti con la prima sul totale dei punti giocati al servizio * 1,1

Confronto Djokovic, Federer e Nadal su erba

In questo secondo caso saltano subito all’occhio i “buchi” di Nadal, che dopo l’immancabile campagna sulle paludi rosse spesso e volentieri ha dovuto cedere il passo. In questo caso emerge come il toro di Manacor abbia ben capitalizzato le opportunità costruite nel 2008 e nel 2010; è invece un peccato che nel 2017 non si sia potuto assistere a un replay delle finali 2006/2007/2008, perché i presupposti numerici erano veramente ottimi. Djokovic conferma il trend di dominanza del 2015, mentre in rapporto alla rivalità con Federer c’è forse da crucciarsi per la mancata qualificazione dello svizzero alla finale di Wimbledon 2011: dopo la splendida partita di Parigi, con ogni probabilità se ne sarebbe vista una seconda.

L’annus horribilis‘ è stato per tutti e tre il 2016: Federer a mezzo servizio, Nadal assente e Djokovic alle prese con i primi dolori del giovane Novak. Rimpianti? Probabilmente per Federer la finale persa nel 2014, poiché avrebbe potuto rallentare il ritorno di Djokovic che da quel momento ha vissuto un anno e mezzo di grazia quasi ininterrotto.

CONFRONTO SUL CEMENTO

Per concludere andiamo ad esaminare cosa è successo sulle superfici dure; segnaliamo che in questo caso è stato necessario accorpare indoor e outdoor, in quanto le statistiche disponibili sul sito ATP non consentivano questo livello di ‘granularità’ del dato. L’indicatore prescelto quindi è stato il seguente:

  • % combinata punti vinti sulla seconda di servizio e sulla risposta alla seconda di servizio
  • % punti servizio vinti con la prima sul totale dei punti giocati al servizio * 1,05
  • % combinata break point salvati e convertiti *0,5

Il tutto ponderato per un moltiplicatore che tenga conto delle partite vinte nella stagione così costruito:

=SE N. Partite vinte >=52; → fattore di ponderazione = 1,1;

=SE 51<N. Partite vinte>22; → fattore di ponderazione = 1,1;

=SE N. Partite vinte <=22; → fattore di ponderazione = 0,8;

Confronto Djokovic, Federer e Nadal sul cemento

Secondo questa metrica il picco di rendimento lo ritroviamo con Djokovic nel 2015, che in quella stagione si è rivelato effettivamente ingiocabile per chiunque. Il Federer del 2015 era (numeri alla mano) una versione assolutamente competitiva e paragonabile a quella del 2017, che pure ha vinto tanto di più; verrebbe da concludere, forse semplificando, che semplicemente nel 2017 non ha dovuto confrontarsi con la macchina serba. Da notare come negli anni 2012 e 2013 si sia visto in campo un ottimo Djokovic che forse ha raccolto a livello Slam meno di quello che avrebbe potuto: in quei due anni infatti le partite vinte dal serbo su questa superficie sono state rispettivamente 50 e 49. Nel 2013 la sfida ‘hard rock’ con Nadal fu estremamente equilibrata, con Djokovic che nelle situazioni di palleggio (relative agli scambi su seconde di servizio) dimostrava una maggior efficienza, mentre Nadal compensava con il rendimento sulla prima e nel dato combinato saved/converted break point %.

GLI SCONTRI DIRETTI

Queste statistiche sintetizzano con efficacia il rendimento dei singoli giocatori ‘rispetto a se stessi’, ma per un’analisi completa non si può prescindere da un riepilogo degli H2H; altrimenti si perderebbero alcuni fenomeni clamorosi come la distruzione di Nadal ad opera di Djokovic nel 2011 e la rivincita nel 2017 da parte di Federer sul maiorchino.

Djokovic vs Federer

A partire dal 2011, la rivalità tra il serbo e lo svizzero ha visto un netto prevalere di Djokovic con Federer capace di invertire la tendenza soltanto nel 2014, stagione in cui il serbo ha psicologicamente ‘prestato il fianco’ dopo le tante finali perse agli US Open. Probabilmente non se ne avrà mai la controprova, ma per Djokovic sembra essere stata decisiva la vittoria a Wimbledon le 2014: è stato forse stato il punto di svolta di una carriera, che altrimenti avrebbe potuto configurarsi come quella di un ‘fenomeno spuntato’, sempre e comunque in secondo piano rispetto al dinamico duo Roger&Rafa.

Federer vs Nadal

Come tutti sanno, il 2017 è stato l’anno della grande rivincita di Svizzera 1 sull’armada spagnola. È invece meno noto che il 2017 sia stato un anno straordinario per Nadal sul cemento; con un Federer ‘normale’, forse Rafa avrebbe potuto confezionare la migliore stagione dell’intera carriera, superiore anche agli anni di grazia 2010 e 2013. Senza inerpicarci in analisi che sono state fatte sin troppe volte in relazione a questo confronto diretto, si evidenziano come decisive le stagioni 2008 (in cui Rafa mandò Roger al tappeto in finale a Londra e a Parigi) e il 2013 in cui la schiena ha costretto Federer a giocare al di sotto dei suoi standard.

Djokovic vs Nadal

Nella rivalità fra Rafa e Novak, emerge come il serbo abbia saputo capitalizzare meglio le stagioni in cui ha espresso il miglior tennis. In uno degli anni miglior, Nadal è riuscito a cogliere un vantaggio comparato relativamente ridotto (+2), mentre nei suoi anni di grazia (2011 e 2015) Djokovic ha inciso in maniera molto più pesante (+6) e (+4). In generale sembra quindi poter dire che i picchi di rendimento di Djokovic negli ultimi 10 anni sono stati inarrivabili, ma che laddove (come nel triennio 2012-2013-2014) il rendimento dei tre è stato molto vicino, Djokovic è spesso venuto a mancare, non riuscendo a convertire in successi un livello di gioco comunque molto alto. La supremazia è rimasta confinata ai ‘soli’ Masters 1000 e sulla superficie (allora) amica degli Australian Open, che potrebbe tornare a sorridergli tra pochi giorni.

Federico Bertelli

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