Numeri: Federer a casa, Svitolina da paura. E Anderson sorprende

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Numeri: Federer a casa, Svitolina da paura. E Anderson sorprende

I numeri della settimana. Roger ed Elina trionfano. L’amore di Simon, la cavalcata di Copil

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3 – le sconfitte rimediate in tutto il 2018 da Kevin Anderson contro tennisti non nella top 20 (o nella classifica della settimana della partita o in quella attuale). In quest’ultima tipologia rientrano tennisti come Djokovic (vincitore sul sudafricano nella finale di Wimbledon), Tsitsipas (a Estoril e Toronto), Edmund (a Melbourne) e Coric (a Indian Wells). Non considerando il ritiro a Roma contro Bedene, il 32enne sudafricano quest’anno ha perso partite in cui la sua classifica era decisamente migliore solo con Simon (a Pune), Leo Mayer (al tie-break del terzo set al Queens) e Gasquet (a Tokyo). Numeri che confermano la grandissima continuità di rendimento avuta quest’anno da Anderson, vincitore a febbraio della prima edizione dell’ATP 250 di New York, finalista a Pune e Acapulco (oltre che a Wimbledon) e semifinalista ai due Masters 1000 di Madrid e Toronto. A Vienna, dove giocava per la quinta volta, ha conquistato la sua prima finale nella capitale austriaca penando in entrambi gli incontri che ha dovuto affrontare per raggiungerla (ha approfittato del walk-over di Melzer nel secondo turno e del ritiro di Coric, dopo che il croato aveva perso il primo set). Al primo turno ha dovuto annullare un match point a Basilashvili (4-6 7-6 6-3), 24 ATP e in semifinale ha avuto invece bisogno di due ore e mezza per eliminare Verdasco (6-3 3-6 6-4), 30 ATP. Nella finale contro Kei Nishikori, in precedenza sconfitto in una sola occasione nei cinque precedenti, ha giocato il suo miglior tennis della settimana e ottenuto il sesto titolo della carriera, corroborando la sua candidatura a outsider nelle ATP Finals, ormai matematicamente raggiunte.

4 – le sconfitte rimediate da Marin Cilic nelle ultime cinque partite da lui giocate. Preoccupano per il croato, 6 ATP, non solo i recenti insuccessi, ma anche la classifica degli avversari che nell’ultimo mese lo hanno sconfitto. Infatti, ben tre dei tennisti che lo hanno battuto non sono nella top 50 (Querrey in Davis sulla terra di Zadar, Struff a Tokyo e Copil a Basilea) mentre Jarry, vincitore sul croato a Shanghai era comunque solo 48 ATP. Il punto più basso è stato toccato dal croato proprio allo Swiss Open: negli ultimi cinque anni e mezzo solo una volta (contro Stepanek a Stoccarda) Marin era stato sconfitto da un avversario non tra i primi 90 della classifica mondiale, come accaduto la settimana scorsa con Copil a Basilea. E dire che il vincitore degli US Open 2014 aveva iniziato l’anno arrivando in finale a Melbourne e dichiarando di puntare alle primissime posizioni del ranking: il rendimento non è stato mai all’altezza delle sue stesse aspettative. Un solo torneo vinto (al Queens) e due semifinali ai Masters 1000 di Roma e Cincinnati rappresentano un magro bottino per Cilic, ancora non matematicamente qualificato alle ATP Finals. Uno scenario totalmente imprevedibile per lui, solo qualche mese fa.

5 – le vittorie di Kei Nishikori contro top ten, nelle dodici occasioni che li ha incontrati nel 2018. Una buona percentuale stagionale (42%) per lui, seconda solo al 61 % (11 successi in 18 partite) con cui il nipponico chiuse il 2014. Un dato utile a testimoniare la ritrovata alta competitività di uno dei tanti tennisti di vertice (Djokovic, Murray, Wawrinka) costretto a chiudere anticipatamente il 2017. Nel suo caso, ai Canadian Open, per colpa di un delicatissimo infortunio al polso destro, per il quale fu scongiurata per pochissimo l’operazione chirurgica. Rientrato in gara solo lo scorso febbraio, ripartendo dai Challenger (ha vinto il secondo e ultimo giocato, a Dallas), è stato bravo a non perdere fiducia in se stesso quando è sceso in classifica sino al 37° posto nel ranking. Una costante ascesa in classifica gli ha permesso di presentarsi a Vienna da 11° giocatore al mondo, un ranking ottenuto senza nessun particolare acuto, ma grazie a una continuità che gli ha consentito una serie di piazzamenti importanti (finale al Masters 1000 di Monte Carlo e all’ATP 500 di Tokyo, semifinali agli US Open e agli ATP 250 di Metz e New York, quarti a Wimbledon, Shanghai, Roma e Washington). Ritroverà la top ten -abbandonata quando si era infortunato nell’agosto 2017- entro fine anno e la finale conquistata a Vienna lo ha confortato maggiormente in tal senso. L’unico set smarrito per garantirsi l’opportunità di giocare la scorsa domenica per il titolo, lo ha smarrito al primo turno contro Tiafoe (7-6 5-7 6-2), 45 ATP; poi non ha trovato particolari opposizioni contro Khachanov (duplice 6-2), 19 ATP; Thiem (6-3 6-1); 7 ATP; Kukhushkin (6-4 6-3), 71 ATP. In finale poco ha potuto dinanzi ad Anderson, vincitore in due set (6-3 7-6 in suo favore).

 

9 – i successi di Roger Federer agli Swiss Indoors. Un torneo nato nel 1970, dotato di più di 2 milioni di dollari di montepremi e reso prestigioso da un albo d’oro firmato non solo dalle vittorie dell’idolo di casa, ma anche da quelle di vari ex numeri 1 del ranking mondiale come Novak Djokovic, Bjorn Borg, Ivan Lendl, John McEnroe, Boris Becker, Stefan Edberg e Pete Sampras. Roger, nato l’8 agosto di 37 anni fa proprio a Basilea, conferma di avere un feeling speciale con il torneo nel quale da piccolo faceva il raccattapalle: dopo la scorsa settimana, ha portato il suo bilancio complessivo nel torneo svizzero a settantuno vittorie e nove sconfitte, pari a una percentuale di successo del 88,75%. Escludendo le ATP Finals, giocate in questi sedici anni dallo svizzero in varie location e, soprattutto, condizioni di gioco e considerando esclusivamente Majors o tornei vinti dallo svizzero almeno quattro volte, solo in tre tornei (e per percentuali irrisorie) Roger ha una tasso di successo migliore di quello detenuto agli Swiss Open. Accade ad Halle (nove titoli, 63 vittorie e 7 sconfitte, pari al 90 % di successo), Dubai (sette trofei, 48- 6, 88,88%) e Wimbledon (otto coppe messe in bacheca, 95-12, 8878%). In questa particolare classifica, dopo Basilea vengono invece Melbourne (sei Australian Open vinti, 94-13, 87,85%), gli US Open (cinque titoli, 78-11 87,64%), Amburgo (quattro trofei, 32-5, 86,48), Indian Wells (cinque successi, 62-12, 83,78%), Cincinnati (sette coppe portate a casa, 46-9 83,63 %) e Parigi (1 Roland Garros vinto, 65-16, 80,24%). Non bastano cinque partite giocate tra lampi folgoranti della consueta classe cristallina e (rari) momenti di buio pesto, ingigantiti da errori gratuiti inspiegabili e da un rendimento al servizio troppo ballerino (undici break subiti nel corso del torneo), a togliere i dubbi a chi è preoccupato per il Federer visto sui campi da Miami in poi nel 2018. Tanto più che lo svizzero nella sua strada per il titolo ha avuto come test sul suo stato di forma avversari non di primissimo livello: a Basilea la scorsa settimana ha affrontato un solo top 20 (Medvedev) e appena altri due top 40, Kraijinovic e Simon, giocatori ai quali ha anche ceduto un set prima di riuscire a portare a casa l’incontro. Tuttavia, il novantanovesimo titolo della carriera dello svizzero mette un punto fermo sulla sua ancora grande determinazione a disimpegnarsi nel circuito ai consueti altissimi livelli: le (per lui) inusuali esultanze nei momenti difficili degli incontri e la gioia al momento delle vittorie hanno, almeno in questo senso, confortato.

13 – la posizione nel ranking di Sloane Stephens a fine 2017. La 25enne tennista nata nel sud della Florida è, dopo Bertens, la giocatrice – tra quelle la scorsa settimana protagoniste a Singapore – che a fine 2018 migliorerà di un numero maggiore di posizioni, ben otto, la propria classifica. Una stagione positiva per lei: quest’anno aveva la grossa responsabilità di dimostrare che lo splendido trionfo agli US Open del 2017, torneo vinto con la classifica di 83 °giocatrice al mondo (sebbene falsata da un lungo infortunio di circa un anno) non fosse stato casuale per una tennista, che solo nel 2013 aveva chiuso la proprio classifica nella top 30. Eppure, il contraccolpo successivo a un successo così grande e inaspettato c’era stato: Sloane, successivamente agli US Open, vinceva, tra ottobre e febbraio, solo tre partite, perdendo in cinque casi contro avversarie non comprese nella top 50. Il ritorno sul cemento nordamericano la faceva però rinascere: vinceva il Premier Mandatory di Miami sconfiggendo ben tre top 10, una zona di classifica che la settimana successiva al torneo giocato in Florida raggiungeva per la prima volta. Nel prosieguo della stagione mostrava una continuità tale -eccezion fatta per l’eliminazione al primo turno di Wimbledon- da consentirle di salire sino al numero 3 del ranking e di raggiungere le finali al Roland Garros e a Montreal. Anche a Singapore si è spinta sino all’atto conclusivo del torneo, senza perdere un match nel round robin, giocato contro Bertens (7-6 2-6 6-3), Osaka (7-5 4-6 6-1) e Kerber (6-3 6-3), prima di avere la meglio in semi su Pliskova (0-6 6-4 6-1). In finale, anche con qualche rimpianto, si è arresa a Svitolina (3-6 6-2 6-2), chiudendo il 2018 contro le top ten con un ottimo bilancio di 8 successi e cinque sconfitte.

14 – i successi rimediati da Elina Svitolina nei nove tornei successivi al suo secondo titolo a Roma (e dodicesimo della carriera): con questo mediocre rendimento la 24enne ucraina si è presentata a Singapore per le WTA Finals. Con la vittoria degli Internazionali d’Italia, l’ex numero 3 del mondo vinceva la 26°partita – a fronte di sole sei sconfitte- della sua brillante prima parte di 2018, oltre che il terzo torneo dell’anno (dopo i successi ai Premier di Brisbane e Dubai). Elina sembrava lanciata anche per essere finalmente protagonista nei tornei del Grande Slam (dove è arrivata solo tre volte ai quarti di finale) ma invece, a partire da Parigi, entrava in un periodo di grossa involuzione nei risultati, che le costava ben tre eliminazioni cocenti al primo turno (Wimbledon, Wuhan e Pechino) e una sola semifinale, raggiunta a Cincinnati. La classifica ne aveva inevitabilmente risentito e sino all’ultimo la sua qualificazione alle WTA Finals era stata in dubbio. A Singapore, nell’ultimo torneo stagionale, Svitolina ha elevato notevolmente il livello del suo tennis ed è arrivata in finale, stando in campo quasi otto ore e mezza, ma senza perdere nemmeno un match nelle quattro partite affrontate. Dopo una facile partenza contro Kvitova (duplice 6-3), è sempre dovuta ricorrere al terzo set per avere la meglio, ancora nel round robin, di Pliskova (6-3 2-6 6-3), Wozniacki (5-7 7-5 6-3) e, in semifinale di Bertens (7-5 6-7 6-4). Pur costretta a perdere un altro set, anche in finale si è imposta su Stephens, divenendo la prima tennista, dopo Serena Williams nel 2013, a vincere il torneo senza essere sconfitta in nessun match. Chiude il 2018 con un invidabile score di 9-3 contro le top ten, migliore in assoluto tra le giocatrici di vertice nel 2018.

89 – la classifica di Gilles Simon a fine 2017. L’ex numero 6 del mondo (nel gennaio 2009) sembrava destinato a un declino irreversibile, dovuto all’inevitabile logorio psicofisico per un tennista dall’ottima carriera. Nato a Nizza nel dicembre 1984, Gilles era stato già capace di vincere dodici titoli in carriera (l’ultimo nel 2015), di stare circa trecento settimane nella top 20 e sconfiggere almeno una volta i numeri uno della recente epoca (Federer, Nadal, Djokovic e Murray). Tuttavia, era difficile credere potesse giocare bene questa stagione, con trentatré anni già sul groppone e, soprattutto, reduce da un 2017 mediocre, nel quale aveva raggiunto i quarti solo in due tornei. Invece, un 2018 iniziato subito bene con la vittoria del titolo a Pune (in finale su Anderson) nella prima settimana del 2018, è continuato ancora meglio, con un altro torneo messo in bacheca (Metz), la finale a Lione e una serie di buoni piazzamenti (tra cui gli ottavi a Wimbledon). Con grande umiltà dopo otto anni è tornato anche a giocare nei Challenger, un atteggiamento che ha pagato. Il francese ha infatti buonissime chance di chiudere il 2018 tra i top 30, un bel premio per un 34enne innamorato del tennis (solo Federer e Verdasco, tra chi sta davanti a lui in classifica, sono più “anziani”).

93 – la classifica di Marius Copil quando questa settimana ha iniziato il torneo di Basilea, dove è arrivato reduce da sei sconfitte nelle ultime otto partite. Una bella soddisfazione per il numero 1 romeno, negli ultimi anni omaggiato quattro volte di una wild card al Masters 1000 di Madrid dal patron del torneo, il connazionale Ion Tiriac. Un modo, per l’ex manager di grandi campioni come Boris Becker, di aiutare un settore maschile della sua patria, che se nel corrispettivo femminile vive un periodo brillante con Simona Halep, attraversa un momento di grande di difficoltà. Sebbene il tennis maschile rumeno sia stato anch’esso capace in passato di produrre un numero 1 del mondo (Ilie Nastase, tra il 1973 e 1974) attualmente, vede invece il suo secondo miglior giocatore fuori dai primi 280 posti del ranking ATP. Marius, dotato di un ottimo servizio, nonostante buone potenzialità, non aveva sin qui raggiunto risultati brillanti nel circuito maggiore: già dal 2012 ha chiuso la stagione nei primi 200, ma solo nel 2017 ha terminato l’anno nella top 100. Inoltre, solo due volte in venti occasioni totali aveva vinto contro un top 20 (a Pechino nel 2012 su Cilic e a Brisbane nel 2014 contro Simon). Dal 2014, almen0 una volta all’anno, ha raggiunto i quarti in un evento ATP : quell’anno a Brisbane e Stoccolma, nel 2015 a S’Hertogenbosch, nel 2016 ad Anversa e nel 2017 a Metz. Come si vede da tali risultati, il tipo di tennis che lo caratterizza, lo fa rendere al meglio su superfici rapide, possibilmente al coperto. Lo scorso febbraio a Sofia, sempre in condizioni indoor, è arrivato in finale -dove è stato sconfitto in tre combattuti set dal bosniaco Basic- senza perdere nemmeno un set. Dopo quell’exploit non era stato capace di ripetersi, raggiungendo appena un quarto di finale (a S’Hertogenbosh) e vincendo appena una partita contro un top 40. A Basilea, dopo essersi qualificato al tabellone principale senza lasciare un set a Lajovic, 49 ATP, e Misha Zverev, 72 ATP, si è guadagnato la semifinale, sempre senza concedere un parziale agli avversari. Ryan Harrison (6-2 7-6), 59 ATP; Marin Cilic, primo top ten sconfitto in carriera (7-5 7-6), 6 ATP; Taylor Fritz (7-6 7-5), 57 ATP, e Sasha Zverev (6-3 6-7 6-4), 5 ATP gli hanno lasciato strada e consentito di vivere la settimana più bella, almeno sinora, della carriera. In finale ha fatto bella figura, ma si è arreso in due set davanti a Roger Federer e al tifo da Coppa Davis che lo sosteneva.

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Finali Slam: Rosewall batte Federer 4 a 0

Federer campione di longevità, ma non abbastanza da battere ‘muscles’

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Roger Federer - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Dopo avere parlato di senilità alla vigilia delle semifinali, continuiamo a parlarne alla vigilia della finale. Alla tenera età di 37 anni, 11 mesi e qualche giorno Roger Federer, il semifinalista più diversamente giovane, ha infatti raggiunto la dodicesima finale della sua carriera a Wimbledon. Domenica proverà a battere due record: quello di più anziano vincitore dei Championships e detentore del maggior numero di trofei. Record che attualmente sono entrambi nelle sue mani grazie alla vittoria del 2017.

Il record che invece non potrà superare è quello di diventare il più anziano finalista a Wimbledon dell’era Open. Per provare a conquistarlo dovrà attendere il 2021, poiché attualmente questo primato appartiene a Ken Rosewall che nel 1974 disputò la finale di Wimbledon a 39 anni e 8 mesi di età. Quel giorno Rosewall – provato da una semifinale durissima vinta al quinto set in rimonta contro Stan Smith – perse in tre set contro Jimmy Connors.

Ken Rosewall a Wimbledon

Questa è però una storia ormai aneddotica e conosciuta dalla stragrande maggioranza degli appassionati di tennis. Se ne parla e scrive puntualmente ogni anno, un po’ come di Claudio Villa alla vigilia di Sanremo. Quella che forse è meno nota, è la storia relativa ai record di longevità nel singolare maschile relativi alle finali di tutti i quattro tornei dello Slam. Ed è una storia affascinante poiché il nome dell’uomo che li detiene è sempre il medesimo: Ken Rosewall. Di seguito gli anni in cui li stabilì:

Torneo Edizione Risultato finale Avversario
Roland Garros 1969 46  36  46 R. Laver
Australian Open 1972 76  63  75 M. Anderson
Wimbledon 1974 16  16  46 J. Connors
US Open 1974 16  06  16 J. Connors


Jimmy Connors e Rod Laver non hanno bisogno di presentazioni. Ci limitiamo ad aggiungere che Laver ha 4 anni meno di Rosewall e Connors 18. Malcom J. Anderson è meno noto di loro ma non molto meno bravo. Australiano, classe 1935, in singolare ha al suo attivo una vittoria nel ’57 allo US Open e due finali agli Australian Open nel ’58 e nel ’72. Ma torniamo al principale protagonista dell’articolo.

Nato e cresciuto (poco come vedremo) in Australia il 2 novembre 1934, Ken Rosewall era un mancino naturale. Il padre – una sorta di zio Toni ante litteram e alla rovescia –  gli impose di giocare da destrimane. Rosewall era un atleta di 170 cm nelle giornate migliori e con un fisico così minuto da essere ironicamente soprannominato “muscles”, ovvero muscoli, dai suoi colleghi australiani. Soprannome al quale Ken deve essere molto legato dal momento che dà il titolo al libro autobiografico scritto in collaborazione con il giornalista Richard Naughton. Purtroppo non esiste un’edizione in italiano ma lo consigliamo a chi padroneggia bene la lingua inglese e ha nostalgia di un’epoca in cui il tennis era meno potente e più tecnico.

 
Rod Laver e Ken Rosewall

È difficile se non impossibile immaginare che Rosewall con le sue caratteristiche fisiche avrebbe potuto essere vincente anche nel tennis contemporaneo. Il giocatore a lui più somigliante sotto il profilo morfologico, Diego Schwartzman, deve fare miracoli per riuscire a rimanere tra i migliori venti del mondo, e tra i dieci migliori del mondo solo Nishikori e Fognini hanno una statura inferiore al metro e ottanta, seppure largamente superiore al metro e settanta.

L’australiano poté essere il migliore o tra i migliori per decenni perché giocò in un’epoca in cui le racchette non privilegiavano le doti di potenza, le superfici di gioco erano più veloci e i rimbalzi della palla più bassi, quindi più adatti a giocatori normolinei. Per colpire la pallina con il suo straordinario rovescio a una mano, oggi Rosewall dovrebbe letteralmente saltare come i canguri del Paese da cui proviene. Viceversa, la maggior parte degli attuali protagonisti cinquant’anni fa avrebbe finito ogni partita con le ginocchia martoriate e la schiena dolente.

Rosewall la carriera la terminò in perfetta forma a 46 anni e sino a 44 il suo nome appariva tra i migliori venti giocatori del mondo. Nella classifica ATP lo troviamo al secondo posto il 26 giugno del 1975; al nono il 14 giugno 1976; al diciottesimo il 12 luglio 1978. Lasciamo ai lettori più inclini all’aritmetica il compito di calcolare con precisione quanti anni avesse Rosewall in quelle date. Ma appare evidente anche agli umanisti che se Roger Federer desidera pareggiarlo dovrà prendere in seria considerazione l’ipotesi di giocare – e bene – almeno sino alle Olimpiadi di Parigi. Nel 2024.

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Wimbledon: queste semifinali sarebbero piaciute a Svevo

Per il secondo anno consecutivo, i quattro semifinalisti dei Championships sono tutti giocatori over 30. Federer, Nadal, Djokovic e Bautista Agut fanno registrare un record: l’età combinata dei quattro è la più vecchia in Era Open

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

Senilità: titolo di un romanzo di Italo Svevo o incipit di un articolo di presentazione delle semifinali di Wimbledon edizione 2019? Entrambe le cose. Quelle che si disputeranno venerdì sul Central Court saranno infatti le semifinali più attempate dell’Era Open. Sommando l’età di Bautista Agut (31 anni), Djokovic (32 anni), Nadal (33 anni) e Federer (38 il prossimo mese) si ottiene il numero record di 134 primavere. L’età aggregata e media di tutti i semifinalisti delle edizioni Open dei Championships è riassunta nella seguente tabella:

Edizione Anni semifinalisti  Media
1968 105          26,3
1969 108          27,0
1970 124          31,0
1971 114          28,5
1972 101          25,3
1973 109          27,3
1974 113          28,3
1975 109          27,3
1976 98          24,5
1977 87          21,5
1978 106          26,5
1979 103          25,8
1980 101          25,3
1981 105          26,3
1982 103          25,8
1983 98          24,5
1984 100          25,0
1985 102          25,5
1986 91          22,8
1987 105          26,3
1988 95          23,8
1989 104          26,0
1990 96          24,0
1991 94          23,5
1992 96          24,0
1993 98          24,5
1994 102          25,5
1995 101          25,3
1996 104          26,0
1997 109          27,3
1998 105          26,3
1999 109          27,3
2000 109          27,3
2001 116          29,0
2002 100          25,0
2003 95          23,8
2004 91          22,8
2005 101          25,3
2006 110          27,5
2007 88          22,0
2008 109          27,3
2009 108          27,0
2010 95          23,8
2011 99          24,8
2012 108          27,0
2013 100          25,0
2014 107          26,8
2015 119          29,8
2016 121          30,3
2017 127          31,8
2018 128          32,0
2019 134          33,5


A livello generale osserviamo che:

1- il record di precocità è appannaggio dell’edizione del centenario: 1977. Quell’anno le semifinali videro protagonisti McEnroe-Connors da un lato e Borg-Gerulaitis dall’altro

2- nel 1977 Bjorn Borg – classe ’56 e nel 1977 già detentore di tre titoli dello Slam – e John McEnroe – classe ’59 – avevano i requisiti anagrafici per prendere parte al torneo NextGen

3- in cinque edizioni (1970-2001-2006-2016-2017) due dei protagonisti avevano superato i trent’anni di età

4- nel 2018 tutti i semifinalisti (Isner, Anderson, Djokovic e Nadal) avevano un’età superiore ai 30 anni

5- in 45 occasioni tre semifinalisti avevano meno di trent’anni

A livello individuale:

1- Ken Rosewall è il giocatore più anziano ad essere giunto alle semifinali. Correva l’anno 1974 e “Muscles” era prossimo ai quarant’anni. Per la cronaca l’australiano perse poi la finale contro Jimmy Connors

2- Quattro i teen ager: McEnroe (1977), Cash (1984), Becker (1985 e ’86), Ivanisevic (1990). Becker vinse il torneo sia nell’85, sia nell’86

 

Allargando l’analisi dalle singole annate alle decadi, abbiamo l’ovvia conferma del fatto che l’invecchiamento anagrafico di Federer, Nadal e Djokovic rende l’ultimo decennio quello con la media più alta:

DECADE ETA’ MEDIA
70-79 26,6
80-89 25,1
90-99 25,4
2000-2009 25,7
2010-2019 28,5


Se allargassimo l’analisi ai restanti tornei dello Slam, i risultati risulterebbero molto simili e viene quindi spontaneo chiedersi se la situazione creatasi in questi anni sia maggiormente riconducibile ai meriti dei più forti (e vecchi) o ai demeriti delle nuove leve. Propendiamo per i meriti.

Osservando le partite dei tre principali indiziati di cannibalismo tennistico, si nota che al loro enorme talento tecnico, fisico e mentale si unisce una condizione atletica quasi preternaturale se rapportata all’età. Questa peculiarità è riscontrabile in altri ultratrentenni di vertice che corrono oggi più o meno alla medesima velocità di quanto correvano a inizio carriera e per il medesimo tempo, ed è frutto non solo di grande serietà professionale (talvolta ignota ai più giovani), ma anche della collaborazione non saltuaria con i migliori specialisti al mondo nel campo della cura del corpo lato sensu (medici sportivi, fisioterapisti, preparatori atletici, nutrizionisti).

La scienza, unita alla tecnica, permette loro di fare gesti atletici che un ultratrentenne del passato non era di norma in grado di fare. Prendiamo ad esempio il passante di rovescio giocato da Federer nel quarto set del match contro Nishikori sul punteggio di 2 a 2. Cronometro alla mano abbiamo calcolato che il tennista svizzero (che peraltro è il meno rapido dei tre tenori) ha impiegato circa 2,3 secondi per coprire una distanza approssimativa di 11 metri.

Usain Bolt in occasione del record del mondo stabilito a Berlino sui 100 metri, corse i primi 10 metri in 1 secondo e 75 centesimi al netto del tempo di reazione allo start (146 millesimi). Il giamaicano quel giorno aveva 23 anni e non correva con una racchetta in mano dopo avere già corso per 2 ore e venti minuti. Quindi, cosa può fare di norma e non eccezionalmente contro i personaggi dei quali stiamo parlando un giovane tennista che, a titolo di esempio, ha 5/6 anni di professionismo alle spalle contro 15/20, un bagaglio tecnico ed esperienziale inferiore e una prestanza atletica di poco o per nulla superiore alla loro? Sperare che si ritirino in fretta.

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La top 10 dei tennisti più bassi, nessuno come Ampon: un metro e mezzo

Chi era il filippino Felicissimo Ampon, 4 volte in ottavi allo Slam degli Stati Uniti, tre volte al terzo turno a Wimbledon, due quarti a Parigi. Giocò la Davis fino a 48 anni. Batté Budge Patty, ma anche Drobny e Trabert

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Thomas Fabbiano - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Dopo quello di Reilly Opelka lo scorso anno, Thomas Fabbiano a Wimbledon ha colto lo scalpo di un altro avversario alto più di due metri e dieci: Ivo Karlovic. La differenza di statura tra i due più alti giocatori di tutti i tempi e il nostro connazionale è stata messa in risalto da svariati articoli e, soprattutto, fotografie.

Thomas Fabbiano è infatti alto 173 centimetri. Un’altezza normale per un impiegato di banca, ma non per un tennista di alto livello. Dai dati ufficiali pubblicati sul sito dell’ATP risulta infatti che novanta dei primi 100 tennisti del ranking sono alti almeno un metro e ottanta centimetri. Fabbiano è uno dei dieci che non raggiungono questa soglia. Gli altri nove sono:

  • Schwartzman – 170 cm
  • Nishioka – 170
  • Albot – 175
  • Evans – 175
  • Berankis – 175
  • Moutet – 175
  • Dzumhur – 175
  • Fognini – 178
  • Kohlschreiber – 178
Diego Schwartzman – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Corentin Moutet è l’unico “under 180” insieme a Fabbiano ad essere riuscito a battere sia Reilly Opelka, sia Ivo Karlovic. Il genietto transalpino è però due centimetri più alto di Fabbiano e, quindi, qualcuno potrebbe pensare che i 38 centimetri di differenza tra il nostro connazionale e i due colossi da lui battuti rappresentino un record. Ma sarebbe in errore.

Un attento lettore genovese – Claudio B. – ci ha infatti segnalato il nome di un giocatore alto (se così si può dire) un metro e mezzo che in tempi remoti ne sconfisse uno che lo sovrastava di oltre 40 centimetri. Il tennista in questione si chiamava Felicisimo Ampon ed era nato a Manila nel 1920, quando le Filippine erano ancora un protettorato statunitense. Figlio d’arte per lato paterno, il nostro eroe tascabile per coincidenza o per un imperscrutabile disegno del destino, venne al mondo quando il Rappresentante degli Stati Uniti nelle Filippine era il Governatore Dwight Filley Davis, l’ideatore dell’omonima competizione tanto cara a Gerard Piquè.

Coincidenza o meno, il padre gli mise una racchetta in mano sin dalla più tenera età e lui non la posò sino a quasi 48 anni di età. Ampon si dimostrò subito allievo dotatissimo a discapito dei limiti fisici. Già sul finire degli anni ’30 era infatti considerato il miglior giocatore asiatico e tale rimase per almeno due decenni. A livello internazionale il suo curriculum è di tutto rispetto. Limitando l’analisi ai tornei più importanti, scopriamo che Ampon fu capace di raggiungere per tre volte il terzo turno a Wimbledon. Nel 1948 vinse il Wimbledon Plate, ovvero il torneo di consolazione – disputato sino al 1981 in campo maschile – riservato ai giocatori sconfitti al primo oppure al secondo turno dei Championships.

Agli US Open fece ancora meglio arrivando agli ottavi di finale per ben quattro volte. Toccò infine il suo apogeo tennistico al Roland Garros dove in due occasioni disputò i quarti di finale. Proprio negli ottavi di finale dell’edizione 1953 si trovò di fronte un avversario alto più di un metro e novanta. Si trattava dello statunitense Budge Patty che non era soltanto un gigante per gli standard dell’epoca, ma anche un tennista tecnicamente molto dotato, nel cui palmares figurano le vittorie in singolare a Wimbledon e Parigi nel 1950 e in doppio a Wimbledon nel 1957. Ampon lo battè in tre set e fu poi fermato ai quarti dal vincitore dell’edizione: Ken Rosewall.

Patty non è l’unico giocatore della Hall of Fame ad aver perso contro il filippino. Stessa sorte toccò infatti anche a membri illustri come Jaroslav Drobny e Tony Trabert. Internet, ricca di informazioni su di lui, è purtroppo avara di immagini. Attraverso i filmati disponibili è quindi oggettivamente difficile farsi un’idea compiuta delle sue caratteristiche tecniche, ma è facile ipotizzare che fossero più simili a quelle di Nishioka e Schwartzman che a quelle di Karlovic e Opelka.

Un autorevole testimone che potrebbe darcene o meno conferma è Nicola Pietrangeli che lo affrontò e sconfisse in tre set nel 1958 a Sydney in un incontro valido per la semifinale di Coppa Davis tra l’Italia e le Filippine. La parabola sportiva di Felicisimo Ampon si concluse nel 1968 in Coppa Davis. Ampon è a tutt’oggi l’atleta più anziano ad averla disputata. La sua parabola umana finì il 7 ottobre 1997. In queste due settimane di luglio sacre agli dei del tennis ci piace pensare che Felicisimo stia giocando in doppio sui Campi Elisi a fianco dei 197 centimetri del suo nuovo compagno: Orlando Sirola.

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