I manager dei tennisti hanno ucciso la Davis più di Haggerty

Editoriali del Direttore

I manager dei tennisti hanno ucciso la Davis più di Haggerty

Con la Coppa non guadagnavano né loro né i “clienti”. Piqué: “Davis più sexy”. Significa più dollari! Dirigenti che vergogna. Il disgusto di Noah. I 4 Slam in rissa perenne. Le tre vite d’un campione

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Non è davvero solo colpa di David Haggerty se la Coppa Davis ha recitato il De Profundis con l’edizione n.107 (vedi articolo-commento di Vanni Gibertini e anche il mio di qualche giorno fa). Il dirigente americano potrà sempre dire, anche se Yannick Noah gli ha gridato in faccia tutto il suo disgusto e quanto fosse incavolato – a lui, come al presidente della Federazione francese Giudicelli e indirettamente a tutti i presidenti delle federazioni che hanno votato per questa riforma così radicale, inclusa quindi la nostra italiana che ha cercato di nascondere fino all’ultimo le proprie intenzioni in modo più squallido che ambiguo – che se in fondo più del 75% delle nazioni aderenti alla Federazione Internazionale (ITF) hanno votato a favore, significa che essa è stata più che condivisa.

I METODI DISGUSTOSI PER IL VOTO DI SCAMBIO

 

A proposito di disgusto… soprassediamo, per carità di patria, sui metodi non meno disgustosi attraverso i quali alcuni di quei voti sarebbero stati conquistati. Per parecchie federazioni si è trattato di un vero e proprio voto di scambio cui si è prestato chi voleva ottenere wild card, chi sperava di ottenerle, chi pretendeva sconti sui diritti televisivi passati e/o futuri, chi voleva strappare promesse di vario tipo, chi aspirava a futuri incarichi nel board dell’ITF. Metodi purtroppo cui quasi nessuno sport è immune – gli scandali FIFA e UEFA da Blatter a Platini sono ben noti nel mondo del calcio, meno noti in altre discipline meno popolari ma ci sono anche lì – soprattutto quando i dirigenti si ritengono poco o mal retribuiti. E quasi sempre si ritengono tali. Ovviamente – va detto a scanso di equivoci – perché ci sia un voto di scambio ci vogliono due parti che si mettano d’accordo. Una non basta.

ROMANTICI ALLA NOAH, INGENUI ALLA CILIC E BUSINESSMEN

Si è chiaramente avvertito in questo periodo il contrasto fra chi vive le cose in maniera nostalgica per il tempo che fu e più sentimentale, quasi romantica, e chi invece ormai vede lo sport soprattutto come business e allora… business is business, i soldi sono la molla di tutto.

La Coppa Davis è certo finita per un tipo come Yannick Noah che evoca sentimenti genuini dell’innamorato dello sport al di sopra del Dio dollaro: “Ma quanto vale per un raccattapalle stringere la mano a Lucas Pouille e fare una foto con lui? Vengo da un sogno che ho vissuto fin da bambino, quando un giorno qualcuno (Arthur Ashe) mi ha stretto la mano e mi ha regalato una racchetta. Questo non accadrà più. Quello che è successo a Lille questo week-end, tra noi e i giovani, non succederà più a Singapore (né a Madrid né altrove), lo so”. Ma ha un senso però anche quel che aveva detto Marin Cilic: “Sono triste di veder scomparire una competizione per come l’abbiamo conosciuta, ma penso anche che la nuova Davis possa permettere a dei Paesi come la mia Croazia di veder crescere i propri mezzi in modo da poter permettere la promozione del tennis fra i giovani”.

Fra queste due posizioni più estreme, romantica quella di Yannick, pragmatica quella di Marin, c’era quella più intermedia, più di compromesso, di Nicolas Mahut: “C’erano altri mezzi per recuperare i soldi. I tornei dello Slam avrebbero potuto donare una parte dei loro ricavi (enormi… i giocatori si sono sempre lamentati della modestissima percentuale che è rappresentata dal montepremi; nota di UBS) e la Coppa Davis sarebbe sopravvissuta. Abbiamo provato a dare un sacco di idee. Ora io non tiro una pietra alle piccole federazioni. Ma il fatto che la Francia abbia votato a favore della riforma, questo non è davvero ammissibile”. Allora va premesso che non c’è dubbio che le federazioni ricche che hanno votato a favore della riforma, come la Francia, l’Italia, gli Stati Uniti, e altre, lo hanno fatto per scopi certamente meno nobili di quelle piccole realtà che invece dei soldi del signor Piqué – tre miliardi in 25 anni con una grossa fetta che finirebbe all’ITF e di riflesso alla federazioni sono tanti soldi – hanno effettivamente bisogno per sopravvivere e magari crescere. Sperare di crescere, perché del doman non v’è certezza.

L’AFFARISMO AUSTRALIANO SENZA SCRUPOLI

Così come va detto che se Tennis Australia ha votato invece contro – pur essendo una federazione che ha avuto dal 1991 al ’99 nel suo ex presidente federale Brian Tobin il presidente dell’ITF, predecessore di Ricci Bitti – e da sempre era stata elemento cardine dell’ITF, è stato perché all’Australia oggi conviene molto di più che si sviluppi l’altro evento a squadre, anzi gli altri due eventi a squadre: a) quello promosso in partnership con l’ATPl’ATP Cup che dai primi del gennaio 2020 fino al torneo di Sydney escluso dovrebbe decollare in sostituzione della Hopman Cup a Perth e del torneo di Brisbane (più una terza sede che potrebbe essere Darwin per un equilibrio geografico fra i vari punti cardinali dell’Australia… ma sarà più probabilmente una questione di dollari a far scegliere la terza città nella quale si disputeranno i gruppi eliminatori); b) la Laver Cup che è gestita, con il manager di Federer Tony Godsick e lo stesso Roger, sempre dalla federazione australiana con tutto il suo staff e che ha per partner anche la federazione statunitense, mai distratta quando si tratta di far business e soldi.

MAHUT HA PECCATO DI DEMAGOGIA – LA RIVALITÀ FRA SLAM

Ma anche Mahut qui ha fatto un intervento piuttosto demagogico, come potrebbe fare qualcuno che non conoscesse la reale situazione: gli Slam non appartengono all’ITF, ma sono entità a se stanti, ciascuna va per conto suo. Esiste sì un comitato del Grande Slam, con l’avvocato del Minnesota Bill Babcock che da 20 anni ne è il direttore, ma di fatto ha poteri molto limitati. Anche se le federazioni fanno parte dell’ITF, l’US Open appartiene all’USTA che può decidere di imporre il tiebreak al quinto set anche se gli altri Slam non sono d’accordo e non si va a maggioranza (come sarebbe auspicabile per dare le stesse regole a tutti). Il Roland Garros è della FFT, la federazione francese che può decidere di avere tre domeniche per la disputa del suo Slam e cominciare quindi con un giorno d’anticipo rispetto agli altri (rispetto a Wimbledon ha così due giorni di più di incassi e di diritti tv, visto che Wimbledon comincia il lunedì e chiude i Doherty Gates nella domenica di mezzo: quindi i Championships hanno solo 13 giorni “utili”).

L’Australian Open come abbiamo visto fa quel che vuole infischiandosene dell’appartenenza all’ITF e decidendo di aprire e chiudere il tetto più o meno quando fa comodo (le regole della Heat Policy le ha messe Tennis Australia e le applica secondo una flessibilità che non usa in altre situazioni; fa firmare ai giornalisti un documento nel quale questi si impegnano a non sollecitare le scommesse e poi per anni ha avuto la William Hill fra gli sponsor principali da quattro milioni di euro l’anno); Wimbledon infine appartiene all’All England Club che versa i ricavi netti per il 90 per cento alla LTA, la federazione inglese che nell’ultimo bilancio ha sì registrato un “rosso” di 7 milioni di sterline – ma c’era da costruire il tetto per il campo n.1 e tutta un’altra serie di lavori importanti da pianificare e anticipare – ma ha 150 milioni di sterline di deposito fruttifero nel proprio conto in banca. Con quella americana è la federazione più ricca. Ma quella australiana se continua così si avvicinerà.

Per mettere d’accordo su una qualsiasi cosa i quattro “proprietari” degli Slam non basterebbe neppure il miglior Kissinger. Ricorderete il discorso delle sanzioni ai giocatori, emerse anche nel caso della squalifica di Fabio Fognini allo US Open 2017. Nessun altro Slam voleva dimostrare la propria solidarietà al provvedimento preso. E se Fognini fosse diventato una star? Se si fosse trattato di un top-player? Se uno Slam squalifica un giocatore lo fa per il suo torneo, non per gli altri. Quello successivo in calendario non sarebbe mai disposto a subire le eventuali conseguenze di una squalifica eventualmente imposta a un top-player. Non ci penserebbe nemmeno. E anche sull’entità dei montepremi, e di quanto possono offrire ai giocatori in termini di servizi, per ingraziarsene la partecipazione, i quattro Slam si fanno anzi una concorrenza non indifferente. Di fatto annunciano gli incrementi di montepremi quasi a sorpresa, come per prendere in contropiede gli altri “fratelli” (coltelli?). Immaginatevi poi se i quattro proprietari degli Slam si preoccuperebbero di finanziare le attività giovanili della Croazia, dello Zimbabwe, della Thailandia e di 120 piccole nazioni sparse per i cinque continenti. Figurarsi.

MAHUT E LA CONDANNA DELL’IPOCRISIA DI GIUDICELLI

Detto questo, e sottolineata quindi l’incongruità dell’affermazione di Mahut, il doppista francese ha però ragionissima a sostenere quanto sia stata assolutamente ipocrita la condotta del suo presidente Giudicelli che aspira a succedere alla presidenza ITF di Haggerty. L’americano, dopo un secondo mandato non potrebbe essere rieletto, salvo che abbia imparato a muoversi come il nostro impareggiabile Francesco Ricci Bitti, il quale ha fatto esercizi straordinari di equilibrismo per mantenere la propria ben retribuita poltrona di presidente ITF, poco inferiore ai 500.000 euro annui fra una cosa e l’altra, per 16 anni, quattro mandati di quattro anni, senza mai cambiare niente: un capolavoro strategico di grandissimo immobilismo!

Tutti i giocatori francesi, tutta l’opinione pubblica francese era contraria alla riforma della Davis e Giudicelli invece ha sposato la causa Haggerty. Quando grazie agli introiti del Roland Garros e ai successi (anche di ricavi) della squadra di Coppa Davis – tre finali in cinque anni, 2014 sconfitti da Federer e soci, 2017 vittoriosi sul Belgio, e 2018 –, non solo a Lille ma anche altrove, la FFT ha guadagnato montagne di soldi. E in quest’ultima Coppa senza neppure poter contare su un tennista top 20. I tennisti francesi sperano che Giudicelli non se la cavi con il processo per il quale è imputato… E ciò anche se Giudicelli ha fatto comprare una pagina de l’Equipe per ringraziare, con un gigantesco MERCI (grazie), “au jouers pour l’emotion, au staff pour la preparation, aux supporters pour leur passion”, firmato Federation Francaise de Tennis.

LE ILLUSIONI DI CILIC – IL CASO DELL’UNGHERIA

Anche a proposito della dichiarazione di Cilic ho qualche riserva. Mi sa che Cilic si illude sul fatto che i soldi che arriverebbero a un centinaio di piccole povere federazioni verrebbero davvero gestiti a beneficio del tennis e dei giovani che volessero avvicinarsi al tennis. Forse Cilic non ha avuto le mie stesse occasioni di incontrare tanti dirigenti di varie federazioni, di vari Paesi (a me è capitato in tanti tornei, in tante Davis). Troppi dirigenti di troppe nazioni (e non solo in Africa, che è sempre stato un bacino importante e piuttosto influenzabile con modi non sempre leciti e trasparenti per chi era a caccia di voti) non sono affidabili. So – un esempio per tutti – che i migliori tennisti ungheresi di Davis e Fed Cup, Fucsovics e Babos, sono inferociti con il presidente della federtennis magiara Attila Richter e hanno dichiarato a più riprese che mai giocheranno per il proprio Paese finché lui resterà su quella poltrona. Perché?

Perché pare che i soldi messi in palio dall’ITF li abbia sempre intascati la federazione senza farne toccare che una minima parte ai giocatori e anche perché il torneo di Budapest da 250.000 dollari che Tiriac ha “trasferito” in Ungheria ottenendo sussidi delle autorità locali avrebbe dovuto richiedere spese di massimo 750.000/un milione di euro – di solito per un torneo si calcola fra le tre e le quattro volte per il costo del montepremi – e invece pare siano stati necessari fra le pieghe del bilancio del torneo quasi 2 milioni. Come si è fatto a spendere così tanto? Fucsovics e Babos sono convinti di saperlo. Haggerty – che era sempre stato ottimista sull’esito del voto di Orlando ad agosto – ha detto anche che non gli era possibile rivelare i nomi dei Paesi che avessero votato a favore della riforma e quali contro. Ma è chiaro che tutti i mesi precedenti sono serviti a contattare e negoziare i sì. Il suo ottimismo era dunque abbastanza giustificato dagli accordi presi. E allora a questo punto è inutile scandalizzarsi. Piuttosto, guardando avanti, cosa succederà?

GERARD PIQUÉ E LA PROPOSTA SEXY – COSA VUOLE HAGGERTY

Gerard Piqué – che si presume parli per nome e conto di Kosmos, Rakuten, Larry Ellison e forse ITF  – ha detto l’altro giorno: “Abbiamo riflettuto su diverse possibilità. Non possiamo annunciare nulla perché non abbiamo ancora trovato un accordo nella riunione tenutasi a Londra (durante le finali ATP). Ma siamo più vicini che prima della riunione”. Piqué e l’ATP avevano proposto di fondere in un unico evento la ATP Cup e la Davis, ma Haggerty (che pure ha ritenuto un progresso l’incontro di Londra) ha rifiutato. Pare che lo abbia fatto dicendo di non avere mandato per agire da tutte le federazioni. Di fatto sta trattando.

Pare anche che si stia trattando sul fatto che l’ITF potrebbe cedere una delle sue quattro settimane abitualmente spettanti alla vecchia Davis (quella di aprile: per la Laver Cup?) pur di conservare quella di febbraio per i play-off di 24 squadre che devono diventare 12 e unirsi alle 4 semifinaliste di quest’anno (e di ogni anno) più due wild card che per Madrid sono già state concesse a Inghilterra – nessuno è miglior lobbista di un inglese – e Argentina (Paese che ha votato di sicuro per la riforma Haggerty). In cambio Haggerty chiede che l’ATP ceda all’ITF una settimana a settembre da attaccare all’altra per poteri disputare sia Davis Cup con più respiro sia in futuro la Fed Cup per otto o anche 12 squadre. Ma l’ATP che ha il supporto dei giocatori (felicissimi di poter giocare l’ATP Cup prima del torneo di Sydney e in preparazione all’Open d’Australia) pare avere il coltello dalla parte del manico. A questo proposito Piqué ha aggiunto: “I giocatori lottano per i loro interessi, è normale che sia così. E quel che noi vogliamo è di rendere le cose più facili per loro. Forse si dovrà sacrificare qualcosa. Se si vuole ricreare una grande competizione è obbligatorio che i grandi giocatori la giochino. Forse non l’anno prossimo o fra due anni. Ma, a lungo andare, questo evento dovrà diventare… sexy (ha detto proprio così), interessante per i giocatori”.

NON BASTA CHE LA NUOVA DAVIS DIVENTI SEXY PER I GIOCATORI…

Speriamo allora che la Davis diventi davvero sexy per i giocatori, ma secondo me deve diventare sexy (sesso a pagamento?) soprattutto per i loro agenti, cui chi scrive si sente di imputare più che a chiunque altro (insieme ai giocatori che oggi fanno tanto i patrioti, ma hanno dimostrato di esserlo soltanto fino a quando è loro convenuto) la morte della Coppa fatta coniare da Dwight Davis 118 anni fa. Il fatto assodato è che i top-player dalla Coppa Davis hanno sempre ricavato poco o niente dal giocarla – rispetto ai guadagni che potevano fare altrove in qualche esibizione giocata in qualche Emirato – ma fino a che non l’hanno vinta, loro che hanno probabilmente sognato come tutti i ragazzini di “arrivare in Nazionale” e diventare idoli in patria, hanno fatto di tutto per riuscirci. Una volta raggiunto lo scopo e messa la Coppa in bacheca, l’anno dopo (anzi due mesi dopo) hanno spesso guardato la loro squadra che retrocedeva da lontano. Con la massima indifferenza. Ed egoismo. Ciò anche se Djokovic ha sempre detto che la vittoria in Davis nel 2010 gli aveva dato l’entusiasmo, la fiducia e la spinta a un 2011 da favola con la prima incoronazione a n.1 del mondo. E così nel 2014 Federer e Wawrinka hanno coronato il sogno che Murray aveva realizzato nel 2015 e del Potro nel 2016. E Nadal prima di tutti loro. Tutti ad abbracciarsi alla bandiera, a piangere al suono degli inni. Ma poi, passata la festa gabbato lo Santo e… chissenefrega.

… DEVE DIVENTARLA ANCHE PER GLI AGENTI

Perché, già tutti ormai nababbi, avevano così disperato bisogno di guadagnare ancora altri milioni rinunciando a disputare la Coppa Davis affossandola di fatto come hanno fatto? Un anno fa la Francia conquistò la Coppa senza incrociare sulla propria strada alcun top 40, salvo Goffin. Sì, qualche volta può essere stato un problema di programmazione, di necessità di concentrarsi su certi tornei, di non cambiare superficie, ma – credetemi – una grande influenza l’hanno avuta i loro manager (quando non anche coach, mogli e compagne). Perché gli agenti e i coach dalla partecipazione di un proprio giocatore alla Davis (il cui coach in campo era un altro) non hanno mai guadagnato nulla. Da tutti gli altri eventi, tornei ed esibizioni (Laver Cup inclusa) invece sì. E tanto, tantissimo. I grandi campioni vivono in eterno, una, due, tre vite. Gli agenti no. Tutto il resto sono balle.

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Editoriali del Direttore

Cori Gauff a 15 anni è già milionaria: contratto con Barilla

Il marchio italiano estende il suo legame con il tennis mettendo sotto contratto la 15enne americana che a Miami ottiene la prima vittoria nel circuito maggiore

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Quindici anni compiuti una settimana fa e già milionaria! L’afroamericana Cori “Coco” Gauff non aveva ancora vinto fino a ieri un match a livello WTA, ma può già vantare contratti stellari. Lei – scriveva su Ubitennis il nostro grande esperto di tennis femminile AGF (guai a perdersi la sua rubrica del martedì!) che andò a vederla sul campo 5 di Wimbledon nel luglio scorso, quando quattordicenne affrontava l’argentina Carle– “non è alta quanto Venus, ma ‘trascina’ i piedi un po’ aperti con la caratteristica andatura della più anziana delle sorelle Williams. Se le guardi solo le gambe sembra letteralmente di vedere Venus e in un biopic sarebbe perfetta per interpretare lei da piccola” .

AGF scrisse molte altre cose interessanti su quel giovanissimo prospetto di cui tanti già dicevano meraviglie: le sue caratteristiche tecniche, la maggior fluidità del rovescio, una grande propensione per l’attacco (68 discese a rete), la varietà di tagli. E tornò a vederla contro la cinese Wang, di tre anni meno giovane.  

Laura Guidobaldi dal Roland Garros raccontò l’impresa della ragazzina campionessa junior fra le tre più giovani  di sempre (dopo Hingis e Capriati) dopo aver battuto per l’appunto proprio la stessa sua avversaria di primo turno a Miami oggi, Catherine McNally.

 

Ma ancora prima, il 10 settembre 2017, un altro nostro grande collaboratore, Luca Baldissera, aveva scritto di lei, finalista tredicenne all’US Open junior e battuta dalla Anisimova e fra le altre cose scriveva: “Cori “Coco” Gauff, nata e cresciuta in Florida, è figlia di un ottimo giocatore di basket a livello universitario (suo padre Corey era playmaker per Georgia Tech), e di un’atleta di talento (la madre Candi è stata 5 volte campionessa studentesca di eptathlon della Florida, e successivamente una stella nella squadra di atletica dell’università di Florida State). La genetica, insomma, è di assoluta qualità. Grande ammiratrice di Serena Williams, che ha già incontrato diverse volte, Cori ha vinto l’Orange Bowl a 12 anni (come Steffi Graf, Monica Seles e Jennifer Capriati), è stata ad allenarsi nell’accademia di Patrick Mouratoglou, e ha rappresentato gli Stati Uniti nelle competizioni internazionali a squadre per categoria di età. La USTA crede molto in lei, e per quello che ho potuto vedere qui a Flushing Meadows, ne ha ben donde”.

Ma i dettagli tecnici individuati da Luca è meglio che li leggiate sul suo pezzo. Io so solo che quando Luca me ne informò mi tornò in mente quando successe a me la stessa cosa al Roland Garros 1982 quando corsi su un campo che oggi non c’è più (mi pare fosse il 3…) per ammirare una tredicenne fenomeno, tale Steffi Graf. Una sola F in fondo al cognome, ma una strana curiosa assonanza con la Gauff!  

A 15 anni appena compiuti Coco Gauff ha ricevuto una wildcard per il torneo di Miami, dove in occasione del suo match d’esordio contro Catherine McNally ha portato addosso una patch del suo nuovo sponsor. Si tratta di Barilla, che si aggiungere agli sponsor tecnici New Balance (che a novembre è riuscito a strappare la giovane promessa alla Nike) e Head. Si stringe quindi il legame tra tennis e Barilla.

Passione, dedizione e fair play sono valori cui Barilla si ispira nel suo modo di lavorare, qualità fondamentali che cerchiamo anche in uno sportivo.” ha affermato Luca Barilla. Diamo un affettuoso benvenuto a Coco, stella emergente del tennis americano con l’augurio che possa continuare a interpretare al meglio questo spirito” conclude Luca Barilla.

Il suo match d’esordio nel circuito WTA si è trasformato anche nella sua prima vittoria: un’affermazione per 6-4 al terzo con McNally, la quale aveva vinto il primo set ed era stata in vantaggio per 4-2 e palla per il 5-2 nella partita finale. Dopo aver perso il primo set Coco aveva inserito il “turbo” ed era volata subito sul 5-0 nel secondo prima di farsi recuperare uno dei due break di vantaggio e chiudere per 6-3. Dopo essersi assentata dal campo per oltre cinque minuti per andare a cambiarsi d’abito, Gauff aveva avuto difendersi da due palle per lo 0-2 prima di andare lei stessa in vantaggio di un break e trovarsi poi sotto per 2-4. Negli ultimi due giochi è stata lei a tremare di meno, nonostante fosse due anni più giovane della sua avversaria, ed ha incassato gli errori gratuiti sulla “diagonale rovescia” per raccogliere la prima vittoria da professionista.

Chissà se anche Cori, come ha raccontato Roger Federer l’altro giorno, un paio d’ore prima di scendere in campo, mangerà spaghetti. Se non fosse stato Federer a dirlo, si sarebbe pensato a una mossa pubblicitaria, ma Roger è troppo serio per inventarsi una cosa non vera e smentibile.

Roger Federer dà il benvenuto a Coco nella squadra Barilla

Dopo aver messo sotto contratto Roger Federer, Cori Gauff diventa la seconda tennista a siglare un accordo con il marchio italiano. Barilla sembra…non sbagliare un colpo. Roger Federer non ha bisogno di presentazioni, credo, ma neppure Mikaela Shiffrin che ancora giovanissima sta dominando il circo della neve al punto che si dice che batterà tutti i record di vittorie di Lindsay Vonn e di Anne Marie Moser-Proll.

Forbes prevede che gli introiti dei suoi contratti le frutteranno almeno un milione di euro. Come è stato possibile tutto ciò? L’agente marketing della ragazza è Alessandro Barel Di Sant Albano, metà italiano e metà svizzero che fa parte di TEAM8, l’azienda di management sportiva fondata da Federer e dal suo agente Tony Godsick che segue oltre allo svizzero segue anche Juan Martin del Potro e il portiere svedese dei New York Rangers di hockey su ghiaccio, Henrik Lundqvist.
Il legame con Barilla ha condotto alla seconda grande sponsorizzazione della giovane carriera di Gauff. Chissà se Roger Federer conosce la Gauff e l’ha magari consigliata a Godsick. Forse i nostri inviati a Miami lo scopriranno. Nel frattempo io ho sentito Patrick Mouratoglou che ha intravisto per primo – a 10 anni! – le grandi qualità della Gauff ed era sul campo della ragazzina afroamericana.

Nonostante il grande rumore mediatico prodotto dalle grandi vittorie ottenute negli anni scorsi (neanche a dirlo, è diventata la più giovane numero uno juniores), la 15enne statunitense deve ancora compiere i primi passi nel Tour WTA. Ha perso da Timea Bacsinszky al primo turno di Indian Wells.

Ma la sua rincorsa all’Olimpo, per molti più che certa, non sarà “libera”. Le regole WTA (age eligibility rule) – effetto di quel che successe all’enfant prodige Jennifer Capriati che a 14 anni esplose e a 17…scoppiò (furto in un grande magazzino, poi droga con necessità di riabilitazione) prevedono delle restrizioni per le minorenni, per evitare che brucino le tappe e finiscano per cedere troppo presto di testa, e con le tasche gonfie di dollari, in palcoscenici troppo grandi, magari preda di amici interessati e senza troppi scrupoli.Una 15enne può disputare massimo dieci tornei in un anno (a 14 tre…) anche se il suo primo scopritore Mouratoglou è furibondo al riguardo. “

Il numero di eventi crescerà di anno in anno e solo a 18 anni si avrà libero accesso a tutti i tornei del calendario. Dunque per quanto riguarda la giovane milionaria Cori Gauff dovrebbe almeno attendere il 2022. Ma la sua strada sembra già segnata.

Hanno collaborato con Ubaldo Scanagatta Antonio Ortu, Luca De Gaspari e da Miami Vanni Gibertini e Luca Baldissera.

IL COMUNICATO UFFICIALE:

UNA NUOVA FUORICLASSE SI AGGIUNGE ALLA SQUADRA BARILLA

Cori Gauff, tennista americana, a soli 15 anni esordisce nel circuito maggiore al Miami Open con il supporto di Barilla.

Parma, giovedì 21 marzo — Il Gruppo Barilla ha siglato un contratto di sponsorizzazione con Cori Gauff, giovane promessa del tennis americano che, a 15 anni appena compiuti, esordisce nel circuito maggiore al Miami Open 2019 in corso in questi giorni.

Classe 2004, Cori ha raggiunto la finale Juniores degli US Open nel 2017, divenendo così a soli 13 anni la più giovane finalista del Grande Slam newyorkese. L’estate scorsa ha vinto il titolo Junior al Roland Garros di Parigi.

Nata a Delray Beach, in Florida, il 13 marzo 2004, Cori, soprannominata “Coco”, inizia a giocare a tennis a soli 6 anni, sport che sceglie come definitivo a 8.

“Passione, dedizione e fair play sono valori cui Barilla si ispira nel suo modo di lavorare, qualità fondamentali che cerchiamo anche in uno sportivo.” ha affermato Luca Barilla. “Diamo un affettuoso benvenuto a Coco, stella emergente del tennis americano con l’augurio che possa continuare a interpretare al meglio questo spirito” conclude Luca Barilla.

Barilla e lo sport: tradizione che continua

A partire dalla storica sponsorizzazione della AS Roma degli anni 80, folta è la rosa di campioni dello sport che, negli anni, Barilla ha accompagnato nel loro cammino di successi: nelle ultime stagioni, su tutti, Roger Federer e Mikaela Shiffrin.

Mikaela è ambasciatrice Barilla da 7 anni, periodo che l’ha vista trionfare ripetutamente sulle piste diventando la campionessa olimpica più giovane nella storia dello Sci Alpino: nel suo palmarès vanta due titoli olimpici, 5 iridati, due Coppe del Mondo generali e 5 Coppe del Mondo di specialità.

Oggi, a 23 anni, è la sciatrice più forte ma, quando iniziò la collaborazione con Barilla, aveva solo 16 anni e tanto ancora da dimostrare.

Nel corso della sua straordinaria carriera, Roger ha raccolto successi come nessun altro: è primatista per numero di settimane in vetta alla classifica dei migliori tennisti del mondo; ha vinto 100 tornei ATP nel singolo di cui 20 tornei del Grande Slam oltre a 2 medaglie Olimpiche.

Mikaela e Roger mangiano pasta ogni giorno e Barilla è la loro preferita per la qualità e la fiducia che gli ha sempre ispirato.

Da oggi nella squadra Barilla ci sono tre fantastici atleti di tre generazioni diverse. Coco è l’ultima arrivata: è una giovane promessa, anche lei cresciuta e diventata forte grazie a duri allenamenti e a una sana alimentazione. Anche Coco si allena e mangia pasta ogni giorno con il sogno di diventare grande come Roger e Mikaela.

La pasta Barilla, come lo sport, è energia buona che accende la vita e nutre le passioni. Per questo non è solo un alimento fondamentale per gli sportivi, ma è un irrinunciabile fonte di carboidrati per tutti coloro che hanno bisogno di vitalità e gusto per continuare a seguire i propri obiettivi.

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Editoriali del Direttore

Cino Marchese, il ricordo del Direttore. “Per un amico scomparso. Le sue storie più belle”

Dall’inimicizia fra Lendl e McEnroe a Borg e i morti sulla strada di Palermo. Dai trucchi per aiutare Panatta alla scoperta di Jennifer Capriati. Lui a Tiriac: “Ivanisevic l’ho visto io per primo…”

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Cino Marchese con Ubaldo Scanagatta durante la presentazione del suo libro sulla storia del torneo di Roma insieme ai dati statistici di Luca Marianantoni (sullo sfondo Paolo Bertolucci e Francesco Ricci Bitti)

In ricordo di un amico scomparso, del caro Cino Marchese (81 anni, era nato il 2 novembre 1937), Silver Fox, la Volpe d’Argento, come lo chiamavano gli americani per via di quella sua chioma bianca argentea che gli ho sempre visto incorniciare il viso fin da quando aveva poco più di 30 anni e veniva a vedere il tennis da super-appassionato alla Canottieri Tanaro Alessandria, perfino quando giocavo io i tornei junior con Robertino Lombardi e quelli di seconda categoria con Ciccio Gorla, Nicola Migone, Francesco d’Alessio, Mantelli, i fratelli De Ambrogio e tanti altri prima dei più giovani Fontana e Canessa. Potrei raccontare mille aneddoti, ma nessuno sarebbe bello come quelli che scriveva lui.

Quelli che mi chiese lui stesso di scrivere, con grande entusiasmo, nei primi mesi di esistenza del mio blog.

 

Li scriveva di getto, un po’ come gli venivano. Io che li leggevo, li trovavo fantastici, godibilissimi ed ero talmente impaziente, avevo talmente tanta voglia di metterli subito in pagina sull’appena nato “Servizi Vincenti”, il mio blog nato a fine 2006 che all’inizio curavo quasi da solo scrivendo anche 5 articoli al giorno, che non di rado mi sfuggivano correzioni che avrei dovuto invece fare… perché lui scriveva come quando parlava, a volte anche con periodi perfino più contorti dei miei, tanto che mi pareva quasi di udire, nella lettura, la sua voce stentorea, un fiume in piena, sempre incontenibile. E quasi sempre, in quei momenti di… piena, guai a contraddirlo! Di certo non era il tipo che ti mandava a dirle dietro le spalle. E aveva sempre un’opinione, mai da sussurrare. Ma quasi sempre originale, sua.

Nella notizia flash che abbiamo pubblicato ieri, sgomenti alla notizia della sua morte talmente improvvisa se si pensa che appena lunedì scorso era stato a Viareggio a presenziare l’apertura del torneo internazionale di calcio di cui era stato consulente per anni, abbiamo messo poche scarne notizie sulla sua attività di grande manager. E oggi nella nostra quotidiana rassegna stampa – non dimenticate di consultarla solo perché si trova un po’ più in basso! – ne troverete altre scritte da esimi colleghi.

Sotto a quell’articolo ho postato un mio primo commento-ricordo. Scritto in fretta, purtroppo, perché della sua scomparsa sono stato informato dal figlio di Rino Tommasi – di cui Cino era affezionatissimo amico: era una tradizione ritrovarsi a casa di Rino per il festival di Sanremo e fare i pronostici scritti sui vincitori come una sorta di mercante in fiera – in un momento in cui non avevo la possibilità di scrivere.

Rientrato a casa a notte fonda sono ancora in difficoltà, ma io credo che nessun aneddoto che io potrei raccontare sia bello e interessante quanto quelli che aveva cominciato a scrivere lui. E che ho riportato qui sotto, perché sono sempre attuali: si va da Lendl e McEnroe a Roger Federer quando era sembrato entrare in crisi… perché si era affacciato sulla sua strada Rafa Nadal.

Perché ha poi smesso di scrivere Cino, nonostante io lo pregassi invece di continuare? Perché non sopportava i cosiddetti ”leoni da tastiera”, i famosi “web-eti” che neppure Umberto Eco riusciva a mandar giù, quelli che scrivevano commenti impropri, o magari anche offensivi a quel che scriveva o alle opinioni che esprimeva, talvolta non politically correct. Ma Cino non guardava in faccia a nessuno. Io avrei dovuto, allora, trovare il modo di impedire i commenti ai suoi articoli, perché se anche ce n’erano su 20 elogiativi anche due soli ipercritici e secondo lui impreparati e privi di “onestà intellettuale”, lui si infuriava terribilmente. Poi qualche “federale” – che non si firmava – lo aveva preso di mira. Io avrei dovuto fare miglior guardia, individuare i commenti in malafede ( o che lui giudicava tali), ma la natura di un blog non consente interventi censori se non quando si offende in maniera smaccata. E quando il blog cominciò a ricevere centinaia e centinaia di commenti in un giorno divenne pian piano praticamente impossibile anche leggerli tutti dalla prima riga all’ultima.

Inciso: uno dei risultati più incresciosi di questa situazione, oltre alla cessazione degli interessanti aneddoti scritti da Cino, furono un paio di querele – fortunatamente respinte con perdite – del mal consigliato presidente FIT nei confronti di Ubitennis per alcuni commenti scritti non da me ma da alcuni lettori. E ciò sebbene io avessi incaricato di leggere e “moderare” tutti i commenti di natura “politico-federale” scritti dai lettori, dal più filofederale dei miei collaboratori, uno che sarebbe diventato addirittura un dirigente FIT, sia pure a livello locale. Uno scrupolo che si rivelò vano, perché mi si imputò comunque una premeditazione nel filtro ai commenti che assolutamente non c’era. Per mia fortuna, e grazie al mio ottimo avvocato, i giudici mi dettero ragione.

Tuttavia non c’è dubbio che il fastidio che possono determinare, a vari livelli, i commenti dei lettori più cafoni e maleducati, è un problema serissimo e fastidiosissimo per chiunque sia editore di un sito. E per me aver perso gli scritti di Cino Marchese rappresentò un gravissimo dispiacere e un sicuro danno. Ma abbiamo sempre continuato a sentirci. Con grande affetto. Adesso lo piango, mentre abbraccio da lontano l’adorabile compagna di tutta la sua vita, la carissima e dolcissima Lella. E pubblico qui di seguito uno dei suoi aneddoti impareggiabili, scritto ormai una dozzina di anni fa, che riguarda l’acredine e l’antipatia tra Ivan Lendl e John McEnroe. Ma ne ho raccolti tanti altri, e li pubblicheremo nelle prossime settimane: il secondo che abbiamo selezionato ha per titolo “Quando Borg venne a Palermo. I due morti che Bjorn vide sulla strada. “E io che gli avevo promesso che…“.


Lendl – McEnroe: la sfida infinita (di Cino Marchese)

Ho chiesto ad Ubaldo se avrebbe potuto crearmi uno spazio dove io possa raccontare tante storie da me vissute in tanti anni spesi ad occuparmi di tennis e come io debba fare per avere un mio angolo tenendo presente l’attualità del blog e quello che lui crede opportuno fare. Con discrezione chiedo a chi mi legge se la cosa possa essergli gradita. (Troverete tutti gli splendidi aneddoti di Cino in Storia e Storie, ubs)

Incomincio oggi con una storia che ricorda la grande antipatia che regnava tra Ivan Lendl e John Mc Enroe. Io ero abbastanza amico di tutti e due e per Lendl in quei tempi lavoravo essendo diventato cliente IMG, John lo conoscevo bene, ma come molti sanno era molto amico di Sergio Palmieri che storicamente non è stato mai molto amico mio anche se abbiamo fatto molte cose insieme o contro e ci conosciamo molto bene.

Spezzone della mitica finale del Roland Garros 1984. E altri cinque incontri fra Mac, Ivan E Connors

Eravamo alla fine degli anni 80 ed in quel periodo le esibizioni o special event erano molto diffusi ed appunto Sergio ed io avevamo organizzato una serie di esibizioni tra cui ce ne era una a Verona, in una piazza che tennisticamente non era mai rientrata nel grande giro e pertanto c’era grande attesa per questo Lendl-Mc Enroe che la settimana prima avevano giocato ad Anversa nel famoso evento della Racchetta di Diamanti. Se non mi ricordo male l’evento era previsto per il martedì successivo ad Anversa e Mc Enroe, che viaggiava in quella occasione con la moglie Tatum O’Neil i due figli ed una nurse, aveva preteso nel suo contratto anche un aereo privato per il trasferimento da Anversa a Verona.

Mi telefona da Cleveland il manager di Lendl e mi chiede che, dal momento che Ivan era venuto a sapere dell’aereo e gli aveva fatto una scenata perché lui non lo aveva in contratto, se con molta diplomazia io avessi chiesto a Sergio se avesse potuto intercedere su John per fargli avere due posti uno per lui e uno per il suo allenatore che in quell’occasione era il neozelandese Jeff Simpson. Sergio che lavorava per i nostri concorrenti di Proserv mi dice che avrebbe provato, ma che dati i rapporti fra i due, era molto scettico. Eravamo in un periodo molto diverso da oggi, i telefonini non esistevano e quindi riuscire a parlare con chi dovevi era molto complicato ed era solo possibile attraverso l’albergo o qualcuno del torneo. Pertanto inizia una vicenda non certo semplice tra Cleveland, Sergio che era a Bologna, io che ero a Milano e Anversa dove erano i due che però rifiutavano di parlarsi, il tutto in mezzo al week-end che complicava ulteriormente le cose.

Dopo alcune telefonate andate a vuoto finalmente arriva la risposta di John che molto poco volentieri era disposto a dare un posto a Lendl, ma si rifiutava categoricamente di caricare anche l’allenatore. Comunico tutto a Peter Johnson, il manager di Lendl, che mi ringrazia del semi-successo e mi dice che mi avrebbe fatto sapere i dettagli per il viaggio. Passano alcune ore e Peter mi telefona sconsolato che Ivan pretendeva anche il trasferimento del suo allenatore ed era stato categorico. A mia volta chiamo Sergio e gli riferisco il tutto e a sua volta dopo avere consultato McEnroe mi dice che lo era stato altrettanto categorico e se continuava a rompere lo avrebbe mandato al diavolo, che gli faceva piacere anche!! A questo punto richiamo Cleveland e riferisco il tutto ed anche che Jeff Simpson, l’allenatore, fratello di Russel che era stato un buon giocatore, mi aveva chiamato e mi aveva detto che per lui era uguale prendere un aereo di linea e se lo andavo a prendere ed insieme saremmo andati a Verona. Il manager di Lendl era esasperato e mi aveva detto che Lendl si era impuntato e lui aveva molte difficoltà nel gestire la cosa. Da parte mia gli dico che aveva la nostra simpatia, anche di Sergio, ma che non potevamo farci nulla. Finisce che Lendl senza dire una parola (e quasi prendendolo per un diritto) sale sull’aereo di Mc Enroe ed arrivano insieme a Verona immaginatevi come.

Lendl veniva da un brutto infortunio ad una spalla ed era la prima apparizione che faceva e ad Anversa non aveva fatto granché, ma le vicende dell’aereo lo avevano talmente caricato che non vedeva l’ora di giocare contro il suo grande rivale e John se avesse potuto lo avrebbe triturato tanto lo odiava. Finalmente arriva il match e i due rivali si scambiano sguardi di vero odio ed inizia uno dei più bei set che io abbia mai visto. Il pubblico di Verona penso che ancora ricordi quella partita ed i due dandosele di santa ragione arrivano al tie-break del primo set. Sulla sedia dell’arbitro c’è Vincenzo Bottone letteralmente terrorizzato do così tanto agonismo e cerca di non sbagliare mai e sul 3 a 2 per Mc Enroe giocano un punto pazzesco che finisce con una volée di Lendl molto vicino alla riga. Il palazzo dello sport esplode in un applauso che dura alcuni minuti, i due giocatori cambiano campo e Bottone finalmente annuncia il punteggio 4 a 2 Mc Enroe. Lendl a quel punto impazzisce! Sicuro di avere vinto il punto aspettava l’annuncio del 3 pari e quando sente quello che Bottone aveva detto si scaglia letteralmente contro la sedia e scrolla il malcapitato Bottone che pensa di cadere da un momento all’altro e cerca nel suo stentato inglese di calmare Lendl che schiumava rabbia ed aveva rischiato in quel set di farsi male un altra volta pur di non cedere all’odiato avversario ed alla fine però si deve arrendere ma quella sera grazie a noi il pubblico di Verona aveva assistito in una cosa che non contava niente ad uno spettacolo degno della finale di un grande torneo.

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Editoriali del Direttore

La piccola guerra Europa-America per gestire l’ATP. Finali a Torino?

Djokovic studia da politico. Lui, Federer e Nadal. Le chances di Torino per le finali ATP 2021-2025. Sono ottimista. La lotta è con Tokyo. Il colpo di Stato contro Kermode. Né ostriche né champagne

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Per fortuna noi di Ubitennis abbiamo due inviati a Indian Wells (Vanni Gibertini e Luca Baldissera) che, oltre ai loro quotidiani podcast, dirette Facebook ed eccellenti cronache, possono andare a caccia di indiscrezioni riguardo al prolungato board dell’ATP che si sta svolgendo lì a margine del torneo e che va avanti per giorni. C’era in ballo la leadership dell’ATP e c’è anche la decisione riguardo a chi debba ospitare per 5 anni le prossime ATP Finals (2021-2025). Decisione che, forse anche per via della tardiva comunicazione del Governo Italiano riguardo alla candidatura Torino (ma chi può sapere che non ci fossero anche altre città in ritardo nella presentazione delle dovute garanzie per 78 milioni di euro?) pare sia slittata dal 14 marzo a Indian Wells a data da destinarsi durante il torneo di Miami. Può anche essere che dopo il defenestramento di Chris Kermode (che ha servito l’ATP per due mandati triennali), la stessa ATP si sia trovata un attimo in difficoltà nel prendere una decisione che riguarderà il torneo più importante – sotto tutti i profili, prestigio, economia – per la stessa ATP. Si tratta di assegnare una sede per cinque anni, non per uno.

IL COLPO DI STATO CHE HA FATTO FUORI CHRIS KERMODE

Non potranno aspettare fino a dicembre/gennaio quando il successore di Kermode sarà noto, ma che abbiano avuto bisogno di prendersi un po’ di tempo per un aspetto così importante, è ragionevole. Anche per capire se Kermode avesse in qualche modo – sia pur informalmente – fatto capire di voler appoggiare una qualche candidatura. Giovedì, dopo ore e ore di dibattito e come ha già scritto Vanni Gibertini, si è deciso di “far fuori” Chris Kermode, l’inglese di 54 anni che da sei era il chief executive, colpevole secondo il canadese Pospisil in primis di non aver instaurato un bel braccio di ferro con gli organizzatori degli Slam che “se la cavano distribuendo ai tennisti soltanto il 15% di quanto guadagnano al netto delle spese, mentre negli altri sport americani gli atleti-attori dello show, riscuotono mediamente il 50%”.

 

IL RUOLO DI NOVAK DJOKOVIC

Novak Djokovic, presidente dei giocatori che in passato e non solo in Australia aveva già fatto intendere di non essere per nulla contento della gestione Kermode, a Indian Wells ha cercato di fare un po’ il Ponzio Pilato, di mostrarsi super-partes. Ma penso che il “colpo di Stato” debba essere però imputato in buona parte proprio a lui. Non è certo un Pospisil che può trascinare tutti gli altri. Anche se Novak ha sottolineato il fatto di “essere soltanto uno dei dieci… del Player Council (con Anderson, Haase, Isner, Querrey, Lu, Pospisil, Jamie Murray, Soares, Dowdeswell, Vallverdu… se non è cambiato qualcosa), il mio ruolo non è decisivo…”. Mmmm, io non ne sono convinto.

Novak Djokovic durante il media day al BNP Paribas Open 2019, Indian Wells (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

Nole ha anche sottolineato la necessità di cambiare il peso del CEO, visto che essendo assai spesso d’accordo da una parte i tre giocatori del Pro Council e dall’altra parte i tre direttori dei tornei, andava a finire che il parere del CEO finiva spesso per essere determinante (anche se il CEO di tanti anni, Mark Miles ad esempio, praticamente cercava di non votare mai ma di svolgere principalmente una funzione moderatrice fra le parti).

Va apprezzato il senso di “appartenenza” di Djokovic alla “mission ATP”. Non è facile per un numero 1 del mondo che deve concentrarsi primariamente sulla propria carriera – che come abbiamo visto per lui e per gli altri top player può essere ricca di alti e bassi – imbarcarsi in vicende che sono alla fine molto “politiche” e che inevitabilmente ti espongono a critiche da una parte e dall’altra. Se scontenti i top player fai magari felici i minor-player, se fai viceversa idem. Idem anche con i tornei: se proteggi i piccoli si lamenteranno i grandi, e viceversa.

DAL LEADER SENIOR FEDERER (CON NADAL), AL LEADER JUNIOR DJOKOVIC. QUANTO DIVERSI!

Prima di Djokovic si erano messi i panni del leader sia Federer sia Nadal. Federer è sempre stato l’incarnazione dell’uomo politically correct. Ho la sensazione che nel cercare di accontentare sempre tutti non sia stato determinante nell’affrontare annosi problemi irrisolti. Nadal è sempre stato un po’ più chiaro in quello che pensava, ma è anche tipo orgoglioso: non gli danno retta? Lascia perdere con l’aria di chi dice “peggio per voi!”. Questa almeno è la sensazione che io, conoscendoli un poco, ho di loro. Credo che Djokovic, per natura, sia più deciso e determinato a dar corso ai propri pensieri. Diplomatico con i media, quando fa lunghi discorsi che spesso si arrotolano su loro stessi e non ti fanno tanto capire dove vuole andare a parare, nella sua testa però le idee le ha chiare e le porta avanti.

Forse anche perché – ma questa è mia “psicanalisi da supermercato” – mentre Federer e Nadal godono di un prestigio e un carisma personale ormai cementato nei secoli, lui un pochino deve ancora costruirselo nel proprio ambiente. O forse sente di doverselo costruire. Lui è un po’… lo junior del trio di dominatori del terzo millennio. Roger il primo leader, la nave scuola e il campione dal talento innato, Rafa il primo rivale con più muscoli e tanta energia straripante, Djokovic colui che fra i due rivali (più amici che litiganti ma pur sempre binomio extraterrestre) è riuscito ad imporsi anche nei loro confronti come il campione che ha trovato il modo di eliminare ogni errore e debolezza. Dimostrandosi pronto a sobbarcarsi anche un ruolo di leadership con tanto di responsabilità “politica” nei confronti di colleghi tennisti e non. Federer ha presieduto il Council dal 2008 al 2014, con Nadal che ha fatto da suo consigliere per 4 anni…

NOVAK STUDIA DA POLITICO PER LA SERBIA?

Novak ha sempre respinto – finora – le ipotesi di occuparsi politicamente del proprio Paese, la Serbia, dove è più popolare del Presidente della Repubblica sebbene abbia scelto la propria residenza a Montecarlo, ma magari sta pensando – chi può saperlo? – di far training da homo politicus nel microcosmo tennistico. Per non essere da meno degli altri due top-star, o magari giusto per apprendere… un nuovo mestiere.

CHI SARÀ L’EREDE DI KERMODE? LA GUERRA IN ATTO

Il prolungato board dell’ATP in corso a Indian Wells ovviamente deve affrontare – innovando… – parecchie situazioni, ora che si sa che Kermode dal 2020 non sarà più il leader. Tutti quei motivi che hanno portato al suo defenestramento dovranno essere rivisti sotto una nuova luce. Vanni Gibertini ha ricordato che Nadal e Hewitt si erano espressi in favore di Kermode, e così altri giocatori grazie anche al fatto che il prize money per l’ATP è cresciuto del 60% nei cinque anni di suo mandato.

Gli alleati di Djokovic nel suo “colpo di Stato” sono il discusso ex tennista americano nonché “player representative” Justin Gimelstob – l’ex doppista e commentatore televisivo (i conflitti di interesse al centro di una questione giudiziaria collegata alla presunta aggressione denunciata dal finanziere Randall Kaplan e anche per presunte vicende sessiste precedenti) – i due tennisti americani Isner e Querrey che sono apparentemente fedelissimi a Gimelstob, l’altro player representative David Egdes (che è nel board di Tennis Channel, network che ha ingaggiato anche Gimelstob…) mentre una posizione più sfumata avrebbe il terzo player representative, il doppista inglese Alex Inglot. Per far capire al lettore di Ubitennis come stanno le cose, il board of directors che avrà fino a fine 2019 il CEO Kermode, ha sette componenti. Insieme ai tre Player Representatives sopracitati anche tre rappresentanti dei tornei: Gavin Forbes, Charles Smith e Herwig Straka.

A pagina 2: la struttura dell’ATP, Torino vs Tokyo per le Finals

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