Djokovic dice una cosa, Tiley un’altra, Federer una terza

Editoriali del Direttore

Djokovic dice una cosa, Tiley un’altra, Federer una terza

Ma l’ATP Cup 2020 avrà successo. I tennisti si scoprono improvvisamente grandi patrioti. E si innamorano tutti del tennis di squadra. Trattative in corso ITF-ATP. L’ostacolo Laver Cup. Scambio di battute Federer-Scanagatta

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Domanda: come si fa a riconoscere una top-star della racchetta fuori dal campo? Risposta: dal ritardo con cui si presenta agli appuntamenti. Sono quasi tutti sponsorizzati da grandi marche di orologi, ma non sono mai puntuali. In nessuna circostanza. Altro che shot-clock ci vorrebbe. Magari ci fosse un warning per il… sorpasso dei 25 secondi. Ieri mattina Novak Djokovic è arrivato con una bella mezzora di ritardo alla presentazione dell’ATP Cup, il nuovo evento a squadre che con il misero montepremi di 15 milioni di dollari e con 750 punti ATP per la squadra vincente decollerà in Australia il 3 gennaio 2020 per 10 giorni, sostituendosi alla Hopman Cup e al torneo di Brisbane, ma non a quello di Sydney, e le cui caratteristiche le ha ben descritte Michelangelo Sottili in un ottimo pezzo pubblicato tempestivamente già ieri.

E ieri sera per la sua conferenza stampa post vittoria in due set su Anderson e post qualificazione alle semifinali per la quindicesima volta in sedici partecipazioni, nel corso della quale c’è stato un divertente siparietto con il sottoscritto – se ascoltate l’audio che trovate qui sotto potete farvi un sorriso (e coloro che sostengono che io abbia un cattivo rapporto con Roger saranno costretti a ricredersi) – Roger Federer è arrivato con una ventina di minuti oltre l’orario annunciato, forse per cambiarsi d’abito e vestirsi con l’ormai consueto casual grigio e un po’ tristanzuolo (lui che prima era di solito così classico ed elegante) del suo sponsor Uniqlo. Cosa non si fa per i soldi. Non ricordo un giapponese che sia mai stato chiamato arbiter elegantiarum.

 

Djokovic si è però… riscattato in mattinata. È stato lui infatti a pronunciare per primo, ma dopo un buon quarto d’ora di prolusioni del CEO dell’ATP Chris Kermode e del direttore dell’Australian Open Craig Tiley, la doppia parola di quel vecchio evento che dal 1900 a oggi si è sempre chiamato Coppa Davis. Gli altri hanno fatto di tutto per evitare di menzionarla. Prima ci siamo sorbiti infatti un buon quarto d’ora di “promo” alternati del CEO dell’ATP Chris Kermode che magnificava il nuovo “concept” dell’ATP Cup (spiegando anche perché dopo gli errori di comunicazione del passato – “Chiamare le nostre nostre finali Barclays Bank World ATP Finals era un titolo improponibile per uscire sui giornali” -, si è abbandonato l’idea di World Team Cup e si è scelto la più semplice, concisa e diretta ATP Cup) e del direttore dell’Australian Open Craig Tiley per nulla imbarazzato di tutti i conflitti di interesse che anche i non addetti ai lavori sono in grado di percepire quando la stessa persona, lui, si trova a gestire Australian Open in partnership con l’ITF, ATP Cup in partnership con l’ATP, la Laver Cup in partnership con Tony Godsick (e Roger Federer).

In mezzo a tanti discorsi, il video dell’ATP che anche voi potete vedere, con tutti i discorsi entusiasti di tutti i top players che parevano diventati tutti i più grandi patrioti della storia. Anche quelli che si sono sempre fatti pregare in ginocchio dai loro dirigenti per giocare uno o due match l’anno di Coppa Davis. Imbarazzante. Alcuni, direi, senza vergogna. Nella mia domanda assai diretta a Craig Tiley ho esordito: “Che bello scoprire tanti giocatori diventare improvvisamente così patrioti e fieri di difendere i colori del proprio Paese… ma non ti senti in imbarazzo a trovarti a gestire tutti questi eventi che potrebbero essere apparentemente in conflitto di interessi?”. Lui naturalmente ha detto di no. “Sono anzi orgoglioso, bla bla bla”.

Detto questo, sono sicuro che l’ATP Cup sarà un grande successo. La data è straordinaria, non allunga il calendario ma occupa settimane in cui già tutti giocavano, tornei veri o esibizioni in preparazione dell’Australian Open, ci sono un sacco di soldi, di punti ATP e inoltre essendo una manifestazione dell’Associazione Giocatori è chiaro che otterrà l’adesione di tutti i migliori. Tiley non sapeva probabilmente cosa aveva detto, in risposta a una mia domanda, Novak Djokovic la sera prima. Risposte in aperta contraddizione. La risposta di Nole è stata ripresa dai siti e dalle tv di tutto il mondo e mi ha fatto piacere che fosse stato Ubitennis a sollevare con Nole la questione dei conflitti di interesse e delle varie lotte intestine al tennis sollevate in nome del dio Dollaro fra le varie sigle, ATP-ITF, ATP Cup, Davis Cup, Laver Cup.

Il n.1 del mondo aveva detto che i giocatori, pur intravedendo più opportunità di lavoro e guadagni, vedevano con maggior favore la partecipazione a un solo evento “perché il calendario è già sovrasaturo e avendo la stagione più lunga rispetto a tutti gli altri sport, dobbiamo focalizzarci in scelte di qualità piuttosto che di quantità. Poiché fino a quel momento Novak si era riferito in particolare ai due eventi sistemati a sei settimane di distanza nel calendario, Kosmos-Davis Cup e ATP Cup, lo avevo incalzato: “E la Laver Cup allora?”. Non è una competizione ufficiale, non dà punti, ma ha molto successo, attira tanta attenzione. È l’unica competizione che è capace di far giocare nello stesso team anche grandi rivali… ma in tre o quattro mesi sono troppi eventi. Dobbiamo lavorarci su… e cominciare da qualche parte”.

Ma Tiley invece, rispondendo a varie domande, non poteva essere così drasticamente avverso alla Kosmos-Davis Cup promossa dall’ITF. La sua federazione fa parte dell’ITF. Così è stato più diplomatico e possibilista: “In tanti sport ci sono anche più eventi a squadre nello stesso anno, non è detto che anche il tennis non possa averne”. E soltanto proprio nell’ultima risposta si è fatto quasi scappare una parolina conciliante nei confronti dell’ITF, “con il quale organismo ho sempre collaborato in questi anni anche per la Coppa Davis”. Evviva, ha nominato anche lui la magica doppia parola: Coppa Davis! Solo se l’ATP concederà due settimane a fine settembre all’ITF, in cambio di una delle quattro settimane di cui l’ITF non avrebbe più bisogno, si potrebbe arrivare a un compromesso che consentisse la disputa di entrambe le competizioni. Ai giocatori non dispiacerebbe potersi accaparrare 35 milioni di dollari invece di soli 15 (dell’ATP Cup) o 20 (della Kosmos-Davis Cup). Ma ora c’è in mezzo anche la Laver Cup a complicare le cose. E la Laver Cup “assolda” – la parola è giusta no? – sedici tennisti di gran nome. Spostare quella in un altro periodo, a primavera? Non è facile.

Comunque sia, approfittando di questa apparente contraddizione fra quanto detto da Djokovic e quanto da Tiley, ho voluto chiedere allora ieri sera a Federer – approfittando del suo palese buon umore per la qualificazione appena ottenuta alle semifinali – a) se anche lui era d’accordo con Djokovic su “meglio più qualità che quantità” o invece con Tiley e il suo “ci sono molti sport con molte competizioni a squadre nello stesso anno”. Ma a questa domanda volevo attaccarne un’altra e temendo di poter essere male interpretato me l’ero (insolitamente) scritta: b) se un tennista è invitato a giocare la Laver Cup e poi disputa l’Australian Open dove chiede un trattamento di favore a Tiley (un campo, un orario) non attirerebbe sospetti di… un possibile conflitto di interessi?Roger mi ha interrotto sorridendo: “Stai leggendo?”E io: “Sì, perché avevo paura di dimenticare…”. La media manager dell’ATP Fabienne Benoit avrebbe voluto interrompermi per la lunghezza della doppia domanda… ma Roger ha gentilmente protestato: “No, no, mi piace ascoltarlo. È come la favola della buona notte (sorridente). Bella voce!”. 

Allora sono andato avanti e ho concluso. E lui: Dopo devi ripetermi la seconda risposta, era lunga e ho perso l’inizio perché non potevo credere che stessi leggendo! Ma lo capisco… dovevi essere molto preciso! La prima domanda era su…?”. “Parecchi eventi a squadre, Djokovic dice no…”, sintetizzo. “Beh, non abbiamo visto la nuova Coppa Davis ancora. Né la ATP Cup (lui la chiama ancora World Team Cup: hanno tenuto nascosto anche a lui il nuovo short name) che esisteva in Dusseldorf. Dobbiamo vedere… È un bene che ci siano tanti eventi, che si possa scegliere. Se i giocatori vorranno giocare la prima settimana dell’anno (dieci giorni in realtà) sarà entusiasmante. La Davis ha una storia così ricca, penseresti che i giocatori vorrebbero giocarla. Se ci saranno più eventi a squadra sono sicuro che i giocatori sono contenti. A tutti piace giocare insieme ad altri invece che per se stessi. Anche della IPTL molti hanno detto che era super divertente, insieme alle ragazze, Tre settimane, tanto divertimento. A volte a giocare questo sport individuale ti senti solo… vinci, guardi il tuo team, mostri il pugno in aria, ma sei solo. In Davis, Hopman Cup, Laver Cup giochi per gli altri, un Paese, è una sensazione diversa… E l’altra tua domanda quale era? Era lunga, voglio rispondere con precisione dal momento che la tua domanda era così precisa che hai dovuto scriverla!”.

E la sua risposta è poi stata: Non penso possano esserci conflitti di interessi. Il torneo decide con l’ATP, considerano tutte le richieste che ricevono, le mettono a confronto con quelle delle tv, non so se gli sponsor per gli Slam… di solito sono le tv e qualche home market. Quindi non mi preoccupo per questi ma… certo ci sono conflitti di interesse in questo sport. Lo sappiamo. Sappiamo dove sono. Ci sono stati per tanto, tanto tempo. Non spariranno mai. Ma a quel proposito non credo ce ne siano”. E così, come ieri si era conclusa la conferenza di Djokovic dietro una mia piccola provocazione, si è conclusa quella di Federer.

Ho evitato di farne un’altra con Anderson, perché aveva perso e non mi pareva il caso, ma a proposito di conflitti di interessi posso dirvi che il direttore del torneo di Chengdu è letteralmente furibondo con lui. Anderson era la testa di serie n.1 e la star più attesa del torneo e solo pochi giorni prima dell’inizio del torneo, mentre era a Chicago per giocare la Laver Cup (ovviamente profumatamente pagato) ha dato forfait dicendo che non stava bene, non si sentiva di giocare. Un paio di giorni dopo ha battuto Djokovic nella Laver Cup. Così gli ho chiesto soltanto se – visto che la selezione della ATP Cup  sarà fatta sulla base del ranking del numero uno di ciascuno Paese, e quindi il Sud Africa potrà certamente essere fra le 24 squadre che parteciperanno all’ATP Cup nel 2020 (sempre che lui sia uno dei primi 24 tennisti del mondo alla data di iscrizione) – non fosse senza compagni in grado di formare una squadra. “Ce li ho. Per il doppio c’è Raven Klaasen che è qui. Lloyd Harris è n.110 ATP, vicino a entrare in tabellone all’Australian Open. Poi un altro paio di ragazzi classificati fra n.500 e n.700…”.

Un sistema di selezione basato su un criterio automatico mi convince di più che quando c’era quello che distribuiva punti ATP per la Coppa Davis e la decisione di convocare un giocatore piuttosto che un altro spettava a un capitano, che poteva quindi favorire per vari motivi anche soggettivi un giocatore a discapito di un altro. Se un Paese, la Spagna o la Francia per esempio, ha più giocatori fra i primi 40 del mondo, i primi due vanno automaticamente in squadra, gli altri andranno a giocare gli altri tornei ATP (Doha…) in calendario. Ma sarà una scelta basata su criteri oggettivi. Vero che un giocatore peggio classificato potrebbe essere più uomo squadra di uno meglio, ma si rientrerebbe nella soggettività di un dirigente. E non sarebbe giusto. Semmai un regolamento andrà pensato anche per la convocazione di chi gioca il doppio: si seguirà il ranking del singolare o quello del doppio? Ci penseranno.

A oggi direi che la prima controindicazione di questo sistema che sceglie le nazioni partecipanti (tipico criterio da star system) sulla base del ranking del n.1 sta naturalmente nel fatto che in questo modo può venire prescelto fra i 24 Paesi uno che non ha un numero 2 dignitoso: come si deduce dal caso appena riferito del Sud Africa. O se si verificasse un altro caso tipo il Baghdatis top-ten di qualche anno fa. Che senso avrebbe avere una… Cipro fra le 24 nazioni in lizza per una sorta di campionato del mondo a squadre? Altra contraddizione: i giocatori hanno sempre sostenuto che la Coppa Davis avrebbe dovuto avere uno svolgimento biennale e non annuale. Ma ora la ATP Cup si giocherebbe ogni anno. Chiudo con un pensiero forse… egocentrico: quale giornale potrà mai permettersi di inviare un proprio cronista in Australia ogni anno dal 29 di dicembre a fine gennaio? E chiudendo davvero: a questi sponsor e organizzatori i giornali, i siti, danno solo fastidio. Costano, non pagano. Contano solo le tv che pagano salato per i diritti.

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Editoriali del Direttore

Un marziano sulla terra: Nadal 20 e lode

I record sono fatti per essere battuti e da qui all’anno 2100, in 80 anni, tante cose possono accadere, salvo che un giocatore vinca 13 Roland Garros, vincendo 100 partite e perdendone appena due in 16 anni

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Rafa Nadal - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

L’articolo che segue, a firma del direttore Scanagatta, è stato pubblicato questa mattina su La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno

Meno male che per anni si è sostenuto da più parti che Rafa Nadal, per via del suo tennis dispendioso, avrebbe avuto una carriera breve, “inevitabilmente accorciata da un logorio fisico dovuto agli strappi del suo tennis”. Premesso che, anche se appare banale sottolinearlo, ogni partita può fare davvero storia a sé, tant’è che in Australia Nadal fu letteralmente preso a pallate da Djokovic, e ieri invece è accaduto l’esatto contrario, ci sono un paio di aspetti sui quali non ci piove.

Il primo è la straordinaria condizione atletica del mancino di Manacor, che si produce a 34 anni in ripetuti scatti sulle palle corte di Novak, in recuperi talmente prodigiosi da farci prendere beffe oggi di quelle teorie che decretavano Nadal tennista logoro e finito già prima dei 30 anni! Il secondo è che i progressi tecnici compiuti da Nadal, ad esempio nel rovescio incrociato e tirato coperto a tutto braccio con angolazioni pazzesche, ma anche nel rovescio slice corto giocato sul rovescio bimane di Novak, o nella volée alta dorsale di rovescio che riesce perfino a schiacciare quasi fosse uno smash su lob per nulla banali, dicono che Rafa non ha mai smesso di lavorare e migliorare anche dopo il trentaquattresimo compleanno.

Infine, chi a suo tempo, lo ha bollato con l’etichetta di giocatore “arrotino”, “pallettaro” noioso, capace soltanto di rimandare di là tutto e di più, è chiaramente un incompetente, perché Rafa ha giocato ieri un match mostruoso sotto il profilo tattico, variando continuamente schemi e strategie, in un modo tale che soltanto con una grandissima abilità tecnica, completa a 360 gradi, in difesa come all’attacco, sarebbe stato possibile metterlo in atto. Ha dominato in lungo e largo un match vinto in condizioni climatiche e altro (campi, palle) che se fosse stato per lui, non avrebbe mai scelto. Una dimostrazione di classe pazzesca.

Che non significa che al prossimo duello non sia invece Djokovic a far valere le sue caratteristiche ieri assolutamente non emerse. Quando nei confronti diretti, nei vari anni, il bilancio dice 29 a 27, non si può sostenere la manifesta superiorità dell’uno sull’altro. Ci si deve rassegnare all’imprevedibilità dei pronostici anche se di certe circostanze si dovrà sempre tener conto. Come una partita che si giochi sulla terra battuta, oppure sul cemento.

Rafa Nadal ha dominato, anche tatticamente, Novak Djokovic così nettamente, 6-0 6-2 7-5, che nessuno poteva prevederlo. Difatti McEnroe, Wilander, Courier, Henman – gli opinionisti di Eurosport – avevano tutti pensato che il tennista dall’arsenale più completo e dal repertorio più vario, il serbo cioè, avrebbe sfatato stavolta il mito dell’invincibilità di Rafa Nadal nel suo regno, approfittando anche di un campo pesante che pareva poter costituire un handicap per un top-spin presumibilmente meno efficace di Rafa. Inoltre si è giocato sotto il tetto delle Chatrier e anche quello pareva un elemento a favore di Djokovic, perché normalmente è così.

Ci siamo sbagliati tutti soprattutto per le proporzioni assolutamente inimmaginabili della sconfitta. Djokovic non aveva mai perso così nettamente una finale di Slam e stupisce che Nadal avrebbe potuto vincere ancora più nettamente, per essere stato avanti di un break, 3-2 e servizio nel terzo set e poi, raggiunto sul 3 pari, per aver avuto una palla-break sul 4 pari. Il break decisivo lo ha rinviato di poco: è arrivato sul 5 pari con un doppio fallo finale. E sul 6-5 40-0 Rafa si è permesso invece di chiudere addirittura con un ace esterno che ha lasciato Djokovic di stucco e lui… in ginocchio e, poi al suono dell’inno, in lacrime.

Come si spiega un risultato così netto, se non vogliamo liquidarlo con la banalità del tipo, Rafa ha trovato una giornata magica e Novak una pessima?

1. Djokovic ha servito malissimo. Non metteva quasi mai dentro la “prima”. Nei due break iniziali ha messo due “prime” su otto e una “prima” su sei. Ha lottato per 33 minuti ma si è trovato sotto 4-0, quando ha perso anche il quinto game pur essendo stato avanti 40-0…

2. Si è innamorato durante il torneo dei punti rapidi conquistati con la smorzata (35 contro Tsitsipas, una trentina ieri), ma non si è reso conto che a provarne troppe – e soprattutto troppo presto – non si è mai dato il tempo per trovare misura e controllo nei palleggi. Se non giochi quasi mai scambi di 10/15 colpi, uno come lui che fa del ritmo e della capacità di spostare l’avversario una sua prerogativa, diventa dura contro un Nadal che non sbaglia mai, tre gratuiti nei primi due set.

3. Se di solito il dritto è il colpo decisivo di Nadal, ieri lo è stato almeno altrettanto il rovescio slice che rimbalzava poco sul rovescio di Djokovic, e lo faceva avanzare nella terra di nessuno, senza dargli una palla comoda da attaccare.

Insomma, Rafa ha vinto per la quarta volta il torneo che da sempre è nel suo cuore senza perdere neppure un set, come già nel 2008, nel 2010, nel 2017. L’unico che è arrivato a servire per un set contro di lui (sul 6-5) è stato il nostro Jannik Sinner. Se a 19 anni il tennista altoatesino è stato capace di tanto, chissà cosa potrà fare in futuro. Non mi è parso per nulla casuale.

Roger Federer, che questo weekend era Milano e che si è visto raggiungere nel numero degli Slam vinti, 20 lui e Rafa, 17 Novak, ha scritto subito sui suoi social: “Congratulazioni Rafa, il tuo è uno dei risultati più straordinari che si possono raggiungere nello sport.

Nadal ha replicato: “Io e Roger siamo amici da tanto tempo, credo che Roger sia contento quando io vinco come io sono contento quando vince lui… ma anche se ho sempre detto che bisognerà aspettare la fine delle nostre carriere per vedere chi ne avrà vinti di più. Chiaro che mi piacerebbe essere io, ma in questo momento a me interessa soprattutto aver vinto ancora una volta il Roland Garros. Era questo il mio obiettivo… ne sono strafelice, anche se al tempo stesso non posso dimenticare che il mondo sta attraversando un periodo molto triste e difficile, per cui anche nella mia gioia, e nella fortuna che abbiamo avuto per aver potuto giocare questi tornei, non posso essere contento come dopo altre vittorie”.

Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Nel 1930 ad Alfredo Binda, che aveva vinto 5 giri d’italia di fila, fu dato il primo premio (22.500 lire) perché non gareggiasse. Capiterà anche a Rafa Nadal? E quando Xisca gli darà un primogenito, i due non lo chiameranno per caso Rolando?

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Editoriali del Direttore

I sogni azzurri non sono finiti, anzi. Nadal sempre “fenomenal”, ma Sinner è una certezza

Djokovic cerca la vendetta di New York contro Carreno Busta, l’unico che lo “avrebbe” sconfitto. Ma forse guarda oltre… insieme a Federer! Rublev-Tsitsipas promette spettacolo. Ma per il tennis italiano questo Roland Garros resterà un torneo memorabile

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Rafa Nadal e Jannik Sinner - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Abbiamo sognato e i sogni stavolta non si sono realizzati. Ma hanno vinto i più forti, Rafa Nadal e Iga Swiatek. È la legge dello sport. Tuttavia non ci possiamo davvero lamentare di questo Roland Garros. Non avevamo avuto due azzurri nei quarti che nel ’73 (Panatta e Bertolucci) e nel 2011 (Fognini e Schiavone), ma in semifinale c’erano andati solo Adriano e Francesca (che, campionessa in carica, sarebbe approdata alla finale persa con la Li Na).

Nel video realizzato stamattina ho già detto cosa penso delle due partite dei ragazzi italiani, Jannik Sinner e Martina Trevisan, e li ho ringraziati pubblicamente per averci fatto divertire e sognare. Si sono battuti ai limiti delle loro possibilità, anche se in cuor loro entrambi penseranno di aver mancato qualche opportunità per far meglio e sarà loro dispiaciuto di non aver vinto neanche un set. Sinner per aver servito invano sul 6-5 del primo set e per essere stato in vantaggio di un break, 3-1, nel secondo. Martina per essere stata in vantaggio anche lei per 3-1, nel primo set, prima di subire una striscia negativa di otto game consecutivi all’interno dei quali però per due volte si è trovata 15-40 sul servizio di Swiatek.

E il sogno continua anche se a giocare le semifinali saranno il solito Nadal, che ha celebrato battendo Sinner la sua centesima partita al Roland Garros – ne ha perse solo 2 e ha vinto 292 set – e il per nulla solito Schwartzman. L’argentino venendo a capo del campione dell’US Open Thiem alla fine di una maratona incredibile e rocambolesca di 5 set e 5 ore e 8 minuti, ha conquistato in un colpo solo – anzi, per la verità in un migliaio di colpi e centinaia di corse – la sua prima semifinale in uno Slam, per la prima volta un posto tra i top-ten e per la seconda volta lo scalpo di un top-five dopo averci perso 24 volte su 24 fino a che a Roma due settimane fa non batté per la prima volta Rafa Nadal.

 

Lo dovrà affrontare nuovamente venerdì e forse con un pizzico di fiducia in più (se le gambette non gli faranno ancora male). “Ma Rafa qui è il re!” ha messo le mani avanti l’argentino al quale ci sono almeno due persone che chiedono il favore di “matare” Nadal: Federer che guarda le partite dal salotto di casa sua e Djokovic che vorrebbe dapprima prendersi oggi la rivincita su Carreno Busta che ha osato dire che a New York non si sentiva affatto battuto in partenza (“In fondo ero avanti io 6-5 e servizio… quando c’è stato l’incidente di Nole con la giudice di linea”), poi domare chi vincerà fra i giovani leoni rampanti Rublev e Tsitsipas e, infine, evitare di imbattersi nello spauracchio Nadal in finale.

Certo Thiem rimpiangerà di non aver chiuso il match in quattro set, ma è anche vero che sul 5-4 “El Peque” – che è comunque più alto di Maradona – aveva avuto tre setpoint consecutivi e di andare almeno al quinto set se lo meritava proprio. Thiem, che del decimo argentino capace di conquistare una semifinale a Parigi (cito a memoria Vilas, Clerc, Nalbandian, del Potro, Coria, Gaudio…) è grande amico ha detto alla fine con grande sportività, e dopo averlo abbracciato sul campo a sprezzo del COVID: “Diego ha meritato di vincere”.

Perché allora il sogno azzurro continua? Perché Sinner ha 15 anni meno di Nadal e a 19 anni non si può fare meglio di quanto ha fatto contro il miglior “terraiolo” di tutti i tempi. Chiunque abbia visto il match se ne sarà reso conto. Per le prime due ore, fino al 6-7 e 4 pari ha giocato meglio di Rafa, costretto ad impegnarsi allo spasimo e a caricarsi come quando sente che può anche perdere. Jannik ha perso per una pura questione di inesperienza, di difficoltà a concretizzare le opportunità favorevoli. E sul 4 pari 40-15 è stato anche parecchio sfortunato. Un net clamoroso e vincente di Nadal gli è praticamente costato il break del 5-4. E anche nell’ultimo game il nastro gli è stato nemico perché gli ha bloccato un dritto forse vincente.

Che però Sinner sia qualcosa di più di una promessa credo si possa sostenerlo ragionevolmente con chiunque. Del resto lo pensano tutti i campioni che si sono espressi sul suo conto. Ma come dice Piatti occorre aver pazienza. Un paio d’anni? Chissà, potrebbe bastarne anche uno solo.

Quanto a Martina siamo onesti: aveva fatto anche troppo. Da n.159 si ritrova adesso a n.83 e con il diritto di entrare nei tabelloni degli Slam, con un conto in banca finalmente importante, 283.000 euro cui potrà aggiungere come minimo i premi spettanti agli sconfitti nei primi turni di un paio di Slam, forse anche tre perché pesanti cambiali da pagare fino al luglio 2021 non ne ha. 150.000 euro in più? Io credo che lei abbia il talento per non accontentarsi più di un semplice primo turno, ma per fare più strada, anche se non quanto Swiatek cui è facile pronosticare un avvenire da top-ten. Aggiungo che Swiatek, pur più giovane di Martina, aveva molto più gare di livello alle spalle, molta più esperienza. Martina, che avrà sofferto non poco anche la lunghissima attesa (“Avevo mangiato e mi sono riscaldata tre volte aspettando la conclusione di Scwartzman-Thiem… sembrava potesse finire in 4 set”) dovrà lavorare duro con il suo coach Catarsi –nomen omen – per migliorare l’efficacia del servizio, soprattutto in termini di percentuale di prime palle.

Martina Trevisan – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Il suo non è un caso Errani, sia chiaro. Anzi, da mancina quando batte nei punti dispari può giocare traiettorie esterne per nulla banali. Può buttare le avversarie fuori dal campo e aprirsi spazi vincenti, o anche rifugiarsi in bei kick quando la palla rimbalza più che su terreni pesanti come quelli di questa Parigi quasi invernale, con 9 gradi e un’umidità da portar via. Inciso: Nadal, sceso in campo alle 22:39 davanti a non più di 300 persone che alla fine saranno state sì e no un’ottantina, ha detto: Non mi ha dato tanta noia lo scendere in campo così tardi, anche se l’idea di programmare cinque incontri sul centrale era un rischio e lo si poteva immaginare, quanto il freddo che faceva. È facile farsi male in certe condizioni…”. Per uno che aspira a conquistare qui il ventesimo Slam e a eguagliare Roger Federer sarebbe una bella beffa, in effetti, fermarsi per qualche dolore muscolare.

Ma, riprendo un concetto accennato sopra, si può sognare azzurro, io credo, anche grazie a Lorenzo Sonego che ha fatto vedere contro Fritz di essere un ottimo tennista, anche se non un top-ten come Schwartzman. E sono persuaso che anche Berrettini, con il servizio e il dritto che si ritrova, possa confermarsi sui livelli che gli hanno permesso di salire così in alto. In Italia, soprattutto dacché siamo infestati dai leoni da tastiera che imperversano sui social, si fa presto a demolire chi subisca una sconfitta, come a esaltare chi vince due o tre partite. Il computer non capisce di tennis, come diceva sempre Rino Tommasi, ma la classifica non te la regala. E quella classifica non la si costruisce con due o tre risultati, ma lungo tutto un anno.

Questo è stato un anno molto particolare, non tutti sono stati capaci di allenarsi come avrebbero voluto e di fare i progressi necessari per restare ai vertici delle classifiche mondiali. Berrettini, poi, a mio avviso non ha nulla da rimproverarsi se ha perso al Masters di Cincinnati-New York da un Opelka che giuro non avevo mai visto servire così bene, a New York da un Rublev che vale certamente la top-ten e non a caso ha vinto Amburgo, mica il torneo di Cincirinella, e quindi ci possono perdere in tanti, tantissimi. (Inciso: già oggi Rublev concede la rivincita del match vinto in finale dieci giorni fa rimontando da 3-5 al terzo). Poi a Roma Matteo ha perso da quel Ruud che tutti valutano un top-ten della terra rossa o giù di lì. Quindi alla fin fine… ok, il romano ha perso da questo Altmaier che per via della sua modestissima classifica (dovuta agli infortuni di cui è stato vittima e non perché non sappia giocare a tennis assai bene) è sembrato ai non addetti ai lavori un disastroso passo falso. Io, che Altmaier non lo avevo mai visto giocare – colpa mia! In Italia ha giocato a Todi, Trieste, Cordenons… con alterne fortune – pensavo superficialmente che Matteo avrebbe vinto a spasso.

Ma dopo aver visto la partita, che Matteo ha giocato spento e privo di ogni reattività come non lo avevo mai visto, mi sono ricreduto sul conto di questo Altmaier che ha un rovescio a una mano che mi ha ricordato quello di Guga Kuerten, più ancora che quello del suo idolo Stan Wawrinka. Insomma, i soliti facili fustigatori depongano la frusta e abbiano fiducia. I tennisti che ho appena citato, più alcuni di quelli che stanno giocando l’interessante challenger di Parma – Musetti su tutti – ci daranno altre soddisfazioni… se non pretendiamo subito la luna, dopo aver visto per 40 anni soltanto “the dark side of the moon”.

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Editoriali del Direttore

Nadal autunnale non vale quello di maggio, ma se Sinner vincesse sarebbe più di un mezzo miracolo

Jannik ha battuto tre top-ten in circostanze piuttosto favorevoli. Sinner per ora è un fenomeno della sua età, più di una speranza, ma non ancora un campionissimo. Forse Martina Trevisan ha qualche chance in più di confondere Iga Swiatek. Ma dipenderà molto dalla polacca

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Rafa Nadal - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Armiamoci di santa pazienza oggi e concentriamoci su quel che abbiamo da fare in mattinata e primo pomeriggio, perché prima di poterci sedere davanti alla tv per seguire su Eurosport o Eurosport Player prima Martina Trevisan con Swiatek e poi Jannik Sinner con Rafa Nadal, sarà tarda sera.

LA DIFFICOLTÀ DI UN PRONOSTICO PIÙ SENSATO CHE PATRIOTTICO, COMINCIANDO DA MARTINA…

Dopo quel che abbiamo visto in questi giorni mi piacerebbe poter azzardare un pronostico per le due partite che riguardano i due italiani che ci hanno dato la grande soddisfazione di raggiungere i quarti dopo due grandi imprese… che poi non sono solo due in realtà. Perché Trevisan ha infilato tutta una serie di partite contro pronostico, e se contro Giorgi ha fruito di un ritiro di Camila, l’aver battuto Coco Gauff e Sakkari prima di Bertens sono ripetute… prove del nove. È chiaro che la ragazza di Firenze ha raggiunto una dimensione che non solo non ha più nulla a che vedere con la sua classifica di una settimana fa, n.159 WTA, ma forse nemmeno con quella virtuale di n.83.

Vero che contro Sakkari Martina aveva dovuto annullare due matchpoint nel secondo set e che quindi è stato a un soffio dalla sconfitta. Però l’averla rimontata dopo essere stata in netto vantaggio in quel set, non è roba da niente. Essere stata raggiunta, non essersi innervosita, essere stata capace di trovare la lucidità, la grinta e la forza di rovesciare l’esito di quel set, la dice lunga sulla sua condizione psicofisica. E poi nel terzo ha fatto il doppio dei game dell’avversaria. Un 6-3 femminile non è come un 6-3 maschile. Nel singolare femminile tutti i game partono alla pari o quasi. Se ne fai il doppio… sono tanti. Non è conseguenza di un break.

 

È INEVITABILE CHE SIA STANCA DI TESTA E DI FISICO PER 10 GIORNI MAI VISSUTI PRIMA?

Lei ha raccontato di essere poi molto stanca per aver vinto sette partite di fila. Sarà ancora più stanca stasera? Di certo non ha mai vissuto, fisicamente e mentalmente, situazioni simili a quelle di questi 10 giorni in vita sua.

Tuttavia anche con Bertens si è verificata una situazione che avrebbe potuto mandare in crisi una ragazza meno solida di testa, meno sicura: è stato quando ha avuto la palla del 4-0 nel secondo set e se l’è vista annullare. Poi sul 3-1 ha perso il servizio con l’unico black-out della sua partita: due doppi falli che l’avrebbero potuta mandare in ciampanella. Niente di tutto ciò: anzi, sul 3 pari, ha cancellato la palla break che avrebbe portato Bertens sul 4-3, dopo di che, dopo che anche sul 5-3 ha ceduto il servizio, non si è lasciata turbare ma è andata subito 0-30 sul game di battuta di Bertens, poi 0-40 grazie a un doppio fallo e al terzo matchpoint utile ha chiuso con un lob spettacolare anche se forse un tantino fortunato. Mentre nel tennis maschile la perdita di un servizio è quasi sempre, oltre che decisivo, anche il segnale di una certa fragilità nervosa, nel tennis femminile non è così.

DI TESTA SI È DIMOSTRATA SOLIDISSIMA… FIN QUI

Quindi i break subiti da Martina non devono essere necessariamente interpretati come sintomi di debolezza. Soltanto Serena Williams quando era ancora nei suoi panni, era tennista che poteva legare primariamente al rendimento del suo servizio l’esito dei suoi match. Conosco troppo poco Swiatek, e troppo poco le sue giornate di forma ed eventuali avvii incerti, per capire se sia una che può tremare in occasioni importanti. O se invece, al contrario, la sua giovane età la porti a giocare in tutte le circostanze con la sana incoscienza dei giovanissimi. Il talento di sicuro c’è, ma ad esempio non so come potrebbe reagire di fronte a una ragazza che non ha ancora nome, che non la si conosce bene, che è capace di giocare un tennis diverso da quello più consueto. E quando si pensa di essere favoriti. Con Halep ha giocato a tutto braccio perché sapeva di non aver nulla da perdere. Qui penserà che è lei cui tocca vincere per non deludere.

Martina Trevisan – Roland Garros 2020 (foto via Twitter @rolandgarros

LE SUE CHANCE STANNO NELLA VARIETÀ DEI SUOI SCHEMI RISPETTO A UNA GRAN PARTE DELLE TENNISTE

La maggior parte delle tenniste oggigiorno, anche di vertice, sono giocatrici di ritmo. Più da cemento forse che da terra battuta. Martina ha armi tecniche che alla terra battuta si adattano tantissimo: il tocco di palla, la smorzata, il senso tattico che la spinge ad andare a rete in controtempo (quali sono le altre tenniste che lo fanno? Dovrei chiederlo a AGF…), le volée che allenate giocando sempre anche tanti doppi in Italia, in serie A e non solo, sa fare meglio di molte altre tenniste che pure la precedono in classifica mondiale. Quando mancano punti di riferimento, precedenti attendibili, spesso sono importanti i primi game, che possono influenzare la successiva tensione nervosa di una giocatrice oppure di un’altra. Anche se è vero che nel tennis femminile si vedono mediamente molte più rimonte, capovolgimenti anche clamorosi di fronte, piuttosto che in quello maschile. Forse perché – ribadisco il concetto espresso poc’anzi – i vari game, quelli di servizio come quelli di risposta, hanno in partenza le stesse chance o quasi di aggiudicarseli sia chi serve sia chi ribatte. Nel tennis maschile non è così.

SINNER CONTRO NADAL, PUÒ FARCELA?

E Sinner contro Nadal? Altro discorso difficilissimo da affrontare, perché sostenere che un ragazzo di 19 anni, pur promettente come Jannik possa giocare ad armi pari contro un Nadal che a Parigi ha vinto 12 volte, sembra onestamente più un discorso… patriottico, da aficionado, che tecnico. Tutti i grandi campioni pronosticano un grande avvenire a Jannik, da McEnroe a Wilander, per ultimo ieri Tsitsipas che lo ha definito tennista di grande talento, ma quando Riccardo Piatti sostiene che il suo allievo ha bisogno ancora di tre anni prima di dare il meglio di sé, non credo che lo faccia solo per mettere le mani avanti. Anche se sarebbe più che comprensibile che lo facesse.

Un conto è ragionare in prospettiva, un altro è parlare di un match da giocare stasera. Sebbene Rafa abbia ormai 34 anni, ancora nessuno ha la sua intensità di gioco sulla terra rossa. Strappargli due set, come ha fatto Schwartzman a Roma – dove peraltro Rafa giocava il suo primo torneo dopo sei mesi di stop che era stato un vero stop… non aveva giocato neppure esibizioni – è una cosa, strappargliene tre mi sembra tutta un’altra. Anche se ovviamente a Jannik lo auguro e certo sarebbe una impresa straordinaria.

Ma appunto perché straordinaria, non troppo probabile. Lo stesso Jannik ha fatto presente che la terra rossa è tutto sommato la superficie sulla quale ha giocato di meno. A Ktzbuhel non ha davvero brillato. A Roma si è trovato di fronte un Paire reduce da mille casini Covid a New York – il francese lo ha detto in tutte le salse che per 14 giorni non era praticamente riuscito ad allenarsi sulla terra rossa – ha battuto un Tsitsipas (6-1 6-7 6-2) che ha giocato a corrente alternata, certo peggio di come l’ho visto giocare contro Dimitrov ieri, e poi proprio contro Dimitrov al Foro Italico ha giocato una partita molto discontinua, finendo per perdere 4-6 6-4 6-4 senza convincermi troppo.

LE CIRCOSTANZE OGGETTIVAMENTE FAVOREVOLI A SINNER E QUELL’INCERTEZZA CON ZVEREV

A Parigi – e approfitto qui per replicare a un lettore di Ubitennis che mi ha accusato di essere stato ingiusto per aver definito il tabellone di Parigi come piuttosto agevole – Jannik prima si è imbattuto nell’ombra di Goffin, ben presto rassegnato dopo aver perso il primo set (i colleghi del Belgio mi hanno detto di non averlo mai visto così poco combattivo), poi in Bonzi che era uno dei più scarsi giocatori dei 128 in tabellone, quindi in Coria n.99 ATP e francamente abbastanza modesto se confrontato a un Nadal, quindi Zverev. Contro Zverev Jannik ha dominato lungo quasi tutto il match, eccezion fatta per il terzo set che – giusto per farmi capire dal lettore – un Nadal non avrebbe mai perso. Nadal che vince i primi due set… all’inizio del terzo sta talmente attento a non perdere il focus, ma anzi ad ammazzare ogni tentativo di ripresa, che non va sotto 2-0. Va sopra 2-0 e chiude la partita. Salvo che di fronte non abbia uno dei suoi più grandi avversari. Che Jannik non possa essere ancora un Nadal mi pare evidente. Sarebbe un mostro. Invece per ora è… semplicemente un fenomeno per la sua età. Ma non ancora un mostro. Potrà diventarlo… e questo è un altro paio di maniche.

Jannik Sinner – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

IL DISCUTIBILE CASO ZVEREV

Oltretutto quel che ha poi dichiarato Zverev, assai ingenuamente peraltro perché dicendo di avere avuto 38 di febbre ma non avendolo dichiarato ai medici del Roland Garros ha commesso una leggerezza non da pocoper il protocollo di sicurezza distribuito ai giocatori non solo non avrebbe potuto giocare, ma avrebbe dovuto restare in isolamento in attesa del risultato del test – insinua qualche dubbio sulla partita che abbiamo visto vincere a Jannik. Vero che Sascha correva tanto e non faceva pensare a un tennista debilitato, ma vero anche che raramente lo avevamo visto così passivo, ancorato ai teloni di fondocampo come un qualsiasi Gasquet. Jannik ha sempre spinto e comandato, fin troppo. Ma la passività del tedesco gli ha tolto pressione. Con Nadal se lo può scordare. Come ha detto saggiamente Jannik – e non solo quando ha sottolineato di “non essere arrivato, devo ancora migliorare in tutto…”– …so di non poter giocare con il freno tirato.

GUAI A GIOCARE CON IL FRENO TIRATO

Dovrà sempre tirare infatti, dal primo punto all’ultimo come ha fatto Schwartzman a Roma senza aver il servizio di Jannik ma con una mobilità e un’aggressività straordinaria che Jannik non può avere dall’alto del suo metro e 88. Altrimenti Rafa lo farà correre da destra a sinistra, da sinistra a destra, consumandolo punto dopo punto, fino a prosciugargli tutte le energie come una sanguisuga. È sempre stata la gran forza di Rafa, quella. Vero anche – a contrario e a suscitare una speranziella – che l’arma solitamente più letale di Rafa, quella stessa che ha deciso gran parte dei suoi vittoriosi duelli con Roger Federer, è sempre stata il dritto pesantissimo e liftatissimo sul rovescio dei suoi avversari.

SUL CAMPO LENTO E UMIDO IL TOPPONE DI NADAL FARÀ MENO MALE… E FINISCE SUL ROVESCIO DI SINNER

Ecco, a Parigi, con palle e campi pesanti – e credo che il Philippe Chatrier stasera tardi sarà più pesante del solito, quantomeno sarà superumido – il toppone di dritto di Rafa prenderà meno spin. E diretto sul colpo migliore e più sicuro di Jannik, il rovescio bimane, potrebbe non rivelarsi così incisivo come in altre circostanze e con altri avversari. Anzi, la sua palla di dritto potrebbe rimbalzare proprio all’altezza più giusta per consentire a Jannik di controllarla e controbattere. Difficilmente gli finirà sopra la spalla, a lui così alto. Se di solito la diagonale sinistra è quella prediletta dal mancino di Manacor, questa potrebbe anche non essere del tutto sgradita a Jannik.

Vedremo, senza farsi troppe illusioni. Finora Jannik, che vale più del suo attuale ranking, e forse anche più del suo virtuale n.46, non ha ancora potuto battere un top 5 all’altezza del suo rendimento. Gli stessi scalpi top-10, Goffin, Tsitsipas e Zverev, sono stati strappati in circostanze un tantino favorevoli – so che dicendo questo i tifosi di Sinner si inalbereranno! – e se il Nadal di settembre-ottobre non vale il Nadal di maggio-giugno, è pur sempre una spanna superiore a tutti quei giocatori con i quali Jannik si è finora misurato ad armi pari. Tuttavia questo non mi esime dal tifare per lui, dallo sperare in quello che a Parigi e nel regno di Nadal, sarebbe per me qualcosa di più di un mezzo miracolo.

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