Si ritira Jake Garner, l'arbitro che fece arrabbiare Federer

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Si ritira Jake Garner, l’arbitro che fece arrabbiare Federer

Il giudice di sedia americano scende dal seggiolone dopo 12 anni per occupare un ruolo all’interno della federazione statunitense

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Da qualche anno a questa parte ormai si sta cercando di dare al tennis una dimensione sempre più globale, nel tentativo di farlo passare da sport individuale a prodotto di show business, e ogni aspetto legato a questo mondo sta subendo evidenti variazioni. Ad esempio si cerca di coinvolgere sempre di più i genitori dei tennisti, mentre questi ultimi iniziano ad essere seguiti dalle telecamere sin dai loro primi passi. Questo tentativo di portare lo spettatore sempre più vicino all’azione, sta inevitabilmente incrementando l’attenzione anche verso una categoria di persone che ne avrebbero fatto a meno: gli arbitri. Se in passato a diventare “celebri” erano solo i giudici di sedia un po’ più appariscenti – come Lahyani e i suoi interventi non richiesti – adesso anche quelli più discreti – vuoi per qualche incidente inaspettato come Shapovalov con Gabas, vuoi per qualche protesta di troppo come Serena con Carlos Ramos – si trovano costretti a ricoprire ruoli di primo piano e bene o male, a forza di vedere sempre gli stessi volti in giro per il tour, quasi tutti sono conosciuti dal pubblico.

Tuttavia la durata della carriera di giudice di sedia, forse per il crescente contenuto di stress, si sta accorciando sempre di più. Dopo il ritiro di Cédric Mourier arrivato quest’anno a Bercysi registra adesso anche quello di Jake Garner, che ha lasciato il team ufficiale dell’ITF/Grand Slam per occupare una nuova posizione all’interno della USTA, la federazione statunitense. L’americano è stato uno dei più impiegati negli ultimi anni ad alto livello e può vantare undici finali Slam di singolare maschile, quattro finali di Coppa Davis, una di Fed Cup e la finale olimpica di Pechino 2008 quando Nadal vinse la medaglia d’oro contro Gonzalez. Il momento che forse lo ha reso maggiormente celebre riguarda però la finale degli US Open del 2009, quando un irritatissimo Federer ebbe da ridire sulla sua decisione di concedere l’occhio di falco a Del Potro nonostante il ritardo della chiamata. Ancora oggi rimane è uno dei rari episodi che ci mostrano lo svizzero perdere il suo classico aplomb, mentre a Garner ha concesso i quindici minuti di celebrità predetti da Warhol.

 

Jake Garner ha ammesso di amare ancora il lavoro di arbitro, ma avere una moglie e due figlie ha reso sicuramente più facile la scelta di passare più tempo a casa. Inoltre Garner ha sì rinunciato al suo Gold Badge di giudice di sedia (era uno dei 31 possessori di questo titolo in tutto il mondo), ma ha mantenuto quello di Chief Umpire, che gli permette di essere responsabile degli arbitri all’interno di un torneo e fare le designazioni per le partite in programma. Insomma non ci sono dubbi che il suo volto resterà ancora legato al mondo del tennis.

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ATP Finals: Matteo Berrettini qualificato “de facto”, è il premio a una grande annata

Il computer vidimerà il pass lunedì prossimo, ma il numero uno italiano è sicuro di andare a Torino. Nessun italiano aveva mai partecipato per due volte alla kermesse di fine anno

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Per l’ATP sarà ufficiale da lunedì prossimo, quando il computer esprimerà la nuova classifica aggiornata, ma il dado è sostanzialmente tratto: Matteo Berrettini è qualificato alle Finals 2021, in programma al Pala Alpitour di Torino dal 14 al 21 novembre prossimo. L’evento è in qualche modo storico: nessun altro italiano aveva infatti mai partecipato per due volte alla kermesse di fine anno tra i migliori otto tennisti della stagione.

Un risultato eccezionale, premio a un’annata solida e adornata da svariati picco di livello assoluto, nonostante qualche problema fisico di non poco conto abbia avuto la sua parte nel rallentarne il ritmo. Matteo ha stappato il 2021 raggiungendo con la nazionale la finale dell’ATP Cup, persa contro la Russia di Mevedev e Rublev. Parso subito in smagliante stato di forma, il Nostro aveva nell’occasione battuto Dominic Thiem, Gael Monfils e Roberto Bautista Agut senza concedere set alcuno. All’Australian Open, condotto in sicurezza nei primi tre turni, il guaio agli addominali destinato a condizionare il primo terzo della sua stagione: l’infortunio, invero piuttosto serio, l’ha costretto ad abbandonare Melbourne prima dell’ottavo in cui avrebbe dovuto provare a sbarrare la strada a Stefanos Tsitsipas.

Ne sono seguiti due mesi di stop obbligato, e il rientro è avvenuto solo sulla terra di Montecarlo, dove Matteo ha pagato pegno a una condizione imperfetta cedendo in due a Davidovich Fokina. I dubbi si sono dissipati a Belgrado, nel torneo voluto e patrocinato dal numero uno del mondo: primo titolo stagionale, anche sorprendente considerato il contesto, nella finale contro Aslan Karatsev, che aveva eliminato in semifinale proprio Djokovic al termine di un match sensazionale.

 

Iscritto al Mille di Madrid, il romano ha suonato il secondo grande squillo stagionale, arrivando fino all’ultima curva alla Caja Magica. Dopo aver vinto il primo set, e disputato in generale un incontro niente male, egli ha però ceduto in tre a Sascha Zverev. La sfida con Stefanos Tsitsipas sfumata in Australia si è materializzata di nuovo agli ottavi, stavolta nella sua Roma, dove l’artista greco l’ha battuto in due dopo una prima frazione equilibrata. Al Roland Garros sono arrivati i quarti, ceduti in coda a una gran partita a Novak Djokovic, qualche giorno prima del via alla stagione su erba. Proprio sul verde Matteo ha firmato le sue pagine stagionali più belle: vittoria con il botto al Queen’s e storica finale a Wimbledon nel giorno della finale degli europei del pallone vinta a Wembley dalla nazionale italiana sull’Inghilterra.

L’obiettivo successivo sarebbero state le Olimpiadi, ma un risentimento muscolare ha pregiudicato la presenza di Matteo: rinuncia obbligata, con coda polemica e amareggiati commenti da parte di Fabio Fognini, compagno di doppio per i giochi designato e appiedato. I grandi tornei sul cemento del Nord America tra fine estate e inizio autunno hanno mostrato una doppia faccia del nostro numero uno: due secondi turni con più ombre che luci a Cincinnati e Indian Wells inframezzati dall’ottimo quarto guadagnato all’Open degli Stati Uniti, dove, per il terzo Slam consecutivo, è stato Novak Djokovic a sbarrargli la strada, nei quarti di finale.

Come opportunamente sottolineato dal nostro direttore dopo la trasvolata a Wimbledon, non sono risultati ottenuti per caso. Berrettini può raggiungere un’altra finale Slam, e perché no vincerla. Intanto il premio ha la luccicante sembianza delle finalissime torinesi: in attesa di conoscere gli ultimi due qualificati, di capire se Jannik Sinner riuscirà a infilarsi nell’ultimo pertugio, insieme a quelle di Novak Djokovic, Daniil Medvedev, Stefanos Tsitsipas, Sascha Zverev e Andrey Rublev la foto da copertina è quella di Matteo, tra i più esimi protagonisti dell’incredibile anno in via di conclusione per lo sport azzurro.

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Lo sfogo di Holger Rune: “Con il ranking normale sarei n. 62”

“Sono stanco e arrabbiato” scrive su Instagram il classe 2003 danese

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Holger Rune - US Open 2021 (foto Twitter @USOpen)

Un anno fa si trovava oltre la cinquecentesima posizione ATP, ora occupa la numero 123. Un salto fenomenale, arricchito dalla giovane età. Parliamo naturalmente di Holger Vitus Nodskov Rune, diciotto anni compiuti lo scorso aprile che ha già dato prova del suo valore e del suo potenziale anche nel circuito maggiore. Holger forse non ha le idee chiarissime sul cibo, visto che dichiara come piatto preferito gli inesistenti spaghetti alla bolognese – non è che basti incollare un cono sulla fronte di un cavallo per rendere reali gli unicorni –, ma dà l’impressione di sapere bene dove vuole arrivare e di impegnarsi al massimo per farcela. Nella strada verso la vetta, tuttavia, non si è ritrovato a lottare solamente contro gli avversari, bensì anche il cosiddetto ranking “congelato” si è messo di traverso. Ecco allora che Rune ha affidato a una storia di Instagram il suo sfogo.

“Ragazzi, sapete che sono un uomo che lavora sodo e di solito non mi lamento. Quest’anno ho lottato duramente per raggiungere i miei obiettivo e diventare un top 100. L’ATP ha ripetutamente reso le cose difficili per me e per altri giovani emergenti perché ha congelato il ranking dal 2019; ciò significa che ci sono giocatori che hanno ancora punti ottenuti nel 2019, non importa cosa abbiano fatto nel 2020 e nel 2021. Con il ranking normale di due anni fa, sarei n. 62 e non 124. È importante? Sì, quando sei ambizioso e perseverante importa per avere un riconoscimento. Con quella classifica potrei partecipare a tornei di livello più alto e sentirei che il mio impegno è ricompensato. Adesso mi sento stanco e arrabbiato perché penso che il sistema sia ingiusto. Amo giocare, ma dobbiamo competere alle stesse condizioni.”

Sul metodo scelto dall’ATP per far fronte alle conseguenze della pandemia (stop del Tour, tornei cancellati o rinviati, difficoltà a viaggiare) si sono spese migliaia di parole nell’ultimo anno e mezzo. Da una parte, qualcosa doveva necessariamente essere modificato; dall’altra si sarebbe potuto trovare un sistema migliore per evitare stravolgimenti insensati senza al contempo penalizzare i giovani in rampa di lancio e, in generale, tutti coloro che lottano ottenendo risultati per uscire dalle zone meno nobili della classifica.

 

Non abbiamo controllato se Rune sarebbe davvero n. 62, anche perché ha senso fino a un certo punto chiedersi come sarebbe qualcosa se si giocasse con regole diverse. Di sicuro, però, a sole quattro settimane dal termine della regular season, vale a dire quando Ranking e Race “normalmente” finiscono per coincidere, quel numero 70 nella corsa a Torino occupato da Holger cozza con la sua classifica. Uno sfogo più che comprensibile, quindi, senza considerare che, oltre ad accesso a tornei più importanti (tra poco si faranno i conti per le entry list dell’Australian Open) e al vedere riconosciuto impegno e risultati, ci sono i soldi degli sponsor con i bonus legati al ranking.

Lo stesso discorso vale, tra gli altri, per Lorenzo Musetti (n. 69 ATP, 45° della Race) e Cameron Norrie. Il suo coach Facundo Lugones crede che “se non fosse per il ranking congelato, sarebbe già un top ten”. Il sorprendente vincitore di Indian Wells, freschissimo n. 16, per ora deve accontentarsi di essere decimo nella Race.

Tornando a Rune e alle sue giuste rimostranze, non dimentichiamo che quest’anno è stato omaggiato di ben nove wild card che hanno in parte contribuito alla sua ascesa: forse qualche suo collega non avrebbe disdegnato beneficiare delle stesse condizioni offerte al giovane danese.

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Verdasco tra futuro e ricordi: “Dopo la partita con Nadal in Australia non riuscivo nemmeno a camminare”

Il mancino spagnolo non ha rimpianti: “Ho sempre fatto le cose nel modo in cui pensavo di doverle fare. Anche Rafa, Federer o Djokovic avrebbero potuto vincere di più”

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Fernando Verdasco - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

L’anno tennistico di Fernando Verdasco, con due vittorie e otto sconfitte a livello ATP, non è stato ricco di soddisfazioni come forse lui si sarebbe augurato ma alla fine si concluderà con un ruolo importante che delinea chiaramente quale sarà la strada del 37enne una volta appesa la racchetta al chiodo. Recentemente infatti è stato nominato direttore delle finali di Coppa Davis e pochi giorni fa è stato intervistato in esclusiva dal sito puntodebreak ripercorrendo gran parte della sua carriera. Partendo dalla fine ha ammesso che “dopo l’operazione al ginocchio [novembre 2020] mi è stato detto che sarei stato pronto in quattro mesi, ma mi ha dato molto più fastidio. Poi mi è successo l’infortunio al gomito e ho dovuto sottopormi di nuovo a un intervento chirurgico, quindi con questa situazione non ho potuto fare molto. È chiaro che è difficile uscire dalla top 100 dopo quasi 18 anni. A 37 anni non fa bene avere due operazioni nella stessa stagione, anche se nessuna è stata grave, ma questo ti lascia con pochissimo ritmo e fiducia in partita. In questo momento non ho altra scelta che giocare i tornei che la mia classifica mi permette”.

In molti potrebbero chiedersi chi glielo fa fare a mettersi in gioco nel circuito Challenger ma lui risponde così. “Data la mia situazione, la mia età e la mia carriera, è una situazione complicata. Ma mi piace molto giocare a tennis, anche se sono tempi difficili, sto facendo tutto il possibile per tornare. Non ti sto dicendo di tornare di nuovo tra i primi 10, ma sto cercando di recuperare quel livello di gioco degli altri anni, pur sapendo che dopo ci saranno settimane in cui giocherai meglio e altre peggio”.

SUL DOLORE – È inevitabile che il discorso ben presto abbia iniziato a rivolgersi agli anni d’oro della carriera del mancino spagnolo e anche qui gli infortuni entrano in causa. “Nel 2011 sono arrivato tra i primi 15 però ho iniziato a soffrire di problemi al ginocchio sinistro, che mi ha impedito di partecipare a tanti buoni tornei come nel 2009 e nel 2010. La gente non ci crede quando lo racconto, ma la partita contro Rafa in Australia nel 2009 l’ho giocata con uno strappo al peroneo della caviglia, cosa che mi trascinavo dalla partita con Murray nei quarti di finale. […] Come ci sono riuscito? Per l’adrenalina, l’emozione di essere per la prima volta in un una semifinale Slam, anche contro Nadal che a quel tempo era il numero 1. Il pubblico, l’atmosfera, tutto quello che ho sentito… anche se niente di tutto questo mi ha tolto il dolore, soprattutto all’inizio, ma una volta caldo era come se non avessi nulla. Dopo la partita non ho lasciato l’Australia per due giorni perché non riuscivo nemmeno a camminare, infatti mi sono perso la sfida di Coppa Davis che si è giocata poi contro la Serbia. Non ho iniziato ad allenarmi fino a una settimana prima di Indian Wells, dove ho perso nei quarti di finale contro Federer. Ero 5-4 e servizio”.

SI POTEVA DI PIÙ? – Con sette finali vinte e 16 perse è inevitabile che Verdasco venga visto un po’ come tennista incompiuto, non in grado di sfruttare al massimo il suo potenziale. Ma anche qui lui la vede diversamente. “Tutti possono dare di più, si parla sempre di possibilità di aver vinto più titoli o di essere tra i primi 10 per più anni. Chi vince cinque Slam, chiede perché non ne ha vinti quindici. Quanti giocatori rendono tutto perfetto dalla nascita alla morte? Nessuno, siamo esseri umani, non siamo macchine. Avrei potuto dare di più? Sì. Anche Feliciano avrebbe potuto dare di più? Sì. Ma la verità è che anche un Nadal, un Federer o un Djokovic avrebbero potuto fare di più a un certo punto… Nessuno lo sa. Se Nadal avesse fatto qualcosa di meglio nella sua carriera, ora avrebbe conquistato 25 Grand Slam? Criticare è sempre molto facile, ma io sono molto in pace con la mia carriera. Ho sempre fatto le cose nel modo in cui pensavo di doverle fare in quel determinato momento, poi impari e vedi se ci sei riuscito o meno. […] Ho avuto una carriera ventennale. Sono il terzo giocatore della storia con il maggior numero di Slam giocati di fila, che riflette una certa continuità; penso che siano numeri molto buoni. Che poi sia stato più o meno stabile è un’altra cosa. Poteva andare meglio, sì, ma poteva anche andare peggio“.

 

DA RAFA A DUDI – Una piccola rivincita su Rafa, Fernando se la prese nel 2016 proprio in Australia ma anche lì in un certo senso rimase con l’amaro in bocca. “Nel 2016 l’ho battuto al primo turno in Australia e ho perso al secondo turno con Dudi Sela, ma non credo di averla persa per via della pressione di aver battuto Rafa; quello che è successo è che fisicamente ero abbastanza stanco dopo altri cinque set, sia mentalmente che fisicamente. La logica dice che se batto Nadal, devo battere Sela… ma anche Dudi Sela gioca molto bene a tennis, quindi se non giochi bene perderai. Tutte le sconfitte fanno male, indipendentemente dall’avversario. Fanno più male a seconda del round o delle circostanze della partita”.

La voglia di continuare a competere è ancora ben presente in Verdasco e dunque la data del ritiro non è stata ancora fissata, tuttavia il pensiero c’è e anche lui ne è consapevole. “Sono realista, ho quasi 38 anni, so che la mia carriera non sarà eterna. Non so se continuerò ancora un anno, due o tre da professionista. Per ora questa esperienza da capitano sarà bellissima per il futuro”.

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