Santopadre e il futuro di Berrettini: “Intanto la top 30. Poi vediamo”

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Santopadre e il futuro di Berrettini: “Intanto la top 30. Poi vediamo”

Esclusiva con il coach del più giovane italiano in top 100. “Un anno oltre le aspettative. Giocare sul cemento ha pagato. L’importante è che Matteo continui a crescere”

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Ad inizio novembre, a Milano, Vincenzo Santopadre è stato il principale relatore della prima giornata dell’International Tennis Symposium. Argomento: la sua esperienza come coach di Matteo Berrettini, tra racconti ed aneddoti, domande e risposte con i corsisti ed esercitazioni sul campo. Un intervento durante il quale è stato facile percepire tutta la passione per il tennis del 47enne allenatore romano e la professionalità, l’attenzione e l’entusiasmo con i quali affronta questa sua “seconda vita” tennistica dopo la lunga carriera agonistica che lo ha visto raggiungere il best ranking di n. 100 ATP. E proprio di cosa possiamo aspettarci dal miglior under 23 italiano – che ha concluso la stagione a ridosso dei top 50 (n. 54) e si è laureato campione d’Italia con il Circolo Canottieri Aniene – abbiamo parlato con Vincenzo al termine del suo intervento.

È arrivato il momento dei bilanci. Matteo in questa stagione è diventano un top 100 in pianta stabile, ha vinto a Gstaad il suo primo torneo ATP e dalla seconda metà dell’anno gioca stabilmente nel circuito maggiore. Qual è il tuo bilancio della stagione in qualità di suo allenatore?
Direi di partire da quelli che erano gli obiettivi, che erano quelli di giocare il maggior numero possibile di partite a livello ATP. All’inizio dell’anno non sapevamo quante ne avrebbe potute giocare: la sua classifica era attorno alla 130esima posizione all’inizio dello scorso anno, se ricordo bene (ricorda benissimo: era proprio n. 130 lunedì 8 gennaio, ndr). Quindi bisognava sempre passare per le qualificazioni, c’era da sperare che grazie ai progressi fatti sarebbe salito in classifica. E di conseguenza avrebbe avuto modo di confrontarsi con i più bravi. Devo dire che è andata bene. Ha superato subito le qualificazioni a Doha e quindi in tutto l’anno ha potuto giocare partite di livello alto. Considera che in tutto l’anno ha giocato solo tre Challenger, tra i quali quello di Irving che – giocandosi a cavallo tra i due Masters 1000 statunitensi – di fatto come livello può essere paragonato ad un ATP 250. Per cui, ecco, tra singolo e doppio ha fatto sessanta e passa partite (per la precisione, tra Circuito ATP e Challenger 64: di cui 52 in singolare, con 31 vittorie e 21 sconfitte, ndr) tutto di livello, secondo me, molto, molto alto. Che lo hanno aiutato in quel percorso di crescita a lungo termine a cui ho fatto riferimento oggi nel mio intervento al Simposio. Quindi il mio obiettivo quest’anno era quello di portare avanti questo percorso di crescita, sperando di fare questo tipo di esperienze. È andata bene: ne ha fatte tantissime e anche con ottimi risultati. È stato perciò un’annata molto soddisfacente. Anche perché ci sono state per lui tante nuove esperienze: la prima volta in Australia, la prima volta in un tabellone Slam, la prima volta in Coppa Davis, la prima vittoria in uno Slam, la vittoria di un torneo ATP 250, in singolo e anche in doppio. Insomma, ha dovuto affrontare e gestire tutte queste situazioni nuove, e credo lo abbia fatto anche molto bene. Ed è un qualcosa di cui beneficerà, a mio avviso, negli anni a venire. Perché quando affronti una situazione la prima volta devi adattarti, ti trovi un po’ a disagio. Ma poi la volta dopo l’affronti meglio, è qualcosa che già conosci. In quest’ottica, ad esempio, siamo andati a Shanghai quest’anno. Un po’ una forzatura, perché non era previsto. Ma è stato un investimento per il prossimo anno: così lui ha conosciuto il posto, l’ambiente, ci hai giocato. Sono tutte cose che ti aiutano nell’evoluzione e nella crescita.

Ecco, hai fatto riferimento poco fa a quel piano a lungo termine di cui hai parlato anche nel tuo intervento al Simposio. In cui hai fatto riferimento alla “costruzione” non solo del giocatore, ma anche della persona Matteo Berrettini. Se torniamo indietro all’inizio, possiamo dire che in questo momento sei nel punto in cui idealmente – magari ottimisticamente – pensavi saresti arrivato?
L’obiettivo era crescere, crescere, continuare a crescere. Senza pensare tanto a dove sono o non sono. Ovviamente siamo ad un ottimo punto. Negli ultimi due anni Matteo ha ottenuto miglioramenti incredibili, sotto tanti punti di vista. Perciò sì, se ci fossimo posti questo tipo obiettivo, sarebbe stato quello ideale. In realtà, noi abbiamo messo un mattoncino alla volta. Detto questo, ora c’è da insistere, da andare avanti. Questi risultati possono essere lo sprone per dire “ok, allora sto facendo un buon lavoro”, perché effettivamente se ne vedono i frutti.

 

Parlando proprio dell’andare avanti, qual è l’approccio nella definizione e gestione degli obiettivi in questo percorso con Matteo?
A me piacciono gli obiettivi raggiungibili, quelli ideali non molto. Certo, il sogno era quello che si è avverato, che Matteo diventasse un giocatore a tutti gli effetti. Ma devi rapportarti sempre con le realtà. E la realtà dice che devi impegnarti giorno dopo giorno, per cercare di raggiungere quel sogno, quell’obiettivo ideale. Ma senza star troppo a fantasticare. A me piace di più il lavoro quotidiano e non mi pongo limiti. Perché se poi mi pongo un obiettivo numerico diventa difficile. Quest’anno, ad esempio, c’eravamo dati un obiettivo numerico, pur – ripeto – non piacendomi come approccio: era quello di giocare una quindicina di partite di livello ATP. Lo abbiamo raggiunto, ma se non fosse accaduto? Metti caso un infortunio, o che avesse cominciato male la stagione… Di conseguenza tutto sarebbe stato più difficile e ci saremmo dovuti adeguare. Per questo io preferisco parlare di obiettivi in termini di crescita: della persona e del giocatore. Guardando sempre quello che sta succedendo in modo di cercare di capire cosa c’è da migliorare. Chiaro che il progetto a lungo termine era ambizioso. Facevamo determinate cose oggi per essere più forti domani. Quando a 19 anni ho programmato che giocasse i due terzi dei tornei sul duro era perché sviluppasse un atteggiamento diverso nei colpi di inizio gioco per il futuro. Matteo nasce giocatore da terra rossa, si trovava molto più a suo agio sulla terra. Lui ha capito ed ha accettato questa programmazione. Questo è stato fatto in previsione futura, perché se io avessi voluto raggiungere un obiettivo numerico di classifica avrei dovuto farlo giocare sulla terra. E invece abbiamo condiviso un programma ambizioso e scomodo: perché avrebbe potuto giocare i Challenger sulla terra in Italia e ad avere una classifica migliore.

Una scelta che ha pagato: Matteo Berrettini è ritenuto da tanti il primo tennista italiano con le caratteristiche del tennista “moderno”.
È andata bene, diciamo che è importante essere convinto e spiegare e condividere bene i motivi della scelta. Certo, ora tutti noi diciamo che ha pagato perché Matteo ha una buona classifica. Però secondo me era ed è comunque il modo giusto di agire se hai un progetto ambizioso. Senza star lì a fissarti troppo sull’obiettivo e darti troppa pressione, ma ragionando in termini di crescita. Poi chiaro che devi guardare quelle che fai. Vedi che sei migliorato nell’atteggiamento in campo, vedi che sei migliorato nella risposta, vedi che giocare sul cemento diventa quasi normale. Matteo è stato bravo a sposare questo progetto. Non è da tutti.

Quali sono gli ambiti di miglioramento di Matteo e su cosa state lavorando in funzione della prossima stagione?
Secondo me, stiamo parlando di un giocatore ormai praticamente formato. In lui si riconosce la determinazione e l’impegno e in questo senso può migliorare nel fatto che quando i risultati non sono proporzionali all’impegno, deve essere un po’ più benevolo con se stesso. L’essere volenteroso ed ambizioso, c’è da stare attenti che non diventi un boomerang… Qualche volta è capitato che lui sapesse cosa fare in campo, ma faticasse a metterlo in pratica. Ecco, in quei casi tende a prendersela con se stesso, con conseguente ulteriore calo della performance. Da questo punto di vista è già cresciuto ma può crescere ancora. Come anche nella gestione delle energie in campo, soprattutto mentali. Matteo è uno che pensa in campo e io gli chiedo di spendere energie in questo senso. Ma deve imparare a gestirle e ad essere talvolta anche più “leggero”. Ha una carriera lunga davanti, tanti anni in cui giochi da gennaio a novembre, e devi essere bravo a gestire questo aspetto. Come dicevo stamattina nel mio intervento al Simposio, lui è molto ricettivo e curioso, ha voglia di apprendere e sa ascoltare tanto. Si fida ma chiede, vuole capire. Tutto questo è la sua forza. Oltre a quanto abbiamo appena detto, dal punto di vista tattico un ambito di miglioramento è sicuramente quello di cercare di prender un po’ di più la rete, accentuare l’aggressività col dritto e lavorare in tal senso anche con la seconda palla di servizio. Ti anticipo quelli che sono gli obiettivi che ci siamo dati per le prossime sette settimane di allenamento, per la preparazione. Come anche migliorare l’imprevedibilità della prima di servizio, migliorare i tempi di reattività in risposta, migliorare l’anticipazione della rotazione del tronco sul rovescio, il gioco in verticale con lo schema dritto/volée.

Sempre parlando in previsione del 2019, ci hai detto che non ami gli obiettivi numerici, ma a ridosso della top 50 magari qualche pensierino in termini di classifica l’avete fatto.
Guarda, quando abbiamo fatto la riunione con tutto lo staff, manager compreso, per la pianificazione del 2019, abbiamo declinato gli obiettivi tecnico-tattici definiti insieme a Umberto Rianna. In questo momento non ci siamo dati obiettivi di classifica e risultati, li ritengo poco utili. Prima che inizino i tornei ci ritroveremo e, non so, se facendo il punto della situazione magari ci daremo anche degli obiettivi numerici. Io continuo ad essere reticente su questo.

Quindi, niente, non si è parlato di top 10, di top 20, di top 30…
Top 10 credo sia difficile. Matteo è un ragazzo eccezionale sotto tanti punti di vista. Ma per arrivare tra i primi dieci devi essere un fenomeno. Per cui è complicato. Poi, ti dico, magari strada facendo scopriremo che la top 10 è fattibile. C’è da dire che Matteo è un ragazzo che fa dei miglioramenti continui e costanti. Magari ci ritroviamo a fare questa stessa chiacchierata tra sei mesi e ti dirò: sai che c’è? Questo ragazzo vedo che continua a crescere, continua a migliorare… Quindi in questo momento non ti dico top 10, ma se parliamo di top 30 ti dico di sì. Poi, sia chiaro, ci vuole anche un po‘ di fortuna.

L’ultima domanda è su di te. Quando hai iniziato, smessi i panni del giocatore professionista, non eri certissimo di voler fare l’allenatore. Ti sei trovato in questa avventura, che è diventata bellissima. Ora? È questo quello che Vincenzo Santopadre vuole fare da grande?
Il mio lavoro in questi anni è cambiato. Ho avuto la fortuna di lavorare in un posto che mi ha permesso di fare questo lavoro e me lo ha reso semplice. Mi ha spronato ad andare avanti in quello che stavamo facendo. Non è da tutti: non so come sarebbe andata se mi fossi trovato in un contesto in cui invece mi sarei dovuto scontrare per portare avanti questo tipo di lavoro. Il mio obiettivo è sempre quello di mettere i ragazzi al centro del progetto, vedere le loro esigenze: l’allenatore deve essere un supporto. Detto questo, ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace moltissimo. A me basta che ci sia una palla ed una racchetta e son contento. E non ti nego che è uno stimolo, quando vedi che quello che fai con passione e con facilità ti dà ottimi risultati. Come per i ragazzi, è uno stimolo, a mio avviso, anche per l’allenatore: perché vuol dire che quello che stai facendo lo stai facendo bene. E di conseguenza diventa più semplice scegliere e decidere. Ad esempio, per me quest’anno è stato così. Poi in questi otto anni, in realtà, venendo incontro – come dicevo – alle sue esigenze, di fatto ho guardato anche a me stesso. Perché se non mi andava, di certo non lo avrei fatto. Ho trovato un ragazzo con cui mi va di farlo, mi riesce facile farlo e quindi mi rende più semplice anche fare dei sacrifici, delle rinunce, come può essere lo stare lontano dai figli. Sicuramente alla fine di questa stagione ho messo anche Vincenzo e questi aspetti sul piatto della bilancia. Cercando di trovare una soluzione. E l’ho trovata: a Doha, per la preparazione, mio figlio verrà con noi. Dico sempre a Matteo che lui deve essere egoista come giocatore e pensare ai suoi interessi, ed anch’io come coach lo devo essere. Devo essere, come dire, egoisticamente altruista. Perché se sono sereno, se so che ho del tempo per stare con mio figlio, io riesco a stare bene e riesco a dare il meglio per Matteo.

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Berrettini: “Top ten e semi Slam miei obiettivi? Se negassi sarei un bugiardo”

HALLE – I due azzurri in esclusiva. Seppi: “Voglio vincere molto fino a Wimbledon, dopo mi fermo per l’anca”. Berrettini: “Tribune deserte? Federer è il tennis”

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Matteo Berrettini

dal nostro inviato ad Halle

C’è ancora molta luce ad Halle. Nella Renania settentrionale a giugno il sole tramonta tardissimo e il cielo azzurro chiaro sopra il Gerry Weber Sport Park sembra sapere che tra due giorni l’Italia, un tempo estranea al tennis su erba, ora piazzerà ai quarti del 500 tedesco un suo giocatore. Prepariamoci al derby Seppi-Berrettini, di fatto la rivincita dello scorso anno, quando qui al primo turno l’esperto Andreas vinse nettamente (6-3 7-5) contro un acerbo – almeno per l’erba – Matteo.

Raggiungiamo il trentacinquenne di Caldaro al termine del match di Berrettini, davanti al vialetto che porta allo Sport Park Hotel, l’albergo dei giocatori inaccessibile per i giornalisti. Il diligente Seppi, infatti, ci aveva fatto attendere un buon quarto d’ora nella mixed zone assieme a Fabienne Benoit, la responsabile ATP per le interviste su richiesta. Le avevamo chiesto in mattinata di parlare con entrambi gli azzurri, ottenendo un pronto ok. Ora però aspettare Andreas significava perdersi l’esordio di Berrettini, così accorriamo sul quasi deserto Campo 1 (a fianco giocava Federer…) prima di essere riconvocati via mail davanti al Players Hotel (permetteteci il neologismo) per intervistare prima un azzurro e poi, a ruota, l’altro.

 

Subito per Seppi un commento sul clima torrido del suo match: “Credo che il gran caldo, del tutto insolito qui, in qualche modo mi ha dato una mano, perché Moraing serviva molto bene e la terra calda ha rallentato le sue battute”. Gli domandiamo quali obiettivi si pone da qui ai Championships: “M’interessa vincere più match possibili sull’erba, anche perché dopo Wimbledon mi fermo per 6-7 settimane per un’infiltrazione all’anca. Ritornerò sul cemento ma farò solo Winstom Salem prima degli US Open. Sul finire della stagione non ho molti punti da difendere, dunque metterne insieme un po’ mi darebbe del margine in vista dell’inizio della prossima stagione, dove invece quest’anno ho fatto molto bene”.

Il suo prossimo avversario è dunque Berrettini, nella rivincita del derby l’anno scorso a senso unico per Seppi: “Allora Matteo ancora faticava, era al debutto sull’erba. Ora con la vittoria a Stoccarda non subisce un break da sei partite e sarebbe anche ora di togliergli il servizio… Adesso sta maturando su tutte le superfici, ha potenzialità e un tennis moderno, in regola sia per entrare nei primi 10 sia per una semifinale Slam, anche se per risultati così bisogna mettere insieme diversi fattori”.  

Ringraziamo Seppi e intanto Berrettini si è liberato delle TV e ci viene incontro. Per caricare il derby azzurro in terra teutonica non esitiamo a spifferargli quanto appena sentito: “Andreas ci ha detto che hai tutto per arrivare un giorno in top ten o a una semifinale Slam, ma poi ha aggiunto: ‘La striscia senza break subiti di Matteo continua, è ora che qualcuno la arresti!’. Che gli rispondi?”. Da consumato attore di Cinecittà, il romano non tradisce nemmeno con gli occhi alcun sorriso e ribatte: “Sai, certe frasi non le posso dire davanti a un microfono… Scherzi a parte, sono davvero felice e lusingato dei complimenti di un giocatore come Andreas, sul circuito da una vita. Con lui poi siamo molto amici, prima gli ho detto ‘l’anno scorso mi hai preso a pallate, ora c’è la rivincita’. Quanto a me, cerco di pensare partita per partita, mi fa strano essere n.22 del mondo, ma se ti dicessi che la top ten e una semifinale di un Major non sono tra i miei obiettivi sarei un gran bugiardo“. Niente male.

Del resto né la vittoria di domenica a Stoccarda né il campo 1 con neanche 150 spettatori l’hanno scalfito: “Altro che 150, erano molti meno! Del resto Federer è il tennis e al tennis sono abituato. Se c’è più gente ti diverti di più ma se fossimo stati solo io e il mio allenatore sarebbe stato uguale. A Stoccarda la palla mi sembrava viaggiasse di più, qui l’erba è diversa e dopo il rimbalzo la palla si alza di più. È sempre dura venire da un torneo vinto, con diverse condizioni, ma dico la verità, non mi aspettavo di trovarmi da subito così bene qui, sono sorpreso di come mi sono adattato. Bene così”. Bene così davvero, Matteo, in bocca al lupo per tutto, ragazzo, ma occhio ai vecchietti attorno a Bolzano…  

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Tsitsipas scuote i coetanei: “Contro i campioni ci vuole responsabilità”

LONDRA – La ricetta del ventenne greco per spezzare il dominio dei Fab Four a Wimbledon? Il carattere. Kyrgios non concorda, mentre Medvedev svela: “Da bambino odiavo Federer”

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Stefanos Tsitsipas - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

dal nostro inviato a Londra

La prima al Queen’s Club, per giunta da favorito numero uno, obbliga Stefanos Tsitsipas a confrontarsi se non con le aspettative dei campioni almeno con le loro ingombranti ombre.

Parlando di Wimbledon, al quale mancano ormai poche settimane, al greco è stato chiesto se si ritenga un candidato a spezzare l’egemonia dei Fab Four, che dura ormai da 16 anni (l’ultimo al di fuori del quartetto a vincere all’All England Club fu Lleyton Hewitt nel 2002). “Vorrei vedere qualcosa di diverso quest’anno, a essere onesto” ha risposto lui. “Spero di essere io, ma in generale penso che farebbe bene allo sport avere finalmente un po’ di varietà. È noioso veder vincere sempre gli stessi”.

 

Alla dichiarazione iconoclasta è seguito un appello ai coetanei molto simile all’accusa lanciata da Parigi da Boris Becker, secondo il quale la striscia di successi dei soliti noti “non sia un complimento per nessuno sotto i 28 anni” e “obbliga a farsi domande sulla qualità e sull’atteggiamento di questi ragazzi”. “Noi della nuova generazione abbiamo la responsabilità”, sostiene Tsitsipas, “di lavorare duro e credere di poter tirare fuori qualcosa di nuovo per batterli. È una questione di carattere. Alcuni di noi però non vogliono prendersi questa responsabilità di andare in campo pensando: li batterò”.

Tsitsipas non fa nomi, ma è noto che tra lui e altri giovani del circuito c’è qualche attrito. E il giorno seguente, neanche a farlo apposta, la Interview Room del Queen’s Club ha accolto proprio Nick Kyrgios e Daniil Medvedev, i due che meno sopportano gli atteggiamenti da grande saggio del ventenne di Atene. Specialmente l’australiano non è certo il primo profilo a venire in mente quando si pensa all’eccessiva riverenza verso i campioni: a Roma, poco prima di farsi squalificare per il lancio di un tavolino, aveva sparato a zero su Nadal e Djokovic, definendo il primo “un pessimo perdente” e il secondo “falso” e “ossessionato dal piacere a tutti”.

Neppure stavolta la lingua di Kyrgios ha avuto freni: “Personalmente non porto loro rispetto, sono soltanto bravi a giocare a tennis. Non penso che nessuno batterà Rafa al Roland Garros, finché sarà in salute, è troppo duro fisicamente. E a Wimbledon sarà altrettanto difficile con Novak o Federer. Però non credo sia perché si porta loro troppo rispetto”. E perché allora? “Forse semplicemente i giovani non sono abbastanza forti da batterli sui cinque set”.

I big invece, vorranno a dargli una lezione quando lo incroceranno sul campo? La risposta di Nick è un’altra frecciatina: “Credo che Djokovic sarà motivato semplicemente a battermi almeno una volta…” In effetti gli scontri diretti dicono due a zero per la testa calda di Canberra, tra i pochissimi a vantare un record positivo sull’attuale numero uno del mondo (oltre a lui in attività c’è soltanto Ivo Karlovic). “In generale vorranno battermi come fanno sempre, non credo che prima dei miei commenti scendessero in campo contro di me pensando che non gli importava di vincere”.

La frase più forte sul tema la ha però pronunciata Medvedev, che pochi minuti dopo ha sostenuto di aver… odiato Federer. L’intento iniziale era probabilmente quello di prendersi anche un po’ gioco di Tsitsipas: “Ero d’accordo con lui quando ero più giovane, diciamo a 10 anni…” ha detto il russo sorridendo sotto i baffi. “A quell’età odiavo Federer, non ne potevo più di vederlo vincere. Tifavo per il suo avversario fin dal primo round, chiunque fosse.”

Dopo aver sottilmente dato del bambino al rivale, Medvedev ha risposto più seriamente: “Ora sono cresciuto, sono concentrato su me stesso. Se perdo al primo turno non mi importa se poi è Nadal, Roger o Novak che vince il titolo, sono soltanto arrabbiato per la sconfitta. Federer non lo ho ancora mai battuto, ma quando sono finalmente riuscito a battere Djokovic a Montecarlo non mi sono certo messo a gridare: sì, ce l’ho fatta, questa è la Next Generation!”

Per il Medvedev professionista, alle soglie della top 10, oggi i Fab Four sono più che altro un esempio e un enigma. “Tutti hanno alti e bassi, ma loro no. Non so come facciano ad essere così costanti, vorrei davvero scoprirlo. Per il resto spero che un giorno, semplicemente, inizieremo a batterli”. Che non porsi neppure il problema sia il modo migliore per risolverlo?

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Federer: “Ad Halle per vincere il decimo titolo, ma l’erba non perdona”

HALLE – Roger, tra pressione e fiducia, rincorre il record di Nadal e si dice soddisfatto del Roland Garros: “Ho perso dal migliore, non c’è disonore”. Martedì l’esordio nel torneo contro Millman (alle 17:30)

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Roger Federer - Halle 2019 (foto NOVENTI OPEN_HalleWestfalen)

da Halle, il nostro inviato

L’ATP 500 di Halle è ai nastri di partenza e da queste parti tutti gli sportivi sono da settimane in fibrillazione per l’arrivo del torneo di tennis più importante di tutta la Germania. Ha lo stesso status del 500 di Amburgo, ma precede Wimbledon mentre l’ex Super 9 terraiolo ora è disertato dai migliori giocatori. Tutto questo non basta: è il più importante di Germania soprattutto perché ad ogni stagione risponde presente Roger Federer, che quest’anno ha l’occasione di centrare il decimo successo su questi prati e in assoluto. Oltre ad Halle, solo la natìa Basilea è stata conquistata 9 volte dal Re svizzero, che sembra molto determinato a raggiungere Nadal come unici due giocatori dell’Era Open a vincere lo stesso torneo almeno 10 volte (anche se qui Rafa può vantare un dominio incontrastato, coi suoi 12 Roland Garros, 11 Montecarlo e 11 Barcellona).

Insomma, con buona pace dell’astro nascente Sascha Zverev, qui la gente ha occhi solo per Roger (del resto, dove non è così?). Normale quindi che la conferenza stampa di Federer fosse il piatto forte del “Super-Media-Sunday”, che ha caratterizzato la domenica precedente l’inizio del torneo. Il fresco semifinalista di Parigi si è presentato sorridente alle 9,30 di mattina, con la sua felpa bianco panna con strisce ed etichette rosse, a richiamare i colori della sua Svizzera ma, in primis, a mostrare uno dei prodotti Uniqlo di cui Roger è il più noto testimonial.  

 

Federer è troppo navigato per esordire con le frasi di rito e preferisce spiegare il suo (davvero) familiare rapporto con Halle più tardi. Prima due parole su come si sente all’esordio sull’erba: “La pressione è alta anche per me, l’erba non ti perdona, perdere un attimo la concentrazione può costarti il set. Lo ammetto, sono qui solo per vincere. Sto bene, pieno di energia e conquistare il decimo Halle sarebbe per me davvero speciale, non ho mai vinto un torneo 10 volte”.

Gli viene chiesto un bilancio del suo ritorno al Roland Garros: “Sono stato molto soddisfatto, ho raggiunto la semifinale, dove ho perso dal migliore di sempre sulla terra, non c’è disonore in questo. Il vento durante del match era difficile da gestire, ma questo l’ha reso epico. Sulla terra Rafa sa sempre che ha molte opzioni, è la stessa cosa che vale per me sull’erba, posso giocare da fondo, fare serve&volley, spezzare il ritmo con palle corte… quando hai molte opzioni puoi adattarti a molti avversari e il tuo margine è più alto”. Due parole sul suo avversario al primo turno (domani, quarto match sullo Stadion, non prima delle 17.30), quel John Millman che lo eliminò a sorpresa dagli ultimi US Open: “Devo essere attento dal primo quindici. Millman non ti regala mai nessun punto, è un esordio abbastanza duro ma in fondo è meglio così”.

Ora sì che Roger può parlare del suo feudo della Vestfalia: “Con il mio ritorno sulla terra battuta, quest’anno il tempo per prepararmi all’erba è stato molto meno, ma ad Halle vengo sempre volentieri, qui mi sento a casa, coi tifosi e gli organizzatore siamo quasi una famiglia”.

Sembrano parole eccessive, più di facciata che autentiche, ma poi Federer toglie ogni dubbio: “Quando ho saputo che con lo sponsor c’erano problemi, sono corso dalla famiglia Weber (il torneo si chiama infatti Gerry Weber Open, dal nome del ricco manager cui la piccola Halle – 21.000 abitanti – deve il privilegio di essere la sede del più quotato torneo ATP tedesco, ora diretto dal figlio Ralf, nda) per sapere se potevo fare qualcosa, poi è arrivato Noventi, ma parlerò con Ralf per cercare altre possibili collaborazioni future. Il rapporto con i tifoso è ottimo anche perché vengo dalla svizzera tedesca e parlare la loro lingua mi permette d’integrarmi al meglio. Qui poi anche la mia famiglia viene sempre molto volentieri. Capita nel momento perfetto, tra due appuntamenti in due grandi città come Parigi e Londra: godersi la tranquillità e i panorami che ci sono qui è quello che ci vuole prima di ritornare in una metropoli”.  

Il legame di Federer con Halle è dettato in primis da un contratto ricchissimo che ne assicura la presenza: ha esordito nel 2000, vincendo per la prima volta nel 2003 contro Nicolas Kiefer e da allora ha mancato l’appuntamento solo nel 2007, 2009 e 2011. Quest’anno è alla 17esima partecipazione, che potrebbe valere il 102esimo titolo della carriera.

Difficile che sia andata così, ma la battuta con cui Roger esalta la particolarità forse più distintiva del torneo ci autorizza a pensare che sia dovuta ad essa la scelta del verde della Foresta di Teutoburgo per prepararsi a Wimbledon: Dove altro potete trovare una stanza d’albergo con questa vista? È bellissimo, posso guardare i miei amici e i miei avversari dal balcone!”. Ed è davvero così, ad Halle infatti l’hotel dei giocatori è ubicato all’interno dell’impianto.

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