Santopadre e il futuro di Berrettini: “Intanto la top 30. Poi vediamo”

Interviste

Santopadre e il futuro di Berrettini: “Intanto la top 30. Poi vediamo”

Esclusiva con il coach del più giovane italiano in top 100. “Un anno oltre le aspettative. Giocare sul cemento ha pagato. L’importante è che Matteo continui a crescere”

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Ad inizio novembre, a Milano, Vincenzo Santopadre è stato il principale relatore della prima giornata dell’International Tennis Symposium. Argomento: la sua esperienza come coach di Matteo Berrettini, tra racconti ed aneddoti, domande e risposte con i corsisti ed esercitazioni sul campo. Un intervento durante il quale è stato facile percepire tutta la passione per il tennis del 47enne allenatore romano e la professionalità, l’attenzione e l’entusiasmo con i quali affronta questa sua “seconda vita” tennistica dopo la lunga carriera agonistica che lo ha visto raggiungere il best ranking di n. 100 ATP. E proprio di cosa possiamo aspettarci dal miglior under 23 italiano – che ha concluso la stagione a ridosso dei top 50 (n. 54) e si è laureato campione d’Italia con il Circolo Canottieri Aniene – abbiamo parlato con Vincenzo al termine del suo intervento.

È arrivato il momento dei bilanci. Matteo in questa stagione è diventano un top 100 in pianta stabile, ha vinto a Gstaad il suo primo torneo ATP e dalla seconda metà dell’anno gioca stabilmente nel circuito maggiore. Qual è il tuo bilancio della stagione in qualità di suo allenatore?
Direi di partire da quelli che erano gli obiettivi, che erano quelli di giocare il maggior numero possibile di partite a livello ATP. All’inizio dell’anno non sapevamo quante ne avrebbe potute giocare: la sua classifica era attorno alla 130esima posizione all’inizio dello scorso anno, se ricordo bene (ricorda benissimo: era proprio n. 130 lunedì 8 gennaio, ndr). Quindi bisognava sempre passare per le qualificazioni, c’era da sperare che grazie ai progressi fatti sarebbe salito in classifica. E di conseguenza avrebbe avuto modo di confrontarsi con i più bravi. Devo dire che è andata bene. Ha superato subito le qualificazioni a Doha e quindi in tutto l’anno ha potuto giocare partite di livello alto. Considera che in tutto l’anno ha giocato solo tre Challenger, tra i quali quello di Irving che – giocandosi a cavallo tra i due Masters 1000 statunitensi – di fatto come livello può essere paragonato ad un ATP 250. Per cui, ecco, tra singolo e doppio ha fatto sessanta e passa partite (per la precisione, tra Circuito ATP e Challenger 64: di cui 52 in singolare, con 31 vittorie e 21 sconfitte, ndr) tutto di livello, secondo me, molto, molto alto. Che lo hanno aiutato in quel percorso di crescita a lungo termine a cui ho fatto riferimento oggi nel mio intervento al Simposio. Quindi il mio obiettivo quest’anno era quello di portare avanti questo percorso di crescita, sperando di fare questo tipo di esperienze. È andata bene: ne ha fatte tantissime e anche con ottimi risultati. È stato perciò un’annata molto soddisfacente. Anche perché ci sono state per lui tante nuove esperienze: la prima volta in Australia, la prima volta in un tabellone Slam, la prima volta in Coppa Davis, la prima vittoria in uno Slam, la vittoria di un torneo ATP 250, in singolo e anche in doppio. Insomma, ha dovuto affrontare e gestire tutte queste situazioni nuove, e credo lo abbia fatto anche molto bene. Ed è un qualcosa di cui beneficerà, a mio avviso, negli anni a venire. Perché quando affronti una situazione la prima volta devi adattarti, ti trovi un po’ a disagio. Ma poi la volta dopo l’affronti meglio, è qualcosa che già conosci. In quest’ottica, ad esempio, siamo andati a Shanghai quest’anno. Un po’ una forzatura, perché non era previsto. Ma è stato un investimento per il prossimo anno: così lui ha conosciuto il posto, l’ambiente, ci hai giocato. Sono tutte cose che ti aiutano nell’evoluzione e nella crescita.

Ecco, hai fatto riferimento poco fa a quel piano a lungo termine di cui hai parlato anche nel tuo intervento al Simposio. In cui hai fatto riferimento alla “costruzione” non solo del giocatore, ma anche della persona Matteo Berrettini. Se torniamo indietro all’inizio, possiamo dire che in questo momento sei nel punto in cui idealmente – magari ottimisticamente – pensavi saresti arrivato?
L’obiettivo era crescere, crescere, continuare a crescere. Senza pensare tanto a dove sono o non sono. Ovviamente siamo ad un ottimo punto. Negli ultimi due anni Matteo ha ottenuto miglioramenti incredibili, sotto tanti punti di vista. Perciò sì, se ci fossimo posti questo tipo obiettivo, sarebbe stato quello ideale. In realtà, noi abbiamo messo un mattoncino alla volta. Detto questo, ora c’è da insistere, da andare avanti. Questi risultati possono essere lo sprone per dire “ok, allora sto facendo un buon lavoro”, perché effettivamente se ne vedono i frutti.

 

Parlando proprio dell’andare avanti, qual è l’approccio nella definizione e gestione degli obiettivi in questo percorso con Matteo?
A me piacciono gli obiettivi raggiungibili, quelli ideali non molto. Certo, il sogno era quello che si è avverato, che Matteo diventasse un giocatore a tutti gli effetti. Ma devi rapportarti sempre con le realtà. E la realtà dice che devi impegnarti giorno dopo giorno, per cercare di raggiungere quel sogno, quell’obiettivo ideale. Ma senza star troppo a fantasticare. A me piace di più il lavoro quotidiano e non mi pongo limiti. Perché se poi mi pongo un obiettivo numerico diventa difficile. Quest’anno, ad esempio, c’eravamo dati un obiettivo numerico, pur – ripeto – non piacendomi come approccio: era quello di giocare una quindicina di partite di livello ATP. Lo abbiamo raggiunto, ma se non fosse accaduto? Metti caso un infortunio, o che avesse cominciato male la stagione… Di conseguenza tutto sarebbe stato più difficile e ci saremmo dovuti adeguare. Per questo io preferisco parlare di obiettivi in termini di crescita: della persona e del giocatore. Guardando sempre quello che sta succedendo in modo di cercare di capire cosa c’è da migliorare. Chiaro che il progetto a lungo termine era ambizioso. Facevamo determinate cose oggi per essere più forti domani. Quando a 19 anni ho programmato che giocasse i due terzi dei tornei sul duro era perché sviluppasse un atteggiamento diverso nei colpi di inizio gioco per il futuro. Matteo nasce giocatore da terra rossa, si trovava molto più a suo agio sulla terra. Lui ha capito ed ha accettato questa programmazione. Questo è stato fatto in previsione futura, perché se io avessi voluto raggiungere un obiettivo numerico di classifica avrei dovuto farlo giocare sulla terra. E invece abbiamo condiviso un programma ambizioso e scomodo: perché avrebbe potuto giocare i Challenger sulla terra in Italia e ad avere una classifica migliore.

Una scelta che ha pagato: Matteo Berrettini è ritenuto da tanti il primo tennista italiano con le caratteristiche del tennista “moderno”.
È andata bene, diciamo che è importante essere convinto e spiegare e condividere bene i motivi della scelta. Certo, ora tutti noi diciamo che ha pagato perché Matteo ha una buona classifica. Però secondo me era ed è comunque il modo giusto di agire se hai un progetto ambizioso. Senza star lì a fissarti troppo sull’obiettivo e darti troppa pressione, ma ragionando in termini di crescita. Poi chiaro che devi guardare quelle che fai. Vedi che sei migliorato nell’atteggiamento in campo, vedi che sei migliorato nella risposta, vedi che giocare sul cemento diventa quasi normale. Matteo è stato bravo a sposare questo progetto. Non è da tutti.

Quali sono gli ambiti di miglioramento di Matteo e su cosa state lavorando in funzione della prossima stagione?
Secondo me, stiamo parlando di un giocatore ormai praticamente formato. In lui si riconosce la determinazione e l’impegno e in questo senso può migliorare nel fatto che quando i risultati non sono proporzionali all’impegno, deve essere un po’ più benevolo con se stesso. L’essere volenteroso ed ambizioso, c’è da stare attenti che non diventi un boomerang… Qualche volta è capitato che lui sapesse cosa fare in campo, ma faticasse a metterlo in pratica. Ecco, in quei casi tende a prendersela con se stesso, con conseguente ulteriore calo della performance. Da questo punto di vista è già cresciuto ma può crescere ancora. Come anche nella gestione delle energie in campo, soprattutto mentali. Matteo è uno che pensa in campo e io gli chiedo di spendere energie in questo senso. Ma deve imparare a gestirle e ad essere talvolta anche più “leggero”. Ha una carriera lunga davanti, tanti anni in cui giochi da gennaio a novembre, e devi essere bravo a gestire questo aspetto. Come dicevo stamattina nel mio intervento al Simposio, lui è molto ricettivo e curioso, ha voglia di apprendere e sa ascoltare tanto. Si fida ma chiede, vuole capire. Tutto questo è la sua forza. Oltre a quanto abbiamo appena detto, dal punto di vista tattico un ambito di miglioramento è sicuramente quello di cercare di prender un po’ di più la rete, accentuare l’aggressività col dritto e lavorare in tal senso anche con la seconda palla di servizio. Ti anticipo quelli che sono gli obiettivi che ci siamo dati per le prossime sette settimane di allenamento, per la preparazione. Come anche migliorare l’imprevedibilità della prima di servizio, migliorare i tempi di reattività in risposta, migliorare l’anticipazione della rotazione del tronco sul rovescio, il gioco in verticale con lo schema dritto/volée.

Sempre parlando in previsione del 2019, ci hai detto che non ami gli obiettivi numerici, ma a ridosso della top 50 magari qualche pensierino in termini di classifica l’avete fatto.
Guarda, quando abbiamo fatto la riunione con tutto lo staff, manager compreso, per la pianificazione del 2019, abbiamo declinato gli obiettivi tecnico-tattici definiti insieme a Umberto Rianna. In questo momento non ci siamo dati obiettivi di classifica e risultati, li ritengo poco utili. Prima che inizino i tornei ci ritroveremo e, non so, se facendo il punto della situazione magari ci daremo anche degli obiettivi numerici. Io continuo ad essere reticente su questo.

Quindi, niente, non si è parlato di top 10, di top 20, di top 30…
Top 10 credo sia difficile. Matteo è un ragazzo eccezionale sotto tanti punti di vista. Ma per arrivare tra i primi dieci devi essere un fenomeno. Per cui è complicato. Poi, ti dico, magari strada facendo scopriremo che la top 10 è fattibile. C’è da dire che Matteo è un ragazzo che fa dei miglioramenti continui e costanti. Magari ci ritroviamo a fare questa stessa chiacchierata tra sei mesi e ti dirò: sai che c’è? Questo ragazzo vedo che continua a crescere, continua a migliorare… Quindi in questo momento non ti dico top 10, ma se parliamo di top 30 ti dico di sì. Poi, sia chiaro, ci vuole anche un po‘ di fortuna.

L’ultima domanda è su di te. Quando hai iniziato, smessi i panni del giocatore professionista, non eri certissimo di voler fare l’allenatore. Ti sei trovato in questa avventura, che è diventata bellissima. Ora? È questo quello che Vincenzo Santopadre vuole fare da grande?
Il mio lavoro in questi anni è cambiato. Ho avuto la fortuna di lavorare in un posto che mi ha permesso di fare questo lavoro e me lo ha reso semplice. Mi ha spronato ad andare avanti in quello che stavamo facendo. Non è da tutti: non so come sarebbe andata se mi fossi trovato in un contesto in cui invece mi sarei dovuto scontrare per portare avanti questo tipo di lavoro. Il mio obiettivo è sempre quello di mettere i ragazzi al centro del progetto, vedere le loro esigenze: l’allenatore deve essere un supporto. Detto questo, ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace moltissimo. A me basta che ci sia una palla ed una racchetta e son contento. E non ti nego che è uno stimolo, quando vedi che quello che fai con passione e con facilità ti dà ottimi risultati. Come per i ragazzi, è uno stimolo, a mio avviso, anche per l’allenatore: perché vuol dire che quello che stai facendo lo stai facendo bene. E di conseguenza diventa più semplice scegliere e decidere. Ad esempio, per me quest’anno è stato così. Poi in questi otto anni, in realtà, venendo incontro – come dicevo – alle sue esigenze, di fatto ho guardato anche a me stesso. Perché se non mi andava, di certo non lo avrei fatto. Ho trovato un ragazzo con cui mi va di farlo, mi riesce facile farlo e quindi mi rende più semplice anche fare dei sacrifici, delle rinunce, come può essere lo stare lontano dai figli. Sicuramente alla fine di questa stagione ho messo anche Vincenzo e questi aspetti sul piatto della bilancia. Cercando di trovare una soluzione. E l’ho trovata: a Doha, per la preparazione, mio figlio verrà con noi. Dico sempre a Matteo che lui deve essere egoista come giocatore e pensare ai suoi interessi, ed anch’io come coach lo devo essere. Devo essere, come dire, egoisticamente altruista. Perché se sono sereno, se so che ho del tempo per stare con mio figlio, io riesco a stare bene e riesco a dare il meglio per Matteo.

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Nadal dribbla il GOAT: “Parliamone alla fine delle nostre carriere”

Lo spagnolo in una lunga intervista al sito ATP si dichiara onorato di aver raggiunto Federer a quota 20 Slam. E racconta come è arrivato al successo numero 13 a Parigi: “Vincere non è mai la normalità”

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Rafa Nadal - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

C’è chi sogna di rimetterli l’uno contro l’altro, nel posto meno prevedibile. Herwig Straka, direttore dell’ATP 500 di Vienna, vorrebbe portare in Austria anche Rafael Nadal dopo aver strappato il sì di Novak Djokovic. “Stiamo cercando di fare il possibile – le sue parole -, sarà a lui a decidere se vorrà ottenere più punti per provare a inseguire il numero uno del ranking“. Anche Djokovic, del resto, ha scelto Vienna (anche) per ragioni di contabilità. L’agenda di Nadal da qui alla conclusione dell’assurdo 2020 non è ancora nota, ma la lunga intervista concessa al sito ATP è stata per il maiorchino l’occasione per metabolizzare il trionfo di Parigi. Analizzarlo alle radici, ponderarlo sul piano statistico, aprire una prospettiva. A partire da una sintesi di apprezzabile efficacia: “Ho disputato un ottimo torneo, date le condizioni. Facendo passi avanti ogni giorno, giocando abbastanza bene da vincere le partite fino a interpretare poi quella perfetta in finale“.

IL PRECEDENTE – Tenendo a margine l’ultimo testa a testa dell’ATP Cup, Nadal e Djokovic si erano ritrovati l’ultima volta su terra nella finale di Roma 2019. “Mi è servito il ricordo di un anno fa – ha raccontato – anche a maggio 2019 arrivavo da un periodo non positivo (tre ko in semifinale a Montecarlo, Barcellona e Madrid, ndr) ma alla fine ho giocato bene e ho vinto. Domenica avevo preparato un piano partita, la cosa più difficile era metterlo in atto e ci sono riuscito, ha funzionato tutto al meglio”. Con la spinta, al solito determinante, della forza mentale: “Ogni volta che arrivo al Roland Garros non penso a priori di vincere, ma sono eccitato dall’idea di poterlo fare. So bene che riuscire a sollevare un trofeo non è mai la normalità. E sono molto soddisfatto della concentrazione mantenuta per tutto il torneo, non semplice nel periodo che stiamo vivendo e con la preoccupazione per la situazione dei contagi in Spagna”.  

IL PERCORSO – L’attenzione alle news dal mondo è stata costante nelle due settimane del Roland Garros, vissute a stretto contatto con i tecnici Carlos Moya e Rafael Maymo. Anche perché Nadal alla semi-clausura in hotel non ci era abituato, al punto da aver ripreso in mano una Playstation dopo tre anni. Le giornate extra campo andavano accorciate, in qualche modo. Al netto della quotidianità parigina, nel racconto del maiorchino spiccano le pagine del diario dei mesi scorsi. La vera costruzione del successo. Il trionfo di Parigi è stato frutto di programmazione, ma anche di letture congiunturali e mai decontestualizzate dal momento. “La mia preparazione in termini di partite giocate è stata pressoché inesistente“, ricorda, facendo riferimento ai soli tre match romani (ko ai quarti contro Schwartzman) dal rientro post lockdown.

 
Rafa Nadal – Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

C’è stato però un ampio e complesso dietro le quinte, vissuto in gran parte sui campi di casa. “Quando ho ripreso ad allenarmi dopo lo stop il corpo non ha risposto nel migliore dei modi – riavvolge il nastro -, con l’assenza di un obiettivo chiaro per il rientro che complicava la pianificazione del lavoro. Lo sport è una questione di risultati, tutto viene giudicato giusto o sbagliato in base a essi. Ma io sono anche molto contento del percorso e del team che ho avuto al mio fianco: mi hanno spinto a dare tutto quando necessario ma anche concesso la giusta libertà quando era giusto staccare“. Dinamiche gestionali collaudate negli anni, che hanno ammortizzato gli effetti di una stagione imponderabile nelle sue coordinate spazio-temporali.

GOAT, MA A TEMPO DEBITO – L’immediato riflesso del Roland Garros numero 13 è stato anche raggiungere Roger Federer a quota 20 Slam, dato che alimenta l’aspetto strettamente aritmetico del dibattito sul più grande di tutti i tempi. “È una cosa di cui parlate molto voi giornalisti – è il punto di vista di Nadal -, in ogni caso ho eguagliato un record che sembrava impossibile. Mi onora condividerlo con Roger, abbiamo un grande rapporto anche fuori dal campo e questo rende tutto più bello. I numeri dovrebbero essere analizzati da chi ha una buona conoscenza della storia del tennis, onestamente non ci penso molto. Bisognerà vedere cosa succederà nel prosieguo anche per Djokovic e per Federer, quando tornerà. Avremo il tempo di analizzare il tutto quando le nostre carriere saranno finite”. Lo stimolo per tenere il piede sull’acceleratore, evidentemente, è ancora un altro. “Adesso, più che contare i successi, fa la differenza l’entusiasmo con cui mettersi a lavorare ogni giorno per mantenersi ai massimi livelli. Quando questo verrà meno, sarà giusto fermarsi e guardare ad altro“.

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Ivanisevic ci ripensa: “Ho esagerato, ma credevo davvero potesse vincere Djokovic”

Alla vigilia il coach di Djokovic aveva dichiarato che Nadal non avrebbe avuto chance nella finale. “Ma spero possa batterlo a Parigi nel 2021. Sul GOAT: “Se Novak dovesse superare Federer e Nadal per titoli Slam conquistati, non ci sarebbe più da discutere”

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Ha peccato di sfrontatezza. Poi ha ammesso l’abbaglio, a giochi fatti, salendo su una ben nota scialuppa di salvataggio: ricordare che i pronostici non li sbaglia soltanto chi non si espone. In ogni caso, dopo aver dichiarato alla vigilia della finale del Roland Garros che Nadal non avrebbe avuto possibilità, Goran Ivanisevic è stato chiamato a renderne conto di fronte all’esito della finale di domenica. Specie dopo il candido Mi ha surclassato che Djokovic ha lasciato agli atti a fine partita.

Ho di certo esagerato – l’ammissione del croato a Tennismajors -, ho mandato quel messaggio anche ad altri del team, ma allo stesso tempo nella vittoria di Nole ci credevo sul serio. So che il Philippe Chatrier è il salotto di Rafa e che lì può vincere anche giocando male, ma ero sinceramente convinto fosse l’anno di Djokovic. Purtroppo ha iniziato a trovare i suoi colpi quando era sotto di due set e un break, troppo tardi. Giocando male in avvio ha fatto sentire Rafa a suo agio, vantaggio che non è possibile concedergli”.

Novak Djokovic e Rafa Nadal – Roland Garros 2020 (via Twitter, @australianopen)

PRONOSTICI – Nella sua analisi a posteriori, Ivanisevic ha richiamato un altro precedente tra i due a senso unico (ma dalla parte opposta): “È andata come nella finale dell’Australian Open 2019, lì Nole aveva distrutto Rafa, ora è stato ripagato con la stessa moneta. Non sono state due belle partite, a pensarci bene“. E si smarca dalla comodità delle previsioni comode, quelle col paracadute: “Mi piace esprimere pareri diretti – spiega – poi magari posso non prenderci. È sempre troppo facile mantenersi sul vago o dire che a vincere sarà il più in forma in quella giornata. Stavolta ho detto semplicemente quel che pensavo e Nadal, gliene va dato atto, mi ha smentito. Non smetto di credere però che Nole possa batterlo anche a Parigi, sarebbe bello rivederli a giocarsi la finale nel 2021.

Più nell’immediato, il finale di stagione prevede per il numero uno ATP gli appuntamenti di Vienna, Parigi Bercy e Londra per le Finals dal 15 novembre. “Decideremo con Marjan Vajda come dividerci – guarda l’agenda -, non so quanto senso abbia giocare a Parigi visto che lì (dove l’anno scorso ha sollevato il trofeo, ndr) non può né guadagnare né perdere punti. Sarà importante invece far bene a Londra, dove nel 2019 non è andato al meglio“.

ALTRI TRE ANNI – Interpellato sul futuro, nemmeno troppo lontano, Ivanisevic vede ancora per Djokovic la possibilità di raggiungere Federer e Nadal nella corsa al maggior numero di Slam vinti. Anche se il ritardo (oggi di tre lunghezze) va ponderato guardando le carte d’identità. “Nole, a 33 anni, ha davanti a sé almeno altre tre stagioni ad alto livello – è il pensiero del coach croato -, lo dico anche perché abbiamo visto cosa è capace di fare Nadal a 34 anni (QUI la visione sul futuro del maiorchino di Steve Flink e del direttore Scanagatta, ndr). La striscia dei suoi successi a Parigi entra di diritto tra le più grandi imprese della storia dello sport. Come Rafa parte indiscutibilmente favorito ogni anno a Parigi, Novak lo è in Australia, a Wimbledon e allo US Open. Penso che abbia davanti a sé la possibilità di vincere altri Slam e confermo quanto detto tempo fa: sia lui sia Nadal supereranno Federer in questa particolare classifica“.

 

PROSPETTIVA GOAT – Al netto della semplice statistica, c’è chi si appassiona anche al dibattito (qui una delle puntate precedenti, con il parere di Andy Roddick) su chi dei big three contemporanei possa fregiarsi del titolo di più grande di tutti i tempi. “Sarà sempre una questione di preferenze personali – conclude -, per me è Djokovic, altri non saranno d’accordo. Oltre agli Slam valuterei quante settimane abbiano passato al numero uno ATP, i titoli Masters 1000 e i testa a testa tra loro. Voglio però semplificare: se Novak dovesse superarli entrambi per titoli Slam conquistati, non ci sarebbe più da discutere“.

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La rassegnazione e la sportività di Djokovic: “Nadal mi ha semplicemente surclassato”

In conferenza stampa, uno sconsolato Nole ammette candidamente i meriti dell’avversario e non cerca scuse: “Stavo bene fisicamente. Ero pronto, ma mi ha sopraffatto”

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Un Novak Djokovic sconsolato, forse addirittura rassegnato, quello che si presenta in conferenza stampa dopo la durissima sconfitta patita in finale al Roland Garros per mano di Rafael Nadal. L’espressione e le parole del serbo sembrano quelle di chi ha assistito impotente al verificarsi di qualcosa di straordinario, fuori dalla sua portata.

A metà tra ammirazione e incredulità, Nole traccia con pochi schizzi un quadro della partita molto fedele, quasi crudele nella sua semplicità. “Non ho molto da dire se non che sono stato completamente sopraffatto da Rafa, di gran lunga il miglior giocatore in campo oggi. Non ha sbagliato niente, ha ributtato di là ogni palla e giocato alla grande tatticamente. Mi sono sentito bene per tutto il torneo, pensavo di essere in ottima forma. Certamente avrei potuto giocare meglio, soprattutto nei primi due set, ma mi ha sorpreso il modo in cui stava giocando, la qualità del tennis che stava producendo, il livello. Voglio dire, è fenomenale. Ha giocato una partita perfetta, soprattutto nei primi due set”.

Nessuna scusa dunque, nessun guaio fisico come pure era stato ipotizzato alla luce dei precedenti incontri del serbo, sceso in campo con vistose fasciature al collo. Nole ribadisce che il fisico era a posto, semplicemente oggi aveva di fronte un tennista inavvicinabile su questo campo. “Stavo bene. Ero pronto per questa partita. Sono solo stato sopraffatto. Voglio dire, sono stato battuto da un giocatore che è stato semplicemente perfetto oggi. Non ho assolutamente intenzione di trovare nessun’altra giustificazione per questa sconfitta“.

 

E dire che le condizioni sembravano essere quelle ideali per Nole. La preventiva chiusura del tetto poi aveva indotto molti ad attribuirgli un piccolo vantaggio nei confronti dello spagnolo. Il campo però ha raccontato una storia ben diversa o meglio, ha raccontato la stessa storia di sempre: freddo o caldo, Wilson o Babolat, tetto o non tetto, sullo Chatrier vince sempre Nadal. “Anche io pensavo che queste condizioni fossero più favorevoli a me. Mi sono sentito benissimo per tutto il corso del torneo. Stavo giocando un grande tennis, avevo vinto a Roma, avevo molta fiducia nel mio gioco. Rafa ha smentito tutti. Ecco perché è un grande campione“.

Rafa ha aggredito la partita sin da subito, mettendo all’angolo Djokovic che ha abusato della smorzata per cercare di accorciare gli scambi e uscire dal braccio di ferro da fondo. A infastidire il serbo, in particolare, era proprio la sensazione di non riuscire mai a chiudere il punto, sensazione che solitamente è condivisa proprio dagli avversari di Nole. “Probabilmente avevo un po’ troppa fretta, cercavo di giocare punti più brevi, di mettere a segno vincenti. Non stavo costruendo bene i punti. Probabilmente ha influito sul risultato, ma anche questo è stato causato da lui, dalla sua straordinaria difesa. Ributtava di là molte palle. Normalmente tutti i colpi che faccio dopo due, tre accelerazioni da fondocampo, diritto o rovescio che sia, contro nove giocatori su dieci, è un vincente, il punto è fatto. Ma non contro di lui, soprattutto in queste condizioni“.

Per Nole, così come per tutti, è davvero difficile commentare quanto realizzato sulla terra parigina da Nadal. Non si è mai visto niente del genere nella storia del tennis e probabilmente dello sport in generale. Siamo ormai giunti alla classica situazione in cui una parola è poco e due sono troppe. “Non sembra esserci niente in grado di fermarlo. È fantastico. Ammiro tutti i suoi risultati, soprattutto quelli raggiunti qui. Ha perso due partite in tutta la sua carriera e ha vinto tredici volte. Tutti i superlativi che potete usare, se li merita”.

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