Santopadre e il futuro di Berrettini: “Intanto la top 30. Poi vediamo” – Ubitennis

Interviste

Santopadre e il futuro di Berrettini: “Intanto la top 30. Poi vediamo”

Esclusiva con il coach del più giovane italiano in top 100. “Un anno oltre le aspettative. Giocare sul cemento ha pagato. L’importante è che Matteo continui a crescere”

Ilvio Vidovich

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Ad inizio novembre, a Milano, Vincenzo Santopadre è stato il principale relatore della prima giornata dell’International Tennis Symposium. Argomento: la sua esperienza come coach di Matteo Berrettini, tra racconti ed aneddoti, domande e risposte con i corsisti ed esercitazioni sul campo. Un intervento durante il quale è stato facile percepire tutta la passione per il tennis del 47enne allenatore romano e la professionalità, l’attenzione e l’entusiasmo con i quali affronta questa sua “seconda vita” tennistica dopo la lunga carriera agonistica che lo ha visto raggiungere il best ranking di n. 100 ATP. E proprio di cosa possiamo aspettarci dal miglior under 23 italiano – che ha concluso la stagione a ridosso dei top 50 (n. 54) e si è laureato campione d’Italia con il Circolo Canottieri Aniene – abbiamo parlato con Vincenzo al termine del suo intervento.

È arrivato il momento dei bilanci. Matteo in questa stagione è diventano un top 100 in pianta stabile, ha vinto a Gstaad il suo primo torneo ATP e dalla seconda metà dell’anno gioca stabilmente nel circuito maggiore. Qual è il tuo bilancio della stagione in qualità di suo allenatore?
Direi di partire da quelli che erano gli obiettivi, che erano quelli di giocare il maggior numero possibile di partite a livello ATP. All’inizio dell’anno non sapevamo quante ne avrebbe potute giocare: la sua classifica era attorno alla 130esima posizione all’inizio dello scorso anno, se ricordo bene (ricorda benissimo: era proprio n. 130 lunedì 8 gennaio, ndr). Quindi bisognava sempre passare per le qualificazioni, c’era da sperare che grazie ai progressi fatti sarebbe salito in classifica. E di conseguenza avrebbe avuto modo di confrontarsi con i più bravi. Devo dire che è andata bene. Ha superato subito le qualificazioni a Doha e quindi in tutto l’anno ha potuto giocare partite di livello alto. Considera che in tutto l’anno ha giocato solo tre Challenger, tra i quali quello di Irving che – giocandosi a cavallo tra i due Masters 1000 statunitensi – di fatto come livello può essere paragonato ad un ATP 250. Per cui, ecco, tra singolo e doppio ha fatto sessanta e passa partite (per la precisione, tra Circuito ATP e Challenger 64: di cui 52 in singolare, con 31 vittorie e 21 sconfitte, ndr) tutto di livello, secondo me, molto, molto alto. Che lo hanno aiutato in quel percorso di crescita a lungo termine a cui ho fatto riferimento oggi nel mio intervento al Simposio. Quindi il mio obiettivo quest’anno era quello di portare avanti questo percorso di crescita, sperando di fare questo tipo di esperienze. È andata bene: ne ha fatte tantissime e anche con ottimi risultati. È stato perciò un’annata molto soddisfacente. Anche perché ci sono state per lui tante nuove esperienze: la prima volta in Australia, la prima volta in un tabellone Slam, la prima volta in Coppa Davis, la prima vittoria in uno Slam, la vittoria di un torneo ATP 250, in singolo e anche in doppio. Insomma, ha dovuto affrontare e gestire tutte queste situazioni nuove, e credo lo abbia fatto anche molto bene. Ed è un qualcosa di cui beneficerà, a mio avviso, negli anni a venire. Perché quando affronti una situazione la prima volta devi adattarti, ti trovi un po’ a disagio. Ma poi la volta dopo l’affronti meglio, è qualcosa che già conosci. In quest’ottica, ad esempio, siamo andati a Shanghai quest’anno. Un po’ una forzatura, perché non era previsto. Ma è stato un investimento per il prossimo anno: così lui ha conosciuto il posto, l’ambiente, ci hai giocato. Sono tutte cose che ti aiutano nell’evoluzione e nella crescita.

Ecco, hai fatto riferimento poco fa a quel piano a lungo termine di cui hai parlato anche nel tuo intervento al Simposio. In cui hai fatto riferimento alla “costruzione” non solo del giocatore, ma anche della persona Matteo Berrettini. Se torniamo indietro all’inizio, possiamo dire che in questo momento sei nel punto in cui idealmente – magari ottimisticamente – pensavi saresti arrivato?
L’obiettivo era crescere, crescere, continuare a crescere. Senza pensare tanto a dove sono o non sono. Ovviamente siamo ad un ottimo punto. Negli ultimi due anni Matteo ha ottenuto miglioramenti incredibili, sotto tanti punti di vista. Perciò sì, se ci fossimo posti questo tipo obiettivo, sarebbe stato quello ideale. In realtà, noi abbiamo messo un mattoncino alla volta. Detto questo, ora c’è da insistere, da andare avanti. Questi risultati possono essere lo sprone per dire “ok, allora sto facendo un buon lavoro”, perché effettivamente se ne vedono i frutti.

 

Parlando proprio dell’andare avanti, qual è l’approccio nella definizione e gestione degli obiettivi in questo percorso con Matteo?
A me piacciono gli obiettivi raggiungibili, quelli ideali non molto. Certo, il sogno era quello che si è avverato, che Matteo diventasse un giocatore a tutti gli effetti. Ma devi rapportarti sempre con le realtà. E la realtà dice che devi impegnarti giorno dopo giorno, per cercare di raggiungere quel sogno, quell’obiettivo ideale. Ma senza star troppo a fantasticare. A me piace di più il lavoro quotidiano e non mi pongo limiti. Perché se poi mi pongo un obiettivo numerico diventa difficile. Quest’anno, ad esempio, c’eravamo dati un obiettivo numerico, pur – ripeto – non piacendomi come approccio: era quello di giocare una quindicina di partite di livello ATP. Lo abbiamo raggiunto, ma se non fosse accaduto? Metti caso un infortunio, o che avesse cominciato male la stagione… Di conseguenza tutto sarebbe stato più difficile e ci saremmo dovuti adeguare. Per questo io preferisco parlare di obiettivi in termini di crescita: della persona e del giocatore. Guardando sempre quello che sta succedendo in modo di cercare di capire cosa c’è da migliorare. Chiaro che il progetto a lungo termine era ambizioso. Facevamo determinate cose oggi per essere più forti domani. Quando a 19 anni ho programmato che giocasse i due terzi dei tornei sul duro era perché sviluppasse un atteggiamento diverso nei colpi di inizio gioco per il futuro. Matteo nasce giocatore da terra rossa, si trovava molto più a suo agio sulla terra. Lui ha capito ed ha accettato questa programmazione. Questo è stato fatto in previsione futura, perché se io avessi voluto raggiungere un obiettivo numerico di classifica avrei dovuto farlo giocare sulla terra. E invece abbiamo condiviso un programma ambizioso e scomodo: perché avrebbe potuto giocare i Challenger sulla terra in Italia e ad avere una classifica migliore.

Una scelta che ha pagato: Matteo Berrettini è ritenuto da tanti il primo tennista italiano con le caratteristiche del tennista “moderno”.
È andata bene, diciamo che è importante essere convinto e spiegare e condividere bene i motivi della scelta. Certo, ora tutti noi diciamo che ha pagato perché Matteo ha una buona classifica. Però secondo me era ed è comunque il modo giusto di agire se hai un progetto ambizioso. Senza star lì a fissarti troppo sull’obiettivo e darti troppa pressione, ma ragionando in termini di crescita. Poi chiaro che devi guardare quelle che fai. Vedi che sei migliorato nell’atteggiamento in campo, vedi che sei migliorato nella risposta, vedi che giocare sul cemento diventa quasi normale. Matteo è stato bravo a sposare questo progetto. Non è da tutti.

Quali sono gli ambiti di miglioramento di Matteo e su cosa state lavorando in funzione della prossima stagione?
Secondo me, stiamo parlando di un giocatore ormai praticamente formato. In lui si riconosce la determinazione e l’impegno e in questo senso può migliorare nel fatto che quando i risultati non sono proporzionali all’impegno, deve essere un po’ più benevolo con se stesso. L’essere volenteroso ed ambizioso, c’è da stare attenti che non diventi un boomerang… Qualche volta è capitato che lui sapesse cosa fare in campo, ma faticasse a metterlo in pratica. Ecco, in quei casi tende a prendersela con se stesso, con conseguente ulteriore calo della performance. Da questo punto di vista è già cresciuto ma può crescere ancora. Come anche nella gestione delle energie in campo, soprattutto mentali. Matteo è uno che pensa in campo e io gli chiedo di spendere energie in questo senso. Ma deve imparare a gestirle e ad essere talvolta anche più “leggero”. Ha una carriera lunga davanti, tanti anni in cui giochi da gennaio a novembre, e devi essere bravo a gestire questo aspetto. Come dicevo stamattina nel mio intervento al Simposio, lui è molto ricettivo e curioso, ha voglia di apprendere e sa ascoltare tanto. Si fida ma chiede, vuole capire. Tutto questo è la sua forza. Oltre a quanto abbiamo appena detto, dal punto di vista tattico un ambito di miglioramento è sicuramente quello di cercare di prender un po’ di più la rete, accentuare l’aggressività col dritto e lavorare in tal senso anche con la seconda palla di servizio. Ti anticipo quelli che sono gli obiettivi che ci siamo dati per le prossime sette settimane di allenamento, per la preparazione. Come anche migliorare l’imprevedibilità della prima di servizio, migliorare i tempi di reattività in risposta, migliorare l’anticipazione della rotazione del tronco sul rovescio, il gioco in verticale con lo schema dritto/volée.

Sempre parlando in previsione del 2019, ci hai detto che non ami gli obiettivi numerici, ma a ridosso della top 50 magari qualche pensierino in termini di classifica l’avete fatto.
Guarda, quando abbiamo fatto la riunione con tutto lo staff, manager compreso, per la pianificazione del 2019, abbiamo declinato gli obiettivi tecnico-tattici definiti insieme a Umberto Rianna. In questo momento non ci siamo dati obiettivi di classifica e risultati, li ritengo poco utili. Prima che inizino i tornei ci ritroveremo e, non so, se facendo il punto della situazione magari ci daremo anche degli obiettivi numerici. Io continuo ad essere reticente su questo.

Quindi, niente, non si è parlato di top 10, di top 20, di top 30…
Top 10 credo sia difficile. Matteo è un ragazzo eccezionale sotto tanti punti di vista. Ma per arrivare tra i primi dieci devi essere un fenomeno. Per cui è complicato. Poi, ti dico, magari strada facendo scopriremo che la top 10 è fattibile. C’è da dire che Matteo è un ragazzo che fa dei miglioramenti continui e costanti. Magari ci ritroviamo a fare questa stessa chiacchierata tra sei mesi e ti dirò: sai che c’è? Questo ragazzo vedo che continua a crescere, continua a migliorare… Quindi in questo momento non ti dico top 10, ma se parliamo di top 30 ti dico di sì. Poi, sia chiaro, ci vuole anche un po‘ di fortuna.

L’ultima domanda è su di te. Quando hai iniziato, smessi i panni del giocatore professionista, non eri certissimo di voler fare l’allenatore. Ti sei trovato in questa avventura, che è diventata bellissima. Ora? È questo quello che Vincenzo Santopadre vuole fare da grande?
Il mio lavoro in questi anni è cambiato. Ho avuto la fortuna di lavorare in un posto che mi ha permesso di fare questo lavoro e me lo ha reso semplice. Mi ha spronato ad andare avanti in quello che stavamo facendo. Non è da tutti: non so come sarebbe andata se mi fossi trovato in un contesto in cui invece mi sarei dovuto scontrare per portare avanti questo tipo di lavoro. Il mio obiettivo è sempre quello di mettere i ragazzi al centro del progetto, vedere le loro esigenze: l’allenatore deve essere un supporto. Detto questo, ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace moltissimo. A me basta che ci sia una palla ed una racchetta e son contento. E non ti nego che è uno stimolo, quando vedi che quello che fai con passione e con facilità ti dà ottimi risultati. Come per i ragazzi, è uno stimolo, a mio avviso, anche per l’allenatore: perché vuol dire che quello che stai facendo lo stai facendo bene. E di conseguenza diventa più semplice scegliere e decidere. Ad esempio, per me quest’anno è stato così. Poi in questi otto anni, in realtà, venendo incontro – come dicevo – alle sue esigenze, di fatto ho guardato anche a me stesso. Perché se non mi andava, di certo non lo avrei fatto. Ho trovato un ragazzo con cui mi va di farlo, mi riesce facile farlo e quindi mi rende più semplice anche fare dei sacrifici, delle rinunce, come può essere lo stare lontano dai figli. Sicuramente alla fine di questa stagione ho messo anche Vincenzo e questi aspetti sul piatto della bilancia. Cercando di trovare una soluzione. E l’ho trovata: a Doha, per la preparazione, mio figlio verrà con noi. Dico sempre a Matteo che lui deve essere egoista come giocatore e pensare ai suoi interessi, ed anch’io come coach lo devo essere. Devo essere, come dire, egoisticamente altruista. Perché se sono sereno, se so che ho del tempo per stare con mio figlio, io riesco a stare bene e riesco a dare il meglio per Matteo.

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Australian Open

Federer annuncia il ritorno su terra, giocherà il Roland Garros. “Voglio divertirmi”

MELBOURNE – Dopo la sconfitta contro Tsitsipas, il campione svizzero comunica alla stampa francese che tornerà sulla terra dopo due stagioni di assenza. “Non vedo perché non dovrei giocare quest’anno”

Vanni Gibertini

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Spazio sponsorizzato da Barilla

VANNI GIBERTINI E BEN ROTHENBERG COMMENTANO LA GIORNATA (IN INGLESE)

 

dal nostro inviato a Melbourne

È una dichiarazione ancora da decodificare nel suo senso più pieno, poiché potrebbe trattarsi anche del primo indicatore dell’intenzione di lasciare definitivamente il tennis al termine di questa stagione. Per ora la notizia è questa, comunicata da Roger Federer ai cronisti francesi subito dopo la sconfitta subita per mano di Stefanos Tsitsipas agli ottavi di finale dell’Australian Open: il tennista svizzero tornerà quest’anno a giocare sulla terra battuta, superficie che non lo vede protagonista dal 2016. Federer ha disputato l’ultima partita sul rosso a Roma, in occasione degli ottavi di finale persi contro Dominic Thiem.

Mi è mancata la stagione sulla terra. Due anni fa ho avuto problemi fisici, lo scorso anno ho deciso di non giocare ma quest’anno non vedo perché non dovrei“. Messo da parte un certo velo di tristezza – comprensibile – che ha in un certo senso caratterizzato la prima parte della sua conferenza stampa, Federer ha subito voltato lo sguardo verso il futuro. “Sono in una fase in cui voglio divertirmi. Ho avuto la sensazione che non fosse necessario fare una pausa così lunga. Giocherò il Roland Garros“. Sembra quindi certa la sua presenza a Parigi – non gioca dal 2015 – mentre non ha rivelato dettagli sull’eventuale intenzione di giocare tornei di preparazione.

Sono bastati pochi minuti e la notizia è subito rimbalzata da un capo all’altro del mondo: il Roland Garros ha immediatamente ripreso la notizia attraverso il proprio account Twitter, ed è cominciata anche la “caccia al tesoro” per tentare di capire se e quali altri eventi sulla terra vedranno la partecipazione del campione svizzero, che da solo può spostare folle enormi.

In virtù della sua classifica Federer viene sempre iscritto d’ufficio a tutti i Masters 1000 sulla terra battuta (escluso Montecarlo, che non fa parte dei tornei obbligatori anche se è un Masters 1000), ma grazie alla sua anzianità sul circuito ed alla sua età può saltare quegli eventi senza venire penalizzato nel ranking (ammesso che la cosa gli interessi). I due tornei di Madrid e Roma sarebbero quindi i maggiori indiziati a vedere la presenza del campionissimo elvetico, ma Federer potrebbe anche decidere di cimentarsi in un torneo di minor lignaggio (si era parlato in passato dell’ATP 500 di Barcellona) per testare la sua condizione contro avversari meno pericolosi. Da tenere presente, inoltre, che i tornei ATP 250 e 500 possono offrire ai tennisti garanzie economiche (le cosiddette “appearance fees”, che nei casi di Federer, Nadal e Djokovic arrivano comodamente alle sette cifre) che invece i Masters 1000 non hanno in budget in quanto in teoria dovrebbero aver garantita la presenza di tutti i migliori.

Il torneo di Madrid, che si disputa ai 650 metri sul livello del mare della capitale spagnola, è sempre stato particolarmente gradito allo svizzero (che lo ha vinto nel 2009 e nel 2012) grazie alle condizioni di gioco piuttosto rapide; tuttavia proprio per questo motivo non costituisce un test probante per il Roland Garros, per cui Federer potrebbe decidere di tornare al Foro Italico dove ha perso quattro finali (nel 2006 e nel 2013 contro Nadal) ma non ha mai vinto.

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Australian Open

Tsitsipas svela: “Ho guardato una sconfitta di Federer allo US Open pochi anni fa”

Il greco dice di essersi ‘ispirato’ alla partita di un giocatore con un tennis simile al suo che ha battuto lo svizzero a New York. Si riferisce a Tommy Robredo? Intanto si gode il momento e predica umiltà: “Questo è solo il primo passo”

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Dopo la partita hai detto che “analizzi” Roger da quando avevi sei anni. Puoi spiegarti meglio, che tipo di studio hai fatto sul tuo avversario?
Non pensare a qualcosa di straordinario, come guardare le statistiche, fare quel tipo di cose. No, non l’ho fatto. Guardavo solo le partite, cercando di capire gli schemi e il modo, ma anche il lato mentale, il modo in cui pensano in campo. Questi giocatori sono il miglior esempio se vuoi avere successo nel gioco. In quel senso, intendevo “analizzare”. Non troppo. Non da esperto. Solo guardando le partite, gli highlights. Voglio dire, sono grandi giocatori da guardare: lui, Rafa, Novak. Sono ottimi esempi di come migliorare il tuo gioco. Sono abbastanza sicuro che mi sia stato di aiuto.

Mi ricordo che a Wimbledon hai detto che avevi guardato la partita di Federer-Sampras tipo due o tre volte prima dei sedicesimi. È una partita che guardi ad ogni slam o dipende dalla superficie? Hai guardato quella partita anche qui?
Non ho ancora visto quella partita qui a Melbourne. Stranamente, era un quarto round anche quello. È pazzesco. Che coincidenza. Sì, ho visto quella partita mentre giocavo a Wimbledon, sull’erba. Ho guardato un paio delle sue partite che ha giocato in passato sul cemento. Ho visto alcuni highlights sulla migliore piattaforma possibile: YouTube. È la piattaforma – non sono pagato per dirlo – che ho usato per fare la mia “analisi”, come hai detto tu. Sì, guardo alcuni highlights di giocatori che lo hanno battuto negli Slam. In realtà non erano Rafa o Djokovic, ma alcuni altri giocatori che lo hanno battuto in passato negli US Open. Stile di gioco molto simile al mio. Non dirò quale giocatore. L’ha battuto agli US Open pochi anni fa (difficile immaginare non si tratti di Robredo, ndr) È stato un buon esempio per vedere il modo in cui ha giocato, il modo in cui ha lottato durante partita per arrivare alla vittoria. Sono sicuro che sia stato d’aiuto oggi.

Ho capito che hai passato un po’ di tempo con Andy Murray in allenamento. Potresti dirci cosa ne hai ricavato, l’effetto che potrebbe avere sul tuo sviluppo come tennista.
Mi sono allenato con lui tre o quattro volte in passato. Questo è stato molti anni fa. È stato due anni fa. Non so se è considerato “molti”. Mi sono allenato con lui. Fu invitato alla Mouratoglou Tennis Academy, che è la mia base per gli allenamenti. Abbiamo scambiato un paio di colpi durante quella settimana. Ho imparato molto. Ho imparato che devi essere un gran lavoratore per avere successo, perché è rimasto più di tre ore in campo durante tutte le nostre sessioni di allenamento. Lavorava su molte cose. È stato stimolante da vedere.
Il modo in cui ha lavorato, il modo in cui si è evoluto come giocatore, all’epoca era il quinto in classifica, se non sbaglio. Questo mi ha sicuramente aiutato un po’ a capire, ad assaporare e comprendere meglio quello che succede a quel livello di tennis. Penso che di sicuro abbia avuto un impatto su di me.

 

Hai salvato ogni singolo break point, 12, e anche alla Hopman Cup non hai mai perso il servizio contro di lui. Come lo spieghi e quale è il tuo atteggiamento mentale su quei punti importanti?
Stavo solo servendo bene. A volte non entrava la prima di servizio, a volte cominciavo il punto con una seconda di servizio. Penso solo di essere stato molto aggressivo fin dall’inizio, dalle sue risposte. Sono riuscito a non commettere errori, a rimanere nel punto, a farlo giocare. La maggior parte delle volte ha sbagliato lui. Altre volte quei breakpoint li ho salvati io.
Direi che è stato davvero molto “mentale”. Avrei potuto cedere in qualsiasi momento, ma non l’ho fatto perché volevo vincere davvero a tutti i costi. L’ho mostrato in campo. Ovvio ed evidente che quella forza mentale ha aiutato molto. Avrebbe potuto essere una partita diversa se non avessi sopportato quella pressione.

Nel momento in cui ha vinto finalmente il match point, cosa ti è passato per la testa, che significa questo trionfo per te?
Un flashback di, non so, solo felicità, pura felicità. È stato un momento molto emozionante. Era qualcosa – l’inizio di qualcosa di veramente grande. Ho provato gioia. Mi sentivo felice. Ho sentito un enorme sollievo scendere dalle mie spalle. Quel momento è sicuramente qualcosa che non dimenticherò mai e poi mai. Questo match point rimarrà impresso, ne sono sicurissimo, per sempre, per il resto della mia vita.

Quale flashback?
Il flashback di guardare Federer. Sono appena riuscito a chiudere quella partita e rimanere forte, a battere il mio idolo. Il mio idolo oggi è diventato praticamente il mio rivale.

John McEnroe ha detto in campo questa partita rappresenta un cambio della guardia. Sono sicuro che speri che sia vero, ma credi sia vero?
Mi dispiace, non ti ho sentito.

John McEnroe ha detto in campo …
Ho sentito quella parte.

Sono sicuro che vorresti fosse vero, ma credi che questa partita sia il cambio della guardia?
Allora, cerco di prendere ogni partita in modo diverso. Di certo è una buona vittoria contro Roger. Voglio dire, sappiamo tutti chi è Roger Federer, cosa ha fatto nel tennis. Ma devo ancora mantenere il focus, mantenere la concentrazione sui prossimi obiettivi che voglio raggiungere. Questo è un ottimo inizio. Ho bisogno di rimanere umile. Questa vittoria è una pietra miliare, diciamo un buon primo passo, come ho detto, per qualcosa di più grande. Sento che il mio gioco va abbastanza bene al momento. Sono fiducioso. Questo è molto importante. Sono davvero entusiasta di poter gareggiare nei quarti di finale tra due giorni. Non vedo l’ora che arrivi quel momento.

Affronterai un altro giocatore che non è mai stato in un quarto di finale Slam. Probabilmente non è quello che ti aspettavi. Mentalmente, cosa cambia in te questa sfida?
Lo stesso che con Federer. Questi giocatori ovviamente sono diversi da qualsiasi altro giocatore. Hai bisogno di qualcosa in più per battere quei giocatori e oggi ho dimostrato di averlo. Ma se riesco a mantenere gli stessi livelli di concentrazione come ho fatto oggi, la stessa pazienza, la stessa fermezza mentale, la voglia di combattere, sono abbastanza sicuro che andrà bene. Ma devo, ancora una volta, come ho detto, restare umile e concentrato sugli obiettivi che mi sono prefissato quest’anno. Questa partita è molto importante per me. Proverò, sì, a combattere ancora e dare il massimo in campo.

Come pensi di ripartire dopo una vittoria così importante? Hai già avuto grossi risultati in passato, non è mai facile… Qual è la tua prospettiva sul resto del torneo? Puoi andare fino in fondo?
Certo. È per questo che sono qui. È per questo che sto giocando: per il trofeo, per il titolo. Sì, di nuovo, mi sento bene. Lo voglio davvero tantissimo. Voglio davvero andare avanti nel torneo, sì, per rendere felice me stesso e tutte le persone che tifano per me. Mi piace molto questa atmosfera che è in campo, l’intera dinamica, direi. È bello giocare su questi campi. È spettacolare. Voglio davvero restare qui il più a lungo possibile. Questo è il mio obiettivo.

Sono curioso di sapere, ovviamente era fantastico quello che succedeva dentro lo stadio, ma hai visto cosa stava succedendo fuori?
Qualcuno mi ha detto, sì, che hanno tifato tutto il tempo. Erano tifosi greci?

Sì. La maggior parte dei tifosi greci erano fuori dallo stadio, guardavano dagli schermi e facevano un sacco di rumore!
Non li ho sentiti. Apprezzo il supporto.

Hai menzionato YouTube in precedenza. Cosa è successo al tuo video su Sydney?
Come faccio a saperlo? Ho dovuto cancellarlo per qualche motivo. Mi sono reso conto che questo filmato a Sydney non è permesso, non è permesso far volare droni sulla città. Voglio dire, per non mettermi nei guai, preferisco non avere quel video online. Ma era un bel video. Mi ci sono volute ore per farlo. Era davvero spettacolare. Era bello da guardare. Ma non voglio mettermi nei guai a causa di un video.

Il tuo gioco sembra molto istintivo. Prepari un piano prima di giocare o c’è un altro modo di affrontare i punti, e prendere le decisioni?
In realtà entrambi. Ho certamente un piano prima di andare in campo. A volte, sì, prendo decisioni durante la partita, in base a cosa sento giusto, a cosa vedo in campo. Se prendo una decisione, non ho esitazioni. Questo è praticamente ciò che ho cambiato nel mio sviluppo come giocatore. Ho smesso di avere esitazioni su quello che sto per fare quando ho la palla di fronte a me. So fin dall’inizio dove andrò, cosa farò, qual è il mio piano con quel colpo. Questa è una cosa che ho migliorato molto. Sì, giocando contro questi ragazzi, devi sempre avere un piano chiaro, sapere cosa stai facendo in campo, altrimenti sei praticamente fregato, sì.

Qual era il piano contro Roger?
Voglio dire, se lo dico, non sarà più segreto. Preferisco non dirlo. Preferisco tenerlo per me. Grazie.

Un anno e mezzo fa eri ancora nel circuito challenger. Potresti sottolineare la differenza tra lo Stefanos di un anno e mezzo e quello seduto qui?
È quello che ho detto. Una delle cose di cui parlavo proprio adesso, questo processo decisionale. Il servizio è migliorato molto. Fa anch’esso parte del processo decisionale. Ho smesso di esitare su dove andrò a servire, su cosa farò. Mi sento a mio agio ad andare ovunque. Ovviamente, il gioco da fondo. Sono cresciuto dal punto di vista fisico. Posso giocare più a lungo, essere più aggressivo di prima. In realtà mi sento come se ora, rispetto allo Stefanos di un anno e mezzo fa, avessi più fiducia. Sono davvero cosciente di quello che sto facendo mentre sono in campo. Penso che sia una grande differenza rispetto a due anni fa.

Traduzione di Beatrice Di Loreto

IL VIDEO COMPLETO DELLA CONFERENZA

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Australian Open

Il mondo di Lorenzo Musetti, primo favorito dell’Australian Open dei piccoli

Intervista al 16enne di Carrara, tra i maggiori prospetti del tennis italiano. Il suo è un gioco vario, fantasioso, quasi d’altri tempi: sta ancora studiando il salto tra i pro, ma ha già una routine da professionista

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Lorenzo Musetti - US Open junior 2018

Lorenzo Musetti è senza dubbio una delle maggiori speranze del tennis azzurro. Nativo di Carrara, si allena vicino a La Spezia allo Junior Tennis San Benedetto sotto l’egida di coach Simone Tartarini, che lo segue sin da quando era bambino, e a Tirrenia con il programma federale. Nella sua carriera c’è anche molto del Park Tennis Club di Genova, che per primo ha creduto in lui tesserandolo all’età di soli 12 anni e per il quale ha giocato la Serie A quest’anno senza mai perdere un singolo (battendo anche Berrettini junior, n. 430 ATP).

Dotato di un tennis esplosivo e d’attacco, Lorenzo è un classe 2002: 16 anni e già un 2018 da incorniciare, con i successi agli U18 di Firenze e Salsomaggiore, i quarti a Wimbledon Junior e soprattutto la finale agli US Open Junior persa in tre set contro Thiago Seyboth Wild, maggiore di lui di due anni, più forte e più potente e soprattutto con un ranking ATP al n. 464. Musetti invece, che vanta due sole presenze in tornei ITF – due sconfitte a Pontedera, a pochi passi da casa, nel 2017 e nel 2018 – deve ancora conquistare il suo primo ATP.

Non c’è fretta, però, con le porte del circuito juniores ancora aperte. Lo US Open dello scorso anno, a detta dello stesso Lorenzo, è stata l’esperienza più emozionante della sua giovanissima carriera: “Ho vissuto delle sensazioni che non avevo mai provato” ci racconta, e non stentiamo a crederci perché è riuscito nell’impresa di inanellare cinque vittorie consecutive nel tabellone principale del torneo, inclusa la semifinale contro l’americano Brooksby che ha letteralmente dominato dall’inizio alla fine.

 

Anche se non sa ancora se considerarsi un tennista professionista, sicuramente sta lavorando duro per diventarlo e il suo programma di allenamento è quello di un professionista. La sua giornata abituale prevede la sveglia alle 7.20, una sessione in palestra alle 8.30 e dalle 11 alle 13 circa allenamento sul campo da tennis; quindi una pausa per il pranzo e ancora in campo dalle 15 alle 18, orario in cui inizia a studiare, fin verso le 20. Un programma molto intenso, che sta portando i suoi frutti. Ci svela che sta allenando principalmente il servizio, per rendere il suo gioco pericoloso già dall’inizio del punto: per essere competitivo a questi livelli è un’arma a cui non si può più rinunciare. Il dritto funziona alla grande, così come il gioco di volo, ma è l’intelligenza tattica di Lorenzo a stupire, una certa maturità nell’approccio alla partita – soprattutto se si pensa che ha solo 16 anni – che gli consente di portare a casa incontri che altri suoi coetanei non sono ancora in grado di vincere.

La preparazione fisica rimane uno dei nodi da sciogliere, perché è necessario potenziare la massa muscolare per acquisire più potenza e peso sui colpi, per cui ci sta lavorando molto. E l’aspetto mentale? Su quello non ho ancora iniziato, ma se proseguirò in questo percorso e diventerò a tutti gli effetti un professionista del circuito maggiore sarà un lato da curare maggiormente. La pressione nella vita di un professionista c’è sicuramente, ma è un aspetto a cui i tennisti sono abituati e in qualche misura imparano a conviverci”.

Quanto alla programmazione di quest’anno le idee sono abbastanza chiare: Farò i tornei Slam juniores e poi mi dedicherò ad attività transition e challenger”. Sì, perché con l’introduzione del Transition Tour e la rivoluzione dei tornei Futures i giovani tennisti come Lorenzo dovrebbero essere favoriti nel delicato momento dell’ingresso tra i professionisti.

EXTRA-TENNIS – Lorenzo pare un ragazzo serio e tranquillo, centrato, a domanda risponde senza farneticazioni né vanesie e senza spendere troppe parole. È conciso e va dritto al punto, dote che speriamo possa definitivamente accorpare al suo tennis. Fuori dal campo invece? Come potete immaginare non ho tanto tempo libero e sono spesso lontano da casa, in giro per il mondo per i tornei. Studio privatamente al liceo linguistico, con questa programmazione era impossibile riuscire a frequentare la scuola normalmente come fanno i miei coetanei, però mi piacciono molto le lingue straniere. Quando posso cerco di svagarmi e di uscire con i miei amici. Oltre ai ragazzi conosciuti per via del tennis ho anche altri amici al di fuori del contesto sportivo, quelli dell’infanzia soprattutto. Non ho però una fidanzata, penso sia difficile avere un rapporto serio e stabile a questa età. Vedremo in futuro…”.

La sua maturità traspare nettamente quando gli chiediamo se è un peso per lui passare tanto tempo lontano da casa. Mi ci sono abituato ormai, anche se la lontananza da casa un po’ pesa sempre… quando torno mi piace anche giocare a tennis con mio padre, è lui che mi ha trasmesso la passione per questo sport, lui mi avviato alla competizione, la mia famiglia mi sostiene e mi accompagna in giro, nei limiti del possibile“. E soprattutto non ha mai pensato di mollare, né ha mai smesso di credere nel sogno per raggiungere il quale deve ancora fare molta strada: Ci ho sempre creduto, non ho mai avuto questo tipo di problemi“. 

La grinta e la voglia di provarci seriamente sembrano effettivamente doti che gli appartengono naturalmente, unite a una capacità di variare il gioco, una fantasia “all’italiana” che lo rendono competitivo anche con giocatori più forti di lui sul piano fisico. Diciamocelo, è un piacere per gli occhi vedere all’opera un giocatore così. Se ancora non vi è capitato di vederlo giocare e siete curiosi, l’Australian Open junior è pronto a cominciare: tra i favoriti, addirittura accreditato della prima testa di serie, ci sarà anche Lorenzo Musetti. Il 16enne di Carrara esordirà attorno alle 3 di notte italiane contro la wild card locale Tai Sach, suo coetaneo

Paola Farina

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