Quanti ricordi ammirando Andy Murray

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Quanti ricordi ammirando Andy Murray

Il direttore ripassa alcuni momenti magici di una carriera strepitosa nonostante Federer, Nadal e Djokovic. Con le sue prime sensazioni. E si pente di averlo battezzato il Ringo Starr dei Fab Four

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Che choc, che tristezza, che pena. Mi si è stretto il cuore, m’è venuto un groppo alla gola, non sono riuscito a guardare quel video in una sola volta. Ho avuto bisogno di fermarmi e riprendere a scorrere in due riprese tutto il commovente filmato proveniente dall’Australia (non sono ancora a Melbourne) che mostrava Andy Murray non più nei panni del Braveheart di Dunblane e del guerriero che è sempre stato, ma in quelli di uno sfortunato ragazzo in lacrime, dolorosamente incapace di proferire parola, il capo chino, le mani a coprirsi il viso, per annunciare il suo singhiozzante “No Mas” dopo 20 mesi di dolore e di stop prolungati fra un intervento chirurgico e l’altro, fra mesi e mesi di infermeria, riabilitazione e soltanto sette vittorie portate a termine nel 2018.

Un campione vero, Andy, e un grande uomo che non ha mai detto una parola fuori posto – altro che sul campo dove invece ne ha sempre dette di tutti i colori, ma sempre contro se stesso – che ha sempre rispettato tutti, avversari, fans e giornalisti alle cui domande rispondeva sempre impegnandosi a dare il meglio di sé, proprio come sul campo. Essere riuscito a vincere 3 Slam, 14 Masters in mezzo a 45 tornei e una Coppa Davis vinta praticamente da solo, ed essere stato il numero 1 del mondo per 41 settimane – unico Brit – da quel magico 7 novembre nel quale riuscì a conquistare la ventiquattresima vittoria consecutiva e a battere Novak Djokovic, è stata un’impresa pazzesca considerando gli avversari che si è trovato di fronte e anche la pressione continua che è stato costretto a sopportare nel Regno Unito dove dopo Fred Perry non era stato più vero campione nessuno, nemmeno Tim Henman e Greg Rusedski, e dove la magia di Wimbledon pesa come una cappa insopportabile su qualunque tennista britannico.

E non l’hanno costretto alla resa i tre grandi campioni della sua era, Federer, Nadal, Djokovic, nei quali Andy ha avuto la sfortuna, ma anche l’orgoglio, di imbattersi riuscendo anche non poche volte a prevalere, ma una maledetta anca destra che alla fine ha preso il drammatico sopravvento. Tutti si erano accorti della serietà dell’infortunio in occasione della semifinale 2017 del Roland Garros, quando era ancora n.1 del mondo e perse da Wawrinka.

 

Forse – e sarebbe ancora più ingiusto e terribilmente triste – lo scozzese non ce la farà neppure a trascinarsi, zoppicando, fino al prossimo Wimbledon, come sta ancora romanticamente sognando. È lì che vorrebbe far sentire il suo canto del cigno. Cioè laddove aveva vinto la sua prima medaglia d’oro olimpica nel 2012 sconfiggendo Federer, prima di ripetersi nei veri Championships l’anno dopo, quando dopo 77 anni – 28.127 giorni!  – era riuscito a… mettere a riposo l’ingombrante ombra di Fred Perry, l’ultimo Brit campione all’All England Club nel 1936.

Si dirà che dalla vita Andy ha avuto tutto, che è stato in fondo fortunato, fin da quando lui a 8 anni e il fratello Jamie a 9 scamparono all’eccidio di Dunblane del 13 marzo 1996, uno dei fatti più tragici della storia scozzese: uno squilibrato, Thomas Watt Hamilton, uccise a colpi di pistola 16 scolari fra i 5 e i 6 anni e la loro insegnante prima di suicidarsi.

Ha vinto tanto, tantissimo, nel Regno Unito – dove a inizio carriera veniva ricordato che era scozzese quando perdeva e britannico quando vinceva – la sua fama ha oscurato perfino quella degli assi del pallone e delle pedate. Con Norman Brookes (1939) è l’altro solo tennista che sia mai stato fatto Cavaliere dalla monarchia britannica. Ma qui non starò a ricordare i suoi successi, li trovate ovunque, così come troverete su Ubitennis decine di articoli che abbiamo scritto su lui. L’ultimo, a mio avviso assolutamente mirabile, quello di Agostino Nigro, scritto a dicembre e che ho chiesto alla redazione di pubblicare nuovamente.

Non le ho davvero contate ma credo di aver assistito a diverse centinaia delle sue 840 partite dai suoi esordi a oggi. Fra i più nitidi e antichi ricordi c’è quello degli ottavi di finale all’Australian Open 2007 contro Rafa Nadal. Andy era in ritardo sulla tabella di marcia con gli altri Fab, anche se già nel 2006 aveva raggiunto gli ottavi a Wimbledon. Ma quel giorno giocò in un modo fantastico, cambiando continuamente ritmo, accelerando di rovescio e poi rallentando di dritto, ma anche viceversa, tanto che lo ribattezzai “il nuovo Gattone Mecir”. Era avanti due set a uno, perse al quinto perché non era ancora forte fisicamente come il toro di Manacor. Ma quel giorno mi colpì in modo indelebile per la sua straordinaria imprevedibilità: era capace di alternare in modo per nulla banale o scontato, accelerazioni di colpi anticipati e soprattutto piatti – quindi per ciò stesso molto più penetranti di un qualsiasi colpo liftato o tagliato – a colpi improvvisamente accarezzati e senza peso, ma liftati alti e profondi, capaci di destabilizzare il ritmo di qualunque avversario.

Mi impressionò per la spiccata intelligenza del suo tennis che non aveva colpi immediatamente decisivi, sebbene la risposta di rovescio fosse apparsa subito formidabile – ricordo che fu cronometrata a Shanghai a 160 km orari – ma erano le sue trame, la sua strategia di gioco a sedurmi. Un’intelligenza, dicevo, decisamente superiore alla media. E insieme a quella come non restare affascinati dall’irriducibile grinta, dai recuperi impossibili, da quelle gambe che mulinavano vorticosamente e che hanno corso così tanto – forse più del necessario e del dovuto? – da fargli pagare alla fine il prezzo salato che lo ha forse fermato per sempre.

Aveva il talento per essere un po’ meno passivo, ma talvolta se ne dimenticava. Ricordo di aver scritto un articolo che ne magnificava le doti quel giorno in cui batté Federer al Masters di Shanghai 2010, per l’ottava volta nei primi 13 duelli. Mica exploit da poco eh?

Ricopio quanto scrissi quel giorno in Cina:

a) Andy è probabilmente il miglior ribattitore del circuito.

b) La sua diagonale rovescia è paragonabile per efficacia al Nadal che sfrutta il vantaggio d’essere mancino per creare difficoltà al rovescio di Federer.

c) Riesce a tirare passanti diabolici anche con il suo colpo meno incisivo, il dritto, come ha fatto vedere oggi sia correndo in laterale – esempio il passante straordinario lungo linea che pur giocato in posizione assai squilibrata lo ha portato al setpoint nel primo set – che correndo in avanti – esempio il passante incrociato stretto anch’esso straordinario sulla volée smorzata di Roger sul set point. Alla fine non sai se restare indietro ad aspettare che sbagli e non sbaglia quasi mai, oppure se attaccarlo esponendosi ai suoi passanti. È un dilemma tattico che può confondere qualsiasi avversario.

d) È miglioratissimo al servizio rispetto ai tempi cui mi riferivo del suo match perso al quinto con Nadal in Australia 3 anni fa 6-1 al quinto, tant’è che stamani ha servito mediamente la “prima” a 20 km orari più veloce di Roger e soprattutto ha rinforzato la seconda, conquistando infatti più del 50 per cento dei punti anche quando ha dovuto farvi ricorso.

e) In quanto a tocco, e la grande efficacia delle sue smorzate lo dimostra, solo lui può competere con Federer (più di Nadal che pure ne ha, più di Djokovic che ne ha così così, più di Del Potro, Roddick e altri che ne hanno molto meno).

f) Atleticamente è proprio un altro rispetto a quello che scoppiò contro Nadal e comunque sulla distanza dei due set su tre è fortissimo perché riesce a mantenere sia spunto di velocità che concentrazione mentale.

Beh, ecco perché chiunque discuta oggi le qualità di campione dello scozzese secondo me… ci vede poco. Risulti o meno simpatico alla gente. Concludo aggiungendo un’altra osservazione già fatta tante volte, una sorta di chiodo fisso: Murray non è il prodotto di una scuola tennistica, di una federazione. Non è necessario esserlo. Murray è il prodotto di… se stesso, tutt’al più anche della madre e di una famiglia che ha creduto in lui e nella sua voglia di arrivare, nella sua decisione di andare a lavorar duro e a migliorarsi in Spagna – è certo lì che ha sviluppato quel tocco, quel timing perfetto nel decidere quando giocare le smorzate – nella sua testardaggine alla ricerca di una soluzione tecnica soddisfacente magari non ancora raggiunta, visto l’avvicendarsi dei coach, ma mai abbandonata, anzi lungamente cercata.

Un tipo deciso e tosto come Murray, ecco dove volevo arrivare, si è fatto da solo e avrebbe potuto benissimo venir fuori anche in Italia. Uno come lui – credo – non si sarebbe fatto condizionare né dalla Federazione, né dalla stampa, né da nessuno.

Dopo lo US Open del 2012, il primo Slam vinto dallo scozzese, scrivevo che a mio parere, anche se Andy aveva chiuso l’anno a n.4 dietro i soliti tre Beatles della racchetta, e Djokovic vantava un gap enorme di punti su Federer, chi aveva più titoli per meritare la leadership mondiale era proprio Murray: Questo è il primo anno dal 2003 in cui i 4 Slam hanno avuto quattro vincitori diversi: Djokovic in Australia su Nadal, Nadal in Francia su Djokovic, Federer su Murray a Wimbledon, Murray su Djokovic all’US Open. Un anno particolare questo perché non c’è dubbio che il Wimbledon Olimpico, vinto da Murray su Federer, meriti di affiancarsi agli Slam – e più dei Masters 1000 – come torneo di super-prestigio, forse anche per via della location… Murray è il solo ad avere vinto 2 tornei dei cinque che sono poi – salvo che per gli addetti ai lavori – quelli che l’opinione pubblica ricorda meglio e dà maggior peso. Non solo: Murray è stato finalista nel torneo che di solito viene considerato di più, quello di Wimbledon. Nelle cinque finali sopracitate Djokovic e Murray compaiono in tre finali, Nadal e Federer invece in due”.

Insomma, nel 2012 Murray pareva avermi smentito. Ero stato io per primo a ribattezzarlo il Ringo Starr dei Fab Four, il grande perdente dopo 4 finali di Slam fallite, eterno incompiuto, figlio di mamma, malato immaginario etcetera. Me ne sarei pentito, anche se oggettivamente, di fronte a Federer-Lennon con i suoi 20 Slam, Nadal McCartney con i suoi 17, Djokovic Harrison con i suoi 14, lo scozzese che ne ha vinti solo 3 non poteva essere messo sullo stesso piano degli altri. Però era un nomignolo ingeneroso, anche perché rispetto a Ringo Starr si diceva sempre che ci fossero tanti batteristi migliori, mentre nessun tennista è stato più… quarto di Murray.

Quando nel 2013 Andy ha messo fine ai ricordi nostalgici di Fred Perry, beh sembrava davvero che avesse svoltato. Era mancata soltanto la Regina. Ma c’era Lendl al fianco di Andy e forse era più importante.

I NUMERI DI ANDY

  • 45 titoli complessivi
  • 3 titoli del Grande Slam
  • 2 ori olimpici in singolare
  • 14 Masters 1000
  • 1 ATP Finals
  • 41 settimane al N.1 del ranking mondiale
  • Giocatore dell’anno 2016 per ATP e ITF

GLI H2H

  • vs Federer: 11-14 (vinta finale Olimpica 2012)
  • vs Djokovic: 11-25 (vinta finale US Open 2012 e Wimbledon 2013)
  •  vs Nadal: 7-17 (vinta semifinale US Open 2008 e Australian Open 2010)

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ATP

Federer firma la decima ad Halle, Goffin dura solo un set

Lo svizzero vince il titolo numero 102 della carriera in Germania, il 19esimo su erba. Sarà testa di serie numero a Wimbledon

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Roger Federer - Halle 2019 (foto via Twitter, @ATPHalle)

[1] R. Federer b. D. Goffin 7-6(2) 6-1 (da Halle, il nostro inviato)

Roger Federer entra nel ristrettissimo club (due soli soci) di quelli che hanno vinto un torneo almeno 10 volte nell’Era Open. 10 Halle per Roger, 11 Montecarlo, 11 Barcellona e 12 Roland Garros per Nadal. La finale ha deluso, perché Goffin non ha ripetuto la grandi prove di venerdì contro Zverev e di sabato contro Berrettini. La formidabile risposta di ieri è rimasta nello spogliatoio, ma il merito è anche di Federer, che a differenza del giovane azzurro ha un servizio molto più vario e oggi ha incantato con questo fondamentale, impedendo sistematicamente la lettura all’avversario.

David ha giocato un primo set alla pari, ma i numerosi errori specie col dritto si sono manifestati anche nel tie-break, perso nettamente (7-2). Il servizio perso subito dopo nel soffertissimo gioco d’apertura del secondo set l’ha smontato mentalmente, dando via libera a Roger, oggi non molto spettacolare ma dannatamente efficace e vincente. Grazie a questo successo lo svizzero sarà testa di serie numero 2 a Wimbledon, scavalcando Nadal nella speciale classifica che tiene conto dei risultati su erba.

IL MATCH -Il venticello che ieri in alcuni momenti era anche bello frizzantino è già un lontano ricordo. Torna il forte caldo ma il pubblico assisterebbe alla finale con Federer con qualsiasi temperatura. Sulle note della vera colonna sonora di questi Noventi Open (quel Seven Nation Army dei The White Stripes che batteva a tempo con le palpitazioni dei nostri cuori ai Mondiali di Germania 2006) il primo a essere annunciato ed entrare in campo è Carlos Bernardes, anche lui accolto quasi come una rock star. Ovvio che il boato per i due protagonisti sia ben più fragoroso, con la standing ovation che dalla tribuna stampa amiamo sempre tanto, visto che ci impedisce di goderci l’entrata in scena di Roger Federer e David Goffin.

 

Oggi la risposta di David sembra ben al di sotto di quella monumentale di ieri contro Berrettini, ma è per merito della varietà del servizio svizzero efficace sia al centro sia in slice esterno. Sul 2 pari però il belga torna sui livelli di ieri e indovina risposte sontuose. Due pesanti gratuiti di dritto in rete costringono il nove volte campione qui ad annullare tre palle break, stavolta con la complicità di Goffin, che sbaglia a sua volta due dritti (grave il dritto in lungo linea sul 30-40). Il gioco dura 12 punti ma alla fine il campione di 20 Major ne esce indenne. Nel successivo turno di servizio Roger va sotto 0-30 ma rimedia alla grande con servizi vincenti sempre diversi.

Quando è il belga a trovarsi 0-30 sul 5 pari dopo aver fallito malamente una volée banale, tutto fa pensare che il suo dritto deficitario gli faccia perdere il servizio, ma David reagisce bene e rimanda la contesa al tie-break. Sono passati 47 minuti ma il tie-break ne dura solo 5: Goffin è troppo falloso col dritto, mentre al servizio Federer è molto più efficace dell’avversario e così non c’è storia, ma sarebbe criminale non sottolineare la siderale demivolée di rovescio a seguito del servizio di Re Roger.

È un duro colpo per l’ex top ten belga, ma il primo game del secondo set, sul suo servizio, sarà per lui una caienna. Le braccia allargate come a dire ‘non ne metto più una di làmanifestano il suo disagio, ma dopo aver annullato due break-point arriva il secondo doppio fallo del game e la terza palla break da annullare. Federer chiede il falco perché vede out la prima di Goffin che ha preso il net e vince la sfida contro la sua bestia nera non maiorchina (Mr Hawk-eye). Giocare la seconda è l’ultima cosa che vorrebbe il ventottenne belga, che cede alla pressione mentale e commette il terzo doppio fallo. A quel punto la tensione la può scaricare gettando via la racchetta, ma il danno è fatto. Anche se tiene il servizio successivo, David è quasi del tutto uscito dal match e sul 3-1 Federer subisce il secondo break: un dritto in chop lunghissimo sancisce di fatto la sua sconfitta.

Federer chiude la pratica e solleva al cielo il decimo trofeo di Halle della sua sempre più sconfinata bacheca, che ora conta 102 titoli, mentre il pubblico applaude in visibilio e si accalca – ma sempre con molto ordine – verso le file più vicino al campo per procacciarsi più che l’autografo la firma, firma d’oro, è firma di Re.

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WTA

Barty si prende il trofeo di Birmingham e il n.1

L’australiana salva un set point nel secondo parziale e supera Goerges per il terzo titolo su tre superfici diverse. Da lunedì sarà in vetta al ranking WTA

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[2] A. Barty b. [8] J. Goerges 6-3 7-5

Ashleigh Barty è la nuova numero uno del mondo. Dopo il primo titolo Slam, conquistato un paio di settimane fa al Roland Garros, la vittoria nel WTA Premier di Birmingham in finale contro Julia Goerges le consegna anche la vetta del ranking. Un traguardo ampiamente meritato per quanto fatto vedere in questa prima metà di 2019, nella quale Barty ha stupito per continuità e adattabilità a tutte le superfici. Il torneo inglese è il terzo vinto in stagione dall’australiana dopo le affermazioni sul cemento di Miami e, ovviamente, sulla terra rossa di Parigi. In totale sale a cinque il numero dei trofei custoditi nella sua bacheca.

Barty scalza dunque Naomi Osaka, prima della classe da 21 settimane, e diventa la 27esima numero uno da quando per la prima volta fu stilata una classifica delle migliori giocatrici del mondo, nel novembre del 1975. Allora fu Chris Evert a sedere per prima sul trono del tennis femminile, seguita a ruota dall’unica altra australiana capace di issarsi in cima al ranking, anche se solo per due settimane, ovvero Evonne Goolagong. Il regno di Barty è presumibilmente destinato a durare più a lungo, se il livello di gioco messo in mostra negli ultimi mesi la sosterrà. Oltre al tennis vario ed elegante sorprende la forza mentale della 23enne di Ipswich, che le ha permesso di trionfare anche nella finale odierna. In una giornata in cui tecnicamente non era proprio straripante, Barty ha vinto grazie alla maggiore costanza, che le ha permesso di assorbire gli urti degli alti di Goerges e di approfittare dei suoi (numerosi) bassi.

 

In avvio di match, sembrava infatti che la tedesca fosse padrona della situazione. Impeccabile al servizio e da subito pungente in risposta (due palle break mancate nel primo gioco dell’incontro), Goerges si è però accartocciata nel quinto game che le è di fatto costato il primo set. Nel secondo parziale, Barty ha avuto l’occasione di mettere in ghiaccio la situazione sin da subito, ma dopo aver sciupato due palle break ha dovuto fare i conti con la rinnovata aggressività e precisione di Goerges. La tedesca ha cominciato a mettere i piedi in campo sin dalla risposta, mietendo vincenti da entrambi i lati del campo. Sul 3-1 però un altro black out ha permesso a Barty di impattare sul 3-3.

Le fasi finali del set sono state piuttosto concitate: prima Barty ha perso l’occasione di andare a servire per il match sul 4-4, poi ha concesso addirittura un set point nel decimo game (annullato con l’ace) e infine è riuscita ad ottenere l’agognato break grazie ad un altro brutto game al servizio giocato da Goerges. Chiudere il match è stata una formalità per una Barty in missione, che nella valigia per Wimbledon metterà, oltre alla salsiera ornata di nastri giallo-verdi di Birmingham, anche tanta fiducia, una striscia aperta di dodici vittorie consecutive e la certificazione di essere ufficialmente la migliore giocatrice del mondo.

LE NUMERO 1 WTA DAL 1975

1 USAChris Evert
2 AUSEvonne Goolagong
3 USAMartina Navratilova
4 USATracy Austin
5 FRGSteffi Graf
6 YUGMonica Seles
7 ESPArantxa Sánchez
8 SUIMartina Hingis
9 USALindsay Davenport
10 USAJennifer Capriati
11 USAVenus Williams
12 USASerena Williams
13 BELKim Clijsters
14 BELJustine Henin
15 FRAAmélie Mauresmo
16 RUSMaria Sharapova
17 SRBAna Ivanovic
18 SRBJelena Janković
19 RUSDinara Safina
20 DENCaroline Wozniacki
21 BLRVictoria Azarenka
22 GERAngelique Kerber
23 CZEKarolína Plíšková
24 ESPGarbiñe Muguruza
25 ROUSimona Halep
26 JPNNaomi Osaka
27 AUS Ashleigh Barty

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Editoriali del Direttore

A Juan Martin del Potro l’Oscar della sfortuna. Ce la farà a risorgere?

Cinque operazioni chirurgiche e molti più stop avrebbero messo KO chiunque. Ma l’argentino è tipo che non si arrende. Non c’è, nel circuito, chi non gli voglia bene. E noi di Ubitennis pure

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Juan Martin del Potro - US Open 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Certo che al mondo c’è gente più sfortunata. E certamente anche fra i tennisti che non sono riusciti a sfondare. Ma fra quelli che invece certe soddisfazioni, di successi, di ranking, di soldi, beh Juan Martin del Potro è certo uno dei più… ‘sfigati’ (mi passino il termine anche i tanti leoni da tastiera e Clerici in pectore che scrivono commenti su questo sito pretendendo di dare lezioni di italiano al colto e all’inclita, di insegnare tennis, di diffondere genialità a tutto il resto del mondo, ammantandosi talvolta di finta, ipocrita modestia oppure salendo in cattedra con insopportabile arroganza e prosopopea).

Affibbiategli l’aggettivo che preferite, ma il fatto è uno solo: lo sfortunato Juan Martin si è rotto di nuovo. Al ginocchio stavolta. E dovrà affrontare una quinta operazione. Non si sa nemmeno se per tornare a giocare a tennis oppure più semplicemente per tornare a camminare e a vivere da persona non colpita da zoppia.

Juan Martin del Potro – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Fino al 2020 di tennis di sicuro non se ne parla. Essere alti un metro e 98, avere ossa fini, alle gambe lunghe come pertiche, ai polsi logorati dalle terribili frustate che Delpo tira fin da molto prima di essere diventato la Torre di Tandil, gli sta facendo pagare un prezzo indubbiamente assai caro. Quante volte si è dovuto fermare, ha dovuto ricominciare da capo? Riprendere a combattere di nuovo o rassegnarsi? Questo il suo continuo dilemma scespiriano. Si potrebbe scrivere che i suoi infortuni non fanno più notizia. E invece la fanno, perché non c’è aficionado che non lo abbia in simpatia. Che non tifi per lui quando abbandona i ferri del chirurgo, il letto di un ospedale, le cliniche e le palestre del recupero ogni volta più sofferto, complesso, difficile.

 

Nell’autunno del 2018, grazie all’eccellente US Open, era riuscito ad issarsi al terzo posto, si ipotizzava addirittura un possibile assalto alla leadership mondiale sempre detenuta da uno dei soliti Fab, ma anche lì, ad ottobre, ecco uno scivolone e addio rotula destra. Quante volte ormai l’abbiamo sentito ripetere frasi tristemente simili: “È un duro colpo, mi lascia senza forze, non so in questo momento se ce la farò a riprendermi, a tornare a giocare”.

In questo momento? Ma sono stati almeno cinque, quante le operazioni, quei momenti – tre gli interventi al polso sinistro (24 marzo 2014, 20 gennaio 2015, 18 giugno 2015) e uno a quello destro (4 maggio 2010). Senza ripensare a tutti quei momenti in cui lo spettro dell’operazione veniva allontanato nella speranza di poterla scansare. Ma, alla fine, sempre perdendo la battaglia. E poi però vincendola, determinato e testardo come un mulo. Irriducibile. Non ho mai avvertito, da parte degli altri tennisti, forti e meno forti, altrettanta solidarietà quanto quella mostrata a Delpo.

Juan Martin del Potro – US Open 2018 (foto via Twitter, @usopen)

“Ho chiesto ai medici cosa avrei dovuto fare, pensando alla mia salute, non al tennis. Tutti mi hanno consigliato l’intervento chirurgico. Non c’era altra scelta possibile. Evvai, si ricomincia!”.

Guillermo Vilas, che sta purtroppo malissimo, non è mai riuscito a sopportare l’ingiustizia di non essere diventato n.1 del mondo nel ’77 quando vinse due Slam e un Masters infilando strisce impossibili di vittorie sui campi rossi. Juan Martin è stato certamente il tennista argentino più forte degli ultimi 40 anni e quello che più di chiunque si è avvicinato al trono del tennis mondiale, anche se di Slam ne ha vinto uno solo e ha centrato solo una finale e quattro semifinali.

Non ha ancora 31 anni, li compirà il 23 settembre, ma di lui già si può dire che è stato un “increible luchador”. Nel 2016, uscito dai primi 1000 giocatori ATP, è stato capace di risollevarsi dall’inferno per risalire fino all’undicesimo posto dopo avere giocato un memorabile torneo olimpico a Rio, quando fece piangere al primo turno Djokovic e in semifinale Nadal, conquistando una medaglia d’argento che per poco non fu d’oro, tanto rese dura la vita a Andy Murray. In quell’anno della Resurrezione, in cui vinse anche il torneo di Stoccolma, riuscì anche a coronare il sogno di un intero Paese, quello argentino, che non aveva mai visto i propri eroi – neppure ai tempi illuminati da Vilas e Clerc – trionfare in Coppa Davis a dispetto di varie finali. Accadde in Croazia, a Zagabria, quando rimontò due set di handicap a Marin Cilic in un’atmosfera che certamente con la nuova brutta copia della Davis non vivremo più.

Juan Martin del Potro – Olimpiadi Rio 2016 (foto Ray Giubilo)

Forse nessuno ha mai avuto un dritto più poderoso, pesante, schioccante, di Delpo. È stato capace di tirarlo da tutte le posizioni, su palle basse come su palle alte sulle quali si è avventato come una furia, per scagliarli in tutti gli angoli. Il suo ultimo grande match a Roma contro Djokovic, con quel matchpoint a fine secondo set in cui fu tradito proprio dal suo colpo migliore, non potrà essere dimenticato da chiunque abbia avuto la ventura di assistervi.

Capirei benissimo se Juan Martin dicesse adesso “no mas” come Mano de Piedra Duran con Sugar Ray Leonard, però spero di non sentirglielo dire mai. Il suo tennis, la sua storia non lo meritano. Chissà quanti successi avrebbe potuto cogliere, dopo quello straordinario ed illusorio US Open 2009, se non fosse incappato in tutta questa implacabile, davvero impietosa serie di infortuni.

Mentre i successi di Matteo Berrettini mi lasciano finalmente sognare qualcosa di grande per il tennis italiano anche sull’erba quasi sempre indigesta di Wimbledon – e se non sarà quest’anno, sarà magari l’anno venturo o uno dei prossimi –, senza essere argentino consentitemi di sognare anche l’ennesimo recupero del giocatore di Tandil, perché davvero non vorrei che la sua carriera finisse così. L’ho sempre ammirato come giocatore, ma l’ho sempre considerato anche una bella persona. E non mi sentirei di dire la stessa cosa per molti dei suoi colleghi. Che però, a onor del vero, nei confronti di Juan Martin hanno sempre manifestato stima, affetto, solidarietà, simpatia.

L’abbraccio tra Juan Martin del Potro e Rafa Nadal al termine della splendida sfida di Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

I numeri di Delpo

  • 30 anni (Tandil, 23 settembre 1988)
  • 22 titoli in carriera, tra cui 1 Slam (US Open 2009) e un 1000 (Indian Wells 2018)
  • 1 medaglia d’argento alle Olimpiadi di Rio 2016 e una medaglia di bronzo a Londra 2012
  • un trionfo in Coppa Davis nel 2016
  • 13 finali perse, tra cui 1 a livello Slam (US Open 2018), 3 a livello 1000 (Rogers Cup 2009, Indian Wells e Shanghai nel 2013) e una finale Masters nel 2009
  • 25,857,515 dollari di montepremi
  • best ranking di numero 3 del mondo (13 agosto 2018)
  • record in carriera: 438 vittorie e 173 sconfitte

Qualche link dal nostro archivio

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