Australian Open: super (nel) tie break, Fabbiano scala la montagna Opelka

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Australian Open: super (nel) tie break, Fabbiano scala la montagna Opelka

MELBOURNE – 67 ace subiti, ma Thomas la spunta al super tiebreak: “Se il tennis fosse sempre così, non lo giocherei”. Vince anche Seppi: “Che rigidi con le regole qui in Australia!”. Travaglia cede a Basilashvili al quinto: “Posso stare a questi livelli”

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Andreas Seppi, Australian Open 2019, foto di Roberto Dell'Olivo

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VIDEO – Ubaldo Scanagatta con il giornalista svizzero Laurent Ducret: domani il vento aiuterà Wawrinka?

 

da Melbourne, il nostro inviato

FABBIANO, CHE IMPRESA  La conclusione del programma sul campo 13, in fondo all’impianto di Melbourne park dal lato della ferrovia dove si prendono i tram da e per il torneo, vede affrontarsi Thomas Fabbiano (1.73) e Reilly Opelka (2.11), un confronto in cui l’italiano paga una differenza di altezza di 38 centimetri. Come ampiamente prevedibile, si tratta di una non-partita, nel senso che gli aspetti tecnici e tattici si riducono alla banale evidenza che rispondere a Opelka semplicemente è quasi impossibile (quando gli entra la battuta), mentre se parte lo scambio, per lo statunitense è durissima anche solo reggere il quarto-quinto palleggio. La vicenda, quindi, si riduce a un gioco di percentuali: quando Reilly piazza i suoi tremendi servizi, Thomas può solo guardar passare la palla, quando Fabbiano risponde in campo e parte lo scambio, Opelka non ha praticamente modo di far male all’azzurro, se non con pallate estemporanee.

Il primo set arriva al 6-6 senza che nessuno dei due abbia la benchè minima possibilità di break, Thomas sta ancora cercando di capire come gestire una situazione tanto insolita, ed è l’unico che deve andare ai vantaggi un paio di volte sulla sua battuta. Nel tie-break, c’è uno scambio di minibreak, con Thomas che allunga 4-0 ma poi si fa riprendere, dopodichè, dal 5-5 in poi, ognuno fa i punti sul suo servizio, fino al 15-15 (5 set point a testa lungo la strada), quando Reilly riesce ad azzeccare due palle di fila in risposta, e poi chiude 17-15. Brutta botta, psicologicamente, per Thomas, ma le risorse mentali del nostro giocatore sono ammirevoli. Dal bombardamento affrontato fino a questo momento, evidentemente, Fabbiano pian piano è riuscito a ricavare un minimo di punti di riferimento per riuscire a impattare in modo accettabile le bordate che gli piovono addosso, e inizia a metterne entro le righe un buon numero.

Il risultato, incredibile ma vero, sono ben due break che gli consentono di chiudere il secondo parziale 6-2, senza aver ancora mai concesso palla break. Che bravo, solidità mentale da autentica roccia. E per la gioia dei come sempre numerosi tifosi italiani sulle tribunette che circondano il campo, nel terzo set la cosa si ripete, quando sul 2-2 Thomas brekka Opelka per la terza volta, prendendosi un altro preziosissimo margine di vantaggio. Al servizio per il set sul 5-4, poco dopo, Thomas si distrae un attimo, a Reilly entrano un paio di catenate, ed ecco le prime due palle break in suo favore. Bravo e attentissimo, Fabbiano le annulla, e chiude 6-4. Al momento, siamo a 37 ace a 1 per lo statunitense, ma l’azzurro è avanti due set a uno, che è quello che conta. Bene così.

Nel quarto set, purtroppo, lo sforzo di concentrazione profuso finora presenta il conto all’azzurro, che sbagliando largo un dritto cede per la prima volta il servizio nel quarto game, siamo 3-1 per Opelka. Lo statunitense sembra cresciuto come livello, a tratti oltre ai terrificanti servizi piazza delle pallate di dritto da far paura, Thomas deve stare attento a non farlo andare in spinta da fermo. Ma non arrivano spiragli per recuperare, il 6-3 si concretizza anche troppo velocemente. Quinto set, ora ogni palla pesa come un macigno. Sale la tensione, sale la concentrazione, i ragazzi ce la stanno mettendo tutta e si vede. Un paio di game, i primi, vanno ai vantaggi, c’è una palla break per Fabbiano, cancellata dall’ennesimo ace, poi il nulla per chi risponde. Opelka appare stanco, ma alla battuta non fa sconti. Gli ace di Reilly arrivano all’impressionante numero di 67 (2 per Fabbiano), stiamo parlando di 14 game abbondanti senza far toccare la palla all’avversario, roba da matti.

E siamo al 6-6, e conseguente super tie-break. Lo statunitense dà fondo a ogni energia residua, e riesce anche a scambiare con efficacia diverse volte, ma Thomas sta lì di testa alla grande, fino ai due preziosi mini-break che lo mandano 5-2 e battuta. Tiene i suoi due punti Fabbiano, 7-2, normalmente sarebbe finita, ma ne mancano ancora tre. Accorcia Opelka sul 4-7, si riprende un mini-break per il 5-8, ma il passante di Thomas gli frutta 4 match-point. E il rovescio lungolinea dell’azzurro finalmente chiude la contesa dopo 3 ore e 32 minuti, mandando Fabbiano al terzo turno di uno Slam (dopo lo US Open 2017) per la terza volta in carriera. Che battaglia tremenda, che bravo Thomas. Per lui ora il bulgaro Grigor Dimitrov, nessun precedente tra i due.

“Non ho mai affrontato un servizio così”, ammette Fabbiano. “C’è voluta tanta concentrazione a stare lì, ho ingoiato tutto senza farmi prendere dalla frustrazione, senza a stare a lamentarmi col mio angolo, e non è stato facile. Se il tennis fosse sempre così non lo seguirei, ma nemmeno lo giocherei, non è sport a un certo punto. Non ci ho ho capito nulla dall’inizio alla fine, nemmeno adesso ripensandoci. Ho visto che quando servivo io però lui la cacciava spesso sotto il gancio, per cui sapevo di dover stare concentrato e aspettare le occasioni. No, non ho potuto allenarmi con Karlovic, ho fatto un’ora con Bolelli. No, non ho fatto salire Simone su una sedia (ride)!

Adesso devo recuperare mentalmente, fisicamente mi sento fresco, avrò fatto al massimo un chilometro in tre ore… nel tie-break decisivo, da sinistra sono riuscito a rispondergli alla prima e a fargli due punti, mi sono messo esterno ad aspettare la palla, ho detto se vuoi farmi ace lo fai al centro, così facendo magari gli ho tolto qualche punto di riferimento, chissà. Non voglio ripetere gli errori che ho commesso dopo aver battuto Wawrinka a Wimbledon, nel gestirmi la preparazione alla partita successiva. Domani pomeriggio sul tardi farò allenamento tranquillo, e poi vediamo come va”.

TRAVAGLIA, LA CONVINZIONE C’È – Gran battaglia, all’insegna dell’equilibrio, dei ribaltamenti di fronte, e a tratti anche del bel gioco, tra Stefano Travaglia e Nikoloz Basilashvili, sull’assolato campo 20 di Melbourne Park. Stefano cede solo alla fine, ma i segnali positivi sono tanti. I due esprimono un tennis molto simile dal punto di vista tecnico e tattico, con il georgiano che mette sulla palla più chili e potenza, e l’azzurro che replica con grande mobilità e ordine gestendo benissimo le geometrie dello scambio. Il primo allungo è in favore di Stefano, che brekka al quarto game, si fa riprendere, poi piazza la zampata brekkando ancora sul 4-3, e poco dopo chiude il primo set, 6-3. Nikoloz sbaglia tanto, ma quando tira, il dritto gli schiocca che è un piacere, però non è affatto facile sfondare il palleggio di Travaglia, bravissimo il nostro giocatore.

Nel secondo parziale arriva la reazione di Basilashvili, che restituisce il 6-3 pareggiando i conti, grazie a percentuali sensibilmente migliorate al servizio. Travaglia a volte si fa scappare il rovescio, che è un bel colpo molto piatto (stando a lato del terreno di gioco, a volte si vede nitidissimo il logo “AO” sulle Dunlop mentre volano), ma eseguito con un minimo di rigidità del busto spalle, con conseguente perdita di controllo nelle situazioni di difesa in allungo.

Stefano Travaglia – Australian Open 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

L’italiano si rimette lì con convinzione a lottare, difendere e contrattaccare, la cosa migliore che ci sta facendo vedere oggi è proprio la bella attitudine soprattutto mentale con cui sta affrontando il numero 20 del mondo. Il premio è il terzo set messo in cascina meritatamente, altro 6-3 (con break subito all’inizio, e recuperato di grinta), davvero la differenza di classifica non si vede assolutamente, bravissimo “Stetone”. Il servizio, poi, viaggia veloce e ficcante, non sfigurando davanti alle botte dell’avversario. Nel quarto set, Stefano si fa aggredire un po’ troppo, Nikoloz ne approfitta per salire 4-1, l’azzurro rimonta alla grande tirando una splendida serie di vincenti sia di dritto che di rovescio, ma sul 4-4 un piccolo passaggio a vuoto gli costa un altro break, e poco dopo il parziale, 6-4 Basilashvili.

Si va al quinto. Purtroppo, Travaglia in queste ultime fasi di partita sta indietreggiando molto rispetto all’inizio, lasciando campo e possibilità di attaccare a Nikoloz, che va in vantaggio pur annullando palla break nel primo game, e allunga fino al 4-1. Stefano ha un sussulto di agonismo e orgoglio, non molla, controbrekka, ma sul 3-4 cede di nuovo la battuta, e il 6-3 finale per Basilashvili è inevitabile. Il risultato può dispiacere, naturalmente, ma l’azzurro deve portarsi via da questo match la bella consapevolezza nei propri mezzi che gli ha permesso di stare in campo per quasi 3 ore alla pari con un avversario che lo precede di oltre 100 posizioni in classifica. Bravo Travaglia, ci sono tutte le premesse per fare una gran stagione.

Lui spingeva, certo, e sbagliava anche, ma non perché giocasse male, credo di averlo messo spesso in difficoltà io”, analizza Travaglia. “Ho capito di poter stare in campo a questi livelli senza sfigurare. Ho avuto dei passaggi a vuoto, ma anche dei momenti in cui comandavo bene. Non credo di aver giocato in modo troppo difensivo, anche se a volte dovevo stare dietro perché lui ha una palla pesantissima, se non avessi attaccato anch’io non sarei andato sopra due set a uno. Stiamo lavorando sul rovescio, che non sarà mai un colpo naturale come il dritto per me, ma è vero, sul veloce può diventare un’arma, mentre sulla terra battuta sto cercando di trovare più sicurezza con le parabole. Non ho particolari obiettivi per questa stagione in termini di classifica (sarà 120 dopo questo Australian Open, n.d.r.), ora alternerò challenger e qualificazioni ATP 250, alla fine dell’anno faremo i conti e valuteremo come sarà andata”.

SEPPI, PRECISO E CONCRETO QUANTO BASTA – Sulla 1573 arena, ovvero l’ex campo 2 (per chi se lo chiedesse, “1573” è una marca di liquori cinese), Andreas Seppi affronta da favorito l’australiano Jordan Thompson, 24enne numero 72 ATP, ma l’inizio del match è a dir poco disordinato e discontinuo da parte di entrambi i giocatori. 5 break nei primi 7 game (3 ottenuti da Andreas, 2 da Jordan, che risale da 3-0 e servizio sotto), 6 in tutto nel set su 10 game, cose difficili da vedere nel tennis maschile su campi veloci. Il merito dell’altoatesino è far valere esperienza e concentrazione nei momenti importanti, il 6-4 per lui è giusto, ma non si può onestamente dire che si stia assistendo a una bella partita. Thompson è un buon picchiatore da cemento, gli piace spingere ed essere propositivo, e se la cava bene anche a rete. Il movimento del servizio somiglia vagamente a quello di Gasquet. Le qualità di Seppi le conosciamo bene, e la sua palla filante e poco arrotata su questi campi viaggia rapida e fastidiosa, in particolare con i dritti anticipati sta facendo piuttosto male a Jordan, che colpisce in modo molto più macchinoso di lui.

Andreas Seppi – Australian Open 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Nel secondo set, Thompson si salva da due palle break nel quarto game, poi regge bene fino al 4-5, ma nel momento in cui deve battere per pareggiare si incarta in 3 errori, per poi cedere il servizio e il parziale arrendendosi al passante di rovescio dell’azzurro. L’impressione è che adesso Andreas sia entrato in fase “ragioniere”, viaggia col pilota automatico, il tennis anche divertente ma troppo a sprazzi di Jordan non può scalfirlo. Nel terzo parziale l’australiano lascia trasparire anche un certo nervosismo, e lo si può capire, Seppi non cede di un millimetro, e tutta la frustrazione di Thompson si vede nel momento per lui più delicato, quando sotto 4-5 batte per salvare la partita. E la vicenda va esattamente come nel set precedente. Time violation, discussione con l’arbitro, due doppi falli di cui il secondo sul match point chiudono la contesa in favore di Andreas, che questo tipo di avversari li sa disinnescare in modo quasi diabolico.

Per chi sa apprezzare le finezze tattiche, le geometrie, e la tecnica essenziale con cui Seppi manda ai matti gli avversari che cercano la potenza come arma principale, questi sono match a tratti ben più interessanti di tanti altri, magari spettacolari, ma poveri sotto l’aspetto del pensiero e della strategia. Comunque, il nostro adorabile “ragioniere del tennis” ha timbrato un altro cartellino, bene così, la prossima giornata in ufficio lo vedrà opposto a Frances Tiafoe (nessun precedente), che ha messo a segno la sorpresa di giornata facendo fuori Kevin Anderson.

Sì, ho dato un’occhiata alla fine del match tra Tiafoe e Anderson”, racconta Seppicon Kevin avevo perso due volte a Wimbledon, con Frances non ho mai giocato. Al terzo turno di uno Slam una testa di serie buona la trovi sempre, certo Anderson è forte, ma se Tiafoe l’ha battuto… Il primo set è stato strano, in effetti, tanti break, ero 3-0, poi mi ha ripreso, poi l’ho brekkato ancora per chiudere. L’ho visto un po’ moscio a volte, mi sembrava che non fosse carico di energia, e ne ho approfittato. L’esperienza aiuta, sì, nelle situazioni strane magari non ti fai prendere dall’ansia, fai il tuo e stai tranquillo. Nell’ultimo game, per esempio, praticamente si è brekkato da solo, io sono solo stato lì.

Con Tiafoe, mah, essere concentrati serve sempre, ma lui è giovane, questi ragazzi qui vanno in campo, danno tutto, e quello che viene viene, han vent’anni, è ancora tutto bello, non è come quando cominci a essere più vecchio, che pensi di più, ti crei delle aspettative, e quindi pressione. Gli hanno dato warning per time violation, ma non è stato giusto, c’era una raffica di vento tremenda, come faceva a servire? Anche a me a Sydney sul 6-5 mi hanno dato lo stesso warning, ma la gente stava ancora gridando, e io ero comunque pronto a battere, eppure… qui in Australia sono così, super-ligi alle regole, qualsiasi cosa succeda se il tempo arriva a zero ti ammoniscono!”.

I risultati degli italiani:

[19] N. Basilashvili b. [Q] S. Travaglia 3-6 6-3 3-6 6-4 6-3
A. Seppi b. J. Thompson 6-3 6-4 6-4
T. Fabbiano b.
R. Opelka 6-7(15) 6-2 6-4 3-6 7-6(5)

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Al femminile

Osaka e Kvitova: l’Australian Open delle attaccanti

A Melbourne è andata in scena una eccezionale edizione dello Slam, che ha offerto diverse partite memorabili

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Naomi Osaka e Petra Kvitova - Australian Open 2019

Che torneo: lo Slam più bello degli ultimi anni. È sempre difficile valutare un avvenimento appena concluso e, a caldo, fare paragoni con il passato. Ma questa volta sono davvero convinto: non ricordo un Major recente altrettanto ricco di partite di qualità, capaci di regalare equilibrio, rovesciamenti di fronte, divertimento, ma soprattutto autentica sostanza tennistica. E non solo per merito delle due finaliste, Osaka e Kvitova, ma grazie anche ad altre protagoniste come Pliskova, Serena Williams, Halep, Hsieh, Barty, Giorgi.

È stato anche uno Slam che ha visto prevalere le attaccanti sulle difensiviste, ribaltando l’esito di dodici mesi fa, come si può dedurre dalla composizione delle semifinaliste: Wozniacki, Halep, Mertens e Kerber nel 2018. Osaka, Kvitova, Pliskova e Collins nel 2019. Sugli aspetti generali degli Australian Open 2019 tornerò con un secondo articolo, dedicato alle giocatrici che non sono riuscite ad arrivare sino in fondo, ma che meritano comunque di essere ricordate per quanto hanno saputo offrire. Per ragioni di spazio oggi comincio con le due finaliste; il resto a martedì prossimo.

Kvitova a Melbourne: un crudele déjà vu
Dopo la anomala stagione 2018, in cui Kvitova aveva vinto più di tutte a livello WTA (5 tornei) ma sempre fallito negli Slam, finalmente agli Australian Open 2019 Petra ha riconquistato la ribalta anche in un Major. E siccome nessun evento raccoglie lo stesso interesse di uno Slam, si è tornati a parlare della sue vicenda personale, caratterizzata dal complesso recupero fisico che ha dovuto attraversare dopo l’accoltellamento alla mano sinistra subito nel dicembre 2016. Evento determinante che oggi, a torneo finito, si somma ad altre questioni di tennis più lontane e troppo poco ricordate.

 

Penso infatti che se vogliamo provare a capire più profondamente la storia di Kvitova occorra allargare il quadro di riferimento, recuperando quanto le accadde proprio in Australia sette anni fa, nel 2012. Perché Petra a Melbourne ha subito diverse cocenti delusioni, ma una l’ha segnata in particolare: probabilmente il maggiore rimpianto della sua carriera. Torniamo al passato.

Nel gran caldo australiano diverse volte Kvitova ha perso match contro avversarie che sulla carta erano da battere. Sconfitte al primo o secondo turno, come quella nel 2018 contro Petkovic (che in quel momento era numero 98 del ranking), contro Gavrilova nel 2016 e soprattutto contro Kumkhum nel 2014, in une edizione che pure aveva affrontato con una forma fisica eccezionale, frutto della più dura e scrupolosa preparazione atletica mai svolta sino ad allora in off-season.

Ma è un’altra la sconfitta che Petra non ha mai del tutto metabolizzato, e che sono convinto si sia incisa, profonda come una cicatrice, nei suoi ricordi. Si tratta della semifinale del 2012, persa da favorita contro Maria Sharapova. Quella partita rappresenta una ferita mai del tutto sanata, tanto che forse quel match potrebbe essere diventato uno spartiacque rispetto al suo ruolo nel circuito femminile: da potenziale numero 1 del Tour a figura capace di grandi exploit, ma non sufficientemente consistente per essere la leader del movimento.

Oggi siamo abituati a percepire Kvitova come una tennista di grande talento ma non abbastanza continua per comandare il ranking. Ma nel gennaio 2012 le cose stavano in modo molto diverso. Ad appena 21 anni, nella stagione 2011 Kvitova aveva disputato otto finali (7 a livello WTA, 1 a livello ITF), e ne aveva vinte sei; non solo Wimbledon, ma anche Madrid e il Masters, oltre alla Fed Cup (che non assegna punti WTA). Per una manciata di punti non aveva concluso l’anno da numero 1 del mondo, ma un po’ tutti pensavano che il sorpasso nei confronti di Wozniacki sarebbe stato imminente; solo una questione di tempo.

Quel sorpasso Petra lo aveva mancato anche per scelte di programmazione fatte prima di sapere quanto poco le sarebbe bastato per arrivare in cima al mondo: per esempio la rinuncia al torneo di Roma 2011, perché aveva già preso l’impegno di giocare l’ITF di Praga. O la decisione di disputare l’Hopman Cup, una manifestazione che non assegna punti in classifica, all’inizio del 2012; e così la sua vittoria a Perth proprio contro Wozniacki non era servita a cambiare le gerarchie mondiali.

Prima degli Australian Open le sarebbe bastato arrivare in finale a Sydney per prendere il comando della classifica; ma si era fermata a un solo passo dal traguardo: aveva perso in semifinale contro Li Na dopo aver dominato il primo set e avere condotto di un break nel secondo (1-6, 7-5, 6-3). Una delle rare occasioni in cui l’aveva bloccata il braccino, in un confronto asimmetrico sul piano emotivo, visto che per Li Na quella partita non aveva particolare significato.

Racconto tutte queste circostanze per restituire la sensazione che si viveva in quel momento: un primato a portata di mano, tanto vicino quanto però sempre sfuggente. Poi era arrivato lo Slam, e le cose erano andate in modo sorprendentemente simile a quanto è successo qualche giorno fa. Ecco perché il 2019 si ricollega al 2012.
Alle fasi finali erano approdate più giocatrici con la possibilità di conquistare il numero 1; ma mentre per scalzare Wozniacki a Kvitova sarebbe bastato arrivare in finale, a Sharapova e Azarenka occorreva vincere il torneo. Le semifinali erano Azarenka contro Clijsters e, Kvitova contro Sharapova. Di nuovo a un solo match dal primato in classifica, Petra aveva perso da Sharapova in semifinale, in una partita caratterizzata dalla diversa capacità di gestione delle palle break: 5 occasioni per Sharapova, tutte convertite; 14 palle break per Kvitova, ma con appena 3 conversioni. Nemmeno l’essere stata in vantaggio di un break nel terzo set era bastato per vincere. Risultato: 6-2, 3-6, 6-4 per Masha. Come contro Li Na a Sydney, quel giorno Petra aveva giocato con troppa pressione, consapevole che quella partita avrebbe significato la conquista del primato in classifica, un traguardo che segna una carriera.

E anche se Kvitova non è mai entrata nel dettaglio di quel match, lo ha ricordato in diverse interviste come la sua peggiore sconfitta. Nella finale 2012 Azarenka vinse in scioltezza il suo primo Major (6-3, 6-0 a Sharapova) e poi avrebbe disputato una primavera fenomenale, a colpi di vittorie in serie che avrebbero reso definitivamente fuori portata il primato nel ranking per tutte le altre. Per Kvitova la leadership del movimento era ormai svanita.

Ecco perché quanto successo a Melbourne 2019 sembra un crudele déjà vu. Per come oggi è costruita la classifica di Petra (con i punti in scadenza di S. Pietroburgo e Doha), le possibilità di aspirare al numero 1 sono ridottissime, e dunque la delusione è stata doppia. Un aspetto che va tenuto presente per capire più a fondo le sue parole nella conferenza stampa di sabato scorso, quando ha confessato che le ci vorrà un po’ di tempo per assorbire la sconfitta contro Osaka.

Ma naturalmente sarebbe sbagliato dipingere l’avventura australiana 2019 di Petra solo a tinte fosche. Al di là della delusione in finale, rimane comunque il dato complessivo della vittoria a Sydney, e soprattutto del ritorno ad alti livelli nello Slam.
Un Australian Open che, a conti fatti, ha offerto un notevole squilibrio tra la parte alta del tabellone (quella di Osaka) e quella bassa (di Kvitova): mentre nella parte alta si succedevano partite di altissima qualità, in quella bassa le principali favorite si sono perse per strada, lasciando spazio a qualcosa di simile a uno one-woman show, che ha visto proprio Kvitova protagonista. Per arrivare in finale da testa di serie numero 8, Petra ha infatti affrontato una sola avversaria fra le prime 30 del mondo, Ashleigh Barty (numero 15); per il resto non ha dovuto fare altro che regolare giocatrici fuori dalle teste di serie; certo, lo ha fatto con grande autorevolezza, ma senza quasi poter dimostrare fino a che punto fosse in grado di giocare bene.

In più vanno considerate le questioni ambientali. È noto quanto Kvitova soffra le alte temperature, al punto che in certi giorni rischia di perdere più  per la difficoltà a esprimersi con il grande caldo che per la forza dell’avversaria. Un problema che però in questi Australian Open ha evitato per due circostanze fortunate e difficilmente ripetibili.
La prima: essendo arrivata in extremis a Melbourne dopo la vittoria di Sydney, ed essendo stata sorteggiata nella parte di tabellone che scendeva in campo per prima, è stata comprensibilmente tutelata dagli organizzatori, che l’hanno programmata il più tardi possibile (lunedì sera); e da allora ha giocato sempre a fine giornata (ad eccezione del match contro Anisimova), con temperature meno aggressive.

E quando invece, in semifinale contro Collins, era arrivato il momento della verità, con la partita fissata alle due del pomeriggio e oltre 35 gradi da affrontare, paradossalmente è stato proprio il caldo eccessivo a salvarla: sono subentrate le regole che prevedono la chiusura del tetto per salvaguardare la salute delle giocatrici. Quale differenza di rendimento ci sia tra la “Kvitova outdoor sotto il sole cocente” e la “Kvitova indoor”, lo abbiamo potuto sperimentare in modo semplice e diretto. Inclusa Danielle Collins, che dopo aver fatto partita pari con il tetto aperto (4-4), ha resistito ancora qualche game nelle fasi di aggiustamento alle nuove condizioni, ma poi nulla ha potuto una volta che Petra si è messa in carreggiata (7-6(2), 6-0).
Dunque sei match vinti senza perdere un set. E così, per capire fino a che livello Kvitova potesse giocare bene si è dovuta aspettare la finale contro Naomi Osaka, in un confronto inedito (non c’erano precedenti) che non ha deluso le aspettative.

a pagina 2: Naomi Osaka verso la finale: da Hsieh a Svitolina

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Australian Open

Pagelle: i padroni del mondo, il tramonto del Re e la speranza greca

Djokovic e Osaka trionfano confermandosi i più forti. L’incubo di Serena, il declino di Federer e l’avvento di Tsitsipas. Il solito Zverev e il sogno di Kvitova

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(foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)


Naomi Osaka 10
L’altra volta aveva trovato un’avversaria scorretta e fuori di testa che aveva provato a privarla del legittimo gusto della festa, stavolta dall’altra parte della rete c’era per sua fortuna una signora che non ha approfittato del momento in cui Naomi si è ricordata di essere così giovane. Due Slam di fila sono una cosa enorme, il numero 1 una conseguenza. Può dominare e il sospetto è che avrà tante occasioni per imparare anche a recitare un discorso di premiazione come si deve.

Petra Kvitova 9,5
C’è mancato davvero poco per avere il lieto fine alla favola di Petra, ma magari arriverà a Wimbledon, il posto del cuore. Sembrava non potesse più tenere in mano una racchetta e comunque non tornare a questi livelli. E invece è a un passo dalla vetta. Troppo buona, troppo dolce Petra per approfittare delle paure di Osaka sul più bello. Ma ha già vinto il suo Slam.

 

Il sonnellino di Ubaldo 10
Straordinario trappolone teso a Nadal, che ha abboccato come un totanone. Ha studiato a tavolino la finta sonnolenza per conquistare la ribalta mondiale. La prossima vittima sarà Federer, dinanzi al quale però occorrerà svenire in diretta tv con tanto di cappellino e sponsor in bella mostra. Scaltro come una faina.

Novak Djokovic 10
Se non ci fossimo trovati lì quel giorno di giugno mentre annaspava contro Cecchinato e sfuggiva iracondo alla stampa, preannunciando un possibile forfait per Wimbledon, penseremmo di parlare di due giocatori differenti. Ma in fondo, senza quella “vacanza” di un anno e mezzo scarso, staremmo qui a discorrere di un dominio senza precedenti. “Not too bad” per dirla alla Nole, ma ha tempo per…peggiorare, frantumando ogni record.

Rafael Nadal 9
Il primo degli umani. Che per uno come lui può sembrare una diminutio, ma considerando gli ultimi risultati sul cemento è un mezzo miracolo che sia arrivato in finale praticamente in carrozza. Ma arriverà la terra, ci sarà spazio per epiche battaglie tra i due. Certo, l’Australia gli regala un’altra amarezza: da quando provocò le lacrime di Roger sembra che gli Dei Down Under si divertano farlo soffrire. Rafa è un toro, ci riproverà. Ancora, ancora e ancora.

Camila Giorgi 6,5
Tutta un’altra Camila. Vince le partite che deve vincere, perde le partite che deve perdere, si sganascia dalle risate in sala stampa. Qualche rimpianto per l’ottimo match con Pliskova ma visto il torneo della ceca, non c’è motivo per essere tristi.

Roger Federer 5
Giocatore finito, eroe dimenticato. I suoi record vacillano e oramai nemmeno gli addetti ai controlli lo riconoscono. Quota cento resta un miraggio, forse gli conviene chiedere asilo nell’Italia a cinque stelle. Ha una sola speranza, che questa storia del passaggio di consegne nella sconfitta con Tsitsi così come lo fu con la sua vittoria su Pete, sia vera: il ventunesimo sarebbe cosa fatta…

Stefanos Tsitsipas e Roger Federer – Australian Open 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

La borsa di Busta 2
Errore arbitrale o no (più no che si in realtà), solidarietà al borsone maltrattato. O la borsa o la vita, ma Pablo ha perso la testa. Carreno, basta.

Serena Williams 5
Il suo problema è che quando chiamano in campo la numero uno, lei si lancia perché è davvero convinta di esserlo ancora. Siamo cattivi (ed anche maschilisti e razzisti, ovviamente) ma ci piace pensare che il Dio del tennis, offeso a New York dalla sua indegna sceneggiata, abbia voluto vendicarsi con la peggiore sconfitta della vita avanti 5-1, match point, fallo di piede, altri 3 match point…

Stefanos Tsitsipas 8,5
Federer ci avrà messo anche del suo, ma sono queste le partite in cui sbocciano i futuri campioni. Quanto sia lontano questo futuro è ancora presto per dirlo e in fondo lo stesso Roger vide trascorrere due anni dal Samprascidio prima di trionfare per la prima volta a Wimbledon. Tsitsifast va veloce, sembra avere tutte le carte in regola per arrivare al top, ma non dimentichiamo che lo scorso anno in semifinale qui c’erano Chung e Edmund…

Lucas Pouille 8
Il massacro in semifinale non deve far dimenticare lo splendido lavoro fatto da Amelie con questo ragazzo. Quasi persi Tsonga, Gasquet e Monflis, i galletti trovano sempre qualcuno da piazzarci davanti…

Le lacrime di Andy e Vika 8
Lacrime diverse, di addio, di dolore, di rimpianto, di amore, di frustrazione, di speranza, di passione. Li vediamo come eroi, li dipingiamo come divinità. Ma sono pur sempre ragazzi.

Il resto del mondo
Il suo compare greco lo ha lasciato piuttosto indietro, certo trovarsi sulla strada Nole non è il massimo, ma Denis Shapovalov (6) deve crescere in fretta, se non vuole perdere il treno.

Speravamo magari di non doverlo ritrovare tra “gli altri” ma Fabio Fognini (5,5) si è infranto sullo scoglio Carreno. Una bestia nera, non c’è che dire e anche se Fabio non punta più alla top-10 la stagione sulla terra può ancora essere la sua stagione. Brutto il ko di Marco Cecchinato (4,5) e chissà che non serva a spronarlo. Berrettini (6) ha pescato male dall’urna, Seppi (6) ha fatto il suo e non può fare sempre miracoli, ottimo Fabbiano (7) e bravo Travaglia (6,5).

Sascha Zverev (5) sembra voler dare per forza ragione al Direttore ogni qual volta si trova in uno slam, mentre Marin Cilic (5) si è sciolto alla Cilic. Ci si attendeva di più da Khachanov (5,5), mentre Daniil Medvedev (7) è stato quello che ha messo più in difficoltà Robo-Nole ed è da tenere d’occhio.

Sono crollate senza scusanti le torri Anderson (4) e Isner (4), mentre la bandiera della lost generation è stata tenuta discretamente alta da Raonic (6,5) e Nishikori (7) che però ha mostrato ancora una volta quanto lo sport faccia male alla salute. Bautista Agut (7,5) non si è accontentato di porre fine (forse) alla carriera di Murray ed è rifiorito a gennaio come di consueto, come un ciclamino.

Tra le ragazze, detto del superbo torneo di Pliskova (8,5) impreziosito dalla remuntada della vita su Serena, l’exploit lo ha fatto Collins (8), mentre Svitolina (6) si conferma piazzata ma non vincente. Non si poteva chiedere molto di più a Simona Halep (6,5) e alla sfortunata campionessa uscente Wozniacki (SV), decisamente si ad Ostapenko (3) e Kerber (4,5). Sussulti di orgoglio da Maria Sharapova (6,5), gioie di casa per Barty (7) e un’ipotesi di futuro strabiliante per Anisimova (7).

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Djokovic fu vera gloria? Così sembrò, ma Nadal dov’era? Giacomo Leopardi avrebbe detto…

Il record degli Slam di Roger Federer è a rischio sì o no? Più del 2015

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Djokovic captures 7th Australian Open [VIDEO]


Due anni fui insultato sanguinosamente dai tifosi di Federer perché dopo l’editoriale scritto a caldo dopo la sua vittoria su Nadal, rimontando da 3-1 al quinto, non scrissi più abbastanza sul trionfo di Roger. Io mi trovo adesso in una situazione simile ad allora dopo l’impressionante dimostrazione di forza di Novak Djokovic che ha dominato Rafa Nadal come non gli avevo visto fare altro che nei quarti di finale di Parigi 2015, quando però il match era  – appunto – un quarto di finale e non una finale. E non era mai successo che Rafa Nadal in una finale di Slam, su 7 cui aveva preso parte perdendo a fronte delle 17 vinte, avesse preso tre set a zero. E con un punteggio quasi umiliante, appena 8 games fatti, 63 62 63.

 

Perché una situazione simile ad allora? Beh, perché chi ci legge non può sapere che anche se Djokovic ha vinto rapidamente fino a mezzanotte australiana non è venuto a parlare in conferenza stampa. Dopo di che noi di Ubitennis dovevamo registrare due video, trovando un interlocutore straniero di livello – si sono alternati in questi giorni gli inviati del New York Times, del Sunday Times, del Times, di Tennis Channel e Tennis.com, di un giornale di Belgrado e altri – quindi c’era da inviare l’articolo ai tre giornali del gruppo (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno), rispondere a varie radio che ci chiamano (Radio Sportiva, Radio Rai…), raccogliere tutte le nostre carabattole svuotando cassetti e armadietti, trovare transportation per arrivare a casa e scrivere ancora. Il tutto con almeno 35 kg di roba fra abbigliamento, computer, telecamera, treppiede, telefoni, libri…da trasformare in meno di 30 kg, fra valigia, trolley, borsa.

Per andare all’aeroporto nell’arco di poche ore. Tutto si ha fuorchè la giusta concentrazione per scrivere qualcosa di leggibile. Quindi anche questa volta avrei fatto volentieri a meno…ma si sarebbero arrabbiati i tifosi di Djokovic, accusandomi con tutta probabilità di non aver gradito la sua vittoria visto che mi imputano – per fortuna più anni fa che in tempi recenti – di essere UbiNadal.

In realtà io avevo continuato a dare favorito Djokovic pur essendo rimasto incredibilmente impressionato dalle performances di Nadal che aveva ridicolizzato tre Next Gen nel corso di un torneo immacolato, senza la perdita di un set fino alla finale; tuttavia mi aspettavo molto più equiilibrio, come tutti del resto. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare un Nadal dominato, strapazzato a quel modo. Con un solo punto strappato a Djokovic in cinque turni di servizio nel primo set, con altri cinque nel secondo e subendo in quei due set l’umiliazione di sei games persi a zero sul servizio di Nole con tre break subiti tutti a 15! Onestamente quasi incredibile. Nadal a fine match ha cercato di mascherare la delusione, non ha accampato scuse, infortuni di sorta, salvo dire che non si era illuso di essere già pronto dopo essere stato 4 mesi senza giocare un torneo.

Però neppure lui si aspettava di poter subire una batosta simile. Nessuno davvero poteva prevederla.  Soltanto dopo un’ora e tre quarti di strapazzamenti è riuscito a conquistarsi un breakpoint, ma ha sbagliato un rovescio e buonanotte. E’ apparso improvvisamente lento, falloso, incapace di giocare profondo…ma è stato Djokovic che lo ha preso alla gola, che non gli ha dato tregua e – come ha detto nel corso di una conferenza stampa in cui nel rispondere a una mia domanda ha suscitato l’ilarità generale imitando il mio accento  – “volevo cominciare bene nel match, e sono uscito dai blocchi con la giusta intensità, sono stato subito aggressivo, ho ottenuto un break cruciale già nel secondo game, salito 3-0 in meno di 10 minuti”.

Adesso si dovrebbe già archiviare questo successo e domandarsi: cosa succederà adesso? Beh, se qualcuno andasse a rileggere cosa scrissi nel 2015, ritroverebbe più o meno gli stessi pensieri, con la differenza che adesso Murray è praticamente uscito di scena – e fu invece capace di conquistare il trono del tennis – Federer si sta avvicinando ai 38 anni e anche i fenomeni devono fare i conti con il certificato anagrafico. E quanto a Nadal tutti gli infortuni che regolarmente o quasi gli impediscono di giocare per un’intera annata non possono essere ignorati.

I NextGen stanno facendo progressi, ma abbiamo visto come Nadal sia riuscito a dominarli perfino sulla sua superficie meno amata. Che punteggi avrebbe inflitto loro sulla terra rossa? Zverev è la vera incognita, perché negli Slam continua per ora a deludere. Prima o poi non lo farà più, ma intanto se vogliamo trovare un avversario capace di fermare questo Djokovic, dove andiamo a cercarlo? Certo anche nel 2011 e nel 2015 Nole sembrava una spanna superiore a tutti gli altri, irresistibile e destinato a vincere 3 Slam l’anno. Ma poi si è visto che previsioni di questo tipo non si possono fare perché anche i fenomeni alla Djokovic possono incorrere in problemi di varia natura: familiari? Fisici? Tecnici?

Per questo motivo discutere oggi se Djokovic possa o meno raggiungere i 17 Slam di Nadal – se avesse perso il gap sarebbe di 4, ora è soltanto di 2, è una bella differenza no? – o i 20 di Federer lascia il tempo che trova. Un anno fa Novak si è dovuto operare al gomito, in passato aveva avuto problemi al polso. Come si fa a prevedere quel che può succedere a lui e ai suoi più seri avversari?  Impossibile. Anche perché è la stessa età dei contendenti della Old-Gen che rende assurda qualsiasi ipotesi relativa a tornei di 4, 6 o 9 mesi più in là. A 25 anni Federer non si sarebbe mai fatto una lesione al menisco facendo il bagnetto ai figli, Djokovic non avrebbe avuto problemi al polso e al gomito, Nadal al ginocchio, al piede, al polso, all’addome. E vi risparmio le condizioni di del Potro, il re degli sfortunati. Bisognerebbe avere la palla di vetro del Mago Ubaldo per prevedere i sempre possibili infortuni dei big e i tempi degli stessi. E la loro eventuale contemporaneità.

Quindi, anche se è più banale, e sembro uno di quei giocatori che ripetono il solito mantra “Io guardo un avversario alla volta…no, non ho visto il tabellone (bugiardi!) “, se non si vuole rischiare di essere contraddetti ogni tre passi, è davvero giusto analizzare quel che è successo, constatare che un Djokovic così era assolutamente imbattibile – ma anche lì…Medvedev negli ottavi qualche problemino glielo aveva creato, spesso Novak era apparso in apnea …- ma anche ricordare che non tutti i giorni sono uguali. Ci si può svegliare in gran forma e l’indomani essere la brutta copia del giorno prima. Se Nadal serviva benissimo un giorno e malissimo il giorno dopo, beh, certo è anche colpa (o merito piuttosto) dell’avversario, ma è anche lui che non ha indovinato la giornata giusta.

Che Djokovic oggi debba essere considerato più forte di Nadal sul cemento mi sembra non lo si possa discutere. Ma che se giocassero di nuovo domani, o dopo domani, o fra una settimana, e il risultato sarebbe lo stesso…beh io non lo credo. E non lo crede neppure Nadal. Djokovic non so. Nadal non è sembrato quello vero, né quello dei giorni precedenti, né certo dei giorni migliori. Fino a che punto è stato un Djokovic macchina perfetta a ridurlo così, a trasformarlo in una vittima impotente e quasi irriconoscibile?

Sono i misteri del tennis, quelli che contribuiscono a renderlo affascinante. A tutti i livelli, se si pensa a quel che è successo nella finale Osaka-Kvitova a fine secondo set. O anche, a livelli più bassi, al 14-12 nel long tiebreak che ha visto il nostro bravissimo Lorenzo Musetti prevalere su Emilio Nava. Se a Lorenzo non fosse entrato il servizio sul matchpoint per Nava avremmo tutti scritto una storia diversa, certo meno entusiasta. E Djokovic non gli avrebbe detto: “Hai vinto grazie alla tua forza mentale”. Certo che c’è del vero in quel che ha detto Djokovic, ma certe frasi, certe verità, certe realtà, talvolta sono condizionate da un centimetro in più o in meno di una palla che entra oppure esce. Senza una vera ragione che giustifichi tutte le analisi che vengono fatte con il senno del poi. Del resto della caducità delle umane cose, e figurarsi dello sport, scriveva con ben altre qualità e profondità di pensiero, un certo Giacomo Leopardi. Che non era appassionati di tennis (anche se a Recanati c’è un suo nipote con il suo stesso cognome che lo è e non poco). Che pretendete da uno Scanagatta qualsiasi? 

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