Numeri: i giovani sì, ma con moderazione. Osaka invece si consacra

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Numeri: i giovani sì, ma con moderazione. Osaka invece si consacra

Raccolta di statistiche dopo il primo mese di questo 2019. Zverev balbetta ancora negli Slam, Djokovic vince il suo Slam più facile, Nadal comunque da applausi

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3 le top ten sconfitte a Melbourne da Naomi Osaka nella sua marcia per la conquista del secondo Slam consecutivo e della prima posizione del ranking WTA. La 21enne giapponese, esplosa durante lo scorso torneo di Indian Wells, vinto da numero 44 del mondo, solo nel torneo californiano era riuscita a vincere contro una delle prime dieci del mondo (Pliskova nei quarti e Halep in semi). Sebbene ormai esplosa come futura campionessa, da lì in poi, contro giocatrici top 10, aveva totalizzato sei sconfitte e una sola vittoria. Uno score che rappresentava un piccolo cono d’ombra sul suo già brillante 2018, chiuso da 4 WTA, anche grazie al primo Major portato a casa agli US Open, dove l’unica giocatrice di primissimo livello incontrata era stata Serena in finale. Lo scorso settembre a New York per vincere il titolo perse un solo set (con Sabalenka agli ottavi, seconda e ultima top 20 affrontata a Flushing Meadows). Nei quattro tornei successivi a quel trionfo era arrivata solo a una finale (a Tokyo) e a due semi (nel Premier 5 di Pechino e in quello “semplice” di Brisbane). A Melbourne, se possibile, il successo valso il primato nel ranking conta maggiormente di quello ottenuto a New York: è sempre più difficile ripetersi e riuscirci è testimonianza di maturità e solidità mentale da grandissima giocatrice. Naomi ha vinto lo Slam Down Under avendo questa volta il favore dei pronostici e la conseguente relativa pressione, portando a casa anche ben quattro partite al set decisivo. Prima della finale con Kvitova (7-6 5-7 6-4) e della semi contro Pliskova (6-2 4-6 6-4), ha rimontato anche un parziale di svantaggio contro Hsieh (al terzo turno col punteggio di 5-7 6-4 6-1) e Sevastova (agli ottavi con lo score di 4-6 6-3 6-4). Merita pienamente quanto di straordinario ha conquistato.

5 i tennisti non ancora ventitreenni (Coric, Medvedev, Tiafoe, Tsitsipas, Zverev) giunti agli ottavi del singolare maschile. Oltre a loro, tra i migliori sedici dello Slam australiano, il solo Pouille era nato dopo il 1991. È partita ormai da più di due anni la campagna dei tennisti della “Next Gen”, i giovani teoricamente già pronti a prendere il posto dei Fab Four. A Melbourne, però, solo Tiafoe e Tsitsipas sono arrivati ai quarti e hanno sconfitto un top ten (rispettivamente Anderson e Federer, quest’ultimo dopo un ottavo visto forse prematuramente come il simbolo della fine di un’epoca). In realtà, continuano in gran parte a deludere. Una delle poche eccezioni è rappresentata da Shapovalov: seppur eliminato già al terzo turno, è stato molto bravo ad elevare il livello del suo tennis per strappare un set a Djokovic. Il più atteso di tutti però, Sascha Zverev, ha giocato ormai l’ottavo Major da top ten e il quarto di finale all’ultimo Roland Garros resta il miglior piazzamento sin qui ottenuto in uno Slam: a Melbourne è stato sconfitto in tre set da Raonic, non giocandone in pratica due e facendosi notare più che altro per una performance poco edificante con la sua racchetta. Non è l’unico giovane ad aver perso contro classifica: Khachanov si è smarrito al terzo turno contro il super Bautista di inizio 2019 (già nove vittorie per lui quest’anno), mentre Coric si è fatto sorprendere in ottavi da Pouille.

 

https://twitter.com/wwos/status/1087213042595696641

Se Medvedev perdendo al quarto turno a testa alta contro Djokovic non ha nulla da rimproverarsi, anzi (tra l’altro, bella la vittoria in tre set su Goffin), possono però sorridere davvero solo Tiafoe e Tsitsipas. A 21 anni appena compiuti, lo statunitense ha vinto due partite contro avversari prestigiosi e forti come Dimitrov e Anderson e una terza contro uno insidioso come il Seppi versione australiana, prima di arrendersi allo splendido Nadal visto prima della finale. Il migliore è stato il vincitore delle ultime ATP Next Gen Finals di Milano, Tsitsipas, arrivato in semifinale a Melbourne, come accaduto a Chung l’anno scorso, dopo aver vinto lo stesso trofeo qualche mese prima. Il greco, bravissimo ad approfittare in ottavi di un Federer sprecone, ha anche superato la difficile prova del nove rappresentata in quarti di finale da Bautista Agut. Nadal in semifinale gli ha però ricordato che la nuova ottima classifica (12 ATP) è meritatissima, ma che ancora c’è da lavorare per compiere lo step finale e diventare un campione assoluto. A Melbourne, insomma, tra i giovani pochi promossi e tanti rimandati.

7 i tornei giocati da Serena Williams da quando, a distanza di 14 mesi dalla sua ultima apparizione (gli Australian Open 2017 vinti in finale sulla sorella Venus), lo scorso marzo a Indian Wells è rientrata in campo nelle competizioni ufficiali dopo essere diventata mamma. La campionessa di 23 Slam in questo suo ritorno all’attivita professionistica deve ancora aggiungere un titolo ai 72 complessivi già conquistati in singolare: è arrivata in finale a Wimbledon e US Open e ha raggiunto i quarti agli ultimi Australian Open, dove ha sprecato un grosso vantaggio (e non convertito quattro match point) contro Karolina Pliskova. Curioso notare come le sue sette sconfitte siano giunte o contro top ten (Kerber a Wimbledon, Kvitova a Cincinnati, Pliskova a Melbourne, Venus a Indian Wells) o, per ben due volte, contro la nuova numero 1 Osaka (a Miami e a New York). Solo una – dopo Wimbledon, a San Josè, dove arrivò non al meglio e perse contro Konta, comunque 4 WTA nel 2017 – è venuta contro una tennista non classificata al vertice. Dati che, assieme alla nuova classifica (11 WTA con appena sette tornei da contabilizzare), alle sette vittorie contro top 20 (di cui due, Halep e ancora Karolina Pliskova tra le prime 10) testimoniano che la coetanea di Federer (Serena ha cinquanta giorni in meno dello svizzero) possa ancora puntare in alto, nonostante i 37 anni e mezzo certificati dalla carta d’identità. Magari anche tramite un incremento dell’attività agonistica, così come lei stessa ha ipotizzato dopo la sua sconfitta a Melbourne.

8 gli italiani nel main draw degli Australian Open: tra gli uomini Fognini, Cecchinato, Seppi, Berrettini, Fabbiano e i qualificati Travaglia e Vanni (unici della pattuglia di tredici azzurri che si era iscritta al tabellone cadetto), tra le donne Giorgi. La loro partecipazione ai tabelloni di singolare ha portato un bilancio complessivo di nove vittorie e otto sconfitte. Numeri in chiaroscuro, come testimoniato dall’ennesimo anno senza azzurri nella seconda settimana, un’assenza parzialmente lenita dal raggiungimento, da parte di quattro di loro, del terzo turno. Delude soprattutto il numero uno azzurro, che perde per la sesta volta su sei contro Carreno e continua a non sbloccarsi nei Major (in 43 partecipazioni, un solo quarto e quattro ottavi). Non fa meglio di lui, anzi, Marco Cecchinato, che Roland Garros a parte ha sempre perso al primo turno negli altri sette Slam a cui ha partecipato (e a Melbourne rimpiange il match point mancato contro Krajinovic). Bravi invece a fare il loro dovere Vanni (porta al quinto Carreno Busta), Travaglia (sconfigge in quattro Andreozzi prima di arrendersi in cinque al top 20 Basilashvili), così come lo è stato Fabbiano nel raggiungere per la terza volta – dopo US Open 2017 e Wimbledon 2018 – i trentaduesimi in un Major. Il pugliese c’è riuscito grazie alle vittorie su Kubler e Opelka (al super tie-break del quinto), con la ciliegina sulla torta della bella partita giocata contro Dimitrov.

Bene anche l’unica donna (delle cinque che hanno partecipato alle qualificazioni, solo Trevisan è arrivata almeno al turno decisivo). Camila Giorgi, dopo aver lasciato pochissimi game a Jakupovic e Swiatek, ha portato al terzo set Karolina Pliskova, poi semifinalista dopo aver eliminato Serena. Capitolo a parte merita Seppi, come al solito protagonista in Australia con ottime prestazioni (la settimana precedente era arrivato in finale a Sydney e, soprattutto, a Melbourne è stato capace di raggiungere il quarto dei sei ottavi che rappresentano il miglior piazzamento ottenuto nei suoi 56 Slam giocati). Il quasi 35enne bolzanino ha prima eliminato una testa di serie, Johnson, poi ha estromesso il tennista locale Thompson, 72 ATP, infine si è arreso in cinque set a Tiafoe, che poi sarebbe giunto sino ai quarti. L’unica vera bella notizia è stata rappresentata dalla bellissima vittoria del titolo junior da parte di Lorenzo Musetti: un titolo che statisticamente dice poco sulle sue possibilità ad alto livello nel mondo ‘pro’, ma è altresì vero che, da sempre, vincere aiuta a vincere.

9 le sconfitte rimediate da Lucas Pouille nel suo disgraziato 2018 contro tennisti non compresi nella top 50 (e quattro di loro, Bemelmans a Melbourne, Bambri a Indian Wells, Novak a Wimbledon e Auger-Aliassime a Toronto, non erano nemmeno tra i primi 100 al mondo). Una stagione negativa, culminata lo scorso ottobre con l’uscita dai primi 30 e con la coraggiosa decisione di interrompere dopo sei anni il sodalizio con il coach che lo aveva accompagnato nella sua ascesa nel mondo ‘pro’, Emmanuel Planque. L’ex numero 10 ATP (a marzo 2018) lo scorso dicembre annunciava anche l’inizio del sodalizio con Amelie Mauresmo, ex campionessa e capitano di Fed Cup, nonché ex allenatrice di Andy Murray tra il 2014 e il 2016, quando divenne la prima allenatrice donna di un top ten. Un sodalizio iniziato con la prima semifinale Slam della sua carriera: Lucas negli Slam aveva al massimo raggiunto due volte i quarti di finale (nel 2016, a Wimbledon e agli US Open) e agli Australian Open era stato eliminato in tutte e cinque le sue partecipazioni nel main draw al primo turno. Prima di Melbourne, solo altre due volte aveva sconfitto due top 20 nello stesso torneo (nel 2016 Bautista e Nadal a New York, Goffin e Thiem a Metz). Nel primo Major dell’anno ha invece eliminato dopo battaglie di più di tre ore di durata, Coric (6-7 6-4 7-5 7-6) e Raonic (7-6 6-3 6-7 6-4) prima di arrendersi a Djokovic (6-0 6-2 6-2). Agli Australian Open nei primi tre turni ha avuto la meglio su due top 100 come Kukushkin (6-1 7-5 6-4) e Marterer 7-6 7-6 5-7 6-4), per poi soffrire al terzo contro la wild card australian Popyrin (7-6 6-3 6-7 4-6 6-3).

14 ore e 3 minuti il tempo trascorso in campo da Nole Djokovic per vincere il suo settimo Australian Open. Sia per conquistare i precedenti sei titoli a Melbourne (ma nel 2008 e nel 2011 perse un solo set, a differenza dei due ceduti quest’anno contro Shapovalov e Medvedev) che per vincere gli altri otto Major (1 Roland Garros, 4 Wimbledon e 3 US Open), il serbo non era mai stato in campo meno di 15 ore abbondanti. Va ricordato che nei quarti in questa edizione Nole ha usufruito del ritiro di Nishikori, quando però era già avanti nel punteggio 6-1 4-1. A riguardo però il serbo non ha “colpe”, ma al massimo meriti (ha finito di sfiancare il nipponico) ed è in ogni caso molto difficile pensare che per concludere la partita – con quella situazione di punteggio e con quella inerzia – avrebbe impiegato un’ora. In ogni caso, la vittoria nei giorni scorsi del 15° Slam risulta essere da tanti punti di vista la più facile mai ottenuta da Nole per portare a casa un titolo di questa importanza. Un dato impressionante per un tennista che a inizio luglio, a 31 anni compiuti, era ancora fuori dalla top 20 e veniva dato da tanti come per finito ad altissimi livelli. Nella prima metà del 2018, molto probabilmente nessuno avrebbe ipotizzato che Nole avrebbe poi vinto i successivi tre Slam giocati, 2 Masters 1000 (Cincinnati e Shanghai) e, più in generale, 45 delle 49 partite (92% di successi) giocate da Wimbledon in poi (e, probabilmente, l’unica delle quattro sconfitte dove veramente era concentrato al 101% è stata la finale delle ATP Finals contro Zverev).

Intanto, il numero 1 al mondo si gode il suo magico rapporto con gli Australian Open: ha vinto 68 dei 76 incontri giocati a Melbourne, una percentuale (89, 4%) anche migliore di quella di Federer sui prati di Wimbledon, ma ovviamente seconda all’incredibile 97,7% di vittorie che Nadal ha al Roland Garros. Nole allunga il suo vantaggio in classifica sui diretti inseguitori, che potrebbe incrementare ancora, visto che non ha grosse cambiali nei primi sei mesi dell’anno. Punta ora al Roland Garros, la cui vittoria significherebbe tanto. Djokovic diverrebbe infatti il primo nell’Era Open a vincere almeno due volte tutti i Major e per la seconda volta sarebbe l’unico, dal 1968 in poi, a detenere contemporaneamente tutti e quattro i tornei dello Slam. Se vi riuscisse, una volta superato l’ostacolo per lui più duro (Parigi da più di un decennio è dominata da Nadal), potrebbe davvero pensare di poter essere il primo, dopo Laver, a vincere tutti e quattro i Major nello stesso anno. Vedremo, intanto è ufficiale che da sette mesi (e per almeno qualcun altro) si è tornati al dominio del circuito da parte del serbo.

Novak Djokovic – Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

56  le partite vinte sul cemento all’aperto da Rafael Nadal nell’arco degli ultimi due anni solari. Un ottimo bilancio per il campione maiorchino, che, da quando agli Australian Open 2017 si ritrovò un break avanti nel corso del quinto set della finale poi vinta da Federer, dopo aver sconfitto tra gli altri Zverev, Dimitrov e Raonic allora 3 del mondo, ha rimediato solo altre nove sconfitte su questa superficie. Per la precisione altre tre sono arrivate contro il campione svizzero, due a seguito di ritiri a partita piuttosto compromessa (contro Cilic e Del Potro l’anno scorso), mentre le restanti portano la firma di Querrey (finale Acapulco 2017), Shapovalov (Canadian Open 2017), Kyrgios (due anni fa a Cincinnati) e Djokovic, nella finale di qualche giorno fa a Melbourne, prima a livello Slam persa senza vincere nemmeno un set. Una percentuale di partite vinte sul cemento all’aperto dell’85%, che gli ha consentito di vincere US Open e ATP 500 di Pechino nel 2017, il Canadian Open l’anno scorso e di raggiungere quattro finali (di cui due agli Australian Open). Percentuali di vittorie in carriera su questa superficie ben migliori del 79% (308 vittorie e e 83 sconfitte sino a quel torneo) col quale si è iscritto a Melbourne nel 2017.

Non ne raggiungeva di analoghe dal 2013, anno in cui sul cemento vinse US Open e ben tre Masters 1000 (Indian Wells, Montreal e Cincinnati). Guarda caso, quella fu l’ultima stagione chiusa da Rafa al numero 1 del mondo, prima della sua resurrezione sul cemento, datata appunto 2017, ultimo sinora dei quattro anni chiusi al vertice della classifica. E dire che il campione spagnolo è arrivato due settimane fa al primo Slam della stagione avendo completato (e vinto a Toronto l’anno scorso) soltanto uno dei 18 tornei sul cemento ai quali aveva partecipato da fine 2017. Dati che facevano venire più di un dubbio sulla sua possibilità di competere ancora ad alto livello su questa superficie. Invece, agli Australian Open appena conclusi ha mostrato, eccezion fatta per la brutta prova offerta in finale, un tennis di primissimo livello, non lasciando agli avversari dei primi sei incontri (nell’ordine Duckworth, Ebden, De Minaur, Berdych, Tiafoe e Tsitsipas) nemmeno un set e concedendo appena 52 game complessivi. A 32 anni e mezzo e dopo un incredibile numero di successi, incredibilmente non si smette mai di conoscerlo e di sorprendersi davanti alle sue grandi imprese tennistiche.

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Sabalenka alla conquista di Strasburgo

A Norimberga sono ancora in corsa le prime due teste di serie, Putintseva e Siniakova. In Francia la favorita Sabalenka se la vedrà con la 19enne Yastremska, Garcia impegnata nel derby francese con Paquet

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Aryna Sabalenka - Strasburgo 2019 (foto via Twitter, @WTA_Strasbourg)

NORIMBERGA – Dopo le intense giornate di pioggia di inizio settimana, il tabellone del torneo WTA International di Norimberga è riuscito ad allinearsi senza problemi alle semifinali. A cercare di guadagnarsi un posto per la vittoria finale ci sarà anche Sorana Cirstea, la quale non raggiungeva una semifinale dal 2017, proprio a Norimberga. L’ex numero 21 al mondo (adesso 93) – capace di raggiungere anche i quarti al Roland Garros nel 2009 – ha lottato più del previsto contro la serba Nina Stojanovic (22 anni, n. 247) restando in campo per più di 2 ore. Adesso se la vedrà con Yulia Putintseva. La kazaka testa di serie n. 1 arriverà a questa sfida ancora più affaticata della sua avversaria, avendo battuto nei quarti di finale la wild card tedesca Anna Friedsman in 3 ore e 21 minuti, in quella che è stata la più lunga partita femminile della stagione fino ad ora.

Dall’altra parte del tabellone la sfida che decreterà l’altra finalista è quella tra Katerina Siniakova e Tamara Zidansek. Quest’ultima sta facendo sempre più parlare di sé e in Germania ha raggiunto la seconda semifinale della stagione dopo quella di Hua Hin a gennaio. La slovacca, attuale n. 68, è l’ennesima classe ’97 che si sta distinguendo nel circuito. A smorzare il suo entusiasmo proverà la t.d.s. numero 2 Siniakova, la quale non disputa una finale da Shenzhen dello scorso anno, quando perse da Halep.

 

Risultati:

[1] Y. Putintseva b. [WC] A. Friedsman 7-5 6-7(5) 7-6(2)
S. Cirstea b. [Q] N. Stojanovic 4-6 6-4 6-2
T. Zidansek b. V. Kudermetova 6-4 2-6 6-3
[2] K. Siniakova b. M. Brengle 1-6 6-4 6-0

Il tabellone completo

STRASBURGO – In larga parte sono stati rispettati i pronostici anche a Strasburgo, dove si sta disputando il secondo WTA International della settimana. Nonostante infatti la favorita del seeding Ashleigh Barty si sia ritirata prima di scendere in campo, a mantenere alto il livello del torneo ci hanno pensato le altre teste di serie, con l’unica intrusa che risponde al nome di Chloe Paquet. La semifinale raggiunta dalla 24enne francese è un risultato a dir poco straordinario se si considera il fatto che non aveva mai superato il secondo turno in un evento WTA, e per raggiungerla ha battuto 6-3 7-6(1) l’australiana Gavrilova. Adesso la n. 223 del mondo affronterà in un derby transalpino Caroline Garcia, tennista decisamente fuori dalla sua portata, ma se riuscirà a mettere l’emotività da parte non è detto che non possa scapparci la sorpresa.

L’altra parte di tabellone è dominata da Aryna Sabalenka, la quale nell’unica altra occasione in cui era la favorita per la vittoria del torneo non ha deluso le attese: si trattava del torneo di Shenzhen, da lei conquistato con la testa di serie n. 1. Qui è n. 2 ma come detto con il ritiro di Barty è lei la tennista da battere. In questa impresa non è riuscita Monica Puig, sconfitta in tre set dalla bielorussa che si è presa la rivincita dopo Charleston a suon di vincenti (30 di cui 9 ace). Adesso per Aryna si preannuncia una sfida ancora più ostica contro Dayana Yastremska. La 19enne ucraina non ha un gioco troppo dissimile da Sabalenka e in questo torneo non ha ancora perso un set.

Risultati:

C. Paquet b. D. Gavrilova 6-3 7-6(1)
[4] C. Garcia b. [Q] M. Kostyuk 3-6 6-3 6-2
[6] D. Yastremska b. F. Ferro 6-1 6-3
[2/WC] A. Sabalenka b. M. Puig 6-1 3-6 6-2

Il tabellone principale

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Giornate romane: il tifoso solitario

“Si arriva al Foro con la certezza di essere tutti figli della stessa madre. ma si esce con la consapevolezza di essersi imbruttiti spalla a spalla con chi segue un quindici su tre”

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Nick Kyrgios - Roma 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Foro Italico, martedì 14 maggio, ore 11.30. La fila per il Granstand è già abbastanza lunga. Quello che abbiamo davanti a noi è un nuovo gioco di tubi innocenti; le tribune sono coperte da certe tavole in legno dal colpo d’occhio persino gradevole. Ok, forse quest’anno va meglio, ma torniamo in fila. La sessione diurna è iniziata da poco più di mezz’ora quindi la speranza è che al prossimo cambio di campo si riesca ad entrare facilmente nel settore riservato ai possessori di biglietto per il centrale. L’annuncio però ci spiazza: “Non ci sono più posti liberi per chi ha il biglietto del centrale. Se volete, potete recarvi alle casse e fare un’integrazione per garantirvi un posto sul Granstand”. Già ci chiedono altri soldi, bene.

A chi ha frequentato abitualmente il Foro (e intorno a noi sembrano essere in pochi) la notizia puzza, ma non si demorde e si decide di aspettare. Al primo cambio di campo dalle tribune scendono, per guadagnare l’uscita, almeno una cinquantina di ragazzi. Anche questo sorprende, ma almeno si entra. Troviamo un posto abbastanza in alto ma pazienza, la partita è bella: Wawrinka contro Goffin, ci sarà persino un siparietto con uno spettatore colto da un malore ma abbastanza arzillo da rifiutare di lasciare lo stadio.

Il ‘capitale umano’ sul Grandstand

Ma non lo so… sono a vedere questa cosa del tennis”, si può udire a breve distanza; “Mi ha scritto – ‘nome generico’ – su Whatsapp”. Alle nostre spalle quella che sembra una scolaresca parla e ridacchia come se in classe non ci fosse il professore. Ecco che si spiega quella fila di ragazzini uscita dopo appena tre game. La giornata, insomma, non promette bene.

 

Nonostante tutto si decide di rimanere. Meglio Wawrinka che una brutta Sabalenka sul centrale. Tanto poi ci sono Kyrgios e Berrettini, la giornata è ancora lunga. L’impressione pessima però rimane, nonostante la passione di chi vive questo posto (ex?) magico sia talmente grande da superare tutto. Chi viene a vedere il tennis è quasi disperato. Si gira intorno alla ricerca di una faccia amica ma purtroppo, soprattutto negli ultimi anni, la trova sempre più raramente. Qualcuno che conosca i precedenti tra i tennisti in campo, uno storico di risultati, una qualsiasi peculiarità di chi sta colpendo dritti e rovesci davanti ai suoi occhi. Insomma, una voce amica. Perché, paradossalmente, ce n’è bisogno. Si arriva al Foro con la certezza di essere tutti figli della stessa madre ma poi si esce con la consapevolezza di essersi imbruttiti spalla a spalla con chi segue un quindici su tre.

Le premesse della vigilia, inoltre, non erano nemmeno buone. Un martedì senza big probabilmente in un 1000 non si è quasi mai visto. Ci sono le richieste dei giocatori, per carità, ma il pubblico ha pagato. Oppure quelli del martedì, dopo l’aumento di prezzi del 100% del mercoledì, sono diventati spettatori di Serie B? Ma ci ha pensato Giove Pluvio, o la legge di Murphy, vedete un po’ voi.

Il programma del Centrale, ad ogni modo, rispecchia le aspettative. Kyrgios gioca una gran partita contro Medvedev e Berrettini regala una gioia a tutto il pubblico. Il resto lo fa un sole generoso e la consapevolezza che le giornate di tennis, nella vita della maggior parte dei presenti, siano sempre e solo una parte infinitesimale. Quindi pazienza se i prezzi dei panini, delle pizzette, dei gelati, e dell’acqua sfiorano la follia. A quelli si ci è fatto il callo.

Si sta sempre più stretti però, e bisognerebbe iniziare a pensare a una limitazione sui biglietti Ground che in realtà non sono altro che un biglietto sul “Pietrangeli”. Ma quasi sicuramente chi organizza lo sa già. E non è minimamente auspicabile che accada. Dopo tutto, comanda sempre il dio denaro. Magari siamo nostalgici nel sognare ancora un Foro Italico a portata d’uomo. Ma, con il rischio di essere ripetitivi, la magia di Roma è anche la sua unicità. Nel giro di cinquanta metri si possono vedere Tsitsipas, Shapovalov, Verdasco, Khachanov, del Potro e Cuevas (dimenticandone qualcuno di certo). In fondo ci piace così, ma ogni anno è sempre più una battaglia persa in partenza.

Un ground è anche Tsitsipas che salta come un grillo


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La foto di Fucsovics che fa discutere: la palla è buona o fuori?

Dieci giorni fa, In disaccordo con l’arbitro, Marton scattava una foto del segno per pubblicarla su Instagram

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Roma, day 1: Nikoloz Basilashvili ha dominato il primo set ed è pronto a servire in vantaggio 6-2 al tie-break nel secondo. Nikoloz batte e Marton Fucsovics non riesce a rispondere, ma l’esultanza georgiana è smorzata sul nascere dalla correzione della chiamata: la palla è fuori. Se non è facile per nessuno riprendere a giocare un match già vinto, “Basil” non è neanche il tennista più freddo in circolazione e non sorprende che la sua seconda di servizio sia accompagnata dal grido “fault!” del giudice di linea.

Nello spazio di pochissimi secondi, gli occhi di Fucsovics cambiano luce rivelando i suoi pensieri: adesso vinco i due punti sulla mia battuta, lui va in panico e non ne butta più una di là, anzi, di qua. Dal canto suo, Basilashvili pensa che in questo momento dovrebbe starsene a firmare autografi mentre esce vittorioso dal campo e, invece, tra un po’ si troverà ad aver messo in rete la prima di servizio sull’ultimo match point a sua disposizione.

Di nuovo, però, la realtà si capovolge in un attimo: l’arbitro Gianluca Moscarella scende a verificare il segno e, palmo della mano rivolto verso il basso con un movimento a indicare che la palla è scivolata sull’ultimo pezzetto di riga, comunica la pessima notizia a Marton. L’ungherese, incredulo davanti a quella traccia sul manto per lui fuori senza alcun dubbio, discute con l’arbitro, inutilmente, perché la decisione di rigiocare il punto è presa. Basil tira un sospiro di sollievo e non si lascia sfuggire l’occasione di chiudere subito l’incontro. Fucsovics fa quello che ci si aspetta: stringe la mano al vincitore e all’arbitro, mette il borsone sulle spalle, estrae il cellulare e va a fotografare il segno (comportamento ammesso una volta che l’incontro è finito). Con qualche riluttanza, lo posta su Instagram.

 
La ‘Instagram story’ incriminata

La stragrande maggioranza delle persone vede il segno fuori, per quanto la linea un po’ più pulita in quella zona dia una remota chance alla decisione di Moscarella. All’apparenza, quindi, è un punto a favore di chi vorrebbe la verifica elettronica anche sulla terra; tra questi c’è Denis Shapovalov, che non si lascia sfuggire queste occasioni per ribadire la sua posizione: “è ingiusto che i giocatori non abbiano la possibilità di ‘impugnare’ la chiamata dell’arbitro come sulle altre superfici“.

Chi è contrario, viceversa, crede che sarebbero molti di più gli episodi opposti, con hawk-eye, ottuso burocrate cieco di fronte all’evidenza, a imporre una decisione palesemente sbagliata sotto gli occhi di tutti. Se così fosse, resterebbe davvero preferibile l’imparzialità degli errori della tecnologia anche per quelli che non si fidano di quella degli uomini?

La polemica riguarda la terra battuta semplicemente perché sulle altre superfici (ci) si è obbligati a credere alla verifica elettronica su chiamate vicinissime alla riga; inoltre, il segno eventualmente lasciato sul duro non è di facile lettura e perciò non può essere ufficialmente valutato dal giudice di sedia. Questo non significa che non ci siano esempi di errori evidenti, come il servizio esterno – buono solo per il falco – con cui Isner annullò una pericolosa palla break a Jarry allo scorso US Open: il cileno indicò un segno ben fuori chiedendo se fosse quello all’arbitro, il quale confermò con un’espressione di impotente imbarazzo. A differenza di Fucsovic, di Shapovalov, eccetera, Jarry si limitò a riderci sopra invece di inscenare tragedie, scattare foto e scatenarsi sui social.

Ma non sono solo i sostenitori della tecnologia a volere l’introduzione della verifica elettronica sulla polvere rossa: anche qualcuno di coloro che restano scettici sulla sua affidabilità la vorrebbe vedere all’opera, ventilando il dubbio che non venga adottata proprio per evitare la prova del mattone tritato. A sminuire quelle che restano supposizioni, c’è l’ostacolo oggettivo rappresentato dal costo tutt’altro che trascurabile.

Forse, però, il vero problema non è la tecnologia avanzata, bensì quella arretrata: finché si spazzolano le righe con scope inadatte e con la precisione richiesta dal pavimento di un magazzino togliendo completamente il manto e rendendo di fatto molto difficile, quando non impossibile, capire dove inizi il segno, ci saranno sempre interpretazioni differenti. Aspettando fiduciosi la brillante soluzione a questa immane sciagura, è opportuno sincerarsi che tutti i giudici di sedia abbiano capito che, se un addetto spazza via venti centimetri di terra, non devono considerare la riga allargata di altrettanto; parallelamente, non sarebbe superfluo ricordare ai giocatori che la palla è fuori solo quando non c’è spazio tra il segno (che deve essere completo) e la linea.

Sfruttata in modo compulsivo, la possibilità di scattare foto in qualsiasi momento rende naturale immortalare e condividere anche il segno lasciato sul campo dal colpo proprio o dell’avversario, soddisfacendo in tal modo anche la comprensibile curiosità del pubblico. Il fatto che non accada quasi mai dipende non solo dalle poche occasioni in cui il tennista è davvero convinto dell’errore arbitrale (anche se, ultimamente, la frequenza delle polemiche si è intensificata in modo quasi sospetto), bensì perché è sanzionabile dal giudice di sedia come “comportamento antisportivo”, una violazione del Codice al pari, per esempio, di un abuso di racchetta. Ecco perché fece notizia Sergiy Stakhovsky al Roland Garros 2013 fotografando e postando in rete il segno del suo dritto inside-in giudicato largo da Carlos Ramos. La circostanza forse più significativa di quell’episodio resta però quella del periodico che pubblicò la foto evidenziando il segno incriminato con un “circoletto rosso”: a parte l’uso scriteriato dello strumento di Rino Tommasi, quel piccolo cerchio era disegnato attorno al nulla perché il segno era qualche centimetro più sotto (!).

Molto prima del tennista ucraino, nel 2004 a Montecarlo, evidentemente privo di un cellulare con fotocamera Vga, Rainer Schuettler estrasse dal borsone una macchinetta fotografica usa e getta per fissare sulla pellicola la prova della decisione – per lui arbitraria anziché arbitrale – sull’impronta lasciata dal servizio di Lleyton Hewitt. Un altro episodio, recentissimo, è accaduto all’inizio di maggio al Challenger di Bordeaux, con Calvin Hemery che si è preso il warning per uno scatto (fotografico, non d’ira) durante la pausa del cambio campo dopo il suo dritto giudicato lungo. Quanto sono lontani i tempi in cui Ivan Lendl andava a giocare nella città francese in cambio di qualche cassa di vino per la sua cantina…

Se, però, questa è la classica “altra storia”, è storia vecchia ma sempre da ricordare che tra due errori arbitrali di questo tipo – quando davvero di errori si tratta – passano migliaia di errori gratuiti dei giocatori.

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