Numeri: i giovani sì, ma con moderazione. Osaka invece si consacra

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Numeri: i giovani sì, ma con moderazione. Osaka invece si consacra

Raccolta di statistiche dopo il primo mese di questo 2019. Zverev balbetta ancora negli Slam, Djokovic vince il suo Slam più facile, Nadal comunque da applausi

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3 le top ten sconfitte a Melbourne da Naomi Osaka nella sua marcia per la conquista del secondo Slam consecutivo e della prima posizione del ranking WTA. La 21enne giapponese, esplosa durante lo scorso torneo di Indian Wells, vinto da numero 44 del mondo, solo nel torneo californiano era riuscita a vincere contro una delle prime dieci del mondo (Pliskova nei quarti e Halep in semi). Sebbene ormai esplosa come futura campionessa, da lì in poi, contro giocatrici top 10, aveva totalizzato sei sconfitte e una sola vittoria. Uno score che rappresentava un piccolo cono d’ombra sul suo già brillante 2018, chiuso da 4 WTA, anche grazie al primo Major portato a casa agli US Open, dove l’unica giocatrice di primissimo livello incontrata era stata Serena in finale. Lo scorso settembre a New York per vincere il titolo perse un solo set (con Sabalenka agli ottavi, seconda e ultima top 20 affrontata a Flushing Meadows). Nei quattro tornei successivi a quel trionfo era arrivata solo a una finale (a Tokyo) e a due semi (nel Premier 5 di Pechino e in quello “semplice” di Brisbane). A Melbourne, se possibile, il successo valso il primato nel ranking conta maggiormente di quello ottenuto a New York: è sempre più difficile ripetersi e riuscirci è testimonianza di maturità e solidità mentale da grandissima giocatrice. Naomi ha vinto lo Slam Down Under avendo questa volta il favore dei pronostici e la conseguente relativa pressione, portando a casa anche ben quattro partite al set decisivo. Prima della finale con Kvitova (7-6 5-7 6-4) e della semi contro Pliskova (6-2 4-6 6-4), ha rimontato anche un parziale di svantaggio contro Hsieh (al terzo turno col punteggio di 5-7 6-4 6-1) e Sevastova (agli ottavi con lo score di 4-6 6-3 6-4). Merita pienamente quanto di straordinario ha conquistato.

5 i tennisti non ancora ventitreenni (Coric, Medvedev, Tiafoe, Tsitsipas, Zverev) giunti agli ottavi del singolare maschile. Oltre a loro, tra i migliori sedici dello Slam australiano, il solo Pouille era nato dopo il 1991. È partita ormai da più di due anni la campagna dei tennisti della “Next Gen”, i giovani teoricamente già pronti a prendere il posto dei Fab Four. A Melbourne, però, solo Tiafoe e Tsitsipas sono arrivati ai quarti e hanno sconfitto un top ten (rispettivamente Anderson e Federer, quest’ultimo dopo un ottavo visto forse prematuramente come il simbolo della fine di un’epoca). In realtà, continuano in gran parte a deludere. Una delle poche eccezioni è rappresentata da Shapovalov: seppur eliminato già al terzo turno, è stato molto bravo ad elevare il livello del suo tennis per strappare un set a Djokovic. Il più atteso di tutti però, Sascha Zverev, ha giocato ormai l’ottavo Major da top ten e il quarto di finale all’ultimo Roland Garros resta il miglior piazzamento sin qui ottenuto in uno Slam: a Melbourne è stato sconfitto in tre set da Raonic, non giocandone in pratica due e facendosi notare più che altro per una performance poco edificante con la sua racchetta. Non è l’unico giovane ad aver perso contro classifica: Khachanov si è smarrito al terzo turno contro il super Bautista di inizio 2019 (già nove vittorie per lui quest’anno), mentre Coric si è fatto sorprendere in ottavi da Pouille.

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Se Medvedev perdendo al quarto turno a testa alta contro Djokovic non ha nulla da rimproverarsi, anzi (tra l’altro, bella la vittoria in tre set su Goffin), possono però sorridere davvero solo Tiafoe e Tsitsipas. A 21 anni appena compiuti, lo statunitense ha vinto due partite contro avversari prestigiosi e forti come Dimitrov e Anderson e una terza contro uno insidioso come il Seppi versione australiana, prima di arrendersi allo splendido Nadal visto prima della finale. Il migliore è stato il vincitore delle ultime ATP Next Gen Finals di Milano, Tsitsipas, arrivato in semifinale a Melbourne, come accaduto a Chung l’anno scorso, dopo aver vinto lo stesso trofeo qualche mese prima. Il greco, bravissimo ad approfittare in ottavi di un Federer sprecone, ha anche superato la difficile prova del nove rappresentata in quarti di finale da Bautista Agut. Nadal in semifinale gli ha però ricordato che la nuova ottima classifica (12 ATP) è meritatissima, ma che ancora c’è da lavorare per compiere lo step finale e diventare un campione assoluto. A Melbourne, insomma, tra i giovani pochi promossi e tanti rimandati.

7 i tornei giocati da Serena Williams da quando, a distanza di 14 mesi dalla sua ultima apparizione (gli Australian Open 2017 vinti in finale sulla sorella Venus), lo scorso marzo a Indian Wells è rientrata in campo nelle competizioni ufficiali dopo essere diventata mamma. La campionessa di 23 Slam in questo suo ritorno all’attivita professionistica deve ancora aggiungere un titolo ai 72 complessivi già conquistati in singolare: è arrivata in finale a Wimbledon e US Open e ha raggiunto i quarti agli ultimi Australian Open, dove ha sprecato un grosso vantaggio (e non convertito quattro match point) contro Karolina Pliskova. Curioso notare come le sue sette sconfitte siano giunte o contro top ten (Kerber a Wimbledon, Kvitova a Cincinnati, Pliskova a Melbourne, Venus a Indian Wells) o, per ben due volte, contro la nuova numero 1 Osaka (a Miami e a New York). Solo una – dopo Wimbledon, a San Josè, dove arrivò non al meglio e perse contro Konta, comunque 4 WTA nel 2017 – è venuta contro una tennista non classificata al vertice. Dati che, assieme alla nuova classifica (11 WTA con appena sette tornei da contabilizzare), alle sette vittorie contro top 20 (di cui due, Halep e ancora Karolina Pliskova tra le prime 10) testimoniano che la coetanea di Federer (Serena ha cinquanta giorni in meno dello svizzero) possa ancora puntare in alto, nonostante i 37 anni e mezzo certificati dalla carta d’identità. Magari anche tramite un incremento dell’attività agonistica, così come lei stessa ha ipotizzato dopo la sua sconfitta a Melbourne.

8 gli italiani nel main draw degli Australian Open: tra gli uomini Fognini, Cecchinato, Seppi, Berrettini, Fabbiano e i qualificati Travaglia e Vanni (unici della pattuglia di tredici azzurri che si era iscritta al tabellone cadetto), tra le donne Giorgi. La loro partecipazione ai tabelloni di singolare ha portato un bilancio complessivo di nove vittorie e otto sconfitte. Numeri in chiaroscuro, come testimoniato dall’ennesimo anno senza azzurri nella seconda settimana, un’assenza parzialmente lenita dal raggiungimento, da parte di quattro di loro, del terzo turno. Delude soprattutto il numero uno azzurro, che perde per la sesta volta su sei contro Carreno e continua a non sbloccarsi nei Major (in 43 partecipazioni, un solo quarto e quattro ottavi). Non fa meglio di lui, anzi, Marco Cecchinato, che Roland Garros a parte ha sempre perso al primo turno negli altri sette Slam a cui ha partecipato (e a Melbourne rimpiange il match point mancato contro Krajinovic). Bravi invece a fare il loro dovere Vanni (porta al quinto Carreno Busta), Travaglia (sconfigge in quattro Andreozzi prima di arrendersi in cinque al top 20 Basilashvili), così come lo è stato Fabbiano nel raggiungere per la terza volta – dopo US Open 2017 e Wimbledon 2018 – i trentaduesimi in un Major. Il pugliese c’è riuscito grazie alle vittorie su Kubler e Opelka (al super tie-break del quinto), con la ciliegina sulla torta della bella partita giocata contro Dimitrov.

Bene anche l’unica donna (delle cinque che hanno partecipato alle qualificazioni, solo Trevisan è arrivata almeno al turno decisivo). Camila Giorgi, dopo aver lasciato pochissimi game a Jakupovic e Swiatek, ha portato al terzo set Karolina Pliskova, poi semifinalista dopo aver eliminato Serena. Capitolo a parte merita Seppi, come al solito protagonista in Australia con ottime prestazioni (la settimana precedente era arrivato in finale a Sydney e, soprattutto, a Melbourne è stato capace di raggiungere il quarto dei sei ottavi che rappresentano il miglior piazzamento ottenuto nei suoi 56 Slam giocati). Il quasi 35enne bolzanino ha prima eliminato una testa di serie, Johnson, poi ha estromesso il tennista locale Thompson, 72 ATP, infine si è arreso in cinque set a Tiafoe, che poi sarebbe giunto sino ai quarti. L’unica vera bella notizia è stata rappresentata dalla bellissima vittoria del titolo junior da parte di Lorenzo Musetti: un titolo che statisticamente dice poco sulle sue possibilità ad alto livello nel mondo ‘pro’, ma è altresì vero che, da sempre, vincere aiuta a vincere.

9 le sconfitte rimediate da Lucas Pouille nel suo disgraziato 2018 contro tennisti non compresi nella top 50 (e quattro di loro, Bemelmans a Melbourne, Bambri a Indian Wells, Novak a Wimbledon e Auger-Aliassime a Toronto, non erano nemmeno tra i primi 100 al mondo). Una stagione negativa, culminata lo scorso ottobre con l’uscita dai primi 30 e con la coraggiosa decisione di interrompere dopo sei anni il sodalizio con il coach che lo aveva accompagnato nella sua ascesa nel mondo ‘pro’, Emmanuel Planque. L’ex numero 10 ATP (a marzo 2018) lo scorso dicembre annunciava anche l’inizio del sodalizio con Amelie Mauresmo, ex campionessa e capitano di Fed Cup, nonché ex allenatrice di Andy Murray tra il 2014 e il 2016, quando divenne la prima allenatrice donna di un top ten. Un sodalizio iniziato con la prima semifinale Slam della sua carriera: Lucas negli Slam aveva al massimo raggiunto due volte i quarti di finale (nel 2016, a Wimbledon e agli US Open) e agli Australian Open era stato eliminato in tutte e cinque le sue partecipazioni nel main draw al primo turno. Prima di Melbourne, solo altre due volte aveva sconfitto due top 20 nello stesso torneo (nel 2016 Bautista e Nadal a New York, Goffin e Thiem a Metz). Nel primo Major dell’anno ha invece eliminato dopo battaglie di più di tre ore di durata, Coric (6-7 6-4 7-5 7-6) e Raonic (7-6 6-3 6-7 6-4) prima di arrendersi a Djokovic (6-0 6-2 6-2). Agli Australian Open nei primi tre turni ha avuto la meglio su due top 100 come Kukushkin (6-1 7-5 6-4) e Marterer 7-6 7-6 5-7 6-4), per poi soffrire al terzo contro la wild card australian Popyrin (7-6 6-3 6-7 4-6 6-3).

14 ore e 3 minuti il tempo trascorso in campo da Nole Djokovic per vincere il suo settimo Australian Open. Sia per conquistare i precedenti sei titoli a Melbourne (ma nel 2008 e nel 2011 perse un solo set, a differenza dei due ceduti quest’anno contro Shapovalov e Medvedev) che per vincere gli altri otto Major (1 Roland Garros, 4 Wimbledon e 3 US Open), il serbo non era mai stato in campo meno di 15 ore abbondanti. Va ricordato che nei quarti in questa edizione Nole ha usufruito del ritiro di Nishikori, quando però era già avanti nel punteggio 6-1 4-1. A riguardo però il serbo non ha “colpe”, ma al massimo meriti (ha finito di sfiancare il nipponico) ed è in ogni caso molto difficile pensare che per concludere la partita – con quella situazione di punteggio e con quella inerzia – avrebbe impiegato un’ora. In ogni caso, la vittoria nei giorni scorsi del 15° Slam risulta essere da tanti punti di vista la più facile mai ottenuta da Nole per portare a casa un titolo di questa importanza. Un dato impressionante per un tennista che a inizio luglio, a 31 anni compiuti, era ancora fuori dalla top 20 e veniva dato da tanti come per finito ad altissimi livelli. Nella prima metà del 2018, molto probabilmente nessuno avrebbe ipotizzato che Nole avrebbe poi vinto i successivi tre Slam giocati, 2 Masters 1000 (Cincinnati e Shanghai) e, più in generale, 45 delle 49 partite (92% di successi) giocate da Wimbledon in poi (e, probabilmente, l’unica delle quattro sconfitte dove veramente era concentrato al 101% è stata la finale delle ATP Finals contro Zverev).

Intanto, il numero 1 al mondo si gode il suo magico rapporto con gli Australian Open: ha vinto 68 dei 76 incontri giocati a Melbourne, una percentuale (89, 4%) anche migliore di quella di Federer sui prati di Wimbledon, ma ovviamente seconda all’incredibile 97,7% di vittorie che Nadal ha al Roland Garros. Nole allunga il suo vantaggio in classifica sui diretti inseguitori, che potrebbe incrementare ancora, visto che non ha grosse cambiali nei primi sei mesi dell’anno. Punta ora al Roland Garros, la cui vittoria significherebbe tanto. Djokovic diverrebbe infatti il primo nell’Era Open a vincere almeno due volte tutti i Major e per la seconda volta sarebbe l’unico, dal 1968 in poi, a detenere contemporaneamente tutti e quattro i tornei dello Slam. Se vi riuscisse, una volta superato l’ostacolo per lui più duro (Parigi da più di un decennio è dominata da Nadal), potrebbe davvero pensare di poter essere il primo, dopo Laver, a vincere tutti e quattro i Major nello stesso anno. Vedremo, intanto è ufficiale che da sette mesi (e per almeno qualcun altro) si è tornati al dominio del circuito da parte del serbo.

Novak Djokovic – Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

56  le partite vinte sul cemento all’aperto da Rafael Nadal nell’arco degli ultimi due anni solari. Un ottimo bilancio per il campione maiorchino, che, da quando agli Australian Open 2017 si ritrovò un break avanti nel corso del quinto set della finale poi vinta da Federer, dopo aver sconfitto tra gli altri Zverev, Dimitrov e Raonic allora 3 del mondo, ha rimediato solo altre nove sconfitte su questa superficie. Per la precisione altre tre sono arrivate contro il campione svizzero, due a seguito di ritiri a partita piuttosto compromessa (contro Cilic e Del Potro l’anno scorso), mentre le restanti portano la firma di Querrey (finale Acapulco 2017), Shapovalov (Canadian Open 2017), Kyrgios (due anni fa a Cincinnati) e Djokovic, nella finale di qualche giorno fa a Melbourne, prima a livello Slam persa senza vincere nemmeno un set. Una percentuale di partite vinte sul cemento all’aperto dell’85%, che gli ha consentito di vincere US Open e ATP 500 di Pechino nel 2017, il Canadian Open l’anno scorso e di raggiungere quattro finali (di cui due agli Australian Open). Percentuali di vittorie in carriera su questa superficie ben migliori del 79% (308 vittorie e e 83 sconfitte sino a quel torneo) col quale si è iscritto a Melbourne nel 2017.

Non ne raggiungeva di analoghe dal 2013, anno in cui sul cemento vinse US Open e ben tre Masters 1000 (Indian Wells, Montreal e Cincinnati). Guarda caso, quella fu l’ultima stagione chiusa da Rafa al numero 1 del mondo, prima della sua resurrezione sul cemento, datata appunto 2017, ultimo sinora dei quattro anni chiusi al vertice della classifica. E dire che il campione spagnolo è arrivato due settimane fa al primo Slam della stagione avendo completato (e vinto a Toronto l’anno scorso) soltanto uno dei 18 tornei sul cemento ai quali aveva partecipato da fine 2017. Dati che facevano venire più di un dubbio sulla sua possibilità di competere ancora ad alto livello su questa superficie. Invece, agli Australian Open appena conclusi ha mostrato, eccezion fatta per la brutta prova offerta in finale, un tennis di primissimo livello, non lasciando agli avversari dei primi sei incontri (nell’ordine Duckworth, Ebden, De Minaur, Berdych, Tiafoe e Tsitsipas) nemmeno un set e concedendo appena 52 game complessivi. A 32 anni e mezzo e dopo un incredibile numero di successi, incredibilmente non si smette mai di conoscerlo e di sorprendersi davanti alle sue grandi imprese tennistiche.

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ATP

Lorenzo Sonego: “Non mi piace chi vince sempre, io preferisco lottare e soffrire”

“Io e il Toro amiamo le sfide impossibili, come in Coppa Davis. “. In una lunga intervista al quotidiano La Repubblica di Torino, Lorenzo Sonego racconta le sue abitudini e gli obiettivi per l’anno prossimo

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Lorenzo Sonego - Coppa Davis 2022 (foto Roberto dell'Olivo)
Lorenzo Sonego - Coppa Davis 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

Che Lorenzo Sonego sia un ragazzo umile e alla mano l’hanno capito tutti gli appassionati di tennis. Un’ulteriore conferma la si ha leggendo l’intervista rilasciata a Fabrizio Turco, collega che scrive per La Repubblica di Torino. In questa off-season, Lorenzo è nella sua Torino e si allena allo Sporting “perché qui mi sento a casa”.

Per lui che vive a poche centinaia di metri dal circolo, la sveglia è alle 7:30 ogni mattina e poi 4 ore di allenamento in campo e preparazione atletica al mattino e altrettante al pomeriggio, sempre sotto la guida attenta del suo inseparabile coach Gipo Arbino (intervistato in esclusiva pochi giorni fa) che l’ha scoperto e condotto nel mondo dello sport di racchetta quando ancora alternava il tennis al calcio nel Toro.

Classe 1995, Lorenzo non è ancora arrivato al suo meglio “Ho iniziato tardi e non sono mai stato un predestinato”. La passione per il tennis ha affiancato per tanti anni l’amore per il calcio, mai sopito che ancora agita il cuore del giovane torinese Io e il Toro amiamo le sfide impossibili, proprio come in Coppa Davis. Non mi piace chi vince sempre, io preferisco lottare e soffrire, anche sul campo da tennis”.

 

Già, la Coppa Davis. In due giornate straordinarie, Lorenzo è stato l’eroe della spedizione azzurra. Prima la vittoria contro Frances Tiafoe, n. 19 del ranking, poi contro il mancino Denis Shapovalov, n. 18 “Però la partita della vita resta il 6-2 6-1 contro Djokovic, un paio d’anni da a Vienna. L’obiettivo per il 2023 è ritoccare il best ranking, mentre ora resta al n. 45. “Un pensierino alle Finals lo faccio e nel frattempo alzo l’asticella: l’obiettivo per il 2023 è migliorare la mia miglior posizione raggiunta in carriera, la n.21. La Coppa Davis purtroppo non assegna punti in classifica, ma vuoi mettere la soddisfazione?”. E chissà che quel sogno Finals di fine anno non possa concretizzarsi anche in doppio con il suo amico Andrea VavasSori. QUI INTERVISTATI IN ESCLUSIVA

Tra i suoi colleghi, il più simpatico è Berrettini, e non solo perché mi ha presentato Alice” cui Lorenzo riserva parole al miele sebbene non si parli ancora di matrimonio; Nadal “fuori dal campo è molto disponibile pur restando uno che daÀpoca confidenza” mentre Djokovic “è molto aperto”.

Gli Internazionali a Roma e Wimbledon sono per Lorenzo i tornei più belli ed emozionanti per l’atmosfera sugli spalti del primo e l’eleganza e la storia che si respira nel secondo ma i grandi spazi infiniti dei tornei americani come Miami e Indian Weels esercitano sempre un grande fascino. La stagione 2023 di Lorenzo Sonego inizierà il 2 gennaio al torneo di Adelaide e subito dopo il primo Slam dell’anno, gli Australian Open.

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ATP

ATP e WTA, calendario di gennaio: manca poco al via della stagione 2023 in Australia

A breve si ricomincia In Australia. Dopo la United Cup, ATP e WTA di nuovo in campo ad Adelaide. Ecco il calendario ufficiale del primo mese dell’anno

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La stagione 2022 si è conclusa da poco con le finali di Coppa Davis e della Billie Jean King Cup – e le storiche vittorie rispettivamente del Canada e della Svizzera – tuttavia manca pochissimo all’avvio del circuito 2023 che, come da tradizione, ripartirà dall’emisfero australe.

Oltre alla United Cup, competizione mista a 18 squadre che si svolgerà tra Brisbane, Perth e Sydney dal 29 dicembre all’8 gennaio, i ragazzi possono ricominciare a scaldare i motori il 2 gennaio con l’Adelaide International 1, evento della categoria 250. Per il primo appuntamento del 2023 hanno confermato la loro presenza Novak Djokovic – fresco campione delle Nitto ATP Finals – e Jannik Sinner che ha scelto proprio Adelaide per ricominciare a competere dopo lo stop per infortunio.

Si gareggerà contemporaneamente anche a Pune (in India, l’unico evento ATP a gennaio che non si trova nell’emisfero australe), con un torneo della stessa categoria. Dal 9 gennaio i ragazzi saranno impegnati ancora ad Adelaide con l’Adelaide International 2 e con l’opzione dell’ASB Classic di Auckland, in Nuova Zelanda.

Anche per le ragazze, oltre alla United Cup, la stagione riparte il 1 gennaio da Adelaide (Adelaide International 1), anche se per loro il torneo apparterrà alla categoria 500. Allo stesso tempo si svolgerà anche il torneo femminile 250 ASB Classic di Auckland (una settimana prima rispetto a quello maschile), a cui parteciperanno anche le sorelle Fruhvirtova (Linda grazie al ranking e Brenda con una wild card). Dal 9 gennaio, si continua con l’Adelaide International 2 (ancora un 500 per le donne). Il circuito WTA sarà impegnato contemporaneamente anche all’evento ‘250’ di Hobart.

E poi, dal 16 gennaio, tutti presenti a Melbourne per il primo slam dell’anno, l‘Australian Open, che si concluderà il 29 gennaio con la finale maschile. La finale femminile si disputerà invece il sabato 28.

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Flash

Il dilemma del tennista: andare sul sicuro o rischiare il tutto per tutto?

Colpo dopo colpo, i giocatori devono decidere se sparare a raffica o lavorare di fino

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Nick Kyrgios - Wimbledon 2022 (foto @bet365_aus)

Di Stuart Miller, New York Times, 22 settembre 2022

I giocatori di tennis devono costantemente prendere decisioni tattiche sul modo migliore per vincere un punto. Tutto inizia col decidere dove servire e quanto forte colpire quella palla, ma una volta iniziato lo scambio, spesso la scelta si riduce semplicisticamente al mirare alle linee o colpire la palla con forza verso un bersaglio più sicuro con più margine di errore. La scelta giusta è particolarmente importante in una partita equilibrata, quando la posta in gioco è alta e l’avversario è uno dei migliori giocatori del mondo. Il miglior approccio tattico, dicono giocatori e analisti, richiede un combinazione di entrambi gli stili.

“Dipende dai tuoi punti di forza, dal tuo avversario e dalla situazione della partita“, ha detto Patrick McEnroe, vicecapitano del Team World USA della Laver Cup. “Questo è ciò che rende un evento così interessante. Ogni partita è contro i migliori giocatori e bisogna valutare tutte e tre queste cose contemporaneamente”.

 

Non è così semplice. Chiunque abbia visto Carlos Alcaraz agli US Open sa che il nuovo re del tennis correrà, correrà, correrà in scambi infiniti, ma potrà anche tentare un vincente in qualsiasi momento e da qualsiasi punto del campo; giocatori superbi come Casper Ruud e Frances Tiafoe hanno provato a inseguirlo per ore ma alla fine hanno ceduto.Quando Tiafoe ha avuto l’occasione di colpire una palla a metà campo, probabilmente ha pensato: ‘Devo mandarla più vicino alla riga di quanto farei contro, ad esempio, Fabio Fognini”, che è classificato al numero 55″, ha detto McEnroe.

“Giocatori d’élite come Roger Federer e Andy Murray nel fiore degli anni avrebbero potuto colpire rovesci difensivi in risposta a un tentativo di vincente dell’avversario – non deboli ma difensivi, con l’intento di neutralizzarne l’aggressività – McEnroe ha detto. Durante l’incontro degli US Open tra Alcaraz e Sinner si sono visti due giocatori tirare colpi estremamente aggressivi e procedere punto a punto fino alla fine”. Ma questa è una situazione non comune. Spesso i momenti importanti nelle partite importanti contro i migliori avversari richiedono un aggiustamento.

“Il tennis è un gioco di fiducia“, ha affermato Jimmy Arias, ex numero 5 del mondo negli anni ’80 e ora analista di Tennis Channel.

Giocatori come Novak Djokovic o Serena Williams al loro apice avrebbero sparato sulle righe nei grandi momenti semplicemente perché erano convinti di vincere e quindi giocavano in modo più rilassato. Arias poi cita come esempio di una situazione diametralmente opposta la sua vittoria nei quarti di finale degli US Open del 1983 su Yannick Noah, che quell’anno aveva vinto gli Open di Francia.

Quando Noah, sotto 5-6 nel quinto set, commise un doppio fallo sul 15-30 e mancò il suo primo servizio sul match point, Arias, che non aveva mai brekkato il servizio dell’avversario in oltre due set, vide aprirsi un’opportunità.

So al 100 percento che lui farà un servizio in sicurezza e sarò in grado di corrergli intorno e colpire un dritto“, ha ricordato Arias, che all’epoca aveva 19 anni. “In una partita normale, sarei stato fiducioso e avrei cercato il vincente. Ma non avevo mai raggiunto una semifinale di un major, e la volevo così tanto”. Così Arias decise di andare sul sicuro e colpì forte verso il centro del campo, concedendosi un margine di errore. “Ero così ansioso che ho colpito la palla molto, troppo davanti al corpo”, ha detto. Se avesse mirato alle linee laterali, il tiro sarebbe andato fuori probabilmente, ma poiché ha giocato sul sicuro, l’errore di esecuzione “ha finito per risultare in un vincente nell’angolo!”.

L’approccio giusto è spesso determinato dalla prospettiva del giocatore. “I giovani giocatori a volte cercano di strafare quando giocano con i migliori, che di conseguenza conservano un vantaggio mentale. Se giochi contro [Rafael] Nadal, Djokovic o Federer, tendi a pensare: “Devo fare qualcosa in più”, ha detto Bjorn Borg, capitano del Team Europe.

Borg suggerisce di iniziare le partite più dure colpendo forte ma mirando a zone più facili del campo “per farsi un’idea della partita”, prima di diventare più ambiziosi e cercare le righe; se un giocatore inizia a diventare impreciso a metà partita, dovrebbe ritornare a colpi più sicuri per alcuni game fino a ritrovare il ritmo e le sensazioni.

McEnroe dice che un giocatore come Diego Schwartzman sa che “deve giocare fuori dalla sua zona di comfort o non avrà alcuna possibilità”, ma che puntare alla perfezione subito significa che “puoi uscire dalla partita in anticipo“, quindi non bisogna tendere a sovrastimare l’avversario all’inizio. “Ma, ha detto Arias, diventa più difficile mentalmente cercare di colpire le righe man mano che i set procedono, specialmente in un torneo come la Laver Cup, quando sembra che tutti gli avversari siano migliori di te. C’è una tensione supplementare sul 5-5 o sul 6-6, quindi potresti non trovare il tiro“.

Giocando contro Andre Agassi alla fine della sua carriera, Arias lo aveva raggiunto sul 4-4, ma Agassi stava giocando ogni punto in sicurezza mentre Arias stava rischiando tutto su ogni palla e si è reso conto di non avere alcuna possibilità: “Non riuscirò a farlo per sempre” ha pensato. Arias ha perso il set e la partita. Ruud ha detto che anche i graffi e le ammaccature della vita durante il tour sono un fattore determinante. “Cerco di fare il mio gioco contro i migliori giocatori“, ma ha aggiunto: “Se non mi sento al top correrò più rischi, mentre se mi sento forte cercherò di sfinire il mio avversario”.

Un giocatore più in forma e più veloce può essere più paziente e cercare di spingere l’avversario a forzare e commettere errori. La prima delle vittorie Open in cinque set di Alcaraz è arrivata su Marin Cilic, che è in forma ma ha 14 anni in più e senza la velocità esplosiva di Alcaraz. “Non ho dubbi che Cilic stesse cercando di giocare in modo più aggressivo per questo motivo”, ha detto McEnroe.

Nick Kyrgios, uno dei protagonisti di questa stagione, ha detto che preferisce tentare il tutto e per tutto, soprattutto nei momenti più importanti.Mi piace il tennis a bassa percentuale”, ha detto Kyrgios, che ha messo a segno due rischiosi vincenti di dritto incrociato stretto sotto 0-30 a 4-4 nel quarto set della sua vittoria al secondo turno agli US Open di quest’anno. “La mia forza sul campo da tennis è la mia imprevedibilità. Perché non dovrei semplicemente provarci?” Ma Arias ha notato che nel secondo turno, contro il giovane J.J. Wolf, Kyrgios ha cambiato marcia, cercando soluzioni più sicure e lasciando che fosse Wolf a commettere errori. “Si poteva quasi vedere la luce accendersi nella testa di Nick durante la partita” ha detto.

Cambiare marcia è più facile a dirsi che a farsi, ovviamente, soprattutto nel bel mezzo di una partita. “Può avere senso cambiare”, ha detto McEnroe, “e contro i giocatori di alto livello tutte queste decisioni diventano amplificate”.

Traduzione di Alessandro Valentini

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