Miomir Kecmanovic ha vinto alla lotteria

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Miomir Kecmanovic ha vinto alla lotteria

Quarti a Indian Wells da lucky loser e wild card per Miami appena annunciata. “Una settimana fa volevo mollare tutto”

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(via Twitter, @ATP_Tour)

Si fa presto a passare da uno stato di scura depressione a uno di euforia totalizzante, specie sul campo da tennis, un ambientino dove spesso le emozioni cambiano radicalmente con lo scorrere dei punti, e non solo di quelli. Miomir Kecmanovic, diciannovenne serbo ex numero uno junior e attualmente occupante la centotrentesima posizione del ranking ATP, una settimana fa perdeva contro Marcos Giron l’ultimo turno delle qualificazioni a Indian Wells, dopo aver inutilmente servito per il match nel terzo set. “Ero davvero depresso, e non sto scherzando. Volevo mollare tutto, è stata una botta tremenda. Poi mi sono detto che il tennis è tutto ciò che conosco nella vita, mi sarebbe convenuto continuare a praticarlo”.

Assimilato il fatto che il suo carnefice non è proprio l’ultimo scappato di casa – Giron ha raggiunto il terzo turno dando peraltro feroce battaglia a Milos Raonic – Kecmanovic si è un po’ rasserenato e, sedutosi in poltrona contemplando il proprio nome scritto al secondo posto nella lista degli alternates, si è messo ad attendere paziente. “Non volevo andare a giocare il challenger di Phoenix e comunque, essendo così in alto nella lista dei possibili lucky loser, non mi sarei potuto muovere”. Non una brutta decisione, verrebbe da dire. Quando si è ritirato Kevin Anderson, che ringrazio davvero di cuore, ho raccolto i pensieri e ho giurato a me stesso che mi sarei giocato ogni possibilità fino all’ultimo. È andata bene”.

 

Entrato dalla porta di servizio nel tabellone principale, il vincitore dell’Orange Bowl 2015 ha tracciato un percorso netto, evitando di cedere set a Max Marterer, al connazionale Djere e a Yoshihito Nishioka, ritiratosi in nottata nel corso del secondo set per un problema alla schiena: neanche male per un teenager che fino all’inizio del torneo aveva vinto un solo incontro di tabellone principale in un evento del tour maggiore (lo scorso gennaio a Brisbane, contro Leonardo Mayer), e le prospettive a questo punto sono aperte. “Può succedere di tutto, adesso sono davvero in fiducia”. E la fiducia nel tennis se non è tutto, è molto.

L’abbraccio tra Kecmanovic e Nishioka, appena dopo il ritiro (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Miomir sta mettendo insieme un bottino di gran pregio, arrivato quasi alla metà del cosiddetto Sunshine Double: raggiungendo i quarti a Indian Wells egli intasca un assegnino di dollari centottantaduemila e scala trentasei posizioni nel ranking, utili a entrare per la prima volta tra i primi cento giocatori del mondo (rimanesse la situazione cristallizzata, il computer lo segnalerebbe lunedì prossimo alla novantaquattro ATP), e le buone notizie non sono finite qui. Nella conferenza stampa post match il nostro inviato Vanni Gibertini lo ha informato del fatto che il torneo di Miami aveva in quei minuti deciso di concedergli una wild card. “È pazzesco come le cose cambino in una settimana. Giovedì scorso vedevo tutto nero, mentre adesso ogni cosa gira per il verso giusto. Quarti a Indian Wells e wild card a Miami, è incredibile. Dovrei approfittare della buona sorte e giocare alla lotteria? Lo farò, nel weekend comprerò un biglietto, bisogna battere il ferro finché è caldo”.

Il quarto contro Milos Raonic non lo vede favorito, com’è ovvio, ma in circostanze come queste è opportuno sfoderare la locuzione regina delle banalità: mai dire mai. Se andrà male, dietro l’angolo c’è la Florida, sua seconda casa, anche se sarebbe più giusto dire prima, assecondando i fatti concludenti, almeno nell’ultimo lustro. “Quelli dell’IMG – la celeberrima Academy fondata da Nick Bollettieri – mi hanno notato a un torneo under 14 a Mosca e mi hanno chiesto se fossi stato interessato a unirmi al loro team. Sono andato lì l’anno dopo. Mi hanno accolto alla grande, ho avuto ottimi coach e conservo un ricordo particolarmente affettuoso di Max Mirnyi, il primo professionista con cui mi sia mai allenato. È stato importantissimo nell’indirizzarmi, nel consigliarmi. E lo è ancora”.

Anche se l’idolo vero, manco a dirlo, è il vicino di casa, un tizio chiamato Novak che da qualche tempo raccoglie discreti risultati in giro per il mondo. “Ogni volta è un privilegio, è una persona eccezionale, ma lo dico sul serio. Non solo dal punto di vista sportivo, ma per quello che si propone costantemente di fare per aiutare gli altri e migliorare la vita delle persone che gli stanno attorno. Ogni tanto ci alleniamo insieme, e quando gli confesso che certe mattine me ne starei a dormire mi sprona dicendomi che è proprio in quelle mattine che devo accelerare“.

Comunque pare che l’ultimo serbo rimasto in tabellone non sia il mito di Belgrado. La situazione inizia a sfuggirmi di mano, è surreale. Kecmanovic comprerà il biglietto della lotteria, con buone possibilità di sbancarla. Dovesse succedere, non mancheremo di darvene conto.

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Alla scoperta di Bianca Andreescu: travolgente in campo, meditativa fuori

La 18enne canadese diventa la più giovane semifinalista degli ultimi 10 anni a Indian Wells. Affronterà una Svitolina che continua a resistere a tutti gli urti

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Bianca Andreescu (foto via Twitter, @OracleChallngrs)

Ho avuto la sensazione che ad ogni mio tentativo di fare qualcosa di diverso lei rispondesse con colpi ancora migliori. Non mi ha lasciato avvicinarmi abbastanza nel punteggio“. Le parole di una Garbiñe Muguruza più rassegnata che realmente delusa fotografano alla perfezione quanto e come Bianca Andreescu stia giocando sulle nuvole in questi giorni.

C’è davvero poco da raccontare nel 6-0 6-1 che la 18enne canadese – la più giovane a raggiungere la semifinale qui a Indian Wells da quando Pavlyuchenkova ci riuscì nel 2009 – ha rifilato alla spagnola, e al contempo c’è tutto da raccontare. Controllo totale del gioco, la netta sensazione che fosse in grado di prevedere ogni soluzione di Muguruza, una personalità dirompente che viene fuori anche di fronte ai giornalisti. “Ricevere così tante attenzioni dalla stampa è un’esperienza nuova, ma penso sia bello per i tifosi sapere qualcosa in più sui tennisti. Poi (andare in conferenza stampa, ndr) è obbligatorio, insomma devo farlo per forza!”, dice Bianca con un sorriso smagliante.

Parla tanto, senza imbarazzi. E non le manca l’ambizione. Per una top 50 conquistata ieri e una top 40 raggiunta oggi, cosa può riservarle il domani? Top 25?, suggerisce la canadese, equa nel dividere i suoi meriti dai demeriti dell’avversaria. “Non mi sono concentrata su chi avevo di fronte. Io ho avuto una grande giornata, lei no. L’ho vista molto contratta così ho continuato a spingere e lei ha continuato a sbagliare”. Detta così sembra la cosa più facile del mondo, ma da inizio stagione Andreescu riesce a imporre il suo gioco sulle avversarie più disparate. Viene da chiedersi se ci sia una preparazione dietro, o piuttosto si tratti di un talento istintivo. “Cerco di valutare durante la partita, sicuramente. Magari il rovescio della mia avversaria può non essere quello delle giornate migliori, o il suo dritto può essere traballante. Oggi mi sono attenuta al mio piano che era quello di metterle pressione sul dritto, farla muovere e cambiare il ritmo come faccio sempre“.

Fiumi di parole sul suo tennis, come giocasse nel circuito professionistico da dieci anni, e appena una mezza battuta sull’eventualità di percepire una certa emozione calcando un palcoscenico così prestigioso come il centrale dell’Indian Wells Tennis Garden. Eventualità che lei ritiene piuttosto remota: “Mi sono allenata lì questa mattina e ho familiarizzato con il campo. Ho giocato il primo match sullo Stadium 2, non era poi così diverso”. Anche qui, deve esserci un segreto, qualcosa che le permette di affrontare la 26esima partita tra i pro – contro una bi-campionessa Slam – come fosse un pic-nic primaverile tra amici.

Continua ad ammetterne l’esistenza senza volerlo svelare, se non lasciandosi sfuggire che riguarda l’annusare qualcosa. Aromaterapia, azzarda un cronista? “Non dirò nulla!“, prosegue Bianca nella sua guerra di trincea. Cede però alla curiosità dei presenti riguardo alla pratica della meditazione, cui ha ammesso di fare ricorso. “Lo faccio tutti i giorni da quando ho 14 anni. Nulla di complicato: mi sveglio e la prima cosa che faccio è meditare. Credo mi aiuti davvero a cominciare al meglio la giornata. Non guardo il telefono, non mi lascio sopraffare dagli stimoli: è semplicemente (meditazione con) visualizzazione creativa. Mi prendo 15 minuti ogni mattina per entrare in connessione con il mio corpo e la mia mente. Molte persone lavorano sul fattore atletico, ma credo che il fattore mentale sia il più importante perché la mente controlla il corpo“.

Bianca Andreescu – Acapulco 2019 (foto via Facebook, @AbiertoMexicanoDeTenis)

Tutto ciò che Bianca rivela di se stessa, dimostrando grande disinvoltura nell’eloquio, suggerisce un background piuttosto complesso che riflette l’infanzia e l’adolescenza trascorse a cavallo tra Canada, dove è nata, e Romania, dove ha vissuto nei primi anni di vita per via degli impegni lavorativi dei genitori, entrambi di origine rumena. Né papà né mamma giocavano a tennis, eppure lei ha cominciato a 7 anni quando era ancora in Europa.

Ho cominciato a fare sul serio quando sono tornata in Canada, sono entrata in orbita Tennis Canada e a 15 anni ho cominciato a lavorare con Nathalie Tauziat (la sua ex allenatrice, oggi è seguita da Sylvain Bruneau, ndr). Lei è stata in top 3 e in finale a Wimbledon, un’esperienza pazzesca per me. Avevamo un gran rapporto dentro e fuori dal campo. Mi ha insegnato tanto perché essendo stata una giocatrice sapeva tutto, mi ha dato molti consigli su cosa fare prima, durante e dopo le partite. Credo sia stato il modo ideale di cominciare la mia carriera professionistica, devo ringraziarla tantissimo“. Di parole al miele ce ne sono anche per il suo attuale coach. “Lavoriamo insieme a tempo pieno dallo scorso anno, dopo l’Australian Open, anche se prima avevo già avuto dei contatti con lui per la Fed Cup. È un allenatore incredibile, ha grande esperienza. Anche con lui ho un gran rapporto fuori dal campo“.

Toccherà a Elina Svitolina, un’altra che pare essere parecchio ‘in the zone‘, tentare di frapporsi tra il sogno lucido di Bianca Andreescu e la sua effettiva realizzazione. L’ucraina ha dato un saggio ulteriore delle sue qualità atletiche: battuta Barty agli ottavi in oltre tre ore di gioco, ne ha impiegate due abbondanti per rimontare una Marketa Vondrousova per nulla arrendevole, anzi, pienamente in partita fino al break decisivo sul 5-4 del terzo set. La differenza l’ha fatta ancora una volta l’inesauribile energia nelle gambe di Elina, pure messe a dura prova dai continui cambi di rotazione della ceca, dalle palle corte, da certi dritti mancini tanto stretti da dover essere intercettati oltre il corridoio. “Non ho giocato un match perfetto, ma ho lottato per mandare di là sempre una palla in più. Ho cercato di dare tutto perché sapevo che poi avrei avuto un giorno di riposo”ha raccontato una Svitolina più raggiante che esausta. “Contro di lei è complicato perché usa tante rotazioni, soprattutto con il dritto. Devi muoverti benissimo. Credo poi che il suo gioco tragga beneficio da queste condizioni, la palla rimbalza molto“.

Brava Marketa, che si farà, ancor più brava Elina che mai come questa settimana sembra poter puntare al bersaglio grosso. Per farlo, dovrà riuscire a fiaccare anche la ragazzina canadese. So che ha vinto la maggior parte delle partite quest’anno“, dice sorridendo a proposito di Andreescu. “Gioca un gran tennis, si muove molto bene. Ma non voglio pensarci adesso, ho un giorno per recuperare. Parlerò con Andy (Bettles, il suo coach, ndr) del suo gioco. L’abbiamo vista giocare poche volte perché ha solo 18 anni“. La sensazione è che continuando a giocare così, il tennis di Bianca Andreescu diventerà presto un affare noto a tutti.

 

Risultati, quarti di finale:

[WC] B. Andreescu b. [20] G. Muguruza 6-0 6-1
[6] E. Svitolina b. M. Vondrousova 4-6 6-4 6-4

Il tabellone completo

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Francesca Di Lorenzo fa parlare di sé: “Vorrei giocare da italiana”

Uno dei giovani volti nuovi del tennis statunitense, Francesca Di Lorenzo, racconta la sua storia di figlia di emigranti, il suo rapporto con l’Italia e la speranza di diventare una nostra connazionale

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Francesca Di Lorenzo - WTA 125K Indian Wells 2019 (foto Luigi Serra)

Come è noto, da un paio di anni appare abbastanza preoccupante la situazione del tennis femminile italiano. Camila Giorgi era rimasta la sola giocatrice in top 50, e a causa delle vicissitudini giudiziarie di Sara Errani (scivolata al 234esimo posto) si è ritrovata addirittura ad essere l’unica in top 100. Una situazione tanto preoccupante che l’imminente torneo di Indian Wells rischia di essere privo di tenniste italiane per il secondo anno consecutivo, a meno che Sara Errani riesca a emergere dal torneo di qualificazione.

Senza ricambi adeguati, il futuro della tennis azzurro in gonnella appare insomma a tinte più che fosche. La seconda giocatrice italiana, al momento, è la 25enne Martina Trevisan che occupa la 162esima posizione mondiale; non figurano under 23 italiane in top 200, poiché Jasmine Paolini (classe 1996, 23 anni già compiuti) è numero 208 e Deborah Chiesa (anche lei nata nel 1996, 23 anni da compiere) è addirittura numero 280. Uno scenario cupo, nel quale guardarsi attorno per ripopolare un settore giovanile in profonda crisi sembra indispensabile.

 

Deve averlo pensato anche la nostra federazione, che durante l’ultimo US Open ha avviato i contatti con una ragazza statunitense di origini italiane che si è ben comportata durante lo Slam newyorchese. Si tratta di Francesca Di Lorenzo, nata a Pittsburgh il 22 luglio del 1997 da due genitori campani.

Pochi giorni fa Francesca ha richiamato ancora l’attenzione su di sé raggiungendo i quarti di finale del WTA 125k di Indian Wells, evento di livello che mette anche in palio una wild card per il Premier Mandatory in partenza questo mercoledì. Per arrivare tra le prime otto, Di Lorenzo ha dovuto battere le asiatiche Hibino e Zhu e soprattutto Timea Bacsinszky (ex numero 9 del mondo) agli ottavi, dopo quasi tre ore di gioco e una gran battaglia nel terzo set. Nei quarti di finale si è arresa in due set (6-4 6-3) alla testa di serie numero 11 Zarina Diyas, ma si è comunque consolata: Di Lorenzo ha infatti ricevuto una wild card per il tabellone cadetto e stanotte – attorno alle 2 italiane – scenderà in campo nelle qualificazioni del Premier Mandatory di Indian Wells. Affronterà al primo turno la n.23 del seeding Misaki Doi (trovate QUI il tabellone completo).

Francesca Di Lorenzo – WTA 125K Indian Wells 2019 (foto Luigi Serra)

LA SUA STORIA – Francesca ha frequentato per due anni i corsi di business della Ohio State Universityaccompagnando agli studi l’attività sportiva a livello di college: nel maggio 2017 ha vinto infatti i campionati di doppio NCAA in coppia con Miho Kowase. Solo nel dicembre successivo ha deciso di dedicarsi completamente al tentativo di diventare una tennista professionista, abbandonando così il percorso accademico con il proposito di ricominciare al termine della carriera tennistica.

Ha iniziato il 2018 fuori dalle prime trecento giocatrici del mondo, ma una costante ascesa le ha consentito prima l’esordio nel circuito maggiore a Charleston, dove si è qualificata, poi di entrare tra le prime 200 e quindi partecipare alle qualificazioni dello US Open dove ha sconfitto giocatrici esperte come Cepede Royg (73 WTA nel 2017) e Mona Barthel (23 WTA cinque anni fa) per accedere al tabellone principale. Un sorteggio non impossibile l’ha messa di fronte alla connazionale Christina McHale, contro la quale ha ottenuto la prima – e finora unica – vittoria nel circuito maggiore. Una grande iniezione di fiducia che le è valsa, un mese più tardi, anche il best ranking di numero 150 del mondo.

L’occupazione stabile della top 200 ha permesso alla giocatrice statunitense di rimodulare al rialzo la sua programmazione, partecipando a tornei di caratura maggiore. A Indian Wells è arrivata un’altra piccola conferma delle sue qualità, in grado di riaprire lo scenario un suo eventuale trasloco sotto la bandiera italiana.

A New York ne avevamo parlato direttamente con lei, potendo constatare il suo buon italiano a cui si accompagna un’inevitabile slang italo-americano (alle domande dei colleghi statunitensi ha spiegato che i genitori le parlano in italiano e lei risponde in inglese). Francesca, che ha la doppia cittadinanza ma deve ancora ottenere il passaporto italiano, ha dichiarato che la farebbe piacere rappresentare l’Italia in futuro.

Di seguito le dichiarazioni che Francesca Di Lorenzo ha rilasciato durante lo scorso US Open, dopo l’eliminazione del torneo subita per mano di Kiki Bertens.

Francesca Di Lorenzo – WTA 125K Indian Wells 2019 (foto Luigi Serra)

Francesca, ci racconti le tue origini?
I miei genitori sono entrambi nati a Salerno e tantissimi membri della mia famiglia vivono lì, ma ho parenti anche a Torino. Sono stata diverse volte in Italia, a Napoli la pizza è molto buona. Due mesi fa è stata l’ultina volta che sono tornata (ha giocato gli ITF di Grado e Brescia, dove ha perso in semi da Trevisan) ed è stata un’occasione anche per vedere tanti membri della mia famiglia.

Ci racconti qualcosa della tua vita negli USA?
Sono nata a Pittsburgh, poi all’età di sei anni siamo andati a Columbus, perché mio padre, che è medico, si era trasferito a lavorare lì. Sto bene negli USA, ma mi fa piacere sempre venire in Italia, sebbene il cibo sia buonissimo ma mi faccia ingrassare (ride ndr). Mi sento coccolata, negli Stati Uniti non abbiamo nessun parente.

Ti ha mai contattato la federazione italiana?

Sì, ho parlato con il capitano di Fed Cup, Tathiana Garbin: è qui in questi giorni, è stata molto simpatica con me, abbiamo parlato un po’ della mia situazione. Sto provando ad avere il passaporto italiano, ma non è facile. Vivo negli USA, ho l’allenatore qui. Inoltre, ho ricevuto una sponsorizzazione di 100.000 dollari in quanto giocatrice statunitense e non è facile risolvere tutti queste piccole difficoltà.

Ti farebbe piacere giocare per i colori azzurri?
Sì certo, lo vorrei. Amo l’Italia. È la nazione della mia famiglia e anche per la mia carriera tennistica magari ci sarebbero più opportunità giocando da italiana. Come ho detto, ci sono vari ostacoli, ma spero che nel futuro si risolvano, magari già l’anno prossimo o tra due.

Quali sono i tuoi sogni nel cassetto?

Vorrei diventare una top 20, giocare una finale del Grande Slam. Mi piacerebbe anche fare bene a Roma: i miei parenti hanno promesso che mi verrebbero a vedere!

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85 anni da Maestro: nessuno come Rino

Il 23 febbraio 1934 nasce a Verona uno dei più grandi giornalisti sportivi di sempre in Italia, indimenticabile voce e penna per tutti gli appassionati

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In occasione dell’ottantacinquesimo compleanno di Rino Tommasi riproponiamo l’articolo che ripercorre il meglio della sua immensa carriera

Il dottor Divago: fenomenologia televisiva della coppia Clerici-Tommasi

“I circoletti rossi” di Rino Tommasi. Clicca qui per scaricare il libro in PDF

 

DA LAS VEGAS A WIMBLEDON – Un maestro del giornalismo sportivo, Rino Tommasi, rappresenta una straordinaria testimonianza su oltre mezzo secolo di grande sport visto, e vissuto, con quella eccezionale passione in cui vita e lavoro coicidono tout court. Si può infatti, a ragione, sostenere che il suo rappresenti uno di quei felici e sempre più rari casi in cui lavoro, divertimento, competenze ed esperienze di vita perdono i loro tradizionali confini.

Innamorato dello sport in quanto tale – prima ancora che di boxe, o tennis, o calcio – lo ha praticato, lo ha promosso, lo ha raccontato, lo ha commentato, dedicandogli tempo, intelligenza, energie, studio, talento. Nato a Verona nel 1934, e laureato in Scienze Politiche con una tesi sull’organizzazione internazionale dello sport, è stato negli anni sessanta il più giovane organizzatore pugilistico nel mondo, il primo in Italia. Discreto tennista, è stato per quattro volte campione italiano universitario, partecipando a tre Universiadi e conquistando due medaglie di bronzo, una in singolare a San Sebastian nel 1955 ed una nel doppio misto nel 1957 a Parigi. Ha iniziato la carriera giornalistica a “Tuttosport”, quindi è stato inviato della “Gazzetta dello Sport”, oltre che per il “Gazzettino” di Venezia e Il “Tempo” di Roma.

Ho sempre pensato che lo sport insegna ad affrontare due situazioniimportanti e con le quali quasi tutti dobbiamo confrontarci, insegna a vincere e insegna a perdere, in altre parole insegna a vivere. E io sono contento della mia vita

(Rino Tommasi)

Nel 1981 è stato il primo direttore dei servizi sportivi dell’appena nata Canale 5 e nel 1991 il primo direttore dei servizi gionalistici di Telepiù. Da giornalista ha seguito 13 edizioni dei Giochi Olimpici, per la televisione ha commentato più di 400 incontri valevoli per un titolo mondiale di pugilato, 7 edizioni del Super Bowl e 140 tornei del Grande Slam di tennis. Ha pubblicato inoltre numerosi annuari su tennis e pugilato, tra cui “Storia del tennis‛ (Longanesi) e “La grande boxe” (Rizzoli), vincendo per due volte il Premio di letteratura sportiva del Coni.Nel 1982 e nel 1991 gli è stato assegnato, dall’ATP (Associazione Tennisti Professionisti), il Premio “Tennis Writer of the Year”, riconoscimento che ha sempre modestamente sminuito in quanto, a suo parere, era risultato vincitore solo perché ‚i numeri non hanno bisogno di traduzione‛. Di lui Gianni Brera ha scritto: “Stimo Rino Tommasi, uno dei più culti giornalisti sportivi in assoluto, un cervello essenzialmente matematico però capace di digressioni epico-fantastiche quali consente uno sport come il pugilato. Io lo chiamo Professore senza la minima ombra di esagerazione scherzosa“.

TENNIS E TV – La rivoluzione di Rino per il tennis in televisione avviene nel 1987: la TV italo-slovena Telecapodistria, fino a quel momento visibile solo in Slovenia e nel nord-est italiano, firma un accordo con il gruppo Fininvest per sdoppiare il segnale e creare una versione del canale italiano dedicato esclusivamente allo sport e ottenendo così il via libera alle sue trasmissioni in gran parte del territorio italiano.

Il canale diventa a tutti gli effetti la rete sportiva del gruppo Fininvest e proprio Rino Tommasi, Direttore dei servizi sportivi di Canale 5, porta sulla rete una copertura di eventi mai vista prima, che aveva nel tennis il suo maggior punto di forza. I tornei del Grande Slam, abbandonati dalla Rai e cioè Wimbledon, US Open e Australian Open, tornano di prepotenza sui teleschermi con al commento le due voci più autorevoli e amate del tennis italiano: quelle di Tommasi e del suo grande amico Gianni Clerici.

Fu proprio Tommasi in questo periodo a portare su Capodistria prima, e sui canali Fininvest poi, i primi programmi di approfondimento sul tennis come la fortunata rubrica “Il Grande Tennis”, dove lo stesso Tommasi invitava anche grandi protagonisti del mondo del tennis.

La situazione mutò però rapidamente perché, come detto in precedenza, nel 1991 le frequenze di Telecapodistria furono utilizzate dal Gruppo Fininvest per far nascere la prima vera TV a pagamento in Italia, fondandoil gruppo Telepiù. Pagando circa 30 mila lire al mese, gli abbonati poterono continuare a guardare una TV interamente dedita allo sport, che coprì al meglio il tennis, non solo con i quattro Slam, ma anche con diversi tornei di altissimo livello, arrivando fino al Masters di fine anno.

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