ATP Finals "all'italiana": ecco perché Torino sembra tornata in pista

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ATP Finals “all’italiana”: ecco perché Torino sembra tornata in pista

La decisione dell’ATP è slittata da Indian Wells a Miami, quasi neutralizzando i ritardi della candidatura piemontese. Resta il dubbio su come siano messe le altre città, ma intanto arriva anche il sostegno dell’amministrazione comunale. E qualcuno si sbilancia: “Ora è la grande favorita”

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ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

L’assegnazione delle ATP Finals per il quinquennio 2021-2025 sta seguendo un iter dai contorni sempre meno chiari, che – paradossalmente – potrebbe agevolare una soluzione “all’italiana”. I tempi si sono infatti allungati, complice il relativo valore che ha dimostrato di avere ogni scadenza resa pubblica fino a questo momento: da quella per l’iniziale presentazione delle garanzie, passando per la proroga, fino alla decisione finale attesa da tutti nei giorni scorsi a Indian Wells. Lì dove, invece, l’interesse per il tema è stato minimo. Con il board ATP impelagato nelle ben note vicende, non si respirava proprio l’aria ideale per prendere una decisione così importante.

Sta di fatto che Torino è ancora in corsa. E – approfittando delle mancanze altrui (evidenti quelle dell’ATP sulla tempistica decisionale, possibili quelle delle altre candidate) – la città della Mole si è data una sua tabella di marcia, più che mai indipendente, con la tendenza ad aggregare le visioni (politiche e strategiche) più lontane e ad ammorbidire gli spigoli di un’avventura che certamente non era partita con il piede migliore. Ma si sta recuperando terreno. Visto che la decisione non è ancora arrivata dopo l’ok governativo alle garanzie fideiussorie richieste (circa 80 milioni a copertura del quinquennio), l’amministrazione comunale guidata da una determinatissima Chiara Appendino ha avuto modo di mettere nero su bianco anche la sua spinta. Una delibera di impegno di spesa per 7,5 milioni di euro (1,5 all’anno), che diventerebbe esecutiva solo in caso di assegnazione delle Finals.

Voto a favore della maggioranza pentastellata e del capogruppo di Forza Italia, con le opposizioni che si sono astenute e a margine hanno espresso qualche “perplessità sulla procedura”, parole di Stefano Lo Russo del PD riportate dalla stampa locale. La decisione dell’ATP, a questo punto, pare sia slittata verso un nuovo board californiano e debba comunque arrivare entro fine mese. La attendono anche Manchester, Singapore e Tokyo, così come Londra per un’ipotetica conferma di una macchina organizzativa che sarebbe qualcosa di più di un usato sicuro. Rimane sullo sfondo una questione probabilmente più determinante di quanto si potesse pensare. Come stanno messe le altre candidate?

 

Perché di Torino sappiamo tutto, i punti di forza e le debolezze, soprattutto le curve e i semafori che ha trovato sulla tortuosa strada per arrivare fino a oggi. Non ci sono però comunicazioni ufficiali (né grande interesse di stampa, a dir la verità) su come siano andate le cose per le altre città. Erano pienamente in regola nelle scorse settimane, quando Torino si affannava in ritardo? La stretta connessione col territorio del quotidiano La Stampa ci suggerisce di citare il retroscena pubblicato sull’edizione oggi in edicola: “Le notizie che arrivano da Miami – si legge – danno Torino come grande favorita. Per chiudere la pratica manca solo una comunicazione ufficiale dalla federazione che confermi il sostegno economico del territorio. Lettera destinata ad arrivare in tempi brevissimi“.

La FIT, sin dall’inizio, si è mossa su questo terreno scivoloso con discrezione (anche perché non può metterci la faccia da sola) ma con incisività politica, basti pensare all’intermediazione con l’ATP per ottenere la proroga (poi scaduta) che comunque è servita a guadagnare tempo. Che l’Italia sappia organizzare il tennis che conta, tra Roma e Milano, è un dato di fatto ampiamente riconosciuto oltre confine. La partita si gioca su un altro campo. Ed è sorprendentemente ancora aperta.

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Roland Garros, l’ottimismo di Giudicelli: possibile anche l’apertura al pubblico

Il presidente della Federazione francese dà rassicurazioni sulla disputa dello Slam parigino: “Abbiamo evitato il peggio, l’ipotesi della cancellazione”

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Bernard Giudicelli ci crede: il Roland Garros a fine settembre è da considerarsi più che un’ipotesi e si potrebbe disputare anche con un accesso regolamentato di spettatori. Intervistato da Emilie Loit sull’account Twitter della FFT, il numero uno del tennis francese ha spiegato: “Mi sento di dire che abbiamo evitato il peggio, l’ipotesi della cancellazione. C’è stato un rinvio di alcuni mesi, tutto qui: è un gran sospiro di sollievo. Abbiamo salvato il più grande torneo del mondo su terra battuta e penso che sia il fatto principale”. Lo Slam parigino è oggi in programma dal 20 settembre al 4 ottobre, con la possibilità di slittamento di una settimana – ne beneficerebbero i sogni di Roma – in un calendario destinato comunque a essere fluido. In attesa della decisione definitiva, prevista a metà giugno, sullo US Open.

PORTE SEMI APERTE – Giudicelli ha toccato di striscio anche un altro dei grandi temi legati alla ripresa: la presenza del pubblico. “Ci indirizzeremo verso una forma di organizzazione a scartamento ridotto“, le sue parole riportate anche dal sito della FIT che magari proverà a seguire la stessa linea per gli Internazionali. Si lavora quindi per provare ad aprire le porte, pur in forma chiaramente ridotta per le misure di sicurezza dettate dall’emergenza sanitaria. A oggi, il Roland Garros ha comunque avviato la procedura di rimborso dei biglietti venduti per le date originarie (24 maggio-7 giugno).

Con la nuova calendarizzazione, dovrà essere riaperta la vendita soggetta al numero ridotto di posti eventualmente autorizzato. La scelta italiana è al momento differente: i possessori di biglietto – acquisti comunque sospesi da un paio di mesi – sono stati informati della speranza di poter organizzare comunque il torneo a settembre. Un “vi faremo sapere”, dalla sfumatura ottimistica. Non è stata attivata al momento la procedura di rimborso, in attesa delle evoluzioni.

 

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Heribert Mayr, uno dei primi coach di Sinner: “Se lo rimontavo al tie-break piangeva di rabbia”

Il Corriere dell’Alto Adige ha intervistato uno dei primi allenatori di Jannik, che lo ha seguito dai 7 ai 14 anni. “Jannik diventerà forte anche a rete, lo era da ragazzino e il suo gioco lo predispone alla rete”

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Heribert Mayr e un piccolo Jannik Sinner

Con Jannik ci sentiamo spesso, lui mica si è montato la testa, sa. È sempre quello”: comincia così l’intervista rilasciata da Heribert Mayr al Corriere dell’Alto Adige di sabato scorso, di cui pubblichiamo qualche stralcio per gentile concessione di Francesco Barana. Mayr è il maestro di Brunico che ha allevato Jannik Sinner dai 7 ai 14 anni, prima del suo trasferimento alla corte di Piatti a Bordighera. Oggi ha 64 anni e fatica a nascondere emozione “e anche un po’ di orgoglio, perché del mio ce l’ho messo” e si dice convinto, e in questo è certamente in buona compagnia, che possa entrare tra i primi cinque giocatori del mondo.

Per convincerci che non sta vendendo fumo, Mayr ci racconta un aneddoto a sostegno della sua tesi che Jannik ‘è uno tosto’.

A 10-11 anni soffriva di nostalgia appena si allontanava da casa per qualche torneo. Eppure resisteva, faticava e arrivava in fondo; altri ragazzini invece si facevano eliminare al primo turno. La svolta fu ad Avezzano, ai campionati nazionali Under 13. La mattina della semifinale mi disse che stava male, lo portai all’ospedale ma non aveva niente. Giocò, perse, eppure seppe reagire. Fu un passo verso la maturazione: sapeva che se voleva seguire la sua strada doveva togliersi di dosso certe paure”.

 

Heribert Mayr torna poi sulla decisione di Jannik di lasciare lo sci per il tennis. “Aveva 12 anni, di scii era campione italiano e si allenava tutti i giorni. A tennis certo era forte, ma per lui quello era ancora un hobby da due volte a settimana“. Sul perché Sinner abbia scelto così, Mayr non ha conferme dirette ma condivide una sua idea: “Nello sci iniziava ad accusare il colpo fisicamente e non vinceva più. E Jannik è uno che ha sempre voluto vincere, non accettava di perdere nemmeno contro di me. Era avanti 5-2 al tie-break e poi lo superavo: non le dico i pianti di rabbia“.

Poi una battuta confortante sul gioco di volo, il punto debole di Sinner: “Jannik diventerà un grande giocatore anche a rete, lo era da ragazzino e il suo gioco aggressivo lo predispone alla rete. Ovvio che se sale il livello diventa tutto più difficile, ma quest’anno prima della pausa era cresciuto anche nelle volée e negli smash. È già un giocatore completo, migliorando diventerà un campione“.

In chiusura di intervista, Mayr sottolinea un altro concetto importante: “Dicono che Jannik non ride mai, ma quanti ridono in campo? Lui si diverte tantissimo fuori, poi durante il match cambia, è talmente concentrato che non muove un muscolo. Per lui il tennis è un piacere prima ancora che un lavoro, non per tutti è così”.

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Djokovic presenta l’Adria Cup: big in campo senza Federer e (probabilmente) Nadal

Confermata la partecipazione di Thiem, Zverev e Dimitrov, si parte il 13 giugno a Belgrado. E Nole svela: “In quarantena avevo il campo in casa, mi sono potuto allenare”

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Novak Djokovic - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Jose Manuel Alvarez / Kosmos Tennis)

Si arricchisce di dettagli l’organizzazione dell’Adria Cup, il torneo itinerante ideato da Novak Djokovic che riavvierà il tennis in area balcanica. Quattro le tappe, la prima a Belgrado sulla terra della sua Academy, a partire dal 13 giugno fino al 5 luglio. “Ogni introito da sponsorizzazioni e diritti tv andrà alle organizzazioni umanitarie, tra queste anche la mia Fondazione“, ha spiegato nella conferenza stampa tenuta sul posto il numero uno ATP. Si giocheranno set da quattro game, otto tennisti divisi in due gironi con la finale tra i due primi classificati.

Per ogni tappa sono quindi previsti 13 brevi match (al meglio dei tre set) e la entry list – tutti a titolo gratuito – è più che interessante, di questi tempi: Zverev, Thiem e Dimitrov hanno già detto sì, altre partecipazioni sono in attesa di conferma mentre Djokovic si sente di escludere la possibilità che possano partecipare anche Federer e Nadal: “Federer dopo l’operazione al ginocchio è fuori allenamento, quindi non gliel’ho nemmeno chiesto – le sue parole -, Rafa ha ripreso ad allenarsi solo di recente. Forse glielo chiederò, ma non mi aspetto che venga“.

QUARANTENA ATTIVA – Oltre all’apertura, seguiranno gli appuntamenti di Zara (Croazia), Montenegro e Banja-Luka (questi ultimi due da confermare), con la Bosnia che dovrebbe ospitare anche l’esibizione finale (5 luglio a Sarajevo) tra Djokovic e l’idolo locale Dzumhur. “Sono contento di poter viaggiare in quelle che sono le mie zone e sarebbe bello poter aprire l’evento al pubblico – ha spiegato Nole – ma su questo aspetto dovremo aspettare le indicazioni da parte dei governi“. Zverev, Thiem e Dimitrov ci saranno tutti a Belgrado, per poi alternarsi nelle altre tappe.

Congelata, per il momento, l’idea di allargare l’evento anche alla partecipazione femminile e ai doppi (“non sono ancora consentiti dall’ITF”), Djokovic ha anche esplicitato le sue buone sensazioni per il lavoro svolto nella quarantena, ospite del fratello a Marbella: “Ho avuto l’opportunità di allenarmi ogni giorno avendo un campo in cemento nel cortile dell’abitazione, non ho caricato testimonianze sui social per non infastidire gli altri giocatori. Sono nel momento migliore della mia carriera e mi fa piacere organizzare qualcosa del genere, lavoriamo tutti per un nobile obiettivo“.

 

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