WTA Ranking: Keys sale di quattro posti, Azarenka di sette

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WTA Ranking: Keys sale di quattro posti, Azarenka di sette

L’americana torna tra le 15 grazie al titolo sulla terra verde di Charleston. Nonostante il ritiro in finale a Monterrey, Vika può consolarsi con il numero 60. Crollo di Errani (-34 posti)

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Vika Azarenka - Monterrey 2019 (foto via Facebook, @AbiertoGNPSeguros)

Non ci sono grandi novità nella classifica odierna. Le vincitrici dei tornei disputati la scorsa settimana non fanno registrare grossi movimenti: Madison Keys, grazie al titolo a Charleston, risale di 4 posti e si assesta al n.14; resta invece stabile al n.19 Garbiñe Muguruza, nonostante la conferma a Monterrey. In top10, si scambiano la posizione Elina Svitolina (+1, n.6) e Kiki Bertens (-1, n.7), mentre in top20, sale si un posto la finalista a Charleston, Caroline Wozniacki (n.12) e ne perde 3 la finalista di un anno fa, Julia Goerges (n.18). Ritorna nelle venti Belinda Bencic (-1, n.20), che “ruba” il posto a Caroline Garcia (-1, n.21).

Classifica WTA Variazione Giocatrice Punti Tornei
1 0 Naomi Osaka 5967 18
2 0 Simona Halep 5782 17
3 0 Petra Kvitova 5645 21
4 0 Karolina Pliskova 5580 22
5 0 Angelique Kerber 5220 20
6 1 Elina Svitolina 5020 19
7 -1 Kiki Bertens 4640 26
8 0 Sloane Stephens 4386 22
9 0 Ashleigh Barty 4275 19
10 0 Aryna Sabalenka 3595 27
11 0 Serena Williams 3461 10
12 1 Caroline Wozniacki 3421 19
13 -1 Anastasija Sevastova 3145 23
14 4 Madison Keys 3011 15
15 -1 Anett Kontaveit 2845 24
16 0 Qiang Wang 2812 22
17 0 Elise Mertens 2800 25
18 -3 Julia Goerges 2630 25
19 0 Garbiñe Muguruza 2525 22
20 1 Belinda Bencic 2515 23

In top50, rientra Petra Martic (+13, n.40) in virtù delle semifinali raggiunte sulla terra verde. Consolida la propria presenza Maria Sakkari  (+6, n.44) mentre esce dalla cinquanta Alizé Cornet (-5, n.54).

 

In top100, invece, Victoria Azarenka recupera 7 posti e si posiziona al n.60. Un risultato diverso in finale a Monterrey l’avrebbe proiettata a ridosso della top50. Sette posti in più anche per Jessica Pegula (n.74), Kaia Kanepi (n.75) e Kateryna Kozlova (n.92). Rientra nelle 100, sebbene per un soffio, Laura Siegemund (+5, n.99). Non ci sono buone notizie per Irina-Camelia Begu (-13, n.82) e per Kristyna Pliskova (-8, n.101) e Bernarda Pera (-16, n.107), entrambe nei quarti a Charleston un anno fa.

CASA ITALIA

Sono tutte in movimento le prime 20 italiane classificate. In salita, Martina Trevisan (n.147) fa registrare un +12 grazie al buon torneo disputato a Charleston. Fa ancora meglio Giulia Gatto-Monticone (+22, n.173), vincitrice a Kofu. Sono invece 19 e 20 i posti in più rispettivamente per Jessica Pieri (n.292), semifinalista a Campinas, e per Lucrezia Stefanini (n.410), nei quarti a Santa Margherita di Pula.  Sono in pesante discesa Sara Errani (-34, n.243), subito fuori a Charleston, Deborah Chiesa (-30, n.324), finalista un anno fa in Sardegna, e Federica Di Sarra (-27, n.504), nei quarti nel medesimo torneo.

Classifica WTA Variazione Giocatrice Punti Tornei
30 -1 Camila Giorgi 1663 19
147 12 Martina Trevisan 405 25
173 22 Giulia Gatto-Monticone 344 31
186 6 Martina Di Giuseppe 324 27
187 -6 Jasmine Paolini 318 31
230 -2 Anastasia Grymalska 249 30
243 -34 Sara Errani 226 13
292 19 Jessica Pieri 164 19
310 9 Stefania Rubini 150 23
324 -30 Deborah Chiesa 134 26
380 -3 Georgia Brescia 98 20
394 -2 Gaia Sanesi 88 13
410 20 Lucrezia Stefanini 81 18
424 -7 Martina Caregaro 76 16
431 6 Lucia Bronzetti 74 14
451 1 Camilla Rosatello 64 11
457 -1 Cristiana Ferrando 60 16
458 -1 Martina Colmegna 60 19
476 -1 Dalila Spiteri 54 10
504 -27 Federica Di Sarra 45 19

NEXT GEN RANKING

L’unica novità è l’ingresso al n.9 di Kaja Juvan, grazie alla finale raggiunta a Santa Margherita di Pula. La slovena prende il posto di Katie Swan. Con l’ingresso in top10 di Juvan, retrocede al n.10 Claire Liu. (Nel Next Gen ranking del 2018 rientrano le giocatrici nate dopo il 1° gennaio 1999).

Posizione Variazione Giocatrice Anno Classifica WTA
1 0 Bianca Andreescu 2000 23
2 0 Dayana Yastremska 2000 37
3 0 Marketa Vondrousova 1999 45
4 0 Anastasia Potapova 2001 71
5 0 Amanda Anisimova 2001 76
6 0 Iga Swiatek 2001 115
7 0 Olga Danilovic 2001 118
8 0 Elena Rybakina 1999 143
9 Kaja Juvan 2000 160
10 -1 Claire Liu 2000 163

NATION RANKING

Sono stabili le prime sei posizioni. Nella parte bassa della classifica, la Bielorussia risale di due posti fino al n.7, grazie ai progressi in classifica di Azarenka. Retrocede di altrettante posizioni la Romania (n.9), sostanzialmente per colpa di Irina-Camelia Begu che perde 13 posti in classifica generale. C’è l’ingresso al n.10 del Belgio, che scalza via la Francia. (Il Nation Ranking si ottiene sommando il ranking delle prime tre giocatrici di ciascuna nazione).

Posizione Variazione Nazione Punteggio
1 0 Stati Uniti 33
2 0 Repubblica Ceca 48
3 0 Ucraina 69
4 0 Germania 82
5 0 Russia 84
6 0 Cina 101
7 2 Bielorussia 105
8 0 Australia 106
9 -2 Romania 115
10 Belgio 124
LE TOP 50
Classifica WTA Variazione Nazionalità Giocatrice Anni Punti Tornei
1 0 [JPN] Naomi Osaka 21 5967 18
2 0 [ROU] Simona Halep 27 5782 17
3 0 [CZE] Petra Kvitova 29 5645 21
4 0 [CZE] Karolina Pliskova 27 5580 22
5 0 [GER] Angelique Kerber 31 5220 20
6 1 [UKR] Elina Svitolina 24 5020 19
7 -1 [NED] Kiki Bertens 27 4640 26
8 0 [USA] Sloane Stephens 26 4386 22
9 0 [AUS] Ashleigh Barty 22 4275 19
10 0 [BLR] Aryna Sabalenka 20 3595 27
11 0 [USA] Serena Williams 37 3461 10
12 1 [DEN] Caroline Wozniacki 28 3421 19
13 -1 [LAT] Anastasija Sevastova 28 3145 23
14 4 [USA] Madison Keys 24 3011 15
15 -1 [EST] Anett Kontaveit 23 2845 24
16 0 [CHN] Qiang Wang 27 2812 22
17 0 [BEL] Elise Mertens 23 2800 25
18 -3 [GER] Julia Goerges 30 2630 25
19 0 [ESP] Garbiñe Muguruza 25 2525 22
20 1 [SUI] Belinda Bencic 22 2515 23
21 -1 [FRA] Caroline Garcia 25 2460 22
22 0 [RUS] Daria Kasatkina 21 2355 23
23 0 [CAN] Bianca Andreescu 18 2003 20
24 0 [TPE] Su-Wei Hsieh 33 1960 25
25 0 [CRO] Donna Vekic 22 1875 24
26 0 [UKR] Lesia Tsurenko 29 1767 17
27 0 [ESP] Carla Suárez Navarro 30 1718 21
28 0 [RUS] Maria Sharapova 31 1706 13
29 2 [LAT] Jelena Ostapenko 21 1665 23
30 -1 [ITA] Camila Giorgi 27 1663 19
31 -1 [ROU] Mihaela Buzarnescu 30 1650 26
32 2 [USA] Danielle Collins 25 1536 22
33 -1 [SVK] Dominika Cibulkova 29 1512 18
34 -1 [RUS] Anastasia Pavlyuchenkova 27 1510 24
35 0 [BLR] Aliaksandra Sasnovich 25 1495 23
36 0 [USA] Sofia Kenin 20 1458 25
37 0 [UKR] Dayana Yastremska 18 1400 22
38 0 [KAZ] Yulia Putintseva 24 1291 24
39 0 [AUS] Ajla Tomljanovic 25 1253 26
40 13 [CRO] Petra Martic 28 1245 21
41 -1 [CZE] Katerina Siniakova 22 1237 24
42 -1 [CHN] Shuai Zhang 30 1220 23
43 -1 [CHN] Saisai Zheng 25 1205 29
44 6 [GRE] Maria Sakkari 23 1197 24
45 -2 [CZE] Marketa Vondrousova 19 1196 17
46 -2 [SVK] Viktoria Kuzmova 20 1195 27
47 -2 [GBR] Johanna Konta 27 1180 22
48 -2 [CZE] Barbora Strycova 33 1166 23
49 -1 [USA] Venus Williams 38 1115 12
50 -3 [USA] Alison Riske 28 1103 25
RACE TO SHENZHEN
Posizione Variazione Nazionalità Giocatrice Punti Tornei
1 0 [CZE] Petra Kvitova 29 2735
2 0 [JPN] Naomi Osaka 21 2371
3 0 [CZE] Karolina Pliskova 27 2305
4 0 [AUS] Ashleigh Barty 22 1855
5 1 [SUI] Belinda Bencic 22 1783
6 -1 [CAN] Bianca Andreescu 18 1757
7 1 [GER] Angelique Kerber 31 1455
8 -1 [UKR] Elina Svitolina 24 1366
9 0 [ROU] Simona Halep 27 1246
10 0 [NED] Kiki Bertens 27 1176
11 0 [USA] Danielle Collins 25 1037
12 6 [ESP] Garbiñe Muguruza 25 965
13 -1 [TPE] Su-Wei Hsieh 33 926
14 0 [BLR] Aryna Sabalenka 20 886
15 -2 [BEL] Elise Mertens 23 833
16 -1 [EST] Anett Kontaveit 23 791
17 -1 [CRO] Donna Vekic 22 746
18 -1 [USA] Sofia Kenin 20 740
19 41 [USA] Madison Keys 24 730
20 -1 [CZE] Marketa Vondrousova 19 680

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Editoriali del Direttore

Fognini come Panatta: la storia si ripete

A gran richiesta, parlo della vittoria di Fognini. Che io sappia Giovan Battista Vico non ebbe mai modo di impugnare una racchetta. E i suoi corsi e ricorsi non furono prodezze atletiche. Però, però, però…

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Fabio Fognini (trofeo) - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il 1976 fu l’anno magico di Adriano Panatta e un po’ di tutto il tennis italiano che dagli anni di Pietrangeli e Sirola a cavallo degli anni Sessanta non aveva brillato granché. Quasi un’era geologica per quei tempi in cui il tennis era ancora sport d’élite, praticato da pochi Paesi e l’Italia della racchetta grazie a quei due, ma anche a Beppino Merlo, Fausto Gardini e prima di loro a De Morpurgo, De Stefani, Cucelli e i Del Bello, si era fatta rispettare in campo internazionale.

Dopo quasi tre lustri di penombra agonistica, se non proprio di oscurità, toccò a un giovane romano di grande talento, figlio di Ascenzio custode del TC Parioli, rischiarare con vari sprazzi di luce le prospettive di un tennis nel complesso assai poco azzurro. Fra i suoi 20 e 25 anni, quel bel ragazzo romano de’ Roma che in piena epoca di Dolce Vita piaceva tanto alle donne (anche se talvolta eccedeva un po’ nei modi un po’… arrogantelli da bulletto), aveva fatto vedere lampi di vera classe giocando un tennis magnifico, spettacolare e battendo nelle giornate di vena alcuni dei migliori tennisti del mondo: Orantes, Nastase, Borg, Rosewall, Connors. Innamorandosi dei suoi gesti tecnici, della loro varietà ed originalità perfino in un’epoca in cui nessuno dei grandi giocava in modo simile agli altri, gli si rimproverava una sola cosa: la discontinuità. La sporadicità di quelle giornate di vena.

 

Non c’era chi non lo temesse, perfino Bjorn Borg, il più forte tennista del mondo di allora – certamente sulla terra rossa anche se cinque trionfi sull’erba di Wimbledon sottolineavano la sua completezza – sapeva che un Adriano Panatta in giornata di vena avrebbe potuto farlo precipitare nel polvere rosso tritata. E accadde più di una volta, anche in teatri importanti. L’Orso Borg partecipò a otto Roland Garros, ne vinse sei. Da chi perse quelle sole due volte? Da Adriano Panatta.

Sì, era già successo nel 1973. Ma, come detto, fu il 1976 l’anno magico di Adriano Panatta. Trionfò nel torneo cui teneva di più, nella sua Roma vicino casa sua. Per dar vita a un’impresa sportiva ci vuole tanta forza, fisica e mentale, tanto coraggio e – come avrebbe detto in una sede principesca 43 anni dopo un altro grande della racchetta – anche un bel po’ di… culo.

Fino a quella memorabile settimana al Foro Italico, Adriano aveva collezionato tanti scalpi importanti, diversi tornei minori, ma mai ancora un grande torneo sebbene tutti gliene attribuissero il potenziale ad hoc. Ma non era mai favorito fino in fondo. Tutti sapevano che poteva vincere contro chiunque, ci speravano, ma accadeva solo talvolta. E troppe volte accadeva il contrario, rispetto alle aspettative di chi si era innamorato del suo modo di giocare. Scriveva su Ubitennis Fede Torre – vi invito a rileggerlo – poco tempo fa: “uno sportivo non è mai quel che vince, ma l’emozione che trasmette nel farlo e l’immedesimazione che la gente trova in lui. È un destino riservato a pochi, il destino dei Valentino Rossi, degli Alberto Tomba, dei Marco Pantani, dei Roberto Baggio. Adriano Panatta era tutto questo. Era bello, giovane. Sul campo elegante. Fuori anche di più”.

Panatta in tribuna – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Anche quella settimana sembrava proprio che non dovesse accadere. Contro un australiano di retroguardia, non certo uno dei grandi Aussies che hanno fatto la storia del tennis, tal Kim Warwick, talentuoso la sua parte – la settimana prima ad Amburgo aveva battuto Kodes – ma pazzerello ai confini dell’isteria in certi frangenti, Adriano si imbatte in una apparente giornata no. Fin quasi alla doccia. Warwick può giocarsi – non è uno scherzo – 11 match point. Dieci sul proprio servizio a partire dal 5-2 40-15, poi altri tre in quel game. Altri sul 5-4 40-0. Ripeto perché li annotai uno per uno, non è uno scherzo. Un paio furono scambi corpo a corpo, ravvicinati, da cardiopalmo, il pubblico impazzì: ‘Adriaaanooo Aaadriaaanooo!’. Chissà come, Panatta rovescia una giornata di non vena in una giornata lucidamente folle, in cui comincia d’incanto a rispondere divinamente, a giocare dei passanti incredibili contro l’australiano che si attacca alla rete con la forza della disperazione, match point dopo match point. La risposta, il passante, non erano mai stati i punti di forza di Adriano, eppure miracolosamente e improvvisamente quel giorno lo diventano.

Fortuna, culo, quindi? Beh, anche, ma anche no, perché poi Adriano infila una magnifica sequenza di vittorie, contro giocatori fortissimi sulla terra battuta. Stentòa ancora contro Tonino Zugarelli, romano anche lui ma… trattato come uno straniero dal pubblico di Adriano così spesso ingeneroso. Poi è la volta di Franulovic, sì, il direttore oggi del torneo di Montecarlo, quindi il “sorcio” americano Solomon che si ritira per proteste per una chiamata arbitrale in vantaggio 5-4 nel terzo set. Poi Adriano travolge Newcombe, entusiasmando, e infine raggiunge l’apoteosi battendo in finale Guillermo Vilas che sui campi rossi era, dopo Borg, decisamente il più forte e il più continuo del mondo. Lo mette k.o. In quattro set. Pandemonio. In quel torneo c’erano sette dei dieci tennisti più forti del mondo. Si poteva parlare ancora di fortuna? Certo che no. In ogni vittoria, salvo alcune di Borg e Nadal al Roland Garros, per restare sul pianeta terra rossa, c’è sempre un po’ di fortuna.

La farò più breve con Panatta al Roland Garros. Anche li sembrava tutto fuorché il suo torneo. Al primo turno contro il ceco Pavel Hutka appare in giornata no per quasi un intero match e salva miracolosamente con un tuffo prodigioso un match point. Un altro Panatta gioca la seconda parte del match. E lo vince in carrozza dando spettacolo. In semifinale e finale batterà due piccoletti irriducibili che si assomigliano tantissimo, per struttura fisica e tennis, rovescio bimane capace di cross strettissimi, un servizio così così, mai a rete salvo che per stringere la mano a fine partita. Pur sempre due top 10 di grande regolarità e continuità. Ma il capolavoro era arrivato nei quarti, quando la vittima era stata la più illustre, dominata con smorzate mascherate da finti attacchi in chop, attacchi in controtempo, serve&volley improvvisi. Bjorn Borg, il più forte tennista di sempre sulla terra rossa, prima dell’avvento di Nadal, era sembrato perfino impotente. I parigini si erano entusiasmato per il tennis brillante, fantasioso, vario, di Panatta non meno dei romani al Foro Italico.

Panatta avrebbe raggiunto prima a Roma e poi a Parigi il suo best ranking. Quando già qualcuno dubitava che ce l’avrebbe mai fatta a salire così in alto, per via di quella sua incapacità a mantenere i pronostici favorevoli. Io a Firenze, un torneo che ha anche vinto, l’ho visto mio malgrado perdere da carneadi quali il boliviano Benavides, gli americani Winitski e Fagel, l’australiano Dibley.

Beh, Giovan Battista Vico sarà certo d’accordo con me, laddove si trova. La storia di Fabio Fognini ricorda moltissimo quella di Adriano Panatta. Al quale, in termini di talento e potenziale, l’ho spesso confrontato, scrivendo a più riprese che negli ultimi 40 anni il tennis italiano non ha avuto un tennista più forte e talentuoso di lui.

Da quasi dieci lui senza vincere alcun grande torneo è costantemente fra i primi 20 del mondo e per anni tutti si aspettavano che sarebbe riuscito a entrare tra i primi dieci. E perché non ci sia riuscito il primo a dirlo è sempre stato lui: un problema di testa, non certo di gioco. Il suo tennis è stato sempre più piacevole a vedersi, nelle giornate di vena, di tanti top 10. Non c’è bisogno di far nomi.

Ora, come al Foro Italico 43 anni fa, ecco che a Montecarlo accade quel che era stato annunciato mille volte senza che mai accadesse. Cronaca di un evento annunciato. È sull’orlo del baratro contro Rublev (non vale i Safin e i kafelnikov, ma è stato capace di raggiungere i quarti allUs Open da teenager): pazzerello come Kim Warwick. Ma meno coraggioso, o incosciente, di Fognini che mette a segno un ace con la seconda palla su una delle cinque palle break che Rublev non trasforma per andare a servire sul 64 5-1.

Dopo quel miracoloso e fortunato salvataggio Fognini è ancora più fortunato perché gli si ritira senza scendere in campo il francese Simon che lo aveva battuto cinque volte su cinque. Poi però dà una lezione di tennis al n.3 del mondo che in due precedenti confronti gli aveva lasciato sei game per match. Spettacolo puro. Grande show che prosegue con Coric dopo un primo set giocato dal cugino di Fognini. Ma gli altri due li gioca come sa solo lui. Ed ecco Borg in semifinale, pardon Nadal. Rafa come Bjorn sa che con Fognini in vena si può perdere. Gli è già successo tre volte. Una addirittura nonostante due set di vantaggio e non in un torneo qualsiasi: all’US Open.

Fognini vs Nadal inizio match – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

È nervoso Rafa, appena le cose non si mettono troppo bene per lui, perché sa di non essere al top, non ha giocato particolarmente bene al ritorno dall’infortunio di Indian Wells. Mentre Fognini è in una di quelle giornate in cui gli riesce tutto, anche i bambini con i baffi. Passano i punti, i game, e Fognini è l’unico che dà davvero spettacolo, tennis magnifico. Mentre Nadal affonda sempre di più nella sua giornata no. Quel Fognini oggi è imbattibile, il più forte, inarrestabile. Addirittura Nadal evita per un soffio l’umiliazione estrema, un 6-0 che il più forte tennista del mondo sulla terra battuta dai tempi di Borg non poteva mettere in preventivo neppure se si è ormai convinto, suo malgrado, di aver giocato male, malissimo.

Ma quanto è il merito di Fognini? Di sicuro grande, grandissimo. Fantastico. Come Panatta contro Borg.

E come Panatta Fognini non si distrae, questa volte – a differenza di tutte le altre tre volte post Nadal quando aveva immancabilmente perso – e batte anche Lajovic, senza farsi travolgere dalla pressione di non dover mancare l’opportunità che pare unica. Anche per Panatta battere prima Dibbs e poi Solomon nella prima grande, grandissima finale, era stata la stessa cosa, la stessa angoscia della vigilia.

Vinse, anzi trionfò. Conquistò il plauso del mondo, l’ammirazione sconfinata di tutti, per il modo in cui vinceva, per il modo in cui giocava. Conquistò il best ranking. E da quell’exploit tutto il tennis italiano ne trasse giovamento. Fu solo il primo, i primi due. A Fabio ora manca solo il secondo, ma quasi nessuno dubita più che arriverà; lui saprà’, a 32 anni rotto finalmente il ghiaccio, reggere la pressione di giocare da favorito e campione quale certamente è anche uno dei prossimi tornei. L’Italia del tennis – non mi parrebbe però giusto non ricordare, perfino in questo momento, che i suoi comportamenti non sono stati troppo spesso all’altezza del suo tennis – gli deve dire dire grazie e dirsi fortunata di aver avuto in questi dieci anni un tennista, un campione, come lui. Il migliore, come mille volte scritto, dai tempi di Panatta nell’arco di 40 anni. Adriano re di Roma, Fabio principe a Montecarlo. 

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Fed Cup

Fed Cup: super Barty e Stosur, Australia in finale

A Brisbane Barty travolge Sabalenka ma Azarenka pareggia i conti battendo la Stosur. Decide il doppio, padrone di casa in finale dopo 26 anni

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Team Australia - Fed Cup 2019 (via Twitter, @FedCup)

FED CUP, Semifinale
AUSTRALIA-BIELORUSSIA 3-2

Una superba Ashleigh Barty riesce, nella stagione migliore della sua carriera sin qui (recentemente è entrata nella Top10, attualmente nr. 9 WTA), nell’impresa di riportare l’Australia in una finale di Fed Cup dopo ben 26 anni, la 18esima in totale. Risaliva infatti al 1993 l’ultimo atto conclusivo giocato dalle “aussie”, quando furono sconfitte in finale dalla Spagna di Arantxa Sanchez e Conchita Martinez.

 

Nella sfida con la temibile Bielorussia di Vika Azarenka e Aryna Sabalenka, la Barty ha recitato alla perfezione il suo ruolo di nr.1 locale. Prima battendo in due set una buona Azarenka, poi travolgendo Aryna Sabalenka nella seconda giornata ed infine giocando da par suo un doppio tutt’altro che facile in coppia con Sam Stosur, vinto al terzo set contro le due singolariste bielorusse. L’Australia giocherà in casa la finale non essendoci precedenti recenti nè con Francia nè con Romania ed avendo in sede di sorteggio stabilito l’ITF che la priorità nella scelta del campo fosse nella parte bassa del tabellone principale.

Vanno fatti comunque i complimenti anche alla Bielorussia, che con l’aggiunta della Sasnovich e con Lapko e Morozava sempre utili come doppiste rappresenta una signora squadra e sicuramente non mancherà di farsi valere nei prossimi anni di Fed Cup.

A. Barty b. A. Sabalenka 6-2 6-2

Vince senza problemi Ashleigh Barty che batte in due set Arnya Sabalenka e mette l’Australia nella possibilità di giocarsi il primo match point di queste semifinali, ora sulla racchetta di Samantha Stosur.

Ci si aspettava battaglia in questa partita tra la numero 9 e 10 del mondo, che non c’è stata. Andamento molto simile di entrambi i set, talmente simile che i break per Barty sono stati sempre nel quinto e settimo game. Il gioco è sempre stato in mano all’australiana, che ha concesso poco o nulla con il servizio ed è stata sempre aggressiva sulla seconda palla dell’avversaria. La combattività di Aryna Sabalenka si è vista solo nei primi game dei due set, dove ha difeso fortemente il proprio servizio. Una palla break conquistata nel primo set, e quattro nel secondo che però non le sono servite per rientrare in partita. Ottima Barty che tra ieri e oggi ha concesso davvero poco alle avversarie.

Ashleigh Barty – Fed Cup 2019 (via Twitter, @FedCup)

V. Azarenka b. S. Stosur 6-1 6-1

Sforzi inutili quelli della Barty perché nell’altro match Samantha Stosur viene travolta da Victoria Azarenka in due set.

Gioca male l’australiana, sbaglia l’impossibile e concede campo e gioco all’avversaria. Primo set e in un baleno si arriva 4 a 1, e solo nel secondo game qualche errore gratuito della Azarenka concede un break del tutto ininfluente a Stosur. Poca soddisfazione per il resto con Vika che conduce senza timori il gioco. Un po’ meglio ad inizio secondo set, Stosur che si batte, tiene il servizio ma capitola nuovamente nel quarto game, break e partita praticamente finita. Energie al lumicino per la padrona di casa e sconforto alle stelle. La Bielorussia intanto cambia pedine e scende in campo con le giocatrici migliori per cercare di completare il ribaltone. Ma non ci riuscirà.

A. Barty/S. Stosur b. V. Azarenka/A. Sabalenka 7-5 3-6 6-2

A poco è servito il repentino cambio della Bielorussia che ha schierato in doppio l’artiglieria pesante, mettendo Azarenka insieme a Sabalenka. Bene Stosur che si riprende da un week end fino a lì negativo e tiene il passo della compagna. Break immediato nel primo set per le australiane, che però nel sesto game restituiscono il favore; altro scambio di break, poi nell’undicesimo game Azarenka serve male e permette alla coppia rivale di vincere il set.

Nel secondo set tutto si decide tra l’ottavo e nono game. Le australiane vanno 15-40, guadagnano 3 palle break utili a servire per il match. La Bielorussia però tiene e sventa la minaccia. Nel game successivo è invece Stosur ad andare in confusione con il servizio e prestare il fianco: break decisivo e partita in parità. Nel terzo set si conta una sola palla break, nel quarto game, che capita sulla racchetta di Barty che conferma lo stato di forma psicofisico invidiabile e non si fa pregare. Giusto che a firmare l’allungo decisivo sia la miglior giocatrice in campo. L’equilibrio adesso è la regola, ma le bielorusse non sapranno più impensierire le australiane in risposta. Si arriva quindi all’ottavo game, e al terzo match point è apoteosi australiana.

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Focus

Vincere o non vincere non è la stessa cosa

“Lui non ha niente da perdere, io non ho niente da perdere: si comincia 50-50” dice Fognini. Ma non è vero: questa finale è una ghiotta occasione per entrambi

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Fabio Fognini - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Diciannove finali non sono uno scherzo, da qualsiasi lato si consideri la questione. Diciannove settimane durante le quali Fognini non ha perso una partita; perché è così che si arriva in finale, non c’è un altro modo. Ed è così che Fabio ci è arrivato anche questa settimana, nonostante la passeggiatina sul cornicione nel primo turno contro Rublev che certamente diventerà il simbolo del suo successo, qualora dovesse battere anche Lajovic (si comincia alle 14:30). Di quel quattro-a-uno-quasi-cinque-a-uno si continuerà a parlare tanto, ma in realtà Fognini ha fatto seguire tutto un torneo coi fiocchi battendo Zverev, Coric, Nadal ancor più di quanto abbia battuto il se stesso ‘grottesco’ che ogni tanto ha provato a frapporsi tra il se stesso ‘sublime’ e la vittoria.

Il dubbio, in questi casi, è l’estremo al quale strizzare l’occhio. Quando l’impresa sportiva è grande, e per forza di cose un tennista italiano in finale di un Masters 1000 lo è, si tende più facilmente al sensazionalismo. D’altro canto se c’è qualcosa che a Fabio è sempre mancata è ‘l’impresa eccezionale di essere normale‘, come ha mirabilmente riassunto qualcuno. Posto che i media non dovrebbero sperare di poter modificare le faccende di campo, ma semmai limitarsi a raccontarle, insistere sul fatto che Fabio abbia già fatto qualcosa di eccezionale potrebbe fuorviare persino lui. C’è un torneo da vincere, perché tra vincere e non vincere c’è comunque una grandissima differenza anche se arrivi in finale. Ecco: l’impresa eccezionale di Fabio, la classica prova del nove – anche in senso strettamente numerico, perché sarebbe per Fognini il nono titolo in carriera – corrisponde adesso a battere Dusan Lajovic, che il braccio lo ha di qualità ma non quanto quello del ligure.

Già lo scorso anno Lajovic aveva giocato un bellissimo torneo a Madrid, superando le qualificazioni e poi battendo Khachanov, Gasquet e del Potro. Qui al Country Club ha fatto di più. Le premesse per arrivare in fondo, sostanzialmente, se l’è create sbattendo fuori Thiem (che se non era il secondo favorito, alla vigilia, era al massimo il terzo). Poi si è occupato di domare il mai domo Sonego e di raccogliere i cocci di Medvedev, un ragazzo la cui sensibilità dal lato del rovescio è almeno pari alla sensazione che in ogni partita, da un momento all’altro, possa mandare tutto per aria e sempre per aria prendere a calci la polvere di mattone. Lajovic ha fatto tutto questo nel segno di un tennis elegante e morigerato, rovescio bello bello e geometrie intelligenti. Che siano piuttosto gli avversari a strafare, che siano loro a cadere sotto i limiti dell’eccesso di personalità. Lui, Dusan, che forse cuor di leone non lo sarà mai, il coraggio che gli serviva l’ha rubacchiato qui e lì agli avversari. E alla fine eccolo, a giocare la prima finale della carriera addirittura in un Masters 1000. A quasi 29 anni.

Qualcuno non sarà felice perché aveva comprato il biglietto convinto di vedere Rafa in finale, ma eccoci qui. Sarà dura, molto dura, sia per me che per lui. È una finale a sorpresa” ha detto Fognini, che un occhio al suo prossimo avversario lo aveva già dedicato. “Ha giocato benissimo questa settimana, l’ho visto contro Thiem e Goffin. Contro Medvedev era 5-1 sotto nel primo set. Lui non ha niente da perdere, io non ho niente da perdere: si comincia 50-50, anche se il mio ranking è più alto del suo“.

Che nessuno dei due abbia nulla da perdere è opinabile, perché per entrambi si tratta dell’occasione che potrebbe non tornare. Sul resto sì, ha ragione Fabio, è inutile metterla sul piano della classifica. Tante e tante partite sono state perse da chi doveva vincerle, tante anche dallo stesso Fognini. Cresciuto e diventato tennista di vertice con la convinzione, più o meno taciuta, che il suo braccio e i suoi piedi veloci potessero bastare se non sempre, quasi sempre. La verità è che non bastano quasi mai, sicuramente non quando ci si gioca un trofeo (e mezzo milione di euro, occorre sottolinearlo). Bisogna essere più forti della propria convinzione di essere forti e dedicarsi alla dimostrazione pratica sul campo. Guardare con troppo sospetto quell’impercettibile talento di non annoiarsi a fare le cose banali, a volte anche bruttine ma sicuramente quelle giuste, può farti ritrovare in mano un piatto al posto di una coppa.

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