Luca Barilla su Federer: “Lo vedevo un marziano, irraggiungibile. Pensai a Edberg e…"

Interviste

Luca Barilla su Federer: “Lo vedevo un marziano, irraggiungibile. Pensai a Edberg e…”

Intervista-ritratto di chi non cela sconfinata ammirazione per Roger. La sorpresa del primo incontro. Da Edberg all’agente Tony Godsick e al “purché gli piaccia la pasta!”. “Roger per me? Quasi come Brad Pitt per le signore”. La professionalità di Federer sul set e l’episodio del cellulare

Pubblicato

il

video sponsorizzato da Barilla

Roger Federer esordirà a Roma proprio oggi, mercoledì 15 maggio, alle ore 11 contro Joao Sousa sul campo centrale del Foro Italico. Trovate QUI il programma completo della giornata

Incontro una vecchia e cara conoscenza, Luca Barilla, nel modernissimo stabilimento della famiglia Barilla a Parma, tanti anni dopo un invito a pranzo che Rino Tommasi e chi scrive ricevettero negli anni ‘90 per incontrare due celebri testimonial della pasta più famosa e venduta nel mondo, Stefan Edberg e Steffi Graf. Stefan girava fra biscotti del Mulino Bianco, frollini e quant’altro con sulla testa bionda un gran cappello bianco da cuoco. Per Steffi sarebbero stati creati perfino orecchini di… pasta. In tutta Europa, non solo Svezia e Germania, fu un boom.

Prima di Luca avevo avuto, all’epoca, modo di conoscere il fratello maggiore, Guido, pochi anni prima che morisse (nel ’93) il padre Pietro, pioniere della pasta e discendente di quell’Ovidio Barilla che già nel 1500 era a capo della corporazione dei fornai, ai tempi dei duchi Cesarini Sforza. Non credo sia un caso se i testimonial tennistici di Barilla si sono sempre contraddistinti per una indiscutibile signorilità ed eleganza: Edberg e Graf, Federer. Bastano i nomi e nessun potrà smentire. Anche se la scelta dei personaggi è stata ovviamente condivisa dai due fratelli e dal management, è stato soprattutto Luca ad avviare i rapporti con questi grandi del tennis e poi a seguirli più da vicino.

 

Il 9 maggio 2017 esce inaspettata la notizia della partnership fra Barilla e Roger Federer e Luca sosterrà sempre che la cifra di cui si chiacchiera è esagerata, quella reale sarebbe “molto inferiore”, ma intanto è rimbalzata così in tutto il mondo.

Ubaldo Scanagatta: Ma come è nato il tutto, Luca? Come hai pensato di avvicinare Roger Federer e come hai fatto?
Luca Barilla: Lo vedevo come fosse un marziano, un uomo che viveva su un altro pianeta, irraggiungibile, famosissimo, virtuosissimo, ricchissimo… anche di potere per certi versi, perché è un opinion leader nel suo campo… Roger è invitato da tutti nel mondo: personaggi politici, imprenditori, persone della moda, dello sport… tutti in ginocchio davanti a lui. Quindi non sapevo proprio come fare. Poi un giorno ho letto sul giornale che Stefan Edberg era stato il suo coach, il suo allenatore. Stefan non lo sentivo da un po’ di anni, ma ho provato a chiedere a lui se ci fosse la possibilità di avvicinarlo. Con Stefan il rapporto è rimasto in piedi ancora per qualche anno anche dopo la fine del rapporto. Anche se non ci si vedeva, ci eravamo sentiti qualche volta al telefono…Insomma ho scritto una mail a Stefan. Mi ha risposto subito: “Guarda Luca, per metterti  in contatto con Roger la persona migliore è il suo manager, Tony Godsick. Ti creo io il contatto…”

US: Questo succedeva?
LB: Tre anni fa. Con Tony scambiamo qualche mail. Gli scrivo: ‘Tony sono Luca Barilla dell’azienda Barilla, mi piacerebbe molto incontrarti e sapere se eventualmente si può fare qualche cosa insieme. Però sarebbe importante per me sapere se Roger mangia la pasta e se gli piace. Se non gli piacesse sarebbe inutile proseguire nel discorso’. Tony mi risponde con toni quasi entusiastici: “Roger mangia sempre la pasta e spesso è proprio la Barilla perché si trova dappertutto ed è la più conosciuta. Insomma sarò molto felice di incontrarti’. Combiniamo un appuntamento per qualche mese dopo a Zurigo, in occasione di un viaggio di Tony in Europa. Mi invita in un ristorante dell’Hyatt in centro a Zurigo; vado un po’ emozionato perché sto per incontrare il rappresentante di Roger, che per me è come incontrare Roger. Sono da solo e mi dico: ‘Mah! Adesso cosa gli racconto, come andrà… sì gli racconto chi sono e della Barilla…”

US: Vabbè, non è che ti presenti con niente alle spalle, eh! Insomma, cioè, ora qualche argomento ce l’hai! E poi forse hai anche una qualche abitudine a parlare con dei manager, o no?
LB: Sì, però io vedevo sempre questo personaggio dietro Tony, e provavo un po’ di soggezione, un po’ di emozione… Quindi vado lì, non tranquillo, felicissimo, ma un po’ agitato. Ma appena incontro Tony, persona molto carina, dopo pochi secondi mi trovo perfettamente a mio agio

US: Sai che lui è marito di Mary Joe Fernandez, quindi…
LB: Sì l’ho saputo. Me l’ha raccontato lui.  Quindi ci sediamo al tavolo, io mi presento, comincio a raccontargli un po’ della pasta… che, fra l’altro, la pasta è vittima di false credenze, cioè che farebbe ingrassare, che il glutine sarebbe velenoso e cose di questo genere, quando invece il glutine può essere nocivo per gli intolleranti al glutine, ma per le altre persone è una sostanza, un ingrediente che invece fa bene, ha un alto contenuto proteico. Il glutine ci vuole. Addirittura ai bambini tanti anni fa si dava la pasta glutinata, con il glutine aggiunto… Adesso non esiste più, ma lo si faceva fino a poche decine di anni fa, negli anni ’50.

US: Non avresti potuto sponsorizzare Djokovic…
LB: No, eh no – ride –  ma ognuno ha le sue abitudini alimentari. Sto parlando di queste cose con Tony da una ventina di minuti, quando arriva una cameriera che prende la mia borsa appoggiata lì accanto… lì dentro ho tutto. Se qualcuno mi porta via la borsa, mi porta via la mia vita, non ho duplicati…

US: Conosco il problema!
LB: Prende la borsa e me la sposta. E io: ‘Ma cosa sta facendo!’ quando ecco che mi ritrovo Roger di fianco… sì, è arrivato Roger! Tony gli avrà fatto un segno…io non mi sono accorto di niente. Beh, Roger non solo è arrivato ma si è fermato un’ora. A me è venuto un mezzo infarto! Cioè… faccio la figura di quelle signore che quando vedono Brad Pitt svengono… Qualcosa del genere!’ e ride. Quasi mi è venuta a mancare la parola… “Ma come… Roger qui?!”. Lì Tony è stato bravo perché ha subito rotto il ghiaccio alla grande: “Luca scusa, puoi ripetere le cose che stavi raccontando a me? Sono interessanti, almeno secondo me. Piacerà anche a Roger ascoltarle”.

US: Ma quali erano più o meno?
LB: Beh, quello che ti dicevo quando ti parlavo della pasta… insomma di quello che noi italiani e Barilla rappresentiamo nel mondo tramite la pasta, di quanto la pasta sia un alimento molto amato per certi aspetti, ma anche ingiustamente criticato. Gli ho raccontato, perché ci credo, di come la pasta sia un alimento assolutamente naturale ed ecologico. Il grano ha bisogno di pochissima acqua per crescere: basta un buon clima, sole e buona terra e il grano viene su quasi da solo. Per fare la pasta ci vuole soltanto l’aggiunta dell’acqua, nient’altro. È proprio figlia della natura, un prodotto estremamente salutare, estremamente pulito e molto molto economico. Raccontavo queste semplici cose che molti non sanno. Roger sembra davvero incuriosito, interessato. E mi fa qualche domanda, carinissimo, come se ci conoscessimo da sempre! Poi, a un certo punto, guarda l’orologio…il tempo era volato, era da un’ora che stavamo parlando. Dice: ‘Ah ragazzi, scusatemi ma devo andare perché ho l’allenamento. Se arrivo tardi perdo la prenotazione sul campo’. Stupito mi scappa un ‘Davvero, ma come!, ti portano via il campo, a te, a Roger Federer?’ E lui”  “Eh sì, se arrivi tardi quelli che vengono dopo non ti regalano un minuto! In Svizzera funziona così. Quando è finito il mio tempo devo lasciare il campo a chi ha prenotato dopo di me’.

Da Tony avrei poi saputo, attraverso successive email, che Roger era interessato ad andare avanti. Dopo pochi mesi preparato il contratto e firmato ma… con trattativa zero! Di contratti negli ultimi 30-35 anni ne abbiamo fatti tantissimi. Tutti i personaggi, dello spettacolo o dello sport quando fai il contratto ti dicono: “Allora, c’è il mondo intero: l’Italia te la vendo a 10, la Francia te la vendo a 3, l’America te la vendo a 8. Per ogni paese ti do i diritti a tariffe diverse”. Per cui tu devi farli solo se ti interessa l’America, più la Spagna, più… sommi le loro richieste sull’America, più la Spagna, più la Russia… se vuoi solo la Russia paghi solo per la Russia. Tony ha detto: “Noi queste cose non le facciamo”. È stato lui che ha proposto, ha detto: “Pasta e sughi…”. Io avevo parlato solo di pasta, ma Tony mi ha detto: “Pasta e sughi worldwide. Non stiamo lì a discutere”. Io ho detto: “Ma è fantastico… è fantastico!” . Abbiamo chiuso l’accordo in un attimo… con una stretta di mano.

US: Quasi un amore a prima vista!
LB: È impossibile non innamorarsi di un personaggio così, se uno pensa alle sue dimensioni planetarie e a come al contempo interagisce con te! Avevamo già firmato il contratto da poco e dopo un mese lui è venuto a Parma, quasi una sorpresa. Non era previsto dal contratto. Ma è venuto e ha tenuto la giornata fuori dal contratto. Una giornata in più che ci regalava. L’unica cosa che ha detto all’arrivo è stata: ‘Scusate ma dovrei andar via alle 5, perché stasera voglio mettere a letto i miei figli…’ I bambini mangiano alle 7:30; poi alle 8:00 li mette a letto lui, e poi alle 8:30 mangia con Mirka, loro due soli. Prima però ci tiene a essere a tavola con i suoi figli”.

US: Una volta gli ha fatto anche il bagnetto e si è fatto male al ginocchio…
LB: Eh sì proprio così! – ride – Però dopo quel problema al ginocchio è tornato più vincente di prima… 

US: Era venuto con un aereo privato qui?
LB: L’avevamo mandato noi a prendere col nostro aereo. Alle 5 era ancora qui in mezzo alla folla a fare i selfie, a salutare, l’orologio per lui non esisteva più. In genere altri personaggi alle 4:30 avrebbero cominciato a dire: ‘Ora devo andare, dov’è il cappotto? Devo andare in bagno un attimo…’. Lui no. Sono andato io da lui alle 5:10 a dirgli: ‘Roger – e lui era circondato da 300 persone – guarda che sono le 5, devi partire!’ Ah sì sì, va bene, adesso…”. Un altro episodio che mi ha molto colpito di lui è avvenuto durante lo shooting del nostro spot, in Brianza. Sono andato lì all’inizio delle riprese e ci sono stato per alcune ore. Roger lo vedevo spesso da lontano, non volevo disturbare. La cosa che mi ha colpito moltissimo è che tra una scena e l’altra, quando si ferma tutto per un minuto o due – o anche 10 minuti – lui rimaneva sempre lì in mezzo alla gente e non ha mai, dico mai, preso in mano un cellulare, cosa che non fa nessuno. “Tony ma Roger è sempre lì, non va nel suo camerino a respirare un po’ di ossigeno, a telefonare…” osservo parlando con Toni e lui dice: ‘No, il suo telefono ce l’ho io, me l’ha dato e ha detto: non rispondo a nessuno che non sia della mia famiglia. Oggi sono con la Barilla al 100%. Non ci sono per nessun altro se non per Mirka o i bambini’. Che professionista!

US: Questo, devo ammettere, è piuttosto straordinario!
LB: In genere questi personaggi, anche quelli carini come Antonio Banderas, tra una scena e l’altra si assentano, si rinchiudono nella loro stanzina, telefonano, parlano con l’amico… Roger no. Nessun amico può disturbarlo. Ha parlato con Tony due o tre volte, ma tre minuti per piccoli dettagli. Altrimenti era sempre in mezzo alla gente, col tecnico delle luci, col regista, con la comparsa, con il cuoco, con Oldani che prima non conosceva.

US: S’è trovato bene anche con lui, ho visto da quello che ha dichiarato il MasterChef Oldani
LB: Ma Roger è così! Io non ho mai visto nessuno comportarsi a quel modo lì, nessuno con il suo status…

US: Con chi hai avuto rapporti, oltre a Banderas, giusto per fare un paragone con persone del suo livello, insomma di nomi… gli atleti più importanti del passato a parte Edberg e Steffi Graf?
LB: Fra gli sportivi Alberto Tomba prima, Mikaela Shiffrin adesso. Fuori dallo sport Laura Pausini, che conosco abbastanza bene anche personalmente, al di là del rapporto di lavoro, Zucchero con cui c’è stato un anno di lavoro, molti anni fa, 23 anni fa circa… Beh Lucio Dalla ha fatto un contratto con noi ma per la pasta Voiello (appartiene alla Barilla da 40 anni; n.d. US)

US: E però l’amore, la sofferenza – come mi dicevi prima – per le partite di Roger quando sono cominciati?
LB: Quando l’ho conosciuto ho capito chi era e mi ci sono subito affezionato. Lo conosco pochissimo e l’ho visto ancor meno, non ho rapporti con lui…però non resisto.

US: Però poi l’hai rivisto diverse volte, sei venuto in Australia…
LB: No, non tante, pochissime in realtà… di partite ne vedo poche, tre all’anno. Dico sempre a Godsick: ‘Tony lasciamolo stare, non voglio disturbare’. E lui: ‘No, no, vieni, vieni, guarda che gli ho detto che sei venuto, lui ci tiene a salutarti!’”.

US: Sei andato anche a Chicago, l’hai visto quando sei andato per la Laver Cup?
LB: L’ho visto a Chicago, sì…

US: Roger a quel progetto della Laver Cup ci tiene moltissimo. E’ stata un’idea di Tony Godsick e sua, è stato lui che adora i vecchi campioni australiani, quindi…quanto dura il vostro contratto con Roger?
LB: 5 anni.

US: Hai visto qualche partita di Roger in Australia?
LB: Sì e ho visto anche Dimitrov contro quell’australiano così…strano…

US: Kyrgios?
LB: Kyrgios, Kyrgios, che ha perso contro Dimitrov. Ho visto bene quella partita, anzi Tony mi aveva piazzato a bordo campo e mi sono ritrovato a bordo campo di fianco a Mark Webber, l’ex pilota di Formula 1… quindi siamo diventati amici anche con Mark – ride – che poi abbiamo visto, è venuto qui a Parma… con Mark abbiamo fatto un paio di cosette, ma non a livello contrattuale, tra amici… due cose carine.

US: E a Wimbledon nel 2018…
LB: Sono andato a Wimbledon per parlare con Tony di alcune attività promozionali di Barilla. Tony mi ha portato a salutare Roger, Roger quel giorno non giocava, era a casa sua, con i suoi bambini, siamo stati lì a casa sua una mezz’oretta…

US: Ma non avete mai mangiato la pasta insieme, ancora…
LB:  Sì a Chicago, era seduto di fronte a me quando c’è stato il “Barilla-day”.

US: Ne mangia tanta? Non direi, ha un fisico così asciutto …
LB: No, mangia giusto, ma è un mangiatore straordinario di pasta!

US: Ma siete in grado di capire dov’è che avete più successo, cioè dove questo si traduce in qualcosa oppure è tutto un pochino…
Social Media Manager: Facciamo una ricerca l’anno che misura diversi item della marca e quindi avremo senz’altro anche il riscontro di quante persone hanno visto, memorizzato, capito il messaggio e anche il fatto… anche la domanda diretta della Warners su: “Chi è il testimone di Barilla?”. Una domanda importante che misureremo, stiamo misurando.

Nella saletta riunioni dove stiamo parlando spicca la foto di Luca Barilla con Roger Federer. “Questa è la foto… quando lui è andato via Tony ha detto: ‘Fermi, fermi che facciamo una foto!’. Che poi prosegue: “Roger va via, sempre sorridente, leggero – diciamo -. Io rimango a pranzo con Tony ancora una mezz’oretta. Abbiamo fatto quella foto senza che io la richiedessi. Non chiedo mai di far selfie con questi personaggi… È un atto di rispetto: chissà quanta gente chiede a lui di fare fotografie, autografi… quindi a lui non l’ho chiesto assolutamente quel giorno, niente quel giorno. È stato Tony a dire: ‘Facciamo una foto ricordo!’. Poi io l’avevo dimenticato, non ci pensavo neanche più. Dopo una settimana o due mi arriva la foto in questa cornice. L’hanno fatta loro con la dedica di Roger. Ma la dedica è meravigliosa….

“To Mr Pasta forever”, così recita la dedica sulla foto. E anche se a Ubaldo Scanagatta piace molto, il vero Mr Pasta è Luca Barilla

US: Cosa c’è scritto? Ah, “To Mr Pasta for life”.
LB: È una dedica meravigliosa “pasta for life”. Noi non eravamo amici, non ci non ci eravamo mai visti prima… poi magari lui lo fa con tutti, ma non ho avuto proprio questa sensazione..

Divaghiamo e guardiamo un filmato di Mikael Shiffrin, la straordinaria campionessa di sci, l’altra grande testimonial di Barilla, sempre con casco e cappellino firmato. La Shiffrin parla di Roger Federer: “He’s big in the tennis world and big in the world-world. To see that he can still maintain this kind of mature and modest attitude… come on people! I shall be like Roger!”. “Ha detto quello che io penso da quando lo conosco!” esclama Luca.

US: Dai Luca mi ridici quel che mi hai detto prima che cominciasse l’intervista, quella… certa sofferenza che provi quando c’è Roger che gioca, quando hai paura che perda, insomma, o che si faccia male…
LB: Ho il terrore, ho il terrore…. Ma mi dispiace, mi dispiace se perde, mi dispiace enormemente per lui, oltre che per me, per i suoi fan… ma per lui, perché è una persona per me talmente straordinaria che meriterebbe la gloria eterna.

US: Io credo che la gloria eterna l’abbia conquistata! Perché non c’è nessuno insomma… sono vent’anni… cioè io l’ho visto a 17 anni vincere al torneo di Firenze giovanile, anzi a 16, che era un torneo per gli under 18 e già lì tutti dicevano: “Ma questo qui chissà dove va!” Poi, primo esordio di Federer in Coppa Davis contro l’Italia a Neuchâtel e batte Sanguinetti, e lì di quel ragazzo che aveva i capelli con le meches un po’ bionde e un po’ addirittura verdi, si dice: “Diventerà un campione!”.
LB: Mi ha raccontato lui che era un ribelle quando era ragazzino!

Roger Federer – Australian Open 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

US: Sì sì, rompeva le racchette e non di rado perdeva la testa per la rabbia di un errore che non si voleva concedere
LB: Me l’ha detto, me l’ha detto, io non le sapevo assolutamente queste cose di lui!

US: Perché, Luca, tu non leggi Ubitennis abbastanza, eh!

Continua a leggere
Commenti

Focus

Il sollievo di Thiem: “Non ho mai smesso di crederci, ora giocherò più serenamente”

Il neo-campione dello US Open ha parlato del travaglio mentale della prima finale Slam giocata da favorito. “All’inizio ero molto contratto. Continuavo a chiedermi: ‘Avrò un’altra chance?'”

Pubblicato

il

Dominic Thiem - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Lo stato d’animo di Dominic Thiem nella conferenza stampa seguita alla vittoria del suo primo Slam è di liberazione, più ancora che felice. Le oltre quattro ore passate in campo contro l’amico Alexander Zverev l’hanno messo alla prova in più modi, dalla tensione iniziale ai crampi finali, passando per il ruolo di favorito della vigilia di cui avrebbe volentieri fatto a meno. L’austriaco, infatti, non si vedeva come il sicuro vincitore: “Io non mi consideravo il favorito, so di cosa è capace Sascha; erano i media ad avermi messo in quella posizione. Il nostro match in Australia era stato equilibrato fino alla fine, quindi mi aspettavo lo stesso tipo di incontro. Oggi l’andamento è stato diverso, soprattutto all’inizio, ma non ho mai smesso di crederci. Ho vinto uno Slam ed è fantastico, non importa contro chi”.

Elementi come i pronostici e l’esperienza delle finali Major raggiunte negli ultimi due anni e mezzo sono stati a suo dire deleteri per la qualità della sua performance, soprattutto all’inizio: Non credo che le finali precedenti mi abbiano aiutato, anzi, forse il contrario, visto quanto ero contratto all’inizio. Il problema è che volevo tantissimo il titolo, ma allo stesso tempo il pensiero di andare a zero su quattro nelle finali mi ronzava in testa. Continuavo a chiedermi, ‘avrò un’altra chance?’ Questi pensieri non ti aiutano a giocare liberamente”.

LA TENSIONE E I CRAMPI

I primi due set, infatti, sono stati un incubo, tanto che era sorto spontaneamente il dubbio che i problemi fisici accusati durante la semifinale contro Daniil Medvedev non fossero stati risolti appieno. Thiem ha però smentito l’ipotesi:Ero al 100% fisicamente, ho avuto qualche problema al tendine d’Achille in semifinale ma è stato risolto alla grande, non avevo alcun tipo di dolore. Il problema erano i nervi. Non ero più abituato a sentirmi così, e non sapevo come liberarmene, ma in qualche modo ci sono riuscito durante il terzo set”. Anche i crampi finali non sono stati il frutto di errori di preparazione o di problemi pregressi: Erano anni che non avevo i crampi, ma erano dovuti al mio stato mentale, non fisico. Ero stato incredibilmente teso per tutto il giorno, oltre che per i primi due set. La mia convinzione è stata più forte del mio corpo, però. Non sono state quattro settimane facili, né per il corpo né per la mente, e parte del grande sollievo finale è anche dovuto a questo”.

 
Dominic Thiem – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

I DOLORI DEL GIOVANE SASCHA

Lo svantaggio iniziale era all’apparenza incolmabile, sia per come stava servendo l’avversario, sia per la condizione quasi senza precedenti in cui versava: nell’Era Open, infatti, solo quattro volte un giocatore aveva rimontato due set in una finale Slam, sempre e solo a Parigi (1974, 1984, 1999, 2004). Sarebbe quindi stato normale accettare l’ineluttabilità della sconfitta, ma non per lui: “Restare in partita e continuare è crederci è stato molto complicato, ma ci sono riuscito – voglio dire, era una finale Slam. Stavo giocando male, braccia e gambe pesanti, ma ho sempre sperato che sarei riuscito a liberarmi a un certo punto. Per fortuna, il contro-break nel terzo non è arrivato troppo tardi, e da lì ho iniziato a crederci sempre di più. Ovviamente crederci non era abbastanza, perché sono sicuro che anche Sascha fosse convinto al 100% di poter vincere, e infatti siamo arrivati al tie-break del quinto”.

Va anche detto che, senza una grossa mano dal tedesco, il comeback non sarebbe stato possibile, soprattutto alla fine, quando Zverev ha servito per il match e affrontato il tie-break quasi senza servizio, limitandosi a cercare di evitare il doppio fallo (alterni risultati) con palombelle anodine: “Per lui era la prima finale, e nessuno dei due aveva dovuto battere uno dei Big Three, e credo che questo pensiero fosse presente nella mente di entrambi. Arrivati al tie-break sapevamo che potesse vincere chiunque, e quindi credo che sia comprensibile che non siamo riusciti a giocare il nostro miglior tennis. Quando ha servito per il match io avevo qualche problema fisico, ma ho pensato che anche lui non fosse più troppo fresco, e quindi speravo di avere un’altra chance, perché lui non stava più servendo come all’inizio – ho affrontato quel game alla grande e sono tornato in partita”.

Il finale è stato talmente drammatico (il Direttore l’ha definito “un copione di Agatha Christie diretto da Alfred Hitchcock”) che i due hanno finito per infrangere il protocollo del distanziamento sociale, finendo abbracciati a dispetto delle raccomandazioni e delle emozioni agli antipodi, una dimenticanza tutto sommato comprensibile: “Siamo grandi amici, abbiamo sia un’amicizia a lungo termine che una rivalità a lungo termine. Questa settimana siamo risultati negativi al tampone 14 volte, una cosa del genere. Volevamo solo condividere il momento, e non penso che questo abbia messo in pericolo nessuno, perciò credo che non ci sia stato niente di male”.

Dominic Thiem e Alexander Zverev – US Open 2020 (via Twitter, @atptour)

CEMENTO MON AMOUR

Nel giorno in cui in patria, a Kitzbuhel si giocava la finale di un torneo di cui lui era il campione uscente, Thiem è diventato il primo austriaco a vincere uno Slam dal Roland Garros del 1995 vinto da Thomas Muster, ma ha sempre pensato di poterne vincere uno? “Ho iniziato a pensare che avrei potuto vincere uno Slam quando ho raggiunto la mia prima semifinale a Parigi [nel 2016, ndr] – da lì ho pensato che potesse essere un obiettivo realistico. Quando ho iniziato a giocare sognavo di farcela, ma era un obiettivo così distante! Poi mi sono avvicinato alla vetta, e mi sono detto, ‘wow, forse un giorno potrò vincere uno dei quattro titoli più importanti del tennis’. Ho lavorato tanto, si può dire che abbia dedicato tutta la mia vita a questo obiettivo, e non vale solo per me, questo è un traguardo anche per il mio team e per la mia famiglia – oggi è il giorno in cui posso restituire molto di quello che hanno fatto per me”.

Molti avevano vaticinato una sua vittoria in un Major, ma quasi tutti avevano sempre pensato che il luogo della consacrazione sarebbe stato Parigi, visto che Dominator nasce come specialista del rosso, e lui era della stessa idea: “Pensavo che le mie chance migliori sarebbero arrivate sulla terra, di gran lunga, ma dallo scorso autunno qualcosa è cambiato: ho vinto Pechino, ho vinto Vienna, ho giocato benissimo alle Finals [perse in finale con Tsitsipas, ndr]; da lì ho capito che il mio gioco si potesse adattare molto bene anche al cemento”. L’uomo che ha cambiato tutto è Nicolas Massù, che l’ha portato prima alla vittoria in un Masters 1000 (Indian Wells 2019) e poi a quella di Flushing Meadows: “Ovviamente Nico ha contribuito tanto a questi miglioramenti. Mi ha fatto cambiare idea su quanto molti dei miei colpi potessero funzionare sul duro. Infatti, credo di aver giocato il mio miglior Slam a Melbourne, prima di questo US Open. In ogni caso l’unica cosa che mi interessa ora è di averne vinto uno, non importa quale!

Una domanda, infine, sulle sue chance al Roland Garros, dove ha perso le ultime due finali contro Nadal – quali saranno gli strascichi, sia positivi che negativi, di New York? “Sarò al 100%, senza dubbio. La grande domanda è la condizione mentale con cui arriverò al torneo, perché non mi sono mai trovato in questa situazione. Ho raggiunto un grande obiettivo, non so come mi sentirò a riguardo nei prossimi giorni. Detto questo, la mia aspettativa è che da ora sarà più facile affrontare i grandi tornei, sarò più rilassato e giocherò liberamente, perché prima di questa vittoria avevo questo tarlo di dover vincere uno Slam”.

Continua a leggere

Interviste

Naomi Osaka: “Non pensavo a vincere, volevo solo competere. Celebrerò la vittoria con me stessa”

La campionessa dello US Open in dubbio per il Roland Garros: “Avevo intenzione di giocarli quando sono arrivata qui, ora vedremo”

Pubblicato

il

Naomi Osaka - Premiazione US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Terzo titolo Slam, secondo allo US Open per Naomi Osaka. La numero 9 del mondo, dopo mesi intensi sia dentro che fuori dal campo, torna a sorridere per un risultato sportivo memorabile. Se due anni fa la sua vittoria a New York era divenuta celebre per le proteste di Serena Williams, questa volta a renderla insolita è stato il contesto. “Questa vittoria ha un sapore complessivamente diverso rispetto a quella del 2018 a causa delle circostanze; l’ultima volta non mi trovavo in una bolla e c’erano molti fan. Alla fine io mi concentro su quello che posso controllare in un campo da tennis. Questo è quanto ho fatto la scorsa volta e penso sia quello che ho fatto anche oggi.”

Trovarsi in una bolla inevitabilmente influisce anche sui festeggiamenti e in questo caso la tennista giapponese ha un piano molto semplice: Celebrerò questa vittoria elaborandola con me stessa. Nelle ultime due occasioni (che per lei erano anche le prime, ndr) non sono stata in grado di farlo, perché ero circondata dal mio team. Mi auguro che, più Slam vincerò e più sarò in grado di celebrare al meglio”. La metafora perfetta di questa sua volontà di ‘elaborare’ la vittoria è il momento in cui si è distesa sul cemento dell’Arthur Ashe, con pochissimi occhi a guardarla – quantomeno dal vivo – e ha semplicemente guardato il cielo respirando a pieni polmoni, come sollevata.

Naomi Osaka – Finale US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

La Naomi che si è presentata a New York quest’anno è sicuramente una persona più coscienziosa nei propri mezzi ma anche più consapevole della propria forza mediatica, un fattore sul quale ha riflettuto soprattutto negli ultimi mesi. “Per me la vita era sempre stata movimentata, orientata sul tennis soprattutto dopo la precedente vittoria allo US Open. La cosa ha accelerato tutto senza darmi tempo per rallentare. La quarantena mi ha dato l’opportunità di pensare molto in generale, su cosa voglio realizzare, sui motivi per cui voglio essere ricordata. Per quanto mi riguarda, mi sono presentata a questi due tornei con questa mentalità e questo mi ha aiutato molto”.

 

La principale conseguenza di questa crescita è la capacità di non lasciare spazio ai rimpianti; la lezione è stata messa in pratica anche in questa finale contro Victoria Azarenka. “Un buon esempio sono il primo e il secondo set della partita odierna. Penso che avrei potuto facilmente lasciarmi andare ma avevo davvero voglia di lottare, di competere. Non so descriverlo bene, non c’erano altri pensieri nella mia mente. Non pensavo davvero alla vittoria, volevo solo competere e in qualche modo mi ritrovo con quel trofeo in mano. Direi quindi che ho davvero cercato di maturare; non ero sicura del processo da intraprendere, ma direi che la lezione che ho imparato dalla vita mi ha fatto crescere come persona”.

Entrando più nello specifico della finale di questo Slam, la vincitrice l’ha descritta così: “Nel primo set ero così nervosa, non mi stavo muovendo con i piedi. Avevo la sensazione di non star giocando affatto… non che mi aspettassi di giocare al 100% ma sarebbe stato bello se fossi stata almeno al 70%. Era come se ci fosse troppa roba nella mia testa. Poi nel secondo set mi sono ritrovata presto in svantaggio e questo non ha aiutato. Mi sono solo detta di restare positiva e non perdere 6-1 6-0, darle almeno una tenue resistenza per conquistarsi quei soldi. Più o meno sono questi i pensieri che mi hanno accompagnata”. In realtà, dopo l’occasione del 3-0 fallita dalla bielorussa nel secondo set, la partita ha cambiato completamente volto.

Sul terzo set, parlando alla stampa giapponese, ha aggiunto: “Direi che un game davvero importante è stato quello del mio break nel terzo set. Sono contenta di averlo fatto all’inizio perché avevo la sensazione che se fossimo arrivate in fondo sarebbe stata molto tirata”. Per quanto riguarda il futuro imminente, Osaka si prenderà un po’ di tempo per riflettere e dunque – già certa la sua assenza agli Internazionali d’Italiaresta ancora in dubbio la sua presenza al Roland Garros. “Avevo intenzione di giocarli quando sono arrivata qui, ma ora vedremo cosa succede”.


Continua a leggere

Interviste

Azarenka lancia l’allarme: “Se ti vedi solo come una macchina da tennis, rischi di perderti nella vita”

Vika si dice più matura, più consapevole del percorso. Poi l’appello: “Prestiamo più attenzione alla felicità dei giocatori”. La sconfitta nella finale dello US Open: “Ho dato tutto. Che io vinca o perda, non cambierò”

Pubblicato

il

Victoria Azarenka - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Per la terza volta in carriera, Victoria Azarenka è arrivata a un passo dal vincere lo US Open e ancora una volta il trofeo le è scivolato via dalle mani. La sconfitta però non ridimensiona minimamente quello che la bielorussa è riuscita a fare in queste tre settimane di tennis newyorchese, che la vedono ripartire alla volta dell’Europa con un titolo e una finale in valigia. Anche la stessa Vika non riesce a essere arrabbiata per la sconfitta, o meglio, non in modo mortificante. Nessuno è mai felice di una sconfitta, ma da lì all’abbattersi o strapparsi i capelli il passo è lungo, soprattutto se si è una orgogliosa campionessa uscita dal campo con la certezza di aver dato tutto.

Non sono delusa, non sono necessariamente delusa. È solo doloroso. È doloroso perdere. Ero vicina, ma non è andata come volevo. Ci penserò troppo a lungo? Nient’affatto. L’ho già detto: che io vinca o perda, non cambierò. Non starò seduta a piangermi addosso. Questa è stata solo un’esperienza che non è andata come volevo. Ho passato due settimane fantastiche. Mi sono divertita. Ho fatto tutto che potevo oggi. Avrei potuto giocare meglio? Sì. Ma oggi ho dato tutto quello che avevo in campo. Lei ha vinto la partita. Tutto il merito va a Naomi. È una campionessa“.

In tutto il corso del torneo, Vika è sembrata molto più serena e padrona della situazione, anche nei momenti più complicati (la semifinale contro Serena è lì a dimostrarlo). A notare la differenza è la stessa bielorussa: “Sento di essermi goduta di più il mio modo di stare in campo. Non necessariamente focalizzandomi sul risultato, ma concentrandomi sui miei progressi, vivendo nel momento, abbracciando i momenti difficili, le sfide difficili. Quando le cose non vanno come vuoi, è più divertente capire come uscirne piuttosto che pensare: ‘Oh, merda, sono nei guai, cosa devo fare?'”.

La maternità, tutta la spinosa questione dell’affidamento del figlio Leo, l’essere stata davvero a un passo dal ritiro, la ritrovata pace degli ultimi tempi sono tutti stati fattori determinanti in questo cambio di mentalità di Azarenka, che si è trovata ad allargare il proprio orizzonte extra-tennis, come forse non aveva mai fatto. “Quando sei giovane, puoi avere alcune persone non così fantastiche intorno a te, che ti mettono il paraocchi per così dire. Non guardare a destra, non guardare a sinistra. Ti perdi un po’ il senso di vivere. Diventi questa macchina focalizzata solo sull’essere una giocatrice di tennis. Ora mi sento più realizzata, fuori e dentro il campo. Penso che sia un vero successo. Un risultato molto più importante per me a livello personale”.

Quando le chiedono di approfondire questo tema, particolarmente delicato, dello sviluppo di giocatrici e giocatori, Vika lancia un appello a coach e genitori, invitandoli a investire sul lato umano tanto quanto su quello tecnico-atletico per evitare di sfornare solo delle macchine sparapalle.

“Tutto nasce ovviamente dalla tua educazione. Però penso che molti giovani giocatori, soprattutto ragazze, siano molto vulnerabili alla manipolazione, a essere indirizzati in un certo modo. È davvero un peccato quando accade. Non è facile quando sei giovane e devi capire, sotto molta pressione, come navigare in un altro mondo, soprattutto quando hai molto successo. Spero che verrà posta un po’ più di attenzione non necessariamente sulla forza mentale, ma sulla felicità generale dei giocatori. A volte vediamo giocatori che identificano se stessi solo come tennisti, poi sono un po’ persi nella vita, non sanno cosa fare alla fine della carriera. Non parlo solo di tennis, penso allo sport generale. Spero che si inneschi un meccanismo migliore e si cerchi il modo di parlare di come affrontare la vita, le responsabilità, il prendere decisioni che non sono facili in giovane età. Magari non vedremo più questi sfortunati casi che invece ora vediamo”.

In chiusura di conferenza stampa, giunge una nota tenera, pur velatamente amara, quando viene chiesto a Vika come pensa di raccontare al piccolo Leo tutto quello che è successo negli ultimi anni: le montagne russe emotive, le scelte, le battaglie, i successi e le cadute. “In realtà non ci ho ancora pensato. Penso che a un certo punto dovremo avere parecchie conversazioni su come sono andate le cose, il viaggio che abbiamo fatto entrambi. Non lo so. Non sono pronta per quella conversazione ancora. Spero che ci saranno altri capitoli da scrivere che renderanno più facile il parlare. Al momento non penso di essere pronta per questa conversazione. Fortunatamente non è abbastanza grande per avere quel genere di conversazioni, così ho tempo per prepararmi“.


Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement