Il saluto di Safarova: "Era il momento giusto per fermarsi. Amo il tennis, è meraviglioso!"

Interviste

Il saluto di Safarova: “Era il momento giusto per fermarsi. Amo il tennis, è meraviglioso!”

A Parigi si conclude la carriera di Lucie Safarova, ma è solo un arrivederci: “Tornerò in questo mondo perché mi piace davvero tanto. Cosa mi mancherà? La competizione. I viaggi e gli allenamenti invece, quelli proprio no”

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Guy Forget, Lucie Safarova, Bernard Giudicelli - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Lucie Safarova ha scelto il Roland Garros, torneo vinto due volte in coppia con Bethanie Mattek-Sands, per chiudere la sua avventura sul circuito professionistico e ha definitivamente appeso la racchetta al chiodo. Quella giocata al fianco di Dominika Cibulkova rimarrà l’ultima partita della sua carriera. Contro Kenin/Petrovic è arrivato un severo 6-4 6-0, ma la ceca lascia comunque il mondo del tennis con il sorriso sulle labbra. Anche perché l’organizzazione del Roland Garros ha voluto organizzare una cerimonia speciale per celebrarla. Così sul Court Philippe Chatrier, proprio quel campo sul quale nel 2015 giocò (e anche alla grande) la sua unica finale Slam in singolare (persa in tre set contro Serena Williams), ha ricevuto dalle mani di Bernard Giudicelli e Guy Forget un premio alla carriera. Sul simbolico trofeo, è stato incastonato, strato su strato, una sezione del campo con una breve, ma significativa iscrizione: “Merci Lucie”.

Ti sei ritirata da circa un’ora e venti minuti…
Mi sento bene (ride). È l’ultima volta che sono seduta qui di fronte a voi. E sì, voglio dire, certamente mi scorrono dentro un sacco di emozioni, ma sono soprattutto emozioni positive. Sono davvero soddisfatta della mia carriera, ho moltissimi grandi ricordi da conservare e chiudere qui, a Parigi, è speciale.

 

Quali erano le tue speranze e il tuo obiettivo per questo torneo?
Beh, avrei dovuto giocare il doppio con Bethanie, ma purtroppo lei è ancora infortunata al ginocchio e si è cancellata dal tabellone, tipo quattro giorni prima dell’inizio delle competizioni. Ho riflettuto molto se giocare o meno, ma poi ho scoperto che avrei dovuto affrontare Dominika, che è una mia amica, e allora ho detto ‘ma sì, divertiamoci! Godiamocela!’. E ci siamo davvero divertite oggi. Per me è stato davvero bello tornare qui, vedere tutte queste persone che conosco da tantissimo tempo, dalle giocatrici agli organizzatori del torneo. È stato simpatico poter dare un saluto a tutti come si deve!

Cosa ti mancherà di più, in generale, non soltanto del Roland Garros, e cosa, invece, non ti mancherà affatto?
Non mi mancheranno proprio i continui viaggi, i cambi di fuso orario e, naturalmente, gli allenamenti duri anche quando sei molto stanca o un po’ infortunata. E io ho lavorato durissimo fin da quando ero molto piccola, quindi… probabilmente non sentirò la mancanza di questo! Ma naturalmente, amo questo sport. Il tennis è meraviglioso e dopo così tanti anni mi diverto ancora moltissimo in campo. Sono sicura che mi mancherà un po’ la competizione. Ma onestamente, ho ottenuto grandi risultati su campi importanti, ho giocato di fronte a platee incredibili ed è stato meraviglioso. Ne ho abbastanza, non vedo l’ora di cominciare un nuovo capitolo.

La mia domanda è a proposito della tua eredità. Tra 10 o 15 anni ci guarderemo indietro e ripenseremo a te come una vincitrice di titoli Slam, come finalista in singolare qui al Roland Garros. Come ti piacerebbe che i tifosi e le persone in generale ti ricordassero?
Mi piacerebbe soltanto che mi ricordassero come una giocatrice simpatica, divertente, che si sono divertiti a guardar giocare. E poi certo, ho ottenuto ottimi risultati. Ma direi che mi piacerebbe esser ricordata come una che era bello veder giocare.

Hai già pensato a cosa vorresti fare nell’immediato futuro?
Beh, ora mi prenderò una bella vacanza, bella lunga! E poi, vedremo. Sono certa che tornerò ad avere a che fare qualche modo con il mondo del tennis, perché mi piace davvero tanto. Non so esattamente cosa farò. Vorrei soltanto dedicarmi ad altro per un po’ di tempo e vedere di cosa avrò voglia in futuro. Voglio lasciare ogni porta aperta, non ho alcuna fretta ora!

Hai passato gran parte della tua vita in viaggio, incontrando culture differenti e parlando moltissimo di te. Sono curioso di sapere come tutto questo ti ha cambiato e come ti ha reso, a livello personale.
Penso… voglio dire… essere una giocatrice di tennis, viaggiare così tanto ed avere così tante esperienze diverse ti arricchisce davvero molto come persona e sono contentissima di aver avuto questa opportunità. E certo, mi è piaciuto sperimentare nuove culture e visitare tante città, ma, come ho già detto prima, spostarmi ogni singola settimana non fa proprio per me. È stata una bella vita, ma preferisco prenderla con un po’ più di tranquillità, ora!

Quali saranno le partite che ricorderai più volentieri, tra molti anni stando tranquillamente seduta su una sedia a dondolo?
Ah, mi ricordo quella volta… (ride). Guarda, ci sono state molte partite memorabili. Alcune hanno fatto anche molto male e per qualche ragione si tende a ricordarsi di più queste ultime. Ma in definitiva ricorderò la finale giocata qui a Parigi contro Serena e le vittorie in tutti e quattro gli Slam, in doppio, con Bethanie. E poi, ovviamente, le Fed Cup, perché è l’unica competizione di squadra e vincerla in casa, davanti ad un pubblico incredibile, è realmente molto speciale. E le Olimpiadi, anche quelle con un’atmosfera del tutto particolare. Vincere una medaglia e stare lì, in piedi, mentre te la mettono al collo, è un ricordo pazzesco. Ma ci sono state anche partite magari non così tanto sotto la luce dei riflettori, ma che per me sono state dei punti di svolta, come delle sconfitte o dei match particolarmente lunghi. Ne ricordo uno contro Maria Sharapova, a Stoccarda, che ho perso dopo qualcosa tipo tre ore e venti minuti e quello fece molto male. Ce ne sono stati tanti di questo tipo. Mi piace ricordare questi momenti, sono grata anche per le sconfitte, perché mi hanno permesso di imparare e migliorarmi, e di raggiungere i miei sogni, quello che volevo davvero.

Recuperare dalla malattia e tornare a giocare nel modo in cui hai fatto tu, ti ha aiutato a vedere il tennis in prospettiva e a capire quale posto occupasse lo sport in relazione a tutta la tua vita? Come è cambiato l’equilibrio in te?
Direi che ho avuto un percorso accidentato. Mi ci sono voluti dodici anni per raggiungere quella top 10 che avevo sempre sognato e poi, quando avevo finalmente raggiunto il mio miglior ranking al numero 5 del mondo, è arrivata questa malattia che mi ha tenuto fuori per quasi sei mesi. E poi non sono praticamente più riuscita a starci dietro, a riprendere il percorso da dove l’avevo lasciato. In definitiva, sì, ti apre una nuova prospettiva sulla vita. D’un tratto capisci che la salute è la cosa più importante e che, se non hai quella, nient’altro è possibile. Improvvisamente, vincere o perdere non è più la priorità. Quindi, certo, dopo quell’episodio ho guardato al tennis in maniera diversa, mi sono goduta molto di più la possibilità di essere là fuori e giocare.

Due semplici domande.
Mi piacciono le domande semplici! Puoi farne anche più di due (ride).

Cosa rende Bethanie così speciale? E poi, se posso chiedertelo, se dovessi individuare una decisione che hai preso nella tua carriera che si è rivelata davvero importante, quale sceglieresti?
Beh, Bethanie è speciale! È colorata, divertente, un po’ pazza! Penso di essere sempre stata io la più calma tra le due, lei era quella più matta. Ed è questo quello che ci ha reso così complementari. Tutto è cominciato, direi, in modo un po’ fortunoso, perché lei stava tornando dopo un intervento chirurgico e io ero senza partner per il doppio in quel periodo. È stato un colpo di fortuna l’aver cominciato a giocare assieme. E dopo quell’inizio, abbiamo avuto un percorso fantastico e costruito una grande amicizia. Ovviamente, per me è stato molto triste che lei si sia cancellata da questo torneo, però, lo ripeto, quello che conta di più è che la nostra amicizia rimanga. Ora faremo altre cose assieme, al di fuori del tennis.

Lucie Safarova e Bethanie Mattek-Sands – Roland Garros 2017 (foto Roberto Dell’Olivo)

E per quanto riguarda la scelta importante?
Penso che ogni volta che ho scelto un allenatore sia stato un passo importante per la mia carriera. Devo dire che tutti loro mi hanno soddisfatta, mi hanno aiutata a progredire, quindi sono tutti stati delle scelte giuste. E guarda che non è facile per un giocatore di tennis scegliere il coach giusto, perché, sai, devi avere la stessa visione sull’evoluzione del tuo gioco per muoverti nella direzione corretta. Può essere complicato.

Quella del ritiro è stata una decisione difficile da prendere per te oppure è venuta facilmente? Hai deciso da sola o ti sei consultata con la famiglia e gli amici?
Beh, non è stata certo una decisione facile, ma era qualcosa a cui stavo pensando da tanto tempo, più di un anno forse. E la causa è stata la mia malattia. Perché sai, ripartire da zero dopo esser stata lontana dai campi è molto difficile, soprattutto quando il livello della competizione è così alto. D’un tratto, ho iniziato a capire che tutto questo, i viaggi ed essere nel circuito, non mi rendeva felice come prima. Ho deciso, con calma, che era arrivato il tempo di fermarsi. Non volevo resistere a tutti i costi e riempirmi di ricordi negativi sul tennis, volevo fermarmi mentre ero ancora felice di giocare. Naturalmente, mi sono consultata con tutti i miei amici e con la mia famiglia; perché, per prendere una decisione del genere e capire se sia davvero giusta, credo che tu abbia bisogno che tutte le persone che ti sono vicine ti diano un altro punto di vista. Ed ecco, così ho fatto questa scelta.

Hai detto che il livello della competizione si sta alzando continuamente.
Sì.

Questo è probabilmente il tabellone più imprevedibile dell’Open di Francia da molto tempo a questa parte. Chi vedi come favorita per la vittoria?
Chi vedo favorita? Beh, come hai detto tu, è davvero imprevedibile! Voglio dire, ti potrei dire che Kiki Bertens sta giocando davvero bene e potrebbe essere lei la sorpresa del torneo, vincendolo (l’intervista è stata rilasciata prima del ritiro della giocatrice olandese, ndr). Naturalmente, Simona. E Serena, se gioca bene, è sempre un’avversaria fortissima. È davvero difficile sceglierne una. Penso che sia una bella cosa che ci sia così tanta competizione, oggi abbiamo, direi, almeno cento giocatrici ad un livello incredibile. E per essere là in mezzo a giocartela, devi essere al 100%.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

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Interviste

Djokovic: “Chapeau a Medvedev, sempre più forte. Ora guardo a New York”

Le dichiarazioni post match di Djokovic dopo la sconfitta con Medvedev: “Ho perso con un avversario sempre più forte. Sta facendo tutto bene. Ora mi concentro sullo US Open”

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È il grande momento di Daniil Medvedev. Il russo, classe 1996 e attuale n. 8 ATP, ha dimostrato ancora una volta grande tempra e capacità di reazione, il tutto con il solito profilo basso. Dopo le finali disputate a Washington e Montreal, il moscovita si regala anche quella di Cincinnati battendo in rimonta il n. 1 del mondo Novak Djokovic 3-6 6-3 6-3. Ora si contenderà il titolo con il belga David Goffin, giunto alla sua prima finale in un Masters 1000. Il serbo, che difendeva il titolo al Citi Open, ha riconosciuto la grande prestazione dell’avversario:

“Ha giocato davvero molto bene”, ha detto Novak, “forse nel terzo set, quando ho subito il break, avrei potuto fare meglio, ma quando l’avversario serve a 205 k/h la seconda palla, senza commettere doppio fallo, non resta che togliersi il cappello e complimentarsi con lui. Dal 4-3 del secondo set, ha giocato un tennis incredibile. Non potevo fare granché”.

È la seconda vittoria del russo contro Nole su cinque scontri diretti. La prima è avvenuta quest’anno nei quarti di Montecarlo dopo che il serbo lo aveva battuto in quattro set all’Australian Open. In che modo Medvedev ha migliorato il proprio gioco? “Dall’Australian Open ha migliorato molto il dritto” riconosce Djokovic, “così come gli spostamenti in campo. Ha sempre servito bene. Mi è capitato raramente di avere di fronte un giocatore che riuscisse a servire praticamente due prime palle in modo costante nel match. Sta andando nella giusta direzione ed è per questo che ha successo“.

 

Con l’uscita da Cincinnati in semifinale, ora il campione uscente dello US Open (Djokovic ha vinto tre volte il major americano, nel 2011, 2015 e 2018), si concentrerà sulla difesa del titolo a New York: “Nonostante la sconfitta, ci sono cose molto positive nel mio gioco. Ho perso contro un avversario che ha giocato benissimo. Ora andrò a New York e mi allenerò per una settimana. Vogio essere pronto per lo US Open“.

Come dicevamo, in finale il russo se la vedrà con David Goffin, ex n. 7 ATP e ora n. 19 del ranking. Il belga è alla sua prima finale di un torneo ‘1000’, la seconda del 2019, dopo quella persa ad Halle contro Roger Federer. In caso di vittoria, Daniil salirebbe alla 5a posizione in classifica.

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Giustino: “Chi gioca solo i Challenger non vede un euro”

Impegnato al Challenger di Manerbio, il tennista napoletano rivela di aver accettato la proposta di candidatura per l’ATP Player Council e si fa carico della crociata per una più equa distribuzione dei premi: “Troppi soldi a pochi giocatori, gli altri muoiono di fame”

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Lorenzo Giustino - ATP Challenger Manerbio 2019 (foto Carlo Monterenzi)

La tribuna politica non è di quelle che garantiscono grande audience, ma il messaggio è partito. Lorenzo Giustino, napoletano classe 1991, insegue la top 100 passando dal Challenger di Manerbio. E proprio dal torneo lombardo avanza la sua candidatura per un ruolo di rilievo nella politica tennistica: “Mi hanno chiesto disponibilità a candidarmi nell’ATP Players Council e ho detto di sì, vediamo cosa succederà“. L’organo di rappresentanza dei giocatori sta vivendo un periodo movimentato, dopo il disimpegno del fronte d’opposizione maturato nella riunione pre-Wimbledon (di cui potete trovare qui un resoconto dettagliato) e concretizzatosi nelle dimissioni di Vallverdu, Haase, Jamie Murray e Stakhovsky.

Le questioni economiche tengono sempre banco, con diverse sfumature: proprio in questi giorni dal Canada è stato Vasek Pospisil – membro del Council – ad aprire un ragionamento ad ampio raggio sulla gestione del montepremi dei tornei più importanti e sullo status dei giocatori, a suo dire ormai assimilabile a quello di “dipendenti” dell’ATP e non più di liberi professionisti.

ORGOGLIO CADETTO Il fronte caro a Giustino è invece quello più popolare: la difesa dei tennisti da Challenger, sotto i punti di vista (che viaggiano in parallelo) delle opportunità di partecipazione al circuito maggiore e del trattamento economico. C’è in ballo – come sostenuto dall’azzurro e anche da tanti altri professionisti di medio livello – un problema di sostenibilità della carriera. “Non è tanto una questione di ranking – ha dichiarato in una nota diffusa dall’ufficio stampa del Trofeo Dimmidisì – puoi essere anche numero 120, ma se hai giocato gli Slam e nel circuito ATP sei a posto. Se giochi soltanto i Challenger invece non vedi un euro. Nel tennis si è creata un’idea secondo cui vali solo se sei top-100, altrimenti sei negato. Non mi piace: sono convinto che se i giocatori da Challenger avessero ogni settimana una wild card per i tornei ATP, vincerebbero tranquillamente le loro partite”.

DIVARIO (ANCHE) SOCIAL – La questione si ripercuote direttamente sulla distribuzione dei premi in denaro: “I tour manager ATP dicono che l’ATP è un’azienda che vuole aumentare il proprio valore, e sostengono che sia complicato dare più soldi ai Challenger se non producono. Il problema è che loro sono i primi a creare una barriera tra l’ATP Tour e il circuito cadetto. Dovrebbe esserci una comunicazione più omogenea – sostiene il numero 130 del mondo – non è possibile che la pagina Instagram dell’ATP abbia un milione e mezzo di follower, mentre quella dei Challenger appena 237. La mia idea è che il prodotto tennis non funziona bene: si danno troppi soldi a pochissimi giocatori, mentre gli altri muoiono di fame. Prendi gli Slam: messi insieme, fanno quasi lo stesso numero di spettatori della Champions League… non è possibile che i giocatori siano poveri“.

 

CONTI IN ROSSOL’ultimo appello chiama in causa anche le modalità di pubblicazione dei prize money sul sito ATP:Viene mostrata la cifra lorda – conclude Giustino – ma non corrisponde in nessun modo al vero: tra tasse e spese vive rischi di andare in passivo. Quando ero piccolo, mio padre ha investito 100.000 euro per me. A un certo punto sono finiti e mi ha detto: ‘Se vuoi giocare a tennis, devi andare a lavorare’. E così è stato”.

Si ringrazia l’Ufficio Stampa del Trofeo Dimmidisì

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Interviste

Cecchinato: “Chi non credeva in me ha fatto presto a fare le valigie. Per fortuna!” [AUDIO]

ESCLUSIVA – Dopo la sconfitta con Schwartzman, Marco appare comunque fiducioso. Contento del nuovo team, si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa

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da Montreal, il nostro inviato

Cecchinato lotta ma perde di misura

Dalla tribuna, l’impressione è stata che ci sia mancato un nulla, hai anche fatto meglio in tutte le statistiche… una partita così va presa come un punto di risalita, per quanto uno ovviamente rosichi!
Sì, nelle ultime partite sono sempre stato sopra, con Delbonis, Chardy, ora con uno che ha appena vinto un ATP, un top-20… il livello c’è, di sicuro mi manca fiducia, e si vede nelle palle break, nei momenti in cui si deve chiudere. Oggi la partita fa rosicare tanto, però è solo un momento, secondo me appena scatta quel click che vinco una o due partite posso ritornare a essere tranquillo, ad avere il livello dell’anno scorso.

 

Di fianco si vede bene dove stanno i giocatori, e lui era sempre in difesa, la partita la facevi tu.
Sì, ero sopra di livello, comandavo lo scambio. Ora sono ritornato a lottare, sono presente, ho passato un periodo difficile. Anche cambiare allenatore è difficile, come vedi ci sono state tante sconfitte. Adesso sono fiero di avere questo team al mio fianco, veramente unito, con Uros Vico, col mio preparatore da sette anni, col mio manager che non è solo quello. Sono presenti, sono fiduciosi, positivi nel momento di difficoltà, a differenza di qualcun altro che ha fatto presto a fare le valige e andare via. Quindi sono contento di avere delle persone al mio fianco che credono in me, stiamo facendo un buon lavoro per tornare ad alti livelli.

Beh, Uros Vico faceva tipo la telecronaca durante la partita, ero seduto vicino a lui, ed era estremamente presente, si faceva sentire continuamente. Ti piace questo approccio?
Sì, mi trovo bene, è molto positivo, presente, carico, ha voglia di uscire da questo tunnel come tutto il mio team. Non è stato ad Amburgo, dove ho avuto tre match point, non è stato a Kitzbuhel, dove ho avuto tanti set point, non è stato qui a Montreal, ma l’importante è avere il livello, non ho disimparato a giocare a tennis, sono numero 60 del mondo, non 200, come ti dicevo mancano solo una o due partite, manca solo la vittoria per tornare ad alto livello.

Come gestisci la transizione dalla terra al cemento?
Beh, finito la terra a Kitzbuhel una settimana fa, e adesso ero già sopra di livello a Schwartzman su questi campi, ormai il cemento non è più l’incubo di due anni fa, mi è bastata una settimana di allenamenti e si sono visti i risultati. Ok non ho vinto la partita, ma ero in vantaggio contro un giocatore in fiducia, che ha vinto tantissime partite quest’anno, quindi anche sul cemento posso stare alla pari con questi giocatori. Manca solo la vittoria, non manca altro, sto bene mentalmente e fisicamente, ho di fianco persone che credono in me. E per fortuna, ci tengo a sottolinearlo, quelle che non credevano più in me sono andate via. Ci divertiremo ancora tanto.

Cosa significa il logo MC13 che hai sulla tuta?
È il mio logo, con le iniziali e il mio numero fortunato!

Un’ultima cosa, più sul quadro generale. La prima volta che abbiamo parlato, allo US Open 2016, ti eri qualificato grazie a una bellissima primavera di challenger. Hai perso con Mardy Fish, no?
Sì!

Ecco, per te era un gradino, ma ora è lontano. In questi due tre anni è successo di tutto. Come rivedi questo tuo percorso, chi è Cecchinato ora rispetto a quello che era emozionato di giocare il suo primo US Open?
Mi sono messo in gioco sul cemento, superficie che non conoscevo, ho fatto tanti tornei, dove ci sono state tante sconfitte, ma comunque ne sono uscito anche quella volta lì. E ora sul cemento ho tante vittorie, l’ho dimostrato l’anno scorso, a Pechino, a Shanghai, quindi Marco Cecchinato si mette sempre in gioco, ci sto mettendo la faccia, perché otto sconfitte negli ultimi otto tornei non è facile. Ritornerò a vincere, ne sono più che convinto rispetto a un mese fa, che era proprio un periodo negativo. Manca solo un po’ di fiducia, e sono convinto che ritornerò a divertirmi in questo circuito, con una classifica che conta.

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