Il saluto di Safarova: "Era il momento giusto per fermarsi. Amo il tennis, è meraviglioso!"

Interviste

Il saluto di Safarova: “Era il momento giusto per fermarsi. Amo il tennis, è meraviglioso!”

A Parigi si conclude la carriera di Lucie Safarova, ma è solo un arrivederci: “Tornerò in questo mondo perché mi piace davvero tanto. Cosa mi mancherà? La competizione. I viaggi e gli allenamenti invece, quelli proprio no”

Pubblicato

il

Guy Forget, Lucie Safarova, Bernard Giudicelli - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Lucie Safarova ha scelto il Roland Garros, torneo vinto due volte in coppia con Bethanie Mattek-Sands, per chiudere la sua avventura sul circuito professionistico e ha definitivamente appeso la racchetta al chiodo. Quella giocata al fianco di Dominika Cibulkova rimarrà l’ultima partita della sua carriera. Contro Kenin/Petrovic è arrivato un severo 6-4 6-0, ma la ceca lascia comunque il mondo del tennis con il sorriso sulle labbra. Anche perché l’organizzazione del Roland Garros ha voluto organizzare una cerimonia speciale per celebrarla. Così sul Court Philippe Chatrier, proprio quel campo sul quale nel 2015 giocò (e anche alla grande) la sua unica finale Slam in singolare (persa in tre set contro Serena Williams), ha ricevuto dalle mani di Bernard Giudicelli e Guy Forget un premio alla carriera. Sul simbolico trofeo, è stato incastonato, strato su strato, una sezione del campo con una breve, ma significativa iscrizione: “Merci Lucie”.

Ti sei ritirata da circa un’ora e venti minuti…
Mi sento bene (ride). È l’ultima volta che sono seduta qui di fronte a voi. E sì, voglio dire, certamente mi scorrono dentro un sacco di emozioni, ma sono soprattutto emozioni positive. Sono davvero soddisfatta della mia carriera, ho moltissimi grandi ricordi da conservare e chiudere qui, a Parigi, è speciale.

 

Quali erano le tue speranze e il tuo obiettivo per questo torneo?
Beh, avrei dovuto giocare il doppio con Bethanie, ma purtroppo lei è ancora infortunata al ginocchio e si è cancellata dal tabellone, tipo quattro giorni prima dell’inizio delle competizioni. Ho riflettuto molto se giocare o meno, ma poi ho scoperto che avrei dovuto affrontare Dominika, che è una mia amica, e allora ho detto ‘ma sì, divertiamoci! Godiamocela!’. E ci siamo davvero divertite oggi. Per me è stato davvero bello tornare qui, vedere tutte queste persone che conosco da tantissimo tempo, dalle giocatrici agli organizzatori del torneo. È stato simpatico poter dare un saluto a tutti come si deve!

Cosa ti mancherà di più, in generale, non soltanto del Roland Garros, e cosa, invece, non ti mancherà affatto?
Non mi mancheranno proprio i continui viaggi, i cambi di fuso orario e, naturalmente, gli allenamenti duri anche quando sei molto stanca o un po’ infortunata. E io ho lavorato durissimo fin da quando ero molto piccola, quindi… probabilmente non sentirò la mancanza di questo! Ma naturalmente, amo questo sport. Il tennis è meraviglioso e dopo così tanti anni mi diverto ancora moltissimo in campo. Sono sicura che mi mancherà un po’ la competizione. Ma onestamente, ho ottenuto grandi risultati su campi importanti, ho giocato di fronte a platee incredibili ed è stato meraviglioso. Ne ho abbastanza, non vedo l’ora di cominciare un nuovo capitolo.

La mia domanda è a proposito della tua eredità. Tra 10 o 15 anni ci guarderemo indietro e ripenseremo a te come una vincitrice di titoli Slam, come finalista in singolare qui al Roland Garros. Come ti piacerebbe che i tifosi e le persone in generale ti ricordassero?
Mi piacerebbe soltanto che mi ricordassero come una giocatrice simpatica, divertente, che si sono divertiti a guardar giocare. E poi certo, ho ottenuto ottimi risultati. Ma direi che mi piacerebbe esser ricordata come una che era bello veder giocare.

Hai già pensato a cosa vorresti fare nell’immediato futuro?
Beh, ora mi prenderò una bella vacanza, bella lunga! E poi, vedremo. Sono certa che tornerò ad avere a che fare qualche modo con il mondo del tennis, perché mi piace davvero tanto. Non so esattamente cosa farò. Vorrei soltanto dedicarmi ad altro per un po’ di tempo e vedere di cosa avrò voglia in futuro. Voglio lasciare ogni porta aperta, non ho alcuna fretta ora!

Hai passato gran parte della tua vita in viaggio, incontrando culture differenti e parlando moltissimo di te. Sono curioso di sapere come tutto questo ti ha cambiato e come ti ha reso, a livello personale.
Penso… voglio dire… essere una giocatrice di tennis, viaggiare così tanto ed avere così tante esperienze diverse ti arricchisce davvero molto come persona e sono contentissima di aver avuto questa opportunità. E certo, mi è piaciuto sperimentare nuove culture e visitare tante città, ma, come ho già detto prima, spostarmi ogni singola settimana non fa proprio per me. È stata una bella vita, ma preferisco prenderla con un po’ più di tranquillità, ora!

Quali saranno le partite che ricorderai più volentieri, tra molti anni stando tranquillamente seduta su una sedia a dondolo?
Ah, mi ricordo quella volta… (ride). Guarda, ci sono state molte partite memorabili. Alcune hanno fatto anche molto male e per qualche ragione si tende a ricordarsi di più queste ultime. Ma in definitiva ricorderò la finale giocata qui a Parigi contro Serena e le vittorie in tutti e quattro gli Slam, in doppio, con Bethanie. E poi, ovviamente, le Fed Cup, perché è l’unica competizione di squadra e vincerla in casa, davanti ad un pubblico incredibile, è realmente molto speciale. E le Olimpiadi, anche quelle con un’atmosfera del tutto particolare. Vincere una medaglia e stare lì, in piedi, mentre te la mettono al collo, è un ricordo pazzesco. Ma ci sono state anche partite magari non così tanto sotto la luce dei riflettori, ma che per me sono state dei punti di svolta, come delle sconfitte o dei match particolarmente lunghi. Ne ricordo uno contro Maria Sharapova, a Stoccarda, che ho perso dopo qualcosa tipo tre ore e venti minuti e quello fece molto male. Ce ne sono stati tanti di questo tipo. Mi piace ricordare questi momenti, sono grata anche per le sconfitte, perché mi hanno permesso di imparare e migliorarmi, e di raggiungere i miei sogni, quello che volevo davvero.

Recuperare dalla malattia e tornare a giocare nel modo in cui hai fatto tu, ti ha aiutato a vedere il tennis in prospettiva e a capire quale posto occupasse lo sport in relazione a tutta la tua vita? Come è cambiato l’equilibrio in te?
Direi che ho avuto un percorso accidentato. Mi ci sono voluti dodici anni per raggiungere quella top 10 che avevo sempre sognato e poi, quando avevo finalmente raggiunto il mio miglior ranking al numero 5 del mondo, è arrivata questa malattia che mi ha tenuto fuori per quasi sei mesi. E poi non sono praticamente più riuscita a starci dietro, a riprendere il percorso da dove l’avevo lasciato. In definitiva, sì, ti apre una nuova prospettiva sulla vita. D’un tratto capisci che la salute è la cosa più importante e che, se non hai quella, nient’altro è possibile. Improvvisamente, vincere o perdere non è più la priorità. Quindi, certo, dopo quell’episodio ho guardato al tennis in maniera diversa, mi sono goduta molto di più la possibilità di essere là fuori e giocare.

Due semplici domande.
Mi piacciono le domande semplici! Puoi farne anche più di due (ride).

Cosa rende Bethanie così speciale? E poi, se posso chiedertelo, se dovessi individuare una decisione che hai preso nella tua carriera che si è rivelata davvero importante, quale sceglieresti?
Beh, Bethanie è speciale! È colorata, divertente, un po’ pazza! Penso di essere sempre stata io la più calma tra le due, lei era quella più matta. Ed è questo quello che ci ha reso così complementari. Tutto è cominciato, direi, in modo un po’ fortunoso, perché lei stava tornando dopo un intervento chirurgico e io ero senza partner per il doppio in quel periodo. È stato un colpo di fortuna l’aver cominciato a giocare assieme. E dopo quell’inizio, abbiamo avuto un percorso fantastico e costruito una grande amicizia. Ovviamente, per me è stato molto triste che lei si sia cancellata da questo torneo, però, lo ripeto, quello che conta di più è che la nostra amicizia rimanga. Ora faremo altre cose assieme, al di fuori del tennis.

Lucie Safarova e Bethanie Mattek-Sands – Roland Garros 2017 (foto Roberto Dell’Olivo)

E per quanto riguarda la scelta importante?
Penso che ogni volta che ho scelto un allenatore sia stato un passo importante per la mia carriera. Devo dire che tutti loro mi hanno soddisfatta, mi hanno aiutata a progredire, quindi sono tutti stati delle scelte giuste. E guarda che non è facile per un giocatore di tennis scegliere il coach giusto, perché, sai, devi avere la stessa visione sull’evoluzione del tuo gioco per muoverti nella direzione corretta. Può essere complicato.

Quella del ritiro è stata una decisione difficile da prendere per te oppure è venuta facilmente? Hai deciso da sola o ti sei consultata con la famiglia e gli amici?
Beh, non è stata certo una decisione facile, ma era qualcosa a cui stavo pensando da tanto tempo, più di un anno forse. E la causa è stata la mia malattia. Perché sai, ripartire da zero dopo esser stata lontana dai campi è molto difficile, soprattutto quando il livello della competizione è così alto. D’un tratto, ho iniziato a capire che tutto questo, i viaggi ed essere nel circuito, non mi rendeva felice come prima. Ho deciso, con calma, che era arrivato il tempo di fermarsi. Non volevo resistere a tutti i costi e riempirmi di ricordi negativi sul tennis, volevo fermarmi mentre ero ancora felice di giocare. Naturalmente, mi sono consultata con tutti i miei amici e con la mia famiglia; perché, per prendere una decisione del genere e capire se sia davvero giusta, credo che tu abbia bisogno che tutte le persone che ti sono vicine ti diano un altro punto di vista. Ed ecco, così ho fatto questa scelta.

Hai detto che il livello della competizione si sta alzando continuamente.
Sì.

Questo è probabilmente il tabellone più imprevedibile dell’Open di Francia da molto tempo a questa parte. Chi vedi come favorita per la vittoria?
Chi vedo favorita? Beh, come hai detto tu, è davvero imprevedibile! Voglio dire, ti potrei dire che Kiki Bertens sta giocando davvero bene e potrebbe essere lei la sorpresa del torneo, vincendolo (l’intervista è stata rilasciata prima del ritiro della giocatrice olandese, ndr). Naturalmente, Simona. E Serena, se gioca bene, è sempre un’avversaria fortissima. È davvero difficile sceglierne una. Penso che sia una bella cosa che ci sia così tanta competizione, oggi abbiamo, direi, almeno cento giocatrici ad un livello incredibile. E per essere là in mezzo a giocartela, devi essere al 100%.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

Continua a leggere
Commenti

Interviste

Vagnozzi da Cecchinato a Travaglia sognando… Piatti

L’ex coach di Marco Cecchinato, salito con lui da n.180 a n.16, punta a un posto fisso tra i top-100 per Stefano Travaglia. Intanto da lunedì il best ranking: n.103

Pubblicato

il

Non riuscivamo a darci più stimoli l’un l’altro, Marco e io ci siamo separati consensualmente, ci siamo abbracciati alla fine perché abbiamo fatto insieme un bellissimo percorso!”. Basterebbero queste parole di Simone Vagnozzi, a corollario del divorzio avvenuto con Marco Cecchinato, per spiegare il tutto.

Magari c’è anche qualcosina d’altro, perché Cecchinato non ha un carattere facile e sempre accomodante – e lo sa chi ha seguito a volte i suoi incontri e certi conciliaboli piuttosto caldi dal campo alla panchina (ma tanti giocatori sono così… non è che fra Fognini e il suo clan fossero sempre rose e fiori ai tempi di Perlas) – ma Simone Vagnozzi non ne accenna: “Siamo stati insieme, dopo un primo periodo di prova, da fine 2016 a pochi giorni fa e insieme abbiamo raggiunto obiettivi perfino al di là delle iniziali aspettative. Siamo partiti da n.180 e siamo arrivati a n.16… E lo abbiamo fatto togliendoci, insieme a Umberto Ferrara e a tutto il team che comprendeva anche Uros Vico, grandi soddisfazioni, come la semifinale del Roland Garros ma anche tre titoli ATP, Budapest, Umago, Buenos Aires…”.

Magari gli ultimi risultati sono stati meno brillanti e vi hanno dato la spinta decisiva verso la separazione…
“Beh, anche il 2019 era partito tutt’altro che male… semifinale a Doha, successo a Buenos Aires, ottavi a Montecarlo, semifinale a Monaco di Baviera… insomma avevamo messo un discreto bottino di punti da parte e avrebbe dovuto consentirci di giocare tranquilli prima del Roland Garros quando c’era quella famosa cambiale di punti da pagare di cui si è parlato per un anno intero…”.

Già sarebbe bastato magari anche solo fare uno o due turni in più all’Australian Open (quando Marco perse al quinto set da Krajinovic dopo essere stato due set avanti…) per non rischiare neppure di fare un balzo di 20 posti indietro, da n.19 a n.39, a seguito della sconfitta al primo turno del Roland Garros…
“Eh certo che sì, poi purtroppo sono arrivate le due battute d’arresto premature a Roma con Kohlschreiber e a Parigi con Mahut e quel passo indietro lo abbiamo fatto… comunque Marco è un giocatore di qualità, ha fatto molto progressi anche per il tennis sul cemento sebbene certamente la terra rossa resti il suo ambito più naturale, e sono convinto che con il potenziale che ha e con Uros che lo conosce bene (Simone ha parlato con me quando ancora Marco non aveva comunicato ufficialmente la sua scelta di affidarsi a Vico fino alla fine dell’anno; n.di UBS), si esprimerà a livelli sempre migliori e tornerà di nuovo lassù. Ha solo 26 anni…”.

 

Beh, auguriamoglielo, ci mancherebbe. E a Simone Vagnozzi cosa auguriamo, che cosa farai?
“Beh intendo occuparmi al meglio delle mie possibilità di Stefano Travaglia. Oggi (qualche giorno fa, in realtà, prima della finale in Kazakhstan che lo ha issato a n.103, best ranking; n.d.UBS) Stefano è n.112 ATP, il suo best ranking è stato 108, ma ha tutti i mezzi per raggiungere un posto tra i primi 100 entro fine anno, è questo il nostro obiettivo stagionale… anche se speriamo di centrarlo già in tempo per entrare in tabellone all’US Open. Non c’è dubbio che per un tennista professionista riuscire ad entrare fisso nei tabelloni degli Slam è un passo importante, spesso decisivo per lo sviluppo di una carriera…”.

Anche Travaglia sembra in progresso, no?
“Beh sì, ha superato le qualificazioni dei primi due Slam, e in Australia anche il primo turno quando ha battuto Andreozzi – sia con Basilashvili al secondo turno a Melbourne, che a Parigi al primo con Mannarino Travaglia era stato avanti due set a uno prima di perdere al quinto… – poi ha fatto semifinale nel challenger di Cherbourg, ha vinto Francavilla, quarti a Ostrava, semifinale a Heilbron, finale a Shymkent in Kazakhstan (i cui punti non sono stati ancora registrati, ma come scritto qualche riga più su dovrebbero garantirgli il best ranking di n.103). Insomma c’è fiducia sul fatto che ce la farà”.

Questa settimana giocherà a Parma il challenger di categoria 80 con prize money di 46.600 euro. Lì è testa di serie n.4 (n.1 è Dellien, n.2 Lorenzi, n.3 Daniel, n.4 appunto Travaglia, n.5 Giannessi, n.6 Gaio, n.7 Arnaboldi, n.8 Robredo, n.9 Quinzi, n.10 Banes, n.11 Gimeno Traves, n.12 Peliwo, n.13 Robert, n.14 Clezar, n.15 Petrovic, n.16 Grigelis.

E per Simone Vagnozzi l’obiettivo qual è?
“Continuare a fare questo mestiere di coach, accumulando sempre nuove esperienze. Mi è piaciuto tantissimo quella fatta con Cecchinato, ora darò tutto me stesso con Travaglia… e già ci conosciamo bene, abbiamo già lavorato insieme, e poi… beh il sogno è quello di imparare a fare la strada di Riccardo Piatti. Lui ha dimostrato di essere bravo occupandosi di tanti giocatori diversi… dai tempi di Furlan, Caratti, passando poi per Ljubicic, Gasquet, Raonic, Coric… Se sei bravo con più di un giocatore vuol dire che ci sai fare, spero di riuscirci anch’io. Di sicuro mi impegnerò al massimo per farcela”.

Continua a leggere

Interviste

Samsonova: “Non tornerò a gareggiare per l’Italia”

Dopo le numerose difficoltà burocratiche, la russa torna a parlare della questione cittadinanza. L’abbiamo incontrata in esclusiva a Parigi. “Adoro l’Italia, ma non mi sento a casa. Ho una mentalità diversa”

Pubblicato

il

Ludmilla Samsonova - Roland Garros 2019 (foto di Roberto Dell'Olivo)

È una ragazza solare ed estroversa Liudmila Samsonova, russa, ma quasi italiana. L’abbiamo incontrata in esclusiva al Roland Garros dopo il match disputato e perso contro Donna Vekic, più fresca non avendo dovuto affrontare le qualificazioni come invece è stato per Liudmila. La sconfitta non le ha fatto però perdere il sorriso e la voglia di scherzare. “Guarda che mi sembra che non stia registrando eh!“, ci avvisa dopo che avevamo erroneamente creduto di aver fatto partire la registrazione al momento dell’intervista.

Due parole sul match appena concluso sono d’obbligo per Samsonova, stanca ma non delusa dalla sua esperienza parigina. “Se rigiocassi questa partita un altro giorno, potrei fare meglio. Ovviamente tanto merito va alla mia avversaria, però, sinceramente, oggi penso di non aver avuto sufficienti energie per fare di più. Secondo me ho dato il massimo e le tre partite di qualificazioni sono state tanto belle, quanto davvero tanto stressanti dal punto di vista mentale. Venivo da un periodo molto difficile, quattro primi turni di fila e ho dato veramente tanto nelle qualificazioni. Oggi mi è mancato qualcosa per poter giocare al meglio“.

Samsonova, nata in Russia (a Olenegorsk) l’11 novembre 1998, vive da sempre in Italia. Da tempo si parla della questione delle sue difficoltà nell’ottenere la cittadinanza italiana. Se la pratica fosse andata a buon fine, avrebbe potuto gareggiare definitivamente per l’Italia, lei che già aveva giocato per la squadra azzurra da junior. Purtroppo, pare che alla fine la Federazione non si sia dimostrata molto interessata al suo caso e le cose procedano a rilento. “Ho appena ricevuto la notizia da mia mamma – perché si occupa lei di queste cose – che finalmente posso fare la richiesta. Quindi, secondo me, tempo un anno, probabilmente avrò il passaporto“. La delusione per come è stata gestita l’intera faccenda si è fatta più forte, al punto che Liudmila non ha più intenzione di vestire la casacca azzurra, anche in caso di ottenimento della cittadinanza. “Non ho intenzione di gareggiare di nuovo per l’Italia, devo essere onesta“.

Ma Liudmila ci tiene a dire che l’Italia è una parte importantissima della sua vita, anche se non rappresenta per lei una vera e propria “casa”. Lo dimostra la mancanza di legami particolari con colleghe e colleghi azzurri, oltre alla forte influenza della cultura russa nel suo processo di crescita. “A dire la verità, non ho amici veri nel tennis, però io mi trovo molto bene in Italia e mi piace l’Italia. Però, essendo cresciuta in una famiglia russa, ho una mentalità comunque diversa. Tutti mi chiedono come sia possibile questo, essendo vissuta in Italia e avendo frequentato le scuole italiane. Però, anche durante il periodo scolastico, quando tornavo a casa, la mentalità era diversa ed è per questo che, anche se mi trovo molto bene, non mi sento a casa in Italia. Mi ci trovo benissimo ma non riesco a definirla ‘casa'”.

Archiviate probabilmente in maniera definitiva le questioni burocratiche, quali sono i programmi per il prossimo futuro? “Eh, adesso che ho cominciato a giocare bene sulla terra vado sull’erba!” (ride, ndr). Sul verde comunque sembra che per lei ci siano buone possibilità di fare bene. Al primo tentativo a Nottingham ha passato le qualificazioni, perdendo poi da Golubic in tre set. Ci riproverà la prossima settimana, con la testa solo sul tennis giocato.

Continua a leggere

Interviste

L’odore dell’erba, De Minaur si sente a casa

L’australiano sta ritrovando a ‘s-Hertogenbosch buone sensazioni. Lo abbiamo incontrato a Parigi, e ci ha raccontato del mentore Hewitt, delle sue origini e della nuova Davis: “Hanno distrutto 106 anni di storia”

Pubblicato

il

Alex De Minaur - Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Calpestare di nuovo i prati gli ha restituito le sensazioni che sembravano perse. Alex De Minaur a ‘s-Hertogenbosch sembra rigenerato, con tutte le intenzioni di dare la svolta a una stagione fino a questo momento altalenante. Il successo su Andreas Seppi gli ha regalato il pass per i quarti e un incrocio teoricamente alla portata nel derby Aussie contro Jordan Thompson. Non arrivava da settimane semplici. Per infortunio ha dovuto saltare Miami e gli appuntamenti su terra di Montecarlo e Barcellona.

L’approccio alla terra poi è stato timido: fuori al primo turno a Madrid e Roma, segnali di ripresa a Parigi dove almeno ha vinto al debutto contro Bradley Klahn, prima di cedere il passo allo specialista Carreno Busta: Aver passato anche solo il primo turno al Roland Garros mi ha reso felice, anche perché ho giocato poco sulla terra, ero infortunato”, ci ha raccontato Alex in esclusiva (lo abbiamo incontrato a Parigi, ndr). La prospettiva è aperta adesso sugli amati prati di Wimbledon, dove nel 2016 perse da Denis Shapovalov la finale junior e un anno fa finì schiantato al terzo turno da Nadal. “Giocare sul Centrale è straordinario – dichiarò dopo quella sconfitta -, è qui che voglio essere, su campi importanti contro grandi avversari. Ma devo lavorare ancora di più. Sono sicuro che la prossima volta andrà meglio”.

In che modo i grandi campioni come Federer, Nadal e Djokovic sono fonte di ispirazione? “Per me la cosa importante è migliorarsi ogni giorno, come hanno fatto loro. Per riuscire a giocare contro di loro o raggiungere il loro livello, è importante giocare settimana dopo settimana, crederci sempre e credere nelle proprie possibilità“, ha risposto l’australiano che trascorre gran parte del tempo in Europa, in Spagna, dove si allena. Mia madre è spagnola e mio padre è uruguaiano. Ho vissuto molto in Spagna. Mi piace il contrasto tra i due paesi. In Australia si lavora moltissimo e le giornate sono molto lunghe mentre in Spagna si tende ad essere un po’ più rilassati”.

Rafa Nadal e Alex De Minaur – Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Oltre ai suoi genitori, c’è un’altra persona molto importante per Alex, l’ex n. 1 del mondo Lleyton Hewitt. “Mi aiuta molto, ho imparato tantissimo da lui. È il mio mentore, assiste molto spesso ai miei match e mi dice sempre che devo credere in me stesso, cosa importantissima per un ragazzo giovane. È fondamentale esserne convinti per poter competere con i migliori del circuito“. Anche Alex è un grande fighter, proprio come Lleyton. “È un onore per me essere paragonato a lui, cerco di seguire il suo esempio e di ripetere quello che ha fatto lui. Quando scendo in campo voglio dare tutto fino alla fine. Voglio essere ricordato per questo“.

Il netto schierarsi di Hewitt contro la riforma della Coppa Davis è un tema che coinvolge anche un giovane come De Minaur, non timoroso di prendere una posizione ben precisa. “In Australia lo spirito di squadra è importantissimo: ci alleniamo insieme, ognuno di noi vuole il meglio per gli altri compagni di squadra ed è per questo che il movimento del tennis è cresciuto tanto. Anch’io sono cresciuto imparando molto dalla Coppa Davis. Non sono d’accordo con i cambiamenti di cui è stata oggetto, l’ho detto molte volte. Si distrugge un torneo che esiste da 106 anni. Hanno eliminato la possibilità di giocare di fronte al proprio pubblico e fuori casa. La Coppa Davis mi ha insegnato tantissimo“.

Dall’Olanda parte con le migliori intenzioni la sua campagna d’Inghilterra, con l’obiettivo di rilanciare un’annata che era iniziata nel migliore dei modi, conquistando il titolo a Sydney proprio in finale contro Seppi. “Mi piacerebbe che si giocasse di più sull’erba. È una gioia tornarci ogni volta“, ha dichiarato al sito ATP il numero 24 del mondo. L’amore sembra già corrisposto.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement