Il saluto di Safarova: "Era il momento giusto per fermarsi. Amo il tennis, è meraviglioso!"

Interviste

Il saluto di Safarova: “Era il momento giusto per fermarsi. Amo il tennis, è meraviglioso!”

A Parigi si conclude la carriera di Lucie Safarova, ma è solo un arrivederci: “Tornerò in questo mondo perché mi piace davvero tanto. Cosa mi mancherà? La competizione. I viaggi e gli allenamenti invece, quelli proprio no”

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Guy Forget, Lucie Safarova, Bernard Giudicelli - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)
 

Lucie Safarova ha scelto il Roland Garros, torneo vinto due volte in coppia con Bethanie Mattek-Sands, per chiudere la sua avventura sul circuito professionistico e ha definitivamente appeso la racchetta al chiodo. Quella giocata al fianco di Dominika Cibulkova rimarrà l’ultima partita della sua carriera. Contro Kenin/Petrovic è arrivato un severo 6-4 6-0, ma la ceca lascia comunque il mondo del tennis con il sorriso sulle labbra. Anche perché l’organizzazione del Roland Garros ha voluto organizzare una cerimonia speciale per celebrarla. Così sul Court Philippe Chatrier, proprio quel campo sul quale nel 2015 giocò (e anche alla grande) la sua unica finale Slam in singolare (persa in tre set contro Serena Williams), ha ricevuto dalle mani di Bernard Giudicelli e Guy Forget un premio alla carriera. Sul simbolico trofeo, è stato incastonato, strato su strato, una sezione del campo con una breve, ma significativa iscrizione: “Merci Lucie”.

Ti sei ritirata da circa un’ora e venti minuti…
Mi sento bene (ride). È l’ultima volta che sono seduta qui di fronte a voi. E sì, voglio dire, certamente mi scorrono dentro un sacco di emozioni, ma sono soprattutto emozioni positive. Sono davvero soddisfatta della mia carriera, ho moltissimi grandi ricordi da conservare e chiudere qui, a Parigi, è speciale.

 

Quali erano le tue speranze e il tuo obiettivo per questo torneo?
Beh, avrei dovuto giocare il doppio con Bethanie, ma purtroppo lei è ancora infortunata al ginocchio e si è cancellata dal tabellone, tipo quattro giorni prima dell’inizio delle competizioni. Ho riflettuto molto se giocare o meno, ma poi ho scoperto che avrei dovuto affrontare Dominika, che è una mia amica, e allora ho detto ‘ma sì, divertiamoci! Godiamocela!’. E ci siamo davvero divertite oggi. Per me è stato davvero bello tornare qui, vedere tutte queste persone che conosco da tantissimo tempo, dalle giocatrici agli organizzatori del torneo. È stato simpatico poter dare un saluto a tutti come si deve!

Cosa ti mancherà di più, in generale, non soltanto del Roland Garros, e cosa, invece, non ti mancherà affatto?
Non mi mancheranno proprio i continui viaggi, i cambi di fuso orario e, naturalmente, gli allenamenti duri anche quando sei molto stanca o un po’ infortunata. E io ho lavorato durissimo fin da quando ero molto piccola, quindi… probabilmente non sentirò la mancanza di questo! Ma naturalmente, amo questo sport. Il tennis è meraviglioso e dopo così tanti anni mi diverto ancora moltissimo in campo. Sono sicura che mi mancherà un po’ la competizione. Ma onestamente, ho ottenuto grandi risultati su campi importanti, ho giocato di fronte a platee incredibili ed è stato meraviglioso. Ne ho abbastanza, non vedo l’ora di cominciare un nuovo capitolo.

La mia domanda è a proposito della tua eredità. Tra 10 o 15 anni ci guarderemo indietro e ripenseremo a te come una vincitrice di titoli Slam, come finalista in singolare qui al Roland Garros. Come ti piacerebbe che i tifosi e le persone in generale ti ricordassero?
Mi piacerebbe soltanto che mi ricordassero come una giocatrice simpatica, divertente, che si sono divertiti a guardar giocare. E poi certo, ho ottenuto ottimi risultati. Ma direi che mi piacerebbe esser ricordata come una che era bello veder giocare.

Hai già pensato a cosa vorresti fare nell’immediato futuro?
Beh, ora mi prenderò una bella vacanza, bella lunga! E poi, vedremo. Sono certa che tornerò ad avere a che fare qualche modo con il mondo del tennis, perché mi piace davvero tanto. Non so esattamente cosa farò. Vorrei soltanto dedicarmi ad altro per un po’ di tempo e vedere di cosa avrò voglia in futuro. Voglio lasciare ogni porta aperta, non ho alcuna fretta ora!

Hai passato gran parte della tua vita in viaggio, incontrando culture differenti e parlando moltissimo di te. Sono curioso di sapere come tutto questo ti ha cambiato e come ti ha reso, a livello personale.
Penso… voglio dire… essere una giocatrice di tennis, viaggiare così tanto ed avere così tante esperienze diverse ti arricchisce davvero molto come persona e sono contentissima di aver avuto questa opportunità. E certo, mi è piaciuto sperimentare nuove culture e visitare tante città, ma, come ho già detto prima, spostarmi ogni singola settimana non fa proprio per me. È stata una bella vita, ma preferisco prenderla con un po’ più di tranquillità, ora!

Quali saranno le partite che ricorderai più volentieri, tra molti anni stando tranquillamente seduta su una sedia a dondolo?
Ah, mi ricordo quella volta… (ride). Guarda, ci sono state molte partite memorabili. Alcune hanno fatto anche molto male e per qualche ragione si tende a ricordarsi di più queste ultime. Ma in definitiva ricorderò la finale giocata qui a Parigi contro Serena e le vittorie in tutti e quattro gli Slam, in doppio, con Bethanie. E poi, ovviamente, le Fed Cup, perché è l’unica competizione di squadra e vincerla in casa, davanti ad un pubblico incredibile, è realmente molto speciale. E le Olimpiadi, anche quelle con un’atmosfera del tutto particolare. Vincere una medaglia e stare lì, in piedi, mentre te la mettono al collo, è un ricordo pazzesco. Ma ci sono state anche partite magari non così tanto sotto la luce dei riflettori, ma che per me sono state dei punti di svolta, come delle sconfitte o dei match particolarmente lunghi. Ne ricordo uno contro Maria Sharapova, a Stoccarda, che ho perso dopo qualcosa tipo tre ore e venti minuti e quello fece molto male. Ce ne sono stati tanti di questo tipo. Mi piace ricordare questi momenti, sono grata anche per le sconfitte, perché mi hanno permesso di imparare e migliorarmi, e di raggiungere i miei sogni, quello che volevo davvero.

Recuperare dalla malattia e tornare a giocare nel modo in cui hai fatto tu, ti ha aiutato a vedere il tennis in prospettiva e a capire quale posto occupasse lo sport in relazione a tutta la tua vita? Come è cambiato l’equilibrio in te?
Direi che ho avuto un percorso accidentato. Mi ci sono voluti dodici anni per raggiungere quella top 10 che avevo sempre sognato e poi, quando avevo finalmente raggiunto il mio miglior ranking al numero 5 del mondo, è arrivata questa malattia che mi ha tenuto fuori per quasi sei mesi. E poi non sono praticamente più riuscita a starci dietro, a riprendere il percorso da dove l’avevo lasciato. In definitiva, sì, ti apre una nuova prospettiva sulla vita. D’un tratto capisci che la salute è la cosa più importante e che, se non hai quella, nient’altro è possibile. Improvvisamente, vincere o perdere non è più la priorità. Quindi, certo, dopo quell’episodio ho guardato al tennis in maniera diversa, mi sono goduta molto di più la possibilità di essere là fuori e giocare.

Due semplici domande.
Mi piacciono le domande semplici! Puoi farne anche più di due (ride).

Cosa rende Bethanie così speciale? E poi, se posso chiedertelo, se dovessi individuare una decisione che hai preso nella tua carriera che si è rivelata davvero importante, quale sceglieresti?
Beh, Bethanie è speciale! È colorata, divertente, un po’ pazza! Penso di essere sempre stata io la più calma tra le due, lei era quella più matta. Ed è questo quello che ci ha reso così complementari. Tutto è cominciato, direi, in modo un po’ fortunoso, perché lei stava tornando dopo un intervento chirurgico e io ero senza partner per il doppio in quel periodo. È stato un colpo di fortuna l’aver cominciato a giocare assieme. E dopo quell’inizio, abbiamo avuto un percorso fantastico e costruito una grande amicizia. Ovviamente, per me è stato molto triste che lei si sia cancellata da questo torneo, però, lo ripeto, quello che conta di più è che la nostra amicizia rimanga. Ora faremo altre cose assieme, al di fuori del tennis.

Lucie Safarova e Bethanie Mattek-Sands – Roland Garros 2017 (foto Roberto Dell’Olivo)

E per quanto riguarda la scelta importante?
Penso che ogni volta che ho scelto un allenatore sia stato un passo importante per la mia carriera. Devo dire che tutti loro mi hanno soddisfatta, mi hanno aiutata a progredire, quindi sono tutti stati delle scelte giuste. E guarda che non è facile per un giocatore di tennis scegliere il coach giusto, perché, sai, devi avere la stessa visione sull’evoluzione del tuo gioco per muoverti nella direzione corretta. Può essere complicato.

Quella del ritiro è stata una decisione difficile da prendere per te oppure è venuta facilmente? Hai deciso da sola o ti sei consultata con la famiglia e gli amici?
Beh, non è stata certo una decisione facile, ma era qualcosa a cui stavo pensando da tanto tempo, più di un anno forse. E la causa è stata la mia malattia. Perché sai, ripartire da zero dopo esser stata lontana dai campi è molto difficile, soprattutto quando il livello della competizione è così alto. D’un tratto, ho iniziato a capire che tutto questo, i viaggi ed essere nel circuito, non mi rendeva felice come prima. Ho deciso, con calma, che era arrivato il tempo di fermarsi. Non volevo resistere a tutti i costi e riempirmi di ricordi negativi sul tennis, volevo fermarmi mentre ero ancora felice di giocare. Naturalmente, mi sono consultata con tutti i miei amici e con la mia famiglia; perché, per prendere una decisione del genere e capire se sia davvero giusta, credo che tu abbia bisogno che tutte le persone che ti sono vicine ti diano un altro punto di vista. Ed ecco, così ho fatto questa scelta.

Hai detto che il livello della competizione si sta alzando continuamente.
Sì.

Questo è probabilmente il tabellone più imprevedibile dell’Open di Francia da molto tempo a questa parte. Chi vedi come favorita per la vittoria?
Chi vedo favorita? Beh, come hai detto tu, è davvero imprevedibile! Voglio dire, ti potrei dire che Kiki Bertens sta giocando davvero bene e potrebbe essere lei la sorpresa del torneo, vincendolo (l’intervista è stata rilasciata prima del ritiro della giocatrice olandese, ndr). Naturalmente, Simona. E Serena, se gioca bene, è sempre un’avversaria fortissima. È davvero difficile sceglierne una. Penso che sia una bella cosa che ci sia così tanta competizione, oggi abbiamo, direi, almeno cento giocatrici ad un livello incredibile. E per essere là in mezzo a giocartela, devi essere al 100%.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

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Jannik Sinner: “Un peccato non aver mai giocato contro Federer”

Appena raggiunta la sua terza semifinale consecutiva a Sofia, Sinner parla del prossimo avversario, del ritiro di Roger Federer e della Coppa Davis: “Sappiamo di essere forti”

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Jannik Sinner - Sofia 2022 (foto Ivan Mrankov)

Venerdì, ai quarti di finale, Jannik Sinner ha messo ha segno l’undicesima vittoria consecutiva all’ATP 250 di Sofia. Ne ha fatto le spese l’australiano Vukic, capace di creare qualche vago grattacapo all’azzurro solo all’inizio della sfida e al momento di chiuderla. In semifinale, lo aspetta il classe 2003 Holger Rune, n. 31 del ranking, per una sfida inedita.

“Con Rune, qualche volta ci siamo allenati, ma non abbiamo mai giocato in torneo, quindi sarà una partita totalmente nuova sia per me che per lui. Mi aspetto una partita difficile e spero di essere pronto. Oggi ho alzato un po’ il livello e dovrò fare la stessa cosa domani.”

Jannik non scampa la domanda sul ritiro di Roger Federer: né è stato toccato dal punto di vista emozionale? O magari è quasi un sollievo – uno in meno di quelli che vincono sempre. “È un giocatore che non avevo ancora incontrato, mi dispiace che si sia ritirato – non solo a me. Ho visto l’ultimo match era emozionante: c’erano tutti i giocatori con cui ha condiviso, tra virgolette, la sua carriera, gli allenatori, la famiglia. È stato un addio emozionante soprattutto per lui, ma anche per tantissime persone. Quando sono entrato nel Tour, lui si era già più o meno fermato per i problemi fisici e non è quasi mai davvero ritornato. Mi sarebbe piaciuto giocarci almeno una volta, è un peccato”.

 

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

C’è spazio per un accenno alla Coppa Davis, con l’Italia qualificata per la fase a eliminazione diretta a Malaga. Ai quarti ci saranno gli Stati Uniti, altra squadra ben attrezzata, compreso l’ottimo doppio. Ma chi sono le due favorite?

“Sicuramente la Spagna, anche senza Nadal. Hanno il numero 1 al mondo, Carreño Busta, Bautista Agut e tanti altri. Noi siamo forti, lo sappiamo, ma anche altre squadre lo sono. Una la dobbiamo affrontare già al primo turno, hanno tanti giocatori buoni; dipende anche da chi andrà, ancora non lo sappiamo. Io tengo molto alla Coppa Davis, come ho fatto vedere, ma ci gioco anche con piacere, perché è una competizione a squadre. Speriamo che vada bene a Malaga.”

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Lorenzo Musetti: “Mai servito così bene. Coppa Davis? L’Italia tra le top 3”

“Mai successo di fare così tanti ace, forse è frutto del cambio di maturità che sto facendo”, così il 20enne Musetti in vista della semifinale a Sofia

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Lorenzo Musetti - Sofia 2022 (foto Ivan Mrankov)

Sulla carta non era un match facile visto l’ottimo stato di forma di Jan-Lennard Struff, ed infatti si è rivelata una giornata piuttosto complicata quella di Lorenzo Musetti. Il numero 30 del mondo ha fatto appello a tutta la sua classe e per una volta anche al suo servizio, per avere la meglio 7-6(3) 6-1 nei quarti di finale del torneo di Sofia. “Oggi è stata una grande prova perché Jan stava giocando bene, molto offensivo, un gioco che a me dà fastidio” ha spiegato Lorenzo al termine del match. “Sin dal primo game mi ha messo molta pressione e io ho fatto due doppi falli perché lui era molto offensivo e stava molto dentro il campo però sono stato bravo ad avere una grossa energia, specialmente fisica, agonistica. Poi credo di aver servito mai così bene nella vita”.

“Non mi era mai successo di fare così tanti ace [9] ma forse è frutto del lavoro che ho fatto, del cambio di maturità che sto facendo, quindi sono veramente felice”. L’atteggiamento inizia ad essere sempre più quello di un tennista professionista, poco incline a lasciarsi andare alle distrazioni passeggere che ogni match può riservare. E la sfida di domani contro lo svizzero Marc-Andrea Huesler (26 anni, n.95) non sarà da meno, visto che anche lui predilige un gioco aggressivo. “L’ho visto, è uno che viene spesso a rete anche se non ha una buonissima mobilità essendo molto alto, però ha dei buonissimi fondamentali e io sono pronto per andare avanti”.

Gli eventi tennistici italiani non sono mai stati fitti come quest’anno e tra gli appuntamenti imminenti che il 20enne di Carrara non può assolutamente perdersi è l’UniCredit Firenze Open, in programma dall’8 al 16 ottobre. “Sicuramente da quando è stato annunciato l’evento di Firenze tutti i miei amici sono pronti e carichi anche a mollare l’Università per venire a vedermi e supportarmi, quindi avrò sicuramente la fortuna di avere il tifo dalla mia parte. ma sto facendo sicuramente del mio meglio anche per averlo qua a Sofia. Pensiamo a domani e come affrontare il match al meglio”.

 

A novembre poi sarà il momento di tornare a vestire la maglia della Nazionale italiana per la Coppa Davis, con la quale Musetti ha fatto tanto bene a Bologna. I prossimi avversari saranno gli statunitensi, una delle squadre sulla carta più temibili. Ma quali sono le favorite per Lorenzo? “Il nostro nome lo metto nelle prime tre, poi anche la spagna al completo. Senza Nadal cambierà un pochino ma ci saranno Carreño Busta o Bautista Agut che vengono da belle partite, più Fokina che è molto in forma e ovviamente Carlos. Ma l’America può dire la sua con Fritz e Tiafoe, ora Opelka si è operato, quindi Isner. Poi conta tanto anche il doppio quindi gli Stati Uniti li metto tra i favoriti”.

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Federer al NYT: “Mi sento completo, non avevo più nulla da dimostrare”

In una lunga intervista rilasciata al quotidiano americano, Federer fa un viaggio nel suo mondo e dice di Nadal: “Non dimenticherò mai quello che ha fatto per essere a Londra con me”

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Roger Federer - Laver Cup 2022, Londra (twitter @LaverCup)

La misurazione del tempo che passa è una delle poche oggettività democratiche su cui non si possono avere dubbi. Non possono esistere complottismi o associazionismi di più o meno identificata natura e ragione, che possano mettere in dubbio il passare del tempo. Quello che fa la differenza, che può in un certo qual modo, influenzare tutti i nostri ragionamenti è la sensazione del tempo che passa. È già infatti passata quasi una settimana da quell’ultimo dolce e romantico passaggio tra i campi da tennis di Roger Federer che in una sorta di messa laica ha salutato, onorandosi e sedendosi al banchetto dei più grandi di sempre dello sport mondiale. Una settimana che è sembrata un’eternità, come se la percezione del suo ritiro fosse traslata in un tempo infinito o in un tempo sospeso da quel 40-15 e due championship point a Wimbledon.

Nel corso di questa settimana molte sono state le pagine scritte su Federer, ma di interviste vere, poche, pochissime. Una su tutte quella concessa al New York Times e nello specifico a Christopher Clarey in cui Roger prova a ripercorrere il filo rosso che unisce momenti così intensi da essere ancora vivi, in lui, in tutti noi. E per farlo si comincia dalla fine, come spesso accade in questi casi: come si sente adesso, che è tutto finito? “Penso di sentirmi completo. Ho perso il mio ultimo match di singolare. Ho perso la mia ultima partita di doppio. Ho perso la voce urlando e sostenendo la squadra. Ho perso l’ultima volta in un contesto di squadra. Ho perso il mio lavoro, ma sono molto felice. Sto bene. Questa è la parte davvero ironica della faccenda, tutti pensano a dei finali fiabeschi felici. E alla fine per me, in realtà, è finita per essere proprio così, con questo tipo di finale: in un modo che mai avrei pensato sarebbe potuto accadere”.

Ma questa storia, che in realtà come dice Federer, può non avere il finale fiabesco che tutti sognano ha quel pizzico di romanticismo sportivo che consegna quel match e quell’evento, all’elenco delle cose da vedere almeno una volta nella vita. L’apoteosi della rivalità sportiva che si discosta da tutto per diventare qualcosa di più, da traslare oltre il campo da tennis, nella vita. Il rapporto con Rafa Nadal è tutto questo: “L’ho chiamato dopo lo US Open, non mi sembrava opportuno disturbarlo durante lo svolgimento del torneo, solo per fargli sapere del mio ritiro. E volevo unicamente informarlo di questa mia decisione, prima che iniziasse ad organizzare la propria programmazione, non includendo la Laver Cup. Gli ho detto al telefono che probabilmente avevo una percentuale di 50 e 50, o al massimo di 60 e 40 a livello di condizione generale per poter prendere parte ad un match di doppio. Infine ho aggiunto: “Guarda, ti terrò aggiornato. Fammi sapere come stanno le cose a casa, e poi ci risentiamo”. Ma invece, rapidamente, è diventato tutto molto chiaro: “Proverò a fare tutto il possibile per essere lì con te”. E questo sua risposta mi è sembrata ovviamente incredibile, perché mi aveva dimostrato ancora una volta quanto siamo importanti l’uno per l’altro e quanto rispetto reciproco c’è tra di noi. E ho solo pensato che sarebbe stata solo una storia bellissima e incredibile per noi, per lo sport, per il tennis, e forse anche oltre, dimostrando che si può coesistere in una dura rivalità sportiva arrivare a lottare per la conquista più grande e poi dire, “hey, è solo tennis”, per poi venirne fuori alla fine, consapevoli di questa grande rivalità amichevole; ho pensato che fosse finita anche meglio di quanto avessi mai immaginato. Rafa ha fatto uno sforzo incredibile per essere a Londra, e ovviamente non lo dimenticherò mai”.

Come probabilmente quello che nessuno dimenticherà mai è ciò che è avvenuto, in particolar modo tra Roger e Rafa, dopo l’ultimo punto del match (di chi fosse è ininfluente ai fini del racconto). “Penso di aver sempre avuto difficoltà a tenere sotto controllo le mie emozioni, quando vincevo e quando perdevo. All’inizio, si trattava più di essere arrabbiati, tristi e piangere; poi, piangevo di gioia per le mie vittorie. Penso che venerdì sia stato un qualcosa di diverso dal solito, ad essere onesti, perché penso che tutti i ragazzi – Andy, Novak e anche Rafa – abbiano visto la loro carriera scorrere via davanti ai loro occhi, sapendo che tutti in un certo senso abbiamo giocato e alcuni di loro giocheranno di più rispetto a quanto immaginassimo. Invecchiando, raggiungi i 30 anni, inizi a sapere cosa apprezzi davvero nella vita ma anche nello sport”. Come l’amicizia, quella vera. Avere a fianco persone che ti hanno accompagnato per tutta la vita, mano nella mano, come la foto simbolo di quella serata e forse di tante altre a venire: “È stato un attimo, un momento breve: stavo singhiozzando così tanto, tutto mi stava passando per la mente e pensavo a quanto fossi felice di vivere questo momento proprio lì con tutti al mio fianco. Credo che fosse così bello stare lì seduto con l’attenzione per un momento rivolta verso Ellie Goulding (la cantante che si è esibita in quei momenti, ndr), da dimenticare che qualcuno potesse scattare una foto. Credo che ad un certo punto non potendo parlargli perché la musica copriva tutto, l’ho toccato con la mano come a dirgli grazie.

Non era solo Roger; lo ha detto chiaramente durante l’intervista non volendo solo far riferimento ai suoi colleghi/amici, ma rivolgendosi soprattutto alla sua famiglia; a Mirka, ai suoi figli a cui ha detto: “non piango perché sono triste, piango perché sono felice”. Difficile da comprendere, difficile non trattenere le lacrime: “Era difficile ad un certo punto non piangere, per me, per loro, per tutti”. In pratica ha contribuito alla disidratazione del mondo.

Ma cosa e quando hanno fatto capire a Federer che sarebbe stato il momento di dire basta? “Si basa principalmente sulle sensazioni di non riuscire ad esprimermi ai livelli che vorrei, muovermi come vorrei. E l’età fa parte di tutto ciò. Arrivi ad un punto in cui ti rendi conto che dopo un’operazione come quella che ho fatto lo scorso anno, per tornare in campo avrei dovuto percorrere una strada, probabilmente lunga un anno. Nei miei sogni, mi sarei visto ancora in campo a giocare ma poi mi sono scontrato con la realtà dei fatti. L’ho fatto (dire basta n.d.c.) in primis per la mia vita personale. Ho lottato per rientrare perché mi sono detto, se ragiono da giocatore professionista farò una riabilitazione post intervento al 100%, al contrario dovessi ritirarmi non l’avrei fatta come si deve. Quindi ho voluto mettere a posto la gamba con una riabilitazione corretta sperando di poter tornare in campo per un 250, per un 500 o un 1000….magari uno Slam, se la magia accade. Ma non è stato così: col passare del tempo, sentivo sempre meno questa possibilità poiché il ginocchio mi creava problemi mentre lottavo per guarire. Ed è allora che alla fine ho detto, guarda, va bene, lo accetto. Non ho più nulla da dimostrare.

Ma la gente del tennis ha ancora bisogno di Federer, questa sua ultima partita ha mostrato a tutti che lo svizzero ha ancora le capacità per continuare a giocare e divertirsi, anche in semplici esibizioni: “Devo capire cosa fare adesso. Penso che sarebbe bello organizzare una esibizione d’addio che vada oltre la Laver Cup. Molta altra gente avrebbe voluto vedermi giocare e vorrebbe tutt’ora continuare a vedermi giocare, ecco perché mi piacerebbe portare il tennis in posti nuovi o in posti dove mi sono divertito”.

Ma esiste all’orizzonte un nuovo Federer o perlomeno qualcuno che giochi come lui? L’ex numero uno al mondo è piuttosto netto sul tema: “Non in questo momento. Ovviamente, dovrebbe essere un ragazzo con un rovescio a una mano. Nessuno ha bisogno di giocare come me, tra l’altro. La gente pensava anche che avrei giocato come Pete Sampras, una volta battuto, e non l’ho fatto. Penso che ognuno debba essere la propria versione di se stesso. E non una copia, anche se copiare è il più grande segno di adulazione. Ma auguro a tutti loro di trovare sè stessi, e il tennis sarà fantastico. Lo continuerò a seguire, a volte sugli spalti, a volte in TV, e spero che ci siano sempre più giocatori con il rovescio ad una mano e che giocano un tennis d’attacco. Adesso mi siederò e mi rilasserò, guardando le partite da una prospettiva diversa”.

È il primo dei fab four a ritirarsi, il più anziano del gruppo, giusto che sia così anche se ha avuto paura che a farlo fossero i suoi principali avversari, prima di lui, come Rafa con il problema al piede che non lo molla: “Mi ha anche fatto preoccupare Andy. Ricordo quando lo vidi nel 2019 in Australia dopo il match con Bautista. Mi ha guardato dicendomi: “Penso sia finita”. Ci chiesero di fare un video di saluto, ma andai da lui e gli chiesi: “vuoi davvero lasciare?”. Mi rispose: “con quest’anca non posso continuare”. Quindi sapeva che era ad un bivio della sua vita. Alla fine sono felice di aver smesso per primo perché era giusto che a finire per prima fossi io. Ecco perché mi sento bene e spero che tutti possano giocare il più a lungo possibile, a tutti loro auguro davvero il meglio”. E l’augurio sarà sicuramente senz’altro ricambiato, noblesse oblige.

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