Il saluto di Safarova: "Era il momento giusto per fermarsi. Amo il tennis, è meraviglioso!"

Interviste

Il saluto di Safarova: “Era il momento giusto per fermarsi. Amo il tennis, è meraviglioso!”

A Parigi si conclude la carriera di Lucie Safarova, ma è solo un arrivederci: “Tornerò in questo mondo perché mi piace davvero tanto. Cosa mi mancherà? La competizione. I viaggi e gli allenamenti invece, quelli proprio no”

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Guy Forget, Lucie Safarova, Bernard Giudicelli - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Lucie Safarova ha scelto il Roland Garros, torneo vinto due volte in coppia con Bethanie Mattek-Sands, per chiudere la sua avventura sul circuito professionistico e ha definitivamente appeso la racchetta al chiodo. Quella giocata al fianco di Dominika Cibulkova rimarrà l’ultima partita della sua carriera. Contro Kenin/Petrovic è arrivato un severo 6-4 6-0, ma la ceca lascia comunque il mondo del tennis con il sorriso sulle labbra. Anche perché l’organizzazione del Roland Garros ha voluto organizzare una cerimonia speciale per celebrarla. Così sul Court Philippe Chatrier, proprio quel campo sul quale nel 2015 giocò (e anche alla grande) la sua unica finale Slam in singolare (persa in tre set contro Serena Williams), ha ricevuto dalle mani di Bernard Giudicelli e Guy Forget un premio alla carriera. Sul simbolico trofeo, è stato incastonato, strato su strato, una sezione del campo con una breve, ma significativa iscrizione: “Merci Lucie”.

Ti sei ritirata da circa un’ora e venti minuti…
Mi sento bene (ride). È l’ultima volta che sono seduta qui di fronte a voi. E sì, voglio dire, certamente mi scorrono dentro un sacco di emozioni, ma sono soprattutto emozioni positive. Sono davvero soddisfatta della mia carriera, ho moltissimi grandi ricordi da conservare e chiudere qui, a Parigi, è speciale.

 

Quali erano le tue speranze e il tuo obiettivo per questo torneo?
Beh, avrei dovuto giocare il doppio con Bethanie, ma purtroppo lei è ancora infortunata al ginocchio e si è cancellata dal tabellone, tipo quattro giorni prima dell’inizio delle competizioni. Ho riflettuto molto se giocare o meno, ma poi ho scoperto che avrei dovuto affrontare Dominika, che è una mia amica, e allora ho detto ‘ma sì, divertiamoci! Godiamocela!’. E ci siamo davvero divertite oggi. Per me è stato davvero bello tornare qui, vedere tutte queste persone che conosco da tantissimo tempo, dalle giocatrici agli organizzatori del torneo. È stato simpatico poter dare un saluto a tutti come si deve!

Cosa ti mancherà di più, in generale, non soltanto del Roland Garros, e cosa, invece, non ti mancherà affatto?
Non mi mancheranno proprio i continui viaggi, i cambi di fuso orario e, naturalmente, gli allenamenti duri anche quando sei molto stanca o un po’ infortunata. E io ho lavorato durissimo fin da quando ero molto piccola, quindi… probabilmente non sentirò la mancanza di questo! Ma naturalmente, amo questo sport. Il tennis è meraviglioso e dopo così tanti anni mi diverto ancora moltissimo in campo. Sono sicura che mi mancherà un po’ la competizione. Ma onestamente, ho ottenuto grandi risultati su campi importanti, ho giocato di fronte a platee incredibili ed è stato meraviglioso. Ne ho abbastanza, non vedo l’ora di cominciare un nuovo capitolo.

La mia domanda è a proposito della tua eredità. Tra 10 o 15 anni ci guarderemo indietro e ripenseremo a te come una vincitrice di titoli Slam, come finalista in singolare qui al Roland Garros. Come ti piacerebbe che i tifosi e le persone in generale ti ricordassero?
Mi piacerebbe soltanto che mi ricordassero come una giocatrice simpatica, divertente, che si sono divertiti a guardar giocare. E poi certo, ho ottenuto ottimi risultati. Ma direi che mi piacerebbe esser ricordata come una che era bello veder giocare.

Hai già pensato a cosa vorresti fare nell’immediato futuro?
Beh, ora mi prenderò una bella vacanza, bella lunga! E poi, vedremo. Sono certa che tornerò ad avere a che fare qualche modo con il mondo del tennis, perché mi piace davvero tanto. Non so esattamente cosa farò. Vorrei soltanto dedicarmi ad altro per un po’ di tempo e vedere di cosa avrò voglia in futuro. Voglio lasciare ogni porta aperta, non ho alcuna fretta ora!

Hai passato gran parte della tua vita in viaggio, incontrando culture differenti e parlando moltissimo di te. Sono curioso di sapere come tutto questo ti ha cambiato e come ti ha reso, a livello personale.
Penso… voglio dire… essere una giocatrice di tennis, viaggiare così tanto ed avere così tante esperienze diverse ti arricchisce davvero molto come persona e sono contentissima di aver avuto questa opportunità. E certo, mi è piaciuto sperimentare nuove culture e visitare tante città, ma, come ho già detto prima, spostarmi ogni singola settimana non fa proprio per me. È stata una bella vita, ma preferisco prenderla con un po’ più di tranquillità, ora!

Quali saranno le partite che ricorderai più volentieri, tra molti anni stando tranquillamente seduta su una sedia a dondolo?
Ah, mi ricordo quella volta… (ride). Guarda, ci sono state molte partite memorabili. Alcune hanno fatto anche molto male e per qualche ragione si tende a ricordarsi di più queste ultime. Ma in definitiva ricorderò la finale giocata qui a Parigi contro Serena e le vittorie in tutti e quattro gli Slam, in doppio, con Bethanie. E poi, ovviamente, le Fed Cup, perché è l’unica competizione di squadra e vincerla in casa, davanti ad un pubblico incredibile, è realmente molto speciale. E le Olimpiadi, anche quelle con un’atmosfera del tutto particolare. Vincere una medaglia e stare lì, in piedi, mentre te la mettono al collo, è un ricordo pazzesco. Ma ci sono state anche partite magari non così tanto sotto la luce dei riflettori, ma che per me sono state dei punti di svolta, come delle sconfitte o dei match particolarmente lunghi. Ne ricordo uno contro Maria Sharapova, a Stoccarda, che ho perso dopo qualcosa tipo tre ore e venti minuti e quello fece molto male. Ce ne sono stati tanti di questo tipo. Mi piace ricordare questi momenti, sono grata anche per le sconfitte, perché mi hanno permesso di imparare e migliorarmi, e di raggiungere i miei sogni, quello che volevo davvero.

Recuperare dalla malattia e tornare a giocare nel modo in cui hai fatto tu, ti ha aiutato a vedere il tennis in prospettiva e a capire quale posto occupasse lo sport in relazione a tutta la tua vita? Come è cambiato l’equilibrio in te?
Direi che ho avuto un percorso accidentato. Mi ci sono voluti dodici anni per raggiungere quella top 10 che avevo sempre sognato e poi, quando avevo finalmente raggiunto il mio miglior ranking al numero 5 del mondo, è arrivata questa malattia che mi ha tenuto fuori per quasi sei mesi. E poi non sono praticamente più riuscita a starci dietro, a riprendere il percorso da dove l’avevo lasciato. In definitiva, sì, ti apre una nuova prospettiva sulla vita. D’un tratto capisci che la salute è la cosa più importante e che, se non hai quella, nient’altro è possibile. Improvvisamente, vincere o perdere non è più la priorità. Quindi, certo, dopo quell’episodio ho guardato al tennis in maniera diversa, mi sono goduta molto di più la possibilità di essere là fuori e giocare.

Due semplici domande.
Mi piacciono le domande semplici! Puoi farne anche più di due (ride).

Cosa rende Bethanie così speciale? E poi, se posso chiedertelo, se dovessi individuare una decisione che hai preso nella tua carriera che si è rivelata davvero importante, quale sceglieresti?
Beh, Bethanie è speciale! È colorata, divertente, un po’ pazza! Penso di essere sempre stata io la più calma tra le due, lei era quella più matta. Ed è questo quello che ci ha reso così complementari. Tutto è cominciato, direi, in modo un po’ fortunoso, perché lei stava tornando dopo un intervento chirurgico e io ero senza partner per il doppio in quel periodo. È stato un colpo di fortuna l’aver cominciato a giocare assieme. E dopo quell’inizio, abbiamo avuto un percorso fantastico e costruito una grande amicizia. Ovviamente, per me è stato molto triste che lei si sia cancellata da questo torneo, però, lo ripeto, quello che conta di più è che la nostra amicizia rimanga. Ora faremo altre cose assieme, al di fuori del tennis.

Lucie Safarova e Bethanie Mattek-Sands – Roland Garros 2017 (foto Roberto Dell’Olivo)

E per quanto riguarda la scelta importante?
Penso che ogni volta che ho scelto un allenatore sia stato un passo importante per la mia carriera. Devo dire che tutti loro mi hanno soddisfatta, mi hanno aiutata a progredire, quindi sono tutti stati delle scelte giuste. E guarda che non è facile per un giocatore di tennis scegliere il coach giusto, perché, sai, devi avere la stessa visione sull’evoluzione del tuo gioco per muoverti nella direzione corretta. Può essere complicato.

Quella del ritiro è stata una decisione difficile da prendere per te oppure è venuta facilmente? Hai deciso da sola o ti sei consultata con la famiglia e gli amici?
Beh, non è stata certo una decisione facile, ma era qualcosa a cui stavo pensando da tanto tempo, più di un anno forse. E la causa è stata la mia malattia. Perché sai, ripartire da zero dopo esser stata lontana dai campi è molto difficile, soprattutto quando il livello della competizione è così alto. D’un tratto, ho iniziato a capire che tutto questo, i viaggi ed essere nel circuito, non mi rendeva felice come prima. Ho deciso, con calma, che era arrivato il tempo di fermarsi. Non volevo resistere a tutti i costi e riempirmi di ricordi negativi sul tennis, volevo fermarmi mentre ero ancora felice di giocare. Naturalmente, mi sono consultata con tutti i miei amici e con la mia famiglia; perché, per prendere una decisione del genere e capire se sia davvero giusta, credo che tu abbia bisogno che tutte le persone che ti sono vicine ti diano un altro punto di vista. Ed ecco, così ho fatto questa scelta.

Hai detto che il livello della competizione si sta alzando continuamente.
Sì.

Questo è probabilmente il tabellone più imprevedibile dell’Open di Francia da molto tempo a questa parte. Chi vedi come favorita per la vittoria?
Chi vedo favorita? Beh, come hai detto tu, è davvero imprevedibile! Voglio dire, ti potrei dire che Kiki Bertens sta giocando davvero bene e potrebbe essere lei la sorpresa del torneo, vincendolo (l’intervista è stata rilasciata prima del ritiro della giocatrice olandese, ndr). Naturalmente, Simona. E Serena, se gioca bene, è sempre un’avversaria fortissima. È davvero difficile sceglierne una. Penso che sia una bella cosa che ci sia così tanta competizione, oggi abbiamo, direi, almeno cento giocatrici ad un livello incredibile. E per essere là in mezzo a giocartela, devi essere al 100%.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

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Interviste

Nadal: “Si può tornare a giocare solo in sicurezza. Anche a porte chiuse”

Le parole dello spagnolo a ‘La Stampa’ nel giorno del suo compleanno: “Mi manca gareggiare. La pandemia ci ha cambiato tutti e anche il tennis dovrà cambiare”

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Ci è voluta la pandemia di coronavirus per impedire a Rafael Nadal di festeggiare il compleanno sollevando al cielo di Parigi la coppa del Roland Garros, un’immagine vista dodici volte negli ultimi quindici anni. Il COVID-19 è riuscito nell’impresa che solo Soderling, Djokovic e quell’infortunio al polso che nel 2016 costrinse Rafa a ritirarsi alla vigilia del terzo round erano riusciti a compiere. Ad ogni modo, non è detto che il campione spagnolo, che oggi spegne 34 candeline, non possa aggiungere al suo palmarès la tredicesima Coppa dei Moschettieri in autunno, se lo Slam parigino si disputerà. Stefano Semeraro l’ha intercettato per un’intervista, pubblicata su ‘La Stampa’.

Quello che mi manca di più è gareggiare” ha risposto Rafa alla domanda su quanto gli sia mancato quest’anno non passare il compleanno nel circolo in cui ha scritto la storia dello sport dal 2005 in poi. In fondo però, non poter essere sulla sua “isola felice”, a Bois de Boulogne, è quasi irrilevante; la competizione è il vero motore della sua vita. “Io ho una vera passione per lo sport in generale, e per il tennis in particolare, quindi mi manca fare quello che amo di più: giocare a tennis ha concluso. Per quanto riguarda la quarantena forzata: “Essere chiusi in un appartamento non piace a nessuno, credo. Ma ho apprezzato il tempo che ho potuto passare con mia moglie”.

Nei giorni in cui la Spagna viveva i momenti più critici dell’epidemia, il mancino di Manacor provava a dare coraggio ai suoi connazionali da casa sua. Ha anche pubblicato qualche video mentre si metteva alla prova ai fornelli: “Ho avuto più tempo per tutte le cose che di solito non riesco a fare nei tornei, tipo cucinare. Un’attività a cui mi dedico di solito a Wimbledon, perché lì affittiamo una casa. Il mio piatto forte? Il pesce al forno con la cipolla e le patate. E qualche dolce, in particolare torte con il pan di Spagna”. Secondo Rafa la pandemia “ci ha cambiato tutti. Ci ha fatto apprezzare tante cose a cui prima non badavamo. Il primo giorno che ho potuto uscire mi sono goduto una passeggiata come fosse una cosa eccezionale. E prima mai avrei pensato di fare una passeggiata… Credo che dovremo riflettere molto anche sui sistemi sanitari dei nostri Paesi. Mi ha molto colpito il tremendo lavoro di medici e infermieri, delle forze dell’ordine, e il senso di responsabilità dei cittadini”.

 

Ma nonostante la società sia inevitabilmente cambiata, per una star come Nadal il ritorno alla normalità è qualcosa a cui bisogna iniziare a pensare: “Spero che torneremo alla vita di prima il più presto possibile. Anche il tennis dovrà cambiare adesso, so che il presidente dell’ATP Andrea Gaudenzi ci sta lavorando ma non possiamo avere certezze. Ci sono fattori che non si possono controllare”. Al momento si parla di un recupero della stagione sul rosso in autunno. Nadal è aperto a tutte le soluzioni ma a patto che “ci siano le condizioni di sicurezza per tutti, non solo per i giocatori, ma anche per tutti quelli che sono coinvolti nel torneo. Ciò che sappiamo ora è che la Federazione francese vuole giocare. Ovviamente non sarà il Roland Garros che tutti conosciamo”.

Rafael Nadal, trofeo – Roland Garros 2019 (via Twitter, @rolandgarros)

Si prenderà in considerazione anche l’idea di disputare gli Internazionali d’Italia indoor. A Nadal, nove volte vincitore a Roma, va bene qualunque soluzione “anche se si dovesse giocare a porte chiuse, seppur non è una situazione che mi piaccia” ha commentato. Il suo pensiero è sicuramente più positivo rispetto a quello di Roger Federer, che non riesce a contemplare l’idea di uno stadio completamente vuoto – e qualcuno lo ha definito egoista. I due si sono sfidati ben sei volte al Roland Garros. Rafa ha sempre vinto contro Re Roger, ma se dovesse scegliere una vittoria preferita tra le dodici non opterebbe per una delle quattro finali giocate contro la sua nemesi: “Se proprio devo scegliere prendo i titoli al rientro da un infortunio. E poi l’ultimo, che è sempre speciale perché non si mai cosa ti riserva il futuro”.

Se e quando il testa a testa nella classifica dei trionfi Slam tra Rafa e Roger (senza dimenticare Nole) riprenderà, ancora non possiamo dirlo con certezza. Per Nadal, lo svizzero e il serbo resteranno ancora i due principali avversari negli Slam, ma ci sono anche altri nomi da tenere d’occhio: Sulla terra Thiem è sicuramente il più pericoloso al di fuori di Novak e Roger, insieme a tanti altri giovani che cominciano a farsi avanti. Da ragazzo non mi sarei mai aspettato di raggiungere questi risultati. Di Slam mi piacerebbe vincerne ancora tanti, ma non è un’ossessione. Sono però sicuro di una cosa: una volta che sarà finita sarò molto felice di quello che ho fatto”.

Ha poi chiuso l’intervista con qualche considerazione sulle due giovani stelle che il tennis italiano spera di riveder splendere al più presto, Jannik Sinnerche Piatti ha intenzione di portare proprio ad allenarsi con Rafa – e Matteo Berrettini: “Ho visto giocare Sinner, e mi sono allenato con lui in Australia: può diventare molto forte, e ha un team molto professionale che lavora per lui, questo è importante. Mi aspetto grandi cose da lui, però bisogna lasciarlo tranquillo. Berrettini ha già dimostrato di essere un grande giocatore, ha fatto semifinale a New York e partecipato alle ATP Finals e mi piace il suo atteggiamento in campo e fuori”.

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Interviste

Guillermo Pérez Roldan: “Sono stato maltrattato da mio padre, lo sapevano tutti”

In un’intervista a ‘La Nacion’, l’ex tennista argentino ha raccontato una terribile storia di abusi subiti dal padre, che lo allenava. “Ho ricevuto un pugno in faccia, un’altra volta mi ha infilato la testa nel gabinetto, un’altra volta ancora mi ha preso a cinghiate”

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Guillermo Pérez Roldán e suo padre Raùl (credit "Historia del Tenis en la Argentina/R. Andersen y E. Puppo")

Questo articolo è una traduzione dell’intervista rilasciata da Guillermo Pérez Roldan a Sebastián Torok per La Nacion (giornale argentino)


Dopo una sconfitta si presentò in camera mia e iniziò a prendermi a frustate perché diceva che in campo non ero stato abbastanza reattivo”. È una confessione scottante e inedita quella che Guillermo Pérez Roldan, ex giocatore argentino di ottimo livello che nel 1988 toccò anche il numero 13 delle classifiche mondiali, ha affidato al media argentino “La Nación”. Guillermo ha aperto il suo libro dei ricordi con il giornalista Sebastian Torok, raccontando gli abusi e i maltrattamenti del padre-allenatore. E ha evidenziato con amarezza che gran parte del mondo del tennis argentino ignorò la situazione pur essendone a conoscenza.

Quello di Pérez Roldan è un nome che potrebbe non dire nulla agli appassionati di tennis più giovani, ma coloro che hanno più di 35 anni lo ricorderanno bene. Lo chiamavano “Rocky” per la potenza del dritto e per la forza fisica, come detto arrivò a essere numero 13 ATP e vinse 9 titoli nel singolare, il primo dei quali – a Monaco di Baviera nel 1987 – gli permise di diventare il tennista più giovane della storia a vincere un titolo del circuito maggiore, a 17 anni e 6 mesi di età. In Argentina Guillermo è ricordato anche per un tiratissimo incontro di Coppa Davis del 1988 contro gli Stati Uniti, quando diede battaglia a Buenos Aires a John McEnroe e Andre Agassi (l’Argentina perse comunque 4-1).

 

Non solo: per la sua avvenenza fisica, non era raro trovare Pérez Roldan sulle copertine di riviste non solo sportive. Ma la sua carriera è stata interrotta prematuramente da un infortunio al polso destro. Le sue ultime apparizioni in campo risalgono al 2006. Dal suo ritiro dalla scena del tennis in poi, Guillermo si è allontanato dalla luce dei riflettori e molto raramente ha concesso interviste. Ha mantenuto un profilo basso, insomma, portando avanti una carriera da allenatore. Oggi l’ex giocatore argentino vive proprio a Santiago, la capitale del paese andino, ma spesso è in Italia per lavoro: svolge un incarico per lo sviluppo e la crescita del TC di Cagliari ed è anche consulente della FIT.

Nel metodo di lavoro di Raúl Pérez Roldan, padre di Guillermo e creatore della prolifica scuola di tennis di Tandil, la disciplina e la severità sono state regole non negoziabili. Negli anni Ottanta aveva formato un team di giovani tennisti tra i quali c’erano i figli Guillermo e Mariana (anche lei tennista di ottimo livello: fu n. 51 WTA nel 1988), ma anche nomi noti come Franco Davin e Patricia Tarabini. Ma, secondo le parole di Guillermo, Raúl ha oltrepassato il limite causando sofferenze soprattutto ai suoi figli.

La Nacion ha contattato Guillermo Pérez Roldan pensando a un’intervista-amarcord, incentrata sui migliori momenti della carriera tennistica di Guillermo. In un primo momento, il padre Raúl è stato menzionato solo in un paio di passaggi. “Lo dico senza paura – ha affermato Guillermo – è stato un visionario del tennis, straordinario nella cura dei dettagli tecnici, insomma, un ottimo allenatore. E aveva creato un sistema perfetto nella sua scuola di tennis. Ma purtroppo era mio padre. Avrei preferito avere un allenatore peggiore e un padre migliore, semplicemente. Oppure avrei preferito fare l’avvocato, per esempio, in modo da non essere allenato da lui. È un lato oscuro della mia vita. Oggi, comunque, come tecnico, mi tolgo il cappello di fronte a lui. E spero che un giorno potremo riavvicinarci, perché alla fine è sempre mio padre: oggi non abbiamo più alcun contatto”.

Poi, poche ore dopo l’intervista, Guillermo – che compirà 51 anni a ottobre e aspetta la nascita del terzo figlio – ha ricontattato “La Nación” tramite WhatsApp. Aveva deciso, dopo aver riflettuto molto, di sfogarsi. Di raccontare il suo incubo. Aveva bisogno, evidentemente, di riportare alla luce una situazione che lo angustiava da quasi trent’anni. E così ha fatto, prima con dei file audio, poi rispondendo ad altre domande del giornalista.

Avrei voluto un padre migliore“, ha raccontato Guillermo. “Vedremo se un giorno mi abbraccerà e smetterà di vedermi come un modo per fare soldi. Come ero in campo, così sono nella vita: non mollo mai, prima di perdere le speranze devono proprio stendermi. È un peccato. Ho due figli e sta per arrivare il terzo: fatico ancora a credere a quel che è successo. Fa male, tanto, anche se sono passati tanti anni: oggi continuo a lavorare nel tennis, a cinquant’anni suonati, e ho più voglia di vivere che mai. Ma la verità è questa. La sanno in molti, ma nessuno la dice. E io non l’ho mai confessata a un giornalista. Però è andata così. Un giorno, appena persa una partita, sono tornato in camera e ho ricevuto un pugno in faccia da mio padre. Un’altra volta mi ha infilato la testa nel gabinetto, un’altra volta ancora mi ha preso a cinghiate. Oppure potrei raccontarvi di quando i miei genitori hanno firmato documenti per prosciugarmi il conto in banca: quattro-cinque milioni di dollari guadagnati giocando a tennis che sono spariti da un giorno all’altro”.

E così, proprio colui che in casa non fa mostra di alcuno dei trofei vinti perché “rimanere troppo attaccati al passato ti impedisce di guardare avanti”, ha deciso di dire tutto riguardo ai tempi che furono. “Ho sempre tenuto riservata la mia vita privata, ma mi sono stancato di nascondere a tutti le cose che ho subito. Sono stato maltrattato fisicamente, e lo sapevano tutti. La cosa era iniziata con mia sorella, poi, quando ho iniziato a guadagnare di più, lei passò in secondo piano. Mio padre è stato un allenatore fenomenale tanto quanto un padre di m… Vincere una partita era un sollievo perché voleva dire sfuggire alla sua ira. Avevo diciannove anni, vincevo parecchio ma non potevo godermi nulla. Un giorno gli chiesi di continuare il suo cammino senza di me, dicendogli che in caso di bisogno lo avrei chiamato. Comprati un cavallo, gli dissi, ma lasciami tranquillo“.

Dopo di lui non ho avuto altri coach. Per molti anni ho giocato da solo o con degli allenatori a gettone come Kiko Carruthers, che mi seguivano solo per determinati tornei. Tutto quello che ho raggiunto come giocatore di tennis lo devo a mio padre, ma io mi riferisco alla vita familiare, che era un disastro. Nel 1987, a 17 anni, vinsi tre titoli ATP. Un giorno, dopo aver vinto a Buenos Aires, mi trasferii a Itaparica. Al primo turno incontrai un ragazzo di nome Tore Mainecke, fu un match difficile per il cambio di superficie e per il caldo che faceva. Fui sconfitto e dopo la partita mio padre entrò in camera mia e iniziò a prendermi a cinghiate perché diceva che non ero stato abbastanza reattivo”.

Guillermo è un fiume in piena. E spiega anche che Raúl non si limitava ai maltrattamenti fisici. “Mio padre ha smesso di picchiarmi a 18 o 19 anni, perché altrimenti avrei smesso di giocare, glielo dissi chiaramente. Successe dopo un torneo a Palermo, mi pare nel 1989. Mi sedetti sull’aereo e gli dissi: Guarda, dall’anno prossimo voglio viaggiare da solo, altrimenti tirerò solo pallate fuori dal campo e perderò il ranking. Oppure appenderò la racchetta al chiodo’. Non ce la facevo più. Da lì le cose sono in parte migliorate, ho iniziato a godermi di più gli anni della giovinezza, fino a quando mi sono sposato per la prima volta a 24 anni. Quel giorno scoprii che mio padre si prese tutti i miei soldi senza nemmeno avvisarmi. Erano conti familiari con tre firme. Gli assegni dell’ATP erano a mio nome, ma firmando insieme i miei genitori potevano prelevare denaro. A quell’età ti fidi di tuo padre. Io ho scoperto tutto nel 1994, a 24 anni. Non avevo più nulla, inoltre fui costretto a terminare la mia carriera per un infortunio e iniziai a lavorare con Guillermo Vilas. La vita mi ha portato in Italia, dove ho vissuto per dieci anni. Sono stato molto bene e poi mi sono trasferito qui in Cile, ma le mie figlie sono in Italia”.

Pérez Roldan passa poi a raccontare un episodio risalente al suo secondo matrimonio, celebrato in Cile qualche anno dopo. “Mia moglie mi convinse a invitare i miei genitori. Mio padre mi chiese perdono davanti a tutti, poi mi disse che avremmo potuto risolvere anche i problemi relativi ai soldi. Ma poi ha rovinato di nuovo tutto. Sono andato a Tandil e gli ho detto: restituiscimi qualcosa di quel che mi hai tolto. Ma lui si è rifiutato più volte. A quel punto gli ho detto: papà, tu per la tua strada e io per la mia. Ora conto solo sul mio lavoro”.

Una storia terribile che assume connotati ancora più sgradevoli quando Guillermo racconta la verità sull’infortunio che ha posto fine alla sua carriera a soli 24 anni: “Nel 1993 dopo il Roland Garros ero a Genova con mio padre, avevo un giorno libero e allora decidemmo di andare a Milano per vedere Mariano Zabaleta, impegnato al Torneo dell’Avvenire. Durante il viaggio decidemmo di fare una sosta in un’area di servizio. Fu lì che, mentre parlavo al telefono, mio padre venne aggredito da due persone, litigarono per un motivo stupido, sulla precedenza nel fare benzina. Mi avventai su di loro e tirai alcuni pugni. Mi feci male, misi del ghiaccio sulla mano e continuammo per la nostra strada, ma il giorno dopo mi svegliai col polso destro gonfio che pareva quello di un elefante. Capii di aver riportato una frattura. Tornammo in Argentina, per il resto della stagione riuscii a giocare pochi tornei e sempre con infiltrazioni. Mi sono operato svariate volte ma non sono mai riuscito a risolvere davvero il problema e ancora oggi la mano non è a posto. Insomma, non mi sono infortunato giocando. Al massimo, a causa dell’attività tennistica ho avuto qualche problema agli addominali. La causa del mio ritiro fu l’aver difeso d’impeto mio padre nonostante tutto quel che aveva fatto. E lui mi ha ripagato comportandosi malissimo. Non gli ho mai fatto causa, ma mi ha preso tantissimi soldi. Dei guadagni dei primi anni della carriera non ho più niente”.

Ma nonostante tutto, Guillermo dice che riabbraccerebbe volentieri suo padre e sua madre. “È già accaduto che sembrava volesse riavvicinarsi a me, come durante il matrimonio, ma poi è tornato a pugnalarmi alle spalle. Quindi è difficile pensare che questo possa succedere davvero. Ma mi piacerebbe, finché siamo entrambi in vita. Io ho avuto il mio percorso e con mia moglie abbiamo vissuto altre sofferenze terribili, come la morte di sua sorella a 36 anni e delle figlie di 6 e 9 anni in un incidente stradale, tre anni fa qui in Cile. Insomma, dei soldi ormai mi interessa poco. Però si tratta sempre dei miei genitori. Vorrei parlare con loro e chiedere perché mi hanno fatto tutto questo male”.

E alle figlie Agustina (di 25 anni) e Chiara (14 anni), Guillermo ha mai raccontato questa storia? “Loro non hanno alcun rapporto con mio padre. Ma hanno intuito delle cose col passare del tempo. Gli unici a sapere davvero tutto sono mia moglie e i miei amici più intimi: Franco Davin, Eduardo Infantino, Mariano Zabaleta. Oggi rendo pubblica la mia storia perché spero che chi dovesse vivere qualcosa di simile abbia quel coraggio di denunciare tutto che io non ho mai avuto”.

Il quotidiano argentino “La Nación” ha tentato di mettersi in contatto con Raúl Pérez Roldan per conoscere la sua versione dei fatti, senza successo.

Si ringrazia per la traduzione Gianluca Sartori

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Interviste

[ESCLUSIVO] Istomin: “Sono d’accordo con Djokovic, il vaccino deve essere una scelta”

Dal suo isolamento in Kazakistan, Denis Istomin parla di questi mesi senza tennis, di aiuti economici, di vaccini e della possibile ripresa del circuito

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Denis Istomin - Australian Open 2017 (foto Roberto Dell'Olivo)

Intervista di Silvia Aresi

La maggior parte degli appassionati italiani conosce Denis Istomin almeno per l’impresa compiuta all’Australian Open nel 2017, quando al secondo turno sconfisse in cinque set l’allora numero due del ranking, nonché campione in carica Novak Djokovic. La classifica congelata ATP vede il tennista uzbeko, classe 1986, occupare la posizione 156, ma il suo best ranking risale al 2013, quando si issò fino al numero 33.

Dove hai vissuto durante questi mesi di quarantena?
Sono stato, e mi trovo tuttora, ad Almaty (città del Kazakistan, ndr), con la mia famiglia.

 

Hai ripreso ad allenarti e giocare a tennis in questi giorni?
Ad Almaty hanno appena riaperto i circoli di tennis, quindi per il momento sto facendo allenamento fitness, probabilmente riprenderò a giocare a tennis il 25 Maggio.

Hai avuto modo di parlare con qualche tuo collega durante questi mesi, a proposito della situazione attuale? Nadal ha detto che, a suo avviso, il circuito ATP non ripartirà nel 2020. Qual è l’opinione diffusa tra voi professionisti al riguardo?
Ho parlato con alcuni colleghi riguardo alla situazione che stiamo vivendo. Secondo me, e secondo altri giocatori, il tennis professionistico non riprenderà nel 2020.

Vale lo stesso anche per i due restanti tornei Slam, US Open e Roland Garros?
Mi piacerebbe che si disputassero. Ma, secondo me, c’è una probabilità molto, molto bassa che questo accada.

Cosa pensi della decisione della Federazione francese di posticipare l’evento?
Hanno fatto ciò che era conveniente per loro e non hanno tenuto conto del calendario o dei giocatori. In questa situazione, se ci sarà comunque un torneo, allora di certo sarà un bene per la maggior parte dei giocatori, perché ciò che vogliono davvero è poter giocare.

Djokovic, Federer e Nadal hanno proposto la creazione del Player Relief Fund per aiutare i colleghi che si trovano fuori dalla top 100 ATP. Cosa pensi di questa iniziativa?
Penso che sia una grande idea, perché sono tempi davvero difficili per tutti i giocatori, ma soprattutto per quelli di basso ranking, che non hanno possibilità di giocare Slam e tornei ATP, e sicuramente molti di loro stanno pensando di abbandonare il tennis professionistico. Spero che il denaro promesso dal Fondo li aiuti a mantenere alta la motivazione per continuare a giocare.

Dominic Thiem ha inizialmente criticato il progetto, dicendo che alcuni giocatori, in tornei come i Futures, non si impegnano realmente. Sei d’accordo con queste affermazioni?
Non gioco i Futures da diverso tempo, ad ogni modo ognuno ha la propria opinione! Di sicuro esistono giocatori che non si impegnano un granché qualche volta! Allo stesso modo ci sono molti giocatori che lavorano duramente e non hanno denaro per viaggiare e raggiungere quei tornei, non hanno possibilità di essere seguiti da un coach. Se vedete il montepremi dei Futures negli ultimi 20 anni non c’è stato un grande incremento. Non posso dire di essere al 100% in accordo o in disaccordo. Entrambi i punti di vista hanno un senso. L’unica cosa che non mi piace è che Dominic lo abbia detto pubblicamente, avrebbe dovuto riferirlo all’ATP o parlarne tra giocatori.

Lo stesso Thiem, e anche Matteo Berrettini, hanno dichiarato che ognuno dovrebbe essere libero di decidere a chi fare donazioni per scopi benefici, per esempio un ospedale o altre fondazioni, e che non spetta all’ATP obbligare nessuno ad aderire al Player Relief Fund. Cosa pensi al riguardo?
Su questo sono d’accordo. Ognuno ha la propria situazione finanziaria, e credo che ognuno debba contribuire secondo le proprie possibilità, non dovrebbero esserci obblighi. Ciascuno dovrebbe decidere per se stesso come e chi aiutare o meno.

Novak Djokovic ha rivelato che, in caso di vaccino obbligatorio contro il COVID-19, si opporrebbe. Questo ha sollevato un polverone, con molte accuse a Novak di essere contrario alla scienza. Qual è la tua posizione al riguardo?
Lasciamo che accusino anche me, allora! Ma sono d’accordo con Novak! Non può esserci una vaccinazione obbligatoria, ogni persona deve avere una scelta fra il vaccinarsi o meno.

Hai qualche idea su quando il circuito tennistico riprenderà con i tornei ATP?
Penso che i prossimi due anni saranno veramente difficili per il circuito ATP! Spero si riprenda presto, ma dobbiamo essere preparati allo scenario peggiore. Dal momento che la pandemia non è ancora terminata, l’obiettivo principale resterà la salute.

Cosa pensi dell’iniziativa di Patrick Mouratoglou, l’Ultimate Tennis Showdown, il torneo di esibizione da lui organizzato?
È un’ottima idea! I tennisti hanno bisogno di giocare partite, non importa se sono esibizioni o tornei. Spero che tutte le federazioni di tennis seguiranno il suo esempio e organizzeranno qualcosa del genere per i propri giocatori.

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