Sascha Bajin: “Naomi, quanto mi manchi”

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Sascha Bajin: “Naomi, quanto mi manchi”

Nel suo libro di prossima uscita, il coach non esclude la possibilità di una nuova collaborazione con Osaka: “Fa ancora male ma non ho rancore né rimpianti”. E chiarisce: “Non abbiamo mai litigato per i soldi”

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Coach WTA del 2018, Sascha Bajin sta per pubblicare il libro “Strengthen Your Mind: 50 Habits for Mental Change” in cui racconta delle sue esperienze con Naomi Osaka, Serena Williams, Vika Azarenka, Sloane Stephens e Caroline Wozniacki e dispensa cinquanta non sfumati consigli su come diventare “la miglior versione possibile di te stesso”. Del libro, che uscirà il prossimo 11 luglio in giapponese, il sito della WTA riporta alcuni stralci in esclusiva a cura di Mark Hodgkinson, colui che ha collaborato con Bajin alla stesura.

L’ex allenatore di Naomi si sofferma sulla collaborazione durata poco più di un anno con l’attuale regina del tennis mondiale. E lo fa solo con parole dolci, forse anche troppo. Con un non esaltante saldo di 12-7 per quanto riguarda vittorie e sconfitte dopo la separazione, Osaka è ora allenata da Jermaine Jenkins, mentre Sascha collabora con Kiki Mladenovic, proprio colei che ha sconfitto Naomi al rientro dopo Melbourne.

Nonostante i presenti impegni e pur amareggiato, il coach tedesco non parla da uomo ferito: Adesso fa ancora male, ma di certo non serbo rancore verso Naomi per aver terminato la nostra relazione. Ero presente per aiutarla a realizzare i suoi sogni ed è sempre stata una sua decisione se continuare o meno a lavorare inseme”. E, ancora, scrive: “Potrei perfino vedermi lavorare di nuovo con Naomi se lei lo volesse. Mi piace pensare che non sia finita e che potremmo lavorare ancora insieme più avanti.

Sembra un po’ l’amante lasciato malamente, il quale continua tuttavia a illudersi che alla fine lei ritorni da lui, tanto che giova ricordare che la relazione tra il giovane uomo e la giovane donna era strettamente professionale. “Nel tennis, ci sono stati casi in cui giocatore e coach si sono separati e poi sono tornati insieme” ci ricorda Sascha e non a torto, “quindi non sarebbe la prima volta; non sarebbe così insolito. Naomi ha intrapreso un percorso diverso per ora e lo stesso vale per me, ma chissà cosa accadrà in futuro. L’importante è lasciare aperta la porta.

Nel suo libro, Bajin introduce così il fatidico episodio della rottura: “Ho messo tanto amore nell’aiutare Naomi, così come dedizione e lavoro duro, e sono orgoglioso di quanto ha ottenuto”. Forse mostrando scarsa immaginazione o poca conoscenza di altre realtà lavorative, aggiunge che non riesco a pensare a un altro impiego che abbia così poca stabilità come quello dell’allenatore che lavora con un tennista di élite, dal momento che il giocatore può decidere improvvisamente di troncare la collaborazione in qualsiasi momento. Eppure, ciò non mi aveva preparato alla devastante chiamata dell’agente di Naomi per informarmi che lei intendeva porre termine alla nostra relazione.

L’amica della tua ragazza ti telefona per dirti che è finita: un classico. Il ricordo continua: “Naomi e io ci eravamo incontrati quello stesso giorno insieme al resto del team, ma ancora credevo che avremmo potuto risolvere, che lei ancora mi volesse al suo fianco. Mi rattrista che sia finita proprio pochi giorni dopo che Naomi aveva vinto il suo secondo Slam”, quell’Australian Open che l’ha anche portata in vetta alla classifica. Bajin pensava di poter lavorare con lei per altri cinque anni per poi smettere di fare il coach giramondo perché, a quel punto, “avrei raggiunto tutto ciò che desideravo nello sport”. La dichiarazione di amore tennistico non accenna a placarsi: “Non c’è nulla che non avrei sacrificato per aiutare Naomi. Lei ne è pienamente consapevole. Dormo bene la notte perché non avrei potuto fare di più per lei.

 

Come spesso accade, Bajin ha dovuto fare i conti con le ipotesi, anche le più fantasiose, che spuntavano sui social media, alcune delle quali lo divertivano mentre ad altre era stato tentato di rispondere, salvo poi evitare di farlo perché “avrebbe ingigantito la storia”. Come già aveva rimarcato Osaka, Sascha conferma nel suo libro che “non abbiamo mai litigato per i soldi.

Lui stesso ammette che quella fine brusca e inaspettata – dopo che nel 2018 erano stati separati solo per 13 giorni – dà la sensazione di una rottura sentimentale. È stato intenso. È normale che mi manchi lavorare con lei e averla intorno. Mi mancano il suo carattere tranquillo, il suo sorriso timido, il suo sarcasmo. Mi manca guidare dalla mia casa di Palm Beach Gardens all’Accademia di Chris Evert a Boca Raton dove ci allenavamo. Più di tutto, mi mancherà parlarle. Tengo davvero a Naomi e credo che lei sia una ragazza dolcissima. Parole che scaldano il cuore. O che danno lavoro ai dentisti.

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Cecchinato subito eliminato a Umago: uscirà dalla top 60. Sinner vola al secondo turno

UMAGO – Il campione in carica Marco Cecchinato gioca un’altra brutta partita: Bedene lo domina e adesso affronterà Sinner. Terza vittoria tra i pro per il 17enne

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Marco Cecchinato - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Umago, il nostro inviato

CECK ANCORA OUT – Tocca al campione uscente Marco Cecchinato inaugurare le ostilità del primo turno sul Centrale (per la precisione, Goran Ivanisevic Stadium). Sì, proprio come a Wimbledon. La differenza fra i due tornei resta tuttavia evidente anche a un occhio poco allenato e indiscutibilmente daltonico: la solita quantità industriale di terra che uno non sa se portare la racchetta oppure paletta e secchiello e la vicinanza del mare (questione di metri) rendono le condizioni di gioco umaghesi più lente rispetto a quelle dello Slam londinese. E, poi, qui non arrivano in fondo sempre i soliti. Ma di Cecchinato si parlava…

Marco gioca contro lo sloveno n. 87 ATP Aljaz Bedene che, con geografica coerenza, si è messo di traverso sulla strada croata dell’italiano. Un ostacolo non di poco conto, visto che il nostro ci ha perso complessivamente 6 volte su 6. Non va diversamente in questa circostanza: Bedene serve come un treno, sbaglia poco, tira vincenti, insomma, non sembra neanche lui; Marco, invece, dà l’impressione di perdere fiducia quasi all’improvviso in entrambi i parziali. Le sue accelerazioni non fanno male, sbaglia per primo e, spesso, anche i suoni dei suoi impatti non convincono. Aljaz va in vantaggio al quinto gioco e non deve neanche servire per chiudere perché arriva un secondo break dopo che Ceck scaglia una palla nella laguna. L’azzurro ha finalmente tre possibilità di strappare la battuta a Bedene, ma il servizio dell’altro è on fire e non riesce a giocarsele. Un paio di brutte scelte del palermitano al gioco successivo, il sesto, e il match praticamente finisce lì, con lo sloveno che mantiene un livello altissimo fino al termine. Sesta sconfitta consecutiva per Marco che uscirà dai primi 60 del ranking.

SINNER, SÌ! – Un plauso agli organizzatori del torneo per la wild card concessa al diciassettenne nato a San Candido con la conseguente possibilità per i tifosi italiani (e non solo) di vederlo dal vivo. In verità, per un set e mezzo non c’è stato molto da vedere; poi, Jannik Sinner si è sbloccato e ha preso in mano il match contro Pedro Sousa decidendone il destino a proprio favore. Il primo parziale se ne va in fretta, tra solidità portoghese ed errori italiani; Jannik soffre parecchio il dritto incrociato di Sousa e deve anche sentire la tensione se quel tentativo di contro-smorzata gli resta orribilmente sulle corde. La palla scagliata verso il parcheggio coincide con il set perso con un solo gioco a referto e anche la seconda partita inizia in salita.

Nonostante le difficoltà, Sinner non dà l’idea di mollare, rimane in scia e, complice un facile smash sbagliato da Sousa, riveste l’avversario di più abbordabili panni, iniziando a mostrare tutto ciò di cui è capace – e non è poco. Cinque giochi di fila gli valgono il secondo parziale, poi brekka al quinto gioco del terzo, ma un evidente quanto inopportuno rilassamento gli impedisce di consolidare il vantaggio da 40-15. Nessun problema, la palla continua a uscirgli dalle corde che è uno spettacolo e può anche permettersi di sprecare un’occasione per andare a servire per il match con un’ingenuità da… teenager perché la ricrea subito dopo, trasformandola. Con autorità (e una fucilata di dritto), Jannik passa al secondo turno dove troverà proprio Aljaz Bedene, un risultato che dovrebbe proiettarlo fra i primi 200 del mondo.

 
Jannik Sinner – Roma 2019 (foto Felice Calabrò)

QUALIFICAZIONI – Diventano sette gli italiani in gara a Umago: dalle “quali”, esce vittorioso Salvatore Caruso al termine di una battaglia di quasi tre ore con Tommy Robredo. In svantaggio 1-3 nel terzo, il ventiseienne di Avola infila 5 giochi consecutivi nonostante – o, forse, grazie anche a – una discussione con il supervisor, che Caruso fa chiamare dopo che l’arbitro lo ha sanzionato con un punto di penalità mentre si apprestava a giocarsi una palla break. Anzi, secondo il giudice di sedia, non si apprestava affatto, visto che la sanzione è arrivata per una violazione di tempo, evento molto raro (pressoché impossibile in caso di nome altisonante) quando si tratta del giocatore in ribattuta. A ogni modo, Robredo quasi scompare e Caruso entra nel main draw, impresa che gli riesce per la quinta volta consecutiva (tra cui anche Parigi e Wimbledon) e affronterà Corentin Moutet.

È però l’unico nostro rappresentante a farcela: dopo le eliminazioni all’esordio di Fabrizio Ornago e Filippo Baldi, all’ultimo turno è caduto Stefano Napolitano che si è aggiudicato il primo set al tie-break contro Marco Trungelliti, ma ha poi subito la rimonta argentina.

Risultati:

A. Bedene b. [5] M. Cecchinato 6-3 6-2
[WC] J. Sinner b. P. Sousa 1-6 6-3 6-4
J. Vesely b. C-M. Stebe 7-6(5) 3-6 7-6(2)

Il tabellone completo

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WTA ranking: Simona Halep torna in top 5, sale Gauff

Serena sale al numero nove, per il resto pochi scossoni al vertice. Gran balzo della giovanissima ‘Coco’

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Simona Halep - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Le esplosioni, piccole o grandi le riteniate, in effetti si sono verificate: il secondo trionfo Slam di Simona Halep, certo non la più pronosticata o pronosticabile della vigilia; il ritorno di Serena Williams all’altare di una finale Major; la brutale detronizzazione subita dalla campionessa uscente Angie Kerber e infine, forse soprattutto, la corsa a perdifiato della quindicenne Cori Gauff. Molti spunti, ma a livello di smottamenti ai vertici della classifica poca roba.

Top 10 sempre comandata dalla campionessa del Roland Garros Ashleigh Barty e movimenti perlopiù insignificanti con una sola new entry, quella di Aryna Sabalenka: la bielorussa sostituisce la contristatissima Angie Kerber, sconfitta nel secondo turno dei Championships da Lauren Davis e costretta a cedere otto posizioni per assestarsi alla tredici WTA. Guadagna una posizione Serenona, oggi numero nove con la miglior classifica post-maternità ma soprattutto torna tra le prime cinque la neo campionessa Halep, che guadagna tre slot e si piazza ai piedi del podio ancora occupato da Barty, Osaka e Karolina Pliskova, tutte e tre con differente intensità deluse dall’esperienza sui prati.

La giocatrice di Costanza è la più assidua frequentatrice della top 5 vista negli ultimi anni: dai tempi del debutto nell’élite datato marzo 2014, Simona ha abbandonato il gruppo solo per otto settimane tra aprile e maggio 2016, per una settimana nel maggio dell’anno successivo e per le cinque settimane antecedenti l’inizio della trionfante trasvolata londinese.

Allargando gli orizzonti, è opportuno segnalare i nomi di alcune atlete che dalle settimane di Wimbledon hanno tratto una certa soddisfazione: è il caso di Petra Martic, al debutto tra le prime venti dopo gli ottavi raggiunti e ceduti a Elina Svitolina e di Karolina Muchova, per la prima volta nella top 50 e prima giocatrice dai tempi di Na Li 2006 a raggiungere i quarti all’esordio assoluto nel tabellone principale di Church Road. Due settimane di grazia anche quelle vissute da Barbora Strycova, inattesa semifinalista con scalpi di Kiki Bertens, Elise Mertens e Johanna Konta oltreché campionessa in doppio e nuova numero 32 WTA dopo aver guadagnato ventidue posizioni.

L’edizione 2019 di Wimbledon al femminile verrà tuttavia ricordata per la folle corsa di Cori Gauff, probabile simbolo del torneo da tramandare agli anni futuri. Quindici anni compiuti a marzo, “Coco” ha seminato sui prati di Londra alcuni ragguardevoli record: più giovane atleta a qualificarsi per un Major nell’era Open e giocatrice dalla carta d’identità più verde a vincere un match di tabellone principale e a raggiungere la seconda settimana dei Championships negli ultimi ventotto anni, Gauff fa il suo ingresso tra le prime 150 della classifica (da oggi è 143) scalando addirittura centosettantadue posizioni.

 

Piange, come purtroppo è uso negli ultimi tempi, il ranking delle italiane. Capofila e unica nostra rappresentante tra le prime cento è al solito Camila Giorgi, la quale, eliminata all’esordio, cede venti posizioni (da 42 a 62) per non esser stata capace di onorare la pesante cambiale (quarti) emessa lo scorso anno sui prati di Londra. Ci aggrappiamo così allo straordinario momento vissuto da Giulia Gatto-Monticone, brava a qualificarsi anche a Wimbledon dopo aver centrato il tabellone principale del Roland Garros e bravissima a disputare un encomiabile match sul Centrale contro una certa Serena Williams. Nell’anno dei trentadue, Giulia guadagna altre dodici posizioni e debutta tra le prime 150, assestandosi alla 149 WTA. Stupenda è il minimo che le si possa dire.

LE TOP 50
Classifica WTAVariazioneNazionalitàGiocatriceAnniPuntiTornei
10[AUS]Ashleigh Barty23660516
20[JPN]Naomi Osaka21625718
30[CZE]Karolina Pliskova27605522
4△3[ROU]Simona Halep27593317
5▽1[NED]Kiki Bertens27513025
60[CZE]Petra Kvitova29478519
7△1[UKR]Elina Svitolina24463819
8△1[USA]Sloane Stephens26380221
9△1[USA]Serena Williams37341112
10△1[BLR]Aryna Sabalenka21336526
11△1[LAT]Anastasija Sevastova29335624
12△1[SUI]Belinda Bencic22296327
13▽8[GER]Angelique Kerber31287520
14△1[CHN]Qiang Wang27287223
15△3[GBR]Johanna Konta28279022
16▽2[CZE]Marketa Vondrousova20276214
17▽1[USA]Madison Keys24255514
18△1[DEN]Caroline Wozniacki29247818
19△1[EST]Anett Kontaveit23233523
20△4[CRO]Petra Martic28233519
210[BEL]Elise Mertens23230526
22△1[FRA]Caroline Garcia25210524
23△3[USA]Amanda Anisimova17201818
24△1[CAN]Bianca Andreescu19196618
25▽8[GER]Julia Goerges30195524
26▽4[CRO]Donna Vekic23195021
27△1[USA]Sofia Kenin20189525
28▽1[ESP]Garbiñe Muguruza25186520
29△2[ESP]Carla Suárez Navarro30184221
30△2[GRE]Maria Sakkari23179026
31▽2[TPE]Su-Wei Hsieh33177524
32△22[CZE]Barbora Strycova33175023
33△1[USA]Danielle Collins25163821
34△1[UKR]Dayana Yastremska19161922
35△15[CHN]Shuai Zhang30156524
36▽3[UKR]Lesia Tsurenko30155620
37△18[USA]Alison Riske29143724
38△2[BLR]Victoria Azarenka29138018
390[KAZ]Yulia Putintseva24135524
40▽2[CZE]Katerina Siniakova23132726
41▽11[RUS]Daria Kasatkina22132521
42▽6[BLR]Aliaksandra Sasnovich25126021
43△25[CZE]Karolina Muchova22124013
44△5[AUS]Ajla Tomljanovic26121027
45△1[RUS]Anastasia Pavlyuchenkova28118521
46△6[PUR]Monica Puig25117322
47▽4[CHN]Saisai Zheng25115027
48△3[FRA]Alizé Cornet29114025
49▽4[RUS]Ekaterina Alexandrova24113327
50△10[SLO]Polona Hercog28110923

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Editoriali del Direttore

Gli alibi di Roger Federer, gli attributi di Novak Djokovic

LONDRA – Wimbledon 2019. Se annulli non uno, ma due matchpoint consecutivi, una volta, due volte, tre volte, non è più fortuna. Ma diversa saldezza di nervi da parte di Djokovic. Che emerge anche in 3 tiebreak, vinti contro un grande Federer e tutto uno stadio

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Djokovic e Federer - Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

da Londra, l’ultimo editoriale del direttore

Se se e se. Dei se son pien le fosse. Se Federer avesse approfittato dell’unica palla break disputata nel primo set (sul 2-1 per lui). Se Federer avesse vinto il tie-break di quel set in cui è stato avanti 5-3 e non avesse sbagliato il dritto del 6-3. Se nel terzo avesse trasformato il set point conquistata con quella prodigiosa volée ma fosse riuscito a togliersi dall’ombelico il servizio a 191 km orari sparatogli da Novak. Beh, sarebbe stato tre set a zero. Oppure… se, sull’8-7 al quinto, avesse messo una prima sul primo match point, oppure se avesse evitato di presentarsi a rete dietro un attacco poco deciso sul dritto di Djokovic per farsi infilare da quel cross… se, tutti questi se, ora saremmo a celebrare il nono Wimbledon di un campione infinito e un gap di 3 Slam fra lui e Rafa, fra Rafa e Nole..

Ma invece siamo qui a celebrare, con non meno enfasi perché i meriti sono forse perfino maggiori – e dirò perché – il quinto Wimbledon di un campione davvero irriducibile, Novak Djokovic, capace di annullare con il coraggio del miglior Jimbo Connors tutte quelle situazioni di handicap sopra descritte. Lo ha fatto nonostante una giornata per lui decisamente mediocre alla risposta, eppure incredibilmente epica per tutto quanto è successo. Per le 4h e 56 minuti di straordinaria maratona con quel 13-12 finale assolutamente unico (in singolare). Per i due match point annullati per la terza volta allo stesso avversario in uno Slam. Per esser riuscito a fare tutto ciò nonostante 14.800 spettatori tifassero in modo quasi ossessivo per il suo avversario, in modo francamente esagerato in barba ad ogni fair-play, (“Let’s Go Roger, let’s go!”). Lui ne aveva forse 79, qualche serbo, compresi i genitori, il figlio Stefan, i due coach Vajda e Ivanisevic, gli agenti Dodo e Elena Artaldi, qualche suo ospite riconoscente.

 

Certo che Federer avrebbe potuto vincere. Ma certo anche che alla fine il tennis sarà pure lo sport del diavolo, ma non perdona chi non sfrutta le occasioni che uno si crea. Come è abbastanza giusto che sia. E premia invece chi non molla mai e conquista i punti più importanti, quelli che contano di più. Soprattutto l’ultimo, ovviamente. Ma anche quelli che si giocano nei tie-break quando, più che negli altri momenti, devi avere nervi saldi, freddezza e lucidità, mentalità vincente.

Djokovic, e non è la prima volta che lo dimostra, ha tutto ciò. In misura disumana, anormale. Lui non trema. Gli altri, anche Federer, forse sì, se è vero che questa è la ventiduesima partita che perde con il matchpoint a favore e che perfino i suoi stessi tifosi si ritrovano spesso a sottolineare quante palle break lui perda per strada in tanti, troppi match importanti. Petit bra, braccino, dicono i francesi.

È chiaro che anche questo mio editoriale è frutto del… senno del poi, perché se, se, se e ancora se… bastava un punto in più a Roger nel momento giusto (quale più giusto del match point), e ora faremmo tutt’altri discorsi.

Allora, ciò ammesso… cercando invece per un attimo di dimenticare chi ha vinto e chi ha perso, parliamo della partita. Ma che partita è stata?! Incredibile. Indimenticabile…anche se, come ha subito detto sul campo, Roger non sognerà altro che dimenticarla. Idem i suoi tifosi più sfegatati. Il biglietto del centre court, a media altezza degli stand, costava 225 sterline. Euro più euro meno, 250 euro. Per quasi 5 ore di tennis spettacolare, scambi formidabili, recuperi incredibili, volée scavate dall’erba, riflessi paurosi, dropshot accarezzati con infinita soave levità, servizi micidiali e mai uguali, rovesci a una mano come a due, diversamente mirabolanti. Il tutto al prezzo di 50 euro l’ora. Regalato.

Djokovic e Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

Qualche giorno fa avevo scritto che su internet un biglietto si poteva trovare a 9.000 sterline per il Fedal, e circa alla metà per la finale, quando ancora non si sapeva chi ci sarebbe approdato. E non si poteva escludere che ci arrivasse, con tutto il grande rispetto che merita, anche Bautista Agut per una finale che avrebbe potuto essere anche tutta spagnola se Nadal avesse battuto Federer come “quotavano” i bookmaker. Beh, erano apparse cifre assolutamente eccessive, esagerate, sproporzionate, immorali. Eppure stasera c’è che mi ha scritto: “Quasi quasi sono pentito di non averle spese, uno spettacolo così non lo vedrò mai più!”. Vero che a tutto c’è un limite, anche per le tasche degli appassionati più abbienti e appassionati, però è vero che – potendoselo permettere – lo show è stato assolutamente di primissimo livello. Probabilmente irripetibile.

Per reggere a quei ritmi – ma come fanno a 38 e 32 anni? Un mistero – si deve avere una attenzione, una capacità di concentrazione assolutamente disumana, mentre attorno a te la gente grida di tutto, chi a favor tuo, chi del tuo avversario, a seconda delle prospettive.

In quasi cinque ore di maratona elettrizzante, di un’intensità spaventosa, è chiaro ed inevitabile che ci fossero sia alti sia bassi, in termini di qualità. Il secondo set di Djokovic è stato quasi raccapricciante. Molto diverso – anche se nato sulla scia di un primo set vinto – da quello con lo stesso punteggio (6-1) con cui Nadal aveva dominato il secondo set con Federer venerdì. Lì era stato Rafa a giocare in modo fantastico, Roger aveva avuto ben poco da rimproverarsi. Invece nel 6-1 di Roger a Djokovic è stato il serbo a fare e disfare quasi tutto. In 17 minuti era finito sott’acqua, 0-4, facendo due 15 in due turni di servizio, 6 punti in tutto contro 16. Certo Federer lo aiutava, ma tutto sommato nemmeno poi tanto.

E quando Novak si è trovato sotto 5-1 il settimo game non l’ha neppur lottato, ma l’ha perso a zero in un battibaleno. Lì per lì ho pensato avesse fatto una gran cavolata. Perché se avesse tenuto quel servizio avrebbe poi cominciato lui a servire nel terzo e sarebbe stato un discreto vantaggio. Basti pensare che quando c’è stato il sorteggio e Federer lo ha vinto… lo svizzero, che ama far le gare di testa, ha subito scelto di battere per primo. Stessa cosa aveva fatto anche contro Nadal.

E infatti avete visto che cosa è successo nel terzo set fino al tie-break? Su Twitter e Instagram – a proposito, chi non è ancora follower… cosa aspetta a diventarlo? – ho pubblicato copia dei miei ‘geroglifici’ sul canonico taccuino da Slam. E da quello potrete constatare come nel terzo set, facendo gara di testa, Federer abbia tenuto il primo e il terzo game a 15, il secondo, il quarto e il sesto a zero, il quinto a 30: totale 4 punti persi.

Djokovic ha vissuto il momento più difficile quando ha concesso la già ricordata palla break sul 4-5, che era quindi un set point ma si è aggrappato al servizio ed è arrivato al tie-break. E questo è cominciato con una stecca iniziale di Roger e mini-break: Nole è salito sul 5-1 e buonanotte Federer (7 punti a 4). Insomma Novak era stato decisamente peggiore rispetto a Roger, complessivamente nei tre set, ma conduceva 2 set a uno. Il tennis non è una scienza esatta. A fine partita si registreranno 14 punti in più per Federer che ha perso. Ma, è storia vecchia anche se è raro che uno sconfitto ne faccia così tanti di più, non tutti i punti hanno lo stesso peso.

Inutile che io faccia ancora cronaca del resto. L’abbiamo fatta già in diversi qui su Ubitennis, Vanni Gibertini prima degli altri (chiudendo la cronaca in tempo reale) ma ne abbiamo dissertato a lungo con Steve Flink nel video in inglese e anche nel video in italiano che spero abbiate avuto la pazienza di aprire e guardare fino in fondo (per registrare l’ultimo abbiamo dovuto ‘sopravvivere’ a una telecamera bizzosa e a una serie infinita di disturbatori in Somerset road!).

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Lasciatemi ora concludere riprendendo alcuni concetti del commento che ho scritto per i miei giornali (La Nazione, Il Giorno, Il Resto del Carlino), osservando come in tutti questi anni Roger sia stato davvero parecchio … viziato dal pubblico che si schiera sempre in massa dalla sua parte. Per carità, lui mica li ha pagati, però è un bel vantaggio.

Non è colpa di Novak Djokovic se Roger Federer e Rafa Nadal sono diventati fenomeni prima di lui. Finchè loro giocheranno lui è destinato a essere il meno popolare, il meno amato. Anche se lui ne soffre, farebbe qualsiasi cosa, e la fa, per procurarsi la simpatia e il sostegno della gente. Certo è vero che il suo tennis, pur assolutamente straordinario – soprattutto in difesa – è purtroppo meno originale, riconoscibile di quello degli altri due. Il corri e tira, il rovescio a due mani (sebbene proprio con quel rovescio recuperi palle davvero incredibili) le ginocchia che toccano l’erba, le anche che misteriosamente non si spaccano, sono tutte qualità che hanno del miracoloso… ma chi lo guarda non si entusiasma come potrebbe e forse dovrebbe, non ne subisce il fascino. Lui non ha il tennis vario, elegante, imprevedibile come quello classico, fine, aristocratico di Roger Federer, non ha quegli strappi poderosi mancini, brutal, fenomenal, animal di Rafa Nadal.

Eppure io non mi sorprenderei per nulla se alla fine Novak superasse entrambi gli altri due rivali nel conto degli Slam, approfittando dei sei anni che ha in meno rispetto a Federer che prima o poi dovrà inevitabilmente lasciargli strada e, direi, anche della superiore condizione atletica che lui, con quel fisico di caucciù, vero Tiramolla, ha mostrato in tutti questi anni rispetto a Nadal. Rafa quasi ogni anno è stato costretto a fermarsi per mesi perché le ginocchia o le braccia si sfilacciano.

Il modo in cui Djoker-Nole ha vinto il suo quinto Wimbledon (come Bjorn Borg) la dice lunga, oltre che sulla sua tenuta atletica che aveva già mostrato straordinaria quando aveva lottato e vinto dopo una maratona di quasi sei ore contro Nadal a Melbourne 2012, sulla sua incredibile forza mentale. È quella la sua dote più eccezionale, anche se il talento non si può davvero discutere.

Avevo previsto questo scenario, sapevo che avrei avuto tutti contro, perché è sempre così quando si gioca contro Federer, perché lui è una leggenda…ha detto Novak dopo il match. Sì, però un conto è aspettarselo, un altro è dover fronteggiare, punto dopo punto, minuto dopo minuto, decine di migliaia di persona che applaudono i colpi del tuo avversario e non i tuoi.

È un grande e sarà sempre più grande, Novak. Gli aficionados di tutto il mondo, e non solo della Serbia che da tempo lo ha eletto a suo primo idolo indiscusso, dovranno rassegnarsi a fare il tifo per lui. Perché Novak è già un grandissimo e lo sarà sempre di più.

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (via Twitter. @ATP_tour)

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