Federer rincorre Connors, Barty dritta alla meta

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Federer rincorre Connors, Barty dritta alla meta

Roger a sette titoli di distanza da ‘Jimbo’, Ashleigh numero 1 di costanza. Si rivedono Goffin e Goerges, il doppio trionfo di Feliciano Lopez. Tutti i numeri della settimana

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Roger Federer - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

3 le vittorie ottenute da Gilles Simon nelle ultime ventotto volte che aveva affrontato un tennista tra i primi 10 del ranking ATP. Il francese classe 84 la scorsa settimana ha parzialmente migliorato tale score superando, col punteggio di 6-1 4-6 6-4, al secondo turno del Queen’s Kevin Anderson. L’ex top ten (lo è stato per quasi un anno) e top 20 (ha terminato ben sei stagioni in tale zona di classifica) sebbene reduce da appena tre vittorie negli ultimi sei tornei giocati e da una tradizione piuttosto negativa al Queen’s (una semifinale nel 2015, ma anche tre eliminazioni al primo turno nelle cinque precedenti partecipazioni), ha confermato la sua peculiarità di giocatore capace di far bene su ogni superficie. Gilles, all’età di 34 anni, ha infatti sinora vinto quattordici titoli, divisi tra duro indoor (5), cemento all’aperto (4) e terra battuta (5).

Anche sull’erba – lui che è uno dei pochi tennisti ad aver sconfitto almeno un volta tutti i Fab 4 – aveva dimostrato di sapersela cavare (finale a Eastbourne 2013 e quarti a Wimbledon nel 2015, uno dei soli due raggiunti nei Major dal francese). Per raggiungere la finale al Queen’s – la terza più importante della carriera, dopo quelle al Masters 1000 di Madrid indoor 2008 e Shanghai 2014 e a pari merito con quella vinta ad Amburgo nel 2011 – l’ex numero 6 del mondo è dovuto stare in campo dieci ore e mezza complessive nei quattro match giocati, vinti tutti al terzo. Oltre ad Anderson, ha avuto la meglio su Ward (3-6 6-3 7-6, dopo essere stato dietro di un break nel terzo), Mahut (7-6 5-7 7-6) e Medvedev (6-7 6-4 6-3). In finale, una nuova lotta durata più di due ore e mezza gli è andata in questo caso male, garantendogli comunque il 25esimo posto nel ranking, miglior posizione occupata da più di due anni a questa parte.

6 le sconfitte rimediate da Ashleigh Barty contro tenniste oltre la 50esima posizione del ranking WTA, da febbraio 2017 a oggi. L’australiana poco più di due anni fa era rientrata nel circuito per la seconda parte della sua carriera – le prime partite ufficiali del rientro, dopo la pausa dall’attività iniziata a settembre 2014, risalgono a giugno 2016 – e in pochi mesi era stata capace, in seguito all’Australian Open 2017, di essere al 158esimo posto del ranking. Nessuno in quel periodo poteva immaginare riuscisse ad arrivare ad essere la 27esima numero 1 dell’Era Open, eppure Ashleigh ce l’ha fatta migliorando costantemente il suo tennis, che da subito valeva però ben più di quella mediocre classifica.

In questi ventotto mesi, contro tenniste non presenti nella top 50 del ranking WTA, perdeva a New York 2017 contro Stephens che avrebbe poi vinto il torneo e contro tre ex numero 1 come Azarenka, Serena e Osaka (le altre due giocatrici a non essere, al momento di averla battuta nella top 50, sono Mladenovic durante gli ultimi Internazionali d’Italia e Sakkari a Indian Wells 2018). Negli ultimi ventotto mesi non ha mai perso contro una tennista non presente nella top 100 – ad eccezione della già citata sconfitta contro Williams al Roland Garros 2018 – e anche contro giocatrici non tra le prime 20 vanta un’incredibile score complessivo di 94 vittorie e appena 12 sconfitte. Con tale continuità di rendimento era impossibile non scalare la classifica sino alla vetta, per il cui aggancio è stato fondamentale un 2019 nel quale è stata nettamente la più forte di tutte.

Unica del circuito a vincere nell’annata in corso tre tornei, tra l’altro su superfici diverse (Miami, Roland Garros e Birmingham) – mentre con Kvitova primeggia nel computo delle finali, ben quattro – ha vinto il maggior numero di partite, ben 36, staccando a 32 la seconda, Bencic. L’allungo finale che le ha consentito di fare nell’ultimo mese il grande balzo da numero 8 a 1 è davvero impressionante: Barty ha vinto le ultime dodici partite perdendo un solo set, il primo giocato contro Anisimova durante la semifinale di Parigi. Difficile trovare una maniera più legittima per prendersi la corona del circuito WTA.

16 la striscia consecutiva di tornei nei quali David Goffin non era riuscito a vincere tre partite di fila. Con questo pessimo score, iniziato dopo gli ultimi US Open, quando era ancora nella top 10, il classe ’90 belga si è presentato per la terza volta in carriera ad Halle. Dopo aver terminato in anticipo il 2018 nella prima tappa della trasferta asiatica a Shenzhen a causa di un infortunio al gomito destro, era rientrato con difficoltà nel circuito. Dopo la splendida finale raggiunta alle ATP Finals 2017, a dire il vero già la scorsa stagione era stata piuttosto deludente: nessun titolo, né tantomeno alcuna finale, ma solo quattro semi (di cui una a Cincinnati).

Il 2019 era iniziato con sofferenza: le due semifinali a Marsiglia e Estoril erano poco per ritrovare punti e fiducia, tanto che il belga a marzo a Phoenix (dove perdeva da Caruso) tornava a giocare un challenger dopo cinque anni. Ad Halle è arrivato da 41esimo giocatore nella Race e da 33 ATP (la posizione più bassa occupata da settembre 2014) su una superficie sulla quale aveva ottenuto appena una finale (‘s-Hertogenbosh 2015) e altri due soli quarti. La sua undicesima finale della carriera, persa lottando solo nel primo set contro Federer, l’ha raggiunta sconfiggendo un top 50 – Albot in ottavi (4-6 6-4 6-3) – due top 30 – Berrettini in semi (7-6 6-4) e Pella al primo turno (duplice 6-1) – e un top 5 – Zverev nei quarti(3-6 6-1 7-6). 

 

32 le partite vinte nel 2019 da Roger Federer. Ad eccezione del 2015, l’anno delle finali perse sempre contro Djokovic a Londra, New York e alle ATP Finals – quando si presentò ai Championships con 34 vittorie frutto dei titoli a Brisbane, Dubai, Istanbul e Halle e delle finali a Indian Wells e Roma (a differenza di questo 2019, non c’era però nessun Masters 1000 vinto) – era dal 2012 in poi che il campione svizzero non arrivava a Wimbledon con un numero maggiore di partite vinte. Un ottimo bottino, sebbene si sia molto lontani dal record di cinquantuno successi conquistati a metà giugno nel 2005 (quell’anno Roger aveva vinto in questo periodo già sette titoli tra Doha, Rotterdam, Dubai, Indian Wells, Miami, Amburgo e Halle). Tra l’altro Federer, anche quando non era ancora trentenne, e precisamente nel 2007 (da numero 1 del mondo) e nel 2010 (detronizzato solo dopo il Roland Garros dalla vetta del ranking) aveva vinto a metà giugno meno partite di quest’anno.

Nulla sorprende ormai più nei risultati del campione svizzero, ma se sulla qualità – intesa come capacità di vincere nei tornei importanti – dei suoi successi si poteva forse immaginare a inizio stagione che Roger avrebbe detto la sua, quel che davvero sorprende è come, a meno di un mese e mezzo dal suo trentottesimo compleanno, Federer riesca, superata la metà della stagione tennistica, a essere il secondo per numero di partite vinte. Se Tsitsipas con 34 successi è il tennista ad averne vinti di più (distribuite tra sedici tornei), solo Nadal eguaglia Federer a 32 (entrambi avendo però  giocato appena sette eventi nel 2019). Segue il nostro Berrettini con 31 (ma cinque successi sono arrivati a livello challenger, con la vittoria a Phoenix) e poi troviamo Djokovic, Medvedev e Auger-Aliassime a 28.

Ad Halle Federer ha sconfitto un solo top 20 (Bautista Agut) e altri due top 50 (Herbert in semi e Goffin in finale), ma vincere cinque incontri in sei giorni resta una grande impresa per un classe 81. La vittoria del Noventi Open è corrisposta al 10 titolo in Sassonia, il 19esimo sull’erba e al 102esimo in carriera. Roger resta ora staccato di soli sette titoli da Connors, primatista assoluto con 109 tornei vinti. Federer, per portare a casa gli ultimi sette trofei, ha impiegato un anno e mezzo: vista la longevità ad altissimi livelli dello svizzero, non è dunque impossibile il sorpasso allo statunitense, in quello che sarebbe l’ennesimo record da poter vantare.

45 la posizione nella race di Julia Georges la scorsa settimana. La semifinalista dello scorso Wimbledon, unico Slam nel quale in carriera sinora ha superato il terzo turno, nella top 10 sino a fine 2018, rischiava ormai di uscire anche dalle prime 20, fascia di classifica che occupa ininterrottamente da ottobre 2017. Colpa di un 2019 che, dopo la vittoria per la seconda volta consecutiva dell’International di Auckland (sesto complessivo della carriera), non l’aveva mai vista vincere tre partite di fila (e due vittorie consecutive erano arrivate solo a Doha). Reduce da tre vittorie negli ultimi otto tornei giocati, la trentenne tedesca ha parzialmente allontanato lo spettro della pesante cambiale di 780 punti in scadenza con i prossimi Championships.

Lo ha fatto grazie alla finale conquistata al Premier di Birmingham, al quale partecipava appena per la terza volta in carriera. Dopo aver rischiato al primo turno contro una top 40 come Yastremska (era sotto di un set e di un break prima di imporsi 3-6 6-4 6-3), aveva vinto facilmente le successive tre partite contro tre tenniste rispettivamente nella top 80, 50 e 30 come Rodina (6-4 6-3), Putintseva (6-3 6-2) e Martic (6-4 6-3). In finale, contro Barty – con la quale sempre a Birmingham la scorsa settimana è arrivata in doppio sino alla semifinale – ha ceduto il passo al grande momento della nuova numero 1 al mondo, dovendosi accontentare dei 305 punti riservati alla finalista del Nature Valley Classic.

100 la posizione nel ranking ATP di Stefano Travaglia. Un nuovo tennista italiano riesce a entrare per la prima volta nel tennis che conta, la zona di classifica che garantisce l’accesso diretto ai tabelloni principali degli Slam: il marchigiano lo fa a 27 anni e mezzo, già maturo dal punto di vista umano, ma ancora giovane tennisticamente. Nella settimana che celebra l’ingresso a 23 anni e due mesi – un record di precocità per il tennis maschile italiano – di Berrettini nella top 20 e che vede, come non accadeva da quattro decenni, un tennista azzurro tra i primi 10 e un altro tra i migliori 20. Travaglia ci riesce con una classifica costruita soprattutto con successi a livello Challenger, dove nelle ultime cinquantadue settimane vanta un titolo (a Francavilla, lo scorso aprile), una finale e altre quattro semi.

Nel circuito maggiore nello stesso periodo ha infatti vinto appena una partita (il primo turno agli Australian Open, superato sconfiggendo  Andreozzi). Proprio a livello ATP Travaglia ha ancora tanto da dover dimostrare: fattosi conoscere al grande pubblico sconfiggendo Fognini nel primo turno degli US Open 2017 tristemente noto per la squalifica per offese sessiste comminata al ligure, ha sinora vinto appena altre quattro partite a livello ATP e superato solo in nove occasioni complessive dei top 100. Complimenti sinceri a Stefano per il grande traguardo raggiunto in uno sport come il nostro, nel quale è così difficile emergere: il suo ingresso nel tennis che conta – quanto a dedizione, professionalità e capacità di crederci – può essere un esempio per tanti connazionali più giovani. Ora a Stefano non resta che dimostrare di meritare quanto, con tanti sacrifici, ha raggiunto.

877 le settimane nella top 100 che hanno permesso le sessantanove presenze consecutive negli Slam di Feliciano Lopez, record per il circuito maschile. Una serie iniziata al Roland Garros 2002, quando, non ancora 21enne, superò al primo turno il connazionale Didac Perez. Nulla meglio di questo record può dimostrare l’eccezionale longevità ad alti livelli, dovuta alla tanta professionalità (e a un pizzico di fortuna) richiesta per stare per diciotto stagioni almeno entro il 104esimo posto del ranking ATP, come noto l’ultima posizione utile per entrare negli Slam. Feliciano, che può vantare di aver chiuso tre stagioni nella top 20, 14 nella top 50 e 17 tra i primi 100, prima dell’ultima edizione del Queen’s aveva vinto sei tornei (su tutte le superfici, ma ben tre erano arrivati sull’erba) e raggiunto altre undici finali (di cui due sui prati). Che l’erba fosse la sua superficie preferita, era ben noto (tre dei quattro quarti di finale raggiunti nei Majors sono arrivati a Wimbledon).

Tuttavia, l’avanzare dell’età, l’inizio di attività extra campo (da quest’anno è il direttore del Mutua Madrid Open) e il ridursi della carriera agonistica (nel 2019 aveva giocato appena nove tornei, vincendo tre sole partite nel circuito maggiore) che gli era costato l’uscita dalla top 100 per la prima volta da luglio 2002, non lo mettevano tra i grandi favoriti a questa edizione del Queens, nonostante lo avesse vinto solo due anni fa. Invece, approfittando anche del ritiro dello sfortunatissimo Del Potro, Feliciano ha prima eliminato Fucsovics (6-7 6-3 6-4), poi i primi due tennisti canadesi, Raonic nei quarti (4-6 6-4 7-6) e Auger-Aliassime in semi (6-7 6-3 6-4). In finale, giocando un gran tennis per quasi tre ore, ha vinto contro Simon il titolo e guadagnato la 53esima posizione del ranking. Un successo bissato in doppio con un altro redivivo del nostro sport, Andy Murray: chissà che questa settimana non allunghi inaspettatamente la carriera di tennista a Feliciano.

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Djokovic: “Mentalmente è stato il match più duro della mia carriera”

LONDRA – “Magari fra 5 anni ci ritroveremo in questa sala”, dice il serbo finalmente con il sorriso dopo il successo a Wimbledon contro Federer. “Ho provato a giocare il match prima di entrare in campo, di immaginarmi vincitore, penso mi abbia aiutato”

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

da Londra, il nostro inviato

Djokovic si presenta in sala stampa circa quaranta minuti dopo Roger Federer, ed è accolto dall’applauso scrosciante dei presenti. Il tempo trascorso dalla fine del match ha aiutato a cancellare dal volto di Novak i segni della fatica. Il primo commento è su come ha accolto il successo: “Grazie a tutti. Non ho celebrato molto in campo alla fine della partita, perché è stato soprattutto un enorme sollievo. Ma questi successi sono quelli che danno un senso a ogni minuto speso in campo ad allenarsi e prepararsi”.

La conferenza entra poi nel vivo. Come si è adattato, Nole, a una situazione in cui il pubblico era tutto dalla parte del suo avversario? “Sapevo che dovevo cercare di stare calmo e controllare le mie emozioni, sapevo come sarebbe stato l’ambiente visto che giocavo contro Roger, me l’ero immaginato prima nella mia testa, l’avevo visualizzato in anticipo. Sapevo anche come avrebbe reagito il pubblico. Avere gli spettatori dalla tua parte aiuta, ma se non è così devi trovare il modo di superare la difficoltà. Quando la folla gridava ‘Roger’ io sentivo ‘Novak’. È allenamento mentale… e poi Roger e Novak sono simili!”, sorride il serbo.

 

Il numero 1 del mondo è ben consapevole di quanto sia stato vicino alla sconfitta; nelle due precedenti finali contro Federer aveva più o meno sempre mantenuto il controllo della situazioni, oggi l’andamento è stato diverso. “Sono stato a un solo colpo dalla sconfitta e Roger serviva benissimo. Ho provato a giocare il match prima di entrare in campo, di immaginarmi vincitore, penso mi abbia aiutato. Ci sono energie che non vengono solo dal tuo corpo, ma anche dalla tua mente e dalla tua essenza. Per me è sempre una lotta interiore, oggi ho cercato di chiudere fuori di me tutto ciò che mi succedeva intorno. In alcune fasi ho cercato di lottare. Il coraggio deriva dal potere della visualizzazione che si può fare prima. Ho provato a costruirmi lo scenario in cui io potevo essere il vincente”.

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

“La stabilità mentale mi ha salvato nei match-point”, continua Nole, “e mi ha permesso di rimontare e vincere. Mentalmente è stato il match più duro che ho giocato nella mia carriera. Più duro di quello contro Nadal in Australia. Quello più fisico, questo più mentale”.

Poi le questioni tecniche, e le difficoltà proposte da una avversario speciale come Federer: “Contro Federer su erba è difficilissimo perché lui sta attaccato alla linea di fondo e anticipa tutto, qualsiasi palla a qualsiasi velocità. E’ così talentuoso in questo tipo di tennis. Giocare contro Roger significa essere costantemente sotto pressione. Non è facile affrontarlo, a tratti ho sentito di non colpire al meglio la palla. Sapevo avrei dovuto essere incisivo sulle palle meno profonde di Roger: a volte ci sono riuscito, a volte no. Ma soprattutto non ho risposto bene sulle seconde di servizio. La maggior parte della partita ho dovuto difendere, ma ho saputo salire di livello quando contava di più, nei tre tie-break“.

Infine uno sguardo sul futuro e sulla sua eterna rivalità con Nadal e Federer. “Quei due tipi, Roger e Rafa, sono il motivo per cui gioco ancora, mi motivano a provare a fare quello che hanno fatto loro. Non so se ci riuscirò, ma è il mio scopo. Intendevo esattamente quello che ho detto in campo, che Roger mi ispira vedendo quello che fa a quella età. Sì, chissà, potrei immaginarmi qui a 37 anni, se mi divertirò e amerò ancora farlo. Non ho più obblighi verso il tennis, lo faccio per me, e magari fra 5 anni ci ritroveremo in questa sala!”.

“Come è il gusto di questa vittoria? Il miglior gusto di sempre”, assicura il campione di Belgrado. Cinque a Wimbledon, come Borg. Nelle ultime nove edizioni dello Slam londinese, Djokovic ne ha dunque vinti più della metà. E adesso si è tolto anche la soddisfazione, primo in Era Open, di vincerne uno dopo aver annullato match point. Not too bad, come direbbe lui stesso.

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Federer: “Similitudini con il 2008? La delusione. Niente Montreal, torno a Cincinnati”

Wimbledon, lo svizzero dopo la sconfitta più amara della carriera: “Un punto ha cambiato tutto, decidete voi quale dei due”. E salta l’Open del Canada

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Roger Federer- Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Roger Federer è ancora incredulo quando si presenta in sala stampa dopo l’incredibile finale di Wimbledon persa al tie-break del quinto set sul 12-12 contro Novak Djokovic, probabilmente la più dolorosa sconfitta della carriera: “Certo mi sento triste, forse anche arrabbiato. Non riesco a credere di aver mancato una possibilità così grande”.

Nonostante la delusione tremenda si sforza di trovare dei lati positivi. “Ero sotto un break e l’ho rimontata nel quinto poi un punto ha cambiato tutto, decidete voi quale dei due match-point, è stata dura avere quelle possibilità e sprecarle. Certo, lui ha sempre gestito bene il mio slice, si abbassa molto bene e sbaglia poco. Devi sempre essere aggressivo con lui. E non importa se ho fatto molti punti in più, io so quanto ci sono arrivato vicino, e devo essere contento della mia prestazione. Sappiamo tutti quanto forte sia Novak, quanto lo sia stato per tanti anni, ogni vittoria in più aumenta la sua grandezza. Trovo motivazione in tante differenti situazioni, non sono diventato un giocatore di tennis solo per conquistare record“.

Si sforza poi di guardare già avanti, forse cercando di distogliere il pensiero dalla delusione: “Per riprendermi da una sconfitta così, beh, è come quando sei un break avanti, servi per il match, non va, ma prosegui lo stesso. Non si può rimanere depressi dopo un match così, bisogna avere la mentalità di andare avanti ed essere contenti del proprio livello.
Io lo sono. Penso che giocare sulla terra mi abbia fatto bene, ho avuto un buon ritmo partita, anche a Halle prima di qui”.

Non è dato sapere se la scelta dipende anche dal fatto di aver allungato la stagione disputando anche i tornei di Madrid, Roma e Parigi, ma Roger annuncia che tornerà in campo soltanto per il secondo dei ‘1000’ sul cemento nordamericano. “Guardando avanti, salterò Montreal, per darmi tempo di prepararmi bene per Cincinnati e gli US Open“.

 

Qualche collega gli chiede infine un paragone con la finale persa contro Nadal 11 anni fa e lui trova il modo di sorridere: “Ci sono stati grandi punti oggi, grandi emozioni. Rispetto al 2008? Mah, questa è stata una partita più regolare forse, senza interruzioni, senza il buio alla fine. La similitudine con quella partita, direi che è la delusione che sento“.

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ATP

Djokovic alieno: annulla 2 match point a uno splendido Federer e vince il suo quinto Wimbledon

LONDRA – La finale più emozionante del decennio sui campi di Wimbledon finisce al tie-break decisivo. Federer commovente, Djokovic eguaglia Borg e vola a 16 Slam

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

[1] N. Djokovic b. [2] R. Federer 7-6(5) 1-6 7-6(4) 4-6 13-12(3) (da Londra, il nostro inviato)

Un tie-break al quinto set. Al primo tentativo. Questa finale di Wimbledon non poteva regalare più emozioni. Match point annullati, come non se n’erano visti da Parigi 2004 all’atto decisivo di uno Slam, Roger Federer che ancora una volta perde da Novak Djokovic con due match point a favore, come era accaduto già due volte nelle semifinali dello US Open.

Un match che Federer, il quale alla fine ha vinto 14 punti in più dell’avversario, sembrava avere in mano sul’8-7 del quinto set, quando ha servito per il set, ma invano. Ma anche prima di quell’episodio cruciale della partita c’erano stati momenti in cui avrebbe potuto ottenere il suo nono Wimbledon, come nel tie-break del primo set e nel set point avuto nel terzo. E invece è stata la giornata di Novak Djokovic, capace di vincere una partita incredibile, servendo in maniera altrettanto incredibile e dimostrandosi il più freddo nei momenti decisivi.

 

La contemporaneità quasi perfetta dell’inizio della finale del singolare maschile di Wimbledon e della partenza del Gran Premio di Formula 1 a Silverstone sembra sottolineare il “tafazzismo” imperante della Gran Bretagna contemporanea. Il tema tattico iniziale è quello largamente atteso: Federer cerca di muovere il gioco, Djokovic presidia il fondo e contrattacca. La prima chance break è per lo svizzero sul 2-1, e se ne va con un diritto sparacchiato fuori alla ricerca di un contropiede eccessivo. Subito dopo Federer recupera da 0-30 affidandosi alla prima di servizio.

Lo svizzero gioca sui cambi di ritmo e rotazione negli scambi, ma Djokovic non si fa ingannare e risponde colpo su colpo. Federer arriva a due punti dal set sul 5-4 con due eccellenti diritti in chop, arriva a 20 centimetri dal set-point, ma il n.1 del mondo esce dal passaggio pericoloso con grande autorità. Nel tie-break è Federer che ha l’iniziativa sulla racchetta, perde due punti sul servizio di Djokovic che avrebbe dovuto vincere con due errori di diritto (dopo 21 e 13 colpi), riesce comunque ad andare avanti per 5-3 con due splendidi vincenti da fondo, ma poi cede quattro punti consecutivi (tre gratuiti) per consegnare il primo set a Djokovic dopo 58 minuti (curiosamente due in più della finale femminile di sabato).

Ma il rush finale del tie-break costa caro al serbo, che inizia a commettere quegli errori da fondo che non erano affiorati fino a quel momento e concede due break consecutivi, lasciando scappare Federer sul 4-0. Con un terzo break sul 5-1, chiuso da due punti quasi buttati via da Djokovic, Federer pareggia i conti in 25 minuti con un set da 26 punti a 12. Novak è passato da 14 vincenti e 6 gratuiti nel primo set a 2 vincenti e 10 gratuiti nel secondo.

Federer aumenta il ritmo delle discese a rete a inizio terzo set, poi si ferma di più a palleggiare da fondo. L’inerzia del match sembra a suo favore dopo il “set horribilis” di Djokovic nel secondo, ma non riesce a concretizzare questa superiorità in punteggio. Lo svizzero si desta dall’apparente torpore e con una demi-volée di rovescio che fa esplodere il centrale conquista il set point, ma con la battuta lo svizzero rispedisce tutto al mittente. Il clima è quasi da Coppa Davis svizzera (almeno quella di una volta, chissà come sarà quella nuova), ma Djokovic non trema, e con il sapiente utilizzo del servizio al corpo arriva al tie-break che domina fino al 5-1, viene quasi ripreso sul 5-4, ma un errore di Federer sul punto successivo, dopo che il serbo aveva servito una seconda lentissima (80 miglia orarie) e in mezzo al rettangolo del servizio, decide la sorte del set.

In una situazione che ricorda un po’ a grandi linee la finale dello US Open 2015, dopo due ore e 16 minuti di gioco Federer si trova indietro per due set a uno senza aver fronteggiato l’ombra di una palla break e avendo avuto concrete chance di vincere entrambi i set perduti. A quinto game c’è un leggero calo al servizio di Djokovic, ma tanto basta: un doppio fallo, tre prime sbagliate e su una “steccata” di rovescio Federer ottiene il quarto break della giornata. Sul 4-2 Roger mette a segno una volée di rovescio smorzata che trasferisce la Davis svizzera in Sud America, tanta è la bolgia sul Centrale: serve per il set sul 5-2 ma perde il servizio per la prima volta nell’incontro. Due game più tardi è la volta buona e la finale va al quinto come era accaduto nel 2014.

Con Federer avanti di 15 nel computo totale dei punti si inizia il set decisivo. Sono un po’ saltati gli schemi, si diceva una volta nel calcio, Federer gioca più a briglia sciolta e anche Djokovic lo segue. È il serbo il primo ad avere palle break, sul 2-1: sono tre, che Federer annulla bene con il servizio. Le gambe dello svizzero però non sono più sotto i colpi come all’inizio del match, due rovesci scappano lunghi sul 2-3 e con un passante incrociato Djokovic guadagna l’importantissimo break di vantaggio. La posta in palio è altissima, nessuno è immune dalla tensione. Nole commette un doppio fallo sul 30-30 concedendo una palla del controbreak a Federer, che però sfuma con un diritto lungo. Ma il controbreak alla fine arriva, e alla soglia delle quattro ore di gioco la finale va ad oltranza.

Sul 5-5 Djokovic commette un doppio fallo, il nono, poi si salva con una volée in tuffo e tiene la battuta. Il gioco successivo Federer sbaglia uno schiaffo al volo sulla palla del 6-6, ma con un po’ più di fatica raggiunge comunque la parità. Sul 7-7 Djokovic va 30-0, subisce un diritto di Federer poi commette due errori gratuiti pesantissimi e sulla palla break non riesce a chiudere il diritto sotto rete e subisce il passante dello svizzero che va a servire per il match. Ma non deve finire così: Federer ha due match point, il primo lo sbaglia di diritto, sul secondo viene fulminato da un passante e poi arriva il controbreak. Sette punti consecutivi e si ritorna a giocare con le parità. 8-8, 9-9, 10-10, 11-11. Sul 40-0 Djokovic viene trascinato a palla break, con un “falco” molto controverso. Il passante di rovescio di Federer è fuori di un soffio. Su un secondo “falco” controverso sembra che abbia segnato l’Inghilterra quando sancisce la seconda palla break per Federer, ma con due colpi al volo tanto brutti quanto efficaci Nole annulla anche quella. Si arriva al tie-break, quello del 12-12, quello che mai si sarebbe pensato sarebbe servito in una finale.

Il minibreak decisivo arriva su un serve and volley di Federer al terzo punto, con la demi-volée che va in corridoio. Djokovic tiene i suoi servizi con grande freddezza, e una steccata di diritto chiude il match dopo 4 ore e 57 minuti consegnando il quinto Wimbledon a Novak Djokovic.

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

IL TABELLONE MASCHILE COMPLETO (con tutti i risultati)

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