Chi è andato in bianco? Il meglio e il peggio degli outfit di Wimbledon

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Chi è andato in bianco? Il meglio e il peggio degli outfit di Wimbledon

A Wimbledon tutti di bianco vestiti. Ma quali sono stati i completini più belli ed originali? E i più deludenti e banali?

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Tradizione, eleganza e fair play contribuiscono da sempre a fare di Wimbledon il tempio sacro del tennis ed uno degli eventi sportivi più amati al mondo. Abbiamo detto l’eleganza, concetto importante per gli organizzatori del torneo che, anche se hanno puntato sul verde (dell’erba preziosa dei campi) e il viola (come i fiori deliziosi che ornano i vialetti, le aiuole e i balconi dell’All Engalnd Club), hanno fatto del bianco uno dei simboli dell’eccellenza dello slam londinese. E allora, per calcare il verde dei prati di Church Road, i giocatori devono presentarsi rigorosamente di bianco vestiti. Quali sono stati gli outfit all white più belli, più originali, più improbabili e più scontati sfoggiati a Londra quest’anno?

Serena Williams – Nike

Laura Guidobaldi: Serena ci ricasca. Dopo il completino da spiaggia esibito al Roland Garros, si presenta anche all’All England Club con un outfit che, anche se non del tutto spezzato (il top e il gonnellino sono uniti da una breve cucitura sul davanti), lascia scoperta la parte inferiore della schiena e della pancia. Estremamente grintoso, certo. Ma non proprio in stile “british” se pensiamo all’atmosfera chic e ovattata che aleggia nel circolo di tennis più esclusivo del mondo. Forse il dettaglio più riuscito è la scelta del tessuto, che ricorda un po’ il “nido d’ape”. E, per non farsi mancare nulla, questa volta la campionessa americana ha scelto un baffo interamente ricoperto di cristalli dorati Swarovski. Vi è piaciuto? Su un modello un po’ più sobrio, avrebbe conferito preziosità e un tocco di eleganza ma su questo “due pezzi” risulta decisamente esagerato e forse anche un po’ kitch.

 

Valerio Vignoli: A Wimbledon non si sgarra. Non c’è posto per culotte super aderenti o bikini stracciati in stile Destiny’s Child nel video di Survivor. Non c’è posto per messaggi femministi nascosti da qualche parte. A Wimbledon il protagonista è… Wimbledon. Il tradizionale bianco travolge ogni velleità di anticonformismo, costringendo tennisti e tenniste a piegarsi a canoni (fin troppo) stringenti. Tutto ciò deve sembrare soffocante per una personalità esuberante ed estrosa come Serena Williams. Una che vuole essere sé stessa sempre e ovunque. E infatti Queen S prova a metterci la sua zampata anche a questo giro, lasciando la pancia quasi interamente scoperta. Il tessuto a nido d’ape compensa, dando un tocco vagamente retrò. Un abito di compromesso insomma, per differenziarsi dal resto della concorrenza ma senza fare scandalo nella mecca del tennis. Ma compromesso e Serena sono un ossimoro nella stessa frase.

Serena Williams – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Maria Sharapova – Nike

Laura Guidobaldi: Maria Sharapova invece opta per una linea molto più sobria, con il classico abitino bianco, lineare e senza fronzoli. Unica variante, una lieve “fessura” sul davanti e sulla schiena che lascia intravedere una piccola porzione di schiena e pancia. Ci sta. Però, trattandosi di Masha, ci stava anche un po’ più di originalità e vezzosità, senza ovviamente scadere nell’eccesso. Maria ci ha abituato troppo bene in passato, anche in fatto di moda.

Valerio Vignoli: siamo al canto del cigno e lo si vede anche da questo outfit, oltreché dalle ormai sporadiche e spesso perdenti apparizioni sul circuito. Un abito assolutamente anonimo, in cui l’unico punto di interesse è una piccola fessura sul ventre, che fa molto poco Sharapova peraltro. Era forse dalla vittoria del suo unico titolo quindici anni fa che Masha non indossava un completino così plain. Ormai la fascinosa siberiana riserva tutta la sua creatività in fatto di moda e lifestyle per le foto su Instagram o i servizi fotografici in cui mostra la sua meravigliosa magione minimal chic di Los Angeles. E anche dalle parti di Nike lo hanno notato e limitano gli sforzi d’immaginazione.

Maria Sharapova – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Roger Federer – Uniqlo

Laura Guidobaldi: Sempre molto classy Roger Federer. La polo è tradizionale. Un sottile bordino color tortora (che richiama la tinta indossata a Parigi) sullo scollo e sulle maniche viene ad arricchire il più classico degli outfit. E poi l’immancabile quadrato rosso del simbolo Uniqlo sul petto, sul lato delle maniche e nella parte inferiore dei pantaloncini smuove un po’ il total white. Un po’ ingombranti, forse, tutti questi quadri rossi, ma se li indossa Federer…

Valerio Vignoli: È tutta questione di colletto per Roger da quando è passato ad Uniqlo. Alla coreana nelle prime uscite ai Championships e agli US Open nel 2018, all’hawaiana in Australia, tradizionale stile polo a Parigi, alla francese a Londra. Sono i dettagli che fanno la differenza e il maestro di Basilea lo sa perfettamente. Gli outfit rispecchiano il gioco in questa sua ultima e meravigliosa fase della carriera, dove la sua griffe emerge nel rovescio in side spin che mette nel panico il malcapitato avversario, nella volée bassa che riesce a tenere profonda, nel drop shot improvviso che schizza in alto e cade a pochi centimetri dalla rete. Insomma tutti dettagli, come quelli che gli sono costati la finale di Wimbledon. Ma Federer ha stile anche quando perde.

Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

Rafael Nadal – Nike

Laura Guidobaldi: Sobrietà ed essenzialità anche per il completo di Rafa Nadal. Carina la t-shirt con il collo a “V”. Per lui pantaloncini sempre un po’ più corti rispetto a quelli indossati dalla maggior parte dei colleghi. Ma a lui stanno benissimo.

Valerio Vignoli: In questo outfit c’è dentro tutto il disinteresse di Rafa per qualunque tipo di fronzolo. Dobbiamo ammettere che ormai la combo maglietta a collo a v – pantaloncini cortissimi è il suo trademark. Ma continua a fare molto bagnino di Manacor. E in bianco è se possibile ancora meno interessante. Ma appunto sono tutti fronzoli. La sostanza è aver dimostrato anche a Londra di essere in ottima forma, nonostante la sconfitta contro un Federer divino.

Rafa Nadal – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Novak Djokovic – Lacoste

Laura Guidobaldi: Anche Lacoste punta sul classico. Un outfit lineare e senza fronzoli per il cinque volte campione di Wimbledon Novak Djokovic. La variante sta, però, nella sottile riga verticale scura sul lato dei pantaloncini che, per Djokovic, sono sempre rigorosamente un po’ “attillati”.

Valerio Vignoli: Robonole colpisce ancora. Come il coccodrillo che ha sulla maglietta, il campione serbo sguazza in quella palude di erba chiamata Wimbledon. Fa nuotare allegramente gli altri e poi spalanca le fauci improvvisamente e tanti saluti a tutti. Per il divertimento bisogna suonare ad altre porte: a casa Djokovic si bada solo alla sostanza. E il grigio sul colletto della polo ci ricorda l’avversione per qualunque colore non sia quello dell’oro del trofeo dei Championships.

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Coco Gauff – New Balance

Laura Guidobaldi: Una grande novità la presenza e le vittorie di Coco Gauff nel main draw e anche il suo look ha degnamente accompagnato i suoi primi passi sul Centre Court. Il suo vestitino New Balance è allo stesso tempo grintoso ed elegante, ravvivato quanto basta dalla fascia dorata nella parte inferiore della gonna. Un modello che rappresenta al meglio la giovinezza e la vivacità agonistica della nuova stellina americana.

Valerio Vignoli: Completo molto sportivo quello di New Balance per Coco Gauff, la quindicenne che a Wimbledon ha stupito il mondo issandosi fino agli ottavi di finale. Un outfit che ricorda molto nello stile la prima Venus Williams. Una tennista alla quale Gauff assomiglia molto, quantomeno dal punto di vista fisico. E che clamorosamente ha battuto proprio nel suo primo match del tabellone principale di questa edizione dei Championships. L’oro sul bianco non calza a pennello ma serve a sottolineare che siamo probabilmente di fronte a una futura stella del tennis mondiale.

Cori Gauff – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Collezione Nike

Laura Guidobaldi: Trofeo per una fantastica Simona Halep, ma anche il suo outfit meriterebbe il primo premio. Nella sua semplicità, l’abitino Nike di Simona si distingue tuttavia per l’eleganza e la finezza. La parte superiore del vestitino è semplicissima ma grintosa ed essenziale (proprio come il tennis della rumena), con un bello scollo a “V” ma non esagerato, orlato con un bordo più deciso, come all’estremità delle mezze maniche. La parte inferiore punta invece sulla dolcezza (come il carattere di Simona fuori dal campo), con la gonna particolarmente leggera e ad effetto “chiffon” quanto basta, arricchita da un piccolo spacco sul dietro riempito da leggere piegoline. Molto chic.

Valerio Vignoli: Non si può che concordare per quanto riguarda l’outfit di Halep. Moderno e sofisticato allo stesso tempo. Sarebbe da 10 e lode se non fosse per quelle scarpe con il baffo in stile graffiti. È andata molto peggio ad alcuni dei suoi colleghi, ai quali Nike, oltre alle suddette calzature, ha fatto indossare una polo bianca che nascondeva il motivo di un maglione a coste. Dalla tv non si vedeva bene ma basta andare sul sito dell’azienda di abbigliamento di Beaverton per accorgersi di questo dettaglio a dir poco kitsch. E bisogna sottolineare come questa trovata arrivi dopo i discutibili completi nineties multicolore degli Australian Open e gli scheletri/apine del Roland Garros. Gli US Open, si sa, sono lo Slam in cui le case d’abbigliamento osano di più. Non vogliamo nemmeno immaginare cosa Nike metterà addosso ai poveri Khachanov, Coric e Auger Aliassime. D’altronde anche lo stesso Federer dopo il passaggio ad Uniqlo aveva lanciato una frecciatina al suo vecchio sponsor, reo di realizzare outfit inappropriati.

Collezione Stella McCartney x Adidas

Laura Guidobaldi: Molto carino il modello indossato da un’altra grande sorpresa del torneo, Karolina Muchova. Anche in questo caso, come la linea disegnata per lo Slam francese, i modelli femminili Adidas per Wimbledon sono tra i più belli ed eleganti (grazie al talento di Stella McCartney), mentre quelli maschili puntano ancora sul classico. Molto “british” il vestitino di Muchova, con la canotta superiore leggermente traforata con un effetto pizzo di sangallo. Tra la canotta e la gonna una sottile striscia rossa ravviva un abitino decisamente sofisticato ma non eccessivo. Le stesse striscioline rosse, ma verticali, che scendono dalla spalla, vivacizzano anche la polo portata da Sascha Zverev.

Valerio Vignoli: E siamo tre a zero per Adidas negli Slam su Nike. Per lo slam londinese, il brand delle tre strisce scomoda la stilista di casa Stella McCartney, figlia del noto Beatles, con la quale collabora ormai da molto tempo. E fa ancora centro con delle variazioni di trame molto haute couture. La collezione riesce ad essere contemporanea ed originale, senza commettere alcun fashion crime nel tempio della tradizione tennistica. Gli outfit femminili, indossati tra le altre da Wozniacki, Muguruza e la stessa Muchova, sono forse più rappresentativi. Ma anche la polo di Zverev è una delle cose più belle viste nel guardaroba ATP quest’anno. Visti i risultati sul campo lui probabilmente non la pensa allo stesso modo.

Johanna Konta – Ellesse

Laura Guidobaldi: Ellesse si è sempre distinta per la sua raffinatezza e preziosità, pur mantenendo una certa sobrietà; non per niente era il brand scelto da Chris Evert nei suoi anni d’oro. Ritornato alla ribalta grazie alla vittoria alle Olimpiadi di Rio di Monica Puig, il marchio italiano non delude. Il vestitino sfoggiato da Johanna Konta è alquanto fine, con un bel collo a “V” stretto che scende quasi fino al seno; un bordino tratteggiato di nero, grigio e giallo sulle mezze maniche, nella parte inferiore della gonna e sulla visiera vengono ad alterare la monotonia del bianco. Scelta azzeccata.

Valerio Vignoli: Da anni a Wimbledon i brand non sfruttano appieno il già minuscolo margine di manovra in termini cromatici. Ci si limita al massimo al bordino colorato e al simbolo del brand colorato di blu, grigio, rosso, verde, viola etc. Con il completo della sempre stilosa Jo Konta, Ellesse dà un calcio alla monotonia, mostrando che qualcosa in più si può fare. Il bordino a strisce nere, grigie e gialle, ripreso anche nella visiera, è qualcosa di straordinariamente British. Ad arricchire questa fantastica mise c’è una scollatura a V profonda e leggermente ondulata e una piccola cintura dietro alla schiena in stile trench.Don’t patronize me“, ha ribattuto la tennista britannica ad un giornalista molto saccente dopo la sua eliminazione nei quarti di finale. No, tranquilla Johanna, non hai bisogno di lezioni da nessuno in fatto di moda.

Johanna Konta – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Off Court: Konta ha poi voluto ulteriormente rafforzare la sua leadership in fatto di stile durante questa edizione dei Championships presentandosi in conferenza stampa con una graziosissima camicetta a righe bianche e blu. Senza un filo di trucco e con i capelli raccolti, ha fatto i suoi migliori auguri per la nazionale femminile di calcio inglese, le “lionesses”. Per un femminismo semplice e discreto. Alternativo a quello vistoso ed aggressivo di Serena.

Laura Guidobaldi e Valerio Vignoli

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ATP

Australian Open: Nadal rullo compressore, sarà rivincita con Kyrgios?

Rafa lascia le briciole a Carreno Busta e attende Nick Kyrgios o Karen Khachanov agli ottavi. “Dovevo migliorare e l’ho fatto. Ho giocato molto bene anche il dritto in lungolinea”

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Rafa Nadal - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

[1] R. Nadal b. [27] P. Carreno Busta 6-1 6-2 6-4

Una straordinaria dimostrazione di forza. Non si può definire in altro modo la distruzione operata da Rafael Nadal ai danni del suo connazionale Pablo Carreno Busta che ha raccolto solamente sette games in tre set. “La mia migliore partita del torneo – ha dichiarato il maiorchino – senza ombra di dubbio. Una notevole differenza con il mio primo turno, fin dall’inizio di ogni scambio sono riuscito a far danni”.

Un primo set rapidissimo, meno di mezz’ora, un secondo set ancora più rapido, 27 minuti, con Nadal che ha conquistato più del doppio dei punti del suo avversario (rispettivamente 27-12 e 24-11). Rafa ha messo in mostra le sue famose accelerazioni di diritto, sia in avanzamento sia in difesa, ed ha tolto fin dall’inizio degli scambi l’iniziativa a Carreno Busta che ben presto è diventato uno spettatore non pagante della partita. “Dovevo migliorare e sono migliorato – ha confermato Nadal ai giornalisti spagnoli –. Ho giocato molto bene il drive di diritto anche in lungolinea, cosa che mi dà molte opzioni per aprire il campo. Molto bene anche lo slice di rovescio, sia in difesa sia nelle situazioni di attacco, che mi danno un’opzione in più per aprirmi il campo”.

Più equilibrato il terzo set, deciso da un solo break al quinto game, nel quale quattro punti consecutivi di Nadal da fondocampo ed un errore forzato hanno ribaltato il gioco dal 30-15 e lanciato Rafa verso il traguardo finale.

Rafael Nadal – Australian Open (via Twitter, @AustralianOpen)

Impressionanti le statistiche del numero uno del mondo: 42 vincenti contro 18 errori gratuiti (21-21 il computo finale per Carreno Busta), solamente 10 punti persi sulla propria battuta (su 62) e una velocità media della seconda di servizio superiore alle 100 miglia orarie. Al quarto turno potrebbe esserci la sfida contro Nick Kyrgios se l’australiano saprà superare l’ostacolo Kachanov. “Sono due giocatori diversi – ha detto Nadal dei suoi due potenziali avversari – ma la chiave è la stessa: devo giocare al mio miglior livello”.

 

Il tabellone del torneo maschile (con i risultati aggiornati)

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Australian Open

Federer placido: “Millman è un grande giocatore, io vivo per partite così”

“John è difficile da scardinare, con lui non sai mai se premere il grilletto o andare in sicurezza. Lo rispetto molto, mi dispiace che abbia perso”

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Roger Federer - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Mors tua vita mea, dei due l’uno. In uno sport come il tennis in cui la sopravvivenza di un contendente è indissolubilmente legata alla fine sportiva dell’altro, c’è giusto spazio per concedere allo sconfitto l’onore delle armi. Tutto il resto è duro lavoro e perseguimento dell’obiettivo: quello di Roger Federer è andare il più lontano possibile a Melbourne e intanto saltare Marton Fucsovics, già giustiziere di Jannik Sinner e prossimo avversario in ottavi di finale. Forse servirà una versione migliore del Re rispetto a quella apprezzata oggi, ma in ogni caso nulla si cancella, e le quattro ore spese in campo contro l’ostico John Millman per spuntarla rimontando dal quattro a otto nel super tiebreak resteranno nelle gambe. Probabilmente foraggeranno i pensieri positivi, di sicuro sarà così, ma è stata dura.

“L’equilibrio è stato a lungo labile, specialmente nell’ultimo tie break, già precario di per sé per com’è strutturato. Devi fare il tuo gioco, certo, ma devi anche prenderti qualche cautela, perché finire fuori strada è questione di attimi”. Roger non aveva mai sperimentato il tie-break decisivo australiano. “Se mi piace? Sì, a me va bene qualsiasi soluzione, è bello che i quattro tornei dello Slam abbiano finali diversi, vorrei provarli tutti prima di lasciare il tennis. Qui hanno studiato una volata esaltante e i risultati dimostrano che è così, non per forza in semifinale o in finale, ma anche in un terzo turno come quello di oggi. Forse non tutti hanno ben assimilato la novità, però: quando Millman ha fatto il settimo punto si è sentito un boato molto più forte degli altri, forse pensavano fosse finita“. È stato un turno duro contro il temuto John Millman, magari non una bestia nera ma sicuramente un tizio con cui Roger incrocia la racchetta di mal genio. “È un giocatore difficile da affrontare: ha colpi bilanciati, copre il campo in maniera stupenda e da fondo sa contrattaccare come pochi. Con lui non sai mai se premere il grilletto o temporeggiare, oggi ha punito le mie scelte un sacco di volte. Inoltre ha una grande attitudine“.

Una vittoria soffertissima anche per colpa di una prestazione non proprio scintillante dello svizzero, stando alla maggioranza dei pareri in merito che si leggono in giro, trapunta di molti errori non forzati specie dal lato destro (alla fine gli unforced di dritto saranno addirittura quarantotto). “Non voglio mancare di rispetto a chi si occupa delle statistiche, ma sapete, in una partita che supera le quattro ore qualche non forzato è obbligatorio, non vi pare? Io sarò sempre il tipo di tennista che proverà a produrre giocate, assumendosi il rischio di commettere qualche errore extra. Bisogna anche considerare che il campo è lento, avete visto quanti serve and volley abbiamo provato in totale io e John? Pochi. Ne consegue che gli scambi si allungano e la possibilità di sbagliare aumenta, non volendo con questo mettere le mani avanti perché io per primo avrei sperato di piazzare qualche vincente in più“.

 

Alla fine, pur in una giornata non brillantissima, Federer ha trovato il modo di consegnare agli archivi di Melbourne una delle partite – e dei finali – più tese degli ultimi anni, per il visibilio della folla. “Fino a quando non fronteggi un match point sai di non essere proprio sul cornicione e quindi sei perfettamente dentro la partita. Certo, oggi la situazione era critica e non capita ogni volta di rimontare quattro punti nel tie break. Sono momenti, serve anche la fortuna: i punti cruciali del sette a otto, dell’otto pari e del nove a otto sono finiti tutti dalla mia parte. Non è solo bravura, non è tutto merito mio“. Quattro ore di lotta molto intensa, che resteranno nelle gambe ma, come si diceva, forse rincuoreranno lo spirito. “Continuo a stare nel tour per giocare partite e vivere emozioni come queste. Per lunghi tratti sono stato sconfortato, per aver perso il primo set, per avere subito il break nel quinto, perché non stavo giocando come volevo. Ma poi arriva il rettilineo finale e in due minuti passi dall’aver quasi perso alla vittoria, nel delirio generale. Tutto questo è meraviglioso“.

Resta l’onore delle armi, tornando al nostro punto di partenza, da concedere a un uomo per cui Roger, si percepisce da mille cose, prova una stima profondissima. “A rete gli ho detto che mi dispiace che abbia perso, ma ha giocato una partita fantastica e provo tanto rispetto per lui“. Nel tennis, purtroppo o per fortuna, ne sopravvive solo uno.

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Australian Open

Federer + Fognini + Coco Gauff. Wang e la prima tennista araba in ottavi: un cocktail pazzesco

MELBOURNE – Serena Williams: addio allo Slam 24 per sempre? L’imbarazzo di Naomi Osaka. “Perdere da una bambina di 15 anni…”. Fognini sarà la volta buona? Sandgren non è Djokovic né Berdych. Federer rischia con Fucsovics se non recupera dalla maratona

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da Melbourne, il direttore

Giovedì non era successo granché, ove si eccettui per i nostri patri confini la vittoria di Camila Giorgi su Kuznetsova. In questo venerdì, che si è concluso con un’epica vittoria di Federer dopo oltre 4 ore di tennis e dopo la mezzanotte locale e un finale da infarto per Mirka e i suoi tifosi che l’avevano visto ormai battuto sul 4-8 del long tie-break finale, è invece successo di tutto.

Se quel John Millman che lo aveva già battuto a Flushing Meadows due anni fa, non si fosse fatto assalire dal braccino, e al contempo invece Roger non avesse smesso di sbagliare lo sbagliabile, avremmo dovuto raccontare di un’altra grande sorpresa, dopo tutte quelle che erano successe prima. E alle quali darò la precedenza, senza però trascurare la grande soddisfazione per il bel risultato di Fabio Fognini qualificatosi per la terza volta agli ottavi di questo torneo e con alle viste un match difficile ma non impossibile con l’americano Tennys Sandgren.  Non è sempre, insomma, il caso di dire “Mai una gioia!”.

 

Tuttavia comportiamoci da gentiluomini, su Federer e Fabio ovviamente torneremo a lungo più da basso e diamo precedenza a quanto accaduto prima nell’arco di una giornata densissima. Ladies first, dunque.

Fuori Serena Williams, fuori Naomi Osaka, fuori Caroline Wozniacki, fuori Madison Keys. Tre campionesse di Slam le prime tre, ancorchè tutte vittoriose in Australia, e una finalista all’US Open 2017 la quarta, nonché numero 11 del mondo.

La prima, Serena, con la più forte delle tante Wang: lei, Qiang, è la n.29 del mondo ma sono ben 7 le Wang nella classifica WTA (piazzate a n.51, n.134, n.153, n.514, n.553, n.833). Si tratta di una ragazza cinese di 28 anni di Nanjing cui a New York Serena aveva lasciato un solo game in meno di tre quarti d’ora. Cosa sia accaduto in 4 mesi per cambiare così le cose non è facile spiegare. Di certo non lo ha spiegato sprecando troppe parole la timidissima, ma anche dolcissima Qiang Wang: “A New York mi ero resa conto che lei era troppo più potente perché io potessi competere. Allora ho lavorato tanto, partite di tennis sempre di almeno tre ore sul campo, tanta palestra” racconta con un sorriso. A vederla le sue braccia restano magre, la metà di quelle di Serena. Il cui assalto allo Slam n.24 e al record di Margaret Court (che viene dagli “officials” australiani dichiaratamente onorata solo per il tennis e stigmatizzata per le sue esternazioni) è rinviato a data da destinarsi. Improbabile quella del Roland Garros. Serena stessa si è data il possibile appuntamento con la vittoria record “negli ultimi due Slam dell’anno”.

La seconda ragazza è Naomi campionessa in carica e n.3 del mondo “imbarazzata” (così si è dipinta lei stessa) per essere stata sbattuta fuori in 2 set senza troppa storia (6-4 6-3) da una ragazzina di 15 anni, anche se quella ragazzina è un fenomeno che si chiama Coco Gauff ed è già una realtà del tennis. Forse l’imbarazzo a Naomi le è sceso addosso anche a seguito dei 30 errori gratuiti commessi in 66 minuti, quasi uno ogni due minuti, il che – considerate le pause fra un punto e l’altro e le soste ai cambi di campo – significa più di uno al minuto. Alla fin fine sono numeri simili, negli errori, a quelli di Serena che se ne è concessi la bellezza di 56, ma è stata in campo più del doppio di Naomi e Coco: 2h e 41 m.

La terza, Sweet Caroline, ha dato l’addio al tennis quando meno se lo aspettava per mano della prima tennista araba mai giunta in ottavi a uno Slam, Ons Jabeur che ricordo tanti anni fa junior assai promettente per via del sopraffino tocco di palla (e del coach italiano Luca Appino), ma allora seriamente limitata dall’evidente sovrappeso. Qui Caroline aveva vinto l’unico Slam due anni fa. Nel corso delle precedenti 67 settimane al vertice WTA non si era mai smesso impietosamente e implacabilmente di ricordarle che una vera n.1 non poteva non vincerne almeno uno. E proprio a Melbourne nel 2018 si infranse il maledetto tabù. Giocando sempre nel suo modo, correndo, rincorrendo, recuperando tutto e di più, facendo sempre meno vincenti ma anche meno errori delle altre. Una ragazza dolce, benvoluta da tutte le avversarie, forti e meno forti: non è cosa che accada tanto di frequente fra le ragazze che vivono in questi ambienti super-competitivi e in uno sport così individuale, dove ognuna fa corsa a sé.

La quarta, Madison, ha evitato suo malgrado quello che sarebbe stato un doppio pianto greco cedendo il passo alla Sakkari nel giorno in cui l’idolo di 300.000 greci residenti nell’area di Melbourne – è la seconda città greca del mondo dopo Atene! – Stefanos Tsitsipas, giustiziere un anno fa di Federer e semifinalista ridimensionato da Nadal, non è riuscito a strappare neppure un set (7-5 6-4 7-6) né a conquistare anche una sola palla break al canadese Milos Raonic: una vera tragedia greca per una grande gioia canadese dopo l’avvio iper-frustrante di questo Slam che aveva visto finire al tappeto subito sia Shapovalov sia Auger-Aliassime. Il vecchio Milos – anche se ha solo 28 anni è sempre stato così perseguitato dagli infortuni conseguenti alla postura per via di una gamba un tantino più lunga dell’altra – dai tempi della finale raggiunta a Wimbledon 2016 quando batté Federer in semifinale era stato più spesso “incerottato” che a posto. Già questo risultato lo rimette in corsa, rappresentante della vecchia guardia canadese al cospetto dei giovani rampanti, un po’ come lo è oggi Fabio Fognini di fronte a Berrettini e Sinner che venivano quasi più considerati di lui.

Così, dopo questo inciso sugli uomini, dall’alto in basso agli ottavi della metà alta del tabellone sono approdate Barty n.1 (che campeggia nei murales Fila di tutta la città e occupa stabilmente pagine su pagine su The Age e su The Herald Sun) e Riske n.18, Sakkari n.22 e Kvitova n.7, Gauff n.67 e Kenin n.14, Jabeur n.78 e Wang n.29. Fino a ieri erano in lizza al terzo turno tutte le prime 10 del mondo e non accadeva più da Wimbledon 2009 (e all’Australian Open dal 2007).

L’ insolito rispetto delle gerarchie è durato ben poco. E se da un lato è divertente assistere a delle sorprese, dall’altro una maggiore stabilità ai vertici – anche senza arrivare alle egemonie installate dai Fab Four nel tennis maschile – gioverebbe all’immagine del tennis femminile che l’ha persa invece proprio a causa dell’eccessiva turnazione nelle posizioni di maggior prestigio e rilievo. Se andaste dai meno appassionati del nostro sport e chiedeste loro chi sono le prime dieci tenniste del mondo, ma anche soltanto le prime cinque, sentireste pronunciare i nomi più disparati.

L’altro giorno Justine Henin – che sulla rentrée agonistica di Kim Cljisters mi aveva detto nel corso dell’incontro organizzato da Eurosport: “Non la capisco ma la rispetto…” prima di aggiungere al collega belga Yves Simon: ”Quando mio marito ha sentito la notizia mi ha detto: ‘Justine, a me non me lo fare questo scherzo eh’!” – “l’ideale per me, perché si torni a parlare di tennis femminile come una volta, sarebbe che nei grandi tornei arrivassero quasi sempre ai quarti le stesse sette giocatrici più una outsider. Quando in ogni Slam ogni volta cambia completamente lo scenario la gente resta disorientata, non capisce più chi sono davvero le vere campionesse”.

Un anno fa, quando qui aveva vinto il suo secondo Slam, pensai che Osaka sarebbe potuta diventare una leader, un personaggio carismatico. Non è stato così. Forse si dovrà attendere la futura e definitiva esplosione di Coco Gauff che già oggi fa parlare di sé più di qualunque altra top ten al di fuori di Serenona.

Naomi Osaka

IL PUNTO SUGLI UOMINI

La scelta di parlare prima delle donne è stata dovuta sia perché notoriamente sono… un vero gentiluomo, ma anche al fatto che i vari exploit di Raonic ai danni di Tsitsipas, del redivivo Cilic a spese di Bautista Agut dopo una furiosa battaglia di 5 set, di Sandgren – il giustiziere di Berrettini – sul connazionale Querrey sono arrivate in buona parte un po’ dopo e così ho potuto mettere nel frattempo un po’ di fieno in cascina, aspettando Fognini con Pella con qualche preoccupazione e – idem con patate – Federer con quel Millman che lo aveva battuto due anni fa all’US Open approfittando di una giornata di caldo spaventoso che, a sentir Federer l’altro giorno, “per poco non ci lascio la pelle”.

Beh, se temevo che Fognini potesse accusare il peso della fatica – due match consecutivi vinti 7-6 al quinto set con il nuovo tie-break a 10 è record – tutto mi sarei aspettato fuorché l’epico match cui hanno dato vita Roger Federer e John Millman. Oltre 4 ore di gioco, con un Federer decisamente sotto tono, costantemente a subire il tennis da fondocampo di Millman che spingeva sia di dritto sia di rovescio con una foga inaudita, e con lo svizzero che pareva proprio spacciato quando si è trovato sotto 8 punti a 4 nel tie-break cominciato subito patendo un mini-break nel primo punto. Sotto 3-0, poi 5-2, 7-4, 8-4 dopo un nuovo mini-break causato dall’ennesimo dritto sbagliato da Roger.

Sull’8-5 per Millman, l’uomo del mulino (l’ho già scritto e l’ho anche detto, ma mi piace l’idea dell’uomo del mulino che si batte come Don Chisciotte contro il testimonial del Mulino Bianco, perdonate la debolezza) ha due servizi a disposizione. Basta che ne tenga uno e va al triplo match point. Ma mentre a lui il braccio comincia a tremare un po’, quello di Federer – che fino al sesto punto del tie-break aveva commesso la bellezza di 82 errori gratuiti, improvvisamente sia pur remando e remando non sbaglia più. Sotto 8 a 4 infila una serie di 6 punti consecutivi e può sollevare le braccia al cielo con Mirka che non sembrava crederci più e pare sfinita anche lei dalle indicibili emozioni.

Chi ha visto la partita alla televisione si sarà a momenti infuriato per certi errori assolutamente non da Federer, ma alla fine si sarà ancora una volta persuaso che uno come lui non esiste. Si è salvato quando era sull’orlo del precipizio con la classe che ha, mentre il povero Millman non dimenticherà mai d’essere stato per cinque volte a 2 punti dalla vittoria più prestigiosa della carriera perché ottenuta davanti al suo pubblico e senza l’aiuto del caldo infernale di New York due anni fa e sicuramente non chiuderà occhio per chissà quante notti a venire.

Vedo che il nostro live ha “ispirato” 2.800 commenti! Not too bad direbbe Nole Djokovic, anche se il merito di questi va in gran parte alle 4 ore e passa di Federer-Millman. Non vale dire che con il tie-break tradizionale a 7 Millman lo avrebbe vinto 7-4 perché si è visto che gli ultimi punti sono quelli che possono far tremare un giocatore.. e l’altro no. Curioso semmai il ruggito della folla quando Millman ha conquistato il 7-4: molti devono aver creduto che la partita fosse finita. Millman aveva giocato ai limiti delle proprie possibilità fino al momento di chiudere, ma lì è…cascato l’asino, come mi diceva la mia vecchia professoressa di latino quando smarronavo nel fare una versione.

È facile vincere, se sei forte, quando giochi al meglio e sei in grande giornata, è difficile farlo quando invece sei in giornata no e ti trovi davanti un avversario super-ispirato che si esalta davanti alla propria folla. Già, per una volta Roger Federer si è trovato a giocare in uno stadio diviso a metà, ma è uscito vincitore anche in questa situazione che pareva davvero iper-compromessa pur giocando più male che bene. Pareva spesso lento, non riusciva ad uscire dalla diagonale dei rovesci, il servizio non era efficace come tante altre volte, e mi sa che anche queste Dunlop di cui tanti giocatori si sono lamentati (molto rapide quando nuove per i primissimi game ma ‘larghe e molli come arance‘, parole di Djokovic sposate da Fognini, Federer e altri) abbiano influito sul gioco che è stato di qualità modesta. Millman aveva più forza fisica (“Uno dei tennisti più fit, più preparati fisicamente del circuito” – aveva messo le mani avanti Roger) e riusciva a spingere anche le palle più pesanti. Roger non ci riusciva con altrettanta facilità. Molti suoi colpi sono finiti in rete, specie di dritto. 48 errori non forzati solo di quello che per solito è il suo colpo migliore!

Beh, questi conti sugli errori gratuiti non mi convincono, soprattutto dopo 4 ore di match. Quando è che un errore è non forzato? Se la palla arriva a 125 km l’ora o 135? Se sei lontano dalla palla? Lui mi metteva sotto pressione costringendomi a prendere dei rischi (per rovesciare la situazione, ndr). Mi conoscete, io non sono uno che si mette dietro e palleggia tutto il tempo. Cerco invece di riprendere il pallino del gioco e per questo motivo commetterò errori. Certo avrei voluto a volte fare qualche vincente in più, ma quel che è accaduto mostra anche quanto siano lenti questi campi. Lui non ha fatto neppure un solo serve&volley, io ne avrò fatti…quanti? 10? 5? È crazy, folle …se vieni a rete sbagli delle volée non contano, mentre gli errori di palleggio contano sempre. Ecco insomma…” (sottintende: quel che voglio dire a proposito degli errori gratuiti.

Alla fine comunque Roger si dice convinto di non aver giocato così male, è felice naturalmente di aver vinto quando le cose sembravano essersi messe così male. “Se io gioco a tennis è perché mi piace vincere i tornei, vincere più partite possibile, divertirmi sul campo… ma anche trovarmi parte di match epici come questo! Non devono essere per forza finali. Se il pubblico si entusiasma e partecipa con calore, se vivi una gran battaglia con il tuo avversario che ammiri e rispetti, è un gran bel feeling. Sono felice di aver vissuto questo match e credo che avrei provato la stessa cosa anche se l’avessi perso, a essere onesto”.

Roger Federer – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Questo match che avrà tenuto incollati al televisore milioni di spettatori in tutto il mondo ha finito per distogliere l’attenzione dalla partita vinta da Fabio Fognini che ha dominato in tre set Pella quasi che non ci avesse perso due volte su tre in precedenza (se non si conta quando nel 2010 lo batté in un challenger di Buenos Aires) e che non avesse dimostrato di soffrire i mancini. Per la verità Pella è un mancino abbastanza anomalo, perché gioca meglio di rovescio… quindi tutto sommato dovendo giocare sul dritto si gioca quasi come contro un destro, cioè nell’angolo dove i destri hanno il rovescio.

Fabio sa di avere più chance di raggiungere finalmente i quarti nove anni dopo quelli raggiunti a Parigi: “E lì, battuto Montanes in quella partita drammatica (furono cinque i match point annullati se non ricordo male …n.d.r) non riuscii a giocare i quarti contro Djokovic…stavolta mi piacerebbe giocarli. Ma devo battere Sandgren che…ricorderete lo scherzetto che mi ha fatto a Wimbledon lo scorso anno. Certo ho più chance con lui che con Djokovic e Berdych che trovai in ottavi qui (2014 il serbo, 2018 il ceco), ma Sandgren aveva battuto Matteo (7-5 al quinto al secondo turno), ha dato 3 set a zero a Querrey oggi e sì che Querrey serve molto bene…insomma vale molto più della classifica che ha. Potrei essere considerato il favorito per via della classifica, ma insomma lui mi ha battuto quando abbiamo giocato a Wimbledon su quel campo (il 14…molto angusto, un gran via vai, Fabio era furente con chi lo aveva programmato su quel campo anziché su uno di quelli più importanti dove erano finiti anche match di minore livello e ranking, ndr), quindi so già che sarà una partita dura”.

Resta il fatto che sarà una bella opportunità per questo nostro tennista che – con Camila Giorgi impegnata questo sabato contro Kerber – è rimasto il nostro unico, ultimo rappresentante. I nostri giovani avranno occasioni future, magari, ma intanto al momento il tennis italiano si appoggia ancora una volta sulle spalle del ligure che a maggio compierà 33 anni.

Chi vincerà fra Fognini e Sandgren, tipo simpatico con il quale ho parlato insieme a due colleghi americani: ”It will be fun to play Fognini again” – troverà il vincente di Federer-Fucsovics, l’ungherese che dopo aver dato tre set a zero al nostro imberbe Sinner, ha battuto ancor molto più facilmente uno dei cinque americani giunti al terzo turno, Tommy Paul.

Dopo quel che ho visto stasera Federer – prodigioso come tenuta fisica a 38 anni e mezzo a reggere quattro ore nelle quali ha corso più lui che Millman, ma recupererà in tempo? – dovrà stare molto attento. Fucsovics ha un gioco abbastanza simile a quello di Millman e più dell’australiano è capace di venirsi a prendere il punto anche a rete. Insomma se per Federer potrebbe essere un buon sentiero per raggiungere l’ennesima semifinale – probabilmente contro Djokovic che dovrebbe battere Schwartzman dopo aver intanto centrato la vittoria n.100 a Melbourne e poi il vincente di Cilic-Raonic – io credo che tutti i tre tennisti che si trovano nel quarto alto del tabellone con Federer, vale a dire Fognini e Sandgren, più Fucsovics probabilmente nutrono sogni di gloria. Per tutti la semifinale non è un miraggio. Ma un obiettivo possibile.

Intanto Fabio si è detto felicissimo per il risultato di…mio fratello Simone (Bolelli). In coppia con Paire il “Bole” ha battuto la testa di serie n.1 Herbert-Mahut.

Fabio Fognini – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

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