Ljubicic, da Umago a Wimbledon: "Federer è ancora il migliore"

Interviste

Ljubicic, da Umago a Wimbledon: “Federer è ancora il migliore”

Ljubicic sul match contro Djokovic: “Roger ha giocato meglio, triste vederlo perdere. Nulla mi emozionerà come la finale di Melbourne 2017 contro Nadal”. Il suo impatto come coach: “Non gli dico cosa fare, ma funziona… a 38 anni è ancora il migliore”. E quel tie-break a Rotterdam…

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Ivan Ljubicic - ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Da quando – poco più di tre anni e mezzo fa – è diventato il coach di Roger Federer, Ivan Ljubicic non si è concesso spesso ai media, parlando raramente del suo lavoro a fianco del fuoriclasse svizzero. Qualcosa in più – soprattutto in patria, in Croazia – la dice in qualità di manager del connazionale Borna Coric, ma sicuramente niente di paragonabile a prima, quando era di fatto dall’altra parte della barricata, come commentatore di Sky e columnist del Tennis Italiano. Una piccola deroga a questo suo “silenzio stampa” l’ex n. 3 del mondo l’ha concessa durante il torneo di Umago, dove è stato intervistato dal quotidiano sportivo croato “Sportske Novosti”.

Umago per Ljubicic è un “luogo del cuore” della sua carriera da giocatore. Ivan ha giocato i Croatia Open per ben undici volte, ma la cittadina istriana è stata importante per lui già da prima che calcasse questi campi da professionista. Anzi, si può proprio dire che abbia dato il là alla carriera tennistica di quel ragazzino che proprio dall’altro lato dell’Istria – ad Abbazia – trovò il primo rifugio quando all’età di tredici anni insieme alla madre fuggì da Banja Luka con lo scoppio della guerra in Bosnia. “Noi giocatori croati siamo cresciuti con il sogno di giocare ad Umago. Qui da ragazzini abbiamo giocato la ‘Katoro cup’, poi i tornei juniores – mi ricordo ancora la ‘Hempel Cup’. Umago è da subito molto importante, un punto di riferimento. Qui a sedici anni in coppia con Ivo Karlovic superammo il primo turno in doppio, battendo Berasategui e Clavet. Per noi quella vittoria fu veramente un gran colpo, fu una cosa enorme. Pensate se adesso una coppia di ragazzini di 16 anni superasse il primo turno di un torneo ATP. Umago, per chiunque si occupi di tennis in Croazia, ha rappresentato e rappresenta il massimo“.

Ma Umago è stata importante per lui anche nei primi importanti passi da professionista: qui arrivarono la prima vittoria a livello ATP (nel 1996 contro Carbonell) e la prima semifinale nel circuito maggiore (nel 1999). “A dire la verità Carbonell si ritirò dopo aver perso il primo set, però poi l’anno dopo lo battei al Challenger di Zagabria (ride, ndr). Al secondo turno incontrai Guga Kuerten e mi dissero ‘è giovane anche lui, puoi farcela’. Ci persi nettamente, lui l’anno dopo avrebbe vinto il Roland Garros… Mi ricordo la prima semifinale ATP, la ottenni dopo la vittoria su Hrbaty nei quarti, quella che ricordo con più piacere qui a Umago. Poco dopo entrai nella top 100. Ci fu anche qualche screzio nel dopo partita, Hrbaty si arrabbiò perché andai ad abbracciare mia mamma prima di stringergli la mano. Più tardi lo chiamai in hotel per scusarmi”.

 
Ivan Ljubicic dopo la vittoria a Indian Wells nel 2010

Ljubicic scorre l’album dei ricordi ed è sorprendente come rammenti alcuni dettagli. “Mi ricordo esattamente i campi dove giocavamo a Katoro (frazione del comune di Umago, ndr). C’erano tre campi, noi giocavamo in quello in mezzo. Mi ricordo il primo punto ATP in un torneo a Icici (un paesino dall’altro lato dell’Istria ad una quindicina di km da Fiume, ndr), battei lo slovacco Galik, che era attorno alla 360esima posizione ATP. In realtà ricordo molto di più queste cose che quelle accadute dopo. A Roger piace allenarsi con gli ex giocatori – Enqvist, Ferrero, Llodra – e mi chiede i miei risultati con loro. Ma io non me li ricordo. Probabilmente gli inizi li vivi con così tanta emozione che ti rimangono scolpiti nella memoria”.

Eccolo, Roger Federer. L’ha citato Ljubicic, ed è perciò un assist perfetto per passare a parlare del fuoriclasse svizzero. In primis, ovviamente, con riferimento alla finale di Wimbledon, dato che sono passati solo pochi giorni ed il match è ancora ben impresso nella memoria di tutti gli appassionati. La prima domanda è su un curioso dato statistico saltato fuori dopo la partita: ovvero che delle sue 10 finali (su 156 totali), tra circuito ATP e tornei dello Slam, che si sono concluse con un tie-break nel set decisivo, The Swiss Maestro ne abbia vinto solo una, quella di Rotterdam nel 2005. Proprio contro Ivan Ljubicic…

Questa cosa mi fa arrabbiare, perché non avrebbe dovuto vincere neanche quella!“ risponde sorridendo Ivan. “Conducevo 4-2 in quel tie-break. Mi giocò uno slice corto ed io mi misi a pensare cosa fare, se andare avanti o no. Evidentemente ci pensai troppo. Il punto successivo tirai un dritto inside-out. Sono convinto che avesse toccato la linea e che avessi vinto il punto, ma a quei tempi non c’era il falco, chiamarono la palla fuori e addio… Ripeto, non avrebbe dovuto vincere neanche quel match”.

Roger Federer e Ivan Ljubicic – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Logico a questo punto, chiedere come si sia sentito il coach di Roger Federer dopo aver visto il suo giocatore disputare un grande match e perderlo, appunto, al tie-break del quinto. “Come volete che mi sia sentito? Ero così nervoso… Perché Roger pur essendo stato il migliore in campo non è riuscito a vincere. È dura”. A parziale, molto parziale, consolazione i complimenti per la prestazione di Roger piovuti da tutte le parti, anche dal team avversario. In particolare, in tanti hanno detto che si è vista la mano di coach Ljubicic nei match contro Nadal e Djokovic, nel diverso approccio tattico ai due match. Ma Ljubo minimizza, e si capisce perché preferisca non parlare del suo lavoro con Roger: preferisce che a parlare sia il lavoro.

“Sì, okay. Ma è chiaro che contro di loro non può giocare nello stesso modo. Non posso dire quanto e in che cosa ci sia la mia mano come allenatore, le cose non funzionano così. Non è che io gli dico ‘fai questo, fai quello…’, Roger non è un ragazzino a cui devo spiegare le cose. Non è questo il tipo di rapporto. Ma quanto impatto io abbia, dovreste chiederlo a Roger. Non so esattamente cosa, di quello che gli dico, lui prenda o non prenda. L’unica cosa che posso vedere è come le cose stanno funzionando. Lui gioca ancora bene, per me è ancora il migliore al mondo. E sono felice ed orgoglioso che lo sia ancora a 38 anni”.

Una curiosità molto “croata” è quella relativa al fatto che mentre Ljubo è nel team di Roger, in quello di Nole c’è ora – non si sa ancora se stabilmente o part-time – un altro croato, Goran Ivanisevic. E che prima per un breve periodo ce n’è stato un altro, quel Mario Ancic che fu il grande protagonista insieme a Ljubicic della prima Coppa Davis vinta dalla Croazia nel 2005. E che durante la finale era seduto in mezzo al team di Nole. “Era seduto molto vicino a me, ma credetemi, quando inizia il match non vedo nessuno, se non Roger ed il campo. Ma se non sbaglio, Mario è dovuto andare via dopo il primo set, doveva andare all’aeroporto, impegni di lavoro…”. Goran invece era già ad Umago (la sera prima aveva giocato l’esibizione con Goran Prpic, remake della prima finale del torneo, quella del 1990). E sicuramente l’ha vissuta meno intensamente rispetto a chi era a soffrire sulle tribune del Campo Centrale di Wimbledon. “Ci credo. Io non mi potevo alzare, ho imprecato un po’… Ma poi tutto passa. Non ci sono da fare grandi drammi. Alla fin fine si tratta di sport, a nessuno cambierà la vita per questa finale“.

Proprio il citato Ancic ha detto che per lui si è trattato di uno dei match più belli, se non il più bello, di tutti i tempi. Insomma, per l’ex n. 7 del mondo la finale di Wimbledon 2019 è stato “The Match”, la partita delle partite.Per me nessun match sarà mai emozionante come la finale dell’Australian Open 2017 tra Roger e Rafa. Per me è quello ‘The Match’. Entrambi rientravano da un lungo periodo di stop a causa di infortuni, nessuno si aspettava niente da loro, giocarono cinque set… Capisco perché qualcuno consideri questo ‘The Match’, ma per me quella finale è insuperabile. Poi è chiaro che per quelli dell’entourage di Djokovic, è questo il match più sentito”.

L’abbraccio tra Roger e Rafa dopo la finale a Melbourne del 2017

Un’altra osservazione statistica: Federer ha fatto 40 vincenti in più eppure ha perso. “Ha fatto 14 punti in più, praticamente tre game e mezzo. Non è poco. Ma nel tennis non ci sono regole in questo senso. Qualche volta perdi, qualche volta vinci. Andiamo avanti”. Il messaggio di Ljubicic è chiaro: basta parlare di quello che è successo, pensiamo a quello accadrà. Prima di andare avanti però, ci sarà un po’ di riposo. Federer si è preso infatti quasi un mese di stop agonistico, come confermato dal suo allenatore. Il prossimo torneo sarà Cincinnati, ancora non so se ci andrò io o Severin Luthi. Subito dopo gli US Open, dove ci saremo tutti, poi fino a fine stagione come al solito: Shanghai, Basilea, forse Bercy, le ATP Finals”.

Chiaramente la curiosità è sapere cosa accadrà il prossimo anno, sapere fino a quando King Roger continuerà a stupire. Ma il suo coach non si sbottona. “Dopo le ATP Finals ci siederemo tutti attorno ad un tavolo e penseremo al 2020”. Un piccolo indizio però Ljubicic forse lo fornisce, quando dice che questa a fianco del fuoriclasse di Basilea non sarà certo la sua ultima esperienza nel Tour. Tanti ex giocatori dicono che la cosa che più gli pesava quando giocavano era viaggiare tutto l’anno in giro per il mondo. Ma Ivan non è di questo avviso.

Se volete fare qualcosa nel tennis dovete essere pronti a preparare i bagagli e partire. Per me non è difficile. Mi piace il tennis, il Tour, non smetterò di viaggiare quando Roger si ritirerà o smetteremo di lavorare assieme. Ripeto, non mi costa fatica. Certo non può essere per 40 settimane all’anno, sennò allora è meglio non avere una famiglia. Ma se gestisci bene la cosa – 20-25 settimane, è okay. Di meno, come quando sento parlare di dieci settimane, proprio no. Cosa fai in dieci settimane? Ogni singolo Slam ti porta via tre settimane, il che significa che solo per gli Slam sono dodici in totale…”.

Eccolo, il piccolo possibile indizio: “Quando Roger si ritirerà o smetteremo di lavorare assieme”. Certo, assolutamente corretto e professionalmente ineccepibile da parte di Ivan considerare che la carriera di Roger possa continuare anche senza averlo al suo fianco. Ma pare comunque difficile che uno faccia una precisazione del genere con l’opzione del ritiro a breve seriamente in ballo. Certo, si potrebbe anche leggerla al contrario e pensare che Ljubo l’abbia detto proprio per evitare speculazioni sull’argomento. Ma noi preferiamo leggerla dall’altro lato. Forse perché tra un anno a Wimbledon vogliamo vedere la rivincita, vogliamo vedere il nuovo “The Match”. E magari stavolta saranno tutti d’accordo…

Novak Djokovic e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

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Interviste

In campo con Matteo Berrettini: la video-intervista di Eurosport

A poche ore dall’esordio all’Australian Open, vi proponiamo un’intervista molto interessante realizzata da Federico Ferrero e Jacopo Lo Monaco. Sapevate, per esempio, com’era il suo ‘vecchio’ rovescio?

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Matteo Berrettini - Vienna 2019 (foto via Twitter, @atptour)

Mancano poche ore all’esordio di Matteo Berrettini, a cui l’urna ha regalato un accoppiamento non certo proibitivo contro la wild card locale Andrew Harris (25 anni, numero 162 del mondo). Matteo scenderà in campo all’una (orario italiano) sulla Melbourne Arena, due mesi dopo l’ultimo impegno ufficiale – la sconfitta contro Taylor Fritz alle finali Davis di Madrid. Berrettini non ha disputato esibizioni né tornei in preparazione all’Australian Open, anche a causa di un piccolo infortunio addominale che l’ha convinto a rinunciare all’ATP Cup.

Durante l’off-season il numero otto del mondo è stato raggiunto a Montecarlo – dove ha residenza e si allena – da Jacopo Lo Monaco e Federico Ferrero per conto di Eurosport, con lo scopo di realizzare una video-intervista che da oggi è disponibile anche sull’on demand di Eurosport Player. Sui campi del Country Club, Matteo si è anche prestato a una breve analisi dei due colpi di cui ha maggiormente modificato l’esecuzione da quando ha cominciato a giocare a tennis, la seconda di servizio e il rovescio, ma ci arriveremo per gradi dopo aver riportato le parti salienti dell’intervista.

Sono nato con la racchetta in mano” è la frase con cui Matteo risponde alla prima domanda di Ferrero. “Non ero un baby-campione, una stella che sembrava dovesse arrivare prestissimo nel tennis che conta, però mi piace confrontarmi con me stesso sin da quando sono piccolo. Vivo qualsiasi cosa con agonismo. Verso i 16-17 anni ho davvero deciso di diventare un tennista“. Prima ancora, quando Matteo aveva 14 anni, è avvenuto l’incontro con Vincenzo Santopadre che probabilmente ha cambiato per sempre la sua carriera indirizzandolo verso uno stile di gioco molto più moderno e adatto alle superfici veloci. Matteo, infatti, era impostato come un giocatore italiano ‘vecchio stile’: “Sono nato e cresciuto a Roma: Roma è terra rossa. Nonostante l’altezza ero abbastanza agile quindi mi piaceva remare e stare dietro, ma quando Vincenzo ha visto che continuavo a crescere tanto mi ha detto tu dovrai fare i buchi per terra con il servizio, non sarai un giocatore che imposterà la partita su tanti colpi‘”.

 

Non serve sottolineare quanto Santopadre ci abbia visto lungo, e Matteo non ne fa mistero: “Come dico sempre, scegliete un allenatore e fidatevi di lui perché sa cos’è meglio per voi“. Nell’inverno del 2018 per esempio, quello che ha preceduto la stagione della consacrazione per Matteo, si è rivelata vincente la scelta di fargli svolgere gran parte della preparazione su una superficie veloce. “In passato non lo avevo mai fatto. Sono uscito un po’ dalla mia comfort zone, perché nonostante la maggior parte dei tornei si giocasse sul veloce tendevo ad allenarmi molto sulla terra“. Grazie alla cura di questi dettagli, Berrettini è diventato un giocatore competitivo su tutte le superfici tanto da rendergli ardua la scelta della superficie su cui giocare ‘il match della vita’: “Oggi però direi cemento all’aperto“. E se fosse necessario scegliere un compagno di doppio, la scelta ricadrebbe su Federer.

Lo stesso Federer che, battendolo nettamente agli ottavi di Wimbledon nel primo grande torneo giocato da Berrettini, gli ha dato probabilmente la spinta decisiva per salire ancora di livello e raggiungere le semifinali allo US Open. ‘L’incontro con il Papa in Vaticano’, come lo definisce ironicamente Ferrero, si è trasformato in un pomeriggio londinese da incubo. “Wimbledon è stata prima di tutto un’esperienza bellissima, ho vinto tre partite molto significative. Nella prima ero sotto di un set e un break, la seconda è stata l’ultima di Baghdatis e la terza l’ho vinta al quinto set annullando tre match point. Sono arrivato agli ottavi con tante energie sprecate, poi è ovvio che Roger sul centrale di Wimbledon gioca forse uno sport diverso“.

Matteo Berrettini e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Instagram, @matberrettini)

Slam successivo, Matteo approda a New York e fa il botto. Aveva sempre avuto la sensazione che quello fosse il ‘suo’ posto? “No, anche perché la stagione precedente avevo perso al primo turno una partita ‘così così’ (contro Denis Kudla, ndr) e poi preferisco l’atmosfera di Wimbledon a quella caotica di New York. Ricordo che durante un allenamento non riuscivo a sentire quello che diceva Vincenzo dall’altra parte della rete, tra brusii e aerei che passavano. New York è una città che ti porta via tante energie. Non arrivavo con l’aspettativa di fare un torneo del genere, poi evidentemente me lo sono fatto andare giù“.

È stato ovviamente il torneo che più degli altri gli ha permesso di ottenere i punti necessari a disputare le ATP Finals, dove Matteo è stato eliminato a testa alta nonostante le sconfitte contro Djokovic – primo incrocio in assoluto – e ancora Federer. Avendo affrontato anche Nadal a Flushing Meadows, Berrettini ha già avuto modo di confrontarsi con i tre giocatori più forti di questa epoca. Cos’è che li rende così difficili da battere?

Si parte con il numero uno del mondo: “Di Nadal non va mai sottovalutato il fatto che è mancino. Il rovescio dà molto fastidio perché la palla arriva molto tesa, ha una grandissima mano; è completo a tutti gli effetti. Poi sai che non ti mollerà neanche un quindici, questa è una cosa che lui ti fa sentire“. Poi è il turno di Federer: “Di Roger mi ha impressionato la facilità con cui riesce a fare tutto. Ti studia e sa che può fare qualsiasi cosa, non c’è un colpo giocato il quale puoi dire ‘adesso lui per forza dovrà giocare lì’. A Wimbledon mi ha confuso perché non faceva mai due volte la stessa cosa e così è difficile perché ti toglie i punti di riferimento. Allo stesso tempo sta molto vicino al campo e ti toglie il tempo, e quando viene a rete sembra un muro. Ho pensato ‘adesso che faccio, gli sparo?’“. Si chiude con Novak Djokovic: “Credo che sia il miglior risponditore del circuito. Ha una elasticità impressionante, difende in maniera paurosa e ha molta facilità con il rovescio. Anche il servizio è un colpo molto sottovalutato perché varia molto. Ho visto le statistiche del match che ho giocato contro di lui alle Finals: ho servito il 73% di prime e 200 all’ora e lui rispondeva sempre profondo. Disinnescata quell’arma, per me diventa complicato fare il punto“.

IN CAMPO

Per avere l’opportunità di esibirsi nello stesso contesto di questi campioni, Berrettini ha dovuto migliorare molto. Non è lo stesso tennista di due anni fa, anche in ragione di un paio di miglioramenti tecnici per ottenere i quali è stato decisivo l’intervento del suo team. “Dalla parte sinistra del campo ho fatto un grande salto di qualità, riesco a mischiare bene le carte con lo slice quindi sono più imprevedibile sotto quel punto di vista. Ho anche incrementato molto velocità e imprevedibilità della seconda palla, ma anche la solidità perché altrimenti si rischia di fare troppi doppi falli. Ho lavorato anche sul dritto, sulle situazioni in cui la palla mi arriva con meno rotazione facevo un po’ di fatica“.

Matteo e Jacopo Lo Monaco prendono in mano la racchetta per mostrare praticamente in cosa consistono le evoluzioni tecniche compiute dal tennista italiano, come evidenziato da questa clip pubblicata da Eurosport su Twitter.

Quando ero piccolo, sul rovescio, aprivo con il gomito alto e un po’ piegato” racconta Matteo, “e abbiamo lavorato anche sulla rotazione del busto perché arrivavo un po’ in ritardo“. Berrettini si esibisce prima nel vecchio rovescio e poi in quello attuale (eseguito con le braccia tese), che a detto dello stesso Santopadre ha dovuto imparare quasi da zero soprattutto nella variazione in lungolinea.

Berrettini mette anche a confronto la ‘vecchia’ seconda di servizio con quella che ha messo a punto lo scorso anno, “un colpo con il quale ho iniziato anche a cercare il punto, soprattutto quando mi sento meno sicuro da fondocampo. La seconda che giocavo in passato aveva molta rotazione, la mettevo spesso dentro ma era troppo prevedibile e non faceva male”. Quella che gioca adesso, come conferma lo stesso Lo Monaco dall’altra parte del campo, “arriva molto prima”. La lucidità di analisi di Matteo è la consueta, una qualità che tra le altre cose gli ha consentito di progredire oltre le aspettative. Adesso però è nuovamente il tempo di far parlare il campo.

Matteo Berrettini – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

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Interviste

Australian Open: Federer e Nadal si difendono, Sinner con la… chioma

Roger e Rafa parlano dell’emergenza aria. Wozniacki prepara il ritiro, Berrettini schiva l’inglese e Sinner non riesce a… darci un taglio

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Roger Federer in conferenza stampa - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Dal nostro inviato a Melbourne

Come largamente prevedibile, durante la giornata tradizionalmente dedicata alle conferenze stampa pre-torneo di tutti i big ha tenuto banco la questione “qualità dell’aria” che tante polemiche aveva scatenato martedì e mercoledì scorsi, quando i giocatori impegnati nelle qualificazioni sono stati mandati in campo con livelli di concentrazione delle polveri sottili molto insalubri o addirittura pericolosi. Alcuni tennisti erano intervenuti sui social media per denunciare come vengano usati due pesi e due misure per i “ballerini di fila” e per le “vedette”, fino ad arrivare anche a dire come i top player si comportano “da egoisti” (accusa, poi ritirata, avanzata dal canadese Brayden Schnur).

Federer e Nadal sono entrambi apparsi molto sensibili all’argomento ed hanno respinto le accuse (peraltro già svanite del nulla) al mittente: “Ero nell’ufficio del Direttore del torneo martedì – ha spiegato Roger Federer durante il suo affollatissimo incontro con la stampa – leggevo che la città di Melbourne invitava tutti a stare in casa, a non fare uscire gli animali, a chiudere le finestre e nella players lounge i giocatori venivano chiamati in campo: chiaramente qualcosa non andava. Per me la comunicazione è la chiave di tutto: devono farci sapere in base a quali criteri vengono prese le decisioni, in modo da essere tranquilli che esiste un processo rigoroso per stabilire se si gioca o no. Ora ci è stata data questa informazione”. Nella giornata di mercoledì Tennis Australia ha infatti reso nota la loro “Air Quality Policy, che in sostanza prevede che il gioco venga sospeso quando le rilevazioni delle polveri sottili supera il livello di 200 microgrammi per metro cubo.

Il regolamento dei Giochi Olimpici utilizza come limite soglia i 300 [microgrammi per metro cubo]” ha precisato Federer, peraltro bacchettando i giornalisti in conclusione della sua conferenza stampa in inglese in quanto la parte tennistica del suo Australian Open era stata totalmente trascurata. “Nel caso a qualcuno interessi, al primo turno gioco con Steve Johnson. In fondo sono in Australia per giocare a tennis” ha sottolineato lo svizzero, che poi ha aggiunto: “Sarà complicato giocare con un avversario che ha giocato parecchie partite recentemente mentre io non ne ho giocata alcuna. Non ho grandi aspettative da questo torneo, ho fatto tutto il possibile, vediamo come andrà”.

Dello stesso tono la replica di Rafael Nadal alle accuse di egoismo: “Sono soltanto un altro giocatore, che può fare quello che possono fare tutti, ovvero andare nell’ufficio del Direttore del Torneo e chiedere spiegazioni. Ed è quello che ho fatto. La spiegazione che mi è stata data mi ha convinto, e la storia è finita lì. Quando mi dicono che c’è un team di esperti che misura la qualità dell’aria ogni quattro minuti e se [il parametro di riferimento] sale oltre 200 si smette di giocare, io non ho molto altro da dire. Non sono un esperto, devo fidarmi di chi è esperto, io tendo a non parlare di cose che non conosco. Il Comitato Olimpico Internazionale, che è l’organismo più importante di tutto lo sport mondiale, ha come soglia di riferimento 300, noi abbiamo 200. La risposta mi è sembrata convincente”.

È comunque importante – ha proseguito il campione spagnolo nella sua lingua madre – che non si attribuisca al fumo e alla qualità dell’aria la responsabilità di tutto quello che succede nel torneo. In ogni evento ci sono giocatori che si fanno male, che si ritirano, che soffrono il caldo, etc… anche se non ci sono problemi di qualità dell’aria. Bisogna resistere ad attribuire la causa di tutto al fumo”.

Rafa Nadal – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Stefanos Tsitsipas, che difende la semifinale raggiunta lo scorso anno, ha rivelato che anche lui aveva avuto problemi di respirazione nella notte dopo essersi allenato all’aperto a inizio settimana. “Ora va tutto bene, ma i primi due giorni qui sono stati molto insoliti”. Per Dominic Thiem la qualità dell’aria a Pechino è peggiore di quella di Melbourne durante i giorni dell’emergenza: “Lì mi è capitato di avere problemi con tosse insistente la notte, qui invece nulla di tutto ciò”. Tutto a posto anche per il nostro Berrettini, che soffre di asma, ma non ha risentito per nulla della situazione.

Non si è comunque parlato solamente di problemi respiratori e misurazioni scientifiche: Caroline Wozniacki, che dopo l’Australian Open darà l’addio al tennis professionistico, ha illuminato la sua ultima conferenza stampa pre-torneo della carriera con uno splendido sorriso (e con lo spettacolare anello di fidanzamento regalatole dal neo-marito David): “Mi ritiro senza rimpianti, ho dato tutto quello che avevo e sono riuscita a realizzare molto di quello che volevo. A David avevo detto che per i primi sei mesi non avrei voluto fare nulla, ma mi sono resa conto di aver preso parecchi impegni per alcuni progetti che sto intraprendendo e fino a maggio sarò forse più impegnata di prima”.

La sua unica vittoria in un torneo dello Slam, qui in Australia nel 2018, è indissolubilmente legata a questo torneo anche per la sua avversaria nella finale di due anni fa: Simona Halep, che ritorna ad avere al suo angolo a tempo pieno il suo amato allenatore Cahill, vuole vincere anche qui in Austalia dopo i titoli vinti a Parigi e Wimbledon- “Speravo di giocare più partite [ad Adelaide] – ha detto la rumena, che ha confermato di aver cambiato le sue abitudini nella scorsa off-season, preparandosi a Dubai invece che in Romania –  ma Sabalenka sa essere molto forte quando è in palla. Mi sento comunque pronta per la sfida”.

Divertente come al solito Naomi Osaka, che pensa ai 2000 punti della vittoria dello scorso anno da difendere (“Ogni tanto penso che se perdo subito potrei uscire dalle Top 10, questo -2000 che aleggia sulla mia testa è pesante”) e si reputa ancora una novellina nonostante tutto: “Non credo si possa dire che Barty è una mia rivale. Non sono sul circuito da abbastanza tempo per aver giocato più di 4-5 volte con alcune delle mie avversarie, e questa non può essere considerata una rivalità. Avere una rivale sarebbe una benedizione… perché la vita sarebbe più divertente: potrei fare il tifo per questa, e per quell’altra…”. Poi pochi secondi dopo si addentra nelle sue profonde considerazioni esistenziali, sottolineando come lo scorso anno era più “fearless”, impavida, e pensava che niente la potesse fermare. “Oggi invece, dopo l’anno più duro di tutta la mia vita, apprezzo di più le vittorie perché so quanto è duro raggiungerle”.

 
Matteo Berrettini con il trofeo di “Most Improved ATP Player 2019” (foto Twitter @lottosport)

Per parlare con i tennisti italiani che in virtù dei premi ATP vinti (“giocatore più migliorato” per Matteo Berrettini e “novità dell’anno” per Jannik Sinner) hanno il privilegio-onere di parlare alla stampa prima del torneo, dobbiamo aspettare quasi tutto il pomeriggio. Sinner, che vorrebbe utilizzare il trofeo come mega-boccale di birra, intrattiene i numerosi giornalisti stranieri presenti con i racconti degli allenamenti con Maria Sharapova (“In campo è sempre concentrata sul tennis, fuori cerca di divertirsi come tutti noi”) e con gli altri top player: “Qui mi sono allenato con Federer, Nadal, Zverev, con alcuni ho anche parlato, c’è sempre da imparare da questi campioni”.

L’obiettivo suo e di Piatti per quest’anno è giocare almeno 60 partite: perché nel tennis per giocare tanto è necessari anche vincere parecchio. “Solamente in partita si riesce a capire come fare le scelte giuste, in allenamento c’è la possibilità di fare qualche ripetizione in più, ma è in partita che si apprende a giocare i colpi giusti al momento giusto”. Durante questo suo primo viaggio in Australia non è riuscito a vedere molto di questo Paese (“Ho visto più cose ad Auckland”) e non ha nemmeno trovato un parrucchiere a Melbourne: “Ci ho provato ieri, ma erano tutti chiusi!”.

All’arrivo di Matteo Berrettini ci sono rimasti solo i reporter italiani ad aspettarlo, e il campione romano non riesce a nascondere un sorriso di soddisfazione per non dover rispondere a domande in inglese. Come già accennato, in questi giorni si è allenato quasi sempre all’aperto, tranne in una sola occasione, e nonostante la sua asma non ha avuto alcun problema respiratorio causato dalle polveri sottili o altro. “Sono contento della preparazione che ho fatto – dice Matteo – anche se corta a causa dell’infortunio. Ovviamente arrivo qui con un atteggiamento completamente diverso dall’anno scorso, quando ero molto lontano dalle prime otto teste di serie e sentivo di potermela giocare con quasi tutti. Oggi sono n.8 e incontro tutti tennisti classificati peggio di me, anche se ho ben presente di non aver mai vinto una partita di tabellone principale all’Australian Open”.

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Interviste

Stakhovsky: “Vi spiego com’è nata l’ATP Cup”

L’ucraino, da ex membro del Player Council, racconta il dietro le quinte della creazione di ATP Cup e della “nuova” Davis: la posizione ambigua di Kosmos e ITF, le trattative con Doha e Larry Ellison

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La prima ATP Cup sta entrando nel vivo e subito si riaccendono i dibattiti e le polemiche in relazione alla nuova Coppa Davis. Fa bene al circuito avere due competizioni “gemelle” a così poca distanza di tempo? Quale delle due funziona meglio? Si uniranno mai i loro percorsi in modo da dare vita ad un unico evento? Beh nelle ultime ore sono venute alla luce dichiarazioni molto interessanti che spiegano la genesi dei due eventi e come mai al momento essi siano incompatibili. A delineare i chiaroscuri della storia è stato Sergiy Stakhovsky, avvezzo alle dichiarazioni scomode ed ex membro dell’ATP Player Council (ha lasciato prima di Wimbledon 2019, insieme a Robin Haase e Jaime Murray per essere sostituiti da Federer, Nadal e Melzer). Il tennista ucraino ha rivelato in un’intervista rilasciata al portale ucraino bto.org.ua che il progetto ATP Cup affonda le sue radici molto indietro nel tempo e che a supportarlo c’era lo stesso gruppo Kosmos che ha rivoluzionato la Davis. Insomma molte ombre e molti interessi inconciliabili sembrano celarsi dietro alla nascita delle due grandi competizioni a squadre.

Di seguito le dichiarazioni di Stakhovsky:

In realtà l’idea della ATP Cup è stata concepita molto tempo fa e c’era dietro il gruppo Kosmos di Gerard Pique. Avevano presentato un progetto all’ATP. Il Player Council ha apprezzato molto l’idea e in più Kosmos offriva un montepremi enorme, 50 milioni di dollari. Altri 30 milioni dovevano andare all’ATP. Per un anno abbiamo lavorato al progetto, parlando con i giocatori, e a quasi tutti piaceva. Sarebbe giusto dire che volevamo creare un’alternativa alla Davis Cup.

 

L’idea principale era liberare i giocatori dall’obbligo di giocare la Coppa Davis per poter partecipare alle Olimpiadi. Avevamo pianificato di entrare in contatto con il Comitato Olimpico Internazionale e proporre questo nuovo evento come uno dei modi di qualificarsi alle Olimpiadi. Dopo aver trovato il modo e aver fatto progressi nelle trattative con il Comitato Olimpico, Kosmos ci ha detto: “Va tutto bene, ma queste sono le date che preferiamo.” Quindi hanno fatto tre proposte: 1) la settimana dopo la finale di Coppa Davis, 2) la settimana della finale di Coppa Davis, 3) la settimana di Natale.

Abbiamo detto loro che, dal momento che offrivano moltissimo denaro, potevano dettare le regole su molte cose, ma nessuno dei top player avrebbe giocato in quelle date e senza la loro presenza l’intero progetto era senza senso. Kosmos ci ha portato un contratto scritto che prevedeva un finanziamento per ospitare il torneo in quelle date. Abbiamo parlato con i giocatori, ma tutti i top players hanno detto che, non importa quanto denaro avrebbe offerto Kosmos, non avrebbero giocato in quelle date. Troppo in là nella stagione, avrebbe distrutto la preparazione in off season. Semplicemente non era realistico.

Allora il Player Council – Djokovic non ne faceva parte all’epoca, è stato eletto alla fine del 2016 – ha riferito la decisione a Kosmos e ha suggerito di trovare un’altra sistemazione nel calendario. Dopotutto è il nostro calendario, possiamo tirare un po’ qua e là per fare spazio all’evento, ma non alla fine della stagione. Kosmos però rimase irremovibile sulla propria posizione.

A quel punto, uno dei membri dell’ATP Board – non ne fa più parte al momento – iniziò a tentare di persuaderci. Solo molto dopo abbiamo saputo che questo membro dell’ATP Board aveva i propri interessi in questo progetto e che ne avrebbe tratto beneficio. Questa persona stava promuovendo l’idea ad una delle riunione e mi ricordo che ero seduto accanto a Gilles Simon: nessuno dei due riusciva a capire come fosse possibile sviluppare qualcosa che era chiaramente destinato a fallire. Dovevamo danneggiare il marchio ATP? Noi giocatori dovevamo riportare il buon senso nell’ATP Board. È stato divertente vedere come molte persone nell’ATP non abbiano idea di ciò che fanno. Alla fine abbiamo rifiutato l’offerta di Kosmos, ma non abbiamo abbandonato l’idea di una nuova competizione a squadre. Abbiamo detto ai capi dell’ATP di trovare uno sponsor e che tutti i giocatori avrebbero amato di prendere parte a un evento del genere, a patto che avesse una buona collocazione in calendario.

Chi aspettava da tempo di avere un grande evento era Doha. Avevano già proposto di comprare la licenza di Parigi Bercy e questo nuovo torneo sembrava ancora più importante. Chris Kermode è andato a Doha e ha iniziato le contrattazioni, ma all’ultimo momento il Qatar ha dovuto affrontare una crisi politica e, in secondo luogo, avevano appena portato Neymar al PSG per 300 milioni di dollari. Nasser Al-Khelaifi (presidente del PSG e della Federazione qatariota di tennis, ndr) ci ha detto: “Non abbiamo abbastanza soldi e non siamo interessati.” Io personalmente ho incontrato il direttore del torneo di Doha, Karim Alami, per convincerlo a non sprecare un’occasione così unica, ma anche lui ha detto che la situazione politica era complicata, che non c’erano abbastanza soldi e che comunque non erano interessati.

Allora abbiamo iniziato le negoziazioni con l’Australia e con Larry Ellison (capo del colosso Oracle e proprietario del torneo di Indian Wells, ndr). Con Larry non ha funzionato per via della location: voleva ospitare il torneo a Indian Wells a gennaio, ma volare da lì all’Australia non era l’opzione migliore. Tennis Australia ha fatto l’offerta economica più bassa perché sapeva di avere la sede e lo slot di calendario ideali. La cosa più importante però è che Tennis Australia ha offerto di dividere a metà tutti i “profitti extra”, una cosa senza precedenti. Sulla base di questa offerta, abbiamo optato per l’Australia.

I “profitti extra” includono tutti i soldi degli sponsor, dei diritti televisivi e degli altri diritti che eccedono i costi dell’ospitare il torneo e i “profitti normali” definiti dal contratto. Tutto questo denaro sarebbe stato equamente diviso tra ATP e Tennis Australia.

L’ATP Cup offre fino a 750 punti che potrebbero aumentare fino a 1000, quando il nuovo stadio di Sydney sarà completato. Questo evento è molto cool. Non abbiamo molti eventi a squadre sul Tour. La Coppa Davis è cool, emozionante e via dicendo, ma il suo format si è esaurito. Ecco perché l’ATP ha voluto portare qualcosa di nuovo nel tennis. “”

Stakhovsky rivela che, prima di procedere con l’idea di un nuovo evento, i giocatori avevano per anni cercato di introdurre modifiche nel format della Coppa Davis per renderla più appetibile e moderna.Il Player Council ha parlato molto con l’ITF per cambiare la Coppa Davis in modo da mantenere l’evento, pur modificando il formato. Abbiamo suggerito di cambiare il formato dei match, trasformarlo in un torneo da una o due settimane oppure disputarla ogni due anni. La risposta dal Comitato della Coppa Davis è sempre stata la stessa: no, è la tradizione, gli sponsor non approverebbero, tutto rimarrà com’è sempre stato.

Quando Kosmos, dopo aver fallito l’accordo con l’ATP, si è recata dall’ITF – così potete capire l’assurdità della situazione – il presidente dell’ITF ha annunciato la riforma della Coppa Davis senza nessuna consultazione con il Comitato o con gli sponsor di allora. Né Rolex, né BNP Paribas, né Adecco sono state avvisate che Kosmos sarebbe divenuta un nuovo partner dell’ITF e che la Coppa Davis sarebbe stata modificata radicalmente.

All’inizio ero sicuro che l’ITF Annual General Meeting non avrebbe passato la riforma, i membri erano troppo radicali. Ma dopo aver parlato con Gerard Pique – ha provato a fare pressioni perché abbandonassimo l’idea dell’ATP Cup e fondessimo i due eventi – ho capito, grazie ad una sua frase, che ce l’avrebbero fatta. Ha detto che sapeva come funzionava la FIFA e che avrebbe avuto i voti. Non so e non voglio sapere cosa intendesse esattamente con quelle parole, ma, come abbiamo visto, ha funzionato.

Allora Djokovic ha iniziato a promuovere attivamente la fusione tra Coppa Davis e ATP Cup. Ha proposto di disputare l’evento unificato nella settimana della Laver Cup, ma abbiamo insistito sul fatto che il contratto con Tennis Australia era stato già firmato e che era meglio avere il nostro torneo, separato dall’ITF. Il contratto è di dieci anni, se non sbaglio. Dopo questo termine ATP e Tennis Australia diventeranno co-proprietari e potranno muovere l’evento dove vorranno, in Cina o in Europa, ma sempre in accordo con i giocatori. Allo stato attuale, credo che format, location e condizioni per i giocatori in questo torneo siano ideali.

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