Ljubicic, da Umago a Wimbledon: "Federer è ancora il migliore"

Interviste

Ljubicic, da Umago a Wimbledon: “Federer è ancora il migliore”

Ljubicic sul match contro Djokovic: “Roger ha giocato meglio, triste vederlo perdere. Nulla mi emozionerà come la finale di Melbourne 2017 contro Nadal”. Il suo impatto come coach: “Non gli dico cosa fare, ma funziona… a 38 anni è ancora il migliore”. E quel tie-break a Rotterdam…

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Ivan Ljubicic - ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Da quando – poco più di tre anni e mezzo fa – è diventato il coach di Roger Federer, Ivan Ljubicic non si è concesso spesso ai media, parlando raramente del suo lavoro a fianco del fuoriclasse svizzero. Qualcosa in più – soprattutto in patria, in Croazia – la dice in qualità di manager del connazionale Borna Coric, ma sicuramente niente di paragonabile a prima, quando era di fatto dall’altra parte della barricata, come commentatore di Sky e columnist del Tennis Italiano. Una piccola deroga a questo suo “silenzio stampa” l’ex n. 3 del mondo l’ha concessa durante il torneo di Umago, dove è stato intervistato dal quotidiano sportivo croato “Sportske Novosti”.

Umago per Ljubicic è un “luogo del cuore” della sua carriera da giocatore. Ivan ha giocato i Croatia Open per ben undici volte, ma la cittadina istriana è stata importante per lui già da prima che calcasse questi campi da professionista. Anzi, si può proprio dire che abbia dato il là alla carriera tennistica di quel ragazzino che proprio dall’altro lato dell’Istria – ad Abbazia – trovò il primo rifugio quando all’età di tredici anni insieme alla madre fuggì da Banja Luka con lo scoppio della guerra in Bosnia. “Noi giocatori croati siamo cresciuti con il sogno di giocare ad Umago. Qui da ragazzini abbiamo giocato la ‘Katoro cup’, poi i tornei juniores – mi ricordo ancora la ‘Hempel Cup’. Umago è da subito molto importante, un punto di riferimento. Qui a sedici anni in coppia con Ivo Karlovic superammo il primo turno in doppio, battendo Berasategui e Clavet. Per noi quella vittoria fu veramente un gran colpo, fu una cosa enorme. Pensate se adesso una coppia di ragazzini di 16 anni superasse il primo turno di un torneo ATP. Umago, per chiunque si occupi di tennis in Croazia, ha rappresentato e rappresenta il massimo“.

Ma Umago è stata importante per lui anche nei primi importanti passi da professionista: qui arrivarono la prima vittoria a livello ATP (nel 1996 contro Carbonell) e la prima semifinale nel circuito maggiore (nel 1999). “A dire la verità Carbonell si ritirò dopo aver perso il primo set, però poi l’anno dopo lo battei al Challenger di Zagabria (ride, ndr). Al secondo turno incontrai Guga Kuerten e mi dissero ‘è giovane anche lui, puoi farcela’. Ci persi nettamente, lui l’anno dopo avrebbe vinto il Roland Garros… Mi ricordo la prima semifinale ATP, la ottenni dopo la vittoria su Hrbaty nei quarti, quella che ricordo con più piacere qui a Umago. Poco dopo entrai nella top 100. Ci fu anche qualche screzio nel dopo partita, Hrbaty si arrabbiò perché andai ad abbracciare mia mamma prima di stringergli la mano. Più tardi lo chiamai in hotel per scusarmi”.

 
Ivan Ljubicic dopo la vittoria a Indian Wells nel 2010

Ljubicic scorre l’album dei ricordi ed è sorprendente come rammenti alcuni dettagli. “Mi ricordo esattamente i campi dove giocavamo a Katoro (frazione del comune di Umago, ndr). C’erano tre campi, noi giocavamo in quello in mezzo. Mi ricordo il primo punto ATP in un torneo a Icici (un paesino dall’altro lato dell’Istria ad una quindicina di km da Fiume, ndr), battei lo slovacco Galik, che era attorno alla 360esima posizione ATP. In realtà ricordo molto di più queste cose che quelle accadute dopo. A Roger piace allenarsi con gli ex giocatori – Enqvist, Ferrero, Llodra – e mi chiede i miei risultati con loro. Ma io non me li ricordo. Probabilmente gli inizi li vivi con così tanta emozione che ti rimangono scolpiti nella memoria”.

Eccolo, Roger Federer. L’ha citato Ljubicic, ed è perciò un assist perfetto per passare a parlare del fuoriclasse svizzero. In primis, ovviamente, con riferimento alla finale di Wimbledon, dato che sono passati solo pochi giorni ed il match è ancora ben impresso nella memoria di tutti gli appassionati. La prima domanda è su un curioso dato statistico saltato fuori dopo la partita: ovvero che delle sue 10 finali (su 156 totali), tra circuito ATP e tornei dello Slam, che si sono concluse con un tie-break nel set decisivo, The Swiss Maestro ne abbia vinto solo una, quella di Rotterdam nel 2005. Proprio contro Ivan Ljubicic…

Questa cosa mi fa arrabbiare, perché non avrebbe dovuto vincere neanche quella!“ risponde sorridendo Ivan. “Conducevo 4-2 in quel tie-break. Mi giocò uno slice corto ed io mi misi a pensare cosa fare, se andare avanti o no. Evidentemente ci pensai troppo. Il punto successivo tirai un dritto inside-out. Sono convinto che avesse toccato la linea e che avessi vinto il punto, ma a quei tempi non c’era il falco, chiamarono la palla fuori e addio… Ripeto, non avrebbe dovuto vincere neanche quel match”.

Roger Federer e Ivan Ljubicic – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Logico a questo punto, chiedere come si sia sentito il coach di Roger Federer dopo aver visto il suo giocatore disputare un grande match e perderlo, appunto, al tie-break del quinto. “Come volete che mi sia sentito? Ero così nervoso… Perché Roger pur essendo stato il migliore in campo non è riuscito a vincere. È dura”. A parziale, molto parziale, consolazione i complimenti per la prestazione di Roger piovuti da tutte le parti, anche dal team avversario. In particolare, in tanti hanno detto che si è vista la mano di coach Ljubicic nei match contro Nadal e Djokovic, nel diverso approccio tattico ai due match. Ma Ljubo minimizza, e si capisce perché preferisca non parlare del suo lavoro con Roger: preferisce che a parlare sia il lavoro.

“Sì, okay. Ma è chiaro che contro di loro non può giocare nello stesso modo. Non posso dire quanto e in che cosa ci sia la mia mano come allenatore, le cose non funzionano così. Non è che io gli dico ‘fai questo, fai quello…’, Roger non è un ragazzino a cui devo spiegare le cose. Non è questo il tipo di rapporto. Ma quanto impatto io abbia, dovreste chiederlo a Roger. Non so esattamente cosa, di quello che gli dico, lui prenda o non prenda. L’unica cosa che posso vedere è come le cose stanno funzionando. Lui gioca ancora bene, per me è ancora il migliore al mondo. E sono felice ed orgoglioso che lo sia ancora a 38 anni”.

Una curiosità molto “croata” è quella relativa al fatto che mentre Ljubo è nel team di Roger, in quello di Nole c’è ora – non si sa ancora se stabilmente o part-time – un altro croato, Goran Ivanisevic. E che prima per un breve periodo ce n’è stato un altro, quel Mario Ancic che fu il grande protagonista insieme a Ljubicic della prima Coppa Davis vinta dalla Croazia nel 2005. E che durante la finale era seduto in mezzo al team di Nole. “Era seduto molto vicino a me, ma credetemi, quando inizia il match non vedo nessuno, se non Roger ed il campo. Ma se non sbaglio, Mario è dovuto andare via dopo il primo set, doveva andare all’aeroporto, impegni di lavoro…”. Goran invece era già ad Umago (la sera prima aveva giocato l’esibizione con Goran Prpic, remake della prima finale del torneo, quella del 1990). E sicuramente l’ha vissuta meno intensamente rispetto a chi era a soffrire sulle tribune del Campo Centrale di Wimbledon. “Ci credo. Io non mi potevo alzare, ho imprecato un po’… Ma poi tutto passa. Non ci sono da fare grandi drammi. Alla fin fine si tratta di sport, a nessuno cambierà la vita per questa finale“.

Proprio il citato Ancic ha detto che per lui si è trattato di uno dei match più belli, se non il più bello, di tutti i tempi. Insomma, per l’ex n. 7 del mondo la finale di Wimbledon 2019 è stato “The Match”, la partita delle partite.Per me nessun match sarà mai emozionante come la finale dell’Australian Open 2017 tra Roger e Rafa. Per me è quello ‘The Match’. Entrambi rientravano da un lungo periodo di stop a causa di infortuni, nessuno si aspettava niente da loro, giocarono cinque set… Capisco perché qualcuno consideri questo ‘The Match’, ma per me quella finale è insuperabile. Poi è chiaro che per quelli dell’entourage di Djokovic, è questo il match più sentito”.

L’abbraccio tra Roger e Rafa dopo la finale a Melbourne del 2017

Un’altra osservazione statistica: Federer ha fatto 40 vincenti in più eppure ha perso. “Ha fatto 14 punti in più, praticamente tre game e mezzo. Non è poco. Ma nel tennis non ci sono regole in questo senso. Qualche volta perdi, qualche volta vinci. Andiamo avanti”. Il messaggio di Ljubicic è chiaro: basta parlare di quello che è successo, pensiamo a quello accadrà. Prima di andare avanti però, ci sarà un po’ di riposo. Federer si è preso infatti quasi un mese di stop agonistico, come confermato dal suo allenatore. Il prossimo torneo sarà Cincinnati, ancora non so se ci andrò io o Severin Luthi. Subito dopo gli US Open, dove ci saremo tutti, poi fino a fine stagione come al solito: Shanghai, Basilea, forse Bercy, le ATP Finals”.

Chiaramente la curiosità è sapere cosa accadrà il prossimo anno, sapere fino a quando King Roger continuerà a stupire. Ma il suo coach non si sbottona. “Dopo le ATP Finals ci siederemo tutti attorno ad un tavolo e penseremo al 2020”. Un piccolo indizio però Ljubicic forse lo fornisce, quando dice che questa a fianco del fuoriclasse di Basilea non sarà certo la sua ultima esperienza nel Tour. Tanti ex giocatori dicono che la cosa che più gli pesava quando giocavano era viaggiare tutto l’anno in giro per il mondo. Ma Ivan non è di questo avviso.

Se volete fare qualcosa nel tennis dovete essere pronti a preparare i bagagli e partire. Per me non è difficile. Mi piace il tennis, il Tour, non smetterò di viaggiare quando Roger si ritirerà o smetteremo di lavorare assieme. Ripeto, non mi costa fatica. Certo non può essere per 40 settimane all’anno, sennò allora è meglio non avere una famiglia. Ma se gestisci bene la cosa – 20-25 settimane, è okay. Di meno, come quando sento parlare di dieci settimane, proprio no. Cosa fai in dieci settimane? Ogni singolo Slam ti porta via tre settimane, il che significa che solo per gli Slam sono dodici in totale…”.

Eccolo, il piccolo possibile indizio: “Quando Roger si ritirerà o smetteremo di lavorare assieme”. Certo, assolutamente corretto e professionalmente ineccepibile da parte di Ivan considerare che la carriera di Roger possa continuare anche senza averlo al suo fianco. Ma pare comunque difficile che uno faccia una precisazione del genere con l’opzione del ritiro a breve seriamente in ballo. Certo, si potrebbe anche leggerla al contrario e pensare che Ljubo l’abbia detto proprio per evitare speculazioni sull’argomento. Ma noi preferiamo leggerla dall’altro lato. Forse perché tra un anno a Wimbledon vogliamo vedere la rivincita, vogliamo vedere il nuovo “The Match”. E magari stavolta saranno tutti d’accordo…

Novak Djokovic e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

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Indian Wells, Norrie: “Faccio piccoli miglioramenti ogni anno, così non mi perdo nulla”

Il 26enne britannico conosce la ricetta efficace per lui: “La mia progressione è lenta e costante”. E ora uno sguardo alle ATP Finals: “Non vedo l’ora di giocare indoor”

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Cameron Norrie - ATP Indian Wells 2021 (via Twitter, BNPPARIBASOPEN)

Per la prima volta nell’albo d’oro del Masters 1000 di Indian Wells comparirà il nome di un tennista britannico, Cameron Norrie infatti ha superato in rimonta Nikoloz Basilashvili 3-6 6-4 6-1 e giunto in sala stampa per la conferenza post partita faticava ancora a credere quanto gli era appena successo, nonostante il suo viso avesse fatto trapelare poche emozioni. “Che settimana incredibile ho trascorso qui” ha esordito il 26enne. “È stata una strana partita. È finita abbastanza velocemente proprio quando mi aspettavo che l’ultimo set fosse più lungo. Non so ancora davvero cosa sto vivendo. Sono state un paio di settimane fantastiche e sono così felice di come ho gestito tutte le occasioni, tutti i grandi momenti, tutte le partite. Sì, sono così felice, così felice di vincere il mio più grande titolo.

Molti potrebbero sorprendersi a vedere questo volto nuovo, sconosciuto ai piani alti del tennis, vincere un Masters 1000. Però riflettendoci bene quanto fatto da Norrie è assolutamente in linea col suo percorso e non è affatto un traguardo piovuto dal cielo senza campanelli d’allarme, come magari successo alla sua connazionale Raducanu agli US Open. Quello sì che è stato qualcosa senza precedenti; invece il successo di Cameron ad Indian Wells è stato solo un altro ostacolo affrontato e superato da un giocatore che conosce la strada adatta a lui e decide di percorrerla al suo ritmo. “Penso che la mia progressione con il tennis sia stata abbastanza costante. Ovviamente non sono stato troppo veloce ad arrivare in alto. Poi ho superato i Challenger abbastanza rapidamente. Tra la 60esima e la 80esima posizione sono rimasto bloccato lì e poi ho fatto un salto in avanti. Penso di aver lavorato sodo e di aver progredito bene, apportando piccoli miglioramenti al mio gioco e alla mia classifica”.

Nella conferenza dopo la semifinale aveva approfondito un po’ il suo periodo passato nel college in Texas dunque questo stile di vita riflette la precisa volontà del giocatore. Onestamente progredendo in questo modo, migliorando piano piano ogni anno, migliorando le piccole cose, non penso di essermi perso nulla, di aver fatto grandi salti. Ho lavorato molto duramente. Ho un sacco di persone fantastiche intorno che vogliono il meglio per me. Ci prendiamo cura di tutti i piccoli dettagli in campo e fuori dal campo, e abbiamo tutti lo stesso obiettivo in mente. Quando tutto questo va insieme, aiuta sicuramente. Tutti hanno la stessa passione per il tennis, la stessa voglia di vincere e la stessa voglia di fare bene. Quando tutti si riuniscono, possono capitare settimane come questa”.

 

Procedere a passi lenti ma costanti non implica tuttavia che un successo dirompente come questo fosse prevedibile, e lo stesso diretto interessato ha ammesso che a inizio settimana non ci avrebbe creduto se qualcuno glielo avesse predetto. “Penso che sia un po’ sorprendente. All’inizio del torneo sei un po’ nervoso, non sei molto sicuro, non sei abituato alle condizioni. Non ti senti bene. Ho avuto un paio di partite difficili all’inizio, soprattutto contro Bautista. Penso che sia stata la mia partita più difficile, fisicamente è stata dura. Ovviamente è stato abbastanza miracoloso che tutti i migliori abbiano perso, e quando ho guardato i quattro semifinalisti ho pensato ‘Hmm, ho una buona opportunità’. Non volevo davvero portarmi troppo avanti con la testa”.

Penso che grazie un po’ alla mia esperienza, essendo nel tour da quattro anni, sono riuscito a stare molto calmo nei momenti più importanti e ho giocato in maniera incredibile, il mio miglior tennis contro Diego e Grigor nei quarti e nelle semifinali. Quelle erano partite enormi per me. Per uscire e giocare a quel livello, per riuscire a ribaltare oggi Basilashivili, soprattutto dopo che le cose non sono andate per il verso giusto all’inizio – e lui è difficile, non ti dà davvero alcun ritmo – sono riuscito a rimanere a galla, causargli qualche problema nel terzo set, e mi sono sentito davvero come se mi stessi muovendo bene alla fine”.

A 26 anni Norrie ha appena raggiunto il suo best ranking alla posizione n. 15 e soprattutto si posiziona al decimo posto della Race To Turin con 2840 punti, proprio davanti a Jannik Sinner che ha 2595 punti e che proverà a superarlo questa settimana al torneo di Anversa. Il britannico diventa quindi un legittimo pretendente a uno degli ultimi posti rimasti per le ATP Finals di Torino, un pretendente in più con cui il nostro Sinner dovrà fare i conti. “Anche prima del torneo ero tra i giocatori che potevano aspirare ad andare a Torino” ha spiegato Norrie. “Però non è che ci pensassi molto. Ora mi sono cancellato da Anversa perché sarebbe stato troppo complicato dopo essere arrivato in fondo qui, ma sono iscritto a Vienna, Parigi e Stoccolma e non vedo l’ora di giocare indoor, è uno dei miei momenti preferiti della stagione. E chissà che il prossimo passettino della sua carriera non possa portarlo proprio in Italia a fine anno.

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Ons Jabeur sempre più ambiziosa: “Voglio vincere uno Slam”

Centrato l’obiettivo Top 10, la semifinalista di Indian Wells racconta di quando gli sponsor la rifiutavano per via della sua nazionalità

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Ons Jabeur - Indian Wells 2021 (foto Twitter @BNPPARIBASOPEN)

Con la vittoria di ieri notte su Anett Kontaveit, Ons Jabeur ha tagliato un traguardo storico, diventando la prima tennista di origine araba (uomo o donna) a raggiungere il gotha del tennis mondiale, vale a dire la Top 10 (al momento sarebbe nona, ma in caso di vittoria del titolo raggiungerebbe la sesta piazza); tuttavia, quella che sembra dare meno peso alla cosa è proprio lei. Durante la conferenza stampa post-partita, la giocatrice tunisina ha rivelato di non aver pensato troppo al ranking all’inizio del torneo, ma piuttosto ad ottenere i punti necessari per guadagnarsi l’accesso alle WTA Finals in programma a Guadalajara dal 10 al 17 novembre: “Onestamente non ho guardato le classifiche, ero più concentrata sulla Race. Però questo è un sogno che si avvera, un obiettivo che ho sempre avuto fin dall’adolescenza. Ho sempre desiderato raggiungere il primo posto, quindi la Top 10 è solo l’inizio. So di essermi meritata questo traguardo perché è tanto tempo che gioco bene, ma voglio continuare a dimostrarlo a tutti“.

LA PRESSIONE, IL SOGNO SLAM E IL CONTRIBUTO DEL TEAM

Prima del torneo, Jabeur era nona nella Race alle spalle di Naomi Osaka. Al momento è già sicura di superare la nipponica, ma qualora raggiungesse almeno la finale salirebbe addirittura al quinto posto, di fatto ipotecando un posto in Messico. Le classifiche sono dalla sua parte, visto che è la giocatrice con il ranking più alto rimasta in corsa, e questo comporta una notevole pressione, aspetto su cui sta lavorando duramente: “Ero molto stressata per via della corsa alle Finals. Ne ho parlato con la mia mental coach, dicendole ‘tutto questo è troppo per me’. Poi però le ho detto, ‘ce la devo fare, devo riuscire a superare queste difficoltà per poter arrivare un giorno a vincere uno Slam. Se voglio raggiungere questo obiettivo, superare lo stress è un passo necessario, quindi sto cercando di imparare a darmi una calmata. Spero di farcela senza che mi venga un infarto!

Sul tema della preparazione psicologica ha poi aggiunto: “Il mental coach mi aiuta molto, perché non avevo mai giocato così tante partite, quindi era una situazione nuova. Anche l’accesso in Top 10 è una situazione nuova, quindi ci sono tante cose che stanno capitando nello stesso momento; ora sono più matura ed esperta, e finalmente sto apprendendo che questa pressione è un privilegio e un piacere, mentre da giovani è più difficile capirlo, ci si stressa facilmente. Imparo qualcosa ogni giorno, soprattutto su come gestirmi, anche se non è facile. Alcune persone purtroppo non capiscono quanto sia complicato, ma io sto facendo del mio meglio per fare il mio gioco, divertirmi ed accettare la pressione“.

 

In questo senso, Jabeur si dice fortunata perché il suo team la aiuta a stare bene e farla sentire compresa. E sarebbe strano il contrario, visto che il suo fisioterapista, Karim Kamoun, è anche suo marito: “Ho un team straordinario. Prima di tutto mi capiscono, e il fatto che parliamo tutti la stessa lingua è di grande aiuto da questo punto di vista; allo stesso tempo è importante che abbiamo anche la stessa nazionalità, perché così siamo tutti consapevoli di cosa voglia dire essere tunisini. Per fortuna il mio fisioterapista è anche mio marito, quindi è sempre con me – questo rende più semplice passare del tempo lontani da casa. Il mio coach [Issam Jellali, ndr] è come un fratello, ci conosciamo da anni e siamo come una famiglia, viaggiamo insieme e comunichiamo tanto. Sono felice che riusiamo a capirci e che loro sappiano quali siano le scelte migliori per me”.

LE CONGRATULAZIONI DEI CAMPIONI

Il successo di Jabeur non ha lasciato indifferenti alcuni dei nomi più altisonanti dell’universo tennistico, che si sono complimentati a mezzo social per il suo storico risultato: “Per me vuol dire tanto, non mi aspettavo che campioni come Murray, King o Navratilova [quest’ultima ha commentato il suo match con Kontaveit per Amazon Prime Video, ndr] scrivessero qualcosa a riguardo, è davvero incredibile e mi dimostra ancora una volta quanto sia importante aver raggiunto questo risultato. Ottenere il riconoscimento delle leggende del tennis mi spinge a lavorare ancora più duramente per riuscire, forse, ad emularli vincendo uno Slam”.

Qui il tweet di BJK:

E qui quello di Sir Andy:

Una volta, però, era decisamente più complicato ricevere riconoscimenti, soprattutto dal punto di vista economico. Essere la prima tennista araba a raggiungere la Top 10 suona bene sulla carta (o sul web), ma vuol dire anche aver iniziato in aree dove il gioco non è troppo considerato né popolare, e questo si è inizialmente tradotto in grosse difficoltà a trovare sponsorizzazioni: “Le cose sono diverse se sei francese, americana o australiana, hai dei modelli a cui ispirarti, hai più circoli e più tornei. In passato mi è capitato di ricevere dei no dagli sponsor per via della mia nazionalità; è una cosa ingiusta e all’inizio non ne capivo il motivo. Ora lo accetto, e sono molto orgogliosa della persona che sono diventata, perché non ho bisogno di dipendere da nessuno. Ovviamente non sto dicendo che la mia carriera sia stata la più complicata in assoluto, ma di sicuro non volevo che il mio sogno dipendesse da uno sponsor o da qualcuno a cui non interessano né il tennis né lo sport in generale”.

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Focus

Indian Wells, Sinner: “Contro Fritz sensazioni non buone, ma ho avuto le mie chances”

L’altoatesino dopo la sconfitta negli ottavi: “Prima del match ho detto a Riccardo Piatti che mi sembrava fosse un altro primo turno. Ma non cerco scuse”

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Jannik Sinner - Indian Wells 2021 (foto Vanni Gibertini)
Jannik Sinner - Indian Wells 2021 (foto Vanni Gibertini)

Fritz non è amico degli italiani: Taylor, dopo Matteo Berrettini, ha superato con lo stesso risultato (6-4 6-3) anche Jannik Sinner. Una vittoria sostanzialmente meritata, quella dell’americano, apparso più brillante dell’azzurro e con una pesantezza di palla maggiore. “In campo non avevo buone sensazioni. Non mi sentivo bene sulla palla, era come se non riuscissi a muovermi bene – è stata l’analisi di Jannik nella conferenza stampa post match -. Ma ho provato a lottare fino alla fine. Lui sicuramente ha giocato meglio di me, io ho però ho avuto tante palle break, le mie chances le ho avute, penso al primo game del secondo set. Poi ho servito io, ho avuto le palle per andare 1-1 ma non ce l’ho fatta. Cose che normalmente faccio non mi sono riuscite. Comunque, nonostante la giornata opaca, sono rimasto lì fino alla fine, ho fatto un controbreak e sono andato vicino a procurarmi le occasioni per il secondo. Quest’anno ho già perso alcune partite in modo simile, ma ogni partita ha un suo perché”.

Dialogando con il nostro Vanni Gibertini, Sinner ha spiegato perché a volte il forfait di un avversario, come capitato a lui con Isner nel turno precedente, sia qualcosa che può giocare a sfavore. “Quando ero in camera di chiamata con Riccardo (il suo coach Piatti, ndr) prima del match gli ho detto che mi pareva di dover giocare un altro primo turno, perchè sono passati tre giorni dalla prima partita a questa. Quando passa questo tempo non è molto semplice presentarsi in campo subito pronto in tutto e per tutto, specie se trovi poi un avversario in fiducia come Taylor, che aveva battuto Berrettini giocando un ottimo tennis (anche se Matteo non era al meglio). Noi ci siamo allenati tanto, abbiamo fatto il massimo che potevamo. Inoltre non devo trovare scuse – sottolinea Sinner -. Quando c’è un forfait di un avversario non è che ti rifiuti di andare avanti senza giocare, inoltre John si è ritirato per un buon motivo, ossia la nascita di un figlio”.

Infine, il 20enne di San Candido conferma la sensazione vista in campo, ossia che il suo gioco rischia di mettere particolarmente “in palla” Taylor Fritz. “Ogni giocatore del circuito, me compreso, ha quei due-tre giocatori contro cui ama giocare, contro i quali sente la palla particolarmente bene – spiega Jannik -. Forse io sono questo tipo di avversario per Taylor. Con lui ci siamo allenati a Washington e mi disse che era stato uno dei suoi migliori allenamenti. Ma questa partita la potevo vincere anche io: se sul 4-2 del primo set avessi tenuto meglio l’angolo sarei andato 5-2 e servizio. Nel secondo set, se avessi fatto il break al primo gioco, sarebbe stata un’altra partita. Ma con i se non si va da nessuna parte, è andata così. Lui si è sentito bene contro di me, e io dovevo sicuramente fare prima quello che ho fatto verso la fine del match, ossia cambiare qualcosa dal punto di vista tattico”.

 

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