Ljubicic, da Umago a Wimbledon: "Federer è ancora il migliore"

Interviste

Ljubicic, da Umago a Wimbledon: “Federer è ancora il migliore”

Ljubicic sul match contro Djokovic: “Roger ha giocato meglio, triste vederlo perdere. Nulla mi emozionerà come la finale di Melbourne 2017 contro Nadal”. Il suo impatto come coach: “Non gli dico cosa fare, ma funziona… a 38 anni è ancora il migliore”. E quel tie-break a Rotterdam…

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Ivan Ljubicic - ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)
 
 

Da quando – poco più di tre anni e mezzo fa – è diventato il coach di Roger Federer, Ivan Ljubicic non si è concesso spesso ai media, parlando raramente del suo lavoro a fianco del fuoriclasse svizzero. Qualcosa in più – soprattutto in patria, in Croazia – la dice in qualità di manager del connazionale Borna Coric, ma sicuramente niente di paragonabile a prima, quando era di fatto dall’altra parte della barricata, come commentatore di Sky e columnist del Tennis Italiano. Una piccola deroga a questo suo “silenzio stampa” l’ex n. 3 del mondo l’ha concessa durante il torneo di Umago, dove è stato intervistato dal quotidiano sportivo croato “Sportske Novosti”.

Umago per Ljubicic è un “luogo del cuore” della sua carriera da giocatore. Ivan ha giocato i Croatia Open per ben undici volte, ma la cittadina istriana è stata importante per lui già da prima che calcasse questi campi da professionista. Anzi, si può proprio dire che abbia dato il là alla carriera tennistica di quel ragazzino che proprio dall’altro lato dell’Istria – ad Abbazia – trovò il primo rifugio quando all’età di tredici anni insieme alla madre fuggì da Banja Luka con lo scoppio della guerra in Bosnia. “Noi giocatori croati siamo cresciuti con il sogno di giocare ad Umago. Qui da ragazzini abbiamo giocato la ‘Katoro cup’, poi i tornei juniores – mi ricordo ancora la ‘Hempel Cup’. Umago è da subito molto importante, un punto di riferimento. Qui a sedici anni in coppia con Ivo Karlovic superammo il primo turno in doppio, battendo Berasategui e Clavet. Per noi quella vittoria fu veramente un gran colpo, fu una cosa enorme. Pensate se adesso una coppia di ragazzini di 16 anni superasse il primo turno di un torneo ATP. Umago, per chiunque si occupi di tennis in Croazia, ha rappresentato e rappresenta il massimo“.

Ma Umago è stata importante per lui anche nei primi importanti passi da professionista: qui arrivarono la prima vittoria a livello ATP (nel 1996 contro Carbonell) e la prima semifinale nel circuito maggiore (nel 1999). “A dire la verità Carbonell si ritirò dopo aver perso il primo set, però poi l’anno dopo lo battei al Challenger di Zagabria (ride, ndr). Al secondo turno incontrai Guga Kuerten e mi dissero ‘è giovane anche lui, puoi farcela’. Ci persi nettamente, lui l’anno dopo avrebbe vinto il Roland Garros… Mi ricordo la prima semifinale ATP, la ottenni dopo la vittoria su Hrbaty nei quarti, quella che ricordo con più piacere qui a Umago. Poco dopo entrai nella top 100. Ci fu anche qualche screzio nel dopo partita, Hrbaty si arrabbiò perché andai ad abbracciare mia mamma prima di stringergli la mano. Più tardi lo chiamai in hotel per scusarmi”.

 
Ivan Ljubicic dopo la vittoria a Indian Wells nel 2010

Ljubicic scorre l’album dei ricordi ed è sorprendente come rammenti alcuni dettagli. “Mi ricordo esattamente i campi dove giocavamo a Katoro (frazione del comune di Umago, ndr). C’erano tre campi, noi giocavamo in quello in mezzo. Mi ricordo il primo punto ATP in un torneo a Icici (un paesino dall’altro lato dell’Istria ad una quindicina di km da Fiume, ndr), battei lo slovacco Galik, che era attorno alla 360esima posizione ATP. In realtà ricordo molto di più queste cose che quelle accadute dopo. A Roger piace allenarsi con gli ex giocatori – Enqvist, Ferrero, Llodra – e mi chiede i miei risultati con loro. Ma io non me li ricordo. Probabilmente gli inizi li vivi con così tanta emozione che ti rimangono scolpiti nella memoria”.

Eccolo, Roger Federer. L’ha citato Ljubicic, ed è perciò un assist perfetto per passare a parlare del fuoriclasse svizzero. In primis, ovviamente, con riferimento alla finale di Wimbledon, dato che sono passati solo pochi giorni ed il match è ancora ben impresso nella memoria di tutti gli appassionati. La prima domanda è su un curioso dato statistico saltato fuori dopo la partita: ovvero che delle sue 10 finali (su 156 totali), tra circuito ATP e tornei dello Slam, che si sono concluse con un tie-break nel set decisivo, The Swiss Maestro ne abbia vinto solo una, quella di Rotterdam nel 2005. Proprio contro Ivan Ljubicic…

Questa cosa mi fa arrabbiare, perché non avrebbe dovuto vincere neanche quella!“ risponde sorridendo Ivan. “Conducevo 4-2 in quel tie-break. Mi giocò uno slice corto ed io mi misi a pensare cosa fare, se andare avanti o no. Evidentemente ci pensai troppo. Il punto successivo tirai un dritto inside-out. Sono convinto che avesse toccato la linea e che avessi vinto il punto, ma a quei tempi non c’era il falco, chiamarono la palla fuori e addio… Ripeto, non avrebbe dovuto vincere neanche quel match”.

Roger Federer e Ivan Ljubicic – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Logico a questo punto, chiedere come si sia sentito il coach di Roger Federer dopo aver visto il suo giocatore disputare un grande match e perderlo, appunto, al tie-break del quinto. “Come volete che mi sia sentito? Ero così nervoso… Perché Roger pur essendo stato il migliore in campo non è riuscito a vincere. È dura”. A parziale, molto parziale, consolazione i complimenti per la prestazione di Roger piovuti da tutte le parti, anche dal team avversario. In particolare, in tanti hanno detto che si è vista la mano di coach Ljubicic nei match contro Nadal e Djokovic, nel diverso approccio tattico ai due match. Ma Ljubo minimizza, e si capisce perché preferisca non parlare del suo lavoro con Roger: preferisce che a parlare sia il lavoro.

“Sì, okay. Ma è chiaro che contro di loro non può giocare nello stesso modo. Non posso dire quanto e in che cosa ci sia la mia mano come allenatore, le cose non funzionano così. Non è che io gli dico ‘fai questo, fai quello…’, Roger non è un ragazzino a cui devo spiegare le cose. Non è questo il tipo di rapporto. Ma quanto impatto io abbia, dovreste chiederlo a Roger. Non so esattamente cosa, di quello che gli dico, lui prenda o non prenda. L’unica cosa che posso vedere è come le cose stanno funzionando. Lui gioca ancora bene, per me è ancora il migliore al mondo. E sono felice ed orgoglioso che lo sia ancora a 38 anni”.

Una curiosità molto “croata” è quella relativa al fatto che mentre Ljubo è nel team di Roger, in quello di Nole c’è ora – non si sa ancora se stabilmente o part-time – un altro croato, Goran Ivanisevic. E che prima per un breve periodo ce n’è stato un altro, quel Mario Ancic che fu il grande protagonista insieme a Ljubicic della prima Coppa Davis vinta dalla Croazia nel 2005. E che durante la finale era seduto in mezzo al team di Nole. “Era seduto molto vicino a me, ma credetemi, quando inizia il match non vedo nessuno, se non Roger ed il campo. Ma se non sbaglio, Mario è dovuto andare via dopo il primo set, doveva andare all’aeroporto, impegni di lavoro…”. Goran invece era già ad Umago (la sera prima aveva giocato l’esibizione con Goran Prpic, remake della prima finale del torneo, quella del 1990). E sicuramente l’ha vissuta meno intensamente rispetto a chi era a soffrire sulle tribune del Campo Centrale di Wimbledon. “Ci credo. Io non mi potevo alzare, ho imprecato un po’… Ma poi tutto passa. Non ci sono da fare grandi drammi. Alla fin fine si tratta di sport, a nessuno cambierà la vita per questa finale“.

Proprio il citato Ancic ha detto che per lui si è trattato di uno dei match più belli, se non il più bello, di tutti i tempi. Insomma, per l’ex n. 7 del mondo la finale di Wimbledon 2019 è stato “The Match”, la partita delle partite.Per me nessun match sarà mai emozionante come la finale dell’Australian Open 2017 tra Roger e Rafa. Per me è quello ‘The Match’. Entrambi rientravano da un lungo periodo di stop a causa di infortuni, nessuno si aspettava niente da loro, giocarono cinque set… Capisco perché qualcuno consideri questo ‘The Match’, ma per me quella finale è insuperabile. Poi è chiaro che per quelli dell’entourage di Djokovic, è questo il match più sentito”.

L’abbraccio tra Roger e Rafa dopo la finale a Melbourne del 2017

Un’altra osservazione statistica: Federer ha fatto 40 vincenti in più eppure ha perso. “Ha fatto 14 punti in più, praticamente tre game e mezzo. Non è poco. Ma nel tennis non ci sono regole in questo senso. Qualche volta perdi, qualche volta vinci. Andiamo avanti”. Il messaggio di Ljubicic è chiaro: basta parlare di quello che è successo, pensiamo a quello accadrà. Prima di andare avanti però, ci sarà un po’ di riposo. Federer si è preso infatti quasi un mese di stop agonistico, come confermato dal suo allenatore. Il prossimo torneo sarà Cincinnati, ancora non so se ci andrò io o Severin Luthi. Subito dopo gli US Open, dove ci saremo tutti, poi fino a fine stagione come al solito: Shanghai, Basilea, forse Bercy, le ATP Finals”.

Chiaramente la curiosità è sapere cosa accadrà il prossimo anno, sapere fino a quando King Roger continuerà a stupire. Ma il suo coach non si sbottona. “Dopo le ATP Finals ci siederemo tutti attorno ad un tavolo e penseremo al 2020”. Un piccolo indizio però Ljubicic forse lo fornisce, quando dice che questa a fianco del fuoriclasse di Basilea non sarà certo la sua ultima esperienza nel Tour. Tanti ex giocatori dicono che la cosa che più gli pesava quando giocavano era viaggiare tutto l’anno in giro per il mondo. Ma Ivan non è di questo avviso.

Se volete fare qualcosa nel tennis dovete essere pronti a preparare i bagagli e partire. Per me non è difficile. Mi piace il tennis, il Tour, non smetterò di viaggiare quando Roger si ritirerà o smetteremo di lavorare assieme. Ripeto, non mi costa fatica. Certo non può essere per 40 settimane all’anno, sennò allora è meglio non avere una famiglia. Ma se gestisci bene la cosa – 20-25 settimane, è okay. Di meno, come quando sento parlare di dieci settimane, proprio no. Cosa fai in dieci settimane? Ogni singolo Slam ti porta via tre settimane, il che significa che solo per gli Slam sono dodici in totale…”.

Eccolo, il piccolo possibile indizio: “Quando Roger si ritirerà o smetteremo di lavorare assieme”. Certo, assolutamente corretto e professionalmente ineccepibile da parte di Ivan considerare che la carriera di Roger possa continuare anche senza averlo al suo fianco. Ma pare comunque difficile che uno faccia una precisazione del genere con l’opzione del ritiro a breve seriamente in ballo. Certo, si potrebbe anche leggerla al contrario e pensare che Ljubo l’abbia detto proprio per evitare speculazioni sull’argomento. Ma noi preferiamo leggerla dall’altro lato. Forse perché tra un anno a Wimbledon vogliamo vedere la rivincita, vogliamo vedere il nuovo “The Match”. E magari stavolta saranno tutti d’accordo…

Novak Djokovic e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

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Bjorn Borg: “Federer icona globale, gli avrei rubato lo slice di rovescio”

Il campione svedese parla anche di Berrettini e Sinner: “Matteo è un fantastico giocatore, Jannik farà grandi cose”

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Bjorn Bork e Roger Federer - Laverc Cup 2022, Londra (Twitter @LaverCup)

Bjorn Borg è stato spettatore privilegiato di un momento che resterà a lungo nella storia dello sport. Il saluto di Roger Federer, la sua umanità, le lacrime di Rafa Nadal, suo rivale di sempre, rappresentano un’eredità per i giovani sportivi e non solo. Spettacolo nello spettacolo, l’addio di Federer all’interno della Laver Cup, manifestazione estremamente equilibrata e vinta in rimonta dal Team World. Dinanzi a due leggende del tennis come Bjorn Borg e John McEnroe, allenatori rispettivamente di Team Europe e Team World, l’emozione è stata enorme. 

Il campione svedese si è presentato in grandissima forma. Il suo addio fu completamente diverso: lasciò brutalmente il tennis a 26 anni dopo aver vinto sei Roland Garros e cinque Wimbledon di fila, dal 1976 all’80. “La cosa da ricordare – ha detto Borg intervistato dalla Gazzetta dello Sport è che Federer ha deciso di chiudere felicemente così, qui alla Laver Cup, insieme a Nadal. Sono onorato di essere stato il suo allenatore in questi giorni. L’altra sera è stata di grande insegnamento per i giovani: qualcosa del genere non la vedremo per molti, molti anni. Federer ci mancherà molto”. Borg si è detto onorato di aver vissuto un momento così intenso e ha ricordato a tutti che il tennis sopravvive a qualunque giocatore: “È più grande di tutti”. Poi ha sottolineato le qualità di Federer: “È un’icona globale, è ammirato, amato, applaudito da tutti. E poi è umanamente una grande persona, gentile, affidabile, disponibile. Invidioso di lui? No, Al massimo, gli avrei rubato lo slice di rovescio”. 

Il campione svedese si è lasciato andare anche su giudizi tecnici legati a Matteo Berrettini e a Jannik Sinner. “Matteo è un fantastico giocatore. Averlo in squadra con noi è importantissimo, sia per me che sono il capitano, che per i tifosi. Anche Jannik farà grandi cose e spero che presto faccia parte della nostra squadra europea negli anni a venire, anche lui è bravissimo. L’ultimo match contro Alcaraz è stato pazzesco a New York”. 

 

La sfida vista agli US Open è di sicuro l’antipasto di quello che vedremo nei prossimi anni: “Sarà una grande rivalità, ce la porteremo avanti per molti anni. Non vedo l’ora di godermela”. 

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Poi torna sulle lacrime di Federer e Nadal: “Per me è stato incredibile da vedere. Credo che Rafa fosse così triste anche perché sa che un giorno dovrà dire anche lui addio. Ma il loro doppio è stato il perfetto lieto fine”. Rimorsi per aver chiuso anticipatamente la carriera? “No. Anche io, come Roger, sono felice di aver preso quella decisione, anche se ero molto più giovane: volevo dedicarmi ad altro e così è stato. Nessun rimorso, ho capito che era il momento giusto”. 

Paolo Michele Pinto

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Paolo Bertolucci su Tiafoe e Sock “trogloditi” secondo Panatta: “Si va in campo per vincere, altrimenti si sarebbe sminuita la Laver Cup. Il loro modo non mi è piaciuto, ma non possono giocare in modo diverso. Eppoi Federer e Nadal non erano loro”

Interpellato dal direttore Scanagatta il Davisman di Forte dei Marmi che ha legato gran parte dei suoi successi in doppio all’amico Panatta dice anche: “La Laver Cup fa ancora abbastanza fatica a togliersi l’etichetta di esibizione per ricchi, ci sono soldi sopra… Se deve essere esibizione che fa vincere chi deve vincere, allora Federer o chi per lui crea nell’ambito di un’inaugurazione di uno stadio di calcio a Madrid una esibizione con Nadal e vince. Ma quello non ha niente a che vedere con lo sport”

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Rafael Nadal e Roger Federer - Laver Cup 2022 (foto via Twitter @LaverCup)

Componente della squadra azzurra vincitrice della Coppa Davis nel 1976 e oggi apprezzato commentatore televisivo, Paolo Bertolucci si dice d’accordo con quanto scritto dal direttore Scanagatta sul fatto che si va in campo per vincere. Magari non in quel modo, ma se è l’unico su cui puoi contare? Qui sotto il commento completo:

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Federer e la Laver Cup, legame fortissimo: “Auguro ai miei avversari un ritiro dal tennis come il mio”

Prima di lasciare Londra, il fuoriclasse svizzero ha ribadito il suo apprezzamento per l’evento e il format, specificando: “Non sarò capitano di Team Europe, al momento non è nei piani. Non sono nemmeno interessato a rivestire ruoli politici. Ci sarò sempre, pur senza incarichi, se potrò dare una mano al tennis”.

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Roger Federer e Rafa Nadal - Laver Cup 2022 (foto via Twitter @LaverCup)

Il legame tra Roger Federer e la Laver Cup è destinato a rimanere indissolubile, dopo che la quinta edizione di Europa-Resto del Mondo ha fatto da cornice all’ultimo atto della sua carriera. Innegabilmente, anche per il torneo – che già di per sé ha dimostrato di funzionare – essere stato “scelto” per un appuntamento da libri di storia dello sport ha rappresentato uno slancio promozionale significativo. Al punto da spingere gli addetti ai lavori a ragionare anche su quello che può essere un binomio d’immagine inscindibile, tra la Laver Cup e il marchio Federer, pur con un fisiologico cambio di prospettiva.

AMBASCIATORE – “Mi dispiace non aver ottenuto la vittoria,- ha raccontato prima di lasciare la capitale britannica -, l’ho detto anche negli spogliatoi a Andy (Murray), perdere non mai è divertente. Però questo fine settimana è stato per me comunque straordinario. Non vedo l’ora di essere a Vancouver per la prossima edizione, ovviamente in una veste diversa“. Pensiero che ha fatto venire in mente, a più di qualcuno, l’ipotesi di una suggestiva successione in panchina. “No, il mio ruolo non sarà quella di capitano – ha voluto subito smentire -, visto che Borg sta facendo un ottimo lavoro, la sua sostituzione non è nei piani attuali, un giorno chissà. Anche il format è solido e non subirà sostanziali modifiche, in cinque anni siamo stati in città fantastiche, anche Londra con la O2 Arena non ha tradito le attese. Magari più avanti estenderemo l’orizzonte anche oltre il Nord America. Come ho detto, intendo rimanere nel mondo del tennis e dare una mano, ma in questa fase senza un incarico ufficiale“.

L’AUGURIO – L’aspetto emotivo, allo scorrere dei titoli di coda, ha comunque avuto il predominio mediatico su quello del campo. Al netto delle considerazioni sulla prima vittoria di Team World, Federer ha tenuto a sottolineare come la Laver Cup sia intesa dai protagonisti come tutt’altro che un’esibizione: “C’è un bel clima, ma rimane sport e l’atmosfera agonistica in campo deve essere feroce, dura, così la manterremo sempre. Poi ci sono altri aspetti: durante la settimana mi è piaciuto molto cenare con Novak ed Andy, li ho conosciuti meglio, sono felice di aver trascorso del tempo con loro, vedere come lavorano gli altri campioni. Momenti che non tolgono nulla all’intensità di una rivalità sportiva. Venerdì essere circondato da quelli che sono stati i miei più grandi avversari è stata un’emozione unica. Auguro a loro di vivere le stesse sensazioni uniche e speciali nel giorno in cui decideranno di lasciare il tennis giocato. Per me è stato davvero bellissimo.

 

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