Ljubicic, da Umago a Wimbledon: "Federer è ancora il migliore"

Interviste

Ljubicic, da Umago a Wimbledon: “Federer è ancora il migliore”

Ljubicic sul match contro Djokovic: “Roger ha giocato meglio, triste vederlo perdere. Nulla mi emozionerà come la finale di Melbourne 2017 contro Nadal”. Il suo impatto come coach: “Non gli dico cosa fare, ma funziona… a 38 anni è ancora il migliore”. E quel tie-break a Rotterdam…

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Ivan Ljubicic - ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Da quando – poco più di tre anni e mezzo fa – è diventato il coach di Roger Federer, Ivan Ljubicic non si è concesso spesso ai media, parlando raramente del suo lavoro a fianco del fuoriclasse svizzero. Qualcosa in più – soprattutto in patria, in Croazia – la dice in qualità di manager del connazionale Borna Coric, ma sicuramente niente di paragonabile a prima, quando era di fatto dall’altra parte della barricata, come commentatore di Sky e columnist del Tennis Italiano. Una piccola deroga a questo suo “silenzio stampa” l’ex n. 3 del mondo l’ha concessa durante il torneo di Umago, dove è stato intervistato dal quotidiano sportivo croato “Sportske Novosti”.

Umago per Ljubicic è un “luogo del cuore” della sua carriera da giocatore. Ivan ha giocato i Croatia Open per ben undici volte, ma la cittadina istriana è stata importante per lui già da prima che calcasse questi campi da professionista. Anzi, si può proprio dire che abbia dato il là alla carriera tennistica di quel ragazzino che proprio dall’altro lato dell’Istria – ad Abbazia – trovò il primo rifugio quando all’età di tredici anni insieme alla madre fuggì da Banja Luka con lo scoppio della guerra in Bosnia. “Noi giocatori croati siamo cresciuti con il sogno di giocare ad Umago. Qui da ragazzini abbiamo giocato la ‘Katoro cup’, poi i tornei juniores – mi ricordo ancora la ‘Hempel Cup’. Umago è da subito molto importante, un punto di riferimento. Qui a sedici anni in coppia con Ivo Karlovic superammo il primo turno in doppio, battendo Berasategui e Clavet. Per noi quella vittoria fu veramente un gran colpo, fu una cosa enorme. Pensate se adesso una coppia di ragazzini di 16 anni superasse il primo turno di un torneo ATP. Umago, per chiunque si occupi di tennis in Croazia, ha rappresentato e rappresenta il massimo“.

Ma Umago è stata importante per lui anche nei primi importanti passi da professionista: qui arrivarono la prima vittoria a livello ATP (nel 1996 contro Carbonell) e la prima semifinale nel circuito maggiore (nel 1999). “A dire la verità Carbonell si ritirò dopo aver perso il primo set, però poi l’anno dopo lo battei al Challenger di Zagabria (ride, ndr). Al secondo turno incontrai Guga Kuerten e mi dissero ‘è giovane anche lui, puoi farcela’. Ci persi nettamente, lui l’anno dopo avrebbe vinto il Roland Garros… Mi ricordo la prima semifinale ATP, la ottenni dopo la vittoria su Hrbaty nei quarti, quella che ricordo con più piacere qui a Umago. Poco dopo entrai nella top 100. Ci fu anche qualche screzio nel dopo partita, Hrbaty si arrabbiò perché andai ad abbracciare mia mamma prima di stringergli la mano. Più tardi lo chiamai in hotel per scusarmi”.

 
Ivan Ljubicic dopo la vittoria a Indian Wells nel 2010

Ljubicic scorre l’album dei ricordi ed è sorprendente come rammenti alcuni dettagli. “Mi ricordo esattamente i campi dove giocavamo a Katoro (frazione del comune di Umago, ndr). C’erano tre campi, noi giocavamo in quello in mezzo. Mi ricordo il primo punto ATP in un torneo a Icici (un paesino dall’altro lato dell’Istria ad una quindicina di km da Fiume, ndr), battei lo slovacco Galik, che era attorno alla 360esima posizione ATP. In realtà ricordo molto di più queste cose che quelle accadute dopo. A Roger piace allenarsi con gli ex giocatori – Enqvist, Ferrero, Llodra – e mi chiede i miei risultati con loro. Ma io non me li ricordo. Probabilmente gli inizi li vivi con così tanta emozione che ti rimangono scolpiti nella memoria”.

Eccolo, Roger Federer. L’ha citato Ljubicic, ed è perciò un assist perfetto per passare a parlare del fuoriclasse svizzero. In primis, ovviamente, con riferimento alla finale di Wimbledon, dato che sono passati solo pochi giorni ed il match è ancora ben impresso nella memoria di tutti gli appassionati. La prima domanda è su un curioso dato statistico saltato fuori dopo la partita: ovvero che delle sue 10 finali (su 156 totali), tra circuito ATP e tornei dello Slam, che si sono concluse con un tie-break nel set decisivo, The Swiss Maestro ne abbia vinto solo una, quella di Rotterdam nel 2005. Proprio contro Ivan Ljubicic…

Questa cosa mi fa arrabbiare, perché non avrebbe dovuto vincere neanche quella!“ risponde sorridendo Ivan. “Conducevo 4-2 in quel tie-break. Mi giocò uno slice corto ed io mi misi a pensare cosa fare, se andare avanti o no. Evidentemente ci pensai troppo. Il punto successivo tirai un dritto inside-out. Sono convinto che avesse toccato la linea e che avessi vinto il punto, ma a quei tempi non c’era il falco, chiamarono la palla fuori e addio… Ripeto, non avrebbe dovuto vincere neanche quel match”.

Roger Federer e Ivan Ljubicic – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Logico a questo punto, chiedere come si sia sentito il coach di Roger Federer dopo aver visto il suo giocatore disputare un grande match e perderlo, appunto, al tie-break del quinto. “Come volete che mi sia sentito? Ero così nervoso… Perché Roger pur essendo stato il migliore in campo non è riuscito a vincere. È dura”. A parziale, molto parziale, consolazione i complimenti per la prestazione di Roger piovuti da tutte le parti, anche dal team avversario. In particolare, in tanti hanno detto che si è vista la mano di coach Ljubicic nei match contro Nadal e Djokovic, nel diverso approccio tattico ai due match. Ma Ljubo minimizza, e si capisce perché preferisca non parlare del suo lavoro con Roger: preferisce che a parlare sia il lavoro.

“Sì, okay. Ma è chiaro che contro di loro non può giocare nello stesso modo. Non posso dire quanto e in che cosa ci sia la mia mano come allenatore, le cose non funzionano così. Non è che io gli dico ‘fai questo, fai quello…’, Roger non è un ragazzino a cui devo spiegare le cose. Non è questo il tipo di rapporto. Ma quanto impatto io abbia, dovreste chiederlo a Roger. Non so esattamente cosa, di quello che gli dico, lui prenda o non prenda. L’unica cosa che posso vedere è come le cose stanno funzionando. Lui gioca ancora bene, per me è ancora il migliore al mondo. E sono felice ed orgoglioso che lo sia ancora a 38 anni”.

Una curiosità molto “croata” è quella relativa al fatto che mentre Ljubo è nel team di Roger, in quello di Nole c’è ora – non si sa ancora se stabilmente o part-time – un altro croato, Goran Ivanisevic. E che prima per un breve periodo ce n’è stato un altro, quel Mario Ancic che fu il grande protagonista insieme a Ljubicic della prima Coppa Davis vinta dalla Croazia nel 2005. E che durante la finale era seduto in mezzo al team di Nole. “Era seduto molto vicino a me, ma credetemi, quando inizia il match non vedo nessuno, se non Roger ed il campo. Ma se non sbaglio, Mario è dovuto andare via dopo il primo set, doveva andare all’aeroporto, impegni di lavoro…”. Goran invece era già ad Umago (la sera prima aveva giocato l’esibizione con Goran Prpic, remake della prima finale del torneo, quella del 1990). E sicuramente l’ha vissuta meno intensamente rispetto a chi era a soffrire sulle tribune del Campo Centrale di Wimbledon. “Ci credo. Io non mi potevo alzare, ho imprecato un po’… Ma poi tutto passa. Non ci sono da fare grandi drammi. Alla fin fine si tratta di sport, a nessuno cambierà la vita per questa finale“.

Proprio il citato Ancic ha detto che per lui si è trattato di uno dei match più belli, se non il più bello, di tutti i tempi. Insomma, per l’ex n. 7 del mondo la finale di Wimbledon 2019 è stato “The Match”, la partita delle partite.Per me nessun match sarà mai emozionante come la finale dell’Australian Open 2017 tra Roger e Rafa. Per me è quello ‘The Match’. Entrambi rientravano da un lungo periodo di stop a causa di infortuni, nessuno si aspettava niente da loro, giocarono cinque set… Capisco perché qualcuno consideri questo ‘The Match’, ma per me quella finale è insuperabile. Poi è chiaro che per quelli dell’entourage di Djokovic, è questo il match più sentito”.

L’abbraccio tra Roger e Rafa dopo la finale a Melbourne del 2017

Un’altra osservazione statistica: Federer ha fatto 40 vincenti in più eppure ha perso. “Ha fatto 14 punti in più, praticamente tre game e mezzo. Non è poco. Ma nel tennis non ci sono regole in questo senso. Qualche volta perdi, qualche volta vinci. Andiamo avanti”. Il messaggio di Ljubicic è chiaro: basta parlare di quello che è successo, pensiamo a quello accadrà. Prima di andare avanti però, ci sarà un po’ di riposo. Federer si è preso infatti quasi un mese di stop agonistico, come confermato dal suo allenatore. Il prossimo torneo sarà Cincinnati, ancora non so se ci andrò io o Severin Luthi. Subito dopo gli US Open, dove ci saremo tutti, poi fino a fine stagione come al solito: Shanghai, Basilea, forse Bercy, le ATP Finals”.

Chiaramente la curiosità è sapere cosa accadrà il prossimo anno, sapere fino a quando King Roger continuerà a stupire. Ma il suo coach non si sbottona. “Dopo le ATP Finals ci siederemo tutti attorno ad un tavolo e penseremo al 2020”. Un piccolo indizio però Ljubicic forse lo fornisce, quando dice che questa a fianco del fuoriclasse di Basilea non sarà certo la sua ultima esperienza nel Tour. Tanti ex giocatori dicono che la cosa che più gli pesava quando giocavano era viaggiare tutto l’anno in giro per il mondo. Ma Ivan non è di questo avviso.

Se volete fare qualcosa nel tennis dovete essere pronti a preparare i bagagli e partire. Per me non è difficile. Mi piace il tennis, il Tour, non smetterò di viaggiare quando Roger si ritirerà o smetteremo di lavorare assieme. Ripeto, non mi costa fatica. Certo non può essere per 40 settimane all’anno, sennò allora è meglio non avere una famiglia. Ma se gestisci bene la cosa – 20-25 settimane, è okay. Di meno, come quando sento parlare di dieci settimane, proprio no. Cosa fai in dieci settimane? Ogni singolo Slam ti porta via tre settimane, il che significa che solo per gli Slam sono dodici in totale…”.

Eccolo, il piccolo possibile indizio: “Quando Roger si ritirerà o smetteremo di lavorare assieme”. Certo, assolutamente corretto e professionalmente ineccepibile da parte di Ivan considerare che la carriera di Roger possa continuare anche senza averlo al suo fianco. Ma pare comunque difficile che uno faccia una precisazione del genere con l’opzione del ritiro a breve seriamente in ballo. Certo, si potrebbe anche leggerla al contrario e pensare che Ljubo l’abbia detto proprio per evitare speculazioni sull’argomento. Ma noi preferiamo leggerla dall’altro lato. Forse perché tra un anno a Wimbledon vogliamo vedere la rivincita, vogliamo vedere il nuovo “The Match”. E magari stavolta saranno tutti d’accordo…

Novak Djokovic e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

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Giustino: “Chi gioca solo i Challenger non vede un euro”

Impegnato al Challenger di Manerbio, il tennista napoletano rivela di aver accettato la proposta di candidatura per l’ATP Player Council e si fa carico della crociata per una più equa distribuzione dei premi: “Troppi soldi a pochi giocatori, gli altri muoiono di fame”

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Lorenzo Giustino - ATP Challenger Manerbio 2019 (foto Carlo Monterenzi)

La tribuna politica non è di quelle che garantiscono grande audience, ma il messaggio è partito. Lorenzo Giustino, napoletano classe 1991, insegue la top 100 passando dal Challenger di Manerbio. E proprio dal torneo lombardo avanza la sua candidatura per un ruolo di rilievo nella politica tennistica: “Mi hanno chiesto disponibilità a candidarmi nell’ATP Players Council e ho detto di sì, vediamo cosa succederà“. L’organo di rappresentanza dei giocatori sta vivendo un periodo movimentato, dopo il disimpegno del fronte d’opposizione maturato nella riunione pre-Wimbledon (di cui potete trovare qui un resoconto dettagliato) e concretizzatosi nelle dimissioni di Vallverdu, Haase, Jamie Murray e Stakhovsky.

Le questioni economiche tengono sempre banco, con diverse sfumature: proprio in questi giorni dal Canada è stato Vasek Pospisil – membro del Council – ad aprire un ragionamento ad ampio raggio sulla gestione del montepremi dei tornei più importanti e sullo status dei giocatori, a suo dire ormai assimilabile a quello di “dipendenti” dell’ATP e non più di liberi professionisti.

ORGOGLIO CADETTO Il fronte caro a Giustino è invece quello più popolare: la difesa dei tennisti da Challenger, sotto i punti di vista (che viaggiano in parallelo) delle opportunità di partecipazione al circuito maggiore e del trattamento economico. C’è in ballo – come sostenuto dall’azzurro e anche da tanti altri professionisti di medio livello – un problema di sostenibilità della carriera. “Non è tanto una questione di ranking – ha dichiarato in una nota diffusa dall’ufficio stampa del Trofeo Dimmidisì – puoi essere anche numero 120, ma se hai giocato gli Slam e nel circuito ATP sei a posto. Se giochi soltanto i Challenger invece non vedi un euro. Nel tennis si è creata un’idea secondo cui vali solo se sei top-100, altrimenti sei negato. Non mi piace: sono convinto che se i giocatori da Challenger avessero ogni settimana una wild card per i tornei ATP, vincerebbero tranquillamente le loro partite”.

DIVARIO (ANCHE) SOCIAL – La questione si ripercuote direttamente sulla distribuzione dei premi in denaro: “I tour manager ATP dicono che l’ATP è un’azienda che vuole aumentare il proprio valore, e sostengono che sia complicato dare più soldi ai Challenger se non producono. Il problema è che loro sono i primi a creare una barriera tra l’ATP Tour e il circuito cadetto. Dovrebbe esserci una comunicazione più omogenea – sostiene il numero 130 del mondo – non è possibile che la pagina Instagram dell’ATP abbia un milione e mezzo di follower, mentre quella dei Challenger appena 237. La mia idea è che il prodotto tennis non funziona bene: si danno troppi soldi a pochissimi giocatori, mentre gli altri muoiono di fame. Prendi gli Slam: messi insieme, fanno quasi lo stesso numero di spettatori della Champions League… non è possibile che i giocatori siano poveri“.

 

CONTI IN ROSSOL’ultimo appello chiama in causa anche le modalità di pubblicazione dei prize money sul sito ATP:Viene mostrata la cifra lorda – conclude Giustino – ma non corrisponde in nessun modo al vero: tra tasse e spese vive rischi di andare in passivo. Quando ero piccolo, mio padre ha investito 100.000 euro per me. A un certo punto sono finiti e mi ha detto: ‘Se vuoi giocare a tennis, devi andare a lavorare’. E così è stato”.

Si ringrazia l’Ufficio Stampa del Trofeo Dimmidisì

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Interviste

Cecchinato: “Chi non credeva in me ha fatto presto a fare le valigie. Per fortuna!” [AUDIO]

ESCLUSIVA – Dopo la sconfitta con Schwartzman, Marco appare comunque fiducioso. Contento del nuovo team, si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa

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da Montreal, il nostro inviato

Cecchinato lotta ma perde di misura

Dalla tribuna, l’impressione è stata che ci sia mancato un nulla, hai anche fatto meglio in tutte le statistiche… una partita così va presa come un punto di risalita, per quanto uno ovviamente rosichi!
Sì, nelle ultime partite sono sempre stato sopra, con Delbonis, Chardy, ora con uno che ha appena vinto un ATP, un top-20… il livello c’è, di sicuro mi manca fiducia, e si vede nelle palle break, nei momenti in cui si deve chiudere. Oggi la partita fa rosicare tanto, però è solo un momento, secondo me appena scatta quel click che vinco una o due partite posso ritornare a essere tranquillo, ad avere il livello dell’anno scorso.

 

Di fianco si vede bene dove stanno i giocatori, e lui era sempre in difesa, la partita la facevi tu.
Sì, ero sopra di livello, comandavo lo scambio. Ora sono ritornato a lottare, sono presente, ho passato un periodo difficile. Anche cambiare allenatore è difficile, come vedi ci sono state tante sconfitte. Adesso sono fiero di avere questo team al mio fianco, veramente unito, con Uros Vico, col mio preparatore da sette anni, col mio manager che non è solo quello. Sono presenti, sono fiduciosi, positivi nel momento di difficoltà, a differenza di qualcun altro che ha fatto presto a fare le valige e andare via. Quindi sono contento di avere delle persone al mio fianco che credono in me, stiamo facendo un buon lavoro per tornare ad alti livelli.

Beh, Uros Vico faceva tipo la telecronaca durante la partita, ero seduto vicino a lui, ed era estremamente presente, si faceva sentire continuamente. Ti piace questo approccio?
Sì, mi trovo bene, è molto positivo, presente, carico, ha voglia di uscire da questo tunnel come tutto il mio team. Non è stato ad Amburgo, dove ho avuto tre match point, non è stato a Kitzbuhel, dove ho avuto tanti set point, non è stato qui a Montreal, ma l’importante è avere il livello, non ho disimparato a giocare a tennis, sono numero 60 del mondo, non 200, come ti dicevo mancano solo una o due partite, manca solo la vittoria per tornare ad alto livello.

Come gestisci la transizione dalla terra al cemento?
Beh, finito la terra a Kitzbuhel una settimana fa, e adesso ero già sopra di livello a Schwartzman su questi campi, ormai il cemento non è più l’incubo di due anni fa, mi è bastata una settimana di allenamenti e si sono visti i risultati. Ok non ho vinto la partita, ma ero in vantaggio contro un giocatore in fiducia, che ha vinto tantissime partite quest’anno, quindi anche sul cemento posso stare alla pari con questi giocatori. Manca solo la vittoria, non manca altro, sto bene mentalmente e fisicamente, ho di fianco persone che credono in me. E per fortuna, ci tengo a sottolinearlo, quelle che non credevano più in me sono andate via. Ci divertiremo ancora tanto.

Cosa significa il logo MC13 che hai sulla tuta?
È il mio logo, con le iniziali e il mio numero fortunato!

Un’ultima cosa, più sul quadro generale. La prima volta che abbiamo parlato, allo US Open 2016, ti eri qualificato grazie a una bellissima primavera di challenger. Hai perso con Mardy Fish, no?
Sì!

Ecco, per te era un gradino, ma ora è lontano. In questi due tre anni è successo di tutto. Come rivedi questo tuo percorso, chi è Cecchinato ora rispetto a quello che era emozionato di giocare il suo primo US Open?
Mi sono messo in gioco sul cemento, superficie che non conoscevo, ho fatto tanti tornei, dove ci sono state tante sconfitte, ma comunque ne sono uscito anche quella volta lì. E ora sul cemento ho tante vittorie, l’ho dimostrato l’anno scorso, a Pechino, a Shanghai, quindi Marco Cecchinato si mette sempre in gioco, ci sto mettendo la faccia, perché otto sconfitte negli ultimi otto tornei non è facile. Ritornerò a vincere, ne sono più che convinto rispetto a un mese fa, che era proprio un periodo negativo. Manca solo un po’ di fiducia, e sono convinto che ritornerò a divertirmi in questo circuito, con una classifica che conta.

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Interviste

Piatti frena gli entusiasmi: “Sinner deve migliorare tanto, la classifica non mi interessa”

Tante esperienze, tanto tennis. Nessun compromesso. Questo il mantra del tecnico comasco, impegnato a formare una delle già grandi speranze del tennis italiano

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Riccardo Piatti (foto Gabriele Lupo)

Gli allenatori più bravi sono quelli capaci di ridimensionare il peso di una sconfitta ma anche, al contempo, di frenare gli entusiasmi dopo una vittoria. Riccardo Piatti è certamente un bravo allenatore di tennis, forse il più bravo di tutti persino. E dunque, di certo, non si fa influenzare quando il 17enne Jannik Sinner, suo grande pupillo nonché una delle grandi speranze del tennis italiano per gli anni a venire, spedito nello sperduto Kentucky per farsi le ossa sul cemento americano, va a vincere il suo secondo Challenger in carriera.“Dopo la finale ho chiamato Jannik per fargli i complimenti. Ma gli ho anche detto che avrebbe dovuto vincere in due set (contro l’australiano Alex Bolt, testa di serie n.2 del seeding ndr). E che ha servito male in alcuni momenti”, ha detto Piatti in un’intervista a Il Corriere dello Sport. Che dire, sono i lati negativi, o forse positivi, del lavorare con un allenatore di questo calibro: non si scompone mai ed è sempre molto molto esigente.

Il percorso per Jannik è segnato. Migliorare e fare esperienza. Nulla, se non un evento clamoroso può sconvolgerlo. Figuriamoci una vittoria al Challenger di Lexington, che comunque lo fa salire al 135esimo posto della classifica mondiale. Ma di ranking il 60enne comasco non vuol sentire nemmeno parlare da lontano. “Io Jannik l’ho mandato negli USA proprio per evitare questi discorsi. A me classifica e risultati per ora non interessano. Anzi non me ne frega niente”, ha chiosato. “Ci penseremo quando avrà 22-23 anni, allora capiremo cosa davvero è in grado di fare. Adesso mi interessa che cresca, che arrivi a giocare al livello che ho in mente io. Deve nutrirsi di esperienze, non di punti”. 

Esperienze come prendere une aereo appunto e andare a giocare un piccolo torneo nel centro degli Stati Uniti, invece di accettare una wild card offertagli dagli organizzatori del più ricco torneo di Kitzbuhel, un evento quasi di casa per Jannik che è nato a pochi chilometri dall’Austria, a San Candido. Ma non in linea con il progetto di Piatti. “Voglio che conosca il circuito americano, che migliori sul cemento”. Insomma, la ragione ogni oltre possibile sentimentalismo. Scelte difficili da sopportare, soprattutto se sei ancora un adolescente. E Jannik ogni tanto ne risente. “La scorsa settimana mi ha chiamato perché era nervoso. Non è tutto rose e fiori nei Challenger. La finale l’ha giocata mentre nel campo a fianco si giocava quella femminile. Deve fare la gavetta, imparare il mestiere. Ero contento che fosse nervoso”, ha rivelato Piatti, con la soddisfazione del padre (tennistico) severo, quello che vuole fare allargare le gracili spalle del proprio ragazzo da ogni punto di vista. 

 

Il gioco di Sinner sembra già però molto solido. Anzi ciò che stupisce del suo tennis è proprio la completezza e la mancanza di punti deboli. Quindi quali sarebbero tutti questi miglioramenti dei quali parla il coach comasco? “Dritto, rovescio, servizio, volée tutto”, ha sottolineato Piatti. Insomma Jannik fa tutto piuttosto bene ma deve fare tutto meglio per competere ad un livello più alto. “Quando gioca con un avversario sotto il 120 del mondo, Jannick mette il 65% di prime e ne ricava il 75-80 per cento dei punti. Se gioca con un Sousa o con un Jarry, mette sempre la stessa percentuale di prima ma ci ricava il 60-65 per cento di punti. Nei Challenger vince con il servizio, ma ancora non ha il livello per giocare contro i migliori. Non sempre almeno”, ha spiegato. 

Jannik Sinner – Roma 2019 (foto Felice Calabrò)

Ma c’è anche spazio (mai troppo) per sottolineare i meriti del suo allievo in questa prima stagione piena sul circuito ATP, in cui ha già scalato oltre 350 posizioni. Come appunto la capacità di adattarsi ad ogni situazione rapidamente. “Tre, tornei sull’erba, due settimane di allenamento sul cemento, velocissimo, dell’Elba, poi è andato ad Umago, sulla terra e ha vinto il primo turno (contro il portoghese Sousa ndr) e ha giocato un’ottima partita contro Bedene. Jannick è una spugna. Ha una grande capacità di apprendere e risolvere i problemi in campo. Per questo bisogna mettergli dentro tanti contenuti”, ha detto. Ma anche la concentrazione e la disponibilità al sacrificio durante gli allenamenti. “Quando vedi che si allenano con intensità, che stanno sempre lì, lo sai che sono destinati ad arrivare. Devi solo dargli tempo”, ha proseguito. 

Insomma, il percorso di Sinner continua, senza scossoni. Con la consapevolezza di dover migliorare, e tanto, ma anche di farlo da delle basi straordinarie. A scandire le tappe è ancora Piatti, vero e proprio deus ex machina della situazione. “Il progetto è sempre quello. Adesso è in America con Andrea Volpini, il 14 lo raggiungerò io. Deve imparare a viaggiare con preparatore e fisioterapista, spendendo anche i soldi necessari. Per migliorare sempre. Dopo gli US Open giocherà ad Istanbul, poi San Pietroburgo, poi la tournée asiatica”. Con gli occhi puntati sulle partite di tennis e non sul ranking. “Deve confrontarsi, capire. Poi fra un paio d’anni riparliamo di classifica”. E chissà che quando ne riparleremo non sia per farlo in termini di un certo rilievo. Probabilmente è quello che ha già in mente Piatti. Anche se non vuole ammetterlo.

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