Vincere il torneo di Washington con una sola racchetta: una settimana (non) da Kyrgios

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Vincere il torneo di Washington con una sola racchetta: una settimana (non) da Kyrgios

“Mi sono proprio sentito come… un classico giocatore di tennis questa settimana”. Le parole di Nick, le impressioni di Medvedev

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TUTTA UN’ALTRA STORIA –“Credo di aver perso da Tennys Sandgren due anni fa. Mi ero ritirato, forse? Non ne sono neanche sicuro. E non avevo offerto un bello spettacolo al pubblico”. Inizia così Nick Kyrgios ricordando la sua prima apparizione a Washington. La memoria non lo inganna: Nick si ritirò sul punteggio di 6-3 3-0 a favore dello statunitense, all’epoca ancora fuori dalla top 100, tra i fischi del pubblico. Una delle sue classiche prestazioni in cui dimostra chiaramente di non avere la minima voglia di stare in campo. “Sono stato molto irrispettoso”, continua l’australiano. “E, due anni dopo, torno e tiro fuori una grande performance. Sono venuto qui per cinque, sei giorni e ho giocato ogni giorno dando tutto”.

Che, poi, sarebbe quello che ci si aspetta da un professionista e che effettivamente fanno i suoi colleghi ma, nel suo caso, si può parlare di eccezione, e sottolinearlo – quasi in un mix di incredulità e vanto – diventa allora d’obbligo.
A proposito del titolo vinto, il sesto in carriera, battendo con due tie-break Daniil Medvedev in un evidentemente non impossibile equilibrio tra ricerca dello show a ogni costo e concretezza, il ventiquattrenne di Camberra dice che “andarsene da campione è piuttosto speciale. Onestamente, questo è forse il mio trofeo più memorabile fino a questo momento. Rispetto a due anni fa, è come il giorno e la notte, questo è certo”.

SHOW – L’apoteosi dello spettacolo è arrivata nella semifinale contro Stefanos Tsistsipas, un incontro seguito quasi per intero da Medvedev, secondo il quale “è stato un match divertente con alti e bassi che poi è diventato incredibile”. Interrogato a proposito del tipo di atmosfera creata dall’avversario e che avrebbe trovato in finale, il russo aveva detto che “a volte mi piace quello che fa, a volte no; penso che ciò valga per tutti”. Oltre a tweener e altri colpi alla ricerca di un posto negli highlights, i siparietti di Kyrgios hanno incluso richieste di consigli su dove battere a qualcuno fra il pubblico: l’arbitro non ha ritenuto di dover sanzionare il giocatore per coaching, ma sembra che gli spettatori interessati non abbiano percepito ciò come un’offesa alle loro competenze tecnico-tattiche.

GUARDARSI DENTRO – Pochi giorni fa, peraltro servendo su un vassoio d’argento materiale per facili battute, Nick aveva ammesso di aver avuto “problemi mentali”, motivo per cui non ha giocato molti tornei quest’anno. “Ripensando a certe situazioni in cui mi sono ritrovato negli ultimi sei mesi” spiega,è pazzesco pensare a come ho voltato pagina. E sto lavorando davvero duro, in campo e fuori, per cercare di migliorare come persona e come tennista. E, come ho detto, non stavo esagerando: questa è stata una delle settimane migliori della mia vita, non solo sul campo ma in generale”. L’introspettivo Kyrgios, quello che non ti aspetti, prosegue: Sento di aver fatto progressi importanti. Andrò avanti giorno per giorno nella speranza di continuare questo nuovo percorso. Come se non bastasse, aggiunge che “mi sono proprio sentito come… [pausa a effetto o, piuttosto, di incredulità?] come un classico giocatore di tennis questa settimana”.

 
Nick Kyrgios vince il Citi Open Washington 2019 (foto TennisTV)

DA ‘NO LOOK’ A ‘NO RACQUET’ – Una settimana che nemmeno lui si aspettava, se è vero che era arrivato negli Stati Uniti con solo cinque racchette, come ci racconta l’ATP. Ne ha donata una in beneficenza, due le ha sfasciate, un’altra non era adatta a essere usata in un match e, così, è rimasto con una sola dopo la semifinale. Certo, suo padre gliene aveva spedite altre cinque dall’Australia, ma sabato notte si trovavano centro di smistamento della dogana all’aeroporto di Washington in attesa di essere consegnate lunedì, visto che il centro è chiuso la domenica. Ovviamente, vorresti giocarti la finale con più di una racchetta a disposizione, ha poi commentato Nick, spiegando che il manager del torneo Mark Ein “ha tirato un po’ di fili, gli sono enormemente grato per questo” facendo arrivare le racchette già nella prima mattinata di domenica. “Tutto succede per una ragione” ha detto il futuro vincitore del torneo, “ho avuto le racchette e la mia vittoria”.

SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI – Lo stesso Daniil Medvedev non ha potuto non evidenziare l’atteggiamento radicalmente diverso di Kyrgios. “Credo che tutti lo abbiano notato, bastava vederlo in TV. Era determinato e dava l’impressione di voler vincere. E non è una cosa che vediamo sempre” ribadisce, “ecco perché ha giocato così bene questa settimana”. Infine, non poteva mancare il fratello Christos, tante volte sopra le righe (sopra le righe rispetto a Nick, dall’affare Vekic ai recenti insulti a Nadal), il quale percepisce “un’energia completamente differente da lui. Sembra che si stia davvero divertendo a giocare. È bello da vedere”.

Una settimana che mette a dura prova alcune certezze, non c’è che dire, nella speranza che il “nuovo corso” intrapreso da Kyrgios prosegua regalandoci altri incontri in cui si coniugano alto livello e divertimento.

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Lettere al direttore: Laver e non Federer il GOAT? Circoli in affanno. Biglietti Roma? Brutta figura FIT

Il mental coach di cui Roger non ama parlare. Il doppio “malato in fase terminale”? Lo scandalo dei biglietti non rimborsati. Tennis club “dormienti”. Nadal, Djokovic e Federer, l’eccidio di una generazione?

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Vi avevo invitato a scrivermi delle lettere perché io potessi rispondervi, cercando di andare contro la mia natura per essere il più sintetico possibile. Anche questa settimana siete stati numerosi e di questo vi ringrazio. Di seguito le mie risposte alle sei domande che ho selezionato: continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


Leggo spesso Ubitennis ma cosa accade nei circoli in Italia? L’appassionato di tennis è un po’ diverso da un Homer Simpson che guarda il pallone con la birra in mano. L’appassionato di tennis gioca. Quindi prima di sapere se si giocherà Roma o leggere dei programmi di Djokovic, magari terrebbe a conoscere i suoiValter (città?)

Abbiamo parlato dell’argomento dei protocolli, delle riaperture e fatto più di qualche prima fotografia della situazione italiana. Abbiamo provveduto nei giorni scorsi a inviare a 1800 circoli italiani un sondaggio di facile gestione (garantendo l’anonimato; il club che non lo avesse fatto è ancora in tempo ad aggiungersi scrivendo a direttaubitennis@gmail.com). Il sondaggio per rispondere al quale basta mettere delle crocette, consta di una ventina di domande-argomenti sulle difficoltà della ripartenza, sui problemi economici conseguenti al Covid-19, sulle iniziative di scontistica che si potrebbero o vorrebbero adottare per cercare di risanare finanze dissanguate, su come vengono affrontati i problemi dei giovani, dei bambini, dei corsi con i maestri, del personale dipendente (e non), del ristorante, degli spogliatoi, della sanificazione, dei controlli.

Le risposte stanno arrivando numerose – già oltre un centinaio – anche se lentamente perché molte segreterie sono ancora chiuse e perché molti circoli non hanno un’organizzazione di tipo… aziendale. Appena ne avremo ricevute un numero più ampio vi faremo conoscere le indicazioni emerse. Cliccando su questo link lei Valter potrà vedere intanto che cosa abbiamo già scritto sui circoli.

Al di fuori del sondaggio che, sia chiaro, non propone temi “politici”, sono pervenute a Ubitennis diverse lettere di protesta per gli scarsi aiuti ricevuti dalla FIT. Io però dico “Aiutati che Dio ti aiuta”. Circolo, non pretendere che la FIT possa risolvere tutti i tuoi problemi. Intanto comincia col darti da fare. Reagisci. Ho conosciuto e frequentato, da giocatore prima agonista e poi dilettante, tanti, tantissimi circoli di tennis in oltre 60 anni. Pochissimi sono davvero cambiati e mi appaiono oggi organizzati come vere aziende quali, in fondo e in base anche a fatturati non disprezzabili, dovrebbero essere.

Il punto è che quasi sempre si diventa presidente e consiglieri di un club in virtù di ragioni che prescindono dalla propria capacità imprenditoriale. Persone stimate, in gamba, con ruoli cittadini di prestigio, professori, architetti, avvocati, magistrati, ingegneri, tennisti e appassionati. Ma pochi imprenditori che si ingegnino a studiare opportunità che andrebbero invece sfruttate per cancellare il rosso delle perdite di gestione. Eppure internet e i social (che una volta non c’erano) sono strumenti eccellenti di comunicazione. Andrebbero utilizzati proattivamente per promuovere le proprie iniziative e comunicarle a destinatari ben individuabili, appartenenti a un preciso target. Quanti club lo fanno? Forse solo quelli che hanno investito in un sito ben strutturato dimostrano di avere la giusta mentalità. Vero peraltro che il sito di un club va continuamente alimentato e di solito ha frequentazioni assai modeste, più rivolte ai propri soci interni che a potenziali utenti esterni. E magari invece sarebbero proprio questi quelli da attrarre.

Non è un compito facile quello degli attuali dirigenti di un club colpito dagli effetti della pandemia. Ma pensare a proporre sconti per ricreare afflusso al circolo, a occupare maggiormente i campi laddove soci e frequentatori diffidenti stentino a riprendere la normale attività, dovrebbe essere un must. Così come pensare a invogliare nuove associazioni per l’anno in corso, per il prossimo con vari pacchetti, iscrizioni a corsi, palestre, piscine, padel, servizi vari (sempre da ampliare). Lo faranno, ora che tutti parlano dell’evoluzione digitale, mentre la comunicazione cartacea è sempre più in crisi perché non riesce a essere tempestiva? Ci vorrà tempo, temo.

 

Adoro FEDERER ma perché tra i GOAT non si cita mai LAVER (vinceva su tutte le superfici ed erano rispetto ad oggi superfici oggettivamente molto più diverse fra di loro, mica erano quasi omogenee come oggi). È vero che son cambiati, e di molto, gli attrezzi, le palle, la concorrenza notevolmente aumentata, la preparazione atletica, la nutrizione. Due grandi Slam a distanza di 7 anni non si fanno schioccando le dita. Oggi nessuno ci va vicinoGiovanni Porro (Moltrasio, Como)

Il record che più mi impressiona di Federer non sono tanto i 20 Slam ma i 36 quarti di finale e le 23 semifinali consecutive nei Major. Laver di Slam ne ha vinti “solo” 11, ma dopo averne vinti quattro su quattro nel ‘62 e nel ’69, dal ’63 al ’67 non ne ha potuti giocare neppure uno in cinque anni. Su 20 teorici Slam quanti ne avrebbe vinti? Gli sarebbero bastati due Slam vittoriosi all’anno per essere a quota 21, uno più di Federer. Ma fossero stati tre l’anno… Ok, altro tennis, altro tutto come sottolinea il lettore. Compreso un fatto non citato: ai tempi di Laver tre Slam su quattro si giocavano sull’erba.

Sospetto che Federer, campione otto volte a Wimbledon, tre o quattro Slam in più li avrebbe portati a casa se avesse potuto giocare anch’essi sull’erba, sebbene peraltro 12 vinti fra US e AUS Open non siano comunque davvero pochi, mentre al Roland Garros con Rafa Nadal – che lo ha battuto sei volte su sei – non c’era comunque gara. A differenza di Nadal e Djokovic, io credo che Federer sarebbe stato uno straordinario tennista anche con le racchettine con cui giocava Laver. Ma Laver è stato certamente il tennista più forte della sua epoca (insieme con Rosewall che di Slam ne ha vinti otto, ma ne ha mancati 44!), mentre temo che Pat Cash abbia ragione quando dice che Roger Federer forse non lo è stato della propria e questo inficia non poco la pretesa di poter essere considerato il GOAT.


Gentile direttore, premetto di essere un tifoso incallito di Roger Federer. Volevo esprimere una impressione che ho sempre avuto riguardo a Roger F. Ossia sono fermamente convinto che se il campione Svizzero avesse ingaggiato nel suo staff – sin dall’inizio della sua straordinaria carriera – un mental coach avrebbe vinto almeno 4 slam in più. A mio modesto avviso l’unico tallone di achille di Federer è la forza mentale che se parametrata a quella di Nadal o di Djokovic è nettamente inferiore. Difatti contro Nadal ha incominciato ad avere il complesso di inferiorità dal fatidico match di Roma perso al quinto set. Stessa cosa con Djokovic che ha avuto poi il suo culmine con la finale di Wimbledon dell’anno scorso. Da grandissimo esperto di tennis qual è volevo un Suo parere autorevole in meritoAlessandro

Quando Roger aveva 17 anni ha lavorato con un mental coach. Si chiamava Chris Marcolli, era un ex calciatore professionista. Doveva aiutarlo a controllare il suo carattere ribelle, che rischiava di fargli sprecare il suo enorme talento. Basti pensare che a Basilea, al suo primo tennis club, lo facevano spesso allenare sul campo più distante dai locali del club per non sentire le sue imprecazioni o lo allontanavano dal campo per insubordinazione. https://www.ubitennis.com/blog/2017/03/03/tennis-e-mental-coaching-una-storia-iniziata-tanto-tempo-fa/ Oggi Roger non ne parla volentieri, ma a suo tempo mi disse: “Stavo diventando troppo emotivo, quindi avevo bisogno di aiuto per imparare a pensare ad altre cose e a sbarazzarmi delle sensazioni negative Ritengo che le persone che mi circondano mi abbiano sempre detto le cose giuste, su come comportarmi, con quale intensità lavorare, cosa fare e non fare, i miei genitori prima di tutti, Peter Carter, ma alla fine sei tu che devi reagire e concretizzare i tuoi sforzi. Grazie a Dio ci sono riuscito per cambiare alcune cose. Così dopo aver lavorato con lo psicologo, ho continuato da solo”.

Quindi un mental coach, anche se per poco, lo aveva avuto. Poi, quando morì in un incidente stradale in Sud Africa il suo coach Peter Carter, di nuovo per un breve periodo Roger, assai traumatizzato, cercò nuovamente un sostegno psicologico. Potrebbe aver avuto necessità di un mental coach per più tempo? Non si può rispondere con assoluta precisione e certezza a un quesito del genere per dire se avrebbe potuto vincere uno, due, tre o quattro Slam in più. Chi può dirlo? Certo né Nadal né Djokovic hanno perso una ventina di incontri dopo avere avuto uno o più matchpoint a favore, come invece è capitato allo svizzero. Questo farebbe pensare che se fosse stato più solido mentalmente Roger avrebbe vinto ancora più di quel che ha vinto. E ha vinto tantissimo no? Non so se lei abbia ascoltato la video intervista di Emilio Sanchez quando ha sottolineato la diversa intensità “mentale” di Rafa (e a suo tempo di Jimbo Connors) rispetto a Roger. Rafa serve certamente peggio di Roger e Novak, ma tutto sommato non subisce tanti più break dei suoi due più grandi rivali, rispetto a quante volte invece lui riesce a fare il break agli avversari: molto più di Roger ma anche di Djokovic… che pure ha una risposta migliore di quella di Rafa!


Gentile Direttore, in un mondo della racchetta in cui il circuito tennis doppio è sempre più in difficoltà e parallelamente il circuito World Padel Tour sta crescendo sempre di più, è possibile ipotizzare che il circuito tennis doppio sparirà a favore (o sfavore) del padel? Cordiali salutiL.T. (Milano)

Già 20 anni fa il mio maestro Rino Tommasi sosteneva che il doppio fosse “un malato terminale! È così da quando i migliori giocatori in singolare non lo giocano più”. Gianni Clerici ed io, che amavamo tanto più di lui il doppio da ex giocatori – Rino era invece un puro singolarista da fondocampo – ci ribellavamo a quel suo De Profundis, però era ed è ancor più oggi, difficile dargli torto. Da giornalista devo dire che non riesco quasi mai a seguirli, perché appena finiti i singolari devo scrivere e mi perdo perfino le finali degli Slam. Soltanto la Coppa Davis ha reso davvero importanti i risultati del doppio. E finiscono per essere quelli i doppi che ricordo, una volta tramontata l’era dei Newcombe/Roche, Fleming/McEnroe, Edberg/Jarryd, poi dei Woodies (che già erano meno forti). I Bryan hanno fatto sfracelli nella loro epoca ormai agli sgoccioli, ma hanno più di 40 anni! E molti duelli li hanno visti trionfare fra over 35.

Nei tennis club però – e non è che tutti ospitino il Padel, che effettivamente è in fortissima espansione perché è più facile da imparare e meno faticoso se non lo si gioca ad alti livelli – il doppio ha ancora il suo appeal. Io ancora oggi vedo giocare più doppi che singolari, nei circoli. E anche le gare fra soci contemplano più spesso doppi che singoli. Recentemente Marion Bartoli, la francese che vinse Wimbledon nel 2013, ha fatto scalpore dichiarando che al di fuori degli Slam, della Davis, delle Olimpiadi, secondo lei il doppio non avrebbe senso. E ha auspicato che i soldi che gli organizzatori dei tornei meno importanti dei Major sono costretti a investire nelle gare di doppio, vengano invece devoluti ai tennisti non compresi fra i primi 100. La tennista che ha annunciato di essere in dolce attesa di un erede, ha esagerato, e sollevato un putiferio, quando ha detto che “i doppisti hanno team di anche sei persone al seguito”. È scoppiata la rivoluzione dei doppisti, naturalmente.


Gentile Direttore Scanagatta, innanzitutto, vorrei complimentarmi con Lei e con tutta la Sua redazione per lo splendido servizio che ci mettete a disposizione con www.ubitennis.com. La seguo, e con Lei Tommasi, Clerici e Lombardi, da più di 30 anni. Vengo al dunque. Nel dicembre 2019 ho acquistato, per me e mia figlia 12enne, due biglietti per le finali degli Internazionali d’Italia 2020, il 17/5/2020. Due mesi fa, con l’inizio del lockdown, ho scritto al ticket office per avere il rimborso di quanto (profumatamente) pagato. Mi è stato risposto che il torneo non è stato annullato, bensì sospeso, quindi non ho titolo al rimborso. Poi ho letto dichiarazioni del mio non molto stimato Presidente (sono tesserato FIT e Ufficiale di Gara) per cui gli Internazionali si potrebbero giocare in una diversa sede (Torino? Cagliari?) in diverso periodo. Io ho acquistato due tagliandi per un evento previsto a Roma il 17/5, non in Piemonte ad ottobre. Se luogo e data originali non vengono garantite, mi aspetto un rimborso integrale. Il denaro da me versato a Federtennis serve alla mia famiglia tanto quanto serve al bilancio della FIT. E tantomeno sono interessato a due tagliandi per il 2021, dato che non sono ad ora sicuro di potervi partecipare. Altri organizzatori – a mio avviso ben più seri – hanno già annullato eventi simili, provvedendo a rimborsare gli acquirenti. Desidererei, Direttore, avere la Sua opinione a proposito: i biglietti verranno rimborsati? M.M.

Salve direttore, sono Adriano da parma, è il secondo anno consecutivo che facevo il biglietto per Roma ma… Volevo chiedere come mai Roma è l’unico torneo che rimborsa i biglietti dopo mesi e mesi. Quest’anno tutti gli altri tornei hanno già rimborsato i propri clienti la fit no. Capisco che sia una questione economica però… Adriano 84

Buongiorno, scusi se la disturbo per un argomento “venale”, non pensa che per noi tifosi di tennis che abbiamo comprato lo scorso anno, all’apertura della prevendita, i biglietti per il torneo sia arrivato il momento del rimborso. Sì lo so che devono decidere per altra data o altra sede la disputa degli Internazionali d’Italia, ma devono lasciare a noi la scelta di partecipare o meno e quindi il diritto di essere rimborsati. CordialmenteAnna Maria Panebianco

Evito di riportare lettere analoghe scrittemi da Carlo di Piombino, Cesare di Bari, Elena da Chiavari, Luigi da Napoli, R.F. da non so dove… Stefano idem, Pascal da Grassina. Sono tutte proteste talmente giustificate che non mi parrebbe neppure fosse il caso di discuterne. Ma visti i miei trascorsi con la FIT, ho aspettato a pubblicare subito queste lettere, perché poteva sembrare che io non aspettassi altro che a soffiare sul fuoco.

La verità è che non solo tutti voi avete chiaramente ragione e sarebbe forse anche giusto interpellare il Codacons (se è questo l’organismo preposto), ma che francamente non capisco la sagacia di un’operazione del genere. Voi tutti, e anche tanti che non scrivono ma sono quasi certo che la pensano come voi, siete clienti della FIT, degli Internazionali d’Italia. Chissà da quanti anni lo siete. Che senso ha provocare un disamoramento nei confronti del tennis, degli Internazionali che magari vi hanno avuto appassionati fan per anni e non quest’anno per la prima volta. È controproducente per la stessa FIT scontentare… il cliente che dovrebbe avere sempre ragione, che magari trascina con sé moglie, figli, amici. E poi che senso ha? Se il torneo non si giocherà a Roma – come invece tutti ci auguriamo che si giochi e a porte aperte perché vorrebbe dire che l’emergenza Covid-19 è passata – il rimborso diventerà giocoforza obbligatorio. Ipotesi che vale anche per il torneo giocato a porte chiuse.

La biglietteria del torneo è somma di rilievo, ma non pari a quella proveniente dai diritti tv né dagli sponsor. E allora perché fare una brutta figura che non ripara la FIT da ogni diritto di rivalsa e recupero del costo anticipato? Quale è lo scopo? Non può essere tenere quei soldi in banca per qualche mese in più per una questione di interessi, oggi notoriamente risibili. Per evitare allora la pratica onerosa – perché collegata all’utilizzo di qualche impiegato FIT-CONI che oggi magari si trova in cassa integrazione – di istituire un servizio che rimborsi gli aventi diritto? Mah, francamente qualcosa mi sfugge. Anche perché se gli altri tornei si comportano con ben altra correttezza e fair-play, chi glielo fa fare a Binaghi e soci di esporsi a critiche inevitabilmente giustificate? Vero che gli acquirenti dei biglietti non votano alle prossime elezioni federali, ma perché pestar loro i piedi senza vera necessità?


Direttore, La seguo da tempo immemore, poiché fui folgorato sulla via di Damasco da quando, quattordicenne, vidi al Foro Italico, Adriano Panatta battere in finale Guillermo Vilas. Non ricordo nella storia del Tennis una “dittatura” tanto lunga da parte di pochi tennisti di vertice. Nemmeno i moschettieri di Lacoste (che mio padre, diciottenne, seguiva – dai giornali dell’epoca – nel battere Big Bill Tilden a Parigi) Cochet, Brugnon e Borotra. Né con la generazione dei grandi Australiani (Laver, Rosewall, Hoad, Newcombe e Roche) è paragonabile. E’ cominciato il Crepuscolo degli Dei? Finiremo con il rimpiangerli? La mancanza di varietà al vertice, non ha sterilizzato il tennis che come Saturno ha divorato i suoi figli e quasi un’intera generazione? Non fosse stato per Wawrinka, Delpo, Cilic e Murray, avremmo avuto 3 vincitori per circa 60 Slam. Con affettoMarco Pacchierotti (Roma)

Tutto vero… gentile lettore. Non mi resta che assentire sul discorso “dittatura” assolutamente inedita in queste proporzioni. Anzi, sproporzioni. Che si possa finire per rimpiangerli è abbastanza probabile perché oltre che supercampioni sui campi da tennis, sono anche personaggi super nella vita di tutti i giorni, carismatici, intelligenti, stupendi ragazzi, modelli decisamente positivi sotto tutti i profili. Quindi non credo che abbiano sterilizzato il tennis, ma penso semmai che gli abbiano invece dato nuova linfa vitale, quando tanti temevano che scomparsi di scena i vari Sampras, Agassi e &. il tennis sarebbe entrato in una crisi di popolarità. Forse c’è stata negli USA, ma non nel resto del mondo. Ed è un miracolo dovuto a loro se, ad esempio, anche in Italia uno sport che non ha più avuto un campione indigeno internazionale, un top-ten per 40 anni e oltre, non ha subito pesanti contraccolpi mediatici. Gli italiani hanno trovato, chi tifando Federer, chi Nadal, chi Djokovic e un po’ meno anche Murray, campioni capaci di entusiasmarli. Hanno avvicinato più appassionati al tennis loro tre che qualunque precedente gruppetto di dominatori. E sì che ce ne sono state tante, oltre a quei nomi che ha fatto lei, i Borg, McEnroe e Connors (più Vilas sennò si arrabbia), con i Lendl e i Wilander, gli Edberg e i Becker, gli Agassi, Sampras, Courier e Chang. Veri fenomeni, extraterrestri i nostri Fab della racchetta.


Scrivete a scanagatta@ubitennis.com

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Quanto è importante una vittoria Slam junior?

Perché qualche piccolo campione diventa un campione da grande e qualcuno invece non lo diventa? Proviamo a scoprirlo con una mini-serie di tre articoli. Gli esempi di Quinzi e Berrettini

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Roger Federer - Wimbledon junior 1998

Quante volte ci è capitato di assistere alla finale di un importante torneo junior, magari proprio di un torneo dello Slam, e pensare ai giocatori in campo come futuri campioni? Si tratta di un esercizio comprensibile e affascinante, per cimentarsi nel quale è però difficile delineare parametri oggettivi di giudizio. Cercheremo di fare luce sull’argomento con una serie di tre articoli; se questo svilupperà in linea generale il tema dell’importanza di vincere uno Slam da ragazzi, nei due successivi si scenderà nel dettaglio con due casi esemplificativi – quantomai opposti. Quello di Gianluigi Quinzi, campione di Wimbledon juniores nel 2013 e poi invischiato in una difficile transizione verso il circuito maggiore, e quello di Matteo Berrettini, che invece ha auto una carriera juniores tutto sommato modesta e ora occupa la top 10.

PICCOLI CAMPIONI, CAMPIONI DA GRANDI? – Molti sostengono che il raggiungimento di certi traguardi a livello junior sia garanzia di una carriera di alto livello anche nel circuito maggiore. I numeri però parlano chiaro, e non confermano affatto questa tendenza.

In termini di risultati conseguiti, il parametro più veritiero da prendere in considerazione per definire “alto livello” è probabilmente la top 100. Se prendessimo in esame i vincitori junior nei tornei dello Slam maschili nel decennio 2006-2016, potremmo notare come tra i 40 diversi ‘campioncini’ soltanto 22 siano poi riusciti a confermarsi tra i grandi; si parla quindi di poco più del 50%.

Tra questi ci sono nomi che ormai siamo abituati a sentire. Qualcuno di loro ha raggiunto posizioni di vertice nel ranking ATP, come Zverev, Shapovalov, Dimitrov, Kyrgios, Auger Aliassime e Rublev. Poi ci sono nomi come quelli di Luke Saville o Filip Peliwo, che a molti non diranno nulla, ma che per alcuni periodi hanno dominato così tanto nel circuito junior da essere considerati, soprattutto nei rispettivi paesi, dei campioni in erba dal futuro certo. Ad oggi, entrambi si trovano fuori dai primi 300 ATP, ancora “impantanati” nel circuito challenger.

Partendo dal presupposto che non esiste una verità assoluta che spieghi perché la carriera di alcuni sia decollata e quella di altri no, può essere interessante provare ad analizzare quali siano i fattori che intervengono in questo passaggio, e che rendono cosi imprevedibile il futuro di questi promettenti ragazzi. Quel che è certo, è che la mancanza anche di un solo fattore può compromettere l’intera carriera.

Gael Monfils, campione di Wimbledon junior 2004 (ph. Gianni Ciaccia)

BRACCIO E TESTA – Il fattore tecnico e quello tattico sono certamente importanti ma non fondamentali da considerare, perché se un giocatore è in grado di vincere una prova Slam junior, è implicitamente supportato da mezzi tecnico-tattici adeguati che allenati e migliorati difficilmente non saranno competitivi nel circuito maggiore. Raramente abbiamo visto ragazzi under 18 di alto livello con evidenti difetti tecnici; chi ne aveva qualcuno e ci è arrivato comunque, aveva altre doti che compensavano queste mancanze. Questo discorso può valere anche per l’aspetto psicologico.

Raramente abbiamo visto fenomeni junior non emergere a causa di evidenti limiti di natura mentale. Semmai questo aspetto si è rivelato un ostacolo insormontabile per compiere il passo successivo, ovvero il salto di qualità per raggiungere posizioni di vertice nel ranking (noi italiani ne sappiamo certamente qualcosa).

 

IL FISICO – Di maggiore predominanza è il fattore fisico, sia in termini di preparazione ma anche di prevenzione degli infortuni, che in una fase di costruzione come questa rischiano di compromettere la carriera. I giocatori hanno sempre più caratteristiche simili con strategie di gioco altrettanto simili, palline e superfici di gioco si stanno uniformando sempre di più, per questo motivo l’aspetto fisico diventa fondamentale. Un dato che può ben rendere questo concetto, è l’altezza media dei migliori giocatori delle nuove generazioni. Zverev è alto 198 cm, Khachanov 198 cm, Medvedev 198 cm, il nostro Matteo Berrettini 196 cm, Opelka addirittura 211; numeri che fanno apparire i 183 centimetri di De Minaur, che non sono pochissimi, un altezza da pigmeo.

LE SCELTE – Ultimo, ma non meno importante è l’aspetto che riguarda le scelte del giocatore in termini di team e di programmazione, perché nella fase iniziale della carriera molti hanno commesso non poche leggerezze. Se è certamente vero che un campione Slam junior è pronto per affacciarsi tra i pro, è altrettanto vero che questo passaggio deve essere graduale e non repentino; ne sa qualcosa Donald Young, battezzato negli USA come futuro numero 1, che nei suoi primi passi nel circuito ha beneficiato di wild card a più non posso dalla USTA, con pessimi risultati.

Lo staff, in particolare il coach, diventa fondamentale sia per la programmazione, sia per filtrare la pressione mediatica che inevitabilmente si crea attorno a un ragazzo promettente.

Riccardo Piatti e Jannik Sinner – Roma 2019 (foto Felice Calabrò)

Quindi è davvero importante una vittoria Slam a livello junior? Sì. È decisiva? Assolutamente no. L’attività under 18 al giorno d’oggi è probabilmente troppo esasperata, e questo non è affatto positivo perché si finisce per perdere di vista gli obiettivi a lungo termine, giocando tornei su tornei alla ricerca spasmodica del risultato quando la priorità dovrebbe essere la costruzione di un tennista completo. Rimane comunque una fase del cammino, sì transitoria, ma imprescindibile.

Carlo Piaggio

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Le regine del Roland Garros: il favoloso destino di Francesca Schiavone

Il 5 giugno 2010 è una giornata storica per il tennis e lo sport italiano. Francesca Schiavone trionfa al Roland Garros battendo in finale Samantha Stosur; prima donna italiana a vincere un Major e primo titolo Slam azzurro dopo la vittoria di Panatta a Parigi nel 1976

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“SCHIAVO, NOTHING IS IMPOSSIBLE” – È vero, niente è impossibile quando si parla di Francesca Schiavone. La frase, fatta stampare sulle t-shirt dagli amici dell’azzurra prima di partire alla volta di Parigi per assistere alla sua finale contro la Stosur, riassume in qualche modo il destino della campionessa milanese. Francesca ha fatto della grinta e della resilienza, dentro e fuori dal campo, una filosofia di vita. Niente è impossibile, Francesca, come vincere a quasi 30 anni il Roland Garros, da numero 17 del mondo, dopo 12 anni di carriera. Quando nessuno avrebbe immaginato che lei, dal tennis geniale, imprevedibile ma altrettanto ‘difficile’, avrebbe sbaragliato avversarie favorite sulla carta, migliori in classifica e affamate di primi grandi successi come Li Na, Elena Dementieva, Caroline Wozniacki e Samantha Stosur.

Eppure, una dopo l’altra, Francesca le fa cadere come birilli, stordite da un tennis fantasioso, brillante, intelligente e audace. Fino allo storico 5 giugno. La finale contro Stosur è un gioiello. La partita della vita per l’azzurra che, senza il minimo timore, disputa un match perfetto tecnicamente e mentalmente, sovrastando un’avversaria stranamente insicura – resa però tale dalla sicurezza di ‘Schiavo’ – con lo score di 6-4 7-6(2) in un’ora e 38 minuti di gioco. È il primo, storico, successo Slam di una tennista italiana. Ma facciamo un passo indietro.

TENNIS IN CRESCENDO – Schiavone arriva a Parigi reduce dalla vittoria al torneo di Barcellona (terzo titolo della carriera fino a quel momento, dopo Bad Gastein nel 2007 e Mosca nel 2009) e indossando la casacca di numero 17 in classifica. Il primo turno si rivela alquanto ostico poiché contro la russa Regina Kulikova, Francesca è costretta a rimontare dopo aver ceduto il primo parziale per 7-5. La reazione è però immediata e vince il match con lo score di 5-7 6-3 6-4. Un segnale? Forse, perché da quel momento la Leonessa non perderà più un set – saranno tredici consecutivi – mettendo in campo, match dopo match, un tennis dal coefficiente di difficoltà progressivamente più elevato con variazioni e un’idea d’attacco più o meno continua. Francesca regola la pratica Sophie Ferguson al secondo turno con un doppio 6-2, ma il suo torneo comincia ad assumere una dimensione differente quando rifila all’undicesima favorita Li Na – Schiavone ovviamente non può saperlo, ma se la ritroverà di fronte in finale un anno dopo – un perentorio 6-4 6-2.

 

Agli ottavi affronta un’altra russa, la trentesima testa di serie Maria Kirilenko. ‘Schiavo’ non si scompone e si regala un’altra vittoria convincente con un doppio 6-4. Il livello di difficoltà sale ma anche la numero tre del mondo Caroline Wozniacki non riesce a vincerle un set, fermandosi anzi a quota cinque game (6-2 6-3). A questo punto Francesca è già nella storia del tennis italiano poiché è diventata la prima tennista a qualificarsi per la semifinale di uno Slam. Ma evidentemente, non è finita qui.

Sul suo cammino si profila la terza sfida contro una tennista russa, Elena Dementieva, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino e una delle più forti giocatrici al mondo a non aver mai vinto uno Slam. Il primo set è combattuto e Francesca riesce ad aggiudicarselo solo al tie-break. Poi Elena è sfortunata poiché un infortunio al polpaccio la obbliga ad abbandonare il campo. Il sogno italiano continua. Schiavone è adesso la prima italiana (donna) ad issarsi in una finale Slam, per giunta sulla terra splendente del Roland Garros, suo torneo prediletto.

IL BACIO PIÙ BELLO – Le scene dei baci più memorabili e commoventi hanno fatto la storia del cinema, come ci insegna la struggente sequenza del film di Giuseppe Tornatore, Nuovo Cinema Paradiso. Ma anche il tennis ha i suoi baci storici. Baci (e abbracci) di passione, lacrime, gioia e orgoglio, stampati su coppe, racchette, erba, terra e cemento. O sulle labbra della persona amata. Francesca, distesa a terra, che bacia a lungo il suolo del Philippe Chatrier dopo il rovescio steccato da Stosur sul match point azzurro è una delle immagini più belle della storia del tennis. In quell’abbandonarsi sull’ocra parigina c’è tutta la storia d’amore di Francesca con il tennis, la passione per la terra rossa che, quel 5 giugno 2010, ha saputo riconoscerle la grandezza, dopo anni di sacrifici, dedizione e battaglie.

Per alcuni secondi c’eravamo solo io e lei, la mia terra” ha ammesso ‘Schiavo’ in una recente intervista a Sport Week. “Mi sono stesa e l’ho baciata. Bellissimo, indimenticabile. Il rosso è stato il terreno dove sono cresciuta come tennista e dove ho vinto di più”. E in un’altra intervista di alcuni giorni fa, rilasciata a Gaia Piccardi per il Corriere della Sera, ha ricordato: “È buffo: ricorda più il corpo della mente, la sensazione della pancia e delle gambe per terra sul centrale ruvido“.    

In finale, Stosur era favorita – almeno sulla carta, da n.7 del mondo. Tennista coriacea, potente, completa, dal kickkone di servizio fastidioso e capace di un top spin complicato da gestire. Ma la Leonessa affila gli artigli e passa all’attacco. Disegna il campo alla perfezione, scende a rete appena possibile e le ruba il tempo. In campo è una gazzella, veloce e chirurgica. Ancora a Sport Week, la stessa Francesca, ripensando a quella finale, ha detto di aver saputo trovare la chiave per contrastare un’avversaria pericolosa: “Come l’ho battuta? Con una scelta tattica […]. Avevo deciso che contrariamente al solito avrei aggredito il suo servizio. Lei giocava molto bene il kick, soprattutto sul rovescio. La mia scelta è stata fare due passi dentro al campo per colpire la pallina nella fase ascendente, d’anticipo. Sapevo che l’avrei sorpresa, non se lo sarebbe mai aspettato. Perché è molto difficile rispondere in questo modo giocando a una mano. Cosi è stato. Avere uno schema preciso prima di entrare in campo voleva dire aver già fatto più del cinquanta per cento per vincere. E in ogni caso nella mia testa c’erano anche un piano B e un piano C“.

Insegnamenti preziosi, soprattutto per molte giovani tenniste che, troppo spesso, si ostinano a rimanere inchiodate a fondo campo senza modificare di una virgola uno schema di gioco ormai meccanicizzato.

Oltre al timing perfetto nel gioco di volo e nell’impatto con la palla da fondo, proprio il suo magnifico rovescio ad una mano svolge un ruolo determinante nell’esito straordinario di quell’incontro. Ancora al Corriere, ‘Schiavo’ ha confermato lo stato di grazia di quel 5 giugno 2010 e la particolare fiducia nella risposta di rovescio. “Ero totalmente calata nel momento e nella situazione. Ricordo il pensiero prima dell’ultimo punto: mandami la palla, che la gioco come voglio io. Se mi servi sul rovescio, io la colpisco alta, in anticipo, e te la rimando sul rovescio. Io posso, io faccio, io, io, io. Zero paura, soltanto positività“. Rovescio che invece tradisce una Samantha Stosur destabilizzata dal piglio vincente di Francesca. Sul 6-4 6-6 (6-2) in favore della milanese, l’australiana stecca. Il sogno diventa realtà e, 34 anni dopo il successo di Adriano Panatta, sul Philippe Chatrier viene suonato di nuovo l’inno di Mameli.

I risultati della stagione le consentono di partecipare alle WTA Finals di fine anno, dove si fermerà ai gironi a causa della sconfitta proprio contro Sam Stosur. All’inizio della stagione successiva Francesca raggiunge il suo best ranking come numero 4 del mondo. Come anticipato, chiamata a difendere il titolo a Porte d’Auteuil nel 2011, raggiunge di nuovo la finale. Sfortunatamente, all’ultimo round contro Li Na, Francesca è vittima di un’infausta chiamata arbitrale che condiziona inesorabilmente l’andamento del match. Non c’è la vittoria ma resta la conferma di essere entrata nella storia del tennis e sicuramente del torneo parigino. In carriera Francesca vincerà in totale otto titoli a fronte di 12 finali perse. Eppure la battaglia più importante l’ha vinta lo scorso anno, quando ha sconfitto il tumore ed è tornata a sorridere come e più di prima. Infinita Leonessa, in campo e fuori.


Re e Regine del Roland Garros

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