US Open: per Matteo Berrettini è quasi un Open d’Australia

Editoriali del Direttore

US Open: per Matteo Berrettini è quasi un Open d’Australia

Il Next Gen Popyrin e forse “crazy” Kyrgios sulla strada dei quarti per il romano. L’eroico Lorenzi ci proverà anche con Wawrinka. L’ammirazione di Boris Becker. Coco Gauff, Taylor Townsend, il tennis non è più solo lo sport dei bianchi

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da New York, il direttore

Otto azzurri in primo turno, quattro al secondo, due al terzo, speriamo almeno uno in ottavi.

Berrettini e Lorenzi sono i nostri azzurri superstiti, Sonego e Fabbiano sono out. Non mi aspettavo che Lorenzi ce la facesse, dopo la maratona di 4h e 20m dell’altro giorno e soprattutto dopo il primo set, pur vinto, che aveva visto il quasi ventenne Kecmanovic dominare gli scambi e Paolo remare da fondo. E ancor più dopo il secondo che Paolo si è mangiato quando ha servito per il set, ha avuto due set point, ha sbagliato il primo, ha commesso un doppio fallo sul secondo e lo ha fatto seguire da un altro doppio fallo e poi da un break. Due game dopo altro tiebreak e addio set. Un disastro che avrebbe potuto restargli nella testa per tutto il resto della partita. Ma nemmeno al quinto set lui ha dato l’impressione di ripensarci. Grande forza mentale e anche grande forza fisica, perché alla fine pareva più stanco il ragazzino cui rendeva 18 anni piuttosto che lui. Non mi era certo dispiaciuta la pioggia di mercoledì e un giorno in più di riposo, dopo la maratona con Svajda e anche le 3 ore e mezzo dell’ultimo match di quali (perso 7-6 al terzo con Vesely).

 

Lorenzi avrebbe desiderato giocare stasera contro Wawrinka, quando fa più fresco. Invece giocherà intorno alle 14 (20 italiane) e spera di far la stessa bella figura che nei primi due set contro Andy Murray qui nel 2016 (7-6 5-7 6-2 6-3 per il Brit che però nel primo set annullò set point). “Quella è stata forse la mia più bella partita”. Di Svajda e Kecmanovic Lorenzi poteva essere anche il papà. Di Wawrinka, 34 anni, no.

Per un Lorenzi che mi ha sorpreso in positivo devo invece confessare la mia delusione per la prova incolore di Lorenzo Sonego, confuso dalle strategie intelligenti di Andujar che rispondeva benissimo e poi invischiava il torinese nelle sue ragnatele. Fare solo 8 game in tre set non è da Sonego. Sono deluso anch’io, giocavo così bene in queste ultime tre settimane…”.

Non ha giocato bene nemmeno Berrettini, ma quando si vince senza giocare bene è un buon segno. Thompson non è un fenomeno, gioca in modo prevedibile, solido di rovescio perché non lo rischia (“È un colpo che si fa leggere male, e anche il servizio che ha un movimento così rapido…”, avrebbe detto Matteo), falloso di dritto perché cercava il punto. Matteo lo ha un po’ sofferto perché il servizio gli entrava poco (56% di prime) e mi ha detto di “non sentire bene la palla”. Però nel quarto l’ha sentita e ha dato 6-1 all’australiano.

Ora a Matteo tocca un altro australiano, il ventenne Popyrin, che ha battuto Kukushkin, quindi è certamente in forma anche se il ranking (105) lo farebbe pensare abbordabile. Matteo lo conosce, e ancor meglio di lui lo conosce suo fratello Jacopo che ci ha perso un paio d’anni fa al torneo junior (grado A) di Santa Croce. Se vincesse come da pronostico – ma mai fidarsi dei pronostici: si credeva in molti che Sonego fosse favorito con Andujar e al contrario che Lorenzi non lo fosse con Kecmanovic (il serbo n.50 e lui n.135) e avete visto che cosa è accaduto – Matteo si troverebbe in ottavi per la seconda volta consecutiva dopo Wimbledon e stavolta contro il russo Rublev oppure contro un terzo australiano di fila, il funambolico e… spesso isterico Kyrgios.

Peccato per la sconfitta di Fabbiano. Avanti di due set sembrava più che a metà dell’opera, ma Bublik ha cominciato a infilare un ace dopo l’altro e ha ribaltato la partita. Così, noi che sognavamo un terso turno con un derby italico Sonego-Fabbiano siamo rimasti con un palmo di naso.

Non ci resta che sperare in Berrettini, perché onestamente all’eroico maratoneta Lorenzi (4h e 48m ieri, 4h e 20m lunedì, 3h e 28m venerdì scorso: fate voi il conto), per quanto mostratosi ancora una volta irriducibile, non credo si possa chiedere di battere anche Stan Wawrinka già oggi pomeriggio intorno alle 20 italiane (14 americane) quando il meteo dice che potrebbe fare anche piuttosto caldo. Vero che anche Wawrinka non è più un ragazzino, con le sue trentaquattro primavere e qualche acciacco, ma lui questo torneo lo ha addirittura vinto, mentre il miglior risultato di Paolo è l’ottavo di finale contro Anderson due anni fa quando fu lì lì per raggiungere il quinto set contro il sudafricano che sarebbe arrivato in finale.

L’avversario di Matteo, Popyrin, lo scorso anno aveva vinto un solo match nel circuito maggiore dopo l’attività junior. Durante la stagione sull’erba ha aggiunto Pat Cash, il campione di Wimbledon 1987, al suo team e Cash è un convinto assertore delle qualità del ragazzo. “Ha ovviamente un gran servizio e un gran dritto (Berrettini aveva detto: “Il suo gioco assomiglia un po’ al mio”), ma quello ormai ce l’hanno tanti: Alex ha però anche una gran mano, è molto buono sotto rete, ha vero talento. Intanto ha un talento eccezionale, poi gioca molto bene sotto pressione (ha vinto più della metà dei tiebreak giocati, 9-8) e questi sono aspetti importanti che lui ha di natura. È un grande bonus. Sugli altri aspetti lui che è un gran lavoratore, migliorerà certamente… ma avendo quelle basi sarà tutto più facile”.

Insomma anche l’Australia ha i suoi Next-Gen più che promettenti. In questo momento Popyrin ne ha dieci davanti in relazione alle finali Next Gen di Milano a novembre. Ma forse, grazie a Sinner e a Musetti che hanno due anni di meno, stiamo meglio noi, in questo momento. Boris Becker mi ha detto ieri, nel corso di un incontro organizzato da Eurosport nel proprio stand: “Dovreste considerarvi fortunati voi italiani ad avere così tanti giovani in gamba… anche se io resto un grande fan di Fognini, un artista capace di dispensare grandi emozioni italiane, a volte nei modi sbagliati, ma comunque ‘i love him’. Se vorrei allenare qualche tennista italiano? No, nessuno, allenerò invece i tedeschi che capitanerò in Coppa Davis a Madrid.

Esaurito il capitolo italiano, registrando un pareggio accettabile anche se almeno il 3-1 di giornata pareva proprio raggiungibile, va sottolineata la buona stella di Nadal che come a Montreal (quando uno sfinito Monfils dette forfait perché aveva dovuto giocare un quarto di finale lottatissimo nella stessa giornata a causa di un rinvio per pioggia) gode di un turno supplementare di riposo che certo non gli dispiacerà: ne fruisce per l’ennesimo ritiro dello sfortunatissimo Kokkinakis.

Rafa incontrerà al terso turno il redivivo coreano Chung, riemerso dalle qualificazioni dopo 18 mesi disgraziati. Chung ha battuto 7-6 al quinto Verdasco e sempre al quinto aveva vinto al primo turno con la wild card americana Escobedo. Non credo che potrà creare alcun problema a Rafa, mentre invece in ottavi un Isner in giornata con il servizio potrebbe rivelarsi temibilissimo. Lo ricordo capace di trascinare Rafa al quinto perfino al Roland Garros. Secondo me l’americano è più pericoloso dei quattro che potrebbero approdare ai quarti in quel settore a fronteggiare Nadal, e cioè Zverev (abbonato ai quinti set), Bedene, Schwartzman e Sandgren.

Mentre Andy Murray perdeva nel challenger di Maiorca, casa Nadal, dal nostro Viola, un inglese, Dan Evans, ha dato soddisfazione al tennis Brit superando brillantemente Pouille e sarà lui oggi a sfidare nientemeno che Federer. Lo svizzero, che non ha davvero fatto faville nei primi due turni, entrambi superati in quattro set, oggi gioca a mezzogiorno e non c’è davvero più abituato. Roger ha battuto Evans due volte, quest’anno in Australia al secondo turno senza dominarlo: 7-6 7-6 6-3.

Ma i duelli più avvincenti sono stati tre match femminili. Kvitova sorpresa da Petkovic, Halep battuta nonostante il matchpoint a favore dalla mancina di colore Taylor Townsend che ha fatto serve&volley per tutta la partita come non avevo più visto fare a nessuna donna dai tempi di Martina Navratilova e infine la battaglia con la quale la ragazzina prodigio Coco Gauff si è imposta sull’ungherese Babos facendo dilagare ancor più la Gauff-Mania.

Ho già una raccolta di titoli, di articoli su Gauff che potrei scriverci un libro, prendendo spunti qua e là. Contro Babos non ha giocato particolarmente bene, ma quando si va nella lotta, lei ne esce vincente, da vera guerriera. Sarà magari giovanile incoscienza, ma non trema. Recupera palle impossibili, lotta, suda, grida e alla fine vince. Al suo angolo un po’ troppa gente, per la verità, ha un entusiasmo eccessivo e forse pericoloso perché è difficile che una ragazzina di 15 anni che vede tutto un box con sostenitori che sfoggiano una maglietta con su scritto ”Call me Coco” non finisca per montarsi la testa, per perdere il senso della realtà.

Mah, il prossimo ostacolo è di quelli tosti. È un suo idolo, Naomi Osaka, la campionessa dello scorso anno e dell’Australian Open, la n.1 del mondo. È possibile che domani, però, la più nervosa possa essere proprio Osaka, non ancora il prototipo della solidità fatta persona.

Sotto un profilo squisitamente tecnico non c’è dubbio che Taylor Townsend abbia offerto il tennis migliore. Di certo quello più inconsueto. 2-6 6-3 7-6 ad Halep, campionessa di Wimbledon. Sette anni fa ricordo di aver visto per la prima volta Townsend: vinse singolo e doppio junior in Australia e divenne n.1 under 18. L’anno successivo perse la finale junior di Wimbledon da Bencic. Il suo problema maggiore, fin da allora, era un fisico davvero eccessivamente pesante che finiva per annullare la straordinaria facilità di braccio della ragazza di Chicago.

Infatti ci ha messo 5 anni, dal 2014 all’anno scorso per far breccia fra le top 100: n.74 a fine anno dopo aver raggiunto il best ranking a n.61 a luglio. Non era mai approdata al terzo turno qui, nelle quattro precedenti presenze. Il suo coach è stato, dacché lei aveva 8 anni e ad Atlanta, il papà dell’ex n.1 junior Donald Young. Donald Young senior era amico dei suoi genitori. Non so se Taylor, con quel gioco fantastico, purtroppo unico e anacronistico ormai, riuscirà a confermarsi – prossima avversaria Cirstea, poi semmai Wozniacki o Andrescu e diventerà durissima – ma di certo le sue partite, come quelle di Hsieh, non vorrei mai perdermele.

Ieri molti dei 70.236 spettatori di giornata se la sono goduta. E certo in questo torneo che si è aperto con la celebrazione collegata alla statua finalmente dedicata alla leggendaria Althea Gibson, prima afroamericana a vincere uno Slam – anzi 3 – dopo i tanti successi delle due Williams che pure sembravano appartenere soprattutto a una straordinaria famiglia, quello di Sloane Stephens due anni fa su Madison Keys, l’avvento dirompente di Coco Gauff in questi mesi, ora questo straordinario exploit di Taylor Townsend… si ha proprio la sensazione che finalmente negli USA il tennis non sia più soltanto lo sport dei bianchi. Da Lassù, ne sono certo, quel grande uomo, prima ancora che campione, Arthur Ashe sarà in questi giorni più felice perfino di quando vide quel ragazzino che lui aveva scoperto in Camerun, Yannick Noah, trionfare nel Roland Garros del 1983.

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Editoriali del Direttore

Italia nei guai: contro gli USA 3-0 o è notte

Pro e contro di questa Coppa Davis che non poteva cambiare nome. I calcoli… anti-Russia. I tempi e la data all’origine di tanti problemi. 5 top ten, 11 top 18. Macché esibizione

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Matteo Berrettini e Fabio Fognini - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Mateo Villalba / Kosmos Tennis)

da Madrid, il direttore

La duplice vittoria del Canada su Italia e Stati Uniti, quattro singolari vinti su quattro da Pospisil e Shapovalov rispettivamente su Fognini e Opelka e su Berrettini e Fritz, ci costringe a uno spareggio diabolico oggi con gli USA, sapendo che neppure una vittoria per 3-0 ci garantirebbe il passaggio ai quarti che invece il Canada è stato il primo ad assicurarsi. Il Canada aveva perso dal 1965, 15 volte su 15 incontri con gli USA, ma la sua vittoria non sorprende e non sorprenderà se si ripeterà anche nei prossimi anni. Gli USA si sognano giovani come Shapovalov e Auger-Aliassime. Ricordo a chi ancora non avesse metabolizzato il sistema della nuova Davis, che oltre alle sei che finiranno prime in ciascun gruppo passeranno ai quarti le due seconde che avranno vinto – in ordine – il maggior numero di match, a parità il maggior numero di set, e infine il miglior quoziente fra set e game.

I CALCOLI PERCHÉ L’ITALIA SIA… MIGLIOR SECONDA DELLA RUSSIA

Se volete rompervi un po’ il capo con i calcoli, leggete qui, sennò saltate questo paragrafo e andate direttamente alle mie prime considerazioni su questi primi due giorni di Coppa Davis nuovo formato. Sono considerazion che per ora i diversi giocatori cui ho chiesto i “pro” e i “contro” hanno preferito diplomaticamente rinviare più in là con varie scuse. Fra questi anche Nadal, il quale almeno ha accennato nella sua lingua, dopo essere stato evasivo in inglese, ai colleghi spagnoli almeno un “pro” nell’atmosfera e un “contro” negli orari da rivedere: “Non deve poter cominciare un doppio che può durare due ore a mezzanotte e mezzo, significa andare a letto alle quattro dopo tutte le operazioni post-match cui tutti i giocatori si sottopongono per ritrovarsi domani di nuovo in campo!”. Soltanto i francesi, giocatori e capitano, sono stati più espliciti e trasparenti e ne ho parlato in un articolo a parte.

Al momento la Russia, che ha vinto 3-0 con la Croazia (con 6 set vinti e 1 solo perso) e ha perso solo 2-1 con la Spagna (ma vincendo 2 set e perdendone 5) sembra assai ben piazzata come “seconda di gruppo”. Non avesse perso un set con la Croazia e avesse invece vinto un set nei match persi da Khachanov con Nadal e nel doppio perso con Lopez/Granollers, si sarebbe trovata in una assoluta botte di ferro. Ma anche così, come dicevo, mi pare messa benino. Con quasi tutte le altre nazioni è troppo presto e complicato fare calcoli. Fermiamoci per ora – nell’unica prospettiva possibile di un’Italia vittoriosa sugli Stati Uniti e quindi seconda – alla Russia che ha 4 duelli vinti e 2 persi, con 8 set vinti e 6 persi.

L’Italia in questo momento ha 1 solo duello vinto (il doppio) e 2 persi. Per raggiungere la Russia dei 4 duelli vinti come la Russia, l’Italia è obbligata a vincere 3-0 con gli Stati Uniti. Fin qui non ci piove. A quel punto subentra il conto dei set. L’Italia come set fin qui ha un bilancio di 3 set vinti e 5 persi. Chiaro che se vincesse i 3 match che è obbligata a vincere andrebbe a 9 set vinti, quindi uno più della Russia. Ma occorrerebbe che le rimanesse davanti anche nel conto dei set. Se perdesse nei tre match un solo set passerebbe davanti alla Russia: per noi 9 set vinti e 6 persi contro gli 8 vinti e i 6 persi della Russia. Attenzione però: se l’Italia perdesse invece 2 set pur vincendo tutti e tre gli incontri, la Russia avrà una percentuale del 57,14 di set vinti, mentre l’Italia avrebbe una percentuale di 56,25. Quindi l’Italia resterebbe dietro alla Russia. Stessi calcoli da ragionieri andrebbero fatti con tutte le altre nazioni seconde, quando sapremo quali saranno.

NESSUN PARAGONE CON LA VECCHIA, MA IL NOME NON POTEVA CAMBIARE

Voglio sgombrare subito il terreno da ogni equivoco con il dire che nessuno più di me si rende conto che questa Coppa Davis non può essere paragonata con la vecchia che aveva resistito 119 anni. Anche per via di tutti questi calcoli astrusi che la rendono discutibile almeno quanto è discutibile qualunque formula (anche quella del Masters ATP di fine anno) che non sia quella tradizionale dell’eliminazione diretta. Al tempo stesso ci si deve rendere conto che non era pensabile, perché sarebbe stato autolesionistico, immaginare che la Federazione Internazionale (ITF) rinunciasse a un brand – la Coppa Davis – che ha un avviamento di 119 anni, per ricominciare da zero con un nuovo nome. Avrebbe voluto dire autocastrarsi con gli sponsor, le tv, i media. L’avessero chiamata Rakuten Cup, dico un nome a caso, ve l’immaginate che appeal e che eco avrebbe potuto riscuotere?

A MADRID CI SONO 5 TOP 10 E 11 TOP 18

Di conseguenza, capisco i nostalgici della vecchia Davis ai quali appartengo, ma – come dicono a Napoli – “scurdammoce o’ passato” e guardiamo avanti nel modo più costruttivo possibile. Prendiamo atto del fatto che qui ci sono i primi due tennisti del mondo, 5 dei primi 10, 7 dei primi 12, 9 dei primi 15, 11 dei primi 18. I nomi? Nadal n.1, Djokovic n.2, Berrettini n.8, Bautista Agut n.9, Monfils n.10, Goffin n.11, Fognini n.12, Schwartzman n.14, Shapovalov n.15, De Minaur n.17, Khachanov n.18. Siamo sicuri che la Coppa Davis old style avrebbe attirato un egual numero di top-players se anziché concentrarli in una settimana avesse preteso che fossero a disposizione delle loro federazioni per quattro settimane? Io sono quasi sicuro del contrario. E la storia delle ultime edizioni della Davis, con quasi tutti i giocatori che l’hanno vinta che hanno poi smesso di giocarla, lo dimostra.

Quattro settimane che, attenzione, cascando in un Paese piuttosto che in un altro, non erano programmabili con congruo anticipo e potevano significare passare da una prima superficie in un continente ad una seconda del tutto diversa in un altro continente, per poi magari ritornare alla prima superficie attraversando il mondo. Aggiungete al fatto che per gli agenti, i gruppi di management, che in quelle settimane possono organizzare e lucrare su esibizioni super remunerate in giro per il mondo, le settimane di Davis – a volte per alcuni nemmeno retribuite, ma sempre comunque molto meno che non le esibizioni – vedevano le settimane di Davis come il fumo negli occhi. Lucro cessante.

Si potrebbe osservare che, fatte salve le prime quattro semifinaliste che saranno ammesse di diritto alla fase finale dell’anno prossimo, così come due wild card che dovranno essere annunciate questa domenica, i componenti delle altre 12 che dovranno scontarsi il 6 e 7 marzo con le 12 che hanno vinto i playoff zonali potranno dover giocare anche quel weekend lì. Il loro impegno, dunque, potrebbe concernere due settimane, quella di marzo e la terza di novembre. Però trattandosi di giocare solo due singolari e un doppio nel weekend citato di marzo – per 12 squadre contro altre 12, ma non 2 wild card e quattro semifinaliste esentate dal primo turno – non sarà obbligatorio che siano presenti tutti e cinque i titolari. Basteranno anche meno.

A pagina 2: le mie impressioni, orari e data i difetti, le interviste

 

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Editoriali del Direttore

Pessimo inizio per l’Italia, ma forse questa Coppa Davis ha un futuro

Tanti difetti ancora, organizzazione modesta, informatori disinformati, orari sbagliati, ma l’entusiasmo in tribuna c’è, lo spirito anche. Non è la stessa cosa, ma col tempo… e la vecchia stava morendo

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Fabio Fognini e Matteo Berrettini - Finali Coppa Davis 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)
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da Madrid, il direttore

Se gli Stati Uniti non battono il Canada mercoledì l’Italia è messa molto male. Il Canada con due vittorie chiuderebbe certamente in testa il gruppo qualificandosi per i quarti e agli azzurri battere gli Stati Uniti di Fritz, Tiafoe, Opelka, Sock e Querrey potrebbe non bastare. Ammesso che ciò avvenga. Il 2-0 a noi sfavorevole dopo i due singolari vinti contro classifica dai due canadesi ci ha messo nei guai. Peccato perché, dopo tante critiche a questo nuovo formato, ho potuto constatare code lunghissime da parte degli spettatori che hanno preso i biglietti (costo medio poco meno di 50 euro per intero incontro di tre partite, due singolari e un doppio) per seguire le tre sfide della prima giornata (Russia-Croazia, Belgio-Colombia, Canada-Italia).

Il primo match è stato giocato sul campo centrale capace di contenere 12.500 spettatori. Ne avrà avuto circa 6.000/7000, molti di più di quelli che mi attendevo. E anche sul campo intitolato a Arantxa Sanchez (capienza 3.500 spettatori), dove hanno giocato Italia e Canada, secondo me c’erano almeno 2.500 persone. Considerando che era il primo giorno di una nuova manifestazione non mi sembra un cattivo risultato.

L’organizzazione dovrà essere rodata, chi dovrebbe dare informazioni sa troppo poco per darle, non è stato bene istruito. C’è una grande confusione e i tre stadi con biglietti differenziati non aiutano. Però l’atmosfera è buona, al di là dello spazio che è abbastanza freddo e poco attraente. La gente arriva con bandiere grandi e piccole, trombe, tamburi e tanto entusiasmo. Il tifo sugli spalti, anche se io ho potuto seguire soprattutto quello di Italia-Canada, è quello tipico degli incontri di Coppa Davis anche se non è proprio quello cui si abbiamo abituati nei match in cui gioca la squadra di casa. C’era anche la Spagna del futbol in campo contro la Romania, proprio a Madrid, al Wanda Metropolitano (lo stadio nuovo dell’Atletico) quindi presumo che un po’ di spettatori fra quelli andati allo stadio e i seduti in sofà davanti alla tv il calcio possa averli sottratti al tennis. La mia primissima impressione è che alla fine questa Coppa prenderà piede, anche se non assomiglia alla Davis che ha vissuto 119 anni.

Intanto alcune federazioni, come quella canadese, hanno fatto operazioni di marketing turistico per cercare di assicurare un discreto sostegno alla squadra. Almeno un migliaio di canadesi erano qui. E hanno fatto un baccano d’inferno. Tanti, comunque, anche gli italiani. Da una parte si gridava “let’s go Shapo, let’s go Shapo”, dall’altra si sprecavano gli incitamenti “Matteooo, Matteoo”. La cosa più bella, rispetto alle partite di calcio dove le opposte tifoserie se non avessero spazi deserti che le separano si azzufferebbero da prima del match a dopo il match, è che qui erano tutti mischiati – salvo poche aree – e italiani e canadesi sventolavano le loro bandiere fianco a fianco. Una bella manifestazione di civiltà. Certo qualche urlo fuori posto si è sentito, e Shapovalov a un certo punto, a metà del terzo set, ha cominciato ingenuamente a prendersela con una fetta del pubblico da cui si sentiva disturbato. Con il bel risultato che il pubblico di fede azzurra ovviamente lo ha preso di punta, fischiando e buheggiando. Il ragazzino ha pensato bene di fare tre ace sul 3 pari portando ogni volta il dito all’orecchio, come per dire “e ora perché non fischiate?” Ovviamente è venuto giù un diluvio di fischi.

Per me è stato indubbiamente un brusco trapasso, quello dalle ATP Finals della 02 Arena alla nuova discussa Coppa Davis della Caja Magica lanciata con tutte le operazioni di lobby dal presidente ITF David Haggerty e finanziata dalla Kosmos di Piqué, dagli sponsor giapponesi di Rakuten e… anche dalla signora Piqué, alias Shakira (ma avrà pagato?), che approfitta di questa manifestazione per promuovere il suo tour musicale “El Dorado” con uno striscione sul campo. E sarà lei, la cantante colombiana di cui ricorderete il video osé con Rafa Nadal che tanto fece discutere, a chiudere la settimana della Davis qui con una sua performance.

Sono arrivato solo nel pomeriggio da Heathrow, perdendo così parte del match di Fognini-Pospisil. Non credo di aver perso molto. Per assistere all’esordio di Berrettini al Masters contro Djokovic avevo buttato il biglietto aereo comprato mesi prima quando nemmeno il Mago Ubaldo aveva previsto che Berrettini sarebbe arrivato nell’élite degli otto Maestri, e ancor meno che avrebbe giocato lui per primo alle 14 di domenica, perché proprio non me lo volevo perdere, 41 anni dopo aver visto Barazzutti al Madison Square Garden. Avevo così cambiato i miei piani rinunciando a vedere la finale della Next Gen dominata da Sinner su De Minaur e mi ero comprato nuovo biglietto aereo e una notte imprevista in hotel.

Ma poi, dopo il 6-2 6-1 imposto da Djokovic in 63 minuti scarsi, ero abbastanza pentito di aver cambiato tutti gli originali programmi. Così stavolta, quando anche l’Italia è stata sorteggiata per il suo match con il Canada proprio nella prima giornata della nuova Davis, sia pur imprecando con questi sorteggi che non danno respiro fra un torneo e l’altro, ho mantenuto il progetto di viaggio originario e, sì, mi sono perso le prime fasi del match di Fognini, ma in tempo sufficiente comunque per vedere che fra il servizio di Pospisil e quello di Fognini c’erano mediamente 30 km orari di gap.

Questo era prevedibile, ma non era scontato che il campo fosse così veloce. Tant’è che non a caso Shapovalov e Berrettini hanno giocato tre set senza mai riuscire a breakkarsi. Spiace che Matteo avanti di un minibreak, 4-3 e due servizi nel tiebreak del terzo set, abbia sbagliato una volée di dritto piuttosto facile rimettendo in corsa Shapovalov che pareva spacciato. Sempre una volée di dritto sbagliata, ma in rete, era costato il primo set a Matteo. Si parla sempre di rovescio e gioco di gambe da migliorare per Matteo, ma io invece due volte contro Federer e una contro Djokovic gli ho visto sbagliare proprio lo stesso tipo di colpo. Si mette di fianco, fa scendere un po’ troppo la palla, la mette quasi sempre in rete quando il punto è importante.

Di buono nel match di Berrettini, comunque ben giocato, c’è stato che la partecipazione della squadra all’angolo si è fatta più intensa, più calda. Durante il match di Fognini la claque era un po’ spenta, un po’ fiacca. Domani cercherò di capire più cose qui, visto che non gioca l’Italia. Gli orari mi sembrano folli. In questa prima giornata si è finito ben oltre la mezzanotte e si è cominciato a giocare alle 16. Oggi cominciano alle 11 i primi tre incontri, alle 18 quelli della sera. Finiremo alle due? I giornali chiudono la tipografia prima che cominci il doppio. Se ieri sera Berrettini avesse vinto, nessun lettore di giornale avrebbe mai saputo chi avesse vinto fra Canada e Italia. Vero che i giornali stanno già morendo, ma così si contribuisce ad accelerare il de profundis.

Un errore mi pare anche impedire ai giornalisti di avvicinare i giocatori o i dirigenti prima della conclusione del doppio. Certo non si deve disturbare chi sta per entrare in campo, ma gli altri? Vi immaginate che voglia avranno di parlare alle 2 di notte, capitano e giocatori, soprattutto se sconfitti?

 

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Editoriali del Direttore

Un gran bel Masters, un gran bel vincitore. Vedo Tsitsipas prossimo numero 1 del mondo

Fra i giovani è il più solido di testa. Più di Thiem e Zverev. Ha anche personalità, carisma. Piace e piacerà sempre di più. L’ottimo auspicio per Jannik Sinner

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Stefanos Tsitsipas - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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da Londra, il direttore

Stefanos Tsitsipas, il più giovane “Maestro” dal 2001 con i suoi 21 anni ha vinto un bel Masters, un Masters di notevolissima qualità, il migliore degli ultimi anni. Senza davvero alcun confronto con l’edizione del 2018 vinta da Zverev su Djokovic (dal quale aveva perso nel round robin) e quella ancora peggiore del 2017 della finale Dimitrov-Goffin. Anche quella del 2016 non fu granché fino alla stretta finale: visse infatti sull’incertezza di chi sarebbe stato n.1 del mondo e fu bello che fosse proprio la finale a deciderlo. Per chi non lo ricordasse Murray, dopo aver salvato un matchpoint con Raonic in semifinale, batté Djokovic 6-3 6-4 coronando un secondo semestre fantastico. Di partite belle ce ne sono state diverse: in ordine sparso Thiem-Djokovic, Nadal Tsitsipas, Thiem-Federer, Federer-Djokovic, Nadal-Medvedev.

Bella, incerta, avvincente la finale fra i due tennisti dal tennis straordinariamente efficace, sempre aggressivo e intenso per ritmo e potenza, ma anche elegante per via del rovescio a una mano che pochi anni fa si credeva fosse prerogativa soltanto di Federer. La finale, conclusa 7-6 al set decisivo come quella di Nalbandian su Federer a Shanghai 2005 (ma lì furono cinque set) non poteva essere più equilibrata se dopo due ore e 32 minuti il punteggio era in perfetta parità: un set pari e 4 pari nel decisivo tiebreak dopo che Dominic Thiem era risalito da 1-3 nei game e da 1-4 nel tiebreak. Forse proprio quella corsa al continuo inseguimento gli è costata mentalmente, perché dal 4 pari si deve essere come rilassato un attimo e ha sbagliato tre dritti di fila, due dei quali abbastanza gratuiti.

 
Dominic Thiem, Chris Kermode e Stefanos Tsitsipas – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Tre anni fa i due protagonisti di questa bella finale si erano incrociati per la prima volta. Thiem era già fra i qualificati alle finali, Tsitsipas era stato invitato a fare da sparring-partner. Cinque anni separano i due, ma sembra di poter dire che Stefanos ha già colmato il gap. Ne ha fatta di strada il ragazzone di Atene nato nello stesso giorno di Pete Sampras, il 12 agosto, ma 27 anni dopo (1971 Pete, 1998 Stefanos). Un anno fa il ragazzo dai capelli più lunghi di Borg vinceva le Next Gen a Milano (su De Minaur in finale), a gennaio già sorprendeva per la prima volta Roger Federer nel primo Slam dell’anno e centrava le semifinali dove però beccava una bastonata da Nadal.

Di Nadal Stefanos si sarebbe vendicato a casa sua, in Spagna, a Madrid, senza lasciarsi intimidire dal tifo del pubblico. Ma, giusto per non lasciarsi rimpianti, avrebbe colto due vittorie anche con il terzo dei Big Three, Novak Djokovic, in due Masters 1000, in Canada e a Shanghai. Insomma anche se oggi è solo – a 21 anni! – il n.6 delle classifiche mondiali, dietro ai soliti tre, a Thiem e Medvedev, ho la sensazione che il primo dei giovani che salirà sul trono del tennis possa essere proprio lui, Stefanos Tsitsipas. Che, oltretutto, mi pare anche un gran bel personaggio, oltre che uno straordinario tennista.

Quando? Forse più presto di quanto si immagini. Ha già ottenuto due vittorie su Federer (e come al solito in due stadi tutti pro Roger, “let’s go Roger, let’s go Roger!”), due su Djokovic, una sola per ora su Nadal ma – attenzione – qui a Londra ci ha perso solo 7-5 al terzo dopo aver vinto il primo. I lettori che non perdono occasione per sottolineare certe ovvietà, non hanno bisogno di leggere che è inevitabile che mentre lui migliorerà ancora, i top 3 invece no.

Rispetto a Medvedev mi sembra più completo e quanto a Thiem, pure lui in progresso se ci si ricorda le difficoltà che aveva a esprimersi sul “veloce indoor” – e non parliamo dell’erba – mi pare di poter dire che l’austriaco è un tantino meno solido di testa. Sono già diversi anni che è forte, soprattutto sulla terra rossa (due finali e due semifinali al Roland Garros), ma gli ho visto perdere delle partite più per la testa che certo per il braccio che è davvero eccellente. Penso a quella che perse all’US Open da del Potro, quando era un match già vinto. Ecco, secondo me Tsitsipas una partita così non la perde. O la perde fin dall’inizio, ma non la butta se sta per vincerla.

Non si può discutere su ipotesi non dimostrabili, ma io penso che se Tsitsipas avesse vinto il primo set – come avrebbe potuto: lui ha fallito la trasformazione di tre palle break, Dominic di due – non avrebbe giocato un paio di game disastrosi, soprattutto il primo, come è capitato a Thiem all’inizio del secondo set. Invece di dare il pugno del ko al greco, Thiem ha commesso l’ingenuità di distrarsi e di rimetterlo in corsa. 4-0 in pochi minuti e praticamente lo sforzo che aveva compiuto per vincere il primo set è stato vanificato.

Mi aspetto comunque che nel 2020 gli Slam non siano tutti appannaggio dei soliti Fab (tre o quattro, su Murray ancora non mi esprimo) anche se Nadal lo vedo ancora favorito al Roland Garros se sta bene e non vedo né Tsitsipas né Thiem troppo pericolosi a Wimbledon. Sono proprio l’Australian Open e l’US Open i tornei che potrebbero laureare un nuovo campione di Slam. Tre anni fa Tsitsipas aveva vinto il Bonfiglio e, con un pizzico di presunzione scusabile in un ragazzino, si era posto un obiettivo ben chiaro: In tre anni vorrei vincere uno Slam!. Beh, per adesso ha vinto le finali mondiali ATP. Ma in Australia fossi uno dei cinque che lo precedono nell’ATP ranking, vorrei incontrarlo il più tardi possibile. E forse meglio mai.

Mentre scrivo così, e parlo dei due splendidi finalisti di questo Masters mi sono chiesto: che cosa avrà mai pensato il mio adorato Thomas Fabbiano? Avrà guardato la finale? Ci avete fatto caso che in due tornei dello Slam, non due 250 qualsiasi, il giovanotto di Grottaglie che per l’appunto è uscito dai top 100 dopo esserci stato tutto l’anno – è n.117 sennò di italiani fra i top 100 ne avremmo avuti 9! – a Wimbledon ha battuto Stefanos Tsitsipas e all’US Open Dominic Thiem! Oggi sembra incredibile, ma così è il tennis. Mai darsi battuti prima di scendere in campo, tutto può succedere.

Stefanos Tsitsipas – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Infatti, per restare in tema, anzi in Thiem, se l’austriaco avesse vinto questo Masters, cogliendo quattro vittorie su cinque, avremmo potuto buttar lì che… sì. Matteo Berrettini era stato l’unico a batterlo. La presenza di Matteo, a proposito, ha vivacizzato l’interesse per questo Masters che per 41 anni non ci aveva permesso di tifare per nessuno. È stata un’esperienza utile, sono sicuro che Matteo ne trarrà giovamento. Poi, per carità, c’è chi esordisce a 21 anni e vince il torneo e c’è che esordisce a 23 e mezzo e si accontenta più che legittimamente di trovarsi in una élite mondiale come non era assolutamente pensabile sei mesi fa e di aver colto una vittoria che, seppur ottenuta a spese di un giocatore già qualificato per le semifinali, resta pur sempre l’unica italiana nella storia “midi siècle” di questa rassegna di fine anno.

Mi ha fatto piacere rivedere finalmente presenti a questo torneo gli inviati del Corriere della Sera, de la Repubblica, de la Stampa, in aggiunta a quelli dei quotidiani sportivi e al team di Ubitennis ottimamente rappresentato dall’inglese Adam Addicott per Ubitennis.net – la home page inglese che vi suggerirei di consultare perché sviluppa contenuti indipendenti e secondo me è fatta benissimo – dagli inviati Ruggero Canevazzi e Roberto Ferri che si sono impegnati tantissimo per offrire la miglior copertura possibile insieme al fotografo Roberto Zanettin che ha svolto un grandissimo lavoro. Riguardo alle presenze dei media italiani… evviva. Spero proprio che il momento magico del tennis italiano duri e prosperi. Fin dalla Coppa Davis che mi accingo a “coprire” da oggi per Italia-Canada, insieme a Stefano Tarantino, il nostro “Patria-Man” – così ribattezzato perché quando si gioca Coppa Davis e Fed Cup, vecchie e nuove, lui è il boss che coordina tutto.

Anche se l’argomento è trattato altrove devo assolutamente due righe di gran plauso sull’exploit di Jannik Sinner dopo il terzo challenger conquistato a Ortisei. Non era un torneo difficile di per sé, ma avere la solidità di vincerlo dopo la “sbornia” di attenzioni, titoli, interviste susseguite al successo nel torneo milanese delle Next Gen ATP Finals, poteva disorientarlo. Non è accaduto. A riprova che questo ragazzo dai riccioli rossi ha proprio la testa sulle spalle. E che la struttura che Riccardo Piatti gli ha messo intorno funziona da par suo. Peraltro non ne dubitavo minimamente. Sapete già tutti che da neo n.78 Sinner – che resta l’unico diciottenne fra i primi 100 del mondo – si è spalancato con una gran spallata la porta dell’Australian Open. Ma anche quelle dei primi due Masters 1000, Indian Wells e Miami.

Sognarlo presente alle ATP Finals del 2020 mi pare caricarlo di responsabilità eccessive, lui avrà 19 anni non 21, ma magari nel 2021 a Torino – dove io mi aspetto che si giocheranno sia le Next Gen sia le finali ATP – una doppia presenza azzurra, con l’accoppiata Berrettini-Sinner non la escluderei a priori e, naturalmente, non mi dispiacerebbe per nulla. Il successo a Londra di Tsitsipas, un anno fa campione delle Next Gen milanesi e un paio di mesi dopo – ribadisco – capace di battere Federer a Melbourne, mi pare di buon auspicio per il futuro di Jannik. Però di incontrare Federer, Sinner in Australia non ne ha bisogno, non deve aver fretta. C’è tempo. Magari più in là. Tsitsipas aveva 20 anni a Milano e a Melbourne, non 18. E, credetemi, fa una gran differenza.

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