Serena Williams applaude Gauff: “È un talento incredibile, sono una sua fan”

Interviste

Serena Williams applaude Gauff: “È un talento incredibile, sono una sua fan”

Ma Williams non si vuole prendere tutti i meriti per la nuova ondata di giovani giocatrici statunitensi che emergono sul tour. La parte più difficile di continuare a giocare? Stare lontano dalla sua Olympia

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Serena Williams - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Business as usual. Così è sembrata la nettissima vittoria di Serena Williams per 6-3 6-2 al terzo turno degli US Open contro la 23enne ceca Karolina Muchova, nome nuovo del circuito WTA, capace di issarsi fino ai quarti nell’ultima edizione dei Championships. E così la sua conferenza stampa è stata l’occasione per parlare di altro. Che poi per i giornalisti statunitensi “altro” in questo momento è sinonimo di Coco Gauff. Serena ha speso parole al miele per quella che sembra in tutto e per tutto la sua erede: afroamericana, con un gioco esplosivo, capace di raggiungere risultati straordinari già da molto giovane e dotata di una personalità debordante che va dritta al cuore del pubblico americano. 

Penso che sia un talento incredibile”, ha dichiarato la minore e più vincente delle sorelle Williams. Penso che qualunque tennista in grado di giocare a questo livello a 15 anni conquisterebbe la gente. È una cosa fantastica. Ma non è che l’interesse attorno a questa ragazzina sia esagerato? Insomma, improvvisamente sembra che tutto quello che è successo nel tennis femminile in questa stagione, con tutte le sue principali protagoniste e le nuove promesse, sia passato in secondo piano. Magari creando anche un po’ di giustificata gelosia nei confronti di Gauff. “Beh, non saprei. Io credo che lei sia forte. Adoro l’entusiasmo che porta in campo. Non mi interessa quello che pensano gli altri. Posso dire quello che penso io. E io sono una grande fan”, ha proseguito la 23 volte campionessa Slam. “L’ho detto fin dal primo giorno. Adoro i suoi genitori. Penso che abbia una bella famiglia. Tutto parte da lì secondo me. Fa la differenza nella formazione di un grande atleta e una grande persona”. 

Serena Williams – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Ora Coco se la dovrà vedere contro la n.1 del mondo Naomi Osaka. Colei che l’ha battuta nella finale degli US Open dell’anno scorso ed è stata suo malgrado oscurata dal drammatico diverbio tra Serena e il giudice di sedia Carlos Ramos. La 23 volte campionessa Slam si è poi scusata con Osaka e le due ora sono grandi amiche, tanto che la giapponese definisce Serena la sua “tennis mama”. Penso che sarà un match interessante. Lo guarderò di sicuro, ha commentato Williams. “Coco è ovviamente molto più giovane di Naomi. Sempre che si possa dirlo perché anche Naomi è molto giovane. Ma è scioccante che Coco sia sei anni più giovane di lei. Questo è il futuro del tennis femminile. Sono molto carica all’idea di essere semplicemente una tifosa di queste due giocatrici e guardarmi la partita”.

 

Ma non di solo Gauff vive il tennis rosa a stelle e strisce. Quest’anno ad esempio sono esplose la 20enne Sofia Kenin e la 18enne Amanda Anisimova, già rispettivamente n.20 e n.24 della classifica mondiale. E Williams al primo turno ha dovuto faticare tre set per avere la meglio della 17enne Caty McNally, che con Gauff ha vinto il titolo in doppio a Washington. Insomma, il ricambio generazionale non manca di certo nelle file americane. Serena non si vuole però prendere troppi meriti per aver fatto da traino al movimento. Non voglio essere presuntuosa e dire che è merito mio, ha affermato. “Penso che sia merito di queste giovani donne e dei loro genitori e coach che le vogliono vedere fare cose straordinarie. Penso che il tennis sia un grande sport per le donne, una grande opportunità per mostrare la tua personalità, guadagnare bene e fare qualcosa che ami completamente allo stesso tempo”. 

E lo ama ancora questo sport, Serena. Nonostante non sia più riuscita a vincere un torneo dello Slam da quando è tornata dalla gravidanza. Nonostante ogni partita la costringa a lasciare la sua adorata Olympia. All’inizio era molto triste quando me ne andavo. Adesso va un po’ meglio. Forse sono io ad essere più triste di lei, ha scherzato la campionessa americana. “Mi piange il cuore a volte quando non sono con lei. Ma è buono per me continuare a lavorare proprio come il resto delle mamme. Anche se non è facile. Ma bisogna farlo”. E ora che si entra nella seconda settimana degli US Open, quella in cui si fa sul serio, dovrà svolgere al meglio il suo lavoro Serena. 

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Australian Open, Berrettini: “Sono contento, non sapevo nemmeno se avrei giocato”

L’azzurro non cerca alibi ed è soddisfatto per un torneo giocato con qualche acciacco fisico e poche partite alle spalle. E conferma la presenza a Cagliari per la Davis

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Matteo Berrettini - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Si è purtroppo conclusa la corsa australiana di Matteo Berrettini, eliminato in cinque set da Tennys Sandgren al termine di una partita che l’azzurro era quasi riuscito a ribaltare nonostante due set di svantaggio. Uno dei protagonisti del match è stato sicuramente il vento, che ha condizionato l’intera giornata di gioco a Melbourne: “La delusione c’è come è giusto che sia. Ero riuscito a girare un match che si era messo molto male, in condizioni difficili. Vento pazzesco… da fondocampo avevo la sensazione di fare poco male, di non riuscire a incidere soprattutto con il dritto e una volta entrato nello scambio facevo fatica.“.

Nonostante tutto, Matteo è riuscito a rimanere attaccato alla partita e nel set decisivo ha anche avuto tre palle per andare a servire per il match. Il servizio di Sandgren gliene ha cancellate due, la terza invece è forse l’unica su cui l’azzurro può recriminare qualcosa. “Mi sentivo un pochino strano ma l’ho accettato e nel terzo e quarto ho alzato parecchio il livello e la partita è cambiata. Devo fare i complimenti a lui perché al quinto, a parte quel game, non mi ha mai concesso chance in risposta. Peccato perché alla fine si parla di un punto su una partita che sembrava finita. L’unica occasione su cui posso recriminare è quella del 15-40, su quella palla break con il dritto non ho fatto male come avrei potuto. Poi sul 5-5 sono andato a servire controvento, c’era la bufera“.

Delusione a parte, Matteo lascia il torneo comunque soddisfatto dal momento che aveva pochi match alle spalle e anche pochi allenamenti, per via soprattutto di alcuni problemini fisici. “Qualche acciacco c’è, ma questo fa parte della vita dell’atleta. Sento che questa partita mi servirà parecchio. La caviglia destra mi dà ancora un po’ fastidio, lavoro tutti i giorni anche su questo ma è una questione di struttura fisica. È una cosa con cui devo convivere. Quando mi sono fatto male agli addominali, ho capito subito che non avrei potuto giocare l’ATP Cup e che era in dubbio anche l’Australian Open, quindi sono già contento di averlo giocato“.

Ora per l’azzurro arriva il momento di ricaricare un po’ le pile in vista dei prossimi due mesi che si preannunciano faticosi, se non altro per i lunghi spostamenti. Berrettini, iscritto ai tornei sudamericani su terra, ha infatti intenzione di tornare a Cagliari per il tie di Davis contro la Corea del Sud prima di partire nuovamente alla volta degli Stati Uniti per il Sunshine Double. “L’idea è giocare i tre tornei in Sudamerica, tornare per la Davis e poi andare a Indian Wells. Io entro sempre in campo sapendo di dover fare il massimo. Le aspettative ci sono, me le creo io. Devo un attimo resettarmi e darmi tempo. Sono uno che chiede tanto a se stesso, ma alcune volte devo un attimo tranquillizzarmi. Non troppo, altrimenti poi non hai lo stimolo. Devo sorridere ogni tanto, continuare ad essere contento di quello che sto facendo”.

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In campo con Matteo Berrettini: la video-intervista di Eurosport

A poche ore dall’esordio all’Australian Open, vi proponiamo un’intervista molto interessante realizzata da Federico Ferrero e Jacopo Lo Monaco. Sapevate, per esempio, com’era il suo ‘vecchio’ rovescio?

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Matteo Berrettini - Vienna 2019 (foto via Twitter, @atptour)

Mancano poche ore all’esordio di Matteo Berrettini, a cui l’urna ha regalato un accoppiamento non certo proibitivo contro la wild card locale Andrew Harris (25 anni, numero 162 del mondo). Matteo scenderà in campo all’una (orario italiano) sulla Melbourne Arena, due mesi dopo l’ultimo impegno ufficiale – la sconfitta contro Taylor Fritz alle finali Davis di Madrid. Berrettini non ha disputato esibizioni né tornei in preparazione all’Australian Open, anche a causa di un piccolo infortunio addominale che l’ha convinto a rinunciare all’ATP Cup.

Durante l’off-season il numero otto del mondo è stato raggiunto a Montecarlo – dove ha residenza e si allena – da Jacopo Lo Monaco e Federico Ferrero per conto di Eurosport, con lo scopo di realizzare una video-intervista che da oggi è disponibile anche sull’on demand di Eurosport Player. Sui campi del Country Club, Matteo si è anche prestato a una breve analisi dei due colpi di cui ha maggiormente modificato l’esecuzione da quando ha cominciato a giocare a tennis, la seconda di servizio e il rovescio, ma ci arriveremo per gradi dopo aver riportato le parti salienti dell’intervista.

Sono nato con la racchetta in mano” è la frase con cui Matteo risponde alla prima domanda di Ferrero. “Non ero un baby-campione, una stella che sembrava dovesse arrivare prestissimo nel tennis che conta, però mi piace confrontarmi con me stesso sin da quando sono piccolo. Vivo qualsiasi cosa con agonismo. Verso i 16-17 anni ho davvero deciso di diventare un tennista“. Prima ancora, quando Matteo aveva 14 anni, è avvenuto l’incontro con Vincenzo Santopadre che probabilmente ha cambiato per sempre la sua carriera indirizzandolo verso uno stile di gioco molto più moderno e adatto alle superfici veloci. Matteo, infatti, era impostato come un giocatore italiano ‘vecchio stile’: “Sono nato e cresciuto a Roma: Roma è terra rossa. Nonostante l’altezza ero abbastanza agile quindi mi piaceva remare e stare dietro, ma quando Vincenzo ha visto che continuavo a crescere tanto mi ha detto tu dovrai fare i buchi per terra con il servizio, non sarai un giocatore che imposterà la partita su tanti colpi‘”.

 

Non serve sottolineare quanto Santopadre ci abbia visto lungo, e Matteo non ne fa mistero: “Come dico sempre, scegliete un allenatore e fidatevi di lui perché sa cos’è meglio per voi“. Nell’inverno del 2018 per esempio, quello che ha preceduto la stagione della consacrazione per Matteo, si è rivelata vincente la scelta di fargli svolgere gran parte della preparazione su una superficie veloce. “In passato non lo avevo mai fatto. Sono uscito un po’ dalla mia comfort zone, perché nonostante la maggior parte dei tornei si giocasse sul veloce tendevo ad allenarmi molto sulla terra“. Grazie alla cura di questi dettagli, Berrettini è diventato un giocatore competitivo su tutte le superfici tanto da rendergli ardua la scelta della superficie su cui giocare ‘il match della vita’: “Oggi però direi cemento all’aperto“. E se fosse necessario scegliere un compagno di doppio, la scelta ricadrebbe su Federer.

Lo stesso Federer che, battendolo nettamente agli ottavi di Wimbledon nel primo grande torneo giocato da Berrettini, gli ha dato probabilmente la spinta decisiva per salire ancora di livello e raggiungere le semifinali allo US Open. ‘L’incontro con il Papa in Vaticano’, come lo definisce ironicamente Ferrero, si è trasformato in un pomeriggio londinese da incubo. “Wimbledon è stata prima di tutto un’esperienza bellissima, ho vinto tre partite molto significative. Nella prima ero sotto di un set e un break, la seconda è stata l’ultima di Baghdatis e la terza l’ho vinta al quinto set annullando tre match point. Sono arrivato agli ottavi con tante energie sprecate, poi è ovvio che Roger sul centrale di Wimbledon gioca forse uno sport diverso“.

Matteo Berrettini e Roger Federer – Wimbledon 2019 (via Instagram, @matberrettini)

Slam successivo, Matteo approda a New York e fa il botto. Aveva sempre avuto la sensazione che quello fosse il ‘suo’ posto? “No, anche perché la stagione precedente avevo perso al primo turno una partita ‘così così’ (contro Denis Kudla, ndr) e poi preferisco l’atmosfera di Wimbledon a quella caotica di New York. Ricordo che durante un allenamento non riuscivo a sentire quello che diceva Vincenzo dall’altra parte della rete, tra brusii e aerei che passavano. New York è una città che ti porta via tante energie. Non arrivavo con l’aspettativa di fare un torneo del genere, poi evidentemente me lo sono fatto andare giù“.

È stato ovviamente il torneo che più degli altri gli ha permesso di ottenere i punti necessari a disputare le ATP Finals, dove Matteo è stato eliminato a testa alta nonostante le sconfitte contro Djokovic – primo incrocio in assoluto – e ancora Federer. Avendo affrontato anche Nadal a Flushing Meadows, Berrettini ha già avuto modo di confrontarsi con i tre giocatori più forti di questa epoca. Cos’è che li rende così difficili da battere?

Si parte con il numero uno del mondo: “Di Nadal non va mai sottovalutato il fatto che è mancino. Il rovescio dà molto fastidio perché la palla arriva molto tesa, ha una grandissima mano; è completo a tutti gli effetti. Poi sai che non ti mollerà neanche un quindici, questa è una cosa che lui ti fa sentire“. Poi è il turno di Federer: “Di Roger mi ha impressionato la facilità con cui riesce a fare tutto. Ti studia e sa che può fare qualsiasi cosa, non c’è un colpo giocato il quale puoi dire ‘adesso lui per forza dovrà giocare lì’. A Wimbledon mi ha confuso perché non faceva mai due volte la stessa cosa e così è difficile perché ti toglie i punti di riferimento. Allo stesso tempo sta molto vicino al campo e ti toglie il tempo, e quando viene a rete sembra un muro. Ho pensato ‘adesso che faccio, gli sparo?’“. Si chiude con Novak Djokovic: “Credo che sia il miglior risponditore del circuito. Ha una elasticità impressionante, difende in maniera paurosa e ha molta facilità con il rovescio. Anche il servizio è un colpo molto sottovalutato perché varia molto. Ho visto le statistiche del match che ho giocato contro di lui alle Finals: ho servito il 73% di prime e 200 all’ora e lui rispondeva sempre profondo. Disinnescata quell’arma, per me diventa complicato fare il punto“.

IN CAMPO

Per avere l’opportunità di esibirsi nello stesso contesto di questi campioni, Berrettini ha dovuto migliorare molto. Non è lo stesso tennista di due anni fa, anche in ragione di un paio di miglioramenti tecnici per ottenere i quali è stato decisivo l’intervento del suo team. “Dalla parte sinistra del campo ho fatto un grande salto di qualità, riesco a mischiare bene le carte con lo slice quindi sono più imprevedibile sotto quel punto di vista. Ho anche incrementato molto velocità e imprevedibilità della seconda palla, ma anche la solidità perché altrimenti si rischia di fare troppi doppi falli. Ho lavorato anche sul dritto, sulle situazioni in cui la palla mi arriva con meno rotazione facevo un po’ di fatica“.

Matteo e Jacopo Lo Monaco prendono in mano la racchetta per mostrare praticamente in cosa consistono le evoluzioni tecniche compiute dal tennista italiano, come evidenziato da questa clip pubblicata da Eurosport su Twitter.

Quando ero piccolo, sul rovescio, aprivo con il gomito alto e un po’ piegato” racconta Matteo, “e abbiamo lavorato anche sulla rotazione del busto perché arrivavo un po’ in ritardo“. Berrettini si esibisce prima nel vecchio rovescio e poi in quello attuale (eseguito con le braccia tese), che a detto dello stesso Santopadre ha dovuto imparare quasi da zero soprattutto nella variazione in lungolinea.

Berrettini mette anche a confronto la ‘vecchia’ seconda di servizio con quella che ha messo a punto lo scorso anno, “un colpo con il quale ho iniziato anche a cercare il punto, soprattutto quando mi sento meno sicuro da fondocampo. La seconda che giocavo in passato aveva molta rotazione, la mettevo spesso dentro ma era troppo prevedibile e non faceva male”. Quella che gioca adesso, come conferma lo stesso Lo Monaco dall’altra parte del campo, “arriva molto prima”. La lucidità di analisi di Matteo è la consueta, una qualità che tra le altre cose gli ha consentito di progredire oltre le aspettative. Adesso però è nuovamente il tempo di far parlare il campo.

Matteo Berrettini – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

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Australian Open: Federer e Nadal si difendono, Sinner con la… chioma

Roger e Rafa parlano dell’emergenza aria. Wozniacki prepara il ritiro, Berrettini schiva l’inglese e Sinner non riesce a… darci un taglio

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Roger Federer in conferenza stampa - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Dal nostro inviato a Melbourne

Come largamente prevedibile, durante la giornata tradizionalmente dedicata alle conferenze stampa pre-torneo di tutti i big ha tenuto banco la questione “qualità dell’aria” che tante polemiche aveva scatenato martedì e mercoledì scorsi, quando i giocatori impegnati nelle qualificazioni sono stati mandati in campo con livelli di concentrazione delle polveri sottili molto insalubri o addirittura pericolosi. Alcuni tennisti erano intervenuti sui social media per denunciare come vengano usati due pesi e due misure per i “ballerini di fila” e per le “vedette”, fino ad arrivare anche a dire come i top player si comportano “da egoisti” (accusa, poi ritirata, avanzata dal canadese Brayden Schnur).

Federer e Nadal sono entrambi apparsi molto sensibili all’argomento ed hanno respinto le accuse (peraltro già svanite del nulla) al mittente: “Ero nell’ufficio del Direttore del torneo martedì – ha spiegato Roger Federer durante il suo affollatissimo incontro con la stampa – leggevo che la città di Melbourne invitava tutti a stare in casa, a non fare uscire gli animali, a chiudere le finestre e nella players lounge i giocatori venivano chiamati in campo: chiaramente qualcosa non andava. Per me la comunicazione è la chiave di tutto: devono farci sapere in base a quali criteri vengono prese le decisioni, in modo da essere tranquilli che esiste un processo rigoroso per stabilire se si gioca o no. Ora ci è stata data questa informazione”. Nella giornata di mercoledì Tennis Australia ha infatti reso nota la loro “Air Quality Policy, che in sostanza prevede che il gioco venga sospeso quando le rilevazioni delle polveri sottili supera il livello di 200 microgrammi per metro cubo.

Il regolamento dei Giochi Olimpici utilizza come limite soglia i 300 [microgrammi per metro cubo]” ha precisato Federer, peraltro bacchettando i giornalisti in conclusione della sua conferenza stampa in inglese in quanto la parte tennistica del suo Australian Open era stata totalmente trascurata. “Nel caso a qualcuno interessi, al primo turno gioco con Steve Johnson. In fondo sono in Australia per giocare a tennis” ha sottolineato lo svizzero, che poi ha aggiunto: “Sarà complicato giocare con un avversario che ha giocato parecchie partite recentemente mentre io non ne ho giocata alcuna. Non ho grandi aspettative da questo torneo, ho fatto tutto il possibile, vediamo come andrà”.

Dello stesso tono la replica di Rafael Nadal alle accuse di egoismo: “Sono soltanto un altro giocatore, che può fare quello che possono fare tutti, ovvero andare nell’ufficio del Direttore del Torneo e chiedere spiegazioni. Ed è quello che ho fatto. La spiegazione che mi è stata data mi ha convinto, e la storia è finita lì. Quando mi dicono che c’è un team di esperti che misura la qualità dell’aria ogni quattro minuti e se [il parametro di riferimento] sale oltre 200 si smette di giocare, io non ho molto altro da dire. Non sono un esperto, devo fidarmi di chi è esperto, io tendo a non parlare di cose che non conosco. Il Comitato Olimpico Internazionale, che è l’organismo più importante di tutto lo sport mondiale, ha come soglia di riferimento 300, noi abbiamo 200. La risposta mi è sembrata convincente”.

È comunque importante – ha proseguito il campione spagnolo nella sua lingua madre – che non si attribuisca al fumo e alla qualità dell’aria la responsabilità di tutto quello che succede nel torneo. In ogni evento ci sono giocatori che si fanno male, che si ritirano, che soffrono il caldo, etc… anche se non ci sono problemi di qualità dell’aria. Bisogna resistere ad attribuire la causa di tutto al fumo”.

Rafa Nadal – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Stefanos Tsitsipas, che difende la semifinale raggiunta lo scorso anno, ha rivelato che anche lui aveva avuto problemi di respirazione nella notte dopo essersi allenato all’aperto a inizio settimana. “Ora va tutto bene, ma i primi due giorni qui sono stati molto insoliti”. Per Dominic Thiem la qualità dell’aria a Pechino è peggiore di quella di Melbourne durante i giorni dell’emergenza: “Lì mi è capitato di avere problemi con tosse insistente la notte, qui invece nulla di tutto ciò”. Tutto a posto anche per il nostro Berrettini, che soffre di asma, ma non ha risentito per nulla della situazione.

Non si è comunque parlato solamente di problemi respiratori e misurazioni scientifiche: Caroline Wozniacki, che dopo l’Australian Open darà l’addio al tennis professionistico, ha illuminato la sua ultima conferenza stampa pre-torneo della carriera con uno splendido sorriso (e con lo spettacolare anello di fidanzamento regalatole dal neo-marito David): “Mi ritiro senza rimpianti, ho dato tutto quello che avevo e sono riuscita a realizzare molto di quello che volevo. A David avevo detto che per i primi sei mesi non avrei voluto fare nulla, ma mi sono resa conto di aver preso parecchi impegni per alcuni progetti che sto intraprendendo e fino a maggio sarò forse più impegnata di prima”.

La sua unica vittoria in un torneo dello Slam, qui in Australia nel 2018, è indissolubilmente legata a questo torneo anche per la sua avversaria nella finale di due anni fa: Simona Halep, che ritorna ad avere al suo angolo a tempo pieno il suo amato allenatore Cahill, vuole vincere anche qui in Austalia dopo i titoli vinti a Parigi e Wimbledon- “Speravo di giocare più partite [ad Adelaide] – ha detto la rumena, che ha confermato di aver cambiato le sue abitudini nella scorsa off-season, preparandosi a Dubai invece che in Romania –  ma Sabalenka sa essere molto forte quando è in palla. Mi sento comunque pronta per la sfida”.

Divertente come al solito Naomi Osaka, che pensa ai 2000 punti della vittoria dello scorso anno da difendere (“Ogni tanto penso che se perdo subito potrei uscire dalle Top 10, questo -2000 che aleggia sulla mia testa è pesante”) e si reputa ancora una novellina nonostante tutto: “Non credo si possa dire che Barty è una mia rivale. Non sono sul circuito da abbastanza tempo per aver giocato più di 4-5 volte con alcune delle mie avversarie, e questa non può essere considerata una rivalità. Avere una rivale sarebbe una benedizione… perché la vita sarebbe più divertente: potrei fare il tifo per questa, e per quell’altra…”. Poi pochi secondi dopo si addentra nelle sue profonde considerazioni esistenziali, sottolineando come lo scorso anno era più “fearless”, impavida, e pensava che niente la potesse fermare. “Oggi invece, dopo l’anno più duro di tutta la mia vita, apprezzo di più le vittorie perché so quanto è duro raggiungerle”.

 
Matteo Berrettini con il trofeo di “Most Improved ATP Player 2019” (foto Twitter @lottosport)

Per parlare con i tennisti italiani che in virtù dei premi ATP vinti (“giocatore più migliorato” per Matteo Berrettini e “novità dell’anno” per Jannik Sinner) hanno il privilegio-onere di parlare alla stampa prima del torneo, dobbiamo aspettare quasi tutto il pomeriggio. Sinner, che vorrebbe utilizzare il trofeo come mega-boccale di birra, intrattiene i numerosi giornalisti stranieri presenti con i racconti degli allenamenti con Maria Sharapova (“In campo è sempre concentrata sul tennis, fuori cerca di divertirsi come tutti noi”) e con gli altri top player: “Qui mi sono allenato con Federer, Nadal, Zverev, con alcuni ho anche parlato, c’è sempre da imparare da questi campioni”.

L’obiettivo suo e di Piatti per quest’anno è giocare almeno 60 partite: perché nel tennis per giocare tanto è necessari anche vincere parecchio. “Solamente in partita si riesce a capire come fare le scelte giuste, in allenamento c’è la possibilità di fare qualche ripetizione in più, ma è in partita che si apprende a giocare i colpi giusti al momento giusto”. Durante questo suo primo viaggio in Australia non è riuscito a vedere molto di questo Paese (“Ho visto più cose ad Auckland”) e non ha nemmeno trovato un parrucchiere a Melbourne: “Ci ho provato ieri, ma erano tutti chiusi!”.

All’arrivo di Matteo Berrettini ci sono rimasti solo i reporter italiani ad aspettarlo, e il campione romano non riesce a nascondere un sorriso di soddisfazione per non dover rispondere a domande in inglese. Come già accennato, in questi giorni si è allenato quasi sempre all’aperto, tranne in una sola occasione, e nonostante la sua asma non ha avuto alcun problema respiratorio causato dalle polveri sottili o altro. “Sono contento della preparazione che ho fatto – dice Matteo – anche se corta a causa dell’infortunio. Ovviamente arrivo qui con un atteggiamento completamente diverso dall’anno scorso, quando ero molto lontano dalle prime otto teste di serie e sentivo di potermela giocare con quasi tutti. Oggi sono n.8 e incontro tutti tennisti classificati peggio di me, anche se ho ben presente di non aver mai vinto una partita di tabellone principale all’Australian Open”.

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