Osaka, un gesto stupendo, da vera campionessa. Berrettini sconsigliabile ai deboli di cuore

Editoriali del Direttore

Osaka, un gesto stupendo, da vera campionessa. Berrettini sconsigliabile ai deboli di cuore

NEW YORK – Dopo un periodo di confusione post Serena Williams – dodici diverse semifinaliste in tre Slam – forse la WTA ha trovato una vera leader. E il tennis italiano pure

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Coco Gauff e Naomi Osaka - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

È difficile che un grande campione non sia anche una grande persona. Può succedere, ma è abbastanza raro. La storia del tennis maschile di questi ultimi tre lustri lo dimostra, Federer, Djokovic, Nadal, Murray, non sono soltanto grandi campioni con la racchetta in mano. Sono anche personalità carismatiche, personaggi positivi, intelligenti, persone sensibili, in una parola un po’ antica… gente perbene con qualità che hanno saputo mostrare anche fuori dal campo.

Beh, non so se Naomi Osaka, dopo aver vinto due Slam ed essere diventata n.1 del mondo giovanissima ed aver attraversato però poi un periodo poco brillante (non da n.1, di certo), riuscirà a imporre una leadership duratura. Ma il gesto che ha fatto a fine gara, la gara più attesa della giornata, andando a parlare con la piccola Coco in lacrime persuadendola ad accompagnarla al centro del campo e a dire anche lei qualche parola al pubblico che l’aveva osannata, è stato un gesto da grande persona. Da persona sensibile e rispettosa, non egocentrica, intelligente.

“Mi è venuto d’istinto – ha risposto alla mia prima domanda – perché quando le ho stretto la mano ho visto che le stavano scendendo delle lacrime sul viso. Quello mi ha fatto ricordare quanto fosse giovane. Per me quando perdo scappo negli spogliatoi e piango, poi vengo in sala stampa che, vi amo ragazzi, ma non è il massimo! Poi ho pensato che la gente normale non guarda le conferenze stampa, a meno che siano veri tifosi… La gente sarebbe rimasta a guardare il match successivo e non avrebbero saputo cosa le passava per la testa. E allora mi sono detta che sarebbe stato carino per lei rivolgersi a tutta quella gente che era venuta a vederla, a tifare per lei (la stragrande maggioranza)… sì, è stato un gesto istintivo”.

 

Un gesto che è venuto da una ragazza che, al di là di essere l’attuale n.1, ha qualcosa in più rispetto a quasi tutte le top-ten degli ultimi anni. Il tennis femminile ha visto allargarsi la base, crescere moltissimo in profondità il proprio livello, ma non si è più intravista una n.1 e un personaggio come Serena Williams, dacché Serena è rimasta incinta, è diventata mamma e non ha più vinto un torneo.

Ecco, forse Naomi Osaka, e non lo scrivo oggi perché ha battuto 6-3 6-0 – leggete l’attenta, eccellente disamina di Vanni Gibertini – una ragazzina di 15 anni che aveva già fatto un miracolo a raggiungere i traguardi centrati, potrebbe mettere fine a un periodo storico che è diventato negli ultimi anni piuttosto confuso. Incapace di esprimere una vera leader che rimpiazzasse Serena e anche sua sorella Venus. Naomi ha il tennis, il talento, la testa, la personalità, per diventarlo. Forse non avrà mai la cattiveria agonistica delle sorellone cresciute nel ghetto di Compton, ma non è detto che quella debba essere una qualità essenziale. Talvolta, però, aiuta.

Nel 2019 abbiamo avuto fin qui tre diverse campionesse nei tre Slam (Osaka, Barty e Halep), sei diverse finaliste, ben 12 diverse semifinaliste. Una cosa così era successa soltanto nel 2004. Del resto Halep, sorpresa da una qualificata di sicuro talento come Townsend (che però non era mai andata oltre il terzo turno qui e una sola volta in quattro apparizioni) aveva detto prima dell’inizio del torneo: “Sono davvero tante oggi le tenniste che possono vincere un torneo, anche uno Slam”.

E infatti lei campionessa di Wimbledon ha perso dalla n.116 del mondo che ora si ritrova in ottavi di finale e se la può giocare con Andreescu: la n.116 di oggi è molto ma molto più forte della n.116 di 10 anni fa. E le vincitrici degli Slam degli ultimi anni non sono assolutamente imbattibili da chi sta loro molto più indietro. Barty e Pliskova, n.2 e n.3, hanno vinto fin qui ma sempre soffrendo, spesso al terzo set. Kerber che ha vinto tre Slam fra 2016 e 2018 ha perso già lunedì da Mladenovic n.54 (che poi ha perso al turno successivo da Ferro). Idem Muguruza campionessa al Roland Garros nel 2016 e a Wimbledon nel 2017 sconfitta da Riske n.36. E Riske ha perso da Ostapenko, altra campionessa recente di Slam – due anni fa a Parigi – già eliminata dalla sorprendente Ahn, n. 141.

Vi immaginate come giocava la n.141 del mondo 10 anni fa? E Stephens, campionessa all’US Open due anni fa da chi ha perso al primo turno? Dalla n.127, la russa Kalinskaya (anche lei sconfitta al turno successivo). Potrei continuare con Kvitova, pluricampionessa a Wimbledon, che perde da Petkovic n.88… e poi Petkovic perde da Mertens. Insomma, se nel tennis maschile i Fab Four hanno dettato legge per tre lustri almeno, in quello femminile a me pare che Naomi Osaka sia la sola – anche se da gennaio in poi ha patito anche qualche pesante sconfitta, sia a Parigi al terzo round sia a Wimbledon al primo – a poter aspirare all’eredità delle Williams con qualche fondamento.

Ripeto: non avrebbe forse troppo senso magari dirlo oggi perché ha battuto una bimbetta che aveva fatto risultati prodigiosi e altri ne farà. Ma la maturità che Naomi ha dimostrato sia invitando la piccola piangente Coco a non uscire dal campo e abbracciandola con grande trasporto e affetto (“Com’on you are amazing Coco!”) – come succede di solito a tutte le sconfitte che raccolgono in fretta e furia borsoni e racchette e a testa bassa si incamminano verso gli spogliatoi – sia nella successiva conferenza stampa nella quale ha detto solo cose sagge, me la fanno apprezzare talmente come persona che mi sento di scommettere sul suo futuro.

Anche se qui già in ottavi contro Bencic, dalla quale ha perso due volte su due quest’anno (a Madrid e a Indian Wells), dovesse perderci per la terza. Una donna con quelle qualità secondo me alla fine è di un altro livello. Con una postilla però: sulla terra rossa per ora non ha dimostrato di sapersi adattare.

Due parole su Coco: per metà primo set è stata in partita con la n.1 del mondo. Non mi sembra davvero poco. Ha 15 anni, neppure 15 e mezzo. Ragazzi, ma che pretendiamo? Anche il tennis delle donne è diventato più muscolare di una volta. Tirano tutte delle randellate, a cominciare dal servizio, che fanno paura. Coco ha fatto miracoli. Ha potuto giocare solo pochissimi tornei per i limiti imposti dalla WTA fin dai tempi di Jennifer Capriati, a seguito degli incresciosi episodi che la videro, suo malgrado, protagonista. Datele un paio di anni di crescita e vedrete.

Mi ha fatto piacere che Townsend abbia vinto ancora, con il suo tennis “anacronistico”, giurassico, ma bellissimo. Con Andreescu sarà più dura che con la seconda rumena paratasi sul suo cammino, Cirstea. Se il serve&volley è un gioco sconosciuto, di conseguenza anche il passante lo è per quasi tutte.

Ma veniamo finalmente al nostro Berrettini. Se ritengo che Osaka possa diventare la leader del tennis mondiale, Matteo Berrettini diventerà molto presto il leader del tennis italiano, almeno fino a quando Jannik Sinner non avrà 20 anni.

Andrea Pellegrini Perrone, un giovanottino di 20 anni che si sta facendo valere qui a Flushing nella sua prima missione da inviato e la cui prosa non è appesantita dal doppio cognome né dall’essere figlio… d’arte (il padre Massimo ha scritto di sport e numeri per Repubblica, Gazzetta, Corriere dello Sport, dopo essere stato una delle prime scelte di Tommasi direttore a Tele Più), ha riportato fedelmente tutto quanto accaduto nel match vinto con il promettente australiano di genitori russi, 20 anni compiuti a maggio, quindi tre anni più giovane di Berrettini e meno esperto, ma non troppo meno forte.

Per la terza volta consecutiva Matteo ha vinto i primi due set, ha perso il terzo, ha chiuso al quarto. Però ha fatto rischiare l’infarto ai deboli di cuore. Perché il quarto set lo ha riacciuffato per i capelli dopo aver giocato un pessimo, lunghissimo, interminabile undicesimo game sul 5 pari: 21 minuti, 26 punti, quattro palle mancate per il 6-5, break subito alla settima pallabreak. Mettere solo 8 prime in 26 punti non è stato davvero un bell’exploit. E deve ringraziare il “braccino” che si è impadronito di Popyrin, per tutto il resto del match invece intraprendente e coraggioso (impressionante la sua mano sotto rete), perché conquistare tre set point per andare al quinto e fare due doppi falli su tre punti in quei frangenti è stata – per Matteo – pura Provvidenza.

Oggi si sottolineerà la sua prova di carattere, che certo c’è stata. Insieme al fatto che nessun italiano di 23 anni (o meno) era mai stato capace di conquistare due ottavi in due Slam nello stesso anno. Però io direi anche, senza nulla togliere ai suoi meriti perché nel primo e nel secondo set, e anche una parte del terzo, è stato quasi impeccabile. Servizio e dritto hanno fatto sfracelli. Anche se gli stessi colpi di Popyrin non erano da meno. Tennis moderno, pallate a tutta randa.

“A Wimbledon ero arrivato sulla scia di tornei vinti, di ottime partite, qui invece, dopo l’infortunio alla caviglia, era un po’ più… barcollante. Quindi forse la soddisfazione è maggiore, perché più inattesa”

Come andrà contro Rublev, con il quale ha perso a Marsiglia quest’anno dopo averlo dominato nel torneo vinto di Gstaad un anno fa? Beh, il ragazzo russo che quando parla tiene sempre gli occhi bassi, sembra timido ma invece dice anche cose per nulla banali, due anni fa era giunto nei quarti ma oggi gioca decisamente meglio, perché non si affida soltanto al talento e a colpi devastanti: “Due anni fa giocavo senza le gambe. Non difendevo, non recuperavo, non volevo scambiare, dovevo fare il punto nei primi due, tre scambi, e diventavo facilmente pazzo – ha detto proprio così, crazy – se le cose non si mettevano subito per il verso giusto. Ora invece ho lavorato tanto, fisicamente e mentalmente, per lottare per fare un punto, correre, rincorrere… con Tsitsipas abbiamo fatto scambi interminabili e io sono stato lì. Anche con Federer sono stato bravo, perché giocare contro lui, con quel che sa fare, con il nome che si porta dietro… non è stato facile a Cincinnati”.

Rublev mi diceva queste cose (intorno a mezzanotte, ed eravamo solo in tre ad ascoltarlo) appena dopo aver dato tre set a zero a Kyrgios che non giocava per perdere, come gli è capitato di fare diverse volte. Sarà un osso duro, durissimo, secondo me. Matteo dovrà giocare al massimo, forse come ha fatto con Gasquet (“La mia partita migliore anche tatticamente”). Ma Rublev non si fa spingere sui teloni di fondo, anticipa eccome. Però non serve benissimo…

“È raro che io finisca un match senza perdere un paio di volte la battuta… con Kyrgios dovevo stare super concentrato, perché con lui può bastare perdere un game di battuta e perdi anche il set”

“Berretto” alla fine della intervista televisiva con il collega di Eurosport che aveva citato il mio compleanno (due volte 35 anni…), mi ha detto: “Non lo sapevo Ubaldo, ma ti ho fatto un regalo no?”. Io gli dico adesso, sfacciatamente: “Fammene un altro Matteo, batti anche Rublev e poi nei quarti contro Monfils (che con Andujar dovrebbe vincere) ce la giochiamo!”. Già, con lui ho la sensazione di giocare anch’io. Non potrà farmi soffrire più che in quel quarto set al cardiopalmo.

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Coppa Davis

Davis Cup: oltre le più azzurre previsioni. Un’Italia così forte può vincere la Davis? Isner: “Sinner sicuro top 3”

Capitan Fish: “L’Italia può battere qualsiasi squadra”. Forse non la Russia di Medvedev e Rublev. Il mio ricordo di Siviglia 2004, il Sinner di ieri mi ha ricordato quel Nadal

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Jannik Sinner - Finale Coppa Davis Torino 2021 (Photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

“Abbiamo una squadra fortissima”. Ipse, Sinner, Dixit. Come dargli torto? “Sinner diventerà certamente un top-3 del mondo!”. Ipse, Isner, dixit. Come dargli torto dopo quello che ho visto oggi?

Due esordienti hanno stroncato le reni ai giganti made in USA. Mi è tornata in mente la finale di Coppa Davis, quella vera, di Siviglia nel 2004 quando due tennisti nati e cresciuti nella piccolissima isola di Maiorca, l’esordiente diciottenne Rafa Nadal e il ventottenne Carlos Moya, stroncarono le reni a un Paese di 300 milioni di abitanti. Già, anche in quell’occasione, sul banco degli sconfitti ci finirono gli Stati Uniti, vincitori di 32 Coppe Davis, che schieravano Andy Roddick e per l’appunto l’attuale capitano di Coppa Davis Mardy Fish.

La Coppa Davis non è più la stessa, purtroppo, ma è vero che abbiamo una squadra fortissima se anche senza il nostro numero uno, Matteo Berrettini, siamo stati capaci di risolvere in due ore e mezzo la pratica americana a Torino.

 

In 2 ore e 31 minuti in totale l’Italia dei due esordienti in azzurro, con tanto di scritta Italia sulle spalle blu, Lorenzo Sonego e Jannik Sinner, ha dominato i giganti degli Stati Uniti, Reilly Opelka e John Isner, senza neppure perdere un solo game di servizio. Nessuno dei due azzurri. Sonego in un’ora e 29 minuti (6-3 7-6) ha concesso una sola palla break nel sesto game del primo set, cancellandola coraggiosamente. Sinner (6-2 6-0 in un’ora e 2 minuti) ne ha salvate tre consecutive nel secondo game del secondo set quando peraltro già era avanti di un break.

Se ieri ci avessero detto che un paio di giocatori avrebbero potuto chiudere il loro match senza perdere il servizio, avremmo probabilmente pensato che quelli sarebbero stati gli americani. C’è qualcuno al mondo che batte più forte di loro? Invece a non perdere il servizio sono stati gli azzurri e non quei due tipacci che tirano giù noci di cocco a 235 km orari da più di 4 metri e mezzo d’altezza, sommando la loro, la lunghezza delle braccia, quella della racchetta con l’aggiunta del saltino che hanno imparato a fare per incocciare la malcapitata pallina più su ancora per strapazzarla ben bene.

Francamente neppure il tifoso più ottimista avrebbe potuto immaginarsi uno scenario del genere. Io, ad esempio, non avevo nascosto la mia preoccupazione. Temevo soprattutto che Lorenzo Sonego patisse l’emozione di giocare nella sua Torino, a coronare un sogno di qualunque bambino che prende la racchetta in mano: giocare in Coppa Davis per l’Italia e proprio nella tua città, davanti alla tua famiglia, ai tuoi amici, con l’obbligo di vincere perché… il doppio americano aveva i favori generali del pronostico contro qualsiasi coppia azzurra. Sulle spalle c’era un carico di pressione assai pesante. Pesantissimo. Roba da far tremare i polsi, insomma. Sinner si era già più abituato, nel corso dell’anno, giocando finali davvero importanti, a situazioni pesanti.

Beh, Lorenzo ha cominciato il suo match mettendo dentro 4 prime palle sui primi 4 punti, tutti vinti. Meglio di così non poteva cominciare. Ha perso meno punti sul proprio servizio che non Opelka anche nel primo set: lui 6 in 5 turni, l’americano 7 in 4 turni. 28 punti per Sonego nel primo set, 21 per Opelka. E nel secondo, fino al tiebreak, la differenza è stata ancora più netta: Sonego ha ceduto 3 punti soltanto in 6 turni, Opelka 8. Quando Lorenzo ha fatto subito il minibreak nel tiebreak è apparso quasi fosse la logica conseguenza di quel che avevamo visto fono a quel momento.

Così come il fatto che Lorenzo, mettendo a segno l’ace n.4 e l’ace n.5 nel secondo e nel sesto punto di quel tiebreak, è stata la dimostrazione di una straordinaria lucidità e capacità di concentrazione. Quel minibreak gli è bastato, tenendo tutti i suoi servizi a non concedere la minima chance a un Opelka così stranito da apparire quasi rassegnato. Ma era furibondo… tanto che, obbligato a presentarsi in conferenza stampa, è stato di una scortesia, e di una mancanza di professionalità, pazzesca. Ha risposto a monosillabi, un vero gigante nella maleducazione.

Tutto il contrario di John Isner. Un Isner che aveva molte più ragioni di essere furioso. Mai aveva perso con un punteggio simile. 6-2 6-0! Ma vi rendete conto? Mentre arrivava in sala stampa ero andato di corsa a leggere i suoi risultati di 15 anni, dal 2021 al 2006 e non avevo trovato nessuna batosta così dura. Mai neppure un 6-0. La volta in cui aveva fatto meno game erano stati 4. Con Sinner ne ha fatti 2.

Cercando di non maramaldeggiare, ma solo dopo essermi reso conto della sua educazione – ha anche detto che era stata bellissima l’atmosfera, il tifo degli italiani e che l’unico dispiacere era stato quello di non essere riuscito a essere più competitivo – gli ho dovuto dire che avevo cercato nelle statistiche un punteggio altrettanto duro da lui subito nel corso della sua lunga carriera e lui ha ammesso con grande savoir faire: “Non ricordo che mi sia mai successo, ce lo siamo chiesti anche noi negli spogliatoi, ma Sinner ha giocato in un modo incredibile, non mi ha dato alcuna possibilità… è stato davvero troppo bravo. Non c’era davvero nulla che io potessi fare e se mi guardo indietro ci sono poche volte nelle quali non ho avuto un colpo in canna, una chance per rovesciare un match. Oggi invece è stato così. Non ricordo un match che io abbia perso altrettanto facilmente. Credo sia la prima volta. Naturalmente tutto il credito va a lui… che, ed è ancora più importante, è un bravissimo ragazzo, a very nice kid, davvero”.

È stato lì che gli ho chiesto se a suo avviso Sinner aveva le carte in regola per aspirare a un posto fra i primi 3 tennisti del mondo. E lui non ha avuto dubbi: “Anche se avessi giocato al meglio delle mie possibilità non so se sarei riuscito a batterlo oggi. Credo che questa indoor sia probabilmente la superficie più adatta al suo tennis. Forse se avessi avuto qualche match in più d’allenamento alle mie spalle avrei potuto giocare un match un po’ più equilibrato, ma non so se ci sarebbero molti giocatori che potrebbero batterlo su questo campo. Sono sicuro che sentirete parlare molto di lui in futuro, avrà molta pressione sulle sue spalle, ma la risposta è sì, lo vedo arrivare fra i primi 3 tennisti del mondo. Questa superficie è probabilmente la migliore per lui, ha avuto davvero ottimi risultati indoor quest’anno, penso che abbia solo 20 anni. Ma sì, penso che avrà certo un futuro radioso. Il nostro sport è fortunato ad avere un ragazzo come lui”.

E Mardy Fish ha poi detto: È la prima volta che vedo Sinner così da vicino e sono rimasto incredibilmente impressionato. Sì, perché avrò visto giocare Isner 600 o 700 volte e non ho mai visto nessuno rispondere al suo servizio come ha fatto stasera Sinner… E anche John mi ha detto la stessa cosa… Ci sono tanti giocatori che ho visto rispondere particolarmente bene, i del Potro, i Medvedev, ma stando lontani dalla riga di fondo. Lui sembra vedere bene prima dove andrà la palla. Decisamente il tennis italiano ha davanti a sé un brillante futuro. Per come gli italiani hanno giocato oggi, avrebbero vinto contro qualunque squadra al mondo”.

Beh… e se avessimo avuto anche il miglior Berrettini? Davvero forse soltanto la Russia di Medvedev e Rublev sembra più forte di noi, se i nostri giocano così. E il rimpianto per il formato della vecchia Coppa Davis cresce a dismisura. Perché potendo giocare 4 singolari invece di due, e riducendo l’importanza del doppio che oggi vale il 33 per cento dei punti e nella antica Coppa Davis invece valeva il 20 per cento, avremmo avuto vere chances di conquistarla per più di uno, due o tre anni. Se pensiamo che l’abbiamo vinta una volta sola… beh, cavolo, come sono cambiate le cose in un paio d’anni, da quella semifinale parigina raggiunta da Cecchinato a Parigi (dopo un “buco nero” di circa 40 anni e 160 Slam!), al trionfo monegasco di Fabio Fognini nell’aprile 2019, con gli 11 tornei vinti da allora dai tennisti italiani in mezzo a 13 finali raggiunte.

Oggi dobbiamo stare attenti. Dobbiamo vincere entrambi i singolari perché il doppio contro Cabal e Farah (campioni a Wimbledon nel 2019) non ci vedrebbe favoriti. Non credo che Galan possa combinarci lo scherzo di battere Sinner e che Mejia (se gioca lui invece di Cristiano Rodriguez) possa creare veri problemi a Sonego. Ragionevolmente giocheremo i quarti di finali lunedì contro la Croazia di Cilic e Gojo. Sinner dovrà giocare contro Cilic e Sonego contro Gojo. E anche in quel caso sarà meglio vincere entrambi i singolari, perché contro Pavic e Mektic, n.1 mondiale del doppio, sarebbe meglio non dover giocare un match decisivo.

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Editoriali del Direttore

Davis Cup, i tennisti vedono l’Italia favorita con gli USA. Io mica tanto, ma spero di sbagliarmi

Tante incertezze sulle formazioni. Il gran dubbio Fognini-Sonego. Chi giocherà fra Isner e Tiafoe? E sì che Isner sarebbe il N.1, ma Opelka non lo si discute

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Ho sempre pensato che la Croazia fosse più forte di quest’Australia, anche se non mi aspettavo che Gojo battesse Popyrin. E a confermare il mio pronostico è arrivata la prima tristanzuola giornata di Coppa Davis a Torino, pochissimi spettatori nonostante i ragazzi portati dalle scuole, spalti vuoti salvo uno sparuto gruppo croato.

D’altra parte non si poteva pretendere che qualcuno arrivasse dall’Australia, fra i Paesi più difficili al mondo da raggiungere (o in cui rientrare) ma non semplice neppure da lasciare.

La Croazia, che ha chiuso sul 2-0 i singolari ancora prima di schierare il doppio n.1 del mondo Pavic-Mektic (che infatti hanno dominato gli aussies Peers-De Minaur) giocherà lunedì – ormai sono in vena di pronostici – contro chi emergerà già stasera dal duello Italia-USA.

 

Partita durissima, quella dei nostri, perché giocare indoor contro i giganti americani, Opelka 2 metri e 11, Isner 2 metri e 8, e senza l’apporto di Matteo Berrettini non è davvero un sorteggio ideale.

Oggi i giocatori con cui ho avuto la possibilità di parlare, Gojo, Popyrin, Cilic, hanno detto tutti che l’Italia doveva essere considerata leggermente favorita. Chi riferendosi alla gran forma di Sinner, chi al fattore campo, chi all’annata particolarmente felice del tennis italiano.

Io confesso di non essere stato in grado di capire se Filippo Volandri ha intenzione di schierare come secondo singolarista Fabio Fognini oppure Lorenzo Sonego. Non ho potuto verificare chi sia più in forma dei due, il “trispapà” Fabio o il torinese e torinista Lorenzo, perché a differenza di Jannik che si è allenato al PalaAlpiTour con un Volandri ancora in buone condizioni atletiche e tennistiche, loro due sono andati a giocare al Cral Reale Mutua.

Volandri in questi giorni sembra essere stato in maggiore sintonia con Fognini, che stamattina si è allenato sfoggiando una maglia azzurra con su scritto Italia. Forse Volandri ha più fiducia nell’esperienza di Fognini. Ma è anche vero che conosce tutto sommato meglio Fognini che Sonego, il quale avrebbe l’handicap di esordire con la maglia della nazionale (salvo che alle Olimpiadi…).

Il campo con i rimbalzi alti, e non particolarmente veloce – anzi…e poi ci sono le palle Wilson anziché le Dunlop delle ATP Finals – parrebbe dare a Fognini qualche margine di vantaggio. Tuttavia a me la scelta Fognini pare molto rischiosa: non so quanto abbia potuto allenarsi e non è che i suoi ultimi risultati siano stati entusiasmanti.

Bisogna vedere anche chi sceglierà capitan Mardy Fish: se decidesse di schierare i due giganti, Isner N.24 scenderebbe in campo da N.1 contro Sinner ma per secondo, mentre il primo match lo disputerebbero i numeri due, Opelka N.26 e Fognini N.37.

Però, se invece Fish volesse tenere fresco Isner, 36 anni e mezzo, per schierarlo in doppio al fianco di Sock o di Ram, allora Opelka diventerebbe il N.1 contro Sinner e Tiafoe giocherebbe contro Fognini.

Onestamente il doppio italiano non mi sembra forte come qualunque dei tre doppi che possono schierare gli Stati Uniti. La vittoria all’Open d’Australia di Fognini e Bolelli è ormai parecchio datata: 2015, sono passati quasi sette anni.

Ergo dobbiamo cercare di vincere i due singolari. E mentre Sinner deve essere considerato favorito, con le riserve del caso, nel singolare dei numeri uno, nell’altro match a me non pare che saremmo favoriti.

Quindi, augurandomi ovviamente di sbagliare, a differenza di quello che hanno detto tutti i tennisti ascoltati oggi, un leggerissimo margine per me ce lo ha il team USA.

Quanti break potranno mai subire Opelka e Isner se dovessero giocare i singolari? Di sicuro qualche set finirà al tiebreak. E magari perderanno un set 6-4 o 7-5. Se Fognini perdesse un servizio, come ne recupererebbe uno o due?

Sulle prime mi ero rallegrato che il campo di questa Coppa Davis non fosse così veloce come quello delle ATP Finals.  Però poi ho sentito Mardy Fish dire che ai suoi giocatori il campo più lento piaceva: “Gli aces e i servizi vincenti li fanno ovunque, anche se un campo è lento. Ma se è troppo veloce non riescono a recuperare sugli angoli. Forse per Isner il campo in terra  battuta è quello ideale…”.

E in effetti mi sono ricordato di Isner che battè Federer sulla terra rossa in Svizzera in Coppa Davis o che fece una gran battaglia con Rafa Nadal al Roland Garros nel 2011. Rafa vinse 6-4 6-7 6-7 6-2 6-4. Quest’anno al Roland Garros Isner ha lottato per 4 set con il finalista del torneo Tsitsipas.

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Editoriali del Direttore

Sascha Zverev, un doppio Maestro e una storia che ricorda Ivan Lendl: tanti tornei vinti, zero Slam

Il percorso del tedesco, già n.3 ATP a soli 20 anni e mezzo, è simile a quello del ceco che nel novembre 1981 era anche lui già n.3, ma fino all’84 non vinse uno Slam. Poi però furono 8

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Alexander Zverev - Nitto ATP Finals Torino 2021 (foto @atptour)

Non avrà vinto ancora uno Slam, ma intanto è un doppio Maestro. Aveva vinto le ATP Finals a Londra nel 2018, sorprendendo Nole Djokovic dal quale aveva perso nel round robin, si è ripetuto a Torino ridiventando Maestro dopo aver battuto il n.1 Djokovic e il n.2 del mondo Medvedev fra semifinale e finale.

Zverev è soltanto il quarto tennista che infilando la doppietta n.1 e n.2, finisce per vincere il Masters. Ci sono stati anche tre tennisti che avevano battuto il n.1 e il n.2 del mondo fra girone all’italiana e semifinale, ma poi non avevano vinto il torneo che chiude l’anno ATP: Gene Mayer, David Goffin e Dominic Thiem. I soli tre invece che battendo n.1 e n.2 hanno invece trionfato nel Masters erano stati Lendl nell’82 (che batté McEnroe e Connors), Edberg nell’89 (superò Lendl e Becker) e Agassi nel ’90 (sconfisse Edberg e Becker).

Per ora il cammino di Sascha Zverev ricorda molto da vicino quello di Ivan Lendl che fino al 1984 – quando rimontò John McEnroe in una memorabile finale a Parigi – non era mai riuscito a vincere uno Slam pur avendo giocato quattro finali Majors. Ricordo che molti scrissero di lui come se potesse essere una vittima di un “complesso Slam”. Sì, perché da quando un Ivan ventenne – nato il 7 marzo 1960 – aveva vinto il suo primo torneo nell’aprile del 1980 sulla terra battuta di River Oaks a Houston, si era cominciato a parlare di lui come di un ormai prossimo Slam-winner. Peccato, però, che al momento decisivo Ivan falliva sempre la prova.

 

Quando finalmente Lendl trionfò al Roland Garros, e in circostanze abbastanza rocambolesche, con McEnroe che lo stava dominando e improvvisamente perse la testa per via di un fotografo che lo disturbava con i clic della sua macchina fotografica, Lendl aveva già vinto la bellezza di 40 tornei. Tornei anche importanti, fra quelli del circuito WCT e altri che oggi equivarrebbero ai Masters 1000. Il trionfo al Roland Garros 1984 fu il titolo n.41 per il ceco di Ostrava. Aveva appena compiuto 24 anni. Ma già prima dell’US Open 1981 Lendl era asceso al terzo posto delle classifiche mondiali. A 21 anni e mezzo. Nessuno pensava che gli ci sarebbero voluti altri due anni e mezzo prima di aggiudicarsi uno Slam.

Stessa cosa si è pensato per Sascha Zverev quando già nel 2017, a 20 anni, ha vinto cinque tornei e fra quelli due Masters 1000 come gli Internazionali d’Italia e il Canadian Open (oltre a Washington, sì il torneo vinto quest’estate da Sinner, Monaco e Montpellier). E poi, nel 2018, un altro Masters 1000 sulla terra battuta, Madrid, prima del bis a Washington e Monaco, e delle Finals ATP a Londra per il primo incoronamento da Maestro. Però, dopo un’involuzione tecnica e psicologica che lo portava a commettere più doppi falli che ace nelle fasi decisive di un match, nel 2019 Sascha ha fatto il passo del gambero, retrocedendo da n.3 a n.7 del mondo. Soltanto al diciottesimo Slam, nel gennaio 2020 a Melbourne, è riuscito a raggiungere la prima semifinale di uno Slam. E a fine 2020 c’è stata quella finale all’US Open nella quale, dopo aver vinto i primi due set, si è fatto rimontare e, pur avendo servito per il match contro Thiem, ha finito per perdere la trebisonda, servendo con braccio rattrappito dalla tensione nel finale, perso al tiebreak decisivo.

Adesso Zverev ha vinto 19 tornei, e dimostrato a Torino di aver compiuto davvero grandissimi progressi. Ha giocato per tutto il torneo in modo davvero eccellente. Ha vinto la maggior parte degli scambi prolungati a fondocampo con Djokovic sabato sera. Ha dominato Medvedev anche negli scambi di rovescio domenica. E avrebbe dovuto vincere già nel round robin contro lo stesso avversario. Invece ci ha perso al tiebreak del set decisivo e solo per 8 punti a 6.

In finale, rovesciando l’esito del match del girone eliminatorio come è successo per 11 volte su 19 Masters, si è preso il rischio e la soddisfazione di servire l’ace con la seconda battuta sul matchpoint al termine di una partita nella quale non ha concesso lo straccio di una pallabreak al russo. Lo aveva breakkato nel terzo game del primo set, e di nuovo nel primo gioco del secondo set per un doppio 6-4.

Perché Zverev conquisti il suo primo Slam prima dei 25 anni, dovrà cercare di vincere l’Australian Open. A questo punto, con Djokovic alle prese con il vaccino sì-vaccino no, con Federer che è incerto perfino se partecipare a Wimbledon 2022, con Nadal che non ha più giocato agonisticamente da Washington, Zverev sa di poter essere considerato favorito del torneo non meno di Medvedev e …Djokovic se Nole andrà.

A novembre 1984 Lendl vinse il Benson&Hedges e il suo torneo n.42, Zverev nel novembre 2021 è fermo a quota 19. Però il tedesco dal 2017 in poi ha dovuto misurarsi con i Fab 4… Questo non basta a spiegare tante cose? Oggi Sascha, a 24 anni e mezzo – è nato il 20 aprile del 1997 – è indiscutibilmente il n.3 del mondo. Ha trionfato in 6 tornei, più di chiunque altro, e fra questi 6 tornei ce ne sono almeno 4 di assoluto prestigio: i 2 Masters 1000, il torneo olimpico di Tokyo con la medaglia d’oro, le finali ATP. Alla fine il presunto “complessato” Lendl ha vinto 8 Slam e anche se non ha mai centrato il suo incubo Wimbledon – due finali, 5 semifinali però – ha vinto 2 Australian Open, 3 Roland Garros e 3 US Open. Io dico che Zverev firmerebbe per vincere 8 Slam. Voi no?

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