La gioia di Berrettini: "So di essere un pugile che va ai fianchi!"

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La gioia di Berrettini: “So di essere un pugile che va ai fianchi!”

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Matteo Berrettini e Gael Monfils - US Open (via Twitter, @usopen)

Una cosa che ho imparato a fare è non portarmi dietro le brutte sensazioni dopo le occasioni fallite“. Esordisce così in conferenza stampa Matteo Berrettini, dopo la splendida vittoria in cinque set ai danni di Gael Monfils che gli ha regalato l’accesso alla sua prima semifinale Slam.

Ricordo una delle peggiori delusioni della mia vita, al Bonfiglio, ho perso con dodici match point a favore. Non ho dormito per due notti, ci tenevo. Ma ho imparato che ci sono altre occasioni. L’ultimo turno di qualificazioni in Australia contro Kudla (nel 2018, ndr), ero in vantaggio 5-2 e poi 5-3 40-15. Ho perso e non ho parlato due ore. Si deve imparare ad affrontare queste cose, sono esperienze, in qualche modo devi quasi sperare che succedano queste cose, così sarai pronto a superarle in seguito. Deve esserci un pizzico di ognuna di queste esperienze nella tenacia che Matteo ha dovuto dimostrare sul campo per cancellare la delusione dei quattro match point falliti, il primo commettendo un doppio fallo, e quindi convertire il quinto.

Una partita entusiasmante, forse non sempre ricca di colpi di qualità ma dal quarto set in poi in grado di tenere gli spettatori incollati sui seggiolini. Come fossero al cinema. “Che film è stata la mia partita di stasera? Django Unchained, perché è stato un bagno di sangue! Parlavo col mio mental coach prima, mi ha detto che pensava che si potesse nascere e morire una sola volta, e che invece guardando il match gli era successo un sacco di volte! Sono crollato, mi sono rialzato, tante volte, questo è un grande motivo di orgoglio“.

L’inizio di partita è invece stato molto difficile per Matteo, imbrigliato dal gioco di contenimento del francese. “Sì, è vero, ne parlavo anche col mio angolo, dicevo la stessa cosa, all’inizio non sapevo come fargli punto. Prima cercavo di sfondarlo un po’ troppo, con palle tese, e lui si appoggiava bene. Ho alzato il livello, ho iniziato a usare un po’ di traiettorie diverse, a muovere la palla bene; ero pronto, mi ero preparato con i miei allenatori. Le condizioni erano toste, caldo e umido, e io so che il mio gioco logora, per starmi dietro bisogna far fatica, alla lunga esco fuori. E poi mi sono abituato bene ai cinque set: so di essere un pugile che va ai fianchi!“.

Il 23enne ha parlato anche dell’impatto con lo stadio di tennis più grande del mondo, l’Arthur Ashe. “Questa mattina mi sono scaldato e mi sentivo così bene da esser sorpreso, era un campo grandissimo e di solito ci metto di più ad abituarmi. Quando sono entrato e ho sentito quell’umidità sapevo che avrei sudato tantissimo, ho dovuto anche cambiare le scarpe; ma in cinque set ho fatto in tempo ad abituarmi a tutte le condizioni diverse, umidità, freddo, caldo, tetto aperto, tetto chiuso. Sono stato bravo a restare concentrato semplicemente sul piano di gioco. La tensione non è mai passata, sono solo stato più bravo a gestirla col passare dei minuti. All’inizio faticavo perché nonostante tirassi forte non riuscivo a sfondarlo, non sapevo come fare punto se non servendo forte sulle righe, poi però ho continuato a metter peso sulla palla e gli ho dato più fastidio, piano piano lui ha perso fiducia. All’inizio c’erano troppe cose a cui pensare, mi sono sentito teso un po’ come a Wimbledon, poi sono riuscito a pensare solo al mio gioco.

Matteo Berrettini e Gael Monfils – US Open (via Twitter, @usopen)

VERSO LA SEMIFINALE – La cavalcata di Matteo è stata senz’altro coinvolgente, ma si comporrà (almeno) di un’altra tappa: la semifinale contro il vincente della sfida tra Schwartzman e Nadal. “Beh, Diego lo conosco meglio, abbiamo giocato due volte quest’anno: una sulla terra e una sull’erba. Sarà una semifinale Slam, quindi non posso aspettarmi un match normale. Ma lo conosco, e forse sarei più pronto. Certo conosco anche Rafa, avrà visto un centinaio di sue partite. Chi non lo conosce? Sarebbe durissima contro di lui“.

Un centinaio di partite, si diceva, e tra queste ce n’è una che a Matteo ricorda un aneddoto molto divertente. “Ricordo la finale di Nadal a Roma contro Coria, la stavano dando in TV su un canale in chiaro che trasmetteva cartoni animati. Io ero piccolo (era il 2005 e Matteo aveva nove anni, ndr) e questi ragazzi sono stati in campo sei ore. Ma andiamo, io volevo guardare i cartoni! Sì, lo ricordo e fu incredibile. Penso anche ai miei compagni di scuola, che iniziarono a seguire il tennis perché videro quella partita. E mi dicevano, anche tu fai questo sport? E io rispondevo che sognavo di giocare partite come quelle. E adesso eccome qui. Sono felice“.

 

Il tabellone maschile completo (con tutti i risultati aggiornati)

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Brian Vahaly e il suo coming out: “L’ATP non aiuta i gay a sentirsi parte del tennis”

Quando l’ex numero 64 del mondo disse apertamente di essere gay ricevette oltre 1000 messaggi da parte degli hater, comprese minacce di rapimento per i suoi figli. Nonostante questo, spera che il suo percorso di auto-accettazione ispiri anche altri

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Brian Vahaly ai tempi della sua carriera da professionista (Credit: @Tennis on Twitter)

Qui l’articolo originale di ubitennis.net

L’americano Brian Vahaly non ha mai vinto un titolo ATP durante la sua carriera, ma in tanti lo considerando un apripista del mondo del tennis. Da giovane si impose come una delle più brillanti promesse del circuito juniores vincendo l’Easter Bowl e arrivando tra i primi venti al mondo. Dopo questi successi, Vahaly non passò subito al circuito maggiore ma scelse di giocare al college e laurearsi, un approccio che non era così comune a fine anni Novanta, a differenza di quanto succede adesso. Rappresentando Virginia raggiunse anche la finale del campionato NCAA da non testa di serie.

Da pro, Vahaly ha raggiunto un best ranking di numero 64 ATP e ha vinto cinque titoli Challenger. Durante la sua carriera ha affrontato giocatori come Micheal Chang, Andre Agassi, Juan Carlos Ferrero, Lleyton Hewitt, Carlos Moya e Gustavo Kuerten. Verso la fine della sua carriera, gli infortuni hanno iniziato ad ostacolare le sue performances sul circuito. Brian si è ritirato nel 2006 all’età di 27 anni e undici anni dopo ha detto per la prima volta di essere gay in un podcast. Una mossa coraggiosa che Vahaly spera possa ispirare altri nonostante tutta la negatività che ha ricevuto. Brian ha detto a Ubitennis.net che dopo quel podcast ha ricevuto più di 1000 messaggi d’odio. Nell’Open Era non c’è mai stato un tennista apertamente gay che abbia preso parte a un torneo del Grande Slam.

 

Oggi Vahaly vive a Washington con suo marito Bill Jones; la coppia ha due gemelli. Attualmente è l’amministratore delegato di Youfit Health Clubs, e ha deciso di parlare ad Ubitennis del percorso di accettazione della realtà che dovrebbe fare il tennis per essere più inclusivo verso i giocatori LGBTQ, della gestione della sua salute mentale da giocatore e di molti altri argomenti.

Sei stato al numero 64 del mondo, hai vinto cinque Challenger e hai giocato sette tornei dello Slam. Qual è il miglior ricordo della tua carriera?

Penso di poter dare due risposte. Un momento magico è stato quando ho battuto Micheal Chang, un mio idolo da adolescente. Il secondo è stato il torneo di Indian Wells 2003, quando vinsi contro Juan Carlos Ferrero (che di lì a poco sarebbe diventato numero uno del mondo), Fernando Gonzalez e Tommy Robredo. Quello fu un grandissimo momento per la mia carriera.

Prima di arrivare al circuito ATP hai giocato molto nei tornei dei college americani.

Ho giocato per Virginia per quattro anni. Mi sono laureato in un momento in cui non così tanti atleti dei college riuscivano a sbarcare nel circuito ATP. Le cose sono cambiate da John Isner e Steve Johnson in poi. Ora è bello vedere che diversi giocatori cresciuti nei college poi riescono a diventare professionisti. Personalmente, per me l’istruzione era molto importante.

Verso la fine della tua carriera hai patito un infortunio e precedentemente avevi detto che avevi bisogno di passare un periodo lontano dal tennis per gestire cose relative alla tua vita personale. Perché hai sentito la necessità di lasciare i campi per occuparti di questioni personali?

Ho avuto un problema alla cuffia dei rotatori e sono stato operato diverse volte. All’epoca pochi giocatori riuscivano a mantenersi competitivi quando arrivavano alla soglia dei trent’anni. Anche per questo ho iniziato a pensare di smettere, anche se poi le cose sono cambiate. Ho iniziato ad accettare la mia sessualità cercando di capire chi ero davvero. Semplicemente non mi sentivo incluso o accettato dallo sport che amavo. Più specificamente, era un ambiente molto conservatore. Quindi quando ho smesso di giocare sono sparito per un po’. In questo modo ho potuto riflettere meglio su alcune cose riguardanti me stesso e su quello che volevo davvero. Si è trattato di un processo di auto-esplorazione e all’epoca pensavo di poter riuscire a farlo meglio lontano dal tennis.

Hai detto che quello del tennis era un ambiente molto conservatore. Cosa intendi con questo?

Sul tour si facevano un sacco di battute omofobe. Si tratta di un circuito molto maschilista e competitivo. Non c’è rappresentanza per i gay, a differenza del circuito femminile. Sicuramente da giovane non avevo una grande personalità e avevo bisogno di capire al massimo me stesso, e sentivo che nel tennis non ci fosse nessuno con cui parlarne e nessuno che attraversasse qualcosa di simile.

Ti sei mai chiesto se la tua carriera avrebbe potuto essere diversa nel caso in cui avessi fatto coming out mentre eri attivo sul circuito?

Non mi piace pensare al “come sarebbe stato se”. Però mi chiedo se la qualità del mio gioco ne avrebbe beneficiato nel caso in cui fossi stato più libero mentalmente. Detto questo, so che durante gli anni Duemila non mi sarei sentito a mio agio a viaggiare in giro per il mondo. Alcuni paesi sono tuttora molto ostili nei confronti dei gay. C’era comunque una componente di rischio in un eventuale coming out, anche dal punto di vista economico. Come avrebbero reagito gli sponsor? Non si può sapere. Sono rischi che non vuoi correre se hai passato 25 anni a lavorare come tennista.

Oggi si parla molto di salute mentale dei giocatori riguardo anche casi famosi come quello di Naomi Osaka. Quindici anni fa queste discussioni non erano così accese, quindi come gestivi la tua vita sul tour?

Quando ero sul circuito avevo una psicologa sportiva, una donna di nome Alexis Castorri. Lei è stata molto influente su di me sia nel cercare di trarre quanto più era possibile dalla mia carriera sia una volta che ho smesso nell’aiutarmi a venire a patti con la mia sessualità. La salute mentale è un tema fondamentale per me. Sono seguito da una psicologa da 19 anni, e supporterò sempre chi dà priorità a questo aspetto.

Nel 2017 hai parlato pubblicamente della tua sessualità per la prima volta. Ti aspettavi quel tipo di reazioni?

Sapevo che per me sarebbe stato importante parlarne apertamente appena ne avessi avuto l’opportunità. Volevo solo dirlo una volta per tutte. Non prevedevo che sarei diventato un difensore di questa causa. Ma non volevo sentirmi come se mi stessi nascondendo, anche se ero già sposato. Dopo aver avuto figli, è cambiato il modo di pensare riguardo a ogni cosa e ho pensato che dovessi farmi avanti in qualche modo. Sono molto introverso, quindi tengo molto alla mia privacy, ma il fatto di avere figli ti cambia le cose.

Da quando ti sei esposto ci sono stati giocatori che ti hanno chiesto aiuto o consigli?

Non ho sentito nessuno del circuito ATP. Qualcuno con cui sono cresciuto ai tempi del tennis dei college sì, ma nessuno dal circuito professionistico. Dopo quel podcast in cui ho fatto coming out ho ricevuto una buona quantità di e-mail spiacevoli. Forse più di 1000 messaggi da persone che erano disgustate dal fatto che due uomini crescessero figli insieme. Ho ricevuto molto odio, ma sono stato avvantaggiato dal fatto di avere già una certa età, ero preparato psicologicamente e dunque tutto questo non ha avuto un grande impatto su di me. Ma quando la gente mi diceva che sapevano dove abitavo e che sarebbero venuti a portare via i bambini era spaventoso. La mia esperienza non è stata tutta rose e fiori, insomma. Devo accettare il fatto che c’è una buona parte degli Stati Uniti, e del resto del mondo che non crede sia accettabile il modo in cui la famiglia vive. Però lo sport mi ha insegnato a gestire le avversità.

Sul circuito ATP tuttora non ci sono membri LGBTQ, il che potrebbe essere una coincidenza oppure no. Pensi che il tennis maschile debba fare qualcosa in più per diventare un ambiente più aperto?

Se guardi a cosa stanno facendo nella NFL e nella NBA confrontandolo a quello che succede nell’ATP, delle differenze ci sono. Una delle ragioni per cui ora siedo nel board della USTA è cercare di cambiare in questo senso lo US Open. Come possiamo organizzare un Pride? Come possiamo allestire eventi simili? La USTA e lo US Open negli ultimi due anni hanno fatto ottimi passi avanti. Penso che l’ATP potrebbe aiutare, se avesse una mentalità più aperta. Al momento hanno deciso di non farlo. Direi che l’Australian Open in merito sta facendo un ottimo lavoro e mi auguro continui così. Non voglio fare prediche, ma sto cercando di promuovere una mentalità più aperta in modo che le persone LGBTQ capiscano che anche loro possono fare parte di questo sport.

Di recente il giocatore di football americano Carl Nassib ha fatto coming out. Quanto è stato importante?

La NFL è una cosa e il tennis un’altra, ma penso che comunque sia una cosa che aiuti. Il football americano del resto è uno degli sport dove il machismo impera di più. Vedere come tifosi e giocatori reagiscono è molto importante. Penso che Carl abbia gestito bene la situazione. Penso che non sia nemmeno una cosa su cui si debba discutere più di tanto. Spero che i tifosi lo capiscano, quando vedono un gay competere esattamente come gli altri. Il cambio di mentalità avverrà in tempi lunghi, ma è importante vedere che atleti così importanti prestano attenzione al tema.

Considerato quel che hai passato, che consigli daresti a chi potrebbe attraversare la tua stessa esperienza?

Trova qualcuno con cui parlare, qualcuno di cui ti fidi. Sappi che ci sono persone come noi là fuori, se hai domande. È bello avere qualcuno con cui parlare che possa aiutarti a imparare qualcosa su te stesso. Quello che faccio io è cercare di avere una vita normale. Ho una casa e due bambini, e li accompagno a scuola la mattina. Parlando di sport, vorrei far capire che puoi avere una grande carriera da atleta ed avere una famiglia a prescindere dalla tua sessualità.

Ora che ti sei ritirato dal tour da un po’ di anni, prenderesti in considerazione l’opportunità di tornare da coach o da addetto ai lavori, se arrivasse?

Onestamente non penso che sarei in grado di essere un buon coach. Sono abbastanza bravo a spiegare la tecnica e la meccanica dei colpi, ma finisce lì. Mi sono spostato nel settore del business e mi piace. Ho avuto alcuni grandi successi nella vita lontano dal tennis. E poi non penso che viaggiare molto mi piacerebbe ancora. Funzionava bene quando ero single e avevo vent’anni, ma ora sono un uomo di famiglia e mi piace passare del tempo a casa con i miei bambini. Certo, sarei felice se potessi essere d’aiuto a qualche giocatore, aiutando gli atleti relativamente alla loro forza mentale.

Cos’hai imparato nella tua carriera di tennista che ti ha poi aiutato in quella da imprenditore?

Amo il tennis e quello che mi ha insegnato in termini di gestione della sconfitta, della vittoria, della strategia di gioco. Grazie a questo ora sono molto competitivo nel settore del business e ho sviluppato buon intuito e buona capacità di prendere decisioni. Lavorando al di fuori del tennis ho capito che ci sono molte persone più intelligenti di me che però utilizzano in modo sbagliato le informazioni che hanno nel prendere una decisione. Tutto quel che ho ottenuto nel settore dell’imprenditoria lo devo a quel che ho imparato sul campo da tennis.

Traduzione a cura di Gianluca Sartori

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“Lottiamo ancora per essere riconosciute come atlete”. Perché la rivalità Evert-Navratilova è la più grande

Le due si sono affrontate 80 volte in 16 anni. In un’intervista con Tennis Majors, Evert risponde a Djokovic che aveva detto: “La rivalità con Nadal è la più grande nella storia del tennis”

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Martina Navratilova e Chris Evert - Wimbledon 1978 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Qui l’articolo originale (19 dicembre 2020)


Alla vigilia della finale del Roland-Garros dello scorso anno tra Rafael Nadal e Novak Djokovic, è stato chiesto al serbo cosa ne pensasse della rivalità con lo spagnolo. Sottolineando il numero dei loro match (la finale è stata il loro cinquantaseiesimo incontro), Djokovic ha descritto Nadal come il suo “più grande rivale” e poi ha detto: “Penso che la nostra rivalità sia la più grande di sempre nella storia di questo sport. Ora, Djokovic stava senza dubbio pensando solo al tennis maschile. Ma questo è il punto. Chris Evert, ex-N.1 al mondo, vincitrice di 18 Slam e una delle figure più iconiche nella storia di questo sport, ha preso velocemente la palla al balzo.

Se Andy Murray avesse letto le dichiarazioni di Djokovic, ci avrebbe sicuramente tenuto a precisare che Nadal-Djokovic è la più grande rivalità “nel tennis maschile”, come ha fatto, per esempio, quando un giornalista di Wimbledon ha commesso l’errore di trascurare le donne citando una statistica.

Evert e Martina Navratilova, due donne che hanno dominato il loro sport per più di un decennio, si sono affrontate per ben 80 volte. E in un’intervista a Tennis Majors, Evert ha spiegato perché sentiva di dover ribattere a quella intervista.

Stiamo ancora lottando per essere riconosciute come atlete“, ha detto Evert. “E questo vale nella vita di tutti i giorni, vale sul posto di lavoro. Pensando a 50 anni fa, c’erano solo atleti uomini là fuori, solo gli uomini facevano sport. Penso che si tratti del solito problema, le donne hanno bisogno di una voce, vogliamo solo essere ascoltate. Credo che le cose siano migliorate molto, ma è ancora diffusa l’idea che gli uomini siano il sesso più forte. Gli atleti uomini sono tuttora più popolari delle donne. Credimi, non sono in cerca di vendetta contro Novak, sono inorridita dal fatto che si possa anche solo pensarlo. Non è affatto una crociata personale contro Novak. Volevo solo ribadire il principio: se vuoi fare quell’affermazione, almeno specifica che è la più grande rivalità nel tennis maschile. È davvero semplice”.

Una cosa che mi stupisce è che Martina abbia vinto Wimbledon nove volte e che nessuno ne parli mai”, ha aggiunto. “Nadal ha vinto il Roland Garros, quante volte, 13? Ma a parte lui qualcuno ha vinto uno Slam più di nove volte, no [dopo l’intervista Djokovic ha vinto l’Australian Open per la nona volta, ndr]? Di tanto in tanto il record di Navratilova a Wimbledon viene ricordato. Penso che il mio record di sette vittorie sui campi in terra battuta al Roland-Garros ottenga più pubblicità dei suoi nove trionfi a Wimbledon, quindi mi chiedo: perché il suo record non viene celebrato come merita? E che dire di Steffi Graf e del Golden Slam del 1988? Voglio dire, vittoria alle Olimpiadi e nei quattro Slam. Se l’avesse fatto un uomo, verrebbe ricordato in ogni momento. Al contrario, nessuno lo menziona mai”. Contestualizzando, Djokovic e Nadal si sono incontrati 58 volte in un arco di 15 anni; Nadal e Roger Federer 40 volte in 15 anni; mentre Djokovic e Federer si sono affrontati 50 volte in 15 stagioni.

EVERT VS NAVRATILOVA: STATISTICHE SBALORDITIVE

La rivalità di Evert con Navratilova è durata 16 stagioni, dal loro primo incontro ad Akron, Ohio, nel 1973, quando Evert vinse 7-6 6-3, all’ultimo, a Chicago nel 1988, quando Navratilova trionfò 6-2 6-2. Le statistiche riguardanti la loro rivalità sono semplicemente sbalorditive.

  • Partite totali: 80 (Navratilova 43-37)
  • Finali: 60 (Navratilova 36-24)
  • Finali del Grande Slam: 14 (Navratilova 10-4)
  • Partite del Grande Slam: 22 (Navratilova 14-8)
  • Partite conclusesi al terzo set: 29 (Evert 15-14)

UNA RIVALITÀ “AMPLIFICATA DALLE DIFFERENZE”

Per Evert e Navratilova, giocare l’una contro l’altra settimana dopo settimana era una parte delle rispettive vite. Come numero 1 e 2 per la maggior parte delle loro carriere, non si sono mai sottratte alla lotta, e si sono sempre fatte valere. Evert ha vinto 16 dei primi 20 incontri, ma quando Navratilova si è trasformata in una super-atleta la dinamica è cambiata, e quest’ultima ha finito per primeggiare nel testa a testa. “Non ricordo nemmeno quando ho iniziato a pensare che fosse qualcosa di più grande di noi, che la cosa più importante nel tennis in quel momento fosse la nostra rivalità“, ha detto Evert. “Non ricordo nemmeno a che punto fossimo nella rivalità, ma Martina e io continuavamo a migliorarci a vicenda. Per un certo periodo di tempo abbiamo lasciato indietro tutte le nostre avversarie“.

Ciò che rendeva la loro rivalità così avvincente era il fatto che fossero agli opposti in quasi tutti i modi. Da un lato c’era Evert, la fidanzata d’America, una giocatrice che privilegiava il gioco da fondocampo, destrimane infallibilmente accurata e imperturbabile in campo; dall’altra la mancina Navratilova, interprete del serve-and-volley, proveniente da quella che allora era la Cecoslovacchia, eclettica, vistosa e senza paura nel mostrare le proprie emozioni. La coppia era sulle copertine delle riviste, nelle campagne pubblicitarie – erano il volto del tennis.

Penso che il tutto fosse amplificato dalle differenze, dai contrasti“, ha detto Evert. “Se la rivalità principale fosse stata fra me e Tracy (Austin), giocatrici di stampo simile, o fra Martina e Jana Novotna, anche loro simili, avrebbe avuto lo stesso impatto? Non credo proprio. Penso che le nostre fossero entrambe storie così affascinanti e diverse per via dei nostri trascorsi, delle nostre convinzioni, per come siamo cresciute, per gli stili di gioco e le personalità. Tutto quello che si vedeva di noi da fuori era così diverso. Lei ha portato le sue qualità, io le mie; il risultato era di avere il doppio dei fan che normalmente avrebbero guardato una partita, quindi penso che la nostra dinamica abbia davvero aiutato il gioco”.

Martina Navratilova e Chris Evert – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Evert e Navratilova erano grandi rivali in campo, ma per la maggior parte del tempo erano buone amiche al di fuori di esso. Si ritrovavano a contatto così spesso che, come dice Evert, erano quasi l’una l’allenatrice dell’altra. “Siamo state costrette a scavare in profondità e sviluppare una strategia adatta ad affrontarci molto più di quanto dovessimo fare contro le altre“, continua. “Eravamo alla pari. Non eravamo paragonabili fisicamente – lei era un’atleta naturale molto migliore di me – ma all’inizio io ero molto più forte mentalmente di lei. Quindi era come se fossimo agli opposti, ma, quando prendi tutte le nostre caratteristiche e le confronti nel complesso, alla fine il nostro livello era così simile che abbiamo dovuto esaminare a fondo il gioco e la mente dell’altra e capire come affrontarci“.

UN RAPPORTO PERSONALE AFFASCINANTE QUANTO LA RIVALITÀ SUL CAMPO

Se il mattone tritato era il regno di Evert – ha vinto 11 dei loro 14 scontri sulla terra – l’erba apparteneva a Navratilova, che ha vinto 10 volte su 15. Erano appaiate 8-8 sui campi in cemento, mentre sul sintetico utilizzato per i numerosi tornei indoor dell’epoca la ceca (cittadina americana dall’81), fu inarrivabile, con un vantaggio di 22-13. “Ci innervosivamo entrambe in momenti diversi. Ogni volta che scendevo in campo sull’erba con Martina, specialmente a Wimbledon, dicevo a me stessa ‘cosa posso fare? Devo fare i salti mortali per battere questa donna sull’erba?’ Mi sentivo come se fosse una battaglia persa. Molto spesso avevo già perso all’ingresso in campo, e penso che a volte anche lei si sentisse così sulla terra. Probabilmente si diceva, ‘oh mio Dio, devo essere così paziente, quella ragazza mi rimanderà mille palle, mi farà impazzire‘“.

Il rapporto personale era forse avvincente quanto la rivalità in campo, però. “La nostra relazione era fatta di alti e bassi“, continua Evert. “All’inizio ricordo di aver giocato in doppio con lei. Io ero numero 1 e lei numero 4, poi N.3 e N.2. Poi ha iniziato a battermi perché ci allenavamo assieme e in più facevamo coppia in doppio. Mi dissi, ‘penso che stia iniziando a conoscere troppo bene il mio gioco’. Così ho rotto quella partnership, perché sentivo che il singolare fosse la cosa più importante per me. Sono andata da lei e gliel’ho detto in modo carino. Più tardi, quando aveva Nancy Lieberman come sua allenatrice, ricordo che Nancy le diceva, ‘devi odiarla, devi odiare Chrissy! In che senso vorresti invitarla a cena? No, devi odiarla, non avere niente a che fare con lei’. Questo è il modo in cui Nancy giocava, e con successo. Allora Martina è diventata una persona diversa, e sfortunatamente non siamo stati affatto vicine in quel periodo”.

A Evert piace scherzare sul fatto che la sua rivalità con Navratilova sia stata la relazione più lunga della sua vita. Entrambe le donne hanno vinto 18 titoli del Grande Slam in singolare, e tra di loro hanno conquistato 324 titoli, sempre in singolare (Navratilova conduce di poco, 167-157). Insieme hanno contribuito a rivoluzionare il gioco, e rimangono tutt’oggi amiche. “Quando Martina si è messa con Judy Nelson, lei le diceva: ‘Chrissie è così gentile. Perché non la invitiamo a cena?‘”, racconta Evert. “Sono andata ad Aspen, e sono rimasta a casa loro per una settimana. È lì che ho conosciuto Andy Mill, il mio ex-marito. A quel punto, eravamo a metà degli anni ’80, mancavano quattro o cinque anni alla fine della mia carriera, ed eravamo abbastanza mature da renderci conto che potevamo separare la vita professionale e quella personale. Ok, andiamo là fuori e cerchiamo di batterci con ogni mezzo, ma possiamo anche essere amiche. Penso che la cosa più interessante non sia l’aspetto tennistico quanto quello personale, quello di due donne che vogliono essere amiche, pur così diverse, e che si sono lasciate vedere dall’altra in momenti di grande vulnerabilità, e per questo devono isolarsi un po’ perché vogliono giocare al meglio l’una contro l’altra“.

Traduzione a cura di Michele Brusadelli

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Steve Flink: “All’inizio Djokovic è stato fortunato perché Berrettini era più nervoso di lui”

Impressioni su Wimbledon. Dai progressi di Matteo alle fragilità di Zverev. Barty si conferma la più forte. Federer potrà reggere altre sconfitte come quella con Hurkacz?

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Il terzo Slam dell’anno si è concluso (a livello maschile) con il medesimo vincitore dei primi due, vale a dire un Novak Djokovic sempre più vicino al Grande Slam, mentre Ashleigh Barty ha conquistato il suo secondo Major in assoluto e il primo ai Championships. Di questo e di altro ancora hanno parlato il direttore Scanagatta e Steve Flink nella consueta chiacchierata virtuale di fine Slam. Di seguito il video:

I PUNTI SALIENTI

00:00 – Flink: “Entrambi pensavamo arrivasse Zverev in finale. Per Berrettini è stato un bene non giocare con Zverev e con Federer, ma piuttosto con Hurkacz. Berrettini ha servito molto bene e ha fatto un grande torneo. Chi non lo conosceva si è divertito molto a vederlo giocare nel match contro Djokovic”.

 

01:45 – Ubaldo: “Sono rimasto sorpreso dalla rimonta di Matteo nel primo set e dal nervosismo di Djokovic all’inizio del match, anche se poi è stato in grado di cambiare passo. Berrettini all’inizio ha commesso errori che non aveva commesso nei match precedenti e la sua percentuale di prime nei primi otto-dieci game è stata circa del 43%”. Flink: “Djokovic è stato fortunato all’inizio che il suo avversario fosse più nervoso di lui”. Ubaldo: “Nessuno si aspettava che Berrettini lottasse con Djokovic per tre ore e 25 minuti”. Flink: “Il punteggio non esprime quanto combattuto sia stato il match”.

06:35 – Ubaldo: “Se osserviamo i risultati di Zverev negli Slam, si nota che non ha mai battuto un Top 10. Questo mostra la sua fragilità, già emersa quando è andato a servire per il match contro Thiem allo scorso US Open”. Flink: “Io penso stia facendo dei progressi e penso che la sua reazione sia molto buona, perché quando un giocatore di quella caratura è arrabbiato per le sconfitte e non cerca scuse è un buon segno”.

08:25 – Su Korda. Ubaldo: “Gioca bene, è un giocatore solido, sono certo che otterrà buoni risultati in futuro, è di gran lunga il miglior americano”. Flink: “Mi aspetto che entro la fine dell’anno si spinga fino alla Top 20”.

10:45 – Su Shapovalov. Flink: “Penso che abbia giocato in maniera eccezionale contro Djokovic e che il risultato non gli rende giustizia”. Ubaldo: “La mia impressione è che abbia giocato molto bene quando non era sotto pressione, mentre perdeva qualcosa nei momenti decisivi. Il talento non si discute. Penso sia uno dei giocatori più interessanti. Preferisco vedere giocare lui rispetto ad Auger-Aliassime”. Flink: “Io li considero quasi allo stesso livello. Sono entrambi belli da vedere e saranno a lungo Top 10; forse si sfideranno per uno Slam in futuro”.

15:15 – Sulla sfida tra Hurkacz e Berrettini. Flink: “Hurkacz non ha servito come doveva e non aveva idea di come rispondere al servizio di Berrettini. È stato fortunato a vincere il terzo set”. Ubaldo: “Berrettini è stato bravo a breakkarlo immediatamente nel primo gioco del quarto”.

16:50 – I progressi di Berrettini. Ubaldo: “Non sono solo piacevolmente sorpreso dalla finale raggiunta, ma anche dai progressi fatti sul rovescio, che è il suo punto debole. Ha usato spesso lo slice. Ha colpito piatto in risposta e ha usato lo slice entrando nello scambio”. Flink: “Ha fatto molti progressi rispetto alla semifinale dello US Open del 2019 per diversi motivi: riesce a spingerlo, a rispondere e ad usare uno slice aggressivo”.

27:05 – Su Djokovic e le Olimpiadi. Ubaldo: “Ho l’impressione che lui non voglia andare per l’assenza di pubblico, anche se per lui può essere un torneo facile da vincere. Credo che alla fine non andrà”. Flink: “È un viaggio lungo. Ha bisogno di riposo visto che ha giocato due Major in poche settimane. Penso che prenderà una pausa e concentrerà tutte le sue energie a New York, perché quello è l’obiettivo storico che lui realmente vuole raggiungere”. Ubaldo: “Lui è molto patriottico e in Serbia spingono molto per la sua partecipazione, è difficile per lui dire di no ad una medaglia quasi certa per il suo paese”.

35:35 – Su Federer. Flink: “Sa di essere stato un po’ fortunato nel match con Mannarino, anche se penso avrebbe vinto. Ha avuto un buon tabellone fino al match con Hurkacz. La cosa sorprendente nel match perso è stato il calo a livello mentale. Per qualche ragione si è buttato giù, è sembrato scoraggiato”. Ubaldo: “Sono stato sorpreso nel vederlo sbagliare molti diritti, non so se sia a causa delle ginocchia. Per chi ha sempre avuto il diritto come punto di forza, sbagliarlo può buttare giù e far perdere la fiducia in sé stessi”. Flink: “Anche il servizio non è stato così devastante”.

41:40 – Flink:” Non penso che Federer tollererà molti match come quello sul Centrale. Spero che la gente intorno a lui sia onesta dicendo cosa pensano realmente dell’immediato futuro”. Ubaldo: “Deve ascoltare le persone di cui si fida perché l’agente spingerà per farlo giocare per sempre”.

45:30 – Il torneo femminile. Flink: “Barty ha meritato il successo, sa come giocare su questa superficie”. Ubaldo: “I primi tre games e mezzo in cui Pliskova non ha fatto un punto sono stati utili: il pubblico ha iniziato a tifare per lei perché voleva una finale combattuta. Se non fosse successo, il gioco di Barty (più bello da vedere) li avrebbe probabilmente convinti a supportare lei a discapito di Pliskova”.

52:30 – Su Gauff. Flink: “Coco sta ancora imparando, sta migliorando molto quest’anno ma Kerber è una giocatrice completamente diversa da quelle che ha incontrato quest’anno, mancina, serve molto bene ed è molto intelligente nel gioco. Coco imparerà da questo match e sarà una grande minaccia allo US Open”.

Transcript a cura di Giuseppe Di Paola

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