Gianluca Moscarella rischia la radiazione. Ha sbagliato, ma non ha ucciso nessuno

Editoriali del Direttore

Gianluca Moscarella rischia la radiazione. Ha sbagliato, ma non ha ucciso nessuno

EDITORIALE – Una condotta inaccettabile, ingiustificabile, dell’arbitro Gold Badge ITF, soprattutto nei confronti dell’innocente giovane raccattapalle. Punire sì, ma senza eccedere nel giustizialismo e nella distruzione dell’uomo

Pubblicato

il

Gianluca Moscarella - Firenze Tennis Cup 2019 (foto Stefan Polini)

È francamente imbarazzante, a dir poco, anzi pochissimo, quel che è successo nella mia Firenze, nel mio circolo delle Cascine, un po’ sotto ai miei occhi, un po’ vicino alle mie orecchie. E mi riferisco alla vicenda di cui buona parte del microcosmo del tennis in questi giorni parla: cioè quella che ha avuto per protagonista, e reo, l’arbitro Gianluca Moscarella.

Era giovedì e avevo seguito sul campo n.1 del CT Firenze la strenua lotta ingaggiata da Paolo Lorenzi con colui che avrebbe vinto la Firenze Tennis Cup, l’argentino Marco Trungelliti. Paolo aveva perso da poco 6-4 6-7 7-5 e io nell’articolo pubblicato su Ubitennis avevo riferito della sua arrabbiatura con queste righe: “… Paolo, che ha dovuto subire – proprio quando serviva sul 5-6 – una sciocca sospensione di 6/7 minuti dovuta alla riparazione di un buco (minimo) che si era formato nella rete. Francamente l’arbitro avrebbe potuto aspettare la conclusione del match o semmai decidere per la riparazione sul 6 pari. Paolo un po’ si è innervosito, un po’ si è freddato (ed era già piuttosto provato, a quasi 38 anni meno pause si hanno e meglio è), fatto sta che in un baleno si è trovato sotto 0-40 con tre match point da annullare e non ce l’ha fatta”.

Cinque minuti dopo la conclusione della partita avevo sfiorato davanti alla segreteria del CT Firenze Christian Brandi, l’allenatore di Lorenzi (ma anche di Dalla Valle e di Napolitano, tutti “allievi” del Piatti Tennis Center di Bordighera). Era letteralmente furibondo. Poiché avevo seguito con i miei occhi l’episodio del buco nella rete, della sua riparazione, dello stop che di sicuro non aveva giovato a Lorenzi, mentre lo sentivo lamentarsi concitatamente con il supervisor, restavo interdetto nel sentir dire a Christian Brandi, un tipo per solito piuttosto tranquillo: “Quello lì vuol far sempre il fenomeno!”.

 

Ma mi sono allontanato da quel serrato conciliabolo, perché ero lì per caso e non mi pareva il caso di restare lì ad orecchiare. Solo che quella sola frase captata mi aveva incuriosito. Non ero proprio riuscito a capire chi fosse il presunto fenomeno. Infatti non poteva essere l’arbitro di Trungelliti-Lorenzi. Questi aveva forse sbagliato per inesperienza, avrebbe potuto aspettare o la conclusione della partita oppure l’eventuale 6 pari, per far rattoppare un buco piccolissimo che non avrebbe certo pregiudicato il prosieguo di un match comunque agli sgoccioli. Magari quell’arbitro non poteva immaginarsi che per riparare il buco ci sarebbero voluti 6/7 minuti. Ma, insomma, se aveva sbagliato lo aveva fatto in buona fede, ma non aveva però fatto il fenomeno.

Chi era dunque il fenomeno? Avrei saputo e capito solo più tardi – ma senza che mi si raccontassero i dettagli che avrei scoperto più tardi – che il riferimento era rivolto a Moscarella, arbitro di fama internazionale, Gold Badge, e che per l’appunto pochi giorni prima aveva avuto notizia che dal 2020 sarebbe stato impegnato sul circuito ATP per un minimo di 24 settimane. E in conseguenza di ciò aveva prontamente annunciato le sue dimissioni (a partire dal prossimo gennaio 2020) da consulente-collaboratore del marketing e acquisizione sponsor di RCS-Gazzetta dello Sport. Per inconciliabilità di tempi.

Quella sera stessa apprendevo che Moscarella aveva lasciato in fretta e furia, rabbuiatissimo, il torneo di Firenze adducendo gravi motivi familiari. Senza quasi salutare nessuno. Macché problemi familiari! Era successo tutt’altro. Che cosa?

Era successo che – ho potuto ricostruire – Enrico Dalla Valle, il quale aveva perso 7-5 4-6 6-4 in un match di secondo turno da Sousa (… per via della pioggia i match si erano accavallati), si era fortemente stupito – lui in persona per primo o forse un suo amico che lo aveva informato – del fatto che a margine della sua sconfitta si fossero scatenati tanti post di tanti lettori, addirittura ottanta, su un sito e un social. Era accaduto che Stefano Berlincioni – un appassionato che ama riguardare in stream gli incontri registrati che non può vedersi in diretta (forse dovrei chiedergli di collaborare con Ubitennis… la porta è aperta!) – nell’ascoltare tutta la registrazione si era accorto dell’incredibile conversazione avvenuta fra Moscarella e Sousa di cui Ubitennis ha riferito nei giorni scorsi. E lo aveva divulgato coram populo con il tam tam dei social che avevano fatto il resto.

Ovviamente quella conversazione non poteva non arrivare alle orecchie di Christian Brandi che non ha potuto fare a meno di denunciare l’accaduto per – più che legittimamente – risentirsene con il supervisor. Non so se questi fosse già stato messo al corrente, ma certo è che appena ne ha preso conoscenza ha avvertito i suoi superiori in ATP e subito poi invitato Moscarella a lasciare Firenze e il torneo in fretta e furia. Nel rivedersi tutto il nastro del match – per esaminare il caso Sousa-Dalla Valle – ecco saltare fuori anche l’incresciosa e certamente ancora più incredibile vicenda che ha coinvolto l’innocente ragazzina raccattapalle che frequenta la quarta liceo dello sportivo Dante Alighieri e che non poteva certo immaginarsi di poter ricevere da un arbitro professionista della reputazione di Moscarella frasi come quelle che lui ha invece pronunciato.

Catalogarle come un eccesso di confidenza parrebbe interpretazione troppo benevola. Chi l’aveva vista nelle immagini registrate l’aveva creduto più piccola della sua età. Per questo motivo si è diffusa la voce ancora più inaccettabile che Moscarella avesse rivolte quelle frasi a una ragazzina di 13 anni (apparendo così ancora più incredibili). Non che rivolgerle a una di 17 sia molto diverso, però emozionalmente avrebbero forse fatto appena un po’ meno effetto.

La ragazzina, prevedibilmente piuttosto turbata, è stata inevitabilmente sentita perché si doveva capire se avesse realizzato quel che non è detto avesse udito pienamente (vero? falso?). E anche se ci fosse stato magari qualcos’altro prima o dopo che fosse eventualmente sfuggito ai microfoni (della cui esistenza un tipo esperto come Moscarella avrebbe dovuto essere ben al corrente… il che stupisce ancora di più per la inimmaginabile leggerezza dimostrata). La ragazza, oltre che turbata, quando è stata interrogata, era anche comprensibilmente spaventata. “Non avrò mica io qualche colpa?” pare abbia detto, prima di venire ovviamente rassicurata e tranquillizzata.

Vi potete quindi facilmente immaginare quanto irritati (furibondi in realtà!) fossero sia i genitori sia il preside della scuola che aveva aderito con grande entusiasmo – come del resto tutti i ragazzi – alla proposta del CT Firenze di impiegare i ragazzi del liceo sportivo come raccattapalle. Talmente entusiasti loro da venire ad assistere anche alle finali in massa, compresi quelli che ormai non sarebbero stati più impiegati. Una esperienza interessante, per loro, vivere dall’interno un torneo professionistico, imparando dal vivo del torneo tante cose che vanno al di là dell’imparare cosa è il tennis, il suo punteggio, le necessità dei tennisti, che cosa è un torneo professionistico e altre cosucce che per uno studente di un liceo classico non sono certo necessarie o importanti, ma per chi invece frequenta un liceo sportivo possono anche diventare utili apprendimenti.

Un anno fa, per la prima edizione della Firenze Tennis Cup – primo torneo professionistico dopo 22 anni di assenza a Firenze – i dirigenti del CT Firenze erano diventati matti per garantire la presenza dei raccattapalle nelle gare mattutine. I ragazzi erano infatti a scuola. Quest’anno si era pensato a risolvere la questione organizzandosi così, d’accordo con il preside e favorendo anche con biglietti omaggio l’ingresso dei genitori dei ragazzi al torneo.

Adesso, dopo questo episodio che porterà certamente serie conseguenze alla carriera di arbitro di Moscarella – il cui comportamento non ha bisogno di commenti banali se non che tutti nell’ambiente ci si chiede con malcelato e grande stupore come abbia potuto incorrere in tali terribili leggerezze, accumulandole poi in un solo giorno – giustamente sia il presidente del CT Firenze Giorgio Giovannardi sia il preside del Liceo Dante Alighieri si preoccupano soltanto di evitare ulteriori traumi alla ragazzina che è certo un po’ stranita per tutto quanto le è successo, per un’attenzione smisurata e certamente non desiderata.

D’altra parte la vicenda, che ha trovato eco su tutti i giornali nazionali, ma anche media internazionali a causa sia dell’accaduto sia anche della notorietà dell’arbitro in predicato di diventare uno dei top-umpires del circuito ATP, non poteva essere sottaciuta. Qualcuno dice che l’eco sarebbe stata esagerata se la incredibile condotta di Moscarella – continuo a usare lo stesso aggettivo, incredibile, perché non ha senso cercarne altri, ognuno aggettivi la sua condotta come sente o preferisce – si fosse limitata alle esortazioni fatte a Sousa, con il quale evidentemente Moscarella ha un rapporto estremamente confidenziale che un arbitro non dovrebbe né avere né tantomeno palesare. Ma le frasi dette alla ragazzina raccattapalle sono francamente e assolutamente inaccettabili.

E non possono restare impunite. Come, quanto? Non sta a me dirlo. Moscarella lo conosco da tempo, ci siamo parlati diverse volte e non riesco a capire che cosa gli abbia potuto prendere all’improvviso quel giorno. Ci sono state volte in cui mi è parso un po’ troppo sicuro di sé, magari eccessivamente estroverso in certe sue manifestazioni… ma alla fine – per quanto le sanzioni saranno inevitabili e probabilmente pesanti; non mi sento di escludere che in un’associazione nata negli USA come l’ATP non si arrivi addirittura a una radiazione perché oggi più di ieri i commenti anche più vagamente macho-sessisti di quelli pronunciati da Moscarella suscitano forte riprovazione – provo anche umano dispiacere per chi ha probabilmente rovinato in una giornata di follia quasi tutta una vita e una carriera che sembrava ben avviata.

Oggi è facile condannarlo e non ci sarà chi non lo faccia senza trovargli alcuna giustificazione, alcun alibi. Ma nessuno può sapere fino in fondo che cosa possa aver scatenato nella sua testa, nella sua mente – magari veri problemi familiari? – tutto quel che ha detto e fatto. Un conto è augurarsi una punizione salutare perché certi deprecabilissimi episodi non abbiano a ripetersi, un altro è distruggere per sempre una vita, una persona. Ha sbagliato, certo che ha sbagliato, e ha sbagliato pesantemente. In modo oggettivamente inqualificabile. Soprattutto nei confronti della sua innocente “vittima”, una ragazzina minorenne, e in un ambiente, quello dello sport, dove la sanità dei comportamenti è – e deve essere – ancora più richiesta che in altri. Però attenzione anche a non esagerare. Ogni giorno assistiamo, leggiamo di orribili delitti, crimini che restano quasi impuniti. Moscarella non ha ucciso nessuno.

Difatti, mi direte, non rischia il carcere ma solo l’interruzione di una carriera. Beh non è davvero poco. D’ora in poi sarà sicuramente esposto al pubblico ludibrio, a una condanna morale che nessuno gli risparmierà (e che magari soltanto 20 anni fa sarebbe stata meno accanita: anche del “me too” e dei casi di vere molestie sessuali si parla e si condanna ovunque unanimemente soltanto da tempi piuttosto recenti) e questa è già pesantissima. È necessario l’ergastolo? Al produttore americano Harvey Weinstein sono stati contestati, sia pur a distanza di anni, decine di episodi di molestie e aggressioni sessuali. Colpevole con ripetuta recidiva. Per Moscarella, almeno al momento per quanto io sappia, non mi pare siano emersi altri episodi del genere fiorentino. Mi pare ci sia una discreta differenza. Punire uno per educare molti? Certo. Se saltassero fuori altri episodi del genere imputabili a Moscarella, che quindi potesse considerarsi recidivo, allora una sua pur quasi insostenibile difesa non avrebbe alcun senso. Altrimenti sarebbe a mio avviso da tenere in considerazione che quest’uomo di 47 anni ha arbitrato migliaia di partite. Mille, duemila, tremila? Ha dato di fuori di matto un giorno, fino a prova contraria. Pena di morte professionale? Sarebbe un po’ come se a un uomo che si è comportato onestamente per una vita, ma che per un giorno fosse caduto nella tentazione di commettere un furto e fosse stato pescato in flagrante… dopo la condanna e l’espiazione della meritata pena, si rifiutasse ogni possibilità di reinserimento nella società e nel mondo del lavoro.

Io, fin dai miei primi studi giuridici, sono sempre stato per il recupero alla vita dei condannati (figurarsi per gli appassionati di tennis), per una pena rieducativa che consenta consapevolezza, pentimento e ravvedimento. E sono sempre stato contrario ad ogni facile giustizialismo. Sia pure, al contempo, senza eccedere nel perdonismo. Sono, insomma, sempre per l’equilibrio della pena. Punite il povero Moscarella, certamente reo, ma non distruggetelo per sempre.

Continua a leggere
Commenti

Editoriali del Direttore

Sugli scudi Camila Giorgi, nessuna croce per Sinner e Berrettini. Ma non si pretenda entusiasmo

Wawrinka troppo più vincente di Seppi: sfuma l’exploit. Wilander: “Djokovic non ha l’intensità continua di Nadal e Federer”. Gulbis, Fognini, Kyrgios sotto la lente di ingrandimento. Zverev: “Per noi Next Gen è più difficile che per Federer 20 anni fa”

Pubblicato

il

Camila Giorgi - Australian Open 2020

da Melbourne, il direttore

Non si sono registrate clamorose sorprese nella quarta giornata dell’Australian Open, salvo forse – da una prospettiva non solo italiana – la nettissima vittoria di Camila Giorgi che ha dato 6-3 6-1 a Kuznetsova, partendo da 0-2 del primo set e quindi facendo 12 game a 2 alla russa che pure nel turno precedente aveva eliminato Vondrousova, finalista al Roland Garros 2019. Anche una seconda sorpresa sarebbe stata italiana, se Seppi, che ha servito invano sul 5-4 del secondo set (perso) dopo aver vinto il primo ed è stato avanti di un break anche nel quinto set quando ha avuto la palla del 5-3, avesse finalmente battuto Stan Wawrinka dopo averci perso 8 volte di fila dal 2003 a oggi riuscendo a strappargli un solo set. Ma Wawrinka è certamente un giocatore più vincente di Andreas, come dimostrano i 3 Slam vinti anche in era Fab Four e il ranking raggiunto. Se Andreas si è fermato a n.18 è perché troppo volte è arrivato quasi in cima al K2 ma poi è scivolato giù al momento decisivo. Si è tolto la soddisfazione di una grande carriera, di vittorie di grande prestigio (Federer, Nadal), di tre tornei in bacheca, ma se fosse stato un tantino più coraggioso e aggressivo nei momenti decisivi di tante partite malamente perse non si sarebbe fermato lì.

Per questa complessiva assenza di sorprese – ma a fine articolo – voglio tornare sulle sconfitte di Berrettini e Sinner, dopo aver letto qua e là in vari commenti e vari social che chi ha sottolineato la delusione respirata qui… non avrebbe quasi dovuto manifestarla per il rischio di apparire tifosi superficiali che si illudono e illudono. Ma non è così.

CAMILA GIORGI DIVINA

Tathiana Garbin dice di non aver mai visto giocare meglio Camila (27 vincenti e 14 errori gratuiti, contro i 10 vincenti e i 17 errori di Svetlana), però non è detto che Tathiana abbia visto tutte le 9 vittorie collezionate da Camila contro le top-ten, ultima quella su Wozniacki a Tokyo risalente ormai a due anni fa. Anche Luca Baldissera è rimasto straordinariamente impressionato da Camila e mi fido del suo giudizio visto che lui ha seguito dal primo 15 all’ultimo il match (di cui avrete letto sua cronaca), diversamente dal sottoscritto che ha voluto dapprima seguire i primi due set di Seppi e poi invece dedicarsi a seguire anche altri match nonché diverse conferenze stampa. Fra le tante quelle di Zverev (in progresso rispetto al match con Cecchinato) e di Rublev. Nonché quella di Kuznetsova (che mi ha detto di aver mandato un altro messaggio affettuoso a Francesca Schiavone…): Non ho scuse per giustificare questo 6-3 6-1 – mi ha detto con grande serenità e sorridendo Svetlana non ho giocato benissimo, ma francamente neppure così male. Potevo servire meglio, ma insomma…è stata lei a giocare in modo incredibile. Non riuscivo a prendere l’iniziativa. Tirava fortissimo. Sono però curiosa di vedere in quanti altri match riuscirà a rigiocare così… Se le riuscirà sempre… buon per lei!”.

 
Commento in inglese di Ubaldo Scanagatta e Ben Rothemberg (New York Times)

RUBLEV E GULBIS IN GRAN SPOLVERO

Rublev in particolare, nonostante il problema di salute accusato alla vigilia del torneo, è imbattuto quest’anno. Ha vinto due tornei di fila, Doha e Adelaide. Non era più successo dal 2004, quando lo slovacco Hrbaty aveva fatto come lui. Qui il russo che nelle conferenze stampa parla sempre con gli occhi bassi, senza guardare chi gli ha posto la domanda, è al terzo turno e, sommando quattro vittorie filate in Coppa Davis a Madrid a fine novembre, vanta una gran bella striscia.

Chi qui è già alla quinta vittoria di fila è l’ex top-ten Ernest Gulbis, da n.256 emerso da tre turni di qualificazione. Dopo di che ha infilato due vittorie non scontate, Auger-Aliassime e Bedene. Il talentuosissimo lettone, 31 anni e mezzo, era quasi scomparso dalle scene. E non solo perché si è sposato e ha oggi due bambine che l’hanno, a suo dire, cambiato: “Quando ero più giovane tutto mi entrava da un orecchio e usciva dall’altro. Me ne infischiavo di ogni cosa e davo ogni cosa per scontata. Diciamo che ora sono…cresciuto. Ma mentre parla, anche se ti mostra la fede al dito, il sorriso è sempre quello, un po’ provocatore, un po’ insolente, tipico del figlio di un miliardario che è viziato dal jet privato del papà e che, con un filo di arroganza, ti dice di avere “poca pazienza con la stupidità di troppa gente”. Ecco perché è capace di litigare con allenatori e avversari se non condivide quel che dicono e fanno. Nelle “quali” giorni addietro a un certo punto è sbottato con l’indiano Prejnesh Gunneswaran e gli ha gridato: “Ora statti zitto e gioca!”.

Per un bel po’ di tempo, a causa di vari problemi fisici (soprattutto la schiena ma anche una spalla) Gulbis, ex top-ten, ha frequentato i tornei del circuito minore. Il suo coach Gunther Bresnik – per tanti anni al fianco di Thiem ma prima anche di ben 26 tennisti che sotto la sua guida sono diventati top-100, da Becker a Skoff, Leconte, Koubek, Patrick McEnroe – dice: “Il suo 2019 è stato catastrofico”. Con Bresnik Gulbis era stato semifinalista al Roland Garros nel 2014 quando era salito a n.10 del mondo…. “Io non guardo al passato e non mi preoccupo del futuro, vivo nel presente”. E lì accanto Bresnik è convinto: È il giocatore di maggiore talento con il quale io abbia mai lavorato ed è un tipo intelligente come pochi, diverso da tanti… forse un po’ complesso, questo sì, ma risalire tra i top 100 intanto non dovrebbe essere un problema. Gulbis è d’accordo: “Cerco sempre di capire ancora chi io sia. Ma non lo so. Forse mi farò un’idea sul mio letto di morte…” e sorride con l’aria di chi dice: “Beh dai, questa l’ho detta…”.

KYRGIOS, EUROSPORT E CORRETJA SU… FEDERER

Nick Kyrgios è stato solido nei primi due set e anche nel terzo, quando aveva un break di vantaggio prima che quel vecchio marpione di Gilles Simon, uno dei tennisti più intelligenti – seppur di una intelligenza diversa da quella di Gulbis – lo imbrigliasse nelle sue solite ragnatele approfittando anche della naturale tendenza di Kyrgios a distrarsi. Alla fine Kyrgios ha perso il terzo set. Però ha vinto al quarto, sia pur soltanto 7-5. Se si pensa che Nick non giocava individualmente da un bel po’ e poteva anche essersi arrugginito… era in fondo prevedibile. Non si perde il tennis, ma la capacità di stare lì con la testa, quando si è fermi da tanto. Approfitto – riferendomi a giocatori come Kyrgios e Federer che non avevano giocato da diverso tempo in torneo – per riferire un paio di osservazioni di Alex Corretja e di Mats Wilander nel corso del matinée organizzato da Eurosport con i suoi testimonial: insieme allo spagnolo e allo svedese c’erano anche Becker, Henin e Schett.

Della riunione Eurosport con i suoi campioni Ubitennis ne darà conto nei prossimi giorni in varie “Pillole” sparse: io soltanto ho registrato 50 risposte e forse altrettante ne avrà raccolte Vanni Gibertini. “Sono impressionato da Roger Federer che riprende a giocare in torneo dopo due mesi e ha giocato in questi primi due turni come se non avesse mai smesso – ha detto sinceramente stupito Alex Corretja – Per tutti i tennisti normali non è mai così. Lui in questo è unico e non solo, quindi, perché ha 38 anni e mezzo”.

MATS WILANDER SU KYRGIOS, FOGNINI E PAIRE MA ANCHE FEDERER, NADAL E DJOKOVIC

A proposito di Kyrgios Mats Wilander mi aveva detto, dopo avermi anticipato che avrebbe voluto dirmi qualcosa su Fognini: “Fabio, Nick e Paire sono giocatori che riescono a giocare con la dovuta intensità solo alcuni punti che ritengono importanti. Federer in ogni punto gioca il suo meglio, Nadal ancor di più. Loro no. Fabio contro Thompson avrebbe dovuto vincere in 3 set. Invece si distrae e vince soffrendo al quinto. Dopo due match al quinto rischia di trovarsi in debito di ossigeno, o comunque fisicamente non al massimo al terzo turno. Perfino Djokovic è tipo che ogni tanto si distrae. Domina Struff, pensa che gli basti giocare con un minimo di attenzione e perde un set. Lui ha un gran fisico e si può anche permettere di lasciare un set qua o là. Nadal, che chiede col suo tennis più dispendioso un maggior sforzo al proprio fisico e per questo è stato più spesso vittima di vari infortuni, deve cercare di non perdere set e game per la strada perché più facilmente rischia di infortunarsi. E gli infortuni di tanti giocatori sono conseguenza della loro incapacità di non distrarsi. Non è il caso di Nadal che è consapevole di quanto sia importante non restare mai in campo più del necessario. E quando lui arriva in fondo a un torneo è temibilissimo. Fognini, Kyrgios e Paire non sono ad oggi mai stati così e chissà se lo saranno mai. Per questo fanno di solito fatica ad arrivare in fondo a un torneo”.

ZVEREV: “PIÙ DIFFICILE EMERGERE OGGI CHE AI TEMPI DI FEDERER”

Con Zverev, tipo difficilino, io ho un buon feeling, e lui lo ha con me. Mi appresto a fargli una domanda e lui previene: “Ok allora mi rilasso” e si lascia andare indietro sulla sedia come per distendersi, alludendo alle mie domande che sono spesso più lunghe della media. Difatti gli chiedo: “Si cominciò a ritenere che Roger Federer sarebbe diventato uno Slam-winner già nel 2001 quando battè Sampras. Ma fino al 2003 non vinse alcuno Slam… pensi che ci aspettiamo troppo presto che giocatori ancora giovani vincano, giocatori come te? Qui hanno perso Auger-Aliassime, Shapovalov, Berrettini, Sinner, Humbert…” 

E lui: “Penso che sia diverso rispetto a 20 anni fa. Con i social media, i cellulari, la pressione che i media ci mettono addosso siamo più consapevoli di quanto potessero esserlo i tennisti di 20 anni fa. Prima dovevi andarti a leggere i giornali, comprarli, aprirti il computer e cercare. Oggi apri Instagram e ci sono 5 milioni di persone che hanno un’opinione su di te all’improvviso. È più difficile per noi ora. E poi Novak, Rafa, Roger semplicemente sono migliori di noi perché vincono. Ora Medvedev sta venendo fuori, io ho vinto qualcosina, idem Tsitsipas, Thiem. Noi siamo competitors che non puoi considerare fuori dai potenziali vincitori, ma ora tutti dicono la loro su Internet e anche se la gente dice che non ci fa caso a quel che viene detto, tuttavia la gente legge. E gli resta in testa quel che hanno letto. Io cerco di leggere meno possibile dei social durante gli Slam, i grandi tornei. Nessuna offesa nei vostri confronti, ma non leggo che cosa scrivete. Scrivete quel che volete su me. Per me è ok, non mi offendo. Ognuno deve cercare di starne lontano, di vivere nella propria bolla…

LE SCONFITTE DI BERRETTINI E SINNER

Posso parlare per me e non per altri, non sapendo cosa altri abbiano scritto e sostenuto. Ma se c’è chi ha criticato, chi ha parlato di delusione per le sconfitte di Matteo e Jannik, deve tenere conto delle aspettative che quando il n.8 del mondo affronta il n.100 è normalissimo che ci siano. Questo anche se Sandgren – come ha ben spiegato Ben Rothenberg del New York Times nel video che abbiamo registrato per il sito inglese Ubitennis.net e che mi permetto di invitarvi ad ascoltare (in inglese si cerca sempre per forza di cose di occuparsi maggiormente del tennis internazionale) – è un tipo che non è mai stato sopra il 40esimo posto in classifica ATP, ma ha comunque battuto 4 top-ten. Ricorda un po’ il caso Camila Giorgi: soltanto n.26 come best ranking, però capace di battere 9 top-ten.

Avevo scritto pochi minuti dopo le sconfitte di Berretto e Sinner: “I risultati della notte australiana mi hanno fatto ripiombare tutto d’un tratto all’epoca in cui in sala stampa, insieme ai colleghi italiani ci alzavamo dai nostri desk a fine giornata pronunciando la tristissima e fatidica frase di rito: ‘Mai una gioia!’. Eh sì, purtroppo le nostre speranze per un grande Australian Open, nel quali si poteva addirittura ipotizzare un ottavo di finale fra Berrettini e Fognini con il vincente nei quarti, sono svanite in poche ore. Quella arrivata da Sinner e Berrettini è stata una doppia delusione, ma era ingiusto, forse, attendersi troppo da entrambi. Da Sinner perché ha pur sempre soltanto 18 anni e 5 mesi e tutti gli elogi che gli sono piovuti addosso da tutte le parti, inclusi quelli dei grandi campioni come McEnroe, Nadal, Zverev con i quali – e non credo sia anche una piccola operazione di marketing del suo staff – si è allenato in questi giorni australiani, non potevano bastare a fargli vincere un match contro un giocatore come Fucsovics che ha quasi 28 anni, è più solido e maturo di lui, è stato anche n.31 del mondo e ha fatto valere – come ha detto lucidamente lo stesso ungherese – la maggior esperienza, il maggior senso tattico in una partita disturbatissima dal vento”.

Questo e altro avevo scritto, prima di addentrarmi in un confronto a distanza con Roger Federer che non sto a ricopiare. Oggi aggiungo: è chiaro che nessuno tennista ha la vittoria in tasca solo perché è un top-ten e l’avversario sta appeso a un filo tra i top-100. Ma è anche chiaro che se il top-ten perde non si può dire che… va bene così. Ci possono essere tutte le attenuanti del caso, la caviglia, il digiuno agonistico, il vento – che, condivido quel che mi ha detto Wilander nel matinée Eurosport nella notte italiana: “Non è un elemento equalizzatore, ma è invece separatore, favorisce nettamente il giocatore più esperto che è passato mille volte attraverso certe situazioni –  eccetera, eccetera, ma alla fine non va bene così, soprattutto dopo che sei stato a un punto da un break probabilmente decisivo nel quinto set. Matteo sarà il primo a pensarla così, anche se chi gli sta a fianco gli avrà detto certamente, e giustamente per caricarlo: “Non ti preoccupare Matteo, non fa niente”. Ma chi ha scritto – senza drammatizzare si intende – di delusione, ha scritto la verità.

E Sinner? Beh, anche lì io credo di aver fatto capire che non era favorito, non poteva esserlo contro un tennista di 28 anni che è già stato n.31 del mondo. E infatti ho ricordato tutte le difficoltà che ha incontrato a 19, 20 anni perfino un campione unico come Federer a emergere negli Slam, dove la stessa distanza dei tre set su cinque per un giovane fa differenza. Mantenere la stessa intensità per 3 ore anziché un’ora e mezzo è ben diverso. Allora chi dice che Sinner lo ha deluso sbaglia? Sì, fondamentalmente. Vero anche, a contrario, che si poteva perdere strappando un set, due set, dando talvolta l’impressione di potercela fare. E questo invece non è successo.

In fondo, al Next Gen – che però era torneo 2 su 3 – Jannik aveva battuto giocatori classificati intorno a una posizione ATP simile a quella di Fucsovics e perfino migliore, De Minaur, Tiafoe, Kecmanovic… Ma ok, lì non c’era vento, si giocava con i No-Ad, con i set a 4, in casa… Tante importanti differenze. Se Sinner avesse vinto qualcuno avrebbe gridato alla clamorosa, pazzesca impresa? Io penso di no, anche se sarebbe stato giusto sottolineare invece che si sarebbe trattato di un bell’exploit. L’exploit non c’è stato, prendiamone atto, nessuno si strappi i capelli, di certo non io. Ma non ci chiediate anche di esultare. E accettate che un pochino male ci si possa anche essere rimasti. Pace e bene a tutti.

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

All’Australian Open non hanno perso solo i nostri giovani. Il record di Federer dice che per Sinner c’è tempo

MELBOURNE – Non tutta la Next-Gen è pronta. Fognini ha salvato la giornata dell’Italia, delusa dai k.o. di Berrettini e Sinner cui si sta chiedendo troppo. I perché. Dominano Djokovic e Federer: lo svizzero ha una bella autostrada?

Pubblicato

il

Roger Federer - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Il video del direttore in INGLESE

Spazio sponsorizzato da BARILLA

da Melbourne, il direttore

Un irriducibile Fabio Fognini, vittorioso per la seconda volta consecutiva al tie-break del quinto set (“dopo 75 matchpoint!” ha detto lui scherzando lui:  se ne era visti annullare 2 sul 5-4 e altri due sul 6-5 da Thompson, prima di conquistarne sei di fila sul 9-4 del tie-break finale da 10 punti) ha salvato il tennis italiano da una triplice dolorosa disfatta. Se chi scrive gli dedica poche righe è perché Vanni Gibertini gliene ha dedicate tante e perché sono le 4 di notte quando scrivo.

 

Dio non voglia che il momento magico del tennis italiano non si sia già consumato. Sarebbe una beffa dopo tutte le speranze che il 2019 ha alimentato. Quel momento che vorremmo diventasse un periodo lo abbiamo atteso, il sottoscritto più di tanti altri, per oltre 45 anni. Nel 2019 ho goduto alla grande per l’escalation di Fognini, di Berrettini, di Sinner, dopo essermi strappato tutti i capelli (chi non ci crede osservi una mia foto) quando mi sono via via reso purtroppo conto che il mio primissimo Roland Garros del 1976 – coronato dal trionfo di Adriano Panatta – era stato poco più di una chimera. Irripetibile.

I risultati della notte australiana mi hanno fatto ripiombare tutto d’un tratto all’epoca in cui in sala stampa, insieme ai colleghi italiani ci alzavamo dai nostri desk a fine giornata pronunciando la tristissima e fatidica frase di rito: “Mai una gioia!”. Eh sì, purtroppo le nostre speranze per un grande Australian Open, nel quali si poteva addirittura ipotizzare un ottavo di finale fra Berrettini e Fognini con il vincente nei quarti, sono svanite in poche ore.

Quella arrivata da Sinner e Berrettini è stata una doppia delusione, molte ore prima che Fognini scendesse in campo contro Thompson e si complicasse maledettamente la vita come tante volte gli succede, ma riuscendo per la seconda volta di fila ad alzare le mani in segno di vittoria, non senza sfidare con le mani dietro le orecchie la folla che aveva naturalmente sostenuto in maniera assai intensa il proprio connazionale.

Thompson, n.66 del mondo, “ha giocato per più di un’ora sopra al suo livello” avrebbe detto un Fognini comprensibilmente abbastanza stravolto quando è dovuto venire in conferenza stampa alla presenza di tre soli giornalisti italiani (due di Ubitennis che non potevano fargli domande, più Dario Castaldo). Fabio ha ricordato che proprio contro il suo prossimo avversario Pella in Coppa Davis aveva vinto un match rimontando da due set sotto. “Tutto è cominciato lì…”. Questo Thompson, per chi non l’avesse visto su Eurosport, più che un tennista – anche se non è scarso, non fraintendete – a vederlo sembra più un caratterista che un giocatore. Ricordate il comico triste con i baffoni e con gli occhiali, Nichetti? Beh, Thompson, senza occhiali e con occhi spesso spiritati, il cappellino bianco calcato da ciclista a trattenere i capelli lunghi, è più allegro e più espressivo dell’attore nel quale ho creduto di scorgere una somiglianza. Però Thompson, esaltato oltre ogni dire dalla folla, incitato da Lleyton Hewitt ha giocato a tratti davvero bene, soprattutto sui match point.

Tornando a Sinner e Berrettini per noi che “emigranti di professione” è stata una piccola grande delusione. Certo ancora più per loro. Ma era ingiusto, forse, attendersi troppo da entrambi. Da Sinner perché ha pur sempre soltanto 18 anni e 5 mesi e  tutti gli elogi che gli sono piovuti addosso da tutte le parti, inclusi quelli dei grandi campioni come McEnroe, Nadal, Zverev con i quali – e non credo sia anche una piccola operazione di marketing del suo staff – si è allenato in questi giorni australiani, non potevano bastare a fargli vincere un match contro un giocatore come Fucsovics che ha quasi 28 anni, è più solido e maturo di lui, è stato anche n.31 del mondo e ha fatto valere – come ha detto lucidamente lo stesso ungherese – la maggior esperienza, il maggior senso tattico in una partita disturbatissima dal vento. In quelle circostanze non bisognava prendere troppi rischi cercando le righe, soprattutto quelle di fondo. L’ungherese teneva botta, disposto a giocare anche centralmente, aspettava l’errore di Sinner oppure, se il ragazzo accorciava, affondava con il dritto. Ogni volta che Sinner gli ha fatto il break, glielo ha subito restituito.

Sinner ha commentato, come se fosse un fatto positivo, un aspetto che non mi ha troppo convinto: “Almeno ogni volta che ho sbagliato, quando giocavo contro vento, ho sbagliato in lunghezza”. Mah, sì, certo forse voleva significare – provo ad interpretare – ‘Ho avuto coraggio e non paura’. Ma magari invece occorreva ‘fare il Fucsovics’, prendere un tantino meno rischi. Oddio, è facile dirlo – con il senno di poi – fuori dal campo. Penso che se Piatti l’avesse pensata come me glielo avrebbe detto. Se non lo ha fatto, vuol dire che la pensava diversamente. Oppure, altra ipotesi, che non c’è stata troppa comunicazione.

Diverso il discorso che riguarda Berrettini, il primo e solo dei top-ten a uscire di scena fin qui. Ma anche lui ha le sue brave attenuanti. Si era allenato poco, per via della solita caviglia destra che già lo aveva fatto soffrire la scorsa estate prima del sorprendente US Open, “avevo rischiato addirittura di non venire qui – ha rivelato per la prima volta – dopo aver saltato l’ATP Cup in preparazione a questo Slam”.

E quel Tennys (con la ypsilon) Sandgren, a dispetto di quel modesto n.100 che si porta dietro sulle spalle, è un osso duro. E non solo perché due anni fa qui raggiunse i quarti di finale quando, inciso, fu certo più criticato per le sue esternazioni politiche che per il suo tennis. Riguardo al suo tennis potreste chiedere info a Fognini che lo scorso anno a Wimbledon ci perse in tre set e si infuriò talmente tanto che si lasciò andare a quelle infelici espressioniMaledetti inglesi ci vorrebbe una bomba su Wimbledon” che sollevarono un vero putiferio, richieste di sanzioni e squalifiche. Matteo ha mancato 3 palle break per il 5-3, dopo che sembrava fosse sul punto di ripetere l’exploit di rimonta di Fognini con Opelka, una in particolare tutt’altro che impossibile da trasformare. Gli sono costate care, carissime. Nella puntuale cronaca trovate tutti i dettagli. Comprensibilmente deluso Matteo, naturalmente, ma per fortuna non ha quasi cambiali in scadenza nei primi mesi dell’anno. Può recuperare tranquillamente e nei tre tornei sulla terra in Sud America mantenere il ranking di top-ten.

Piuttosto osservo che per gran parte dei Next-Gen e dei più giovani questo Australian Open sembra essere arrivato davvero troppo presto, nonostante la settimana di ritardo come conseguenza dell’Atp Cup. Infatti al terzo turno non sono approdati, oltre a De Minaur ritiratosi ancor prima di cominciare, Shapovalov e Aliassime, Humbert, Kecmanovic, Tiafoe…oltre ai nostri Sinner, Berrettini e Sonego. Insomma, sarà magra consolazione, ma i nostri non sono i soli giovani che hanno pagato lo scotto dell’inesperienza.

Tenete presente che Sinner, ad esempio, è per precocità il quarto vincitore di una partita in uno Slam dacchè è cominciata la cosiddetta era Federer-Nadal. Insomma, se togliete i due fenomeni Nadal e Federer, vedete che Zverev ad esempio deve ancora “sfondare” in uno Slam, pur avendo vinto da giovanissimo il primo match. Quindi, come si affanna a raccomandare Riccardo Piatti, date il tempo al tempo. Date a Sinner – di cui ha detto un gran bene “Diventerà una superstar” perfino l’ungherese Fucsovics che gli ha dato comunque tre set – modo di crescere senza pretendere subito miracoli non dovuti. Ecco l’elenco dei primi cinque tennisti più giovani ad aver vinto un match in uno Slam (da quando è cominciata l’era dei Fab):

  • Nadal 17 anni e 0 mesi
  • Djokovic 18 anni e 0 mesi
  • Zverev 18 anni e 2 mesi
  • Sinner 18 anni e 5 mesi
  • Federer 18 anni e 5 mesi

Perfino il grande e inimitabile Roger Federer – sia o non sia the Greatest nessuno può negarne la grandezza – perse i suoi primi due Slam al primo turno nel ’99. E nel 2000, anno in cui avrebbe compiuto i 19 anni, eccolo finire k.o. al terzo turno in Australia, agli ottavi a Parigi, di nuovo al primo turno a Wimbledon, al terzo turno all’US Open. Nel 2001, l’anno in cui sorprende Sampras stupendo il mondo, si accontenta di un terzo turno, due quarti di finale, un ottavo. Nel 2002 fa peggio: un ottavo, due primi turni, un altro ottavo. Nel 2003, dopo un ottavo e un altri primo turno che fanno dubitare i più scettici ecco invece arrivare il primo Slam, a Wimbledon, seguito però da un ottavo all’US open. Il vero grande Federer esplode nel 2004, quando ad agosto compierà 23 anni e quando vince 3 Slam su 4. Ecco perché Piatti ha ragione quando raccomanda la calma. E ha torto marcio chi pretenda subito da Sinner quel che non ha saputo fare nemmeno Roger Federer.

IL PERCORSO DI FEDERER – Già che ci sono a parlare dello svizzero, beh nei primi due turni ha passeggiato. Il malcapitato Krajinovic ha servito anche il 90 per cento di prime in più di un set eppure ha perso 6-1 6-4 6-1. Adesso Federer ha l’australiano Millman, l’uomo del mulino! Lui più ancora di Federer dovrebbe essere sponsorizzato da Barilla! E dall’uomo del mulino Roger ha perso all’US open due anni fa quando rischiò di svenire sul campo per il caldo umido insopportabile  che fece addirittura sospendere tante partite. “Ma stavo per perderci anche a Brisbane pochi mesi dopo…” ha ricordato Roger, poco prima di ringraziarmi per una bottiglia di vino che gli ho regalato dopo essere stato a pranzo in una famosa trattoria fiorentina sulla via Senese che si chiama Ruggero e il cui titolare ha battezzato il proprio vino Roger, senza minimamente pensare che esistesse un tennista di tal nome. Trovai la cosa casuale e curiosa e gliene ho portato una bottiglia.

Non era il caso di sottolineare a Roger che sulla sua strada, una volta superato Millman in un match in cui sono curioso di vedere come si dividerà il tifo del pubblico – Roger gioca in casa anche contro gli australiani? – avrebbe il vincitore di Paul-Fucsovics. Se avessero vinto i favoriti avrebbe dovuto fronteggiare invece Shapovalov o Dimitrov. Ma se gli avessi chiesto di commentare una strada che pare abbastanza in discesa, beh mi avrebbe dato la classica risposta: “Io devo battere Millman, poi si parla del resto”.  

Anche Djokovic ha vinto facile. E mi ha detto di riservarsi un altro “not too bad “ –qualcuno che ricorda il famoso video capirà – per la fine del torneo. Intanto ho saputo che giocherà in verde Lacoste per tutto il torneo. Ma non è una scelta politica, né ecologica, a quanto so. Ha vinto la sua partita n.901, ha colto la vittoria n.70 all’Australian Open – pensate quanta strada debba fare Sinner prima di arrivare a questi numeri – e di sicuro secondo me passerà almeno quota 80 nel numero dei tornei vinti: è già a 77.

Novak Djokovic – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

La giornata superventosa non ha scoraggiato l’affluenza, anche se la qualità del tennis ne ha fortemente risentito: 55.440 spettatori durante il giorno, 24.335 la sera, totale quasi 80.000 in un giorno: 79.775. Quanti tornei pagherebbero per avere un’affluenza simile in tutta una settimana!

Berrettini 8, Dimitrov 18, Paire 21 (che però ha perso dall’outsider Cilic…bella mina vagante il croato che qui ha fatto una finale come a Wimbledon dopo aver vinto un  US open!), Evans sono le teste di serie smarritesi, mentre fra le donne sono Sabalenka n.11 (k.o. con Suarez Navarro), Martic n.13 (ma perdere con la Goerges è quasi normale), e Yastremska arresasi alla Wozniacki.

Già a trionfare sono state due ragazze, non più ragazzine, ormai decise a ritirarsi: la prima è Caroline Wozniacki che ha già annunciato il ritiro per la fine di questo torneo che lei vinse due anni fa scongiurando l’incubo di essere stata a lungo n.1 del mondo senza aver mai vinto uno slam. Le veniva rinfacciato ogni piè sospinto. Per assistere al suo canto del cigno sono arrivati qui a Melbourne ben cinque giornalisti danesi. Di solito ce n’era uno solo, massimo due. La seconda è la ragazza delle Canarie, Carla Suarez Navarro che invece chiuderà l’anno. Se le due veterane pronte alla pensione hanno eliminato due teste di serie è perché forse non avendo più nulla da dimostrare e da perdere giocano più libere. Così Wozniacki ha rimontato il primo set da 1-5 e il secondo da 1-3 all’ucraina Yastremska n.23 per conquistare il doppio 7-5. E alla fine ha voluto dare anche una lezioncina di fairplay all’ucraina che aveva chiesto un ridicolo medical time out sul 5-6 del secondo set. Suarez Navarro invece ha vinto 7-6 7-6 sulla bielorussa Sabalenka testa di serie n.11.

In una giornata che avrebbe potuto essere quasi tragica – sportivamente parlando s’intende – per il tennis italiano non fosse arrivato a notte inoltrata l’orgoglioso Fognini a salvarla, l’open d’Australia ha celebrato l’Italian Partner Day.Che cos’era? Beh una promozione che, con alcuni cantanti d’opera lirica, Tennis Australia ha voluto dedicare ai suoi tre partner italiani, Lavazza, Barilla e Aperol che occupano in tre quasi più spazi di tutti gli altri sponsor messi assieme. Lavazza ha offerto fino all’esaurimento di una certa scorta caffè e cannoli, Aperol dei VIP upgrade tramite sorteggio fra chi entrava nei loro stand. Barilla, confesso, non lo so.

Purtroppo ci sono rimasti solo tre azzurri e due giocano nella notte. Seppi contro Wawrinka, un trentacinquenne contro un trentaquattrenne, tanti piccoli grandi acciacchi alle spalle. Insieme a un match che qui lo svizzero vinse 7-6 7-6 7-6 e che lasciò a Andreas qualche rimpianto. Kuznetsova pensa al non c’è due senza tre nell’affrontare Camila Giorgi, la quale dal canto suo sostiene di a) non intendersi di tennis femminile, b) essere al corrente che la russa è però destra e non mancina c) che la sua modesta classifica attuale, n.102, ora che il polso non le farebbe più male, non significa quasi nulla d) l’importante è riuscire a fare il suo gioco. e) e poi chi vivrà vedrà. F) non ha battuto 9 top-ten in carriera? Perché non dovrebbe poter battere anche Kuznetsova i cui ultimi Slam vinti risalgono al 2009, 11 anni fa?

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Australian Open: cinque italiani su tredici al secondo turno

MELBOURNE – In cosa sono diversi Fognini, Berrettini, Sinner e Seppi. Il ritratto di Matteo, “dipinto” da un maestro della penna. Sharapova giù a precipizio. Il tonfo di Aliassime segue quello di Shapovalov. Gulbis fenomenale. Camila Giorgi ineffabile

Pubblicato

il

Fabio Fognini - Australian Open 2020

da Melbourne, il direttore

Nei primi due giorni di uno Slam, se non si verificano clamorose sorprese, è consuetudine occuparsi primariamente del tennis italiano e, per solito, segnalare il cammino dei big, quasi sempre simil-passeggiate per i vari Nadal – a caccia del 20esimo Slam e del record di 2 Slam vinti per ciascuno dei 4 Majors che nessuno può vantare dai tempi di Rod Laver (Federer e Djokovic hanno vinto un solo Roland Garros…) – Federer e Djokovic, anche se il serbo superfavorito verso l’ottavo Australian Open un set lo ha già lasciato per strada. Le sorprese sono state modeste e hanno riguardato soprattutto, in senso purtroppo negativo, il Canada che ha visto uscire di scena al primo turno i suoi due migliori prospect, la testa di serie n.13 Shapovalov (k.o. lunedì con Fucsovics) e la n.20 Auger-Aliassime (battuto questo martedì dal redivivo Gulbis risorto dalle quali e dal n.256). Il lettone è un fenomeno. Questo link lo spiega.

Nel femminile è “saltata” per mano dell’immarcescibile Svetlana Kuznetsova, 34 anni, con due Slam in bacheca e un indimenticabile ricordo di una maratona combattuta con Francesca Schiavone (“Come potrei dimenticare quel 16-14… salutami Francesca, ho saputo che ha sconfitto la malattia vero? Le ho mandato un Instagram di incoraggiamento quando ho saputo della malattia, l’avrà visto…”), la finalista dell’ultimo Roland Garros, la ceca Marketa Vondrousova, n.15 WTA, mentre non fanno notizie le sconfitte di Johanna Konta, n.12, afflitta da un assillante problema a un ginocchio e battuta dalla tunisina Jabeur abilissima con il suo tennis classico ed elegante a muovere le avversarie, e ormai nemmeno più quella di Maria Sharapova, battuta 6-3 6-4 da Donna Vekic n.19, dopo aver dilapidato un vantaggio di 4-1 nel secondo set.

Per Maria, che aveva raggiunto il terzo turno un anno fa, c’è una terrificante discesa agli Inferi: sarà n.369, sì, avete letto bene, a fine Australian Open. Se vorrà continuare a restare nel grande tennis potrà farlo soltanto grazie a wild card. Tanti tornei gliele offriranno, questo è poco ma sicuro. Di certo non riesco ad immaginarla a giocare tornei dei circuiti minori. E con quel ranking non potrà nemmeno entrare, se mai lo volesse, nelle qualificazioni. Di sicuro Palermo l’avvicinerà. Ma lei, che mi ha detto di essere comunque soddisfatta dei suoi due mesi in Italia e della sua esperienza con Riccardo Piatti a prescindere dai risultati fin qui ottenuti – “Ma la classifica mi preoccupa poco, lo scorso anno ho giocato solo otto tornei, i punti non potevano essere tanti” e tuttavia avrebbero potuto essere di più, se non avesse sofferto di continuo dei problemi alla spalla e avesse giocato un po’ meglio -, dovrà cercare comunque di programmarsi al meglio per tentare di risalire la corrente dopo esser così malamente sprofondata.

Accenno qui al fatto che ieri avevo scritto che non sarei stato per nulla sorpreso se Fognini, che aveva giocato benino pur finendo sotto di due set con Opelka, fosse riuscito a rimontare. Ci speravo proprio e sono contento che ce l’abbia fatta. Fabio c’è infatti riuscito. Bravo, perché ha servito sempre benissimo, per i suoi standard, e ha risposto bene anche sulle “seconde” di Opelka, ingiocabile o quasi quando metteva la “prima”. Si è beccato con Bernardes dopo un penalty point che è arrivato poco dopo che aveva vinto terzo e quarto set? Beh, il lupo perde il pelo ma non il vizio. “Non mi piaci, non so più come dirtelo. Quando dico che non ti voglio più sulla sedia è perché fai pena. Ma solo quando parla Nadal venite cambiati. Fabio è così, prendere o lasciare. Fa vedere cose stupende con la racchetta in mano e poi… è capace tafazzianamente di farsi male prendendo quella stessa racchetta a pugni, fino a farsi diventare la mano così rossa, tutte le nocche che paiono esplose, che io ho creduto che se la fosse bruciata e mi chiedevo come fosse riuscito a portare a termine la partita in quelle condizioni. Spero che quello stato non pregiudichi la sua partita di domattina alle nove italiane, dopo questa splendida rimonta.

Bell’impresa la sua, oltretutto non nuova: Fabio ha vinto otto volte rimontando da uno svantaggio di due set, e c’è riuscito in tutti i quattro Slam, anche se certo la rimonta più prestigiosa e memorabile, resterà sempre quella fatta ai danni di Nadal a New York. “È un record migliore di quelli di Federer ha scherzato”, ma qualcuno ha ribattuto: “No, Federer ha anche questo”. Non so se sia vero però, e non ho tempo di verificare. Intanto Luca Brancher, che Ubitennis ha ritwittato, ha individuato gli altri otto tennisti che hanno vinto rimontando da sotto due set in tutti i Majors. Chi non segue Ubitennis su Twitter, sulla pagina di Facebook, su Instagram (ci volete aiutare a superare il muro dei 10.000, sì o no?)… peggio per lui!

Qui a Melbourne quest’anno eravamo presenti con il contingente più numeroso di sempre, 13 azzurri, 9 uomini e 4 donne. C’erano stati anni in cui le donne erano state anche parecchie, ma gli uomini sempre pochini. Del resto mai avevamo chiuso un anno con otto uomini nei primi 100 e quindi qualificati nel main draw senza dover passare per le forche caudine delle qualificazioni. A fine primo turno la pattuglia azzurra si è parecchio assottigliata: da 13 a 5, una donna, Camila Giorgi a dispetto del suo n.102 nel ranking WTA e nelle sue ormai non più sorprendenti affermazioni (“Cosa so dire di Kuznetsova o Vondrousova? So che una è mancina e l’altra è destra. Non mi intendo di tennis femminile… Io mi devo preoccupare solo di fare il mio gioco”) e quattro uomini. Cioè la metà di quelli all’avvio, ma in quella sono compresi i tre più attesi, Berrettini, Fognini e Sinner e poi l’irriducibile Seppi con i suoi 35 anni lui n.85, capace di conquistare l’ennesima vittoria contro pronostico su Kecmanovic (n.54) serbo di stanza a Bradenton da Bollettieri, sulla prediletta superficie australiana.

Ricordo di aver conosciuto Seppi la prima volta qui in Australia 14 anni fa, parlava un italiano stentato, si capiva che in casa sua a Caldaro si parlava soltanto tedesco. È incredibilmente cambiato da allora. Mi direte che è normale, ma quando ieri – ora che da tre anni passa un paio di mesi all’ano nella sua casa in Colorado con la moglie che gli darà una figlia fra un mese – ha detto: “In fondo la vita in Colorado, lassù su montagne più alte, non è poi così radicalmente diversa da quella in Alto Adige, solo che gli americano sono più aperti, più pronti ad aiutarti, sì più simpatici degli altoatesini…, beh, mi ha un po’ stupito, ma mostra quanto sia davvero cambiato dacché pareva un ragazzo introverso, quasi musone. Oggi è un ragazzo delizioso, simpatico, spiritoso, allegro, maturo, certamente intelligente e beneducato, sempre iperdisponibile. Avercene di ragazzi così.

Chissà se anche Sinner, che rispetto a Andreas ha fatto prima le sue scelte di vita trasferendosi alla corte di Piatti già a 13 anni ed è già oggi molto più disinvolto di quanto fosse Andreas alla sua età, passerà attraverso una simile evoluzione. Intanto tutti i grandi che l’hanno conosciuto e ci si sono allenati si dicono impressionati dalla sua umiltà, la sua seria determinazione e anche altre sue qualità umane al di là di quelle tennistiche che lo mettono già oggi su un piano di assoluta e precoce eccellenza.

Più di due parole meriterebbero anche due degli azzurri sconfitti: sia Sonego contro un super Kyrgios, ingiocabile al servizio al punto da non concedere una pallabreak in tre set e tuttavia vittorioso solo grazie ai due tiebreak finali, sia Cecchinato che è stato avanti di un break in tutti e tre i set persi con Zverev – il siciliano ha condotto 4-2 nel primo, 5-3 nel secondo, 1-0 nel terzo, ma si è subito fatto ribreakkare – hanno giocato ottimi match. Semmai quel che mi ha lasciato un tantino perplesso è la sensazione che entrambi fossero tutto sommato contenti della partita giocata, dell’esperienza vissuta. “Sono match come questi che mi aiutano a migliorare, magari ne giocassi tanti così contro un avversario che serve come Kyrgios – diceva Sonego – di sicuro imparerei a rispondere sempre meglio…”.

Simile soddisfazione, perché forse temeva di far peggior figura Cecchinato, che ancora sul cemento non ha troppa fiducia in se stesso e l’aver giocato alla pari con Zverev gli pare un buon segno. Hanno ragione entrambi, però io ricordo come era imbufalito Sinner a New York quando perse – giocando un gran match alla pari – in 4 set da Wawrinka. “Potevo vincere tutti i set, non solo il terzo!”, diceva l’altoatesino dai capelli rossi. Forse non si dovrebbe mai accettare nessuna sconfitta con il sorriso, se si aspira ad essere campioni. Sinner sogna di diventare n.1, forse Sonego, peraltro ragazzo stupendo, e Cecchinato – che conosco meno – si accontenterebbero anche di molto meno. Non è una piccola differenza, alla fine. Nell’ambizione a volte si deve essere anche un tantino presuntuosi.

Marco Cecchinato – Australian Open 2020

Peraltro dopo un anno e mezzo non sempre brillante, Cecchinato va capito. Mentre Sonego è più giovane, più inesperto, ha cominciato davvero tardi ad affermarsi, quindi ci sta che si sia messo in testa di fare un passo alla volta. In fondo Sinner, da quando ha 13 anni, ha ben chiaro dove vuole arrivare. Le sue scelte, ai danni anche dello sci in cui eccelleva, le ha fatte già allora. Il coraggio di lasciare la propria famiglia già a quell’età, la dice lunga sulla visione e la determinazione di Jannik. Lorenzo e Marco sono cresciuti in un modo più… normale, più tradizionale, hanno cominciato a lavorare sognandosi seri professionisti di tennis un bel po’ più tardi.

Ma fra stanotte e domattina dei cinque superstiti azzurri giocano soltanto tre. Sulla carta Berrettini contro l’americano n.100 Sandgren (che raggiunse qui i quarti due anni fa), terzo match a partire dall’una sul campo 1573 Arena (dopo Suarez Navarro-Sabalenka e Mertens-Kovinic) e Fognini alle 9 del mattino contro l’australiano Thompson n.66 ATP, sembrano avere il compito meno difficile. Per Sinner il solido ungherese Fucsovics, n.67 e 28 anni l’8 febbraio, con un best ranking di n.31 rappresenta invece un osso duro. Un anno fa qui raggiunse gli ottavi e batté Querrey. Lunedì ha sorpreso Shapovalov, il che dovrebbe bastare a far capire che davvero Sinner non parte favorito. Incrociamo le dita. Intanto, mentre Jannik è il primo ragazzo di 18 anni e 5 mesi a superare un turno in uno Slam dal tempo di Nargiso al Roland Garros nel 1988, leggete quel che mi ha detto Rafa Nadal al suo riguardo.

Di Berrettini, di cui mi permetto di apprezzare insieme alle tante qualità umane e tennistiche anche la grande simpatia della bella Ajla Tomljanovic – c’è stato uno scambio divertente fra lei e il sottoscritto in sala stampa, con Ajla certo di buon umore per aver dominato 6-1 6-1 la lettone Sevastova, testa di serie n.31… lei ha cominciato a sorridere ancor prima che io le rivolgessi la mia domanda, certo si aspettava qualcosa che concernesse Matteo Berrettini e aveva intuito bene – vorrei segnalare un brillante pezzo che scrisse pochi mesi fa Massimo Gramellini nella sua nota ed apprezzatissima rubrica quotidiana che esce sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Prima di riprenderlo voglio solo dire ai lettori di Ubitennis che una volta, 25 anni fa, Massimo fu inviato da La Stampa a seguire un match di Coppa Davis. Non poteva considerarsi un esperto di tennis, anche se gli piaceva molto, mi assicurò. E la sua penna era già brillante, brillantissima, anche se era giovanissimo. Ricordo che Rino Tommasi lo capì subito. “Ubaldo vedrai che Massimo diventerà un grande giornalista”. Massimo e io seguimmo quel match seduti accanto. Ricordo che gli spiegai il mio metodo per segnare i punti di un match. Complicato a prima vista, ma lui lo afferrò subito. E anche anni dopo me lo ricorda. Leggete qui il Gramellini ormai affermato anche come personaggio televisivo.

“Se dico Matteo, probabilmente penserete a un prete in bicicletta o a un paio di politici che avevano l’Italia in mano e l’hanno persa davanti allo specchio. Invece all’estero il Matteo più famoso è Berrettini, che si è issato definitivamente nel gotha del tennis mondiale. Berrettini ha qualcosa che lo rende interessante anche agli occhi di chi non segue lo sport: contraddice l’immagine dell’italiano di successo. Siamo tutti cresciuti con lo stereotipo rinascimentale del talento estroso e collerico, imprevedibile e però inaffidabile. Simpatico e volgare, romantico e spietato, smanioso di piacere e felice di apparire. Ci disegnano così e certe volte sembra che solo assecondando questo modello ci si possa ritagliare un posto nel mondo. Berrettini non ha la scintilla di un Federer e nemmeno di un Fognini (lui sì, fedele al clichè). Ma ha altre doti. Sa mantenere la calma e imparare dagli errori, detesta piangersi addosso e rifugge la ribalta mondana. Se questo Paese rimane in piedi nonostante tutto, non dipenderà dal fatto che, dietro la prima linea dei piacioni, si muove un esercito silenzioso di Berrettini? Viva il Matteo diverso, una sorta di svedese nato a Roma, ma con residenza fiscale a Montecarlo. Perché anche un italiano atipico, quando si tratta di tasse, resta pur sempre un italiano”.

Chapeau Massimo, non so se ricordi ancora come si segna il punteggio di un match di tennis, ma se sei stato per tale sciocchezza un grande allievo, per il resto ho l’impressione di trovarmi davanti a un gran bel maestro di scrittura. E non mi pare il caso di aggiungere una sola riga in più.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement