Mamma d'un tennista, il mestiere più difficile

Interviste

Mamma d’un tennista, il mestiere più difficile

FIRENZE – L’arte d’esser presenti senza esser presenti. Marina Lorenzi, mamma di Paolo: “Quando restammo un mese in Bulgaria con una caviglia a pezzi…”

Pubblicato

il

Paolo Lorenzi - US Open 2019 (foto Jo Vinci)

Si dice che esser mamme (soprattutto brave) sia un mestiere dei più difficili. Posso confermare. Io non sono mai riuscito a esercitarlo. Per difetto costituzionale. Ma so che essere mamme di tennisti o aspiranti “pro”, poi, è ancora più dura. Perché il figlio, salvo che sia stato… battezzato Roger, Rafa, Novak o Andy, all’inizio non fa che perdere. Soprattutto quando gioca con i più grandi. E man mano che diventa più bravino, il guaio è che son quasi tutti più grandi.

La mamma che vede il figlio (o la figlia, è uguale) perdere, piangere, disperarsi, ammutolirsi, ingrugnirsi, soffre come una… mamma. Più è lungo il viaggio di ritorno dal maledetto luogo della sconfitta, più atroce è il martirio. Alla mamma spesso capita di essere, per tutta la carriera in embrione del pargolo determinato, l’autista che accompagna l’aspirante tennista nei luoghi più improbabili a disputare tornei. Il papà per solito – o almeno è stato così per la mia generazione – lavora per potersi permettere di mantenere un figlio che voglia fare il tennista. Non si offendano le mamme che oggi lavorano come e più dei padri, so che i tempi sono cambiati rispetto a 20-30 anni fa; è quindi molto più frequente trovare padri che accompagnano i ragazzi ai corsi (in percentuali forse ancora più modeste rispetto alle mamme… ma non datemi del maschilista retrogrado per questo!).

Ma torniamo alla mamma (se poi è il padre, è lo stesso). Se porti il figlio in ritardo alla lezione, al corso, il maestro si arrabbia e minaccia di lasciare il figlio innocente a bordo campo (ma si arrabbia anche il genitore, perché le lezioni costano care!); se lo porti in ritardo alla partita di torneo, giudice arbitro e avversario non aspettano. Anzi, spesso si fregano le mani. La partita è persa. Se anche una sola volta su mille la mamma in ritardo ha fatto perdere una partita al figlio, beh, state sicuri che non se lo dimenticherà mai. Né il figlio, né la madre. Mai conosciuti, in quel deprecabile e sfortunato caso (è sempre colpa del traffico, eh), figli comprensivi.

 

Di arti varie è pieno il mondo, ma l’arte di saper consolare un figlio sconfitto, e peggio se… derubato da un arbitro miope, da un avversario scorretto, da net e righe avverse, è una delle più difficili da apprendere e praticare. Innata non ce l’ha nessuno, non è come per… ‘arti minori’ quali la pittura, la musica… è molto più difficile. E durante il match del figlio? Se non lo guardi lui si arrabbia e poi ti accuserà di indifferenza, se lo guardi e ti scappa una smorfia a seguito di un errore… guai!, “tu non capisci nulla di tennis, come ti permetti?”, “non hai visto che la palla è rimbalzata male?”, “non ti sei accorta che il tuo avversario ha fatto un colpo formidabile?”. Né applausi eccessivi fuori luogo, please, che figura gli fai fare a tuo figlio? Insomma, comunque ti atteggi (per lui eh) sbagli. La tenerezza sarà più apprezzata dagli altri piuttosto che, sul momento, dal figlio incavolato.

Tu mamma, hai un impegno? Dimenticalo! La partita di torneo non sai mai a che ora davvero comincia – eh dai, lo devi sapere che dipende da quando finisce quella precedente – e non pretendere che finisca quando ti farebbe comodo. Mica si può vincere, o perdere, a comando, con l’orologio in mano. L’orologio delle mamme non conta, i minuti non girano o girano troppo, come le ore. E se hai sfiga che piove ci vuol pazienza, si aspetta sotto l’ombrello e se il circolo non ha una club house riscaldata portati una sciarpa. La disponibilità deve essere completa. Ci sono altri fratelli, sorelle, di cui occuparsi? Si arrangino. È più facile che un campione sia figlio unico, o abbia al massimo un fratello, una sorella minore.

Mai conosciuto un campione con sei fratelli a carico di una sola mamma: non potrebbe seguirlo. Già il figlio minore non ha i vantaggi della disponibilità di cui ha goduto il maggiore. Ricordate i tanti fratelli noti del grande tennis, i Panatta, Sanchez, McEnroe, Simonsson, Radwanska, Clijsters, Djokovic, Melzer, Granollers, Bennetau, Lapentti, Cuevas, Tacchini? Guarda caso il maggiore è sempre stato il più forte. Ci sono eccezioni (Serena per Venus Williams, Sascha per Mischa Zverev, Andy per Jamie Murray e pochi altri), ma se si chiamano eccezioni…

Il tennista è, fin da bambino, votato all’individualismo. Diventa, per forza di cose, egocentrico. Spesso egoista. E anche un tantino tirchio perché se putacaso un torneo, un incontro, se lo va a giocare da solo, i soldi che gli avranno dato i genitori non saranno mai troppi. Ho conosciuto tantissimi tennisti. Quelli che hanno faticato ad emergere, non gli Agassi che regalava auto a destra e manca, né gli altri enfant prodige subito ricchi, sono quasi tutti tirchi. Potrei fare mille esempi di giocatori diventati forti in età più avanzata che non hanno mai offerto un caffè a nessuno.

Di esperienze… materne indirette posso ricordare quella di mia moglie, mai stata tennista ma in compenso provetta autista che quando portava mio figlio al circolo del tennis di Firenze a mezzora di distanza casa per un’oretta e mezzo di corso non mancava di farmi presente che per lei quell’ora e mezzo non erano mai meno di tre e mezzo, fra anda, rianda, doccia e varie perdite di tempo. Fallo un giorno, fallo due… ma se lo devi fare per cinque giorni alla settimana e più, per mesi e magari per anni, diventa un incubo. Se poi ti accorgi che il figlio neanche è contento e spensierato come quando gioca a calcio o pratica gli sport di squadra perché in quelli non avverte alcun tipo di pressione, beh ti assalgono i dubbi: “Ma gli farà bene giocare a tennis?.

Vi invito quindi ad ascoltare sei minuti (sei…) di intervista audio che ho fatto al CT Firenze, durante il torneo challenger di cui diamo ampie cronache tutti i giorni, con la simpatica, spontanea e disponibilissima Marina, la mamma di Paolo Lorenzi.

L’AUDIO DELL’INTERVISTA

Lei era un po’ recalcitrante all’inizio perchè non le piace proprio riudire la propria voce quando la sente registrata, ma alla fine ha ceduto alle mie garbate insistenze consentendomi di scrivere un pezzullo diverso dalla cronaca di un match. Credo che più dall’audio, dai toni, potrete probabilmente capire meglio che non dalla trascrizione che sì, si può diventare anche grandi giocatori di tennis, top 50 del mondo (non giocano a tennis tutti i 7 miliardi e mezzo del pianeta, ma qualche milione la racchetta in mano l’ha presa, essere uno dei migliori 50 non è proprio banale) ma se non si ha alle spalle una mamma pronta a tutto, come Marina, è dura sfondare.

Perché è duro soprattutto l’inizio. Una montagna da scalare… sulle pendici della quale, per esempio, si arrendeva più o meno inconsapevolmente mia moglie allorquando, dovendo portare a giocare mio figlio a un torneo a Grosseto, scappando dall’uscita di scuola all’una e mezzo per essere puntuali al campo per le 16 – che poi diventavano le 18 perché la partita precedente non finiva mai – e facendo ritorno a casa poco prima della mezzanotte con ancora i compiti del liceo classico da fare, beh dopo due o tre giorni di turni superati alla meno peggio… lei, pur innamorata del figlio più di Cornelia madre dei Gracchi, finiva per augurarsi che Giancarlo perdesse… anche se le due ore di auto per tornare a Firenze erano un incubo. L’incomunicabilità resa famosa dai film di Antonioni a confronto erano gag comiche.

Un’altra volta, se vi interessasse conoscere alcuni risvolti cronachistici di un padre che per l’appunto è anche ex tennista agonista (sia pur modesto) nonché giornalista con i limiti comportamentali che le due qualifiche si trascinano dietro, vi racconterò quanto non sia semplice neppure il ruolo del padre che si trova (sia pur sporadicamente) a seguire il figlio in gara. Ma ora spazio a mamma Lorenzi. Per chi rifugge dall’ascoltare gli audio, la redazione ha ricapitolato un sunto di quel che mi ha raccontato mamma Lorenzi poco dopo una sconfitta di misura (7-5 al terzo) patita da Paolo, che ha dovuto subire – proprio quando serviva sul 5-6 – una sciocca sospensione di 6/7 minuti dovuta alla riparazione di un buco (minimo) che si era formato nella rete.

Francamente l’arbitro avrebbe potuto aspettare la conclusione del match o semmai decidere per la riparazione sul 6 pari. Paolo un po’ si è innervosito, un po’ si è freddato (ed era già piuttosto provato, a quasi 38 anni meno pause si hanno e meglio è), fatto sta che in un baleno si è trovato sotto 0-40 con tre match point da annullare e non ce l’ha fatta. Così Paolo, toscano d’adozione (è nato a Roma ma è cresciuto a Siena e tifa Fiorentina) ha dovuto lasciare il passo all’argentino Marco Trungelliti, finalista a Firenze un anno fa (battuto da Andujar, il recente quartofinalista dell’US Open ).

Meglio lasciare in pace Paolo, di pessimo umore così come il suo allenatore Christian Brandi, e parlare invece con mamma Marina, un presente da mamma, un passato da giudice di linea prima, di …autista poi, di spettatrice-fan più che soddisfatta dei sacrifici un tempo compiuti… oggi.

“Mamma di un tennista? È difficilissimo, bisogna essere presenti non essendo presenti – definizione splendida, brava Marina! te la rubo per il sottotitolo… – bisogna saper fare un passo indietro, ma accompagnarli sempre. Tutti i giorni al tennis, tutti i giorni in giro – vivendo a Siena qualsiasi posto era lontano… sono riuscita persino a stare un mese filato in Bulgaria perché Paolo voleva prendere a tutti i costi i primi punti ATP! Quando è arrivato lì si è allenato subito con (Alessio) Di Mauro, allora grande giocatore (siciliano)… sennonché dopo solo due scambi Paolo si è fatto male ed è caduto; sono dovuta rimanergli accanto, portarlo all’ospedale, si era fatto male a una caviglia. L’infortunio è durato tutto il mese. Ma alla fine è riuscito a guadagnare i suoi primi cinque punti“.

Tanta garra. Di Paolo certo, ma anche di mamma Marina! Un mese in Bulgaria non è come andare sulla Costa Azzurra. Per riuscire a conquistare quei punti, quando aveva solo 17 anni, Paolo ha dovuto anche… fingere di non essersi fatto nulla! “Ha accettato l’idea di saltellare in campo, per far vedere che era in grado di giocare altrimenti il supervisor lo avrebbe sbattuto fuori per mancanza di impegno (tanking, ndr)! Solo al terzo torneo – era un torneo satellite fatto di tre tornei più un Master – ha vinto una partita e così ha conquistato quei primi punti che sognava”. Se gli archivi del 1999 non ci ingannano, la sua prima vittoria è stata un 6-2 6-1 ai danni della wild card locale Delian Borisov.

Paolo Lorenzi (foto IKE LEUS)

Lungi dall’essere soltanto motivo di soddisfazioni, un figlio che vuole diventare tennista professionista rappresenta inevitabilmente anche un discreto costo. Il tennis non è sport per famiglie poco abbienti, purtroppo. Non tutti se lo possono permettere. “A quei tempi Paolo non aveva nessun aiuto dalla federazione e il primo coach se l’è potuto permettere molto tardi. Noi genitori dobbiamo investire sui figli. Che sia per il tennis o per lo studio, è importante dare loro la possibilità di fare delle scelte“.

Una famiglia che non avesse la necessaria disponibilità economica sarebbe in gravi difficoltà. L’equivalente di 25.000 euro 20 anni fa… “Vai fino in Messico, perdi al primo turno, prendi 300 dollari…”.

Oggi non ne basterebbero 40.000 per chi voglia fare un’attività internazionale di livello, (potete trovare qualche informazione più dettagliata qui) sia pur magari dividendo lo stesso coach anche con altri giocatori (come fa anche adesso Paolo con Brandi, che segue anche altri ragazzi del team di Riccardo Piatti. Napolitano, Dalla Valle… a Firenze erano tre con Lorenzi, in altri tornei sono anche cinque). Marina non rimpiange nulla della lunga avventura, anzi, visti i risultati e le soddisfazioni poi ottenute dal figlio è più che contenta: “Ai tempi delle prime qualificazioni Slam l’ho sempre accompagnato, è stato certamente anche bello (per lei che ha sempre giocato e amato il tennis). Ho girato il mondo e visto il tennis (in posti magnifici…) ringrazierò sempre Paolo per questo, mi sono divertita molto“.

E come conciliare il tennis di un giocatore professionista che è arrivato a iscriversi alla facoltà di Medicina (poi inevitabilmente poco frequentata, diversamente dal fratello maggiore di Paolo che invece è medico a Londra). “Abbiamo studiato molto ovunque, anche in macchina, viaggiando, ho potuto aiutarlo raccontandogli la storia, risentendogli la matematica…“. 

Insomma bravo Paolo, certo, ci mancherebbe. Ma senza una mamma così dove saresti arrivato? Quando lo dico a Marina lei dapprima ha l’aria di volersi schermire un po’, ma poi lascia spazio alla sua naturale genuinità (mentre suo marito è stato discretamente in disparte per tutto il tempo): “Un po’ è vero, lo dico sempre!“. La mamma di Paolo, ragazzo d’oro nella vittoria come nella sconfitta, scoppia in una sanissima risata. E noi non possiamo che sorridere con lei.

Continua a leggere
Commenti

Interviste

Karolina Muchova, una carriera in (meraviglioso) ritardo

Intervista esclusiva alla giocatrice ceca, che ci svela il motivo della sua esplosione tardiva: “Sono cresciuta in ritardo, a 15-16 anni ero molto piccola e ho avuto problemi alle ginocchia e alla schiena”. Adesso però, sul campo, è uno spettacolo

Pubblicato

il

Karolina Muchova - WTA Elite Trophy 2019

Karolina Muchova non è un cliente facile. Se noi fossimo dei venditori porta a porta (ancora ne esistono, sì), lei sarebbe probabilmente quella che dopo averci ascoltato per cinque minuti decantare le lodi del nostro prodotto, con involontaria crudeltà e un terribile sorriso di cortesia ci spedirebbe all’abitazione di fronte usando quattro parole quattro: ‘Non mi interessa, grazie‘. Di parole Karolina non è prodiga, e nonostante la sua carriera ad alti livelli sia praticamente appena iniziata è ragionevole credere che non lo sarà mai.

Lo ammettiamo, è un po’ presuntuoso ipotizzarlo dopo averci parlato per pochi minuti in una saletta dell’Hengqin International Tennis Center di Zhuhai, nel corso del WTA Elite Trophy per assistere al quale abbiamo ricevuto un gentile invito, ma se non sfruttiamo il vantaggio deduttivo delle nostre sensazioni a pelle tanto vale smettere di parlare di persona con gli atleti. Il motivo per cui abbiamo scelto di disturbare proprio lei, oltre a Sabalenka e Yastremska (che alla fine non si è nascosta troppo bene, se sull’imminente assunzione di Bajin l’avevamo stanata), è molto banale: vedere giocare dal vivo Karolina Muchova è un’esperienza profondamente appagante e volevamo capire cosa ci fosse dietro questa perfezione stilistica giustamente premiata dal secondo posto nella nostra classifica degli outfit stagionali.

Per chi volesse approfondire il bagaglio tecnico della 23enne ceca il consiglio è leggere questo mirabile articolo di AGF rispetto al quale sarebbe quasi oltraggioso fare delle obiezioni. Ci soffermeremo quindi sugli elementi di maggiore accordo – il dritto la cui preparazione ha un impronta marcatamente ‘maschile’, soprattutto nell’esecuzione inside-out, la grande varietà del servizio che non è soltanto il colpo di inizio gioco ma ha i crismi dell’apertura in una partita di scacchi, ovvero è indicazione di come Karolina vuole sviluppare il punto, e la totale completezza di soluzioni nel gioco di volo – e citeremo l’unica parziale perplessità.

 

Sì, l’esecuzione del rovescio è un po’ più rigida e non ha la fluidità del dritto, non provoca la stessa meraviglia suscitata da uno spezzone girato a 60 fps e montato in mezzo a un filmato di qualità molto più bassa, ma neanche spezza l’armonia del suo gioco. Comunque, anche dal lato sinistro, Karolina può mettere la palla quasi dove vuole. L’unico problema è che non sempre arriva per tempo sulla palla perché a fronte di una coordinazione naturale impressionante non è particolarmente veloce negli spostamenti. Per questo ha bisogno di tenere l’iniziativa e giocare alle sue condizioni; quando ci riesce, è veramente uno spettacolo di verticalità.

Karolina Muchova – Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

UNA CARRIERA IN RITARDO

Muchova ha iniziato la sua carriera professionistica nel 2014, a meno di considerare quel paio di partite vinte tra ottobre e novembre 2013. Senza un particolare curriculum junior alle spalle, ma incoraggiata dal padre ex calciatore Josef Mucha (centrocampista di fisico del Sigma Olomouc, 38 gol all’attivo nella prima divisione ceca) Karolina ha fatto la conoscenza del circuito ITF solo nell’anno della maggiore età.

Non credo che il fatto che mio padre fosse un calciatore abbia influito sulla mia scelta di fare la tennista” esordisce Karolina. “Più che altro, quando ero piccola mio padre mi ha fatto provare molti sport e questo mi ha aiutato a capire ‘come si fa’, come ci si muove“. La coordinazione nel gesto di cui parlavamo poc’anzi è in parte una legacy paterna e in parte la conseguenza del fatto che si sia cimentata con la ginnastica, la pallamano e il nuoto sincronizzato, tentativi poi sfociati nella decisione – a circa undici anni – di proseguire solo con il tennis. Vinto il primo torneo disputato, lo ha preso come un segno per intraprendere definitivamente quella strada.

Non è stata però una strada semplice, se è vero che il mondo del tennis si è accorto di lei molto tardi, precisamente il 30 agosto 2018 quando al secondo turno dello US Open, da numero 202 del mondo, ha rimontato e sconfitto Garbiñe Muguruza. Karolina aveva 22 anni e fino a quel momento aveva trascorso appena quattro settimane in top 200; otto mesi dopo è entrata in top 100, quindici mesi dopo è la numero 21 del ranking. Quando le chiediamo perché secondo lei ci abbia messo così tanto, nonostante il talento di cui dispone, e se magari proprio il suo stile di gioco può averle reso il percorso più complicato, risponde così.

È difficile da dire. Non so perché, non lo so” dice producendosi nel primo dei soli due sorrisi che regalerà nel corso dell’intervista. Dopo una piccola pausa, prosegue: “In effetti sono in ritardo con tutto. Sì, potrebbe dipendere dal fatto che ho uno stile di gioco differente: ho dovuto imparare cose diverse per vincere le partite, soprattutto quelle più complicate. Ma questo è il mio modo di giocare e non ho mai voluto cambiarlo”.

Sono stata anche spesso infortunata quando ero più giovane e non ho disputato molte stagioni complete aggiunge come se fosse un corollario nella sua spiegazione, quando invece è probabilmente l’elemento principale, qualcosa di cui probabilmente non aveva mai fatto menzione in pubblico. “Sono cresciuta in ritardo. Come puoi vedere, sempre in ritardo! Ero molto piccola a 15-16 anni, ne dimostravo molti meno di quelli che avevo. Ho avuto problemi alle ginocchia, alla schiena, poi a un certo punto sono cresciuta molto rapidamente. Ero molto magra, ci è voluto un po’ di tempo per arrivare dove sono adesso“. Non è una passeggiata gestire le implicazioni di questa condizione clinica, che dalla descrizione di Karolina sembra riconducibile alla stessa disfunzione ormonale che ha colpito Lionel Messi. Se stai provando a diventare un atleta professionista lo è ancora meno.

Karolina Muchova – WTA Elite Trophy 2019

Riportiamo a Karolina una nostra sensazione. Quando vediamo una mano sopraffina incrociare una mano ben più ruvida, prima ancora dell’abusatissimo elogio del contrasto di stili, emerge una sgradevole reazione istintiva, forse un po’ snobistica, quasi che non dovrebbe essere permesso a un tennista che gioca tanto male le volée di affrontare ‘impunemente’ uno (o una) che invece le esegue magistralmente. Si tratta di un’idea che il raziocinio cancella in pochi istanti, perché in fondo il gioco di volo è solo una parte del tutto, ma il retaggio dei gesti bianchi ogni tanto fa questi scherzi. Non le dà ‘fastidio’ che tante sue colleghe non tocchino bene la palla a rete, o magari questo la fa sentire più unica? “Perché dovrebbe darmi fastidio? Per me è un’ottima cosa che non ci riescano bene come me!” risponde decisa, accompagnando con il secondo e ultimo sorriso del pomeriggio.

Si fa improvvisamente seria quando la domanda verte sulla sua federazione di appartenenza e sul rapporto con le connazionali. “Sì, conosco alcune giocatrici” risponde quasi distrattamente.Con la federazione invece non ho alcun rapporto. In Repubblica Ceca, almeno per me, è stato piuttosto difficile. Ma va bene così“. Insomma, non certo una ‘cocca’ della Český tenisový svaz, la federazione ceca, ma questa dinamica potrebbe tornare a interessarle in ottica Olimpiadi di Tokyo. “Sono già adesso la quarta giocatrice nel ranking nazionale” specifica Karolina. “Ma non so esattamente quale sia il cut-off e quante giocatrici possano andarci, ma sì, mi piacerebbe. Sarebbe una grande esperienza“. Il cut-off è la posizione 56 e il numero massimo di atleti per nazione nel tabellone di singolare è quattro, dunque per il momento Karolina sarebbe dentro.

La ragazza di Olomouc, comunque, non sembra tagliata per ‘fare spogliatoio’ e per le competizioni di squadra (una sola presenza in Fed Cup quest’anno, unica in carriera). Le interessa più che altro giocare a tennis, un po’ per onorare il talento che le è stato donato e un po’ per dimostrare che anche con un gioco così difficile si può arrivare davvero in alto. Un approccio molto ‘maschio’ alla questione, se ci è concesso definirlo così, per confermare il quale è stato istruttivo vedere un set della semifinale di Zhuhai (persa in due parziali contro Sabalenka) nel box di Karolina orfano del coach Emil Miske, che comunque continuerà a lavorare con lei nel 2020. In Cina è stata infatti seguita dal fisioterapista e dallo sparring partner Miroslav, un tipo corpulento e taciturno alla maniera ceca (ci ricorda il compagno di stanza di un breve soggiorno in Turchia, qualche anno fa). Ci riesce di estorcergli qualche commento e persino la traduzione istantanea di un paio di incitamenti in lingua madre che non ci siamo appuntati e abbiamo puntualmente dimenticato; poi Karolina va sotto di un set e Miroslav si sforza di non essere rude quando ci invita a spostarci un paio di seggiolini più in là, ‘scusami ma in questi momenti a Karolina non piace vedere facce sconosciute nel box‘.

Perché sì, in effetti dietro questa corazza molto spessa che Karolina ci tiene a preservare – è abitudine costitutiva, non sembra lo faccia di proposito – ci sono delle debolezze, come le lacrime nella partita di round robin contro Kenin che non sembrava affatto in condizione di vincere e che invece poi ha vinto asciugando gli occhi e tornando a lottare. Quali sono le sue debolezze, le chiediamo dunque in chiusura d’intervista, visto che in campo sembra in grado di eseguire ogni colpo? “Credo di poter migliorare in tutto ma allo stesso tempo non direi che ho particolari debolezze. Certo, posso lavorare per fare volée migliori, dritti migliori (non sarà facile, viene da pensare, ndr), insomma lavorerò su tutto. Il prossimo anno voglio fare grandi cose“. Intanto un piccolo traguardo l’ha già ottenuto, poiché la sua pagina WTA – che fino a un paio di mesi fa non era fornita neanche di fotografia, praticamente l’unica tra le top 100 – a seguito del rimodernamento del sito ufficiale appare invece più consona al suo status di top 30.

Difficile sapere come andrà finire la storia di Karolina Muchova, se il suo congenito ritardo le concederà una tregua e le permetterà di vincere qualcosa di importante in tempo utile. Certo, sarebbe bello, ma concentriamoci su ciò che non ha bisogno del condizionale: vederla giocare a tennis è già adesso una delle esperienze migliori che un appassionato possa fare.

Karolina Muchova – WTA Elite Trophy 2019

Continua a leggere

Interviste

L’investitura di Federer: “Nadal può diventare il migliore di tutti i tempi”

Direttamente dal Sudamerica, lo svizzero ha commentato il successo della Spagna in Davis esaltando il suo rivale di sempre. E intanto si lancia in un investimento in un brand di scarpe

Pubblicato

il

Roger Federer e Rafa Nadal - Laver Cup 2019 (foto via Twitter, @LaverCup)

L’eccellente 2019 di Rafael Nadal gli è valso un’investitura di prestigio, da parte del suo miglior nemico: “Rafa può diventare il più grande di sempre“. Così ha commentato dall’altra parte dell’oceano Roger Federer, che ha seguito soltanto di riflesso la settimana di Davis, essendo impegnato nel tour sudamericano insieme a Sascha Zverev. Tra un bagno di folla e l’altro, è stata la tv argentina a recapitare al trascinatore della Spagna alla Caja Magica parole al miele.

Rafa è una grande persona oltre che un grande atleta – il commento di Federer, riportato da La Gazzetta dello Sport -, è riuscito a chiudere l’anno al numero uno del mondo undici anni dopo la prima volta. Hanno detto che sarebbe stato sempre infortunato e che non avrebbe potuto avere una lunga carriera, ma ha trovato il modo per reagire e costruirsene una fantastica“.

LA STORIA INFINITA – Due sono stati gli incroci tra i due fenomeni nella stagione appena conclusa. Il netto successo di Nadal nella semifinale del Roland Garros è stato pareggiato a Wimbledon, dove lo svizzero ha conquistato in quattro set il pass per la finale. Lo storico di una serie che – in attesa delle nuove puntate nel 2020 – vede il mancino avanti 24-16 nel testa a testa. Nel conto degli Slam, Federer è ancora avanti di misura (20 a 19) ma ormai vede l’avversario negli specchietti. “La stagione di Rafa è stata fenomenale – ha proseguito lo svizzero -, ha vinto Roland Garros e US Open. Ho imparato molto da lui, è un grande esempio per tutto il mondo dello sport. Sono felice di aver condiviso con lui grandi battaglie, probabilmente finirà per diventare il miglior tennista di tutti i tempi“.

Roger Federer e Rafa Nadal – Laver Cup 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

NUOVI INTERESSI – Una considerazione certamente basata – oltre che sulla grande stima che li lega – anche sul fattore anagrafico che certamente rema a favore del maiorchino. I 33 anni di Nadal sono un fattore da tener presente, al confronto con i 38 del fuoriclasse di Basilea. Che però è stato chiaro: non ha intenzione di smettere, almeno nell’immediato. Per quanto i suoi interessi siano ormai molteplici, al punto da rendergli l’agenda già piena – in proiezione – quando deciderà di lasciare il campo. Al già noto impegno della sua fondazione, che sostiene (tra le altre cose) la scolarizzazione in Africa, Federer ha aggiunto nei giorni scorsi un vero e proprio investimento imprenditoriale che ha attirato l’attenzione della stampa economica.

View this post on Instagram

ONward, this will be a fun run 🏃‍♂️ 😃‼️

 

A post shared by Roger Federer (@rogerfederer) on

SCARPE SVIZZERE – Di ritorno dalla campagna sudamericana, si è concesso infatti lo scalo a New York per sottoscrivere l’accordo con il marchio “On”, brand svizzero di sneakers (scarpe sportive) che sta guadagnando significative quote di mercato al cospetto di competitor importanti come Nike e Adidas. L’azienda produce utili dal 2014 e i tre fondatori di Zurigo – tra cui l’ex campione di duathlon Olivier Bernhard – hanno deciso di tentare il grande passo, convincendo Federer non solo a diventare testimonial del brand, ma anche a investire.

Una linea di scarpe “On” legata espressamente al fuoriclasse di Basilea dovrebbe vedere la luce nel prossimo anno, stando a quanto rivela Il Sole 24 Ore. Il portale Blick – che ha raccolto una lunga intervista di Federer proprio su questo investimento e sulle ricadute per l’economia svizzera – ipotizza che la cifra stanziata possa variare in un range compreso tra i 50 e i 100 milioni di franchi svizzeri. In Euro, tra i 45 e i 90 milioni.

Continua a leggere

Interviste

Piqué e Haggerty: “Non c’è spazio per due competizioni così simili”

Il centrale del Barcellona e il presidente ITF tirano le somme della prima edizione della nuova Coppa Davis. E non le mandano a dire a Federer e Chris Kermode

Pubblicato

il

David Haggerty - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Diego Souto / Kosmos Tennis)

Con il successo in finale della Spagna padrona di casa sulla giovane Canada, calano i sipari sulla prima edizione della nuova Coppa Davis. Se n’è parlato tanto di questo nuovo formato, con le migliori 18 squadre chiamate a contendersi l’insalatiera in un torneo ad eliminazione, in una sola città, a fine novembre. Se ne è parlato soprattutto prima, e per lo più in maniera critica. Se ne è parlato durante, mettendo in luce possibili migliorie, alcune facilmente attuabili e altre meno. Ma non tutto è stato da buttare. Il livello della competizione è stato indubbiamente alto, con un campo partecipanti di tutto rispetto. L’atmosfera, forse anche grazie alle brillanti performance dell’armata iberica, è stata degna della storia e tradizione secolare della Davis.

A tirare le somme, in conferenza stampa, sono stati i due artefici di questa competizione: David Haggerty, il presidente della ITF, e Gerard Piqué, difensore centrale del Barcellona, nonché leader del fondo di investimento Kosmos, che ha scommesso sul rinnovamento di una storica competizione in evidente declino. In fondo è stata la loro Davis, ancora che di Nadal e Bautista Agut. Ci hanno messo la faccia dall’inizio alla fine, difendendosi da ogni accusa e rimarcando ogni obiettivo raggiunto. È andata così anche di fronte ai giornalisti al termine della competizione. Il primo spiovente in mezzo all’area non poteva che riguardare gli spalti semi deserti durante tante sfide. A scacciare via la palla ci pensa Piqué. “Questa è stata la prima edizione con il nuovo formato. Un sacco di persone non sapevano cosa aspettarsi. Non sapevano come sarebbe andata. Quindi ce ne aspettiamo di più il prossimo anno. È vero che alcuni campi non erano pieni. Ma è anche vero che tifosi da tutti paesi erano presenti. C’erano persino dei tifosi dal Kazakistan”, afferma il calciatore e businessman spagnolo. 

Gerard Piqué – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Manuel Queimadelos / Kosmos Tennis)

E il suo ragionamento fila. È possibile che il discreto successo della nuova formula stile campionato del mondo convinca più persone a raggiungere Madrid nel 2020. La matassa si fa più difficile da sbrogliare quando si parla della collocazione in calendario, che ha causato diverse defezioni e la partecipazione di giocatori stanchi o in precarie condizioni fisiche, come nel caso dell’Italia. “Non nascondiamocelo. Uno dei più grossi problemi nel tennis oggigiorno è il calendario. La ITF e Kosmos sono molto aperti a parlarne con la ATP. Soprattutto ora che c’è una nuova guida”, spiega Haggerty. 

ATP che però è nel frattempo è andata in contropiede, lanciando una nuova competizione a squadre, con un formato simile, ovvero la ATP Cup. La prima edizione avrà luogo questo gennaio in Australia, con una collocazione in calendario molto favorevole per i tennisti che vogliono preparare lo Slam inaugurale. Piqué non ci sta e continua a sottolineare che il suo obbiettivo finale è arrivare ad un’unica competizione. Che ovviamente deve essere la sua Davis. “L’anno scorso ci siamo seduti al tavolo con la ATP. Con il vecchio presidente (Chris Kermode, ndr) il clima non era ideale. Ma ci abbiamo provato. Ora ci sono dei cambiamenti per loro e ci aspettiamo di sederci di nuovo al tavolo. Ribadisco che noi vogliamo arrivare ad un accordo per avere in futuro una singola competizione, un grande evento di due settimane nella collocazione migliore possibile nel calendario. Novak e Rafa hanno detto che lo vogliono pure loro. E lo vorrebbero a settembre. Noi è dall’inizio che diciamo che questa soluzione è la migliore. Penso che sia la cosa migliore per il tennis. Non ha senso avere due competizioni diverse ma così simili. Insomma, le intenzioni sono chiare. Ora la palla passa nel campo della ATP. 

David Haggerty e Gerard Piqué – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Diego Souto / Kosmos Tennis)

Ma la strana coppia Haggerty-Piqué intanto continua a pensare a come migliorare il proprio di evento. Una delle idee è fare una fase finale combinata, Davis e Fed Cup. “Sarebbe una cosa molto logica”, spiega il boss della ITF. Abbiamo annunciato di recente che le Finals per i prossimi tre anni si svolgeranno a Budapest. Nel lungo periodo puntiamo ad avere una competizione che metta insieme Davis e Fed Cup”. Nella lista delle cose da fare, c’è anche da decidere dove si sposterà la fase finale della Davis dal 2021, quando sarà scaduto l’accordo con Madrid. “Abbiamo un sacco di opzioni. Madrid ha espresso l’interesse di ospitare l’evento per un anno in più. Inoltre, abbiamo offerte dall’Asia, dal Nord America, dal Sud America. Decideremo nei prossimi mesi. C’è una procedura da rispettare”, sostiene Piqué. Come a sottolineare che questo nuovo format è molto ambito. 

All’ultimo minuto, il centrale del Barcellona si getta nell’area di rigore avversaria sul tema Federer. La stoccata è di quelle che lasciano il segno. “Fin dall’inizio abbiamo provato a sederci con lui. Ho avuto un sacco di conversazioni con il suo agente, Tony Godsick, e abbiamo instaurato un bel rapporto. Una volta mi ha detto di inviare un invito formale a Federer. E lo abbiamo fatto. All’improvviso, non so cosa sia successo, hanno cambiato completamente la loro posizione. E la trattativa si è arenata. Preferisce non giocare la Davis. E nemmeno potrebbe farlo dato che la Svizzera non si è qualificata. La situazione è la seguente. Loro hanno la Laver Cup che è il loro progetto. Ci sta che la tutelino. Noi abbiamo il compito di migliorare una competizione che ha 119 anni di storia. Non penso che si possano comparare i due eventi da questo punto di vista”.

Una incornata di testa, dritta dritta all’angolino della porta difesa dal fuoriclasse svizzero. La sfida è lanciata. Davis contro ATP Cup contro Laver Cup. Haggerty e Piqué contro Gaudenzi contro Federer. Ne rimarrà solo una?

 

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement