Mamma d'un tennista, il mestiere più difficile

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Mamma d’un tennista, il mestiere più difficile

FIRENZE – L’arte d’esser presenti senza esser presenti. Marina Lorenzi, mamma di Paolo: “Quando restammo un mese in Bulgaria con una caviglia a pezzi…”

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Paolo Lorenzi - US Open 2019 (foto Jo Vinci)

Si dice che esser mamme (soprattutto brave) sia un mestiere dei più difficili. Posso confermare. Io non sono mai riuscito a esercitarlo. Per difetto costituzionale. Ma so che essere mamme di tennisti o aspiranti “pro”, poi, è ancora più dura. Perché il figlio, salvo che sia stato… battezzato Roger, Rafa, Novak o Andy, all’inizio non fa che perdere. Soprattutto quando gioca con i più grandi. E man mano che diventa più bravino, il guaio è che son quasi tutti più grandi.

La mamma che vede il figlio (o la figlia, è uguale) perdere, piangere, disperarsi, ammutolirsi, ingrugnirsi, soffre come una… mamma. Più è lungo il viaggio di ritorno dal maledetto luogo della sconfitta, più atroce è il martirio. Alla mamma spesso capita di essere, per tutta la carriera in embrione del pargolo determinato, l’autista che accompagna l’aspirante tennista nei luoghi più improbabili a disputare tornei. Il papà per solito – o almeno è stato così per la mia generazione – lavora per potersi permettere di mantenere un figlio che voglia fare il tennista. Non si offendano le mamme che oggi lavorano come e più dei padri, so che i tempi sono cambiati rispetto a 20-30 anni fa; è quindi molto più frequente trovare padri che accompagnano i ragazzi ai corsi (in percentuali forse ancora più modeste rispetto alle mamme… ma non datemi del maschilista retrogrado per questo!).

Ma torniamo alla mamma (se poi è il padre, è lo stesso). Se porti il figlio in ritardo alla lezione, al corso, il maestro si arrabbia e minaccia di lasciare il figlio innocente a bordo campo (ma si arrabbia anche il genitore, perché le lezioni costano care!); se lo porti in ritardo alla partita di torneo, giudice arbitro e avversario non aspettano. Anzi, spesso si fregano le mani. La partita è persa. Se anche una sola volta su mille la mamma in ritardo ha fatto perdere una partita al figlio, beh, state sicuri che non se lo dimenticherà mai. Né il figlio, né la madre. Mai conosciuti, in quel deprecabile e sfortunato caso (è sempre colpa del traffico, eh), figli comprensivi.

 

Di arti varie è pieno il mondo, ma l’arte di saper consolare un figlio sconfitto, e peggio se… derubato da un arbitro miope, da un avversario scorretto, da net e righe avverse, è una delle più difficili da apprendere e praticare. Innata non ce l’ha nessuno, non è come per… ‘arti minori’ quali la pittura, la musica… è molto più difficile. E durante il match del figlio? Se non lo guardi lui si arrabbia e poi ti accuserà di indifferenza, se lo guardi e ti scappa una smorfia a seguito di un errore… guai!, “tu non capisci nulla di tennis, come ti permetti?”, “non hai visto che la palla è rimbalzata male?”, “non ti sei accorta che il tuo avversario ha fatto un colpo formidabile?”. Né applausi eccessivi fuori luogo, please, che figura gli fai fare a tuo figlio? Insomma, comunque ti atteggi (per lui eh) sbagli. La tenerezza sarà più apprezzata dagli altri piuttosto che, sul momento, dal figlio incavolato.

Tu mamma, hai un impegno? Dimenticalo! La partita di torneo non sai mai a che ora davvero comincia – eh dai, lo devi sapere che dipende da quando finisce quella precedente – e non pretendere che finisca quando ti farebbe comodo. Mica si può vincere, o perdere, a comando, con l’orologio in mano. L’orologio delle mamme non conta, i minuti non girano o girano troppo, come le ore. E se hai sfiga che piove ci vuol pazienza, si aspetta sotto l’ombrello e se il circolo non ha una club house riscaldata portati una sciarpa. La disponibilità deve essere completa. Ci sono altri fratelli, sorelle, di cui occuparsi? Si arrangino. È più facile che un campione sia figlio unico, o abbia al massimo un fratello, una sorella minore.

Mai conosciuto un campione con sei fratelli a carico di una sola mamma: non potrebbe seguirlo. Già il figlio minore non ha i vantaggi della disponibilità di cui ha goduto il maggiore. Ricordate i tanti fratelli noti del grande tennis, i Panatta, Sanchez, McEnroe, Simonsson, Radwanska, Clijsters, Djokovic, Melzer, Granollers, Bennetau, Lapentti, Cuevas, Tacchini? Guarda caso il maggiore è sempre stato il più forte. Ci sono eccezioni (Serena per Venus Williams, Sascha per Mischa Zverev, Andy per Jamie Murray e pochi altri), ma se si chiamano eccezioni…

Il tennista è, fin da bambino, votato all’individualismo. Diventa, per forza di cose, egocentrico. Spesso egoista. E anche un tantino tirchio perché se putacaso un torneo, un incontro, se lo va a giocare da solo, i soldi che gli avranno dato i genitori non saranno mai troppi. Ho conosciuto tantissimi tennisti. Quelli che hanno faticato ad emergere, non gli Agassi che regalava auto a destra e manca, né gli altri enfant prodige subito ricchi, sono quasi tutti tirchi. Potrei fare mille esempi di giocatori diventati forti in età più avanzata che non hanno mai offerto un caffè a nessuno.

Di esperienze… materne indirette posso ricordare quella di mia moglie, mai stata tennista ma in compenso provetta autista che quando portava mio figlio al circolo del tennis di Firenze a mezzora di distanza casa per un’oretta e mezzo di corso non mancava di farmi presente che per lei quell’ora e mezzo non erano mai meno di tre e mezzo, fra anda, rianda, doccia e varie perdite di tempo. Fallo un giorno, fallo due… ma se lo devi fare per cinque giorni alla settimana e più, per mesi e magari per anni, diventa un incubo. Se poi ti accorgi che il figlio neanche è contento e spensierato come quando gioca a calcio o pratica gli sport di squadra perché in quelli non avverte alcun tipo di pressione, beh ti assalgono i dubbi: “Ma gli farà bene giocare a tennis?.

Vi invito quindi ad ascoltare sei minuti (sei…) di intervista audio che ho fatto al CT Firenze, durante il torneo challenger di cui diamo ampie cronache tutti i giorni, con la simpatica, spontanea e disponibilissima Marina, la mamma di Paolo Lorenzi.

L’AUDIO DELL’INTERVISTA

Lei era un po’ recalcitrante all’inizio perchè non le piace proprio riudire la propria voce quando la sente registrata, ma alla fine ha ceduto alle mie garbate insistenze consentendomi di scrivere un pezzullo diverso dalla cronaca di un match. Credo che più dall’audio, dai toni, potrete probabilmente capire meglio che non dalla trascrizione che sì, si può diventare anche grandi giocatori di tennis, top 50 del mondo (non giocano a tennis tutti i 7 miliardi e mezzo del pianeta, ma qualche milione la racchetta in mano l’ha presa, essere uno dei migliori 50 non è proprio banale) ma se non si ha alle spalle una mamma pronta a tutto, come Marina, è dura sfondare.

Perché è duro soprattutto l’inizio. Una montagna da scalare… sulle pendici della quale, per esempio, si arrendeva più o meno inconsapevolmente mia moglie allorquando, dovendo portare a giocare mio figlio a un torneo a Grosseto, scappando dall’uscita di scuola all’una e mezzo per essere puntuali al campo per le 16 – che poi diventavano le 18 perché la partita precedente non finiva mai – e facendo ritorno a casa poco prima della mezzanotte con ancora i compiti del liceo classico da fare, beh dopo due o tre giorni di turni superati alla meno peggio… lei, pur innamorata del figlio più di Cornelia madre dei Gracchi, finiva per augurarsi che Giancarlo perdesse… anche se le due ore di auto per tornare a Firenze erano un incubo. L’incomunicabilità resa famosa dai film di Antonioni a confronto erano gag comiche.

Un’altra volta, se vi interessasse conoscere alcuni risvolti cronachistici di un padre che per l’appunto è anche ex tennista agonista (sia pur modesto) nonché giornalista con i limiti comportamentali che le due qualifiche si trascinano dietro, vi racconterò quanto non sia semplice neppure il ruolo del padre che si trova (sia pur sporadicamente) a seguire il figlio in gara. Ma ora spazio a mamma Lorenzi. Per chi rifugge dall’ascoltare gli audio, la redazione ha ricapitolato un sunto di quel che mi ha raccontato mamma Lorenzi poco dopo una sconfitta di misura (7-5 al terzo) patita da Paolo, che ha dovuto subire – proprio quando serviva sul 5-6 – una sciocca sospensione di 6/7 minuti dovuta alla riparazione di un buco (minimo) che si era formato nella rete.

Francamente l’arbitro avrebbe potuto aspettare la conclusione del match o semmai decidere per la riparazione sul 6 pari. Paolo un po’ si è innervosito, un po’ si è freddato (ed era già piuttosto provato, a quasi 38 anni meno pause si hanno e meglio è), fatto sta che in un baleno si è trovato sotto 0-40 con tre match point da annullare e non ce l’ha fatta. Così Paolo, toscano d’adozione (è nato a Roma ma è cresciuto a Siena e tifa Fiorentina) ha dovuto lasciare il passo all’argentino Marco Trungelliti, finalista a Firenze un anno fa (battuto da Andujar, il recente quartofinalista dell’US Open ).

Meglio lasciare in pace Paolo, di pessimo umore così come il suo allenatore Christian Brandi, e parlare invece con mamma Marina, un presente da mamma, un passato da giudice di linea prima, di …autista poi, di spettatrice-fan più che soddisfatta dei sacrifici un tempo compiuti… oggi.

“Mamma di un tennista? È difficilissimo, bisogna essere presenti non essendo presenti – definizione splendida, brava Marina! te la rubo per il sottotitolo… – bisogna saper fare un passo indietro, ma accompagnarli sempre. Tutti i giorni al tennis, tutti i giorni in giro – vivendo a Siena qualsiasi posto era lontano… sono riuscita persino a stare un mese filato in Bulgaria perché Paolo voleva prendere a tutti i costi i primi punti ATP! Quando è arrivato lì si è allenato subito con (Alessio) Di Mauro, allora grande giocatore (siciliano)… sennonché dopo solo due scambi Paolo si è fatto male ed è caduto; sono dovuta rimanergli accanto, portarlo all’ospedale, si era fatto male a una caviglia. L’infortunio è durato tutto il mese. Ma alla fine è riuscito a guadagnare i suoi primi cinque punti“.

Tanta garra. Di Paolo certo, ma anche di mamma Marina! Un mese in Bulgaria non è come andare sulla Costa Azzurra. Per riuscire a conquistare quei punti, quando aveva solo 17 anni, Paolo ha dovuto anche… fingere di non essersi fatto nulla! “Ha accettato l’idea di saltellare in campo, per far vedere che era in grado di giocare altrimenti il supervisor lo avrebbe sbattuto fuori per mancanza di impegno (tanking, ndr)! Solo al terzo torneo – era un torneo satellite fatto di tre tornei più un Master – ha vinto una partita e così ha conquistato quei primi punti che sognava”. Se gli archivi del 1999 non ci ingannano, la sua prima vittoria è stata un 6-2 6-1 ai danni della wild card locale Delian Borisov.

Paolo Lorenzi (foto IKE LEUS)

Lungi dall’essere soltanto motivo di soddisfazioni, un figlio che vuole diventare tennista professionista rappresenta inevitabilmente anche un discreto costo. Il tennis non è sport per famiglie poco abbienti, purtroppo. Non tutti se lo possono permettere. “A quei tempi Paolo non aveva nessun aiuto dalla federazione e il primo coach se l’è potuto permettere molto tardi. Noi genitori dobbiamo investire sui figli. Che sia per il tennis o per lo studio, è importante dare loro la possibilità di fare delle scelte“.

Una famiglia che non avesse la necessaria disponibilità economica sarebbe in gravi difficoltà. L’equivalente di 25.000 euro 20 anni fa… “Vai fino in Messico, perdi al primo turno, prendi 300 dollari…”.

Oggi non ne basterebbero 40.000 per chi voglia fare un’attività internazionale di livello, (potete trovare qualche informazione più dettagliata qui) sia pur magari dividendo lo stesso coach anche con altri giocatori (come fa anche adesso Paolo con Brandi, che segue anche altri ragazzi del team di Riccardo Piatti. Napolitano, Dalla Valle… a Firenze erano tre con Lorenzi, in altri tornei sono anche cinque). Marina non rimpiange nulla della lunga avventura, anzi, visti i risultati e le soddisfazioni poi ottenute dal figlio è più che contenta: “Ai tempi delle prime qualificazioni Slam l’ho sempre accompagnato, è stato certamente anche bello (per lei che ha sempre giocato e amato il tennis). Ho girato il mondo e visto il tennis (in posti magnifici…) ringrazierò sempre Paolo per questo, mi sono divertita molto“.

E come conciliare il tennis di un giocatore professionista che è arrivato a iscriversi alla facoltà di Medicina (poi inevitabilmente poco frequentata, diversamente dal fratello maggiore di Paolo che invece è medico a Londra). “Abbiamo studiato molto ovunque, anche in macchina, viaggiando, ho potuto aiutarlo raccontandogli la storia, risentendogli la matematica…“. 

Insomma bravo Paolo, certo, ci mancherebbe. Ma senza una mamma così dove saresti arrivato? Quando lo dico a Marina lei dapprima ha l’aria di volersi schermire un po’, ma poi lascia spazio alla sua naturale genuinità (mentre suo marito è stato discretamente in disparte per tutto il tempo): “Un po’ è vero, lo dico sempre!“. La mamma di Paolo, ragazzo d’oro nella vittoria come nella sconfitta, scoppia in una sanissima risata. E noi non possiamo che sorridere con lei.

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Interviste

Oliviero Palma in esclusiva: “Organizzare Palermo è un atto d’amore per il tennis”

Il direttore del torneo siciliano ha parlato con Ubitennis delle inevitabili perdite economiche di un evento a capienza ridotta, ma non ha escluso l’idea di un bis verso fine anno

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L’intervista è stata originariamente condotta in inglese da Adam Addicott di ubitennis.net. Qui l’articolo originale


Come noto, il Palermo Ladies Open segnerà la ripresa ufficiale del WTA Tour in seguito alla pandemia da coronavirus, che sul tennis femminile ha avuto un impatto ancora più devastante a causa della cancellazione del remunerativo swing asiatico. L’International del capoluogo siculo sta a sua volta avvertendo l’onda lunga del COVID-19, dato che, oltre al necessario contingentamento del pubblico, sono arrivate rinunce sanguinose come quella di Simona Halep, a cui non sono bastate le rassicurazioni circa l’esenzione dalla quarantena e che si è infine chiamata fuori per paura di viaggiare, e di Jo Konta, iscrittasi invece alla seconda Battle of the Brits, conclusasi domenica.

Come se non bastasse, una giocatrice iscritta alle qualificazioni (la bulgara Viktoriya Tomova) è risultata positiva al tampone durante il weekend, un’eventualità con cui ogni torneo dovrà bene o male fare i conti.

 

Oliviero Palma, il direttore del torneo, è il primo a riconoscere le difficoltà dell’edizione 2020: il centrale da 1500 posti del Country Time Club potrà arrivare ad ospitarne al massimo 350 (meno di un quarto), e il montepremi è stato tagliato di circa il 18% dai 275.000 dollari complessivi dello scorso anno ai 222.500 di quest’anno (circa 190.000 dei quali per il singolare). Ciononostante, la responsabilità e l’entusiasmo per la ripartenza del tennis mondiale la fanno da padrone nelle sue parole, nonché nella qualità del tabellone – a dispetto delle rinunce pesanti di cui sopra, tutte le teste di serie sono delle top 30, con Petra Martic, N.15, nel ruolo di favorita.

Parlando con Ubitennis, Palma ha detto: “Essendo il primo torneo dopo la sospensione, ci interessa prima di tutto il rispetto dei protocolli di sicurezza – lo sport viene dopo. Anche se abbiamo avuto poco tempo, siamo stati in grado di prevedere e controllare ogni tipo di eventualità”. Ha poi continuato: “Il mondo ha aspettato per mesi il primo torneo dopo la pandemia per capire se potrà esserci il pubblico e se si potrà tornare alla normalità, pur nel rispetto di tutte le precauzioni. Il passato non conta più: questo non è il trentunesimo Palermo Ladies Open, è il primo torneo post-lockdown. È cambiato tutto”.

Anche tornando a giocare, non si può dissimulare fino in fondo un’atmosfera di incertezza: oltre alla cancellazione dei tornei asiatici, Madrid è a forte rischio di cancellazione, mentre agli organizzatori degli Internazionali d’Italia è stato intimato di giocare a porte chiuse, per non parlare dello status ballerino degli eventi in programma negli Stati Uniti – Lexington per il femminile e la doppietta combined newyorchese.

Date le circostanze, il fatto che Palermo si disputi è già di per sé un grande risultato. Secondo Palma, il semaforo verde è arrivato grazie a un basso numero di contagi nella regione e grazie al sostegno delle amministrazioni locali per la manifestazione: “La giunta della Regione Sicilia ha fiducia nel torneo di Palermo, e ci ha consentito di aprire il Centrale con posti contingentati per testare le nuove misure di sicurezza. Per quanto riguarda Roma e le porte chiuse, sono stato talmente concentrato sul mio evento da non prestare troppa attenzione agli sviluppi del caso”.

CONTI E PROTOCOLLI SANITARI

Palma non usa perifrasi per nascondere le fosche prospettive finanziarie di questa edizione del torneo. In una recente intervista con Reuters, ha dichiarato che è disposto a “sopportare le perdite” pur di favorire una ripresa del tour femminile. Ma di che tipo di perdite stiamo parlando? “Il nostro è un atto d’amore per il tennis, quest’anno non abbiamo pensato ai bilanci. Gli addetti al marketing ci hanno spiegato che i guadagni andranno valutati su base biennale, includendo quelli del prossimo anno. In ogni caso, la perdita economica stimata per il 2020 è di circa 50.000 euro” (in linea con le previsioni di un mese e mezzo fa, dunque, quando Palma si era detto pronto ad assorbire perdite fino a 80.000 euro, ndr).

Piuttosto che indugiare sui travagli pecuniari, però, gli organizzatori del torneo sperano di diventare un modello per quanto riguarda i test sui giocatori: a Palermo, tutti i partecipanti verranno sottoposti a PCR ed esami sierologici.

“Grazie al rigore dei controlli, siamo riusciti a intercettare rapidamente un caso di positività”, ha affermato Palma in merito all’annuncio di sabato. “Il protocollo prevede che le giocatrici arrivino a Palermo dopo aver già fatto una PCR circa quattro giorni prima. Appena arrivate, fanno un sierologico e un’altra PCR per poi recarsi in albergo, dove non sono autorizzate a lasciare la propria stanza fino alla pubblicazione dei risultati dei test, che nella norma si hanno entro 12 ore. Una volta accertata la negatività, possono lasciare l’isolamento, ricevere il pass per il circolo, ed iniziare ad allenarsi”.  

Come detto, la positività del weekend riguarda la bulgara Viktoriya Tomova, anche se non c’è stata alcuna conferma ufficiale da parte del torneo: la venticinquenne, N.130 WTA, era asintomatica al momento dei controlli, e si è ritirata dal torneo per una malattia non specificata, mentre il comunicato del torneo non l’ha menzionata per nome, specificando però che dal suo arrivo non aveva mai lasciato la sua camera, e che sarebbe stata immediatamente trasferita in un centro per pazienti asintomatici.

Il caso Tomova è l’epitome delle difficoltà che atleti e tornei dovranno affrontare, visto che le linee guida vengono costantemente aggiornate. Per esempio, in un’intervista all’Hindustan Times (un quotidiano indiano) del 29 luglio, Palma aveva detto che, se avessero voluto, le giocatrici avrebbero potuto fare “un giro della città, visto che ci sono pochissimi casi”. Cinque giorni dopo, tuttavia, il suo punto di vista è cambiato: “I protocolli WTA non incoraggiano a girare per le città come turisti ordinari, anzi, iniziative del genere sono apertamente osteggiate”. In realtà, come si può apprendere da Instagram, qualche giocatrice sfugge a questi protocolli – vediamo qui Donna Vekic in Piazza Pretoria.

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Ciao 🇮🇹🍋

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A prescindere da ciò che succederà nel corso della settimana, il tennis è ufficialmente ripartito, e Palermo rimarrà per sempre la prima tappa della nuova era. Visto che altri tornei continuano a essere cancellati sia dall’ATP che dalla WTA, però, l’organizzazione del torneo non ha pensato di proporsi per un secondo Palermo Open (o un evento equivalente) più in là nel corso dell’anno? Oliviero Palma non lo esclude: “Perché no? Dovremmo solo vedere che condizioni ci saranno”.

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Focus

Medvedev: “Voglio vincere sempre di più”

Daniil Medvedev si racconta sul sito dell’ATP e si mostra molto motivato per il prosieguo della stagione “Devi distruggere mentalmente il tuo avversario”

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Daniil Medvedev è stato senza dubbio uno dei protagonisti del finale di stagione 2019. Il tennista russo ha tenuto un rendimento incredibile per tutto lo swing sul cemento americano, vincendo il 1000 di Cincinnati e portando Rafa Nadal al quinto set nella finale degli US Open. Dopo aver vinto anche a Shanghai non si è ripetuto nel round robin delle ATP Finals, perdendo tutti e tre gli incontri disputati.

La sconfitta negli ottavi degli Australian Open contro Wawrinka e in generale un avvio di stagione sotto le aspettative non hanno intaccato il morale del numero 5 al mondo, che si è raccontato per la serie dell’ATP Undercovered, presentata da Peugeot. Il tennista russo ha ripercorso i momenti che l’hanno portato al suo primo titolo in carriera, Sydney 2018, che ritiene decisivo per la sua crescita.

Medvedev si è trovato a servire sul 4-0 e sul 5-4 nel set decisivo contro De Minaur, non riuscendo a chiudere la pratica, riuscendo comunque a vincere la partita per 1-6 6-4 7-5. “Probabilmente due anni prima mi sarei detto “Non ce la faccio più” e avrei perso 7-5. Ma sono riuscito a vincere il mio primo titolo.”

 

Dall’Australia è iniziata la rincorsa di Medvedev verso le vette più alte del tennis. Daniil dall’inizio del 2018 vanta ben 110 vittorie a livello ATP e nel solo 2018 ha vinto altri due tornei oltre Sydney, Winston-Salem e Tokyo, contro Steve Johnson e Nishikori. “Penso che vincere il primo titolo mi abbia dato una grande spinta per il resto della stagione.”.

Daniil Medvedev è noto per la sua freddezza e mentalità sotto pressione, e lui stesso è ben consapevole di quanto sia importante questo suo lato. “Ogni sport individuale è fondato sulla mentalità. […] Devi distruggere tutti mentalmente sul campo in ogni partita. Ed è veramente difficile quando arrivi in una semifinale o una finale e giochi contro giocatori fortissimi. Loro provano a distruggerti mentalmente e sono più bravi di te a farlo. Sei da solo contro il tuo avversario.”

Il tennista russo è una delle stelle più luminose della Next Gen ATP e non sembra volersi fermare. “Negli ultimi due anni e mezzo ho provato ad essere professionale con ogni mezzo. Ho dedicato la mia vita al tennis in tutti i minimi dettagli. Voglio essere migliore e voglio giocare meglio. Voglio vincere più partite di quante ne vinca ora. E’ il mio obiettivo ed è quello per cui continuo a lavorare.. Una mentalità che non può che fare bene per il suo futuro.

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Flash

Federer guarda avanti: “Il ginocchio è ok. Ritiro? Mi diverto ancora troppo”

Lo svizzero a tutto campo in un’intervista assieme alla connazionale Nicola Spirig, medaglia d’oro olimpica nel Triathlon. “Il lockdown non è stato così male. Da 20 anni non stavo a casa per 6 settimane. Non vedo l’ora di tornare a giocare”. L’obiettivo rimane il 2021

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Qualche giorno fa è stato annunciato che On, il marchio di calzature sportive svizzero del quale Roger Federer è da qualche tempo azionista e collaboratore, fornirà materiale alla squadra olimpica nazionale. Questo evento è stato l’occasione per un’intervista televisiva in cui Federer ha condiviso il palco con un’altra leggenda dello sport svizzero, ovvero la triatleta Nicola Spirig, medaglia d’oro olimpica a Londra e argento a Rio. Nel 2012, l’anno della vittoria alle Olimpiadi, Spirig è stata eletta sportiva dell’anno in Svizzera. Un risultato straordinario per qualcuno che è nato e vissuto nell’epoca del Maestro di Basilea, il più grande e famoso atleta svizzero di sempre.

Il quale però, per sua stessa ammissione, si “stanca facilmente” a nuotare e “si annoia” ad andare in bicicletta. “Gli sport di resistenza non fanno per me”, ha confessato Federer. Dal punto di vista della performance atletica pura non sembrerebbe esserci paragone tra i due sportivi, sebbene Federer abbia vinto più di qualche Slam facendo ricorso alle sue doti di resistenza.

L’INTERVISTA

Per Federer si è trattato della seconda lunga intervista dalla fine del lockdown – la prima l’abbiamo pubblicata in due parti: la trovate qui e qui. Ed è stata l’occasione per fare un po’ il punto di quello che è successo nella sua vita negli ultimi mesi, di quello che sta succedendo ora e di quello che gli dovrebbe riservare il futuro.

 

Questo 2020 è stato abbastanza travagliato dal punto di vista sportivo. Che qualcosa non andasse se ne erano accorti tutti agli Australian Open dove Federer era parso alquanto appannato e ha rischiato di perdere contro giocatori non di primissimo piano come John Millmann e Tennys Sandgren. Non ha stupito dunque che dopo una serie di esibizioni, Roger abbia annunciato la decisione di sottoporsi ad un intervento chirurgico al ginocchio. Insieme al COVID-19 e la conseguente interruzione del circuito, c’è stato poi una seconda operazione chirurgica. Ora però il ginocchio sembra finalmente a posto e Federer è pronto per tornare ad allenarsi.

“Il ginocchio sta bene. O, per lo meno, bene per quanto possa andare ora dopo la seconda operazione in un anno”, ha spiegato. “Ovviamente ero triste quando sono dovuto andare sotto i ferri per la prima volta. È stata una mia decisione dopo il match di esibizione in Sudafrica. Non ero soddisfatto per come andava il ginocchio da tempo e qualcosa andava fatto. La seconda operazione sfortunatamente si è resa necessaria. L’obiettivo è essere al massimo della forma all’inizio del prossimo anno. Ci sarà un blocco di 20 settimane di allenamento sia fisico che con la racchetta. Sarà una strada lunga ma non vedo l’ora di essere di nuovo al 100 per cento”. Federer ha detto di non essersi praticamente mai allenato sul campo negli ultimi mesi ma di aver solo un po’ giocato contro il muro. Potrebbe tornare in campo già da subito ma non ha fretta essendosi dato come obbiettivo il 2021.

Porsi però dei traguardi realistici per un tennista professionista di questi tempi non è facile. Il circuito ATP dovrebbe riprendere a inizio settembre con lo US Open e il torneo di Cincinnati, sempre a New York, ma è tutt’altro che sicuro che lo Slam americano si giochi. Poi si dovrebbe tornare in Europa per uno swing sulla terra rossa posticipato. Federer però è dell’idea che in qualche maniera il grande tennis internazionale debba ripartire. Se il tennis ripartirà sarà con gli US Open. Lì capiremo cosa potrebbe succedere. Ho parlato con gli organizzatori di recente e mi hanno detto che prenderanno una decisione dopo la metà di agosto. Sarà interessante”, ha sottolineato.

Non sarà comunque lo stesso senza pubblico e questo lo sa bene anche l’otto volte campione di Wimbledon. “Il Roland Garros ha annunciato che ci saranno almeno metà degli spettatori. Questo è incredibile ma anche positivo. Viviamo in settimane e mesi molto incerti per il tennis. Ma spero che tutto tornerà come prima ad un certo punto”, ha proseguito. 

Roger Federer – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

IL LOCKDOWN DI FEDERER – Nonostante il distanziamento sociale, le settimane di isolamento del 38enne di Basilea non sono state poi così terribili. Roger si è potuto godere la tranquillità della famiglia e, causa anche l’infortunio, non è stato così amareggiato per aver dovuto saltare allenamenti ed esibizioni. “Per la prima volta negli ultimi vent’anni sono stato nello stesso posto per 5 o 6 settimane. Naturalmente l’ho apprezzato”, ha sottolineato. “Siamo stati molto attenti e non ho visto i miei genitori e amici per un sacco di tempo. Abbiamo preso tutto molto seriamente. Per questo non ho rilasciato nessuna intervista. Quando si ha un infortunio non si può fare molto comunque a parte rilassarsi a casa. Non c’è lo stress della competizione e si è molto tranquilli. Niente fatica da viaggio e jet leg. Ci si può godere la famiglia”. 

Una famiglia abbastanza allargata, con due coppie di gemelli che stanno crescendo e sembrano avere ereditato dal padre (ma anche dalla madre, ex tennista) la passione per l’attività fisica e lo sport. “Ormai siamo in tanti. I bambini stanno benissimo. Corrono dappertutto. I ragazzi hanno 6 anni e le ragazze 11. Devo dire che se la sono cavata bene durante il lockdown”, ha detto. “Gli è dispiaciuto solo che da un giorno all’altro abbiano fermato lo ski-lift e non potessero più sciare. Così abbiamo dovuto pianificare delle attività estive. Fortunatamente il tempo è stato buono e potevano correre e andare in bici”. 

ARIA DI RITIRO? NON ANCORA – Stando a casa, insieme alla moglie e i figli, con un ginocchio che fa le bizze, il pensiero del ritiro ha sfiorato il quasi quarantenne Federer? Neanche per sogno. Almeno stando a quello che dice lui. Tuttavia, da tempo il campione svizzero sa di non poter fare progetti a lungo termine. “So di essere più vicino alla fine della mia carriera che all’inizio. Non so cosa succederà nei prossimi due anni. Per questo pianifico un anno alla volta”, ha spiegato. Lo faccio insieme a Mirka, tenendo in conto la mia famiglia, la mia carriera e la mia salute. Al momento mi diverto ancora a giocare e saprò rendermi conto quando il motore smette di girare e il fiato comincia a mancare troppo presto”. 

Una conversazione con il suo storico preparatore atletico Pierre Paganini è particolarmente significativa riguardo alla determinazione di Federer di rimettersi in forma per tornare ad essere competitivo nel 2021. “C’è stato un momento in cui mi ha chiesto se mi andasse di fare tutte quelle settimane di allenamento fisico. Io ho risposto: ‘ok’. Lui mi ha detto: ‘guarda che sarà molto lunga’. E io: ‘Lo so, ma voglio comunque farlo’. Mi sono detto che preferisco fare il lavoro fisico ora che sono attivo piuttosto che dopo. Perché ora ho un obiettivo di fronte a me”, ha raccontato. Insomma, il traguardo è chiaro: fare un altro anno (almeno) da protagonista sul circuito. 

Tra le diverse ragioni per cui, secondo l’opinione comune, Federer è ancora in attività, ci sarebbe anche la ricerca dell’ultimo alloro che manca alla sua impareggiabile bacheca: la medaglia d’oro olimpica in singolare. Quest’anno però, come tutti sanno, le olimpiadi di Tokyo sono state rimandate al 2021. Per Roger si tratta solo di un arrivederci. “Penso di poter parlare per entrambi (anche per Spirig, ndr) quando dico che la medaglia olimpica è un obiettivo. Altrimenti non parteciperemmo nemmeno. Certamente è tutto possibile. Vincerla in singolo, doppio, o doppio misto. Penso che potrei avere una possibilità di vincere in singolare. Nell’arco di una stagione è difficile per me essere ancora il n.1 ma in un singolo torneo tutto può succedere”.

Insomma, musica per le orecchie di tutti gli appassionati di sport e di tennis: nonostante la pandemia di coronavirus e l’età che avanza, Federer ha ancora tanta voglia di dare spettacolo.

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