Ripensare al pranzo con Roger Federer e piangere ancora

Interviste

Ripensare al pranzo con Roger Federer e piangere ancora

L’incontro con Federer organizzato a sorpresa da Barilla le ha lasciato un ricordo indelebile: abbiamo intervistato Daniela Zuncheddu, la fan che voleva cucinare per Roger

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Il sogno di una vita da fan: pranzare con Roger Federer
 
 

Daniela Zuncheddu da Fluminimaggiore, paesino sardo di poco più di 3.000 anime del Sud della Sardegna – provincia di Carbonia-Iglesias, fra Arbus e Buggerru (nomi che più sardi non si può!) -, è la dimostrazione vivente che la capacità di essere genuini e spontanei a volte paga assai al di là delle ordinarie aspettative.

Sono già usciti diversi articoli – anche su questo sito – per raccontare la vicenda di questa signora innamorata – platonicamente eh – di Roger Federer, che era volata fino al Masters 1000 di Madrid in compagnia del marito per andare a veder giocare il suo idolo temendo – come tanti – che potesse essere una delle ultime opportunità per farlo. Mi divertiva l’idea di conoscerla e parlarle. E l’ho fatto. Scoprendo così una donna deliziosa che deve avere colpito anche Roger Federer per la sua sana straordinaria e naturale simpatia.


UBALDO: Partiamo dall’inizio Daniela…
DANIELA: A marzo Sky annuncia che Roger Federer avrebbe giocato al Roland Garros e subito dopo che per preparare quello Slam si sarebbe iscritto anche a Madrid. Io avevo visto Roger nel 2012 a Roma… ma volevo rivederlo. I tornei sono costosi… raggiungere altri posti sarebbe stato più caro. Abbiamo preso un volo low-cost e così siamo andati a Madrid…

 

U: Sì ma non solo, lei si è portata anche un gran cartello giallo che ormai tanti hanno visto, un cartello mica tanto banale, c’era di tutto, la scritta ‘Roger would you like to have dinner with me tonight. I‘ll cook. Roger, vuoi venire a cena con me stasera? Cucino io, ma ci ha messo di tutto, la bandiera della Svizzera, I Quattro Mori simbolo della Sardegna, in basso il logo della Barilla sponsor di Roger… Ma come le è venuto in mente il tutto? Qual era l’obiettivo?
D: Era farsi vedere in tv dai nostri ragazzi, nient’altro. Anche nel 2012 avevo portato un cartello (e me lo avrebbe poi fatto vedere, nota di UBS), a sfondo bianco, con la bandiera dei 4 Mori e la scritta ‘Roger the King of Tennis’… mentre l’anno scorso ero andata all’Arena di Verona per un concerto di Baglioni e anche lì avevo preparato un cartello… sempre bianco, sempre i 4 Mori, e la scritta ‘Tu sei il nostro gancio in mezzo al cielo’ con a destra una foto-ritratto di Claudio.

U: Ormai lei nel suo Paese sarà diventata notissima, ma aveva pensato che avrebbe raggiunto tutta questa popolarità anche nazionale?
D: Figurarsi, non ci avrei mai pensato. Così come non avrei mai creduto di incontrare davvero Roger, di poter mangiare allo stesso tavolo con lui, con l’altra grande campionessa di sci (Mikaela Shiffrin), con il signor Luca Barilla. Noi quattro da soli, capisce? Per me era già stato raggiunto l’obiettivo, quello di farmi inquadrare e vedere dai miei figli. Il colore giallo ha aiutato… il cartello l’ho acquistato qui al paese da un cinese per 40 centesimi… L’ho arrotolato con uno di quei nastri che servono a fermare i capelli perché non si sciupasse e siamo partiti. E poi è successo quel che lei sa già, la Barilla che mi cerca, che mi trova, che a metà giugno mi fa recapitare a casa un cofanetto tutto blu che contiene della pasta e soprattutto una maglietta Uniqlo firmata da Roger Federer 2019. Non potevo desiderare di più!

U: Ma quest’amore per il tennis e per Federer come è nato?
D: Oggi ho 50 anni, sono nata a Genova e venuta qui in Sardegna con il mio secondo marito, mi piaceva il tennis fin da piccola, vedere Paolo Canè, Agassi, la Sabatini, la Graf, la Sanchez, ma sono sempre stata appassionata e andavo qui ai campi a giocare quasi tutti i giorni prima di aprire la pizzeria (che si chiama ‘A modo nostro…’ perché ci faccio quello che voglio! Un locale piccolo piccolo, 40 coperti… E mio marito, ex calciatore, fa il pizzaiolo da 5 anni… e siamo ancora vivi!). Naturalmente fra le varie pizze c’è anche la pizza Roger! Una pizza margherita con gorgonzola, speck e radicchio… sì una pizza strong, forte come lui! (e giù una bella risata, nota di UBS). Lei non mi crederà, ma è una delle più vendute, diciamo una delle prime tre. Per me però è la numero 1! Mica do retta all’ATP io. In paese gli amici mi prendono in giro, dicono che non mi si può parlare se lui ha perso, se gioca male, che non so più ragionare se abbiamo perso (e dice abbiamo, lei gioca con lui evidentemente; nota di UBS). La patita sono io, sono molto passionale, a volte si scatena l’inferno, non mi faccia dire… anche se sono una signora dico anche le parolacce! Non mi posso limitare…

Quanto grande sarà stampata questa foto a casa Zancheddu?

U: Lei ha detto che giocava a tennis? C’è un campo a Fluminimaggiore, un maestro?
D: Il tennis… qui c’è un piccolo circolo… ha due campi in cemento. No, non sono tutti per Roger, chi per Rafa, per Nole. La quota sociale? Mi pare 20 euro l’anno… ma non pago sempre. E il maestro non c’è.

U: E poi evidentemente segue il tennis in tv, per vedere Federer…
D: Abbiamo Sky, mio marito segue sempre il calcio, tifa Juventus, quasi per sbaglio un giorno di tanti anni fa capitai su un match di tennis… giocava Federer, ne restai subito affascinata. Quel suo gioco così elegante, pulito, lineare… non andavo neanche più a giocare se c’era lui da guardare in tv. Roger è un mito, anche come persona… con quella sua Fondazione che aiuta i bambini in Africa… infatti quando l’ho incontrato ero così emozionata, e con un inglese scolastico, gli ho subito detto: “Ti prego Roger cerca di aiutare più bambini che puoi”. E meno male che c’era un interprete… Quando lui mi ha chiesto: “Daniela tu parli inglese?”, io ero così fuori di me che non sono riuscita nemmeno a dirgli che parlo il francese… in quel momento non riuscivo a parlare nemmeno l’italiano! La mia testa era nella più piena confusione… non riesco ancora oggi nemmeno a ricordare tutto quello che ci siamo detti. Ma se ci ripenso, e sapesse quante volte ci ripenso, mi viene un groppo alla gola, quasi da piangere!

U: Ok, mi dica solo se i suoi figli Sara di 26 anni e Michele di 12 giocano a tennis?
D: Lui gioca a calcio, a lui il tennis mi sa che glielo ho fatto odiare, voleva guardare i cartoni animati e io guardavo invece sempre il tennis e Federer.

U: Torniamo a ciò che ha preceduto l’incontro, all’invito Barilla per Ginevra…
D: Sì, un bel po’ di tempo dopo l’arrivo del cofanetto vengo contattata da Barilla. Per me sarebbe stata una bellissima storia già con quel cofanetto. Invece in mezzo all’estate mi chiamano e mi chiedono: “Sarebbe disponibile a una trasferta il 16 e 17 settembre?”. Mi sono consultata con mio marito e abbiamo deciso di dire di sì.

U: A fine agosto l’invito a Ginevra per ‘una lezione di cucina’. Non mi dica che non ha pensato di poter incrociare Federer, il suo idolo?
D: Beh, non posso negare di non averci pensato… ma mi sono detta, tutt’al più da lontano se ho fortuna. Ma anche quando siamo arrivati là a me hanno solo detto che avrei dovuto cucinare cinque piatti di pasta insieme allo chef Marcello Zaccaria, chef che ha accompagnato la nazionale di basket, per una giuria. E allora ho pensato lì per lì che forse avremmo dovuto esibirci davanti a personaggi tipo Cracco, Oldani, Cannavacciuolo… Quelle cose tipo Master Chef. Ma non certo per Roger Federer. Insomma avevamo accettato l’invito, assai stupiti, ed eccoci a Ginevra, qualche giorno prima che cominciasse la Laver Cup. Lì mi sono trovata all’improvviso in questo hotel molto elegante insieme allo chef Marcello Zaccaria, mi hanno fatto indossare il grembiule blu della Barilla e… eccomi a fare in realtà assai poco, tagliare i pomodori, gli asparagi… non ero preoccupata del risultato ma davanti a noi c’erano fotografi, telecamere, giornalisti, persone certamente importanti… insomma una situazione alla quale non ero certamente abituata.

U: Finché ecco spuntare Roger Federer!
D: Eh sì, credevo di svenire. Giuro. Mi ero chiesta se per caso l’avrei incontrato, quando siamo partiti per Ginevra, ma in quella situazione di confusione, con il piatto di pasta da preparare, tutta quella gente, proprio non ci pensavo. Poi mi hanno chiesto di portare uno dei piatti in una sala dove c’erano ancora più persone. Guardavo mio marito quando ho sentito una voce: “Ciao Daniela, come stai?”. L’ho riconosciuta subito, l’ho sentita tante volte nelle interviste… e me lo sono visto parare davanti, lui che sorride mentre stavo guardando da tutt’altra parte. Per poco non mi prende un colpo. Quando alla sera sono a letto e ci ripenso mi viene da piangere per l’emozione. Il momento più bello e indimenticabile della mia vita dopo la nascita dei miei due figli. Non riesco a ricordare, nonostante l’aiuto di mio marito, neppure tutto quel che ci siamo detti. Mi sono commossa, ma sono riuscita a non piangere. Volevo godermi quel momento. Mi sono detta: ‘O mi regge il corpo o la mente’. Il corpo ha retto, ma la testa è andata in confusione. Mi ha anche abbracciato, non capivo più nulla.

Scene da un incontro indimenticabile

U: E poi?
D: Lui è stato veramente un signore. Gli ho chiesto dei figli e della moglie e lui mi ha chiesto della mia famiglia. Mi ha fatto i complimenti. Abbiamo fatto le foto, mi ha chiesto che se facevo solo pizze… e io, dopo avergli detto della pizza Roger, la mia preferita, mentre lui sorrideva con una dolcezza infinita, gli ho detto tutta confusa tramite l’interprete che “no, cucino anche carne, bistecche…”. E lui: “E il pesce no?”. E io: “Ma certo che sì, anche il pesce, in Sardegna per forza…”.

U: E di tennis non avete parlato?
D: Un po’ sì… gli ho chiesto per quanto tempo avrebbe giocato ancora e lui sorridendo: “Per quanto vuoi che giochi? Un anno? Due?”. “Per sempre!”, gli ho risposto. Il giorno che smetterà per me sarà un giorno tristissimo. Quasi un lutto.

U: Non ricorda altro?
D: Non ricordo tutto, ma non gli ho chiesto nulla di Wimbledon… non ci siamo ripresi ancora noi, figurarsi lui! Non mi pareva carino ricordarglielo… Ho parlato anche con Mikaela, così semplice, così carina, davvero un bel personaggio.

U: Ma la cenetta quanto è durata e quanti eravate?
D: Il tavolo era apparecchiato per cinque, ma eravamo in quattro, Roger, Mikaela, io e il signor Luca Barilla… poi c’era un posto vuoto che ho capito doveva servire per far posare lì il piatto e fotografarlo. Lui si è seduto a tavola e ha detto “buon appetito!”, identico a quello dello spot. E poi gli ho dato quel che mi ero portata per lui, sperando di incontrarlo: una Sardegna in sughero e dei dolcetti sardi.

Luca Barilla, Roger Federer, Daniela Zancheddu e Mikaela Shiffrin

U: E lui come ha reagito?
D: Mi ha detto “sarò felice di fare colazione con questi dolcetti”.

U: E Luca Barilla in tutto questo?
D: Che persona squisita! Mi ha detto “sono lieto di fare la sua conoscenza Daniela”, e io gli avevo risposto: “Anch’io signor Presidente”. E lui: “Io sono Luca, mi chiami Luca, non presidente”. Una persona importante eppure semplice semplice. Mi sa proprio, da come ne parlava, che anche lui… adori Federer!

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Del Potro confessa: “Il ginocchio? Cerco una cura per vivere bene, non per giocare a tennis”

L’argentino ex numero 3 del mondo parla dei suoi problemi: “Mi serve tempo per trovare lucidità e consapevolezza”

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Jaun Martin Del Potro - Buenos Aires 2022 (foto Facebook @ATPTour)

La sua ultima apparizione era stata a febbraio scorso, a casa sua in Argentina, contro Federico Delbonis. Del Potro aveva perso 61 63 e salutato il pubblico con la forte sensazione che quella potesse essere l’ultima volta. Si era infatti ritirato dal tabellone del torneo Open di Rio la settimana dopo. Da quel momento Del Potro ha dovuto continuare a combattere contro il dolore fisico: “Sono andato in Svizzera recentemente a parlare con un altro dottore” ha dichiarato al quotidiano argentino La Nación, “un nuovo trattamento mi è stato consigliato da diversi dottori, non mi resta che sperare”. Soprannominato il gigante gentile, Del Potro ha affrontato una vita piena di infortuni fisici, tra cui un problema alla rotula e un problema al polso dovuto allo schiacciamento di un tendine. “Oggi posso solo camminare, non posso correre, non posso neanche guidare per troppe ore di fila senza dovermi fermare per fare stretching. È una realtà molto dura e triste con la quale devo convivere ogni giorno” ha detto l’argentino affranto. “Non ero preparato a tanta sofferenza, non so come fanno gli altri atleti a convivere con questo tipo di dolore” ha continuato l’ex numero 3 del mondo. Lui è stato uno dei primi grandi campioni a ritirarsi in questo 2022. Ma a differenza di altri, lui sta per compiere 34 anni e vorrebbe poter continuare anche se confessa: “Sto iniziando a perdere la fiducia che avevo all’inizio, quando provavo un trattamento nuovo speravo sempre che fosse la volta buona. Ma alla fine non funzionava mai”. 

Il gigante gentile ha parlato anche del triste momento che sta passando ma con la speranza di poter tornare un giorno a competere: “Non voglio chiudere con il tennis, voglio lasciare la porta aperta. Saranno la vita e il tempo a dirmi come andrà a finire”. Oltre a raccontare quello già molti sanno, questa volta l’argentino ha spiegato alla Nación di come lui ora sia alla ricerca di una cura per la vita e non più per il tennis. Alla domanda: “quand’è stata l’ultima che hai preso la racchetta in mano seriamente?”, lui ha risposto: “Al torneo di Buenos Aires, lo scorso febbraio. Ero arrivato reduce da tanti trattamenti, avevo preso un sacco di antidolorifici e mi sono detto: ora che faccio? Butto via tutta questa fatica o entro in campo per giocarmi quella che potrebbe essere la mia ultima partita? Alla fine sono contento di essere sceso in campo, perché se è vero che quella è stata l’ultima almeno ero a casa mia, con la mia gente e la mia famiglia. È stato comunque spettacolare”. E poi ammette: “Ma ora non sto cercando però l’ennesima cura per giocare a tennis, sto cercando una cura per continuare a vivere con serenità”. Alla domanda: “Come riempi le tue giornate ora che non c’è più il tennis a riempirle?”, Del Potro risponde sinceramente: “Non lo so, ogni giorno non sono preparato ad affrontare il giorno successivo e mi chiedo cosa sarà, cosa farò”.

A pochi giorni dall’addio di Roger Federer, l’argentino definisce così il re del tennis “lui ha aperto la strada per la perfezione nel mondo del tennis”. I due negli anni hanno costruito un’amicizia sincera e consolidata e Del Potro è rimasto molto sorpreso quand’è venuto a conoscenza che Roger si sarebbe ritirato dopo la Laver Cup e confessa: “in cuor mio ho creduto di vederlo giocare ancora una volta Wimbledon nel 2023, non mi aspettavo lasciasse adesso”.

 

Quando gli viene chiesto se ha immaginato di giocare contro talenti esordienti come Sinner e Alcaraz risponde: “Sì, mi sarebbe piaciuto, si stanno trasformando e stanno diventando davvero forti e potenti. Ho visto la partita che hanno giocato allo US Open, davvero intensa. Però a entrambi mancano ancora alcune variazioni. Stanno molto sulla riga di fondo e colpiscono forte ma sono sicuro che col tempo diventeranno sempre più completi”. Durante l’intervista gli è stato anche chiesto se riesce a pensare di essere un giorno allenatore e Del Potro ha risposto: “Ho parlato di questo proprio con Juan Carlos Ferrero, e gli ho chiesto come fa a viaggiare così tanto. Lui mi ha risposto che ora viaggia così tanto perché si tratta di Alcaraz. Però prima di quel momento è stato cinque anni a casa con la sua famiglia e si è preso il tempo necessario. Forse è proprio quello che a me serve ancora tanto: il tempo. Per trovare lucidità e consapevolezza di quello che succederà. Quello che però mi fa già stare bene è quando vedo che i giovani mi ascoltano e fanno tesoro dei consigli che gli do. Il problema di adesso è solo che io mi sento ancora uno di loro”.

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Djokovic: “Ho ancora fame e passione, il mio ritiro non dipenderà dal numero degli Slam”

Nel Media Day dell’ATP di Tel Aviv, Novak parla di ritiri, della sua formula per il successo e del ricambio generazionale, ma avverte, “io e Nadal non ci arrenderemo facilmente”

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Novak Djokovic – ATP Tel Aviv 2022 press conference (foto via Twitter @telavivopen)

Non gioca un torneo da Wimbledon, dove peraltro ha alzato il suo settimo trofeo, non partecipa a un evento del Tour che distribuisce punti dal Roland Garros e, soprattutto, da parecchi anni non cammina sul suolo israeliano. Da questa settimana, però, Novak Djokovic può finalmente coniugare questi verbi all’imperfetto. Reduce dall’esibizione ufficiale della Laver Cup dove ha dominato Frances Tiafoe – che avrebbe poi giocato insieme a Sock lo storico doppio contro Federer e Nadal con annesse polemiche nostrane – e perso da Auger-Aliassime lamentando un problema al polso, Nole è infatti già stato in campo all’International Convention Center per il suo primo allenamento in attesa di esordire giovedì al Tel Aviv Watergen Open contro il vincente fra Andujar e Monteiro. E ha anche avuto modo di parlare con i rappresentanti dei media della sua stagione “particolare”, del segreto del suo successo, del ritiro non solo di Roger e di altro ancora. Si parte naturalmente con la sua presenza in Israele.

“Sono contento di essere di nuovo in Israele dopo un bel po’ di anni. Credo fosse il 2006, per il tie di Coppa Davis tra Israele e Serbia [allora Serbia e Montenegro, ndr] al Canada Stadium di Ramat Hasharon, una delle atmosfere migliori e più rumorose mai vissute. Persone davvero appassionate e mi piace questa passione, questo amore della gente per lo sport. E’ la seconda volta ho visitato Gerusalemme, ma ormai ho dimenticato alcune cose che ho visto e quindi spero di trovare il tempo per tornare a vedere i luoghi improtanti. Ma questa settimana si tratta principalmente di giocare a tennis.”

La successiva domanda, scontata e quasi retorica, è cosa ci faccia all’ATP 250 di Tel Aviv il 21 volte campione Slam.

 

“Mi sono perso un paio di grossi tornei quest’anno per circostanze che… non mi permettevano di viaggiare, poi pensavo alla mia programmazione, quali tornei giocare. Avevo l’impegno della Laver Cup a Londra e poi volevo giocare due o tre settimane di fila, quindi Tel Aviv era perfetto da questo punto di vista. E, naturalmente, anche perché non venivo da tanto e allora avevo avuto un’esperienza fantastica. Ho anche collaborato per anni con persone israeliane, come il mio preparatore atletico, il mio manager.”

Djokovic è anche presente nel tabellone di doppio. Pochi giorni dopo aver assistito dalla panchina al match di addio di Roger Federer, Nole sarà invece in campo per accompagnare un altro addio al tennis professionistico, quello di Jonathan Erlich, israeliano, ex quinto giocatore del mondo di specialità e attualmente 317°, posizione tutt’altro che disprezzabile parlando di un classe 1977. Alla domanda sul perché abbia accettato di giocare con lui, Novak risponde partendo con una battuta che gli fa guadagnare simpatie e consensi:

“È il contrario, è lui che ha accettato di giocare con me! Sono onorato di essergli al fianco nel suo ultimo torneo, davanti ai suoi connazionali. Cercheremo di vincere più incontri possibile. Siamo entrambi agonisti, ci piace vincere… Sarà attraversato da tante emozioni diverse dentro e fuori dal campo. Non l’ho ancora visto qui, sono arrivato ieri. Avrò la possibilità di vederlo tra stasera e domani e ci alleneremo un po’ insieme”.

Gli viene poi domandato come si mantenga in forma dal punto di vista mentale e fisico non avendo potuto disputare diversi tornei.

“Non è una situazione comune. Gioco come professionista da vent’anni, sono stato fortunato per aver ottenuto alcuni grandi successi, perché la mia traiettoria verso il vertice è stata quasi sempre verso l’alto, nella giusta direzione, e per aver mantenuto quel livello nel tempo. Ma negli ultimi anni ho iniziato a dare la priorità anche al tempo con la famiglia, con i figli, cercando di trovare un equilibrio, quindi ho cercato di selezionare gli eventi a cui partecipare e dove giocare il mio miglior tennis. Purtroppo quest’anno non ho potuto partecipare a due tornei dello Slam. Non è tanto difficile mantenere il giusto stato fisico ed emotivo. Più complicato quello emotivo per via delle circostanze che non avevo mai affrontato in vita mia. Mi sono tenuto in forma fisicamente, ma il lato negativo è non giocare match ufficiali. Più ne giochi, più ti senti a tuo agio. Per questi non vedo l’ora di giocare qui, sperando di arrivare in fondo.”

Un giornalista gli cita una sua presunta dichiarazione (“finché gioca, Rafa è il mio principale avversario”). È autentica? E a Tel Aviv chi è l’antagonista per eccellenza?

“Chiunque sia in campo contro di me è un rivale e io voglio batterlo. Ma il mio più grande rivale è senza dubbio Nadal, tra noi ci sono stati più match che in qualsiasi altra rivalità nella storia del tennis. Spero che avremo l’opportunità di giocare tante altre volte perché è eccitante per noi ma anche per gli appassionati. Poi, certo, c’è Alcaraz, numero 1 del mondo, leader della giovane generazione – Medvedev, Zverev, Tsitsipas, Rublev, ragazzi che sono da un po’ stabilmente al vertice. È il ciclo naturale, le cose cambiano, altri giocatori hanno la responsabilità di sostenere il tennis. Ma io e Rafa non ci arrenderemo facilmente.”

Si va poi su argomenti diverse ma parimenti delicati: l’aver guardato da casa i due Slam a cui non ha potuto partecipare e la situazione del polso. Novak parte da quella facile:

“Oggi mi sono allenato per quasi due ore ed è andato tutto bene, sono felice di essermi lasciato alle spalle questo mini-infortunio”. Un sospiro e via con l’altra: “Non è mai facile guardare i match degli Slam sapendo di essere preparato e pronto per andare a giocare, ma è una situazione che devo accettare, perché ho preso una decisione e queste sono le conseguenze”.

Una giornalista vuole sapere le chiavi del successo di Djokovic nel corso degli anni – qui sono tanti quelli pronti a prendere appunti.

“Non c’è un unico segreto o una chiave che risolva ogni problemi. È una combinazione di fattori che fanno parte del tuo carattere, del tuo ambiente, del modo in cui cresci, chi sei, come ti alleni, qual è il tuo stile di vita, e che creano un’immagine completa del successo. È una formula che ha funzionato per me, ma cambio e innovo costantemente anche me stesso perché non credo nella stagnazione, si regredisce o si progredisce. Negli ultimi due anni con i giovani, soprattutto Alcaraz, pieni di adrenalina, motivati a comandare il gioco e vincere i grossi tornei, devi continuamente capire cosa migliorare e come portarti a un livello più alto in modo da sopportare la pressione che arriva da questi ragazzi.”

Il ritiro di Federer pochi giorni fa ha fatto pensare un po’ tutti alle circostanze del ritiro degli altri due terzi del Big 3 e non è azzardato supporre che i primi ad averci riflettuto siano proprio Rafa e Nole, sebbene quest’ultimo vanti ancora uno stato di forma eccellente. Il “quando” di Novak ha a che fare solo con il numero di Slam?

“Prima di tutto, parlo di Roger. Ho un grande rispetto per lui, per quanto ha contribuito al nostro sport dentro e fuori dal campo. Ha avuto una carriera epica di cui dev’essere fiero. Ha lasciato un’eredità e un un’impronta che rimarranno in eterno. Ha trasceso il tennis. Non avrebbe potuto pensare a uno scenario migliore per l’addio, con i rivali sul campo, gli amici, la famiglia, il suo team. Vedere lì i suoi figli, la sua famiglia, mi ha fatto emozionare e ammetto di aver pensato a come sarà per me. Anche a me in quel momento piacerebbe avere accanto la mia famiglia, le persone più care e i miei più grandi rivali perché aggiungono qualcosa di speciale. Sono stato fortunato per il successo e per essere rimasto in salute durante mia carriera, raggiungendo praticamente tutto quello che si può raggiungere nel tennis. Ma ho ancora fame, ancora passione per il gioco, mi piace sempre allenarmi. I tornei dello Slam e i principali eventi dell’ATP sono quelli che contano di più, anche giocare per il mio Paese mi realizza profondamente. Finché avrò questa predisposizione, questa motivazione, continuerò. Non ho in mente un numero di anni o di tornei, semplicemente andrò avanti.”

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Cosa Serena Williams ha lasciato al mondo

L’eredità di Serena Williams

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Serena Williams - US Open 2022 (foto Twitter @wta)

di Sean Gregory, Time, 29 agosto 2022

La miglior atleta donna di tutti i tempi – anzi, forse semplicemente l’atleta migliore di tutti i tempi – ha riflettuto a lungo sulle motivazioni del suo impegno ad appendere la racchetta al chiodo, una volta per tutte. 

“A Olympia non piace quando gioco a tennis”, racconta schiettamente Serena, parlando della figlia, Alexis Olympia Ohanian Jr. Quando Williams le ha detto che avrebbe lasciato la vita da tennista che ha ispirato milioni di persone, la reazione della figlia, che compirà cinque anni il 1° settembre, è stata la stessa della madre dopo una vittoria ad un torneo del Grande Slam: un “Siii!” accompagnato da un pugnetto stretto.

 

“In un certo senso mi rattrista”, spiega Williams, mentre si assesta sulla sua sedia nella biblioteca di un hotel Newyorkese, “e mi si stringe un po’ il cuore.” Ogni figlio fatica a comprendere le assenze dei genitori e Williams ha passato gli ultimi anni della sua ineguagliabile carriera a sentirsi tormentata da ciò a cui stava rinunciando per portarla avanti. “E’ difficile dedicarsi a pieno al lavoro”, racconta Williams, “quando il sangue del tuo sangue non ne è contento.”

Inoltre, Olympia vorrebbe diventare una sorella maggiore. Ad agosto, mentre giocavano con un soffione, Olympia le ha espresso il desiderio di avere una sorellina. “Queste sono le situazioni che mi trovo a gestire ogni giorno”, conclude Williams con un tono che conoscono bene i genitori di bambini ancora in tenera età. Eppure, non tutti i genitori super star devono ponderare così attentamente queste scelte: i padri non sono tenuti a farlo.

Tom Brady, tre figli, 44 anni, può decidere prima di ritirarsi e poi di riprendere a giocare; LeBron James, tre figli, a 37 anni può decidere di sottoscrivere un’estensione di contratto di due anni da 97.1 milioni di dollari. “Arriva un momento in cui la donna, se vuole una famiglia, deve prendere delle decisioni diverse dai colleghi uomini”, commenta Williams, che compirà 41 anni verso fine settembre. “O è bianco o è nero. O lo fai o non lo fai.”

La biologia potrebbe anche averle forzato la mano, ma Williams insiste che è serena rispetto alla decisione presa. “Non c’è rabbia”, dice. “Sono pronta per questa transizione.” Serena ha certamente pensato al suo futuro post-ritiro, ma fatica ad immaginare a pieno come si sentirà senza tennis. Williams sicuramente riverserà tutta la sua curiosità e la sua passione nella sua azienda di investimenti: Serena Ventures. Investirà nella sua spiritualità. Si evolverà come madre. “Penso di essere brava”, dice parlando di genitorialità. “Ma mi piacerebbe scoprire se posso essere fenomenale.”

L’eccellenza è qualcosa che Williams conosce molto bene. Nessun tennista, donna o uomo che sia, ha vinto più titoli di Serena Williams nei Major nell’Open Era (il periodo storico che ha avuto inizio nel 1968, quando gli Slam hanno permesso la partecipazione dei professionisti).

Tra l’altro, Williams si è guadagnata 10 dei suoi 23 titoli dopo i 30 anni, un’età in cui molti atleti si ritirano o perdono posizioni nel ranking. Ma nonostante tutti i traguardi raggiunti sul campo, sono le imprese fuori dal campo che l’hanno resa l’atleta più significativa del ventunesimo secolo. Serena e la sorella maggiore Venus hanno rivoluzionato uno sport da country-club: il cui DNA a quel tempo resisteva all’idea di questa coppia di sorelle afroamericane di Compton, California. Serena ha cambiato come vengono percepiti i comportamenti delle atlete donne, e delle donne in generale sul posto di lavoro, grazie alla potenza e alla passione che ha portato nel suo posto di lavoro, cioè sul campo da tennis. 

Ha riscritto le regole del body image. Agli “esperti”, ai razzisti e al numero non trascurabile di idioti che hanno denigrato il suo aspetto o che l’hanno definita “mascolina”, ha risposto con l’ennesimo servizio fotografico, mostrandosi fieramente,con tutta la sua muscolatura.

La sola esistenza di una figura come quella di Serena ha generato una moltitudine di conversazioni importanti. 

Nel 2018, la corsa di Williams al titolo di Wimbledon – iniziata a pochi mesi dalla nascita di Olympia e da un parto che ha portato Serena a rischiare la vita per un’embolia polmonare e un trombo, risolti solo dopo diversi interventi – ha ispirato milioni di mamme. Ma di questo argomento si è smesso rapidamente di parlare quando, in un pomeriggio di settembre, un giudice arbitro ha penalizzato Williams per uno sfogo verbale in un momento cruciale della finale degli US Open. Serena ha ribattuto che nel tennis maschile vengono perdonati comportamenti di gran lunga peggiori. Ha poi perso il match in questione con Naomi Osaka, scatenando il dibattito su decoro in campo, fair play, discriminazione di genere, discriminazione razziale, interpretazione letterale del regolamento rispetto al suo spirito e su eventuali pregiudizi inconsci. 

Se non fosse stato per Williams, Osaka, che da allora ha vinto altri tre titoli del Grande Slam, non avrebbe mai impugnato una racchetta. “Mi ricordo che guardavo i match di Serena, da bambina, completamente rapita, così felice di vedere una donna forte di colore sul mio schermo”, racconta Osaka al TIME. “Anche se si sta ritirando dal tennis, la sua eredità continuerà attraverso Coco [Gauff], Sloane [Stephens], Madison [Keys], e altre donne di colore che sono al picco della loro carriera. Serena è inequivocabilmente la miglior atleta di tutti i tempi. E non intendo la miglior atleta donna, no, semplicemente la migliore tra tutti gli atleti. Nessun altro ha cambiato il suo sport quanto lei, lottando contro ogni avversità.”

Quando informiamo Williams del commento di Osaka durante la nostra conversazione a New York, e cominciamo a discutere se lei sia la GOAT, la più grande di tutti i tempi, dice di non essere d’accordo. Ma poi sembra ricredersi.

“Non conosco altri atleti che abbiano vinto un Grande Slam o un Campionato NBA, o qualunque altro titolo sportivo, se è per questo, da incinta di nove settimane”, dice.

Ride, un’abitudine che ha quando vuole avvalorare quello che sta dicendo. “L’evento è durato due settimane. In quel torneo mi sono dovuta affidare al mio cervello. L’atleta non è identificato solo dalla prestazione fisica. Include tutto. La mente, il corpo, tutto. Significa dare il massimo per 20 anni. Darlo contro qualunque avversario che arrivi, ti sfidi e giochi il miglior tennis della sua vita. Darlo ogni singola volta. Puoi trarre le conclusioni che vuoi, dopo questo.”

Dietro la storia conosciuta delle sorelle Williams ci sono tanti aneddoti sulla loro competitività. “In loro c’era una rabbia, un desiderio ardente che non avevo mai visto in due ragazzine. Mai”, racconta Rick Macci, uno dei primi coach di Venus e Serena. “E ancora ad oggi, non l’ho più rivista.”

Il genio di Richard Williams risiede nel fatto che, diversamente da tanti altri “padri tennistici”, non ha mai soffocato le figlie, alimentava sì il loro talento ma intanto le incoraggiava a vivere a pieno la loro infanzia. Nei giorni di pioggia, al centro di training di Macci in Florida, le ragazze studiavano nel suo ufficio. Richard le ha tenute fuori dal circuito junior finché ha potuto, facendo di testa propria e ignorando i consigli di chiunque. 

Dopo essersi scontrate con le leggende della Hall of Fame Billie Jean King e Rosie Casals in un’esibizione di doppio, Macci ha sentito di sfuggita le due sorelle complimentarsi per le proprie performance. Voltandosi a guardarle si accorse che Venus, 11 anni, e Serena, 10 anni, stavano parlando con una bambola.

Mantenendo quella curiosità tipica dei bambini, le sorelle impararono diverse lingue e diversificarono i loro interessi. 

Serena si è cimentata nel mondo della finanza e della moda, nella recita e nella produzione dei film; è sulla strada giusta per diventare la prima atleta donna miliardaria. Serena veniva criticata proprio perché lavorava anche al di fuori del tennissin dalle prime fasi della sua carriera. L’hanno accusata di essere poco concentrata, distratta. Ma anche qui, Serena ha riscritto le regole del gioco. Estendere le sue attività ad altri ambiti l’ha protetta da quel burnout che ha invece afflitto tanti altri giocatori. Nessuna donna ha vinto più match importanti negli ultimi anni della sua carriera. 

Williams conquistò il suo primo titolo Slam, gli U.S. Open del 1999, a 17 anni. “Aveva davvero una mentalità tennistica differente”, afferma Chris Evert, che vanta 18 titoli Slam. “Prendile tutte. Quando sei sotto pressione, diventi più aggressiva.” 

In quegli anni, Serena e Venus in campo portavano le treccine con le perline. Anche questa piccola scelta stilistica portava con sé un grande significato. “Il mondo del tennis non era abituato a vedere delle ragazzine di colore presentarsi con uno stile che riflettesse la loro eredità culturale afroamericana, invece di indossare qualcosa che le omologasse al resto delle ragazze”, racconta Tera Hunter, professoressa di studi Afro Americani alla Princeton University.

Più o meno nello stesso periodo Williams incontrò Kelly Rowland, del gruppo pop Destiny’s Child, dopo un loro concerto. La invitò ad un suo match. “Vedrai, sarò bravissima”, promise Serena. “Mi colpì, con quella frase”, racconta Rowland. Si ricorda di essersi seduta nel box di Serena, durante la partita mentre era sotto di un set. “Percepisci uno spostamento di energia”, spiega Rowland. “Senti che sta per succedere qualcosa. La vedi turbata, come lo sarebbe qualunque essere umano per poi capire che si deve calmare. Era un po’ come se si fosse creata uno spazio personale di cui lei aveva il controllo. E poi dominava. Lo faceva senza remore, senza scusarsi. Non aveva bisogno di dire niente. Era come se pensasse: ‘sto per riprendermi quel che è mio.’ Mi è servito vederla. Mi ha nutrito l’anima.”

Le sorelle Williams non ispiravano solo le donne. Anche un giovane aspirante pilota di Formula 1, di nome Lewis Hamilton, si era sintonizzato sui match di Venus e Serena da un complesso di case popolari nel nord di Londra. “Erano le due figure sportive di maggiore ispirazione per me”, racconta Hamilton al TIME. “Specialmente crescendo in uno sport come il mio dove sono l’unico pilota di colore, vedere queste due figure di spicco, anche loro le sole persone di colore in quel contesto, mi ha davvero dato la fiducia che avrei potuto fare qualcosa di simile. Non è impossibile.” Anche Hamilton, vincitore di sette titoli di Formula Uno, è legato a Serena. Lei si porta un piccolo microfono nella borsa quando escono insieme, pronta per improvvisare un karaoke.

Dopo oltre un quarto di secolo nel tour, Williams ha avuto anche i suoi momenti di difficoltà. Ha sofferto infortuni al ginocchio, alla caviglia, alla spalla, al piede, ai tendini e al tendine di Achille. Dovette gestire la perdita della sorella maggiore, Yetunde Price, che venne uccisa in una sparatoria nel 2003 per uno scambio di identità. Venne messa alla gogna agli U.S. Open del 2009 per aver minacciato un giudice di linea per un fallo di piede. Williams poi si scusò. L’anno successivo vinse altri due titoli Slam.

Nel febbraio del 2011 Williams avrebbe dovuto prendere un volo per andare da Los Angeles a New York City, prima di ripartire nuovamente per Londra e partecipare a un evento di moda. Cancellò il viaggio all’ultimo, scegliendo invece di vedersi con Venus. Quella notte venne ricoverata con difficoltà respiratorie per un’embolia polmonare e dei coaguli di sangue nei polmoni. Williams crede che se fosse stata in volo, con ogni probabilità, non sarebbe sopravvissuta. Pensò di non poter mai più giocare a tennis, invece seguirono altre 10 vittorie negli Slam.

Quando Williams scoprì di essere incinta, proprio prima degli Australian Open del 2017, continuò a giocare, senza particolari esitazioni. “Gli atleti capiscono e conoscono il proprio corpo mille volte meglio di noi altri”, spiega il marito Alexis Ohanian, investitore di venture-capital e co-fondatore di Reddit, . “Anche se il medico le aveva detto: ‘Devi andarci piano, e poi con quel caldo…e bla, bla, bla’, Serena disse: ‘Ci penso io.’ E fintanto che lei era sicura di sè, io ero tranquillo.” Serena poi confessò di non aver mollato nemmeno un set nell’intero torneo, perché sapeva che era il modo migliore per ridurre la permanenza in campo, per il bene della sua bambina. Con quella vittoria superò il record di titoli Slam di Steffi Graf nell’Era Open.

Allyson Felix si trovava nel pubblico. La medaglia d’oro Olimpica scoprì di essere incinta l’anno dopo, nel 2018; continuò ad allenarsi e a competere. Come Williams, Felix rischiò la vita durante il parto, a causa della preeclampsia. Felix osservò Williams arrampicarsi di nuovo nella classifica, vincendo la finale di Wimbledon e degli U.S. Open, a solo un anno dalla nascita di Olympia. Felix mise in atto un piano simile. Alle Olimpiadi di Tokyo, a 35 anni, Felix vinse la medaglia di bronzo nei 400m e l’oro nella staffetta, diventando così l’atleta donna con più medaglie nella storia dell’atletica leggera. “Il suo ritorno in campo e la sua esperienza mi hanno davvero ispirata”, dice Felix. “Questa è la prova definitiva che è possibile farlo.”

Col passare degli anni, Williams sposò pubblicamente alcune cause che le erano care già da tempo nel privato. Nel 2015, tornò a giocare a Indian Wells, il famoso torneo della California del sud che Serena aveva deciso di boicottare dopo il 2001 a causa di un sottofondo di cori razzisti che aveva percepito durante il match. (I fan erano arrabbiati per il ritiro di Venus dalla semifinale contro Serena, annunciato per un infortunio; erano convinti che Richard avesse manovrato l’esito) Con il suo ritorno, Williams aiutò la raccolta fondi per l’Equal Justice Initiative, una non-profit contro la discriminazione razziale nell’ambito della giustizia e contro l’incarcerazione di massa. “Serena non incassa e basta, contrattacca”, spiega la co-fondatrice di Black Lives Matter, Alicia Garza. “Ci dimostra che è importante essere fedeli a sé stessi. In fondo è una regola di vita che sostengo anche io, e alla quale anche lei aderisce.” 

Rowland si emoziona quando le viene chiesto di descrivere l’influenza che la sua amica ha avuto sul mondo: “Per una giovane ragazza di colore, l’esser sopravvissuta ai luoghi in cui non era la benvenuta, decidere di tornarci, ed ergersi con orgoglio”, dice Rowland. “Lei ci ha rappresentato, quando noi non potevamo farlo. L’ha reso OK. Riprendersi il proprio spazio. Anche quando vieni chiamata con nomi a cui non risponderesti mai. Non vuoi sentirli, non vuoi ascoltarli. Sono certa che sia stato un luogo spaventoso in cui ripresentarsi. Ma lei l’ha fatto e l’ha fatto per prima, a modo suo, con la sua unicità, con stile e grazia e senza sminuire la sua grandezza”, dice Rowland cercando di frenare le lacrime. “Ci è voluto del … fot-issimo fegato.”

Williams ha percorso una strada troppo lunga per rifuggire da quello che ha realizzato. E’ suo. Se l’è meritato. Senza rimorsi. E’ radicato in quel che Serena sa di aver significato, assieme a sua sorella, per questo sport. Uno sport a cui le sorelle Williams hanno dato una forma diversa e da cui sono state, a loro volta, formate. “Abbiamo cambiato il gioco del tennis”, dice Williams. “Abbiamo cambiato il modo in cui le persone giocano, è così. Non si attaccava mai, non si giocava d’anticipo, non si serviva così. Nessuno aveva mai dovuto giocare in questo modo, per vincere contro due ragazzine di colore di Compton.”

Fuori dal campo, ha aiutato a cambiare i canoni della bellezza — a dispetto del becero giudizio e della retorica razzista. “Erano in molti a pensare che le Williams non fossero belle o carine abbastanza a causa del colore della loro pelle”, dice. Ma lei insiste di non essersi mai sentita così nonostante tutti i colpi subiti. “Penso che le persone avvertissero la mia fiducia in me stessa, perché a me è sempre stato ripetuto: ‘Stai benissimo. Sii nera e fiera’.” 

C’erano troppo pochi esempi di sportive prominenti di colore nello sport mainstream prima di Venus e Serena – e ancora meno che raccogliessero vittorie così frequenti ed eclatanti. “Nessuno aveva mai dato loro fiducia in se stesse e motivazione”, dice Williams. “Non puoi permettere al mondo di decidere cosa è bello. E il mio essere più formosa o altro, insomma, le curve ora vanno di moda. I sederi vanno di moda. E mentre io sto qua a cercare di ridurre il mio, magari la gente me lo invidia e lo vorrebbe come me.”

Comunicare un messaggio importante attraverso l’autoironia è una mossa tipica della Williams. Ma insistendo ancora un pochino riusciamo a farci spiegare cosa pensa di aver lasciato alle generazioni future. “La sicurezza e il credere in se stessi”, dice Williams. “E l’aver insegnato ad altri ragazzini di colore, alle ragazzine in particolare, che anche loro possono farlo.” Elenca le attuali tenniste di colore che sono nel circuito—come Osaka, Gauff e Stephens — e che rappresentano la generazione emergente. 

“Nessuno è mai stato in grado di raccontare una storia così autentica e di ispirazione”, dice. “Assistete e sopravvivete ai miei errori, ai miei momenti di alti e di bassi. Gli interventi chirurgici e i ritorni in campo. Ed è anche fondamentale che non sia qualcun altro a scrivere la tua storia. In tanti capiranno cosa intendo. Devi sempre essere te stessa, autentica. Valorizzarti e amarti. Questa storia è la storia del volersi bene.” 

Ride, ma nei suoi ultimi giorni da tennista professionista ha anche versato qualche lacrima. Ha pianto come una fontana, mentre lavorava al suo Vogue essay di Agosto, in cui annunciava l’imminente addio. Allontanarti dal gioco in cui ti seispecializzata per una vita è complicato. E non stiamo dicendo che non riprenderà mai più la racchetta in mano. 

Di sicuro non sembra intenzionata a prendersi particolari pause: Serena Ventures ha investito in più di una dozzina di aziende che ora valgono più di 1 miliardo di dollari, come Master-Class, Impossible Foods, e Tonal. 

Quasi l’80% delle aziende nel portfolio di Serena Ventures sono state fondate da donne o persone di colore. “Non è che io abbia perso la mia passione per il tennis”, spiega Williams “E’ solo che trovo più gioia e soddisfazione in quello che faccio nel mondo del venture capital.”

Far crescere la propria famiglia però è ancora più importante. “Non posso immaginare la mia vita senza le mie sorelle”, spiega. “Quando guardo Olympia sento che se non mi impegnassi per darle una sorella, non starei dando il mio massimo. Avere una famiglia numerosa ed essere in cinque: non c’è niente di meglio.”

Mentre Williams si preparava per questa edizione degli U.S. Open, cominciava finalmente a sentire che il suo gioco si stava di nuovo rafforzando, dopo così tanto tempo. Quando ha partecipato a Wimbledon, dove ha perso al primo round, Williams non giocava da un anno a causa di un infortunio al tendine posteriore del ginocchio. Il processo è agrodolce. “Vedo i miei miglioramenti e mi dico: ‘Wow, a gennaio sarò in forma’”, dice. Con l’arrivo degli Australian Open forse potrebbe fare ancora un viaggetto in quelle zone. “Già, ci penso…” dice Williams. Ma davvero ci andrebbe? “No, non lo farò”, insiste.

E allora eccoci qua. Un ultimo ballo a New York. Un ultimo messaggio per le folle. “Grazie, davvero”, dice. “Sono sopraffatta dall’emozione. E’ stato un viaggio incredibile, davvero incredibile e sono così contenta che voi l’abbiate vissuto con me.” Williams si ferma, annuisce, unisce le mani, nella posizione di chi si sente fortunato. “E vi voglio bene.”

Traduzione di Giulia Bosatra

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