Ripensare al pranzo con Roger Federer e piangere ancora

Interviste

Ripensare al pranzo con Roger Federer e piangere ancora

L’incontro con Federer organizzato a sorpresa da Barilla le ha lasciato un ricordo indelebile: abbiamo intervistato Daniela Zuncheddu, la fan che voleva cucinare per Roger

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Il sogno di una vita da fan: pranzare con Roger Federer

Daniela Zuncheddu da Fluminimaggiore, paesino sardo di poco più di 3.000 anime del Sud della Sardegna – provincia di Carbonia-Iglesias, fra Arbus e Buggerru (nomi che più sardi non si può!) -, è la dimostrazione vivente che la capacità di essere genuini e spontanei a volte paga assai al di là delle ordinarie aspettative.

Sono già usciti diversi articoli – anche su questo sito – per raccontare la vicenda di questa signora innamorata – platonicamente eh – di Roger Federer, che era volata fino al Masters 1000 di Madrid in compagnia del marito per andare a veder giocare il suo idolo temendo – come tanti – che potesse essere una delle ultime opportunità per farlo. Mi divertiva l’idea di conoscerla e parlarle. E l’ho fatto. Scoprendo così una donna deliziosa che deve avere colpito anche Roger Federer per la sua sana straordinaria e naturale simpatia.


UBALDO: Partiamo dall’inizio Daniela…
DANIELA: A marzo Sky annuncia che Roger Federer avrebbe giocato al Roland Garros e subito dopo che per preparare quello Slam si sarebbe iscritto anche a Madrid. Io avevo visto Roger nel 2012 a Roma… ma volevo rivederlo. I tornei sono costosi… raggiungere altri posti sarebbe stato più caro. Abbiamo preso un volo low-cost e così siamo andati a Madrid…

 

U: Sì ma non solo, lei si è portata anche un gran cartello giallo che ormai tanti hanno visto, un cartello mica tanto banale, c’era di tutto, la scritta ‘Roger would you like to have dinner with me tonight. I‘ll cook. Roger, vuoi venire a cena con me stasera? Cucino io, ma ci ha messo di tutto, la bandiera della Svizzera, I Quattro Mori simbolo della Sardegna, in basso il logo della Barilla sponsor di Roger… Ma come le è venuto in mente il tutto? Qual era l’obiettivo?
D: Era farsi vedere in tv dai nostri ragazzi, nient’altro. Anche nel 2012 avevo portato un cartello (e me lo avrebbe poi fatto vedere, nota di UBS), a sfondo bianco, con la bandiera dei 4 Mori e la scritta ‘Roger the King of Tennis’… mentre l’anno scorso ero andata all’Arena di Verona per un concerto di Baglioni e anche lì avevo preparato un cartello… sempre bianco, sempre i 4 Mori, e la scritta ‘Tu sei il nostro gancio in mezzo al cielo’ con a destra una foto-ritratto di Claudio.

U: Ormai lei nel suo Paese sarà diventata notissima, ma aveva pensato che avrebbe raggiunto tutta questa popolarità anche nazionale?
D: Figurarsi, non ci avrei mai pensato. Così come non avrei mai creduto di incontrare davvero Roger, di poter mangiare allo stesso tavolo con lui, con l’altra grande campionessa di sci (Mikaela Shiffrin), con il signor Luca Barilla. Noi quattro da soli, capisce? Per me era già stato raggiunto l’obiettivo, quello di farmi inquadrare e vedere dai miei figli. Il colore giallo ha aiutato… il cartello l’ho acquistato qui al paese da un cinese per 40 centesimi… L’ho arrotolato con uno di quei nastri che servono a fermare i capelli perché non si sciupasse e siamo partiti. E poi è successo quel che lei sa già, la Barilla che mi cerca, che mi trova, che a metà giugno mi fa recapitare a casa un cofanetto tutto blu che contiene della pasta e soprattutto una maglietta Uniqlo firmata da Roger Federer 2019. Non potevo desiderare di più!

U: Ma quest’amore per il tennis e per Federer come è nato?
D: Oggi ho 50 anni, sono nata a Genova e venuta qui in Sardegna con il mio secondo marito, mi piaceva il tennis fin da piccola, vedere Paolo Canè, Agassi, la Sabatini, la Graf, la Sanchez, ma sono sempre stata appassionata e andavo qui ai campi a giocare quasi tutti i giorni prima di aprire la pizzeria (che si chiama ‘A modo nostro…’ perché ci faccio quello che voglio! Un locale piccolo piccolo, 40 coperti… E mio marito, ex calciatore, fa il pizzaiolo da 5 anni… e siamo ancora vivi!). Naturalmente fra le varie pizze c’è anche la pizza Roger! Una pizza margherita con gorgonzola, speck e radicchio… sì una pizza strong, forte come lui! (e giù una bella risata, nota di UBS). Lei non mi crederà, ma è una delle più vendute, diciamo una delle prime tre. Per me però è la numero 1! Mica do retta all’ATP io. In paese gli amici mi prendono in giro, dicono che non mi si può parlare se lui ha perso, se gioca male, che non so più ragionare se abbiamo perso (e dice abbiamo, lei gioca con lui evidentemente; nota di UBS). La patita sono io, sono molto passionale, a volte si scatena l’inferno, non mi faccia dire… anche se sono una signora dico anche le parolacce! Non mi posso limitare…

Quanto grande sarà stampata questa foto a casa Zancheddu?

U: Lei ha detto che giocava a tennis? C’è un campo a Fluminimaggiore, un maestro?
D: Il tennis… qui c’è un piccolo circolo… ha due campi in cemento. No, non sono tutti per Roger, chi per Rafa, per Nole. La quota sociale? Mi pare 20 euro l’anno… ma non pago sempre. E il maestro non c’è.

U: E poi evidentemente segue il tennis in tv, per vedere Federer…
D: Abbiamo Sky, mio marito segue sempre il calcio, tifa Juventus, quasi per sbaglio un giorno di tanti anni fa capitai su un match di tennis… giocava Federer, ne restai subito affascinata. Quel suo gioco così elegante, pulito, lineare… non andavo neanche più a giocare se c’era lui da guardare in tv. Roger è un mito, anche come persona… con quella sua Fondazione che aiuta i bambini in Africa… infatti quando l’ho incontrato ero così emozionata, e con un inglese scolastico, gli ho subito detto: “Ti prego Roger cerca di aiutare più bambini che puoi”. E meno male che c’era un interprete… Quando lui mi ha chiesto: “Daniela tu parli inglese?”, io ero così fuori di me che non sono riuscita nemmeno a dirgli che parlo il francese… in quel momento non riuscivo a parlare nemmeno l’italiano! La mia testa era nella più piena confusione… non riesco ancora oggi nemmeno a ricordare tutto quello che ci siamo detti. Ma se ci ripenso, e sapesse quante volte ci ripenso, mi viene un groppo alla gola, quasi da piangere!

U: Ok, mi dica solo se i suoi figli Sara di 26 anni e Michele di 12 giocano a tennis?
D: Lui gioca a calcio, a lui il tennis mi sa che glielo ho fatto odiare, voleva guardare i cartoni animati e io guardavo invece sempre il tennis e Federer.

U: Torniamo a ciò che ha preceduto l’incontro, all’invito Barilla per Ginevra…
D: Sì, un bel po’ di tempo dopo l’arrivo del cofanetto vengo contattata da Barilla. Per me sarebbe stata una bellissima storia già con quel cofanetto. Invece in mezzo all’estate mi chiamano e mi chiedono: “Sarebbe disponibile a una trasferta il 16 e 17 settembre?”. Mi sono consultata con mio marito e abbiamo deciso di dire di sì.

U: A fine agosto l’invito a Ginevra per ‘una lezione di cucina’. Non mi dica che non ha pensato di poter incrociare Federer, il suo idolo?
D: Beh, non posso negare di non averci pensato… ma mi sono detta, tutt’al più da lontano se ho fortuna. Ma anche quando siamo arrivati là a me hanno solo detto che avrei dovuto cucinare cinque piatti di pasta insieme allo chef Marcello Zaccaria, chef che ha accompagnato la nazionale di basket, per una giuria. E allora ho pensato lì per lì che forse avremmo dovuto esibirci davanti a personaggi tipo Cracco, Oldani, Cannavacciuolo… Quelle cose tipo Master Chef. Ma non certo per Roger Federer. Insomma avevamo accettato l’invito, assai stupiti, ed eccoci a Ginevra, qualche giorno prima che cominciasse la Laver Cup. Lì mi sono trovata all’improvviso in questo hotel molto elegante insieme allo chef Marcello Zaccaria, mi hanno fatto indossare il grembiule blu della Barilla e… eccomi a fare in realtà assai poco, tagliare i pomodori, gli asparagi… non ero preoccupata del risultato ma davanti a noi c’erano fotografi, telecamere, giornalisti, persone certamente importanti… insomma una situazione alla quale non ero certamente abituata.

U: Finché ecco spuntare Roger Federer!
D: Eh sì, credevo di svenire. Giuro. Mi ero chiesta se per caso l’avrei incontrato, quando siamo partiti per Ginevra, ma in quella situazione di confusione, con il piatto di pasta da preparare, tutta quella gente, proprio non ci pensavo. Poi mi hanno chiesto di portare uno dei piatti in una sala dove c’erano ancora più persone. Guardavo mio marito quando ho sentito una voce: “Ciao Daniela, come stai?”. L’ho riconosciuta subito, l’ho sentita tante volte nelle interviste… e me lo sono visto parare davanti, lui che sorride mentre stavo guardando da tutt’altra parte. Per poco non mi prende un colpo. Quando alla sera sono a letto e ci ripenso mi viene da piangere per l’emozione. Il momento più bello e indimenticabile della mia vita dopo la nascita dei miei due figli. Non riesco a ricordare, nonostante l’aiuto di mio marito, neppure tutto quel che ci siamo detti. Mi sono commossa, ma sono riuscita a non piangere. Volevo godermi quel momento. Mi sono detta: ‘O mi regge il corpo o la mente’. Il corpo ha retto, ma la testa è andata in confusione. Mi ha anche abbracciato, non capivo più nulla.

Scene da un incontro indimenticabile

U: E poi?
D: Lui è stato veramente un signore. Gli ho chiesto dei figli e della moglie e lui mi ha chiesto della mia famiglia. Mi ha fatto i complimenti. Abbiamo fatto le foto, mi ha chiesto che se facevo solo pizze… e io, dopo avergli detto della pizza Roger, la mia preferita, mentre lui sorrideva con una dolcezza infinita, gli ho detto tutta confusa tramite l’interprete che “no, cucino anche carne, bistecche…”. E lui: “E il pesce no?”. E io: “Ma certo che sì, anche il pesce, in Sardegna per forza…”.

U: E di tennis non avete parlato?
D: Un po’ sì… gli ho chiesto per quanto tempo avrebbe giocato ancora e lui sorridendo: “Per quanto vuoi che giochi? Un anno? Due?”. “Per sempre!”, gli ho risposto. Il giorno che smetterà per me sarà un giorno tristissimo. Quasi un lutto.

U: Non ricorda altro?
D: Non ricordo tutto, ma non gli ho chiesto nulla di Wimbledon… non ci siamo ripresi ancora noi, figurarsi lui! Non mi pareva carino ricordarglielo… Ho parlato anche con Mikaela, così semplice, così carina, davvero un bel personaggio.

U: Ma la cenetta quanto è durata e quanti eravate?
D: Il tavolo era apparecchiato per cinque, ma eravamo in quattro, Roger, Mikaela, io e il signor Luca Barilla… poi c’era un posto vuoto che ho capito doveva servire per far posare lì il piatto e fotografarlo. Lui si è seduto a tavola e ha detto “buon appetito!”, identico a quello dello spot. E poi gli ho dato quel che mi ero portata per lui, sperando di incontrarlo: una Sardegna in sughero e dei dolcetti sardi.

Luca Barilla, Roger Federer, Daniela Zancheddu e Mikaela Shiffrin

U: E lui come ha reagito?
D: Mi ha detto “sarò felice di fare colazione con questi dolcetti”.

U: E Luca Barilla in tutto questo?
D: Che persona squisita! Mi ha detto “sono lieto di fare la sua conoscenza Daniela”, e io gli avevo risposto: “Anch’io signor Presidente”. E lui: “Io sono Luca, mi chiami Luca, non presidente”. Una persona importante eppure semplice semplice. Mi sa proprio, da come ne parlava, che anche lui… adori Federer!

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Focus

Altre due chiacchiere con Yoxoi: dai tennisti che brontolano al Bublik scanzonato

Seconda parte dell’intervista con i soci fondatori di Yoxoi, azienda italiana che produce abbigliamento sportivo. “Il tennista si limita a brontolare se il prodotto non è perfetto!” (articolo sponsorizzato)

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Spazio sponsorizzato da Yoxoi


Seconda parte dell’intervista fatta a Diego Mandarà e Giacomo Ruzza, soci fondatori di Yoxoi, l’azienda che sta portando una rivoluzione tecnologica nel mondo dell’abbigliamento dedicato al tennis. Nella prima parte ci siamo soffermati sul prodotto e sulla filosofia che ispira Yoxoi; nella seconda affronteremo temi più direttamente legati al mondo dei tennisti professionisti.


In formula uno il pilota dà un contributo essenziale alla messa a punto della macchina. Succede anche nel tennis?
GR/DM: Assolutamente no. Nel tennis il giocatore si limita a brontolare se il prodotto che gli fornisci non è perfetto! Diciamo, per essere buoni, che possono aiutare nell’evidenziare possibili difetti…

 

Quanto pesano i testimonial alla voce “investimenti” per una società come la vostra?
DM
: I primissimi giocatori del mondo sono fuori portata per aziende delle nostre dimensioni. Un atleta tra la ventesima e la cinquantesima posizione invece lo è e rappresenta una voce di costo importante. Un conto è poi sponsorizzare un ventenne numero 50 del mondo e un conto un trentenne: il primo costa di più. I contratti di sponsorizzazione prevedono poi dei meccanismi di adeguamento del cachet direttamente proporzionali alle performance dell’atleta.

GR: Contano anche la nazionalità dell’atleta sponsorizzato e la classifica che occupa. Un tennista in grado di prendere parte di diritto ai tornei dello Slam ed a maggior ragione ai 500 ed ai 1000 costa incomparabilmente di più rispetto a un tennista la cui classifica non glielo consente.

Dura la vita per chi è sotto la posizione numero 130…
GR
: È così, o, se vuoi leggerla in positivo, dolce per chi rientra tra i primi 130 giocatori del mondo e dolcissima tra i primi 60-70. Per chi è fuori da queste fasce oggettivamente al giorno d’oggi è difficile mantenersi giocando a tennis.

I vostri testimonial attualmente sono Tennys Sandgren e Alexander Bublik. A regime quanti vi piacerebbe averne?
DM
: Una volta sviluppato un buon volume di affari crediamo che per le nostre esigenze quattro potrebbero essere sufficienti. Potessimo sceglierne uno tra i giovani ci piacerebbe avere Frances Tiafoe o Ugo Humbert. Per l’anticonformismo che un po’ contraddistingue il nostro marchio anche Benoit Paire non ci dispiacerebbe, ma siamo consci dei rischi che si corrono con un testimonial come lui! Sarebbe infine bellissimo vestire un italiano. Ci proveremo.

GR: A me piacerebbe anche per una volta vedere Rafa Nadal e Stefano Tsitsipas indossare una nostra maglietta. Se funziona con loro…

Quando nacque il rapporto con Alexander Bublik?
DM
: Noi abbiamo puntato su questo giocatore quando era ancora giovanissimo e al di sotto di quella fatidica soglia di classifica di cui parlavamo poco fa. Ci eravamo innamorati di lui e del suo stile vedendolo giocare il primo turno a Wimbledon nel 2017 contro Murray: originale e creativo. Ci sembrava rappresentare perfettamente lo spirito Yoxoi. Lo abbiamo aspettato dopo che un infortunio lo aveva fatto precipitare oltre la duecentesima posizione (nel 2018, NdA) e adesso la nostra pazienza è stata ricompensata. Crediamo abbia le carte in regola per arrivare molto più in alto di quanto già non sia ora.

Fuori dal campo che tipo è?
GR
: È come lo si vede in campo: simpatico, scanzonato, spontaneo e con la battuta pronta. Un ragazzo brillante e molto disponibile.

Prima avete accennato all’importanza della nazionalità dei potenziali testimonial. Yoxoi su quali mercati sta puntando in questo momento e attraverso quali canali di distribuzione.
DM
: Per ora siamo concentrati soprattutto sull’Italia e il canale di distribuzione è rappresentato dai negozi specializzati, attualmente una settantina. Una volta ben consolidati in Italia punteremo all’estero e quindi anche alla vendita on line.

Oltre all’abbigliamento per il tennis avete in mente di produrne anche per altri sport?
GR: Tennis, paddle e squash. Stop. Non vogliamo defocalizzarci. È questo che ci differenzia dai marchi sportivi più celebri. Per queste società l’intero segmento “abbigliamento sportivo” rappresenta spesso una percentuale piccola del loro fatturato globale e quello per il tennis è decisamente marginale; sono impegnate a sfornare collezioni su collezioni ogni anno, rincorrendo e creando mode volte soprattutto a spingere le vendite dei loro prodotti “leisure”, meno le collezioni “sport”. Non ha quindi per loro molto senso fare importanti investimenti nel campo della ricerca e dello sviluppo del prodotto “tennis match”. Per noi è esattamente l’opposto, dal momento che dagli sport con racchetta ricaviamo il 100% del nostro fatturato.

DM: Yoxoi vuole portare cultura tecnologica in questo ambito; fare sì che chi pratica questi sport dia l’importanza che merita a ciò che indossa sul campo da gioco. Il successo della nostra impresa passa da qui.

Ed è con questo messaggio che si è conclusa la nostra intervista. Noi aggiungiamo un sincero in bocca al lupo.

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Il segreto di Nadal: “La verità è che non voglio perdere. Nel tennis non c’è autocompiacimento”

Nadal dopo il 12° titolo a Barcellona, il 61° sulla terra battuta: “Il momento perfetto per vincere il primo titolo della stagione. Ho margine per giocare meglio di così”

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Rafael Nadal - ATP Barcellona 2021 (courtesy of Barcelona Open Banc Sabadell)

Ci sono record che imbarazzano al solo citarli e poi ci sono quelli di Rafael Nadal sulla terra battuta, che creano imbarazzo già in fase di lettura. Con la vittoria in finale a Barcellona, dove Nadal fa 12 (seconda dozzina spuntata dopo Parigi, ci sono buone chance di riuscirci anche a Montecarlo – dove è fermo a quota 11 dal 2018), diventano 61 i titoli vinti su questa superficie. Per darvi un’idea, sommando tutti i titoli vinti sulla terra dagli altri nove giocatori attualmente in top 10, si arriva a quota 51. Per pareggiare invece il numero di partite vinte da Nadal sulla terra battuta nel circuito maggiore, 452, serve mettere assieme quelle di Djokovic e Federer.

Uno potrebbe chiedersi ma come fa, dove trova ancora la voglia. Lo ha spiegato lo stesso Rafa in una conferenza stampa virtuale trilingue, nella quale il maiorchino è passato dal castigliano al catalano – alle Baleari si parla appunto il balearico, che fa parte della famiglia dei dialetti catalani – prima di concludere in inglese. “La verità è che non voglio perdere. E mi piace vincere! Certo, mi piace anche solo competere, ma voglio farlo con la certezza di aver provato tutto, di aver giocato al mio miglior livello possibile. Se posso giocare al 60%, devo provarci e non devo accontentarmi del 40%. Certo è meglio poter giocare al 100%, ma non sempre è possibile. Si tratta di giocare al miglior livello che è possibile raggiungere in quel momento. Questa settimana sono riuscito a giocare sempre un po’ meglio della partita precedente. In finale è andata un po’ meglio della semifinale“.

Il suo livello è stato un po’ più alto di quello mostrato a Montecarlo, che non era stato sufficiente a battere un Rublev in grande spolvero. I punti percentuali di forma in più rispetto alla scorsa settimana sono stati cruciali per prevalere su uno Tsitsipas gagliardo, tanto gagliardo da arrampicarsi fino al match point fallito il quale il greco si è visto costretto a iscrivere per la seconda volta il suo nome nel club più nutrito del tennis: quelli che hanno provato a battere Nadal in una finale sul rosso e hanno fallito (sinora ce l’hanno fatta solo Federer, Djokovic, Murray e l’intruso Zeballos). “Stefanos gioca con molta passione, è giovane e ‘sente’ lo sport” ha commentato Rafa. “Ha talento e motivazioni per crescere, è normale che stia migliorando in tutti gli aspetti del gioco. È uno dei candidati per vincere tutti i tornei che gioca, al momento“. Anche perché è il numero uno della Race, aggiungeremmo noi.

 

Nadal sottolinea poi come questa vittoria, la prima del 2021, sia arrivata proprio al momento giusto. “Per la mia fiducia e per il valore del titolo in sé” specifica. “Barcellona è uno degli ATP 500 più importanti, un torneo con grande tradizione che ho giocato praticamente sempre in carriera. È il momento perfetto della stagione per vincere il primo titolo, questa settimana può aiutarmi per quello che sarà nelle prossime. Credo di avere ancora margine per giocare meglio di così, per alzare un po’ il livello“. La frase che tutti attendevano per compilare con il suo nome, come ogni anno da ormai più di una decade a questa parte, la prima casella nel listino dei favoriti per il Roland Garros.

Il passaggio dal due su tre al tre su cinque, che sarà effettivo dopo i tornei di Madrid e Roma, non sembra preoccupare chi sulla lunga distanza non ha perso praticamente mai (ricordiamo il suo record sulla terra best of five: 125-2). “Non sono stato in grado di giocare molte partite negli ultimi due mesi, ma partite come questa finale (durata tre ore e quaranta minuti, ndr) mi rendono più pronto ad affrontare altre battaglie. Mi sono sentito abbastanza bene in campo dal punto di vista fisico. Ho lavorato sodo per arrivare a giocare così. Certo, sono un po’ stanco, ma è normale; probabilmente anche Stefanos è un po’ stanco, nonostante sia più giovane di me. Dopo una partita di questo tipo, mi sento più pronto ad affrontare un match tre su cinque“.

La masterclass su come si continua a vincere a quasi 35 anni con la stessa voglia dei 20 continua in coda alla conferenza. “In questo sport non esiste autocompiacimento per i titoli già conquistati o per le finali del passato. A carriera finita, solo allora si può vivere del passato e di tutto quello che si è vinto. Vivo nel presente, la mia intenzione è essere pronto per quello che sarà nel futuro immediato“. Che ha il nome del Mutua Madrid Open, al via tra una settimana. “Sono contento di giocare di nuovo davanti al mio pubblico, forse è il torneo in cui ricevo il supporto più importante“. La Caja Magica sarà aperta al 40% della sua capienza. In questi tempi di porte chiuse, quasi un miraggio.

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Berrettini: “Mi sento un Top 10, non ho mai dubitato del mio livello”

L’azzurro commenta la vittoria di Belgrado: “Ho avuto più occasioni di Karatsev, direi che è stato il mio miglior tie-break di sempre!”

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Matteo Berrettini - ATP Belgrado 2021 (via Twitter, @atptour)

“Dopo una sconfitta torno sempre più forte”. Questo è stato il leit motif della conferenza stampa di Matteo Berrettini a seguito della vittoria di ieri contro Aslan Karatsev nella finale del torneo di Belgrado. Il tennista romano si è soffermato più volte sulle difficoltà di questi ultimi mesi e sul significato di questa vittoria: “Mi dà molta fiducia, non che l’avessi persa ma venivo da un infortunio patito in un momento in cui stavo giocando benissimo in Australia. Strapparsi l’addome non è un infortunio semplice quando poi devi andare a servire di nuovo. Comunque sono contento perché ho visto che non mi servono troppe settimane o troppi match per tornare ai miei migliori livelli“.

L’INFORTUNIO, MONTECARLO E LA RIVALSA

“Venivo da un periodo difficile, sia per l’infortunio che dal punto di vista mentale, perché una cosa è stare bene e l’altra è essere pronti al 100 percento a giocare il proprio miglior tennis”, ha detto. La sconfitta di Montecarlo [con Davidovich Fokina, ndr] è stata molto dolorosa, ma con il mio team ci siamo detti che è una cosa positiva, perché significa che ci tengo molto. Dal giorno successivo ho iniziato ad allenarmi molto duramente per essere nella miglior forma possibile, e questi sono i risultati”.

Tornando sulla sconfitta al secondo turno del Principato, ha continuato: “Sono stato triste per un paio di giorni, mi allenavo con fatica, e Vincenzo [Santopadre] è stato tosto perché non mi ha permesso di sottrarmi alle difficoltà; dal giorno successivo gli ho detto, ‘voglio giocare come se fossimo in partita’, perché ritenevo che a Montecarlo mi fosse mancata soprattutto quell’attenzione, in termini di gioco non mi ero sentito male. Il tennis è prima di tutto uno sport mentale, quindi se l’attenzione vacilla anche il gioco ne risente. Ho lavorato con il mio mental coach per capire cosa mi stesse dando più fastidio e ci abbiamo lavorato giorno dopo giorno, attraversando anche i giorni in cui volevo uscire dal campo perché non ce la facevo più, ma è così che si costruisce un giocatore”.

 

LA FINALE: IL LIVELLO DI KARATSEV E IL PRIMO TITOLO DAVANTI AI GENITORI

Dei suoi quattro titoli, questo è il terzo conquistato sulla terra battuta. Per qualcuno questa potrebbe essere una sorpresa se si considera il precipuo ruolo del servizio nel suo gioco, ma lui non la vede così: “Sono cresciuto sulla terra [la superficie, non il pianeta, quello sarebbe pleonastico, ndr], ce l’ho nel sangue e nelle vene, quindi non sono stupito di aver vinto il mio terzo torneo su questa superficie. La cosa importante è che mi sento a mio agio su tutte”.

Parlando dei match del weekend, i residui dubbi sulla consistenza di Aslan Karatsev ad altissimi livelli sono stati sciolti dalla sua vittoria di ieri contro il numero uno al mondo Novak Djokovic in oltre tre ore di grande tennis. Non è un mistero che per molti addetti ai lavori (forse quelli un po’ meno attenti) il russo sia stato la grande scoperta di inizio 2021, ma Berrettini, come molti colleghi, è sempre stato consapevole del suo valore: “Sono molto oggettivo, e ho riconosciuto che quello di ieri è stato un match pazzesco, anche perché loro due si incastrano bene. Lo rispettavo anche da prima del match con Djokovic, mi ero allenato con lui una volta, e so che gioca benissimo. Alla fine, però, lui meritava di essere in finale, ma lo meritavo anch’io. In una finale conta chi vuole vincere di più, non contano le classifiche, conta chi è più pronto, e oggi immagino di essere stato migliore di lui. Quando le mie armi funzionano tutti devono stare attenti, e anche se lui sabato ha giocato bene ero convinto di vincere“.

Dopo aver dominato il primo set, Berrettini si è trovato in lotta nel terzo, non riuscendo a sfruttare un break di vantaggio e un match point sul 6-5. Alla fine, però, ha sempre saputo di avere qualcosa in più: “Come ho detto al mio team, ho un cuore molto grande, so combattere e digerire situazioni complicate. Mi sono buttato nella mischia senza paura, ed è una cosa positiva, perché credo di essere un buon giocatore ma credo anche di essere ancora più forte come persona. Oggi ho avuto più chance di lui su cui non sono riuscito a capitalizzare, perché questo è il tennis, ma arrivato al tie-break sono riuscito a giocare il mio miglior tennis”.

La partita si è risolta con anti-climax, perché il N.10 ATP ha vinto tutti e sette i punti: “Nel tie-break mi sono solo detto che avrei cercato di fare del mio meglio fino all’ultimo punto. Sapevo di aver sprecato un match point, ma sapevo anche che l’unico modo di vincere era fare quello che ho fatto, sfruttando l’energia che era montata durante l’incontro. Servizio e dritto hanno funzionato bene, credo di essere stato bravo a riprendere come se nulla fosse dopo aver sprecato delle chance. Credo di aver giocato bene anche in difesa, sì, dai, possiamo dire che sia stato il mio miglior tie-break di sempre!Ha poi aggiunto: “Ricordo che una volta ho vinto 7-6 al terzo un torneo Under-16 in Germania una volta, ed è incredibile perché le sensazioni sono le stesse di allora”.

Belgrado 2021, infine, sarà sempre un titolo speciale per Matteo, perché l’ha conquistato davanti ai suoi genitori, cosa mai successa prima: “Mio padre era venuto a vedermi solo per una finale, a Monaco, quando ho giocato due match in un giorno, vincendo la semi ma perdendo la finale con Garin; mia madre invece non era mai venuta a vedermi giocare una finale. Allora mi sono detto, ‘questo è il momento giusto per vincere di fronte a loro’; credo che ci ricorderemo questa finale per sempre, mi sostengono da quando sono nato e sono sempre con me, anche se non fisicamente”.

IL SUO LIVELLO, IL CONFRONTO CON SINNER, E ROMA

In questi ultimi mesi, i riflettori del tennis italiano avevano un po’ abbandonato Berrettini, visti i suoi problemi fisici e soprattutto un’abbondanza di talento giovane a cui il movimento nazionale non era abituati (ben lungi); come ha sottolineato spesso anche Sonego, però, ai giocatori l’interesse mediatico tange relativamente: “Io mi sento un Top 10, non ho mai dubitato del mio livello, tutto ciò che ho fatto l’ho conquistato col sudore senza che mi venisse regalato tutto; comunque non è una rivincita di nessun tipo, è solo un modo per dire a me stesso che sono forte dentro, perché ci sono momenti difficili”.

Ora Jannik Sinner è il numero due italiano, mentre Lorenzo Musetti è il più giovane membro della Top 100, tutte cose che lo motivano: Tutte le volte che vedo Jannik e Lorenzo faccio loro i complimenti, non mi dà fastidio l’attenzione che ricevono. Anzi, con Jannik ci siamo allenati per tre giorni di fila a Montecarlo ed entrambi i nostri coach erano molto contenti di come abbiamo giocato; allenarmi con un ragazzo giovane che sta salendo in classifica è una cosa che mi stimola, quindi credo che lo faremo sempre più spesso”.

Per finire, Berrettini ha speso due parole anche sulla capitale serba: “Non sono riuscito a vedere Belgrado perché siamo in una bolla, ma i tifosi sono stati con me dall’inizio. Spero di poter tornare in condizioni normali”. La capitale che gli interessa di più è però sempre un’altra, e non è difficile immaginare quale: “Roma è una tappa speciale. Tutti i grandi tornei sono degli obiettivi, e uno Slam è uno Slam, chiaramente, ma anche vincere Roma andrebbe bene!

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