Chris Kermode a Ubitennis: "Abbiamo cercato di unire ATP Cup e Davis ma..."

Interviste

Chris Kermode a Ubitennis: “Abbiamo cercato di unire ATP Cup e Davis ma…”

MILANO – Il presidente uscente, a cui succederà Gaudenzi, fa un bilancio dei suoi sei anni al comando dell’ATP: Next Gen Finals e ATP Cup motivi di grandi orgoglio, ma non solo

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da Milano, il nostro inviato

Lo avevamo incontrato quasi tre anni fa a Palazzo Marino in occasione della presentazione del suo ambizioso progetto per le Next Gen Finals, la cui terza edizione inizierà tra poche ore all’Allianz Cloud, il rinnovato Palalido di Milano. Tre anni dopo Chris Kermode è sul punto di chiudere il suo mandato di 6 anni come Chairman & CEO dell’ATP, iniziato il 1° gennaio 2014.

Il nostro Andrea Gaudenzi è infatti pronto a proseguire il suo lavoro con l’inizio dell’anno nuovo, e per conoscerlo meglio tra poche ore pubblicheremo anche una sua intervista, rilasciata qualche mese fa, per completare un pomeriggio dedicato al passato, al presente e al futuro dell’organo di governance del tennis maschile.

Per quest’ultima edizione dell torneo dedicato ai migliori under 21 del mondo sarà però ancora Kermode il volto e l’ambasciatore di questa manifestazione che ha fortemente voluto e che era stata accolta con scetticismo al momento della sua presentazione al board. Lascerà in eredità un’altra grande e nuova competizione stavolta a squadre, l’ATP Cup, che nella prima settimana del 2020 debutterà in tre città australiane offrendo il warm-up ideale per il primo Slam della stagione.

Dopo la conclusione della presentazione della terza edizione, il presidente uscente dell’ATP che proprio a gennaio compirà 55 anni, è stato così disponibile da fermarsi ai microfoni di Ubitennis, proprio come nel 2016.

 

Tre anni fa eravamo al Comune di Milano alla presentazione di questa manifestazione, che cosa ne pensa oggi il Presidente Chris Kermode: è stata all’altezza delle aspettative dell’ATP?
Sì, certamente ha sorpassato tutte le aspettative, considerando che è sempre rischioso creare un nuovo evento come questo, perché ci vuole un po’ di tempo prima che la gente ci creda. Nella prima edizione la qualità del field fu straordinaria, metà dei partecipanti erano già star globali nel tour principale e questi ragazzi, nonostante fossero alla fine di una lunga stagione, giocarono al 110% dando tutto quello che avevano con passione, con il piede sull’acceleratore. Questo ha posto l’asticella a un’altezza molto alta. Questo è il motivo per cui questo evento ha avuto così tanto successo.

Il suo mandato scade alla fine dell’anno. C’è qualcosa che avrebbe voluto fare senza riuscirci e le ha fatto dire: “Se solo avessi avuto più tempo…”
Abbiamo raggiunto tantissimo risultati negli ultimi sei anni con la partenza delle Next-Gen Finals e dell’ATP Cup. Ma abbiamo fatto anche tante altre cose più “interne”, come ad esempio creare una formula per il montepremi degli ATP 500 per la prima volta nella storia dell’ATP. Oltre a un aumento considerevole dei soldi ai giocatori, abbiamo revisionato la distribuzione dei premi per i giocatori con classifica più bassa nei primi turni. Abbiamo fatto tanto, siamo molto orgogliosi di questi sei anni e auguro all’ATP tutto il meglio per il futuro.

Tra i motivi di orgoglio ha citato l’ATP Cup e quindi glielo devo chiedere: tra un paio di settimane ci sarà la Coppa Davis a Madrid. Secondo lei è possibile che i due eventi si congiungano attraverso un accordo tra le parti?
Non si può mai prevedere cosa accadrà in futuro. C’era l’intenzione e la volontà di creare un evento unico, non abbiamo trovato un accordo e quindi vedremo nei prossimi due anni quale dei due eventi farà meglio. Noi dal canto nostro siamo super super convinti che la prima settimana sia la migliore: è l’inizio dell’anno, i giocatori sono riposati e in forma. Aggiungere un altro evento alla fine dell’anno ho sempre pensato che fosse un grosso errore.

Quindi da gennaio potrà tornare ad essere un semplice appassionato di tennis. Sarà meno stressante immagino…
Beh sì, la parte più difficile di questo lavoro è che guardando le partite, non posso far vedere che faccio il tifo per qualche giocatore ai danni di qualcun altro, guardare lo sport senza poter mostrare emozioni è veramente molto difficile, quindi il prossimo anno sarò lì a urlare e a gridare per alcuni giocatori.

Allora adesso può dirci chi è il suo giocatore preferito…
[Ride] Ve lo dirò di sicuro il prossimo anno…

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Stakhovsky: “Vi spiego com’è nata l’ATP Cup”

L’ucraino, da ex membro del Player Council, racconta il dietro le quinte della creazione di ATP Cup e della “nuova” Davis: la posizione ambigua di Kosmos e ITF, le trattative con Doha e Larry Ellison

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La prima ATP Cup sta entrando nel vivo e subito si riaccendono i dibattiti e le polemiche in relazione alla nuova Coppa Davis. Fa bene al circuito avere due competizioni “gemelle” a così poca distanza di tempo? Quale delle due funziona meglio? Si uniranno mai i loro percorsi in modo da dare vita ad un unico evento? Beh nelle ultime ore sono venute alla luce dichiarazioni molto interessanti che spiegano la genesi dei due eventi e come mai al momento essi siano incompatibili. A delineare i chiaroscuri della storia è stato Sergiy Stakhovsky, avvezzo alle dichiarazioni scomode ed ex membro dell’ATP Player Council (ha lasciato prima di Wimbledon 2019, insieme a Robin Haase e Jaime Murray per essere sostituiti da Federer, Nadal e Melzer). Il tennista ucraino ha rivelato in un’intervista rilasciata al portale ucraino bto.org.ua che il progetto ATP Cup affonda le sue radici molto indietro nel tempo e che a supportarlo c’era lo stesso gruppo Kosmos che ha rivoluzionato la Davis. Insomma molte ombre e molti interessi inconciliabili sembrano celarsi dietro alla nascita delle due grandi competizioni a squadre.

Di seguito le dichiarazioni di Stakhovsky:

In realtà l’idea della ATP Cup è stata concepita molto tempo fa e c’era dietro il gruppo Kosmos di Gerard Pique. Avevano presentato un progetto all’ATP. Il Player Council ha apprezzato molto l’idea e in più Kosmos offriva un montepremi enorme, 50 milioni di dollari. Altri 30 milioni dovevano andare all’ATP. Per un anno abbiamo lavorato al progetto, parlando con i giocatori, e a quasi tutti piaceva. Sarebbe giusto dire che volevamo creare un’alternativa alla Davis Cup.

 

L’idea principale era liberare i giocatori dall’obbligo di giocare la Coppa Davis per poter partecipare alle Olimpiadi. Avevamo pianificato di entrare in contatto con il Comitato Olimpico Internazionale e proporre questo nuovo evento come uno dei modi di qualificarsi alle Olimpiadi. Dopo aver trovato il modo e aver fatto progressi nelle trattative con il Comitato Olimpico, Kosmos ci ha detto: “Va tutto bene, ma queste sono le date che preferiamo.” Quindi hanno fatto tre proposte: 1) la settimana dopo la finale di Coppa Davis, 2) la settimana della finale di Coppa Davis, 3) la settimana di Natale.

Abbiamo detto loro che, dal momento che offrivano moltissimo denaro, potevano dettare le regole su molte cose, ma nessuno dei top player avrebbe giocato in quelle date e senza la loro presenza l’intero progetto era senza senso. Kosmos ci ha portato un contratto scritto che prevedeva un finanziamento per ospitare il torneo in quelle date. Abbiamo parlato con i giocatori, ma tutti i top players hanno detto che, non importa quanto denaro avrebbe offerto Kosmos, non avrebbero giocato in quelle date. Troppo in là nella stagione, avrebbe distrutto la preparazione in off season. Semplicemente non era realistico.

Allora il Player Council – Djokovic non ne faceva parte all’epoca, è stato eletto alla fine del 2016 – ha riferito la decisione a Kosmos e ha suggerito di trovare un’altra sistemazione nel calendario. Dopotutto è il nostro calendario, possiamo tirare un po’ qua e là per fare spazio all’evento, ma non alla fine della stagione. Kosmos però rimase irremovibile sulla propria posizione.

A quel punto, uno dei membri dell’ATP Board – non ne fa più parte al momento – iniziò a tentare di persuaderci. Solo molto dopo abbiamo saputo che questo membro dell’ATP Board aveva i propri interessi in questo progetto e che ne avrebbe tratto beneficio. Questa persona stava promuovendo l’idea ad una delle riunione e mi ricordo che ero seduto accanto a Gilles Simon: nessuno dei due riusciva a capire come fosse possibile sviluppare qualcosa che era chiaramente destinato a fallire. Dovevamo danneggiare il marchio ATP? Noi giocatori dovevamo riportare il buon senso nell’ATP Board. È stato divertente vedere come molte persone nell’ATP non abbiano idea di ciò che fanno. Alla fine abbiamo rifiutato l’offerta di Kosmos, ma non abbiamo abbandonato l’idea di una nuova competizione a squadre. Abbiamo detto ai capi dell’ATP di trovare uno sponsor e che tutti i giocatori avrebbero amato di prendere parte a un evento del genere, a patto che avesse una buona collocazione in calendario.

Chi aspettava da tempo di avere un grande evento era Doha. Avevano già proposto di comprare la licenza di Parigi Bercy e questo nuovo torneo sembrava ancora più importante. Chris Kermode è andato a Doha e ha iniziato le contrattazioni, ma all’ultimo momento il Qatar ha dovuto affrontare una crisi politica e, in secondo luogo, avevano appena portato Neymar al PSG per 300 milioni di dollari. Nasser Al-Khelaifi (presidente del PSG e della Federazione qatariota di tennis, ndr) ci ha detto: “Non abbiamo abbastanza soldi e non siamo interessati.” Io personalmente ho incontrato il direttore del torneo di Doha, Karim Alami, per convincerlo a non sprecare un’occasione così unica, ma anche lui ha detto che la situazione politica era complicata, che non c’erano abbastanza soldi e che comunque non erano interessati.

Allora abbiamo iniziato le negoziazioni con l’Australia e con Larry Ellison (capo del colosso Oracle e proprietario del torneo di Indian Wells, ndr). Con Larry non ha funzionato per via della location: voleva ospitare il torneo a Indian Wells a gennaio, ma volare da lì all’Australia non era l’opzione migliore. Tennis Australia ha fatto l’offerta economica più bassa perché sapeva di avere la sede e lo slot di calendario ideali. La cosa più importante però è che Tennis Australia ha offerto di dividere a metà tutti i “profitti extra”, una cosa senza precedenti. Sulla base di questa offerta, abbiamo optato per l’Australia.

I “profitti extra” includono tutti i soldi degli sponsor, dei diritti televisivi e degli altri diritti che eccedono i costi dell’ospitare il torneo e i “profitti normali” definiti dal contratto. Tutto questo denaro sarebbe stato equamente diviso tra ATP e Tennis Australia.

L’ATP Cup offre fino a 750 punti che potrebbero aumentare fino a 1000, quando il nuovo stadio di Sydney sarà completato. Questo evento è molto cool. Non abbiamo molti eventi a squadre sul Tour. La Coppa Davis è cool, emozionante e via dicendo, ma il suo format si è esaurito. Ecco perché l’ATP ha voluto portare qualcosa di nuovo nel tennis. “”

Stakhovsky rivela che, prima di procedere con l’idea di un nuovo evento, i giocatori avevano per anni cercato di introdurre modifiche nel format della Coppa Davis per renderla più appetibile e moderna.Il Player Council ha parlato molto con l’ITF per cambiare la Coppa Davis in modo da mantenere l’evento, pur modificando il formato. Abbiamo suggerito di cambiare il formato dei match, trasformarlo in un torneo da una o due settimane oppure disputarla ogni due anni. La risposta dal Comitato della Coppa Davis è sempre stata la stessa: no, è la tradizione, gli sponsor non approverebbero, tutto rimarrà com’è sempre stato.

Quando Kosmos, dopo aver fallito l’accordo con l’ATP, si è recata dall’ITF – così potete capire l’assurdità della situazione – il presidente dell’ITF ha annunciato la riforma della Coppa Davis senza nessuna consultazione con il Comitato o con gli sponsor di allora. Né Rolex, né BNP Paribas, né Adecco sono state avvisate che Kosmos sarebbe divenuta un nuovo partner dell’ITF e che la Coppa Davis sarebbe stata modificata radicalmente.

All’inizio ero sicuro che l’ITF Annual General Meeting non avrebbe passato la riforma, i membri erano troppo radicali. Ma dopo aver parlato con Gerard Pique – ha provato a fare pressioni perché abbandonassimo l’idea dell’ATP Cup e fondessimo i due eventi – ho capito, grazie ad una sua frase, che ce l’avrebbero fatta. Ha detto che sapeva come funzionava la FIFA e che avrebbe avuto i voti. Non so e non voglio sapere cosa intendesse esattamente con quelle parole, ma, come abbiamo visto, ha funzionato.

Allora Djokovic ha iniziato a promuovere attivamente la fusione tra Coppa Davis e ATP Cup. Ha proposto di disputare l’evento unificato nella settimana della Laver Cup, ma abbiamo insistito sul fatto che il contratto con Tennis Australia era stato già firmato e che era meglio avere il nostro torneo, separato dall’ITF. Il contratto è di dieci anni, se non sbaglio. Dopo questo termine ATP e Tennis Australia diventeranno co-proprietari e potranno muovere l’evento dove vorranno, in Cina o in Europa, ma sempre in accordo con i giocatori. Allo stato attuale, credo che format, location e condizioni per i giocatori in questo torneo siano ideali.

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Federer e il fantasma del Natale futuro: “Il tour mi mancherà dopo il ritiro, ma ancora mi diverto”

Lo svizzero, pronto a festeggiare il Natale a Dubai insieme alla sua famiglia, parla del futuro in una lunga chiacchierata con Simon Graf (Tages Anzeiger)

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Roger Federer - ATP Halle 2019 (foto via Twitter, @ATPHalle)

Natale si avvicina e con esso anche la fine del 2019. Questo significa anche che tra una decina di giorni il grande carrozzone del tennis professionistico riprenderà la sua lunga e frenetica corsa intorno al mondo. Tra una decina di giorni però, ora è il momento di godersi gli ultimi momenti di riposo e perché no, ripensare a quel che è appena finito e immaginare quello che riserverà il 2020. Proprio questo è lo spirito che permea l’intervista concessa da Roger Federer a Simon Graf, giornalista del Tages Anzeiger e anche autore di un libro sul campionissimo svizzero che merita senz’altro una sfogliatina.

Federer si trova attualmente a Dubai, dove tradizionalmente si trasferisce per la preparazione invernale e si appresta dunque a passare le feste nella metropoli degli emiri e non nella natia Svizzera. “Abbiamo messo le decorazioni ieri. I miei genitori stanno arrivando, questo è ciò che rende speciale quest’anno. È sempre un bel momento, mi piace il Natale. Preferirei essere in Svizzera, ovviamente, perché li ho i miei ricordi d’infanzia, e non a Dubai. In passato lo passavo soprattutto a Berneck con i miei nonni. Questi sono i ricordi che mi vengono in mente”.

Non sono solo i fantasmi (in senso buono ovviamente) del Natale passato a visitare Federer in questo periodo, ma anche quelli del prossimo futuro. Dopo gli Swiss Indoors di Basilea, durante l’intervista televisiva Roger ha dichiarato di essere triste per il fatto che tutto stesse scorrendo così velocemente e che la tua carriera stesse lentamente finendo. “Di solito quando mi viene chiesto per quanto tempo giocherò rispondo che non lo so nemmeno io. Sono curioso di me stesso. Quello che so è che gli ultimi 20, 25 anni sono passati in un lampo. Quando avevo 14 anni ero all’Orange Bowl, il World Junior Championship; questa settimana il figlio di Tony (Godsick, il suo manager, ndr) giocava lì e questo mi fa ripensare a quando io avevo 14 anni. Ora sono seduto qui a 38 anni e mi chiedo: è quasi tutto finito?“.

 

Non è però il rimpianto a farla da padrone, quanto piuttosto la consapevolezza del percorso fatto e soprattutto la gioia per la vita che ha potuto fare sul tour. “Significa che tutto sta succedendo rapidamente, ma è anche un bel pensiero. Dicono che il tempo vola quando ti diverti, è stato così con me. Ho trascorso anni meravigliosi nel mondo del tennis e, dopo aver smesso, vivrò ancora molti bei momenti. Mi mancherà il tour quando arriverà il giorno, ma ora mi sto ancora divertendo“.

Eppure c’è chi, tra i fan più accaniti, non si rassegna. Roger ha firmato da poco un contratto per un torneo di esibizione a Hangzhou, in Cina, fino al 2023. La possibilità che lo svizzero possa essere sul circuito ancora nel 2023 sembra però essere pura suggestione. Lo stesso Roger lo conferma quando gli viene chiesto se potrà ancora giocare da professionista a quell’età. “No, ovviamente! (ride) Penso solo di poter ancora giocare a tennis a un livello che può rendere felici le persone. Ma se sarò ancora nel Tour nel 2023, questo non lo so. Anche quando lascerò l’attività agonistica non dimenticherò il tennis. Ricordo di essere andato in tournée con Pete Sampras nel 2007, mi ha battuto a Macao. Sampras si era fermato da cinque anni e io ero il numero 1 al mondo. A un certo punto la tua carriera finisce perché non puoi più giocare settimana dopo settimana. Ma puoi ancora giocare una buona partita di tanto in tanto”.

Roger Federer – ATP Finals 2019 (Roberto Zanettin)

Graf, forte della confidenza che lo lega a Federer, prova a toccare un tasto dolente e chiede al grande campione come si spiega il fatto che, nonostante in più occasioni abbia giocato al massimo del suo livello (su tutte, le partite con Nadal e Djokovic a Wimbledon), non sia riuscito a portarsi a casa un grande titolo.“Non puoi sempre spiegare tutto. A volte funziona e basta. A Wimbledon è mancato solo un punto. Se l’avessi vinto, sarebbe cambiato tutto. Questa considerazione mi invita a non analizzare troppo. Mi sono messo nella posizione di vincere. Ovviamente ci si può anche chiedere perché non sono riuscito ad arrivare in vetta. Devo cambiare qualcosa? Valuterò più da vicino in questi giorni con Ivan (Ljubicic, ndr) e Seve (Lüthi, ndr).”

Come si fa ancora a sedersi e parlare di cosa cambiare a 38 anni suonati? “Chiederò loro di mettere tutto sul tavolo. È importante parlare apertamente. Questo è l’unico modo per andare avanti. Attendo sempre con impazienza queste discussioni, sono fondamentali per poterci capire nel modo migliore ed evitare ogni tipo di equivoco. Trascorriamo così tanto tempo insieme durante l’anno che pensi sia tutto chiaro, ma sono le sfumature che fanno la differenza. Quando per esempio mi dicono che devo attaccare il rovescio, non significa che devo attaccare ad ogni colpo, ma al momento giusto. Il mio grande obiettivo per la preparazione da fine dicembre ai primi di gennaio è capire cosa mi suggeriscono i miei allenatori, capire le loro idee tattiche al 100%”. Per poi ovviamente metterle in pratica, filtrate da un talento senza precedenti.

A cura di Antonio Ortu e Lorenzo Colle

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Interviste

Intervista al coach di Andreescu: “Non guardo ai risultati, puntiamo a migliorare il gioco”

L’allenatore della campionessa dello US Open, Sylvain Bruneau, spiega come verrà affrontata la prossima stagione

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Dicembre è tempo tirare le somme dell’annata trascorsa, e per Tennis Canada quest’anno è stato sicuramente un anno straordinario. L’ascesa meteorica di Bianca Andreescu nella classifica WTA ha consegnato al Canada il suo primo titolo del Grande Slam in singolare allo US Open 2019, dopo che qualche mese prima erano arrivate le affermazioni in due dei tornei più importanti del calendario, il BNP Paribas Open di Indian Wells e la competizione di casa, la Rogers Cup di Toronto.

Nella consueta conferenza stampa di fine anno presso la sede di Tennis Canada si è celebrata non solo la grande annata di Bianca, ma anche gli splendidi risultati del settore maschile: le solide stagioni di Felix Auger Aliassime, entrato nei Top 20, e di Denis Shapovalov, ora nei primi 15, e la recente finale di Coppa Davis conquistata a Madrid.

L’obiettivo è solidificare la base ed avere sempre più giocatori nei primi 100 – ha detto il Direttore per le High Performance di Tennis Canada Louis Borfiga – magari il prossimo anno non avremo nessun canadese in una finale dello Slam, ma ciò che importa è continuare il percorso iniziato e coltivare l’entusiasmo generato dai risultati prima di Milos [Raonic] ed Eugenie [Bouchard] nel 2014, che hanno aperto la strada, e poi quelli degli altri ragazzi quest’anno”.

 

Sicuramente chi spera ci saranno altre finali del Grande Slam per i colori canadesi nel 2020 è Sylvain Bruneau, coach di Bianca Andreescu, uno dei maggiori artefici della straordinaria annata della canadese: celebre ormai tra gli appassionati la sua conversazione con la giocatrice durante il terzo set della finale di Indian Wells, nel quale ha convinto Andreescu a ignorare la stanchezza e a rimontare Kerber.

Bruneau era a Montreal in occasione della conferenza stampa di fine anno, a pochi giorni dalla sua partenza della California dove Andreescu effettuerà la preparazione per la prossima stagione. Al momento Bianca sta completando la riabilitazione dopo l’infortunio al ginocchio sinistro che l’ha costretta a ritirarsi dalle Shiseido WTA Finals di Shenzhen lo scorso ottobre. Abbiamo avuto occasione di scambiare un paio di battute con lui.

In questa annata straordinaria, qual è stato il momento più sorprendente, il momento in cui hai pensato ‘Non mi sarei mai aspettato di trovarmi qui’?
Probabilmente Indian Wells. Non ero presente ad Auckland, e siamo arrivati a Indian Wells con qualche buon risultato, ci era stata data una wild card, ma decisamente quel risultato è stata una “sveglia” incredibile, perché ho sempre creduto che risultati di questo tipo fossero nelle sue possibilità, ma sono arrivati molto più rapidamente di quando mi aspettassi.

Più sorprendente di quando ti è stato consegnato il trofeo riservato all’allenatore della vincitrice dello US Open?
Il fatto è allo US Open c’era una consapevolezza diversa dei mezzi di Bianca, ero in una situazione molto differente, per cui ero meno sorpreso.

Il 2020 sarà un anno molto diverso, si spera decisamente più lungo, senza quelle lunghe soste per infortuni che hanno caratterizzato il 2019. Quali sono le cose che sarà cruciale fare nel 2020 per assicurarsi una stagione lunga e che magari nel 2019 sono state un po’ trascurate? Sappiamo che Bianca ha detto come la programmazione sarà molto diversa.
Quello sarà un punto molto importante, saremo molto cauti con la preparazione, e ci prenderemo cura dell’aspetto atletico. Credo che nel 2019 i risultati siano arrivati in maniera talmente veloce che non credo il suo corpo fosse pronto per un impegno così pesante. Aveva solo 18 anni, poi 19, non credo che fosse preparata fisicamente per quel tipo di intensità, per un numero così elevato di partite ad un così alto livello. Il prossimo anno presteremo grande attenzione a questo aspetto e ci assicureremo di essere pronti.

Qual è il suo programma per questo inizio di stagione?
È iscritta al torneo di Auckland, ma ricomincerà a giocare solamente nei prossimi giorni, quindi siamo un po’ in ritardo rispetto ai ritmi abituali. Non accelereremo la preparazione per essere pronti per Auckland, vedremo come andrà la pre-season e valuteremo quando sarà il momento. Se ci fosse bisogno di ulteriore tempo di allenamento non andremo ad Auckland e ci prepareremo a dovere per l’Australian Open.

Il programma quindi è Auckland, una settimana di pausa e poi Melbourne?
Sì.

E dopo?
Dopo Bianca deve giocare la Fed Cup [contro la Svizzera a Biel], e poi stiamo considerando uno dei due tornei tra Dubai e Doha, magari tutti e due, e non ci sarà nient’altro prima di Indian Wells.

La stagione 2020 è un po’ particolare a causa delle Olimpiadi. Quanto significano le Olimpiadi per Bianca?
È un’atleta super-patriottica ed è interamente dedicata a giocare la Fed Cup e le Olimpiadi, me lo ha detto dal primo giorno che l’ho incontrata. Ha la bandiera canadese tatuata sul cuore e totalmente dedicata alla causa.

Quante persone la seguono quotidianamente sul circuito?
Ci sono due preparatori fisici, Virginie [Tremblay] e Clement [Golliet], che si alternano, poi ovviamente ci sono io, spesso abbiamo uno sparring partner e infine un fisioterapista.

All’inizio dell’anno di solito si fissano degli obiettivi per la stagione. Che obiettivi ci si pone dopo una stagione come quella passata?
Non mi piace porre degli obiettivi di ranking o di vittorie, prenderemo una strada diversa. Ci sono un paio di aspetti tecnici che vorrei davvero migliorare nel suo gioco, e credo che questo sarà il nostro obiettivo durante la stagione. E spero che questi miglioramenti si traducano in vittorie e miglioramento della classifica.

Vi prenderete quindi del tempo durante la stagione per lavorare su questi aspetti?
Sì, questa è l’idea.

E quanti blocchi di allenamento avete previsto?
Almeno tre o quattro, dovremo trovare lo spazio: quest’anno ne abbiamo fatto uno subito dopo lo US Open, l’anno prossimo ci sarà tempo prima della stagione sulla terra e poi anche dopo Wimbledon.

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