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WTA 2019: dodici match da ricordare

Dalle partite australiane di inizio anno sino all’Asian Swing di fine stagione. Dodici incontri memorabili scelti per qualità tecnica, tattica e agonistica

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Naomi Osaka - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

3. Naomi Osaka b. Bianca Andreescu 5-7, 6-3, 6-4 Pechino, QF
Non ricordo negli ultimi anni un match capace di suscitare tanta attesa pur essendo un semplice quarto di finale di un Premier Mandatory. Osaka e Andreescu non si sono mai incontrate prima, ma hanno avuto percorsi simili nelle ultime due stagioni: Osaka nel 2018 ha vinto Indian Wells e gli US Open battendo in finale Serena Williams. Andreescu ha fatto esattamente lo stesso nel 2019, con in più la vittoria a Toronto.

In pochi mesi sono diventate due stelle della loro nazione visto che hanno portato la prima vittoria Slam della storia al Giappone e al Canada. E siccome sono entrambe reduci da una striscia di match senza sconfitte, l’incontro interromperà l’imbattibilità di una delle due. Insomma ci sono tutti gli ingredienti capaci di trasformare la partita in un evento. E la qualità di gioco non delude le attese.

 

Primo set. Bianca comincia meglio, sale 5-1, prima che Osaka recuperi fino al 5-5. Ma poi i due game conclusivi del set li vince di nuovo Andreescu, per il 7-5 a suo favore. In pratica l’andamento è del tutto identico al secondo set della finale di Flushing Meadows contro Serena Williams. Da una situazione di totale controllo a un riequilibrio temporaneo, fino allo sprint finale che rimette le cose a posto. La sensazione è che Bianca abbia qualcosa in più, un margine di vantaggio che le permette di riuscire a spuntarla quando serve davvero.

Secondo set: Andreescu sembra ancora una volta in controllo, e sul 3-1 comincia a intravedere il traguardo. Invece Osaka reagisce e poi sul 4-3 vince uno scambio straordinario. Eccolo:

Da questo momento Naomi alza ulteriormente il livello di gioco, mettendo in campo una presenza tecnica e agonistica di peso superiore. Con un parziale di 8 punti a 1, chiude il secondo set sul 6-3. Ora le due giocatrici si misurano testa a testa in un quadro di sostanziale parità; e così quando si entra nel set finale l’ineluttabilità della vittoria di Andreescu non è più così certa.

Terzo set. Bianca ancora una volta in vantaggio (3-1), Naomi ancora una volta risale (3-3). Nella volata finale probabilmente entra in gioco anche il fattore fisico: Osaka appare più fresca, mentre Andreescu commette qualche errore di troppo dando a volte l’impressione di arrivare con un po’ di appannamento sulla palla. 5-7, 6-3, 6-4 il punteggio conclusivo, in due ore e 17 minuti totali.

Bianca è uscita sconfitta, ma al termine di un altro grande match, in cui ha nuovamente mostrato le sue straordinarie qualità dopo l’impresa degli US Open. Osaka dopo la vittoria agli Australian Open e diversi mesi di appannamento, ha ritrovato in oriente la forma migliore, quella che le ha permesso di vincere due Slam consecutivi. A chi ha avuto la fortuna di assistere al match rimane la sensazione che, se la salute le assisterà, questo confronto potrebbe diventare un grande classico dei prossimi anni di WTA.

2. Karolina Pliskova b. Serena Williams 6-4, 4-6, 7-5 Australian Open, QF
Se non è stata la più dolorosa rimonta subita da Serena in carriera, ci siamo vicini. A dimostrazione che la affermazione “nel tennis non è finita sino a quando non è finita” vale anche per le fuoriclasse assolute.

Quarti di finale agli Australian Open, primo set. Pliskova parte meglio, strappa il servizio a Williams nel terzo game, e custodisce il vantaggio sino alla fine del set: 6-4.

Poi nel secondo set sale 3-2 e servizio: se continuerà a non perdere la battuta, la vittoria per Karolina è assicurata. Ma Serena non è tipo da vivere queste situazioni senza reagire: quando si trova con le spalle al muro, cambia marcia, alzando il livello del proprio tennis. Parziale di 4-1 a suo favore che le vale il successo nel secondo set: 6-4.

Nei primi game del terzo set si vede forse la miglior Serena post-maternità: efficacissima al servizio, straordinariamente incisiva alla risposta e vicina alla perfezione durante lo scambio, nel quale riesce trovare angoli strettissimi quasi dal nulla. Pliskova non gioca affatto male, ma è Williams a essere incontenibile: il classico momento magico che appartiene a chi nasce fuoriclasse, in cui mente e corpo diventano tutt’uno, ogni colpo riesce esattamente come si desidera, e sbagliare sembra quasi impossibile.

Serena è “in the zone”, e per lei tutto fila alla perfezione fino al 5-1, 40-30 e servizio. Ma proprio come in un incantesimo, a interrompere il momento magico è una chiamata per fallo di piede sulla prima di servizio del match point. E al fallo di piede si aggiunge durante lo scambio un piccolo problema alla caviglia sinistra: Williams inverte bruscamente la corsa per recuperare una parabola in contropiede e si procura una leggera distorsione.

Quanto incida sul rendimento di Serena è difficile dirlo; fatto sta che Pliskova è straordinaria nel continuare a “crederci”. Partendo da questo frangente negativo della sua avversaria costruisce una rimonta impressionante. Un parziale di 6 game a zero, con colpi di qualità superiore: prima gioca con il coraggio della disperazione e poi con quello della convinzione. Salva lungo il cammino altri tre match point, e arriva a rovesciare completamente il punteggio, fino al 5-7 conclusivo.

Attenzione però a considerare il match come speciale solo per l’andamento rocambolesco. Questo quarto di finale Slam è di valore superiore anche sul piano tecnico, con dati ampiamente positivi nel saldo vincenti/errori non forzati: +17 Pliskova (32/15) e +17 anche Williams (54/37). Non solo: a dimostrazione della qualità costante, entrambe concludono con saldo positivo ogni singolo set (Pliskova +6, +3, +8) (Williams +2, +10, +5). Centotrenta minuti di tennis di livello altissimo.

1. Naomi Osaka b. Petra Kvitova 7-6(2), 5-7, 6-4 Australian Open, Finale
Osaka e Kvitova si incontrano per la prima volta in assoluto a Melbourne, e in palio non c’è solo il successo nel Major ma anche il primo posto nella classifica WTA: chi vincerà il match raggiungerà per la prima volta in carriera il numero 1 del mondo.

Primo set. Kvitova inizia meglio, si procura palle break in diversi game, ma non riesce a convertirle: e così nella sostanza il set rimane in equilibrio. Anzi, Osaka a poco a poco sposta l’inerzia dalla propria parte: non riesce a convertire un paio di set point sul 6-5 (servizio Kvitova), ma conquista comunque nettamente il tie break per 7-2.

Petra reagisce in apertura di secondo set: sale 2-0 ma, come nel primo set, progressivamente Naomi alza il livello. Osaka mette in campo colpi di inizio gioco superiori; più incisiva in battuta, solida in risposta e soprattutto fenomenale in uscita dal servizio: nel terzo colpo dello scambio è molto più reattiva di Kvitova.

I due set sono stati due sfide a braccio di ferro di altissima qualità, e sembra che in entrambi Osaka abbia trovato il modo di conquistarli. Si arriva infatti sul 7-6, 5-3, con Kvitova al servizio in enorme difficoltà; sullo 0-40, la partita è quasi chiusa: tre match point consecutivi. Ma qui Petra dimostra di avere un carattere speciale: serve bene, spinge i colpi con coraggio e risale dal baratro in cui pareva irrimediabilmente sprofondata. E sullo slancio rovescia il quadro psicologico del set: conquista quattro game consecutivi passando da 3-5 a 7-5. L’ultimo punto del secondo set è un doppio fallo di Naomi, che consegna il pareggio nei set nel modo più doloroso possibile.

Terzo set. Dopo un ribaltamento del genere, con il ricordo pesante dei tre match point mancati, ora è Osaka a doversi misurare con lo spettro della crisi. A un solo punto dal mancato successo, deve cercare di dimenticare la delusione per giocarsi tutto il torneo nel set decisivo. E lo fa al meglio. Dopo il toilet break rientra in campo concentratissima: strappa il servizio a Kvitova nel terzo game, e gestisce la pressione da campionessa, arrivando a servire per il match sul 5-4.

A questo punto è il cielo ad aggiungere suspense alla situazione: cominciano ad arrivare alcune gocce di pioggia, ma non al punto tale da obbligare alla interruzione. E così nel game finale Naomi serve ancora con il tetto aperto, sfoderando ottime battute, che sanciscono la vittoria definitiva: 7-6, 5-7, 6-4 . E il numero 1 del mondo, a soli 21 anni.

Per la qualità di gioco, per l’imprtanza dello scenario, per il modo in cui entrambe hanno lottato e saputo fronteggiare i momenti di crisi, davvero una partita indimenticabile. Soprattutto perché nei frangenti chiave sia Petra che Naomi sono state in grado di rovesciare l’andamento del punteggio nel modo migliore: rischiando in prima persona e conquistando vincenti, senza aspettare il possibile errore dell’avversaria.

Due ore e 30 minuti esatti di grandissima intensità: la finale degli Australian Open 2019 è la degna conclusione di quello che, a mio avviso, è stato lo Slam più bello degli ultimi anni, per il livello di gioco e per la ricchezza di partite eccezionali proposte. Qui gli highlights; ma se non avete il tempo per seguirli tutti, non perdete almeno questo scambio:

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Da Konjuh a Barty, otto protagoniste di Miami

I differenti problemi di Venus Williams e Bianca Andreescu, le soddisfazioni parziali di Elina Svitolina e Maria Sakkari e altro ancora nel secondo WTA 1000 della stagione 2021

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Bianca Andreescu e Ashleigh Barty - Miami 2021

Malgrado la finale sotto tono, compromessa dalle condizioni fisiche precarie di Bianca Andreescu, e vinta da Ashleigh Barty per ritiro, il WTA 1000 di Miami ha offerto diverse partite di alto livello e parecchi spunti interessanti. Ho scelto otto giocatrici che mi sembrano adatte per parlare del torneo da punti di vista differenti.

Venus Williams
Venus Williams ha perso al primo turno, sconfitta 6-2, 7-6 da Zarina Diyas, attuale numero 89 della classifica WTA. A 41 anni da compiere fra due mesi (il 17 giugno), Venus è reduce da un periodo di risultati poco incoraggianti e oggi è scesa alla posizione 90 del ranking.

Nel 2020 aveva disputato 9 partite, perdendone 8. L’unica vittoria era arrivata contro Victoria Azarenka a Lexington, ma va ricordato che Vika era al primo match dopo il lockdown, e dall’agosto 2019 era scesa in campo una sola volta (nel marzo 2020), dopo avere anche pensato al ritiro; quindi era comprensibilmente arrugginita.

 

Rispetto al bilancio di 1/8 del 2020, nel 2021 per Williams le cose sono andate un po’ meglio: 2 vittorie e 3 sconfitte. Al momento è riuscita a superare Arantxa Rus (attuale numero 74 WTA) e Kirsten Flipkens (numero 90). Il successo contro Flipkens le era valso il secondo turno all’Australian Open, dove poi aveva incrociato Sara Errani. Nel primo set contro Sara, Venus aveva avuto un problema al ginocchio ma aveva deciso comunque di non ritirarsi, finendo per perdere 6-1 6-0, giocando praticamente da ferma.

È sempre molto difficile, e anche presuntuoso, giudicare queste situazioni da fuori. Naturalmente il primo pensiero che viene, è associare il calo di rendimento all’età. Perché se è vero che i progressi della medicina e dei sistemi di preparazione atletica hanno allungato la carriera di molti sportivi, a un certo punto la carta di identità reclama comunque i propri diritti. Nel caso di Venus va aggiunto il problema determinato dalla sindrome di Sjögren, che le era stata diagnosticata dieci anni fa e che le aveva procurato un calo di rendimento per alcune stagioni, prima che riuscisse a trovare le contromisure adeguate (farmacologiche e dietetiche).

Chissà cosa pensa Venus del proprio futuro sportivo, soprattutto in una stagione nella quale ogni programmazione è messa a rischio dalle incertezze causate dalla pandemia. Per una grandissima campionessa, capace di raggiungere ancora nel 2017 due finali Slam (Australian Open e Wimbledon) e una semifinale (US Open), non deve essere facile decidere di smettere, quando farlo e come farlo. Mettiamo che abbia in mente di ritirarsi a Wimbledon, lo Slam che ha vinto ben cinque volte in carriera. Nel 2020 non si è svolto per pandemia, e la sicurezza assoluta che si giochi nel 2021 non possiamo averla. E se si disputasse senza pubblico, che saluto sarebbe di fronte a uno stadio vuoto? D’altra parte, varrebbe la pena continuare a giocare ed allenarsi, affrontando oltretutto le diverse quarantene, se i risultati continuano a latitare?

Per come la vedo io, i grandi atleti degli sport individuali hanno però una fortuna: rispetto a chi pratica sport di squadra, non hanno compagni da penalizzare in caso di calo di rendimento. Nel tennis gli alti e bassi si vivono interamente sulla propria pelle, e questo dà ai giocatori il diritto di decidere in piena autonomia come, e quando, dire basta.

Ana Konjuh
Ho quasi timore a dirlo, ma sembra davvero che Ana Konjuh sia di nuovo nella condizione di poter giocare a tennis ad alti livelli. Dopo quattro operazioni al gomito, distribuite nell’arco di cinque anni (dal 2014 al 2019, trovate QUI le date precise), e praticamente tre stagioni intere perse per problemi fisici, Konjuh è tornata a far parlare di sé per i risultati sul campo.

È ancora sulla strada del pieno recupero atletico, con il peso forma da ritrovare, ma il talento tecnico è già emerso evidentissimo. Numero 338 del ranking, presente a Miami da wild card, ha sconfitto all’esordio la numero 70 Siniakova. Vittoria non impossibile, considerando che Siniakova non è in un buon momento. Ma poi ha superato in due set Madison Keys (che sul cemento americano è comunque una avversaria tosta), numero 19 del ranking, e quindi in tre set Iga Swiatek, numero 16 WTA sottostimata per i meccanismi di salvaguardia della classifica introdotti la scorsa stagione.

Purtroppo del match contro Keys ho visto solo gli highlights, ma ho seguito la prestazione contro Swiatek: 6-4, 2-6, 6-2 con un saldo finale di +22 (40 vincenti/18 errori non forzati). Una partita eccezionale, ai livelli delle due disputate contro Radwanska nel 2016: una vinta allo US Open (6-4 6-4), una persa a Wimbledon, anche a causa di un infortunio alla caviglia nei game finali (6-2 4-6 9-7).

Delle cinque giocatrici nate nel 1997 e capaci tutte di entrare in Top 50 WTA ad appena 18 anni (Bencic, Ostapenko, Kasatkina, Osaka, Konjuh), Ana era la più giovane (è nata il 27 dicembre) e la più precoce: numero 1 del mondo da Junior ad appena 15 anni, e con due titoli Slam vinti. Di Konjuh stupiva la straordinaria facilità nel coordinarsi: elastica nei movimenti, sempre in controllo del corpo, era capace di colpire in controbalzo o slice con la stessa facilità con cui eseguiva i suoi due ottimi colpi base, dritto e rovescio in topspin.

Rispetto a quella giocatrice, a me sembra che oggi abbia modificato il movimento del dritto, forse per salvaguardare il gomito. Ma non sono sicuro che questo sia un limite, anzi potrebbe risolversi in un progresso. A questo proposito racconto un piccolo retroscena, relativo a Wimbledon 2017. Ero sul posto come inviato insieme a Luca Baldissera. Siccome non mi convinceva del tutto lo swing di Konjuh dalla parte del dritto (particolarmente ampio, forse un po’ troppo), e volevo un parere di Luca, lo avevo strappato ai suoi impegni e trascinato per qualche game sul Court 12. Era il match ideale nello stadio ideale: contro una avversaria forte come Dominika Cibulkova (quarti di finale a Wimbledon nel 2016 e 2018) e con i posti stampa a bordo campo, dunque perfetti per vedere da vicino i singoli gesti atletici. Quel giorno Konjuh avrebbe finito per vincere (7-6, 3-6, 6-4), dimostrando che, al di là dei miei dubbi, il suo dritto era comunque efficace.

Oggi Ana non gioca più il dritto con quel movimento: tende a colpire la palla più vicina al corpo, con il gomito meno disteso. La mia impressione è che ci abbia guadagnato in termini di stabilità e omogeneità nello swing. A Miami 2021 la sua avventura si è conclusa contro Anastasija Sevastova, più che per la forza dell’avversaria (non proprio nel suo momento migliore) per i problemi alla schiena emersi durante il match, che l’hanno menomata al servizio (6-1, 7-5). Probabilmente un guaio determinato dalla desuetudine nell’affrontare più match di alto livello nell’arco di pochi giorni.

Dopo questo sorprendente torneo in Florida, Konjuh è risalita di 98 posizioni in classifica: numero 240. Al di là del ranking, però, non si può che ripetere la cosa più ovvia: ciò che conta davvero è che si mantenga in salute, e i frutti del suo talento arriveranno di sicuro.

a pagina 2: Sara Sorribes Tormo e Maria Sakkari

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Naomi Osaka e le superfici

Ad appena 23 anni Osaka vanta già quattro titoli Slam, vinti però solo sul cemento. Riuscirà a conquistare successi importanti anche su erba e terra?

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Naomi Osaka - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Con il successo all’Australian Open 2021 Naomi Osaka non ha solo vinto il quarto titolo Slam della carriera ma, per quanto riguarda i Major raccolti, si è staccata da tutte le tenniste in attività, ad eccezione delle sorelle Williams e Kim Clijsters (se consideriamo Kim ancora attiva). Non solo. Nel tennis degli anni Duemila, facendo riferimento a tutti gli Slam assegnati, solo quattro tenniste hanno vinto più Major di Naomi: Serena e Venus, Henin e Sharapova. A quattro titoli la affianca Clijsters.

Ricordo che Osaka ha solo 23 anni (è nata nell’ottobre 1997), e quindi non è affatto escluso che possa aumentare il numero di successi. Se ragioniamo in termini di età in rapporto al quarto titolo, ancora una volta, solo le sorelle Williams l’hanno chiaramente sopravanzata, mentre Henin le è davanti di pochissimo, e Sharapova dietro. Infatti, se non ho sbagliato i conti, questa è l’età nella quale sono arrivate al quarto Slam le protagoniste citate: Serena quarto titolo a 20 anni e 11 mesi, Venus a 21 anni e 4 mesi, Henin a 23 anni esatti. Poi c’è Osaka (23 anni e 5 mesi). Sharapova ha raggiunto il quarto Slam a 25 anni e 1 mese, mentre Clijsters a 27 anni e 8 mesi.

Insomma, Osaka si sta costruendo una carriera eccezionale, anche se con alcuni limiti da considerare. Il primo è che a dispetto dei quattro grandi trofei già conquistati, negli altri tornei del circuito WTA è arrivata ad “appena” tre titoli: Indian Wells 2018, Pechino 2019 (entrambi Premier Mandatory), Tokio 2019 (torneo Premier). Anche per questo sino a oggi ha comandato la classifica mondiale per poche settimane, 25 in totale. In sostanza Osaka si è dimostrata più capace di notevoli picchi di gioco, ma limitati nel tempo, che di continuità nell’arco di tutta la stagione. Con una frase fatta si potrebbe dire: più qualità che quantità.

 

Ma il dato tecnicamente più interessante, a mio avviso, riguarda la distribuzione delle superfici sulle quali ha vinto: esclusivamente sul cemento. E anche prendendo in considerazione i tornei nei quali è arrivata in finale senza vincere (Tokio 2016, Tokio 2018, NewYork/Cincinnati 2020) il responso è sempre lo stesso: cemento.

Abbiamo ancora dubbi? Verifichiamo allora un dato più ampio, quello della percentuale di vittorie sul circuito maggiore (tornei WTA, Slam, Fed Cup). Osaka ha vinto 173 partite e ne ha perse 88, così distribuite:

69,4% sul cemento (136 vinte / 60 perse)
59,5% sulla terra (rossa e verde) (25/17)
52,2% sull’erba (12/11)

In sostanza, da qualsiasi punto la si osservi, la situazione appare chiara e univoca: il rendimento di Naomi cambia, e di parecchio, in rapporto alle superfici. Come mai?

Visto che questa tendenza è emersa ormai da anni, la spiegazione che mi ero dato già da alcune stagioni è legata alla sua formazione da ragazzina. Osaka infatti non ha compiuto la classica trafila da junior di successo, che viaggia per il mondo con un calendario che, almeno per gli Slam, ricalca quello delle professioniste. No, Naomi è cresciuta senza disputare tornei junior, affrontando direttamente gli ITF; quelli americani soprattutto. Questo significa che rispetto alla concorrenza non si è costruita un sufficiente bagaglio di esperienza sull’erba e sulla terra rossa.

Qualche settimana fa ha confermato lei stessa questa tesi, nella conferenza stampa tenuta al termine della vittoria all’Australian Open. Le viene chiesto: “Hai vinto quattro Slam solo sul cemento. Quale sarà il primo al di fuori, terra o erba?” Inizialmente Naomi risponde con una battuta: ”Spero sulla terra, perché arriva prima” (il Roland Garros 2021 precede Wimbledon in calendario). Poi però tratta più estesamente della propria formazione:

E qui ci dice che nel 2019 aveva cominciato a sentirsi meglio sulla terra, mentre ritiene di avere pochissima esperienza sull’erba. I numeri lo confermano, anche se da giovanissima ha giocato un paio di ITF sull’erba in Giappone (non ho verificato nel dettaglio, ma non escludo si trattasse di erba sintetica); mentre nel 2015 era arrivata in finale nell’ITF 50K di Surbiton (hinterland londinese), perdendo contro Diatchenko, in un tabellone che vedeva al via, fra le altre, Hsieh, Kontaveit, Cetkovska, Minella, Paszek, Buzarnescu.

In ogni caso stiamo parlando di pochi match, che avvalorano le parole di Naomi. Stabilito questo, è inevitabile chiedersi se Osaka sarà capace di superare le difficoltà su terra ed erba per trasformarsi in una giocatrice più completa. Magari così completa da essere in grado di vincere gli Slam europei. Prima di affrontare il tema, penso sia utile considerare qualche precedente di giocatrici con situazioni simili, e valutare come sono andate le cose.

a pagine 2: I precedenti nel tennis recente

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Tennis e pandemia: le sfortune di Muguruza e le fortune di Krejcikova

In finale nel WTA 1000 di Dubai si sono affrontate due giocatrici per cui la pandemia ha probabilmente influito in modo opposto sulla carriera

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Garbiñe Muguruza – Dubai 2021 (via Twitter DubaiTennisChamps)

Con il successo nel WTA 1000 di Dubai, Garbiñe Muguruza è tornata a vincere un titolo a distanza di due anni. L’ultima vittoria nel Tour di Muguruza risaliva infatti all’International di Monterrey 2019 (finale su Azarenka). Se però cerchiamo nel suo palmarès una affermazione davvero importante, occorre addirittura risalire al 2017, al Premier5 di Cincinnati, dell’agosto 2017: sono passati quasi quattro anni.

Nel 2017, qualche settimana dopo la vittoria in Ohio, Muguruza sarebbe diventata numero 1 del mondo a 23 anni ancora da compiere (è nata l’8 ottobre 1994) Tutti pensavano stesse entrando nel periodo migliore della carriera; Garbiñe era la campionessa in carica di Wimbledon e si presentava come una giocatrice in grado di vincere su tutte le superfici: la terra del Roland Garros 2016, l’erba di Wimbledon 2017, il cemento di Cincinnati 2017. Invece nel 2018 sarebbe cominciato un lungo periodo di crisi.

 

Scaduti i punti di Wimbledon e Cincinnati, infatti, Muguruza sarebbe uscita dalla Top 10, e nel corso del 2019 avrebbe perso anche il diritto alle teste di serie negli Slam, visto che era uscita anche dalle prime 30 del ranking. Si trattava di un processo di involuzione del tutto inatteso, proprio perché coinciso con l’età che normalmente si considera la migliore per una atleta, tra i 24 e i 25 anni.

Anche per questo il recente successo di Dubai assume un valore simbolico importante. Se però prendiamo in considerazione soltanto i tornei vinti, rischiamo di sbagliare prospettiva. Muguruza non è improvvisamente risorta la scorsa settimana negli Emirati, ma era già tornata protagonista sin dal gennaio 2020, con la finale raggiunta all’Australian Open, persa in tre set contro Sofia Kenin.

Analizzare il 2020-2021 di Muguruza non è per nulla semplice, perché vanno considerati diversi elementi anche molto lontani fra loro, che non sempre coincidono temporalmente, e che non si prestano a un racconto lineare. Cambi di allenatore, questioni tecniche, aspetti agonistici, fortuna e sfortuna nei tabelloni, qualità delle avversarie, lo stop della pandemia, la variabile inattesa del nuovo ranking: forse per spiegare tutti gli elementi che hanno influito sull’ultimo biennio di Muguruza sarebbe più adeguato utilizzare un ipertesto, perché un normale articolo rischia di sfilacciarsi in tante direzioni differenti, difficili da tenere insieme. Ma visto che questo abbiamo a disposizione, facciamo un tentativo.

Luglio 2019: Muguruza è in piena crisi di risultati, e fatica a recuperare la solidità dei tempi migliori. Ha poca fiducia nel proprio gioco e in particolare il dritto è diventato un colpo inaffidabile, che le procura errori in serie. Le avversarie lo sanno e insistono su quel punto debole, raccogliendo spesso punti determinanti, che a fine match fanno la differenza. Ma anche il servizio sta diventando meno sicuro e non può che causare altre conseguenze negative negli equilibri del suo tennis.

Di fronte a problemi così profondi, Garbiñe decide di chiudere il lungo e controverso capitolo con il coach Sam Sumyk, per tornare a collaborare in esclusiva con Conchita Martinez, che l’aveva già affiancata nel passato (in particolare durante le due settimane vincenti a Wimbledon).

Al di là del valore di un coach, a volte le collaborazioni diventano sterili anche semplicemente perché si logorano i rapporti personali, e questi influiscono sulla qualità del lavoro strettamente tecnico. Nella off season condotta con Martinez, evidentemente Muguruza lavora bene, e dall’inizio del 2020 si ripresenta una giocatrice di nuovo in grado di misurarsi con le più forti. All’Australian Open non è testa di serie, eppure sconfigge tre Top 10 (Bertens, Svitolina, Halep) e raggiunge la finale, dove perde in tre set contro Sofia Kenin.

L’Australian Open 2020 ci restituisce una giocatrice completamente ricostruita sul piano fisico-tecnico, ma con ancora progressi da compiere nei momenti cruciali delle grandi partite. Quello che manca a Garbiñe per tornare al livello della Muguruza del 2017, la numero 1 del mondo e campionessa di Wimbledon, è la sicurezza agonistica che le aveva permesso di vincere due Major. Magari sbaglio, ma non credo che quella giocatrice sarebbe arrivata al terzo set contro Kenin (nella finale poi persa 4-6, 6-2, 6-2): probabilmente non sarebbe calata di aggressività e di convinzione a partita in corso, e avrebbe vinto direttamente in due set, sulla scia del successo nel parziale di apertura.

Ma al di là della delusione contro Kenin, Garbiñe è comunque in chiaro recupero. Per questo quando arriva la pandemia a fermare il circuito, è una delle tenniste più danneggiate: fa parte di quel gruppo di giocatrici (come Kenin, Rybakina, Jabeur) che avrebbero potuto sfruttare il momento molto positivo per ottenere altri ottimi risultati. Risultati che avrebbero significato progressi in classifica, nei guadagni e nella autostima al momento di scendere in campo. E invece tutto si ferma.

a pagina 2: La prestazioni dopo lo stop per pandemia

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