Italia battuta anche dagli USA, è fuori dalla Coppa Davis. Delude Berrettini

Coppa Davis

Italia battuta anche dagli USA, è fuori dalla Coppa Davis. Delude Berrettini

Il ‘politico’ Djokovic scopre l’acqua calda: “Meglio un solo evento a squadre, che due in sei settimane”. Suggerisce anche un World Group per sole 8 squadre. “Va trovato un accordo per fondere la Davis e l’ATP Cup”. E Nadal gli fa eco

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Matteo Berrettini - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Corinne Dubrevil / Kosmos Tennis)
 

da Madrid, il direttore

Mentre tutti in tribuna e sala stampa ci affannavamo a fare mille calcoli, a pensare che cosa sarebbe mai successo se anziché vincere tre match su tre contro gli USA ne avessimo vinti solo due su tre, e quanti set in quel caso potevamo permetterci di perdere per non restare dietro alla Russia – in quel momento la miglior seconda fra quelle che avevano già giocato due incontri – è andata a finire che l’ItalDavis ha visto svanire tutti i suoi sogni di gloria perdendo anche con gli Stati Uniti, con lo stesso punteggio con il quale aveva perso con il Canada: 2-1. Mentre con il Canada ci eravamo tolti subito il pensiero, cedendo entrambi i singolari, prima Fognini con la rivelazione Pospisil, poi Berrettini con Shapovalov, e alimentando una fievole speranziella con il doppio vinto da Berrettini/Fognini su Shapovalov/Pospisil, con gli Stati Uniti siamo soltanto partiti con il piede giusto per poi perdersi per strada.

Fognini è riuscito a prendersi una bella rivincita sul gigantesco Opelka (2m e 11cm) che lo aveva battuto al primo turno dell’US open e che anche ieri ha messo a segno un bel numero di ace, 22, ma ha palesato tali limiti di mobilità e tecnici (un rovescio quasi sempre inguardabile) che francamente stupisce come possa essere approdato a n.36 nel ranking ATP. O forse non stupisce, ma era meglio se si dava al basket. Il suo non è tennis. O quantomeno è tennis inguardabile. Che meraviglia, a confronto, il tennis fantasioso e talentuoso di Fognini che – forse per imitazione di chi aveva di fronte – per la prima volta in carriera ha fatto registrare 16 aces in un match sulla corta distanza dei due set su tre. Fabio, incitato a gran voce da diverse centinaia di fan italiani, ha vinto il primo set 6-4 grazie a un break nel terzo game, è arrivato al tiebreak nel secondo vincendo regolarmente tutti gli scambi contro il semovente americano, ma lì si è disunito quando ha sbagliato una volée facilissima a campo aperto sul 5-3 per Opelka.

Avrebbe così recuperato il minibreak subito inizialmente. A seguito dell’errore banale si è imbufalito, ha fracassato per la rabbia la sua Babolat e sul 6-4, dopo aver annullato un primo set point, ha regalato malamente un dritto. Però è stato bravo a recuperare la necessaria serenità subito dopo nel terzo set e già al secondo game ha strappato la battuta a Opelka con uno straordinario dritto passante in corsa. Poi ha vissuto di conserva fino al vittorioso 6-3. Però quel set perso bruciava a tutti. Perderne un altro avrebbe significato – in quel momento – non poter più raggiungere la Russia.

Dopo di che ci si attendeva però che Berrettini, nel duello inedito con Fritz, n.32, riscattasse la sconfitta patita con Shapovalov quando si era mangiato un vantaggio di un minibreak nel tiebreak decisivo commettendo a rete un errore piuttosto grossolano. Matteo ha illuso nel primo set, grazie al break conquistato sul 5 pari, ma ha perso il secondo nel quale era stato il solo ad essersi conquistato una palla break, sul 3 pari, ciccandola con una risposta di dritto fuori. Al tiebreak è stato sotto 4-1, senza approfittare della debole seconda palla di Fritz (125 km orari e anche 122), ma una volta risalito sul 4 pari pensavo avesse il match in mano, soprattutto dopo uno schiaffo al volo di dritto molto coraggioso per raggiungere il 5 pari. A quello ha invece seguito un dritto in rete e Fritz ne ha approfittato nel punto successivo per trascinare il match al terzo.

E lì ci siamo tutti resi tristemente conto di come Berrettini aveva finito la benzina. Gli incessanti incitamenti di un gruppo di tifosi e tifose del Tennis Modena, di un altro gruppo toscano arrivato da Montemurlo, di una coppia di ragazzi di Cosenza che sedevano vicino a chi scrive, non sono valsi a resuscitarne la condizione precaria. Matteo ha salvato due pallebreak con l’orgoglio e la forza della disperazione nel primo game, ma non quella del terzo game (rovescio in rete) e del quinto, perso addirittura a zero, tanto si era accesa la spia rossa. E noi tutti, demoralizzati e tuttavia ancora speranzosi, eccoci ancora lì a far calcoli astrusi per capire se – perso di vista l’obiettivo russo – ci potessimo lasciare alle spalle qualche altra delle nazioni già seconde, il Belgio ad esempio appena battuto dall’Australia.

Finché poco dopo è arrivata la ferale notizia che l’Australia si era comportata, sul 2-0 con il Belgio, come il Canada la sera prima con gli Stati Uniti: Peers e Thompson si erano cioè ritirati dopo un solo game del loro doppio. Vergogna! Si dovrebbero prevedere sanzioni in questi casi, anche se diventa difficile applicarle. Il certificato medico facile lo sanno produrre tutti i dottori delle varie squadre. Per via di un regolamento assurdo – che verrà certamente modificato, ma ormai non prima della prossima edizione – la squadra che vince per il forfait altrui vince 6-0 6-0. Con ciò squilibrando tutti i conteggi di game vinti e persi con le altre squadre. Per via di questa anomalia… il Belgio aveva già un quoziente migliore rispetto ad un’Italia anche eventualmente vittoriosa nel doppio. E migliore anche degli USA. Motivo per cui il risultato del doppio e dell’intero confronto italo-americano sarebbe stato assolutamente ininfluente. Ed è stato ininfluente. Scoccia soltanto aver perso anche quello, sebbene Sock e Querrey non siano davvero gli ultimi arrivati della specialità.

Io non so se in campo i due capitani, Barazzutti e Fish, sono stati messi al corrente del pateracchio australo-belga. Fatto sta che il doppio è andato avanti fino alle 4 del mattino sebbene non contasse niente, salvo che per potere dire… questa squadra ha battuta l’altra 2-1. E purtroppo alla fine sono gli USA a poter dire di aver battuto l’Italia 2-1. Da un lato, nella sconfitta, la consolazione di non dover recriminare per un’eliminazione che senza quella regola assurda del 6-0 6-0 avrebbe potuto essere ingiusta –anche se in questo giovedì ci sono altre squadre che devono completare le partite del girone eliminatorio a tre e avrebbero potuto far meglio anche del Belgio – dall’altro la delusione per aver perso due incontri su due. Contro buone squadre ma non trascendentali.

Infatti eravamo considerati sulla carta la squadra favorita del girone, ma in questo senso la nuova rivoluzionata Coppa Davis non è stata diversa dalla vecchia e più nobile Davis. Le classifiche contano il giusto in questo genere di gare. Quando non contano affatto. Ne avevamo avuto riprova con il Canada quando Fognini n.12 ATP aveva perso in due set da Pospisil che è n.150 del mondo, prima che Berrettini cedesse a Shapovalov che gli sta dietro di sette posti (da n.8 a n.15). E ieri purtroppo Berrettini, che pur ci ha dato incredibili e innumerevoli soddisfazioni in questo 2019, ha ceduto al n.32 che è un gran corridore, un bell’atleta che recupera tutto, che ha un bel rovescio solido e un dritto invece ballerino, scoppiando nel terzo set.

Capitan Barazzutti aveva dichiarato “beh questa Coppa Davis potremmo anche vincerla” e invece non siamo finiti neppure ai quarti, fra le prime otto. Poteva andare anche peggio a questo punto: cioè finire fra le ultime due, che avrebbe significato retrocedere. Invece saremo fra le 12 che fra un anno, a marzo, dovranno battersi per riconquistare un posto fra le diciotto del 2020, quando si spera che questa Coppa un po’ improvvisata, e concentrata in soli sette giorni, abbia fatto passi avanti sotto il profilo organizzativo, magari conquistando due o tre giorni in più per poter avere uno svolgimento meno frettoloso, più decoroso.

L’Italia del tennis non ha mantenuto le speranze qui, ma ha fatto il suo dovere comunque per tutto quest’anno. Non sarebbe quindi giusto lamentarsi per una doppia sconfitta che ci può stare. Il nostro gruppo, insieme a quello di Francia e Serbia (più il Giappone cui però mancava Nishikori) e di Spagna, Russia e Croazia (però orfana di Cilic), era uno dei più difficili. E un Fognini un tantino malandato per il solito problema a un piede – anche se soprattutto nei due doppi ha giocato alla grande – e un Berrettini stanchissimo per il tour de force di questi ultimi mesi, non hanno saputo far meglio.

Riguardo a questa Coppa, che ha comunque il grande merito di aver riunito i media e le tv di tutto il mondo e che farà parlare di sé nei prossimi giorni anche nelle nazioni che saranno state eliminate tipo la nostra – non è un merito da poco, in passato la Davis veniva ignorata dalle nazioni non impegnate nella fasi finali – si sussurra che fra un anno a Madrid ci sarà un quarto campo coperto dove potrebbero finire per disputarsi semifinali e finali, e forse pure i quarti. Dovrebbe essere lo stadio con una capienza di 20.000 posti in centro a Madrid, quello che ospita le partite di basket e che quest’anno Pique e soci non erano riusciti ad accaparrarsi. Dovevamo partire con questa nuova Davis nel 2019 per non farsi precedere dalla ATP Cup e lo stadio era già prenotato da altri eventi”.

Sono le sette del mattino, spero che a questi orari folli si metta riparo fra un anno, se l’ATP invece di fare tante chiacchiere a vuoto consentisse all’ITF di poter disporre di due settimane, o anche solo di 10 giorni – e magari a settembre quando a Madrid il clima è più sopportabile e i giocatori sono meno stanchi (anche se li abbiamo visti impegnarsi tutti allo stremo delle loro forze) – ma per finire voglio aggiungere un commento alla conferenza stampa di Djokovic, di cui dovreste aver letto qui un estratto.

Io la trovo intelligente ma al tempo stesso davvero sorprendente quando dice che “il problema è sempre stato il calendario” e poi che una soluzione “avrebbe potuto essere la fusione fra le due manifestazioni, Davis Cup e ATP Cup, perché non ha senso che si giochino entrambe a sei settimane l’una dall’altra”. Poi però dirà: “Se ne parla da tre anni!”. Ma come! Poteva rilasciare quelle dichiarazioni chiunque, ma non chi ha il ruolo di Djokovic, presidente dei giocatori ATP. Se infatti si è dato vita a due manifestazioni a squadre a sei settimane l’una dall’altra… l’ultimo che può cadere dalle nuvole è lui. L’ITF è corsa ai ripari organizzando in fretta e furia questa coppa Davis a Madrid dopo aver trovato il finanziamento della Kosmos di Piqué semplicemente perché l’ATP voleva scippare la tradizionale competizione a squadre dell’ITF, la Coppa Davis.

La vecchia Coppa Davis è stata a più riprese boicottata dai giocatori sulla spinta di agenti che dalla Davis non si mettono in tasca un euro, mentre dalle esibizioni sì, eccome. Con la Davis messa in difficoltà dagli stessi giocatori in lobby, ecco che l’ATP ha pensato bene di farle concorrenza lanciando l’ATP Cup di concerto con gli australiani. Djokovic, presidente del Council dei giocatori, non poteva non sapere tutto ciò già molto tempo fa. Che oggi venga a raccontarci che basterebbe un solo evento e non servono due… è più che giusto e condivisibile. Ma non cada dal pero come se non sapesse che è l’ATP che sperava di togliere l’ultima fetta di potere rimasta a un’ITF che conta sempre meno: l’organizzazione della Davis.

Nel ‘90 i giocatori si impossessarono del circuito e battezzarono l’ATP Tour diventando indipendenti rispetto al Grand Prix, che con i suoi tornei era stato sempre sotto l’egida dell’ITF. Ma l’appetito viene mangiando e l’ATP avrebbe voluto sostituirsi con la ATP Cup alla Coppa Davis in chiara difficoltà perché i giocatori più importanti, tutti membri ATP, non volevano più giocarla perché – soprattutto dopo averla vinta una volta – non era sufficientemente redditizia per loro (e ancor più per i loro agenti). Oltre che priva di punti ATP che l’ATP dopo averli introdotti tanti anni fa li aveva tolti, ovviamente per far un dispetto all’organismo concorrente. Ci sono tanti milioni di dollari in ballo, con sponsor, tv, etcetera.

La federazione australiana (che farebbe parte dell’ITF ma di fatto segue i propri interessi) e l’ATP hanno stretto un’alleanza per dare il via all’ATP Cup onde avere il maggior numero dei giocatori Down Under fin dall’inizio dell’anno e prima dell’Australian Open. Chiari e comprensibili gli interessi della federazione australiana, ma quelli dell’ATP? Chiaramente mettersi in concorrenza con l’ITF e la Davis, per far decollare un’altra manifestazione a squadre con il sostegno dei propri iscritti.

Dando il via dalla ATP Cup – di cui hanno annunciato la composizione dei gironi giusto una settimana prima della Coppa Davis per una evidente manovra di disturbo (la gente non capisce più con quale squadra deve misurarsi quella del proprio Paese, con quelle della Davis o con quelle della ATP Cup? Vaglielo a spiegare ai non addetti ai lavori…) – sono stati uccisi tornei di lunga tradizione come Brisbane e Sydney, si sono fatti infuriare gli sceicchi del Qatar che organizzavano il loro torneo a gennaio da anni e anni e ora per avere top-players devono pagare ingaggi che solo loro possono permettersi… ma certo non sono contenti.

L’ATP ha anche protetto notevolmente la Laver Cup assegnandogli una settimana a settembre che avrebbe fatto molta gola all’ITF per la sua coppa Davis. Della produzione televisiva e mediatica della Laver Cup si occupa la Federtennis australiana che collabora strettamente con l’agenzia di management di Federer. Il fatto che la Laver Cup abbia ottenuto che i propri risultati fossero conteggiati fra gli head to head ufficiali ATP, inclusi perfino i tiebreak di una manifestazione che non prevede il terzo set ma un long tiebreak, per me è una decisione incredibile, direi scandalosa. Sono così saltate le statistiche dai tempi di Van Allen, l’inventore del tiebreak, in poi.

Allora che adesso – dopo tre anni che se ne discute – Djokovic dica “ma perché non fondiamo i due tornei a squadre?”, mi fa sorridere. E Nadal, che naturalmente sposa un evento che si gioca e non si può giocare altro che a Madrid (unica sede con tre campi coperti, se non si vuole andare in Australia o a Indian Wells dove i giocatori europei certo non vogliono andare in questo periodo dell’anno) dice: Non vedo altra soluzione che un’unica manifestazione nell’arco di due mesi. Non posso parlare per l’ATP – come potrebbe parlare invece Djokovic – ma abbiamo finalmente l’opportunità di avere una grande gara, occorre trovare un accordo fra ATP, ITF e una società importante come Kosmos, che possa portare questa gara a un altro livello… Il nome? Credo che Coppa Davis sia il nome giusto perché è parte della storia del nostro sport. Sarebbe grande riuscire a mettere tutti insieme”.

Oh, possibile che si sveglino tutti adesso? Dopo che per tre anni si sono lanciati piatti e stoviglie?

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Billie Jean King Cup

Competizioni a squadre, il bilancio dopo tre anni di rivoluzioni

Ecco quanto ha funzionato e quanto no (per ora). BJK Cup e Coppa Davis sono cambiate molto in questi ultimi anni. L’ATP ha introdotto l’ATP Cup (già defunta e sostituita dalla United Cup, assieme alla WTA)

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L’anno tennistico si è appena concluso,  condotto a termine dalla Coppa Davis vinta dal Canada. Quella del 2022 è stata la terza edizione tenutasi secondo la nuova formula che ha rivoluzionato la competizione nel 2019.  Parimenti, la fu Fed Cup, omologo femminile del torneo, nel 2020 ha cambiato nome – diventando Billie Jean King Cup, in onore della tennista e attivista americana – e formula, del tutto simile a quella della controparte maschile. 

Dopo tre anni (nel 2020 gli eventi non si sono tenuti a causa del Covid) possiamo dire che le modifiche siano state positive? O, al contrario, hanno peggiorato una situazione già critica?  

La Coppa Davis che Gerard Pique, con la sua Kosmos, ha preso in mano tre anni fa era in grave perdita economica e in crisi di notorietà. Secondo quel pensiero progressista espresso da Mouratoglu col suo evento UTS (un campionato “a tempo”, che sembrava più un gioco di carte che tennis ma che sarà disputato anche nel 2023) lo sport stava perdendo appeal fra i più giovani, ormai incapaci, immersi come sono nell’informazione e nell’intrattenimento lampo dei social, di concedersi e concedere al tennis del tempo. Il tempo che questo sport necessariamente richiede. Ed allora, come prima modifica, i tre set su cinque sono diventati due su tre. Alla notizia in molti s’erano disperati di perdere per sempre il pathos delle grandi battaglie, di vedere la Davis declassata dal rango di “quinto slam”. Eppure, a ben vedere, forse questa risulta oggi la modifica più riuscita. Salvo la programmazione disastrosa della prima edizione (con match che terminavano alle 4 di mattina) gli orari e le durate dei match si sono dimostrate adeguate ad una fruizione televisiva e “giovane”.  

 

Ora, oltre ad aver accorciato la durata delle partite, è stata accorciata pure la durata dei tie, che prima erano spalmati su tre giorni – quattro singolari e un doppio – mentre oggi si consumano in un pomeriggio di due singolari e un doppio. 

Quest’ultima specialità è passata ad assumere, matematicamente, un’importanza nuova ed elevata: prima il 20 per cento dei punti, ora il 33. Ciò ha permesso a squadre come la Croazia e l’Australia (l’abbiamo visto nell’ultima Davis) di sfruttare le loro forti coppie per farsi strada nel torneo. Questo anche se i giocatori “famosi” che dovrebbero attirare un pubblico giovane e mainstream disputano prevalentemente il singolare. Ed un appassionato di tennis medio spesso non conosca tutti i nomi delle coppie presenti anche solo alle ATP Finals. E che spesso molti doppisti non disputino, nella fase finale, alcun match, a causa della prematura conclusione del tie. Non si è forse puntato sulla carta sbagliata? 

Un altro problema di questa Davis riguarda proprio la presenza – o più spesso l’assenza – dei top player. Piqué (o chi per lui) ha deciso di concentrare la competizione nell’ultima settimana di calendario, in un unica sede (quest’anno Malaga, in precedenza Madrid e sede itinerante). Questo ha fatto certo sì che la Davis richiami molta più attenzione mediatica, (anche se la percentuale di biglietti venduti a tifosi stranieri rimane il 21 per cento) e che in un certo senso si ponga come omologo del mondiale di Calcio (quest’anno al via, tra l’altro, in contemporanea). Manca, tuttavia, la sacralità della cadenza quadriennale, una tradizione ed una cultura sportiva ben differente: la Coppa Del Mondo non si chiama Coppa Rimet, mentre la Coppa Davis mantiene il nome del suo fondatore, Dwight Filley Davis.  

E i giocatori migliori spesso la disertano. Match così importanti concentrati in una massacrante dieci giorni, peraltro alla fine della stagione, non devono convincere fino in fondo i migliori del mondo, maniacalmente attenti ad una preparazione che non ammette la minima sovrapposizione e che li mantenga sempre in perfetta forma. Non a caso Alexander Zverev, in un primo momento, si è addirittura rifiutato di scendere in campo nella nuova Davis.  

Le stesse considerazioni possono benissimo essere estese alla BJK CUP, ugualmente soggetta ad una trasfigurazione che ha portato effetti positivi, ma che non sembra, in definitiva, aver adempiuto totalmente al suo compito di rebranding, almeno per ora. Potrebbero le competizioni ITF imitare quelle ATP e WTA? Sull’altro fronte, le due associazioni professionistiche hanno messo in campo, negli ultimi anni, alcune iniziative discutibili e perlomeno discusse. 

Nel 2020 L’ATP ha inaugurato la ATP Cup, torneo da disputarsi a gennaio in varie città australiane. Il motivo di questa scelta è palese: quasi tutti i grandi tennisti, in quel periodo dell’anno, sono in Australia, freschi e pronti a dare avvio alla stagione. Cercano un torneo di prestigio e di competizione che li carichi, quale può essere il suddetto evento. Non a caso la prima finale del torneo è stata fra la Serbia di Novak Djokovic e la Spagna di Rafa Nadal, spronati fra l’altro dalla posta di punti in palio, prima 750 poi 500. Un’idea che aveva già seguito la Davis dal 2009 al 2015 senza però grande successo. 

L’esperienza dell’ATP CUP si è già conclusa, dopo tre edizioni funestate dal Covid e poste troppo in prossimità con un brand troppo simile, la Coppa Davis. E tuttavia la sua eredità sarà raccolta dalla United Cup, progetto in collaborazione con la WTA, che produrrà una sinergia di tennis maschile e femminile sulla scia di quanto fatto dalla Hopman Cup negli anni passati (con l’Italia in campo il 29 dicembre). Un evento che era sempre stato amato e seguito, senza tuttavia quel fuoco della competizione che dovrebbe ardere ora nella United Cup. Che grazie a questa sua peculiarità potrebbe allontanare i paragoni con la Davis e stemperare la troppa vicinanza fra le due competizioni.  

In definitiva, il tennis sta provando a rinnovarsi. O meglio, le sue istituzioni stanno provando a rinnovarlo. In maniere discordi e scoordinate, spesso. E questo non è mai un bene. Sono stati fatti passi avanti, anche se alcuni di essi si sono rivelati passi falsi. Ma la voglia di cambiare, di “ringiovanire” il prodotto c’è, e può avere dei risvolti positivi sull’industria del nostro sport. Con un occhio di riguardo, ci si augura, alla sua storia centenaria che ne definisce l’essenza. 

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Coppa Davis

Coppa Davis: Hewitt, Haggerty, Bertolucci, Barazzutti e Rojas. Opinioni contrastanti su un format che fa discutere

Il 2023 non vedrà nessun cambiamento nella formula della Coppa Davis, anche se non sono in pochi ad augurarsi un ritorno al passato

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La Coppa Davis (foto Roberto dell'Olivo)
La Coppa Davis (foto Roberto dell'Olivo)

Per la prima volta nella sua storia, il Canada di Denis Shapovalov e Félix Auger-Aliassime ha vinto la Coppa Davis, battendo in finale l’Australia di Lleyton Hewitt. Proprio il capitano aussie tuttavia, insieme ad altre voci importanti del tennis italiano, non sembra troppo convinto dell’attuale format della Davis Cup, in vigore dal 2019. Le discriminanti principali sono due: in primis, spesso il doppio – punto di forza di tante nazionali – neanche si gioca, come accaduto proprio nella finale di quest’anno. L’altra critica mossa verso questa formula è che possono bastare quattro set per sollevare l’insalatiera, mentre fino al 2018 questi potevano non essere sufficienti neanche per vincere una singola partita.

Lo stesso Hewitt, nella conferenza al termine della finale, aveva rimarcato la sua posizione:

Il formato così com’è adesso non mi piace; non è un mistero, ma la mia voce non viene ascoltata. Come si fa a dire a dei doppisti che si preparano tutto l’anno e che arrivano qua per giocare in una delle più grandi competizioni che non avranno la possibilità di esprimersi? Penso ad esempio al team olandese che abbiamo battuto. O addirittura penso al leggendario doppio Woodforde-Woodbridge, che oggi non avrebbero messo piede in campo”.

 

Anche l’ex capitano dell’Italia Corrado Barazzutti, in un’intervista concessa al Corriere dello Sport, non ha usato mezzi termini per esprimere la sua posizione: È come se prendessimo uno Slam e lo modificassimo in un torneo da dieci giorni: non mi piace. Una volta la Coppa Davis era considerata il quinto Major, mentre adesso l’hanno ridimensionata. Si gioca al meglio dei tre set, gli incontri sono diventati tre, il doppio ha un’incidenza ben diversa e il fattore campo non esiste quasi più. Quando la vincemmo noi nel 1976 contro il Cile fu un’impresa gigantesca in un contesto difficile“.

Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo anche Paolo Bertolucci, che era presente insieme a Barazzutti nello storico successo di Santiago del Cile. Questo un suo breve pensiero tratto da un’intervista a Il Messaggero: La Coppa non va più chiamata ‘Davis’, quella era un’altra cosa. Questa invece si vive in un giorno solo, tutta d’un fiato, è totalmente diversa rispetto a quando c’erano cinque partite al meglio di cinque set“.

Le critiche non sono ovviamente condivise da chi organizza e gestisce la competizione, ossia il presidente dell’ITF David Haggerty e il CEO di Kosmos Tennis Enric Rojas, secondo i quali le migliorie apportate alla Davis Cup stanno riscontrando un effetto molto positivo sulla competizione. “Siamo molto contenti del format e dei cambiamenti che abbiamo apportato – commenta Haggerty – ai giocatori piace, ce l’hanno confermato. Apprezzano i due singolari e il doppio decisivo, è un metodo che funziona bene considerando anche la parte di stagione in cui si gioca”.

L’interesse di Kosmos, proprietaria della Coppa Davis, e dell’ITF è quello di ricreare un ambiente simile ad un Mondiale di calcio, dove fan di tutto il mondo possano riunirsi in un’unica città ospitante. In realtà, tuttavia, dal 2019 soltanto il 21% dei biglietti sono stati comprati da appassionati provenienti da paesi diversi dalla Spagna, paese che da tre stagioni ospita la fase finale.

“Guardando il dato del 21% di fan stranieri, penso che questo sia il punto con i maggiori margini di miglioramento. Se riuscissimo ad ottenere, ad esempio, un’affluenza del 50/50, come accade già in molti altri sport, sarebbe fantastico” – ha dichiarato Rojas – In ogni caso, il numero di tifosi è stato decisamente alto. Dobbiamo migliorare la percezione negli appassionati che questo sia il Mondiale del tennis. Vogliamo essere un evento quanto più internazionale possibile, raccogliendo sempre più tifosi da tutto il mondo”.

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Coppa Davis

Coppa Davis, ranking per nazioni: Croazia in vetta, balzo Canada e Australia. L’Italia si conferma in top10

La Croazia si conferma al primo posto del ranking delle Nazionali, seguita da Spagna e Francia. Quarto posto per il Canada, settimo per l’Italia

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Canada - Davis Cup 2022 (foto Roberto dell'Olivo)
Canada - Davis Cup 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

La Coppa Davis 2022 continua a regalare record per il Canada. Dopo aver vinto la prima insalatiera della sua storia, grazie anche alla sua generazione tennistica più forte di sempre, i ragazzi con la foglia d’acero sul petto scalano anche la classifica delle Nazionali, pubblicata due volte all’anno (al termine delle fasi di qualificazioni e dopo le fasi finali).

In vetta al ranking si conferma la Croazia con 968,38 punti, anche grazie alla semifinale raggiunta quest’anno e persa contro l’Australia. Non solo però, perché sul primato dei croati – così come sulla posizione di ogni Federazione – pesano anche i risultati delle scorse stagioni. La classifica, infatti, tiene conto dei risultati degli ultimi quattro anni in modo via via decrescente. Per i risultati dell’ultimo anno, infatti, valgono il 100% dei punti; dei risultati del penultimo vengono considerati solamente il 75% dei punti, del terzultimo il 50% e del quartultimo il 25%. Bisogna tener conto anche dell’impatto del Covid-19 sulle stagioni 2020 e 2021, che vengono “unite” ai fini del calcolo del ranking (quindi, eccezionalmente, in questo periodo si tiene conto delle ultime cinque stagioni).

Per capire meglio, ad esempio, i punti totali di una squadra nel 2022 corrisponderanno la seguente somma:

 
  • 100% dei punti ottenuti nel 2022 + 75% dei punti ottenuti nel 2021 e 2020 + 50% dei punti ottenuti nel 2019 + 25% dei punti ottenuti nel 2018

Nel 2025 di tornerà a calcolare la classifica in maniera tradizionale, considerando dunque le ultime quattro stagioni. Il totale dei punti di una qualunque squadra, a fine 2025, corrisponderà dunque alla seguente somma:

  • 100% dei punti ottenuti nel 2025 + 75% dei punti ottenuti nel 2024 + 50% di punti ottenuti nel 2023 + 25% dei punti ottenuti nel 2022

I punti guadagnati sono ovviamente diversi in base alla fase della competizione raggiunta. In caso di vittoria ci si aggiudica 500 punti, mentre sono 300 quelli incassati per la finale, 200 per la semifinale, 150 per i quarti di finale e 100 se ci si ferma nel round robin.

A questi si aggiungono alcuni punti bonus, che possono variare da quattro a dieci in base al ranking dell’avversario: sono 10 se un tennista sconfigge un rivale che occupa il primo o il secondo posto nel ranking ATP, 9 se si batte il n°3 o il n°4, 8 se si prevale su un giocatore compreso tra il quinto e l’ottavo posto. Si guadagneranno poi 7 punti vincendo contro chi è compreso tra il 9° e il 16° posto, 6 punti contro uno tra il 17° e il 32°, 5 punti contro uno tra il 33° e il 64° e 4 punti contro uno dal 65° posto in giù.

Chiusa la parentesi sul calcolo del ranking, vediamo nel dettaglio la classifica. Dietro la Croazia, al secondo posto si trova la Spagna, orfana di Alcaraz e Nadal quest’anno, con 693,25 punti. Completa il podio la Francia con 628,00 punti.

Alle spalle dei transalpini si trova la prima variazione di posizione, visto che i primi tre posti sono rimasti invariati rispetto all’ultimo aggiornamento. Ai piedi del podio si trova il Canada con 565,75 punti, che grazie al successo di domenica scorsa ha guadagnato tre posizioni e, da quando il ranking per nazioni esiste (2001), si trova nel suo punto più alto di sempre.

Seguono Stati Uniti (490,34 punti), Germania (485,09) e Italia (473,00), che rimane stabile al settimo posto e chiude il 2022 tre posizioni più avanti rispetto al 2021. Completano la top10 l’Australia, finalista di questa edizione (430,25), la Gran Bretagna (398,00) e la Serbia (388,25). La Russia, vincitrice nel 2021 e bannata per le edizioni 2022 e 2023, è ferma al 16° posto. Questa dunque la top10 aggiornata a fine 2022:

  1. Croazia
  2. Spagna
  3. Francia
  4. Canada
  5. USA
  6. Germania
  7. Italia
  8. Australia
  9. Gran Bretagna
  10. Serbia

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