2019, il tennis a novembre: Nadal torna numero 1 e vince la Davis

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2019, il tennis a novembre: Nadal torna numero 1 e vince la Davis

Il maiorchino chiude alla grande la stagione, dopo le Finals di Tsitsipas. In campo femminile la Fed Cup torna in Francia

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Nadal dopo aver vinto la Coppa Davis 2019 a Madrid (Photo by Silvestre Szpylma / Kosmos Tennis)
 
 

Il mese di novembre nel circuito tennistico è l’ultimo dal punto di vista agonistico; quello che chiude la stagione, quello dei bilanci, quello delle classifiche finali e per tradizione quello nel quale si svolgono il Masters maschile e le due finali delle competizioni a squadre, la Fed Cup e la Coppa Davis.

Per ciò che attiene il circuito femminile a novembre si sono svolti gli ultimi due tornei dell’anno, quelli minori di Taipei e di Houston. Campo di partecipanti come logico che sia abbastanza scarno, in terra asiatica trionfa Vitalia Diatchenko, in quello americano si rivede invece la veterana belga Kirsten Flipkens che in finale batte la “risorta” Coco Vandeweghe, nel 2019 lontana per buona parte della stagione dai campi di gioco per un infortunio che sembra finalmente essere superato.

Ma è chiaro che in campo femminile l’evento clou è stata la finale di Fed Cup tra Australia e Francia giocatasi a Perth davanti al pubblico delle grandi occasioni (spalti esauriti in entrambe le giornate). Ultima finale giocatasi con il vecchio format, perché come sappiamo anche la competizione a squadre femminile dall’anno prossimo mutuerà il format di quella maschile, cioè tutte le sfide finali si svolgeranno in un’unica settimana in quel di Budapest, scelta come sede per i prossimi 3 anni, con fase finale a 12 squadre (sperando di non rivedere i disastri organizzativi visti quest’anno a Madrid nella Davis, ma di questo ne parleremo più avanti).

 

La finale di Fed è stata l’epilogo migliore che la competizione potesse riservare, con la Barty (n.1 a fine anno nel circuito femminile e grandissima protagonista della stagione) che ha provato a trascinare le padrone di casa contro la Francia dell’esordiente capitano Julien Benneteau e della coppia Mladenovic/Garcia in campo. Ma alla fine l’hanno spuntata le francesi, al doppio decisivo, superando Barty/Stosur. Eroina della due giorni è stata Kiki Mladenovic, autrice di prestazioni eccellenti sia in singolare che in doppio e soprattutto vincitrice proprio di Ashleigh Barty nel primo singolare della giornata conclusiva, sfida che ha deciso nella sostanza la finale.

Kiki Mladenovic – Finale Fed Cup 2019 (foto via Twitter, @FedCup)

LONDON CALLING

In campo maschile novembre ha visto disputarsi come detto le Finals maschili e la nuova Coppa Davis in quel di Madrid. Queste due competizioni e la classifica finale dell’ATP hanno celebrato ancora una volta la classe, l’agonismo, la forza mentale e fisica di Rafael Nadal, tornato n.1 del ranking a fine anno, giusto premio alla stagione più che eccellente dello spagnolo. Eppure lo si dava per finito, usurato fisicamente e la sconfitta contro Fabio Fognini a Montecarlo sembrava dare conferma a tutto ciò. E invece no, Rafa è risorto (per l’ennesima volta), tornando il dominatore della terra rossa, vincendo New York, riprendendosi il trono del circuito maschile.

Non solo, Rafa non ha mollato di un centimetro nemmeno nella bolgia della nuova Davis di Madrid, vincendo tutti i suoi match (sia in doppio che in singolare) e conducendo la Spagna alla conquista della sua sesta Coppa Davis, siglando il punto finale contro il giovanissimo canadese Denis Shapovalov, altro protagonista in positivo del 2019 tennistico maschile.

Ma andiamo con ordine. Si arriva alle Finals con il trono del circuito ATP ancora in gioco tra Novak Djokovic e Rafa Nadal. Il serbo deve arrivare almeno in semifinale per riconquistare la vetta, Rafa invece deve cercare quantomeno di superare il gruppo eliminatorio per arginare al meglio il tentativo di rimonta del suo rivale. Finisce che Nole viene eliminato a sorpresa nel gruppo eliminatorio ed è costretto quindi a cedere definitivamente la leadership allo spagnolo che però segue la stessa sorte pagando a caro prezzo la sconfitta nella prima giornata contro il tedesco Zverev.

Le semifinali del Masters vedono in campo tre giovani dal sicuro avvenire e il veterano Roger Federer. Il greco Tsitsipas batte in due set lo svizzero che avevo profuso uno sforzo non da poco eliminando nell’ultima giornata del girone eliminatorio Djokovic, giocando una partita quasi perfetta (a 38 anni!), mentre nell’altra semifinale Dominic Thiem elimina in due set Sascha Zverev.

La finale è stupenda, emozionante e giocata al cardiopalmo. La spunta Tsitsipas al tie-break del terzo set e l’impressione è che finalmente qualcosa di concreto si stia intravedendo alle spalle di Roger, Rafa e Novak.

Stefanos Tsitsipas con il trofeo – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

LA DAVIS CONTROVERSA

Nadal, felice per la riconquista della posizione numero 1 (“Per tutto quello che ho passato essere di nuovo n.1 è un miracolo”) si getta a capofitto nella nuova Coppa Davis, ribattezzata da qualcuno Coppa Piqué (dal nome del difensore del Barcellona che con la Kosmos ha rivoluzionato il format della manifestazione), per condurre la Spagna che gioca in casa alla conquista del titolo.

Se al momento dell’ufficializzazione del cambio di format i tradizionalisti avevano storto il naso, i fatti hanno poi dimostrato che il tentativo di cambiare va (per alcuni motivi) apprezzato ma questa Davis non ha nulla a che vedere con la vecchia manifestazione, e soprattutto a livello organizzativo necessita di diverse migliorie. Si dirà che siamo all’inizio e che bisogna dare tempo al tempo. Probabile, ma alcune cose viste a Madrid sono state ai limiti del grottesco, come ad esempio le sfide serali concluse ben dopo mezzanotte (senza parlare dell’ormai famoso doppio Italia-Usa terminato alle 4.05) e con poche decine di persone sugli spalti.

Appare abbastanza evidente che servano più giorni e almeno un altro campo per consentire al nuovo format di svolgersi in maniera regolare, altrimenti a fine stagione rischiano di essere pochi i tennisti a fare il sacrificio di partecipare alla manifestazione. Sia ben chiaro, lo spirito di chi gioca rimane lo stesso della vecchia Davis, quando si gioca per la propria nazione si dà l’anima e vengono fuori partite godibili ed emozionanti, ma se poi sugli spalti ci sono solo un migliaio di persone a tifare della vecchia Davis può rimanere solo il ricordo.

Servono allora investimenti da parte delle varie federazioni (visto che poi la Kosmos elargisce non pochi soldi alle stesse) per consentire ai tifosi di accorrere anche lontano da casa in massa a sostenere la propria nazione, come qualcuno – si veda il Canada quest’anno – ha già provato a fare quest’anno. Serve un’organizzazione migliore che consenta di godere dello spettacolo in maniera normale, serve forse cambiare la sede spesso perché è indubbio che chi gioca in casa ha un vantaggio non da poco (si parla come alternativa a Madrid di Indian Wells).

IL CAPOLAVORO DI RAFA

Comunque sia, la nuova Davis porta ai quarti di finale le sei nazionali che vincono i gironi eliminatori composti da tre squadre (Spagna, Canada, Serbia, Germania, Gran Bretagna e Australia) e le due migliori seconde (la Russia e l’Argentina). Non mancano le polemiche per un paio di rinunce a giocare il doppio (il Canada contro gli USA e l’Australia contro il Belgio, in entrambi i casi a risultato ormai già acquisito a favore delle nazioni che danno forfait) che vengono penalizzati con un doppio 6-0 che ai fini delle classifiche avulse avrebbero potuto pesare e non poco (fortunatamente alla fine non è stato così, ma questo è un altro aspetto che andrà regolamentato).

Nei quarti di finale non mancano le sorprese. La Serbia di Djokovic viene eliminata al doppio dalla Russia di Khachanov e Rublev dopo aver mancato tre match point e la conferenza stampa a fine match dei serbi è davvero emozionante con capitan Zimonjic che è costretto più volte a fermarsi per non scoppiare in lacrime, ulteriore episodio che testimonia quanto la manifestazione sia sentita dai tennisti. Ci vuole un super Nadal per battere l’Argentina, sostenuta come al solito da un gran numero di tifosi, che cede solo al doppio decisivo. Da rimarcare che tra gli spagnoli Roberto Bautista-Agut deve lasciare (temporaneamente) la squadra per la morte del padre. Ritornerà per la finale e sarà decisivo come nelle favole più belle a lieto fine.

La commozione di Roberto Bautista Agut – Finale Davis Cup 2019 (Photo by Mateo Villalba / Kosmos Tennis)

La Gran Bretagna nonostante Andy Murray non al meglio, grazie a Edmund e Evans, fa fuori con un netto 2-0 la Germania e si qualifica per le semifinali. Ma la vera sorpresa è il Canada che con un rinato Pospisil e l’emergente Shapovalov batte a sorpresa 2-1 l’Australia e arriva tra le prime quattro. Nonostante l’assenza nelle prime sfide di un malconcio Felix Auger-Aliassime, i nordamericani si sono pressi il lusso di superare il girone eliminatorio battendo sia Italia che Stati Uniti.

La nostra nazionale era arrivata carica di speranze a Madrid, ma l’inopinata sconfitta di Fognini contro Pospisil nel primo singolare della prima sfida e quella di un esausto Berrettini contro Taylor Fritz nel secondo singolare contro gli USA ci hanno portato ad un’eliminazione immediata e anche cocente. Peccato davvero, perché erano anni che non avevamo sulla carta una squadra così forte (Berrettini n.8, Fognini n.12 del ranking), ma la nuova formula non ammette distrazione alcuna, basta un niente e sei fuori.

Il cammino del Canada continua in maniera brillante perché anche la Russia viene battuta in semifinale con un altro 2-1. Si tratta della prima finale della loro storia per i canadesi.

Dall’altra parte arrivano in finale i padroni di casa che guidati da un indomito Nadal superano al doppio decisivo la Gran Bretagna. Gran spettacolo in quest’ultima gara con Nadal e Feliciano Lopez da una parte e Jamie Murray e Neil Skupski dall’altra.

La Spagna affronta la finale con gli ovvi favori del pronostico e come detto con il rientrante Bautista-Agut inizia nel modo migliore la sfida grazie alla vittoria del suo numero 2 contro un avversario anche lui al rientro, Auger-Aliassime. Come è giusto che sia tocca quindi a Rafa Nadal chiudere la contesa, circostanza che si verifica puntualmente contro un ottimo Shapovalov che dà tutto quello che ha prima di cedere in due set. La Spagna torna a vincere la Davis, Rafa Nadal festeggia così nel modo migliore il ritrovato trono ATP e segna l’ennesimo record della sua carriera: nella manifestazione, su 30 singolari giocati, ha perso solo il primo nel lontano 2004 contro Jiri Novak prima di infilare una striscia positiva ancor oggi aperta.

Insomma, il 2019 si chiude, in campo maschile, con l’ennesima resurrezione di Rafael Nadal, sempre più leggenda di questo sport al fianco di Roger Federer e Novak Djokovic. Li rivedremo al top anche nel 2020?

Il bacio di Rafael Nadal a Feliciano Lopez – Davis Cup Finals 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)

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ATP

Non fatevi ingannare dalla faccia seria, questo raccattapalle di 57 anni si sta divertendo un sacco

Iniziata quasi per gioco, raccontiamo la storia di Jim Novak, uno dei ballboy fuoriquota di Miami

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Ballboy Jim Novak - Miami 2022 (foto @shad_powers ANDY ABEYTA/THE DESERT SUN)

Traduzione dell’articolo di di Shad Powers, pubblicato sul Desert Sun il 17 marzo 2022

Ha sentito tutte le battute, è stato paragonato a Kramer in un famoso episodio di “Seinfield” (famosa sit-com americana, in cui il personaggio era un raccattapalle adulto allo US Open, ndt), ma il cinquantasettenne Jim Novak prende molto seriamente il suo lavoro di raccattapalle al BNP Paribas Open. “Sì, ho sentito gente dire cose tipo «Sicuro di avere diciott’anni?»” ha detto Novak, uno dei circa sedici raccattapalle adulti presenti al torneo di Indian Wells quest’anno. “Capisco che sia qualcosa che non si vede tutti i giorni e i miei amici pensano che io sembri troppo serio, e in effetti serio lo sono, ma mi diverto anche un mondo.” Novak è andato in pensione da poco, Lavorava come Vice-Sovrintendente alle Finanze dei Distretti Scolastici di Palm Springs e Desert Sands e racconta che la sua storia come ballboy è nata da spettatore allo scorso BNP Paribas Open, tenutosi in ottobre.

A causa di molteplici fattori, tra cui obblighi vaccinali e restrizioni negli spostamenti, il torneo si era trovato a corto di raccattapalle. Era facile notare sui campi di gioco che molti incontri avevano a disposizione solamente quattro raccattapalle, anziché i consueti sei. L’età richiesta, che nel 2019 andava dai 14 ai 21 anni, è stata dunque ampliata per tappare i buchi. “Io e mio marito Luke stavamo guardando una partita ad ottobre e c’erano soltanto tre raccattapalle, così un supervisor aveva dovuto dare una mano. Gli ho detto, un po’ per scherzo, che se avessero avuto bisogno di volontari li avremmo potuti aiutare.” racconta Novak. “E in gennaio in effetti il torneo ha fatto sapere tramite una mail che avrebbero preso anche gli adulti. Così gli ho detto: «Lo vuoi fare?» e lui: «No, non direi.» allora ho detto: «Ti spiace se vado io?» mi ha risposto di provarci e così ho fatto.”

 

Juan Garrido, uno dei coordinatori dei raccattapalle del torneo, ha detto che l’inserimento di adulti tra i ballkids era necessario: nel 2019, l’ultimo anno in cui l’evento non aveva avuto carenza di personale, c’erano circa 330 raccattapalle in lista, mentre ad ottobre il numero era quasi dimezzato. Quest’anno sono tornati nuovamente intorno ai 200, il che garantisce sempre la possibilità di avere sei raccattapalle su ogni campo. Gli adulti che si sono fatti avanti hanno contribuito a riempire il vuoto, oltre al fatto che sia a loro sia agli spettatori la cosa è piaciuta; quindi, Garrido ha valutato la soluzione come estremamente positiva. Con due eventi ravvicinati a cinque mesi di distanza l’uno dall’altro e senza sapere quali obblighi vaccinali ci sarebbero potuti essere, il coordinatore aveva previsto che sarebbero stati nuovamente a corto di ragazzi, così aveva aperto il reclutamento anche volontari adulti con la mail che Novak aveva appunto letto a gennaio.

“Nell’arco di tre giorni avevamo avuto oltre cento richieste, quando ce ne aspettavamo dieci.” si è stupito Garrido. “E non arrivavano solo dalla California, ma anche da New York e un po’ dappertutto, al che ci siamo detti che erano troppe!” Garrido ha dovuto contattare alcuni dei potenziali volontari per chiarire alcuni punti fondamentali: non è un invito aperto al quale asta rispondere per entrare automaticamente a far parte dello staff. C’è un provino rigoroso e solo alcuni hanno tutti i requisiti. Inoltre Garrido non voleva che arrivassero persone al di fuori dello stato, le quali avrebbero dovuto comprare un biglietto aereo e affittare una stanza per due settimane con l’idea che ogni sera sarebbero state sul campo principale per un match di Nadal. Una volta spiegata la situazione reale, gli interessati si sono ridotti a circa quaranta. E di quel gruppo, dopo una fase di training di due weekend, solo sedici sono risultati avere tutti i requisiti necessari. Uno di loro era Novak e a detta sua non era stato affatto facile.

“È stata sorprendentemente dura. Mi sono preparato esercitandomi a lanciare a far rotolare le palline: ero convinto che il compito del raccattapalle consistesse solo in quello e mi ero allenato nel cortile dietro casa, dove ero veramente bravo. Pensavo di andare là e fare un figurone! ricorda Novak. “Ciò di cui non ti accorgi sono tutte le complessità della cosa e del fatto che se ti trovi fuori posizione rischi di fare una figuraccia alla Kramer.” Il Kramer a cui si riferiva faceva parte della famosa sit-com “Seinfeld”, nel quale il personaggio era un raccattapalle adulto allo US Open di New York. In un’occasione Kramer era troppo zelante e finiva per provocare un infortunio a un tennista. Novak ha aggiunto che la preparazione fisica rappresentava un altro requisito: “Sostanzialmente si tratta di fare scatti molto brevi e adesso mi sveglio ogni mattina col mal di schiena: nonostante uno sia in forma, ci sono piccoli movimenti a cui non si è avvezzi e repentini cambi di direzione con le ginocchia in torsione. Alla fine tutto questo lo paghi.”

Ma ora che sta facendo il raccattapalle da dieci giorni la cosa più difficile è lo stress mentale per rimanere sempre concentrato. “Durante ogni singolo punto e persino in allenamento il cervello è focalizzato al 100% su dove lanciare la pallina, dove posizionarsi, come aiutare gli altri anche a seconda di quello che stanno facendo.” spiega Novak. “E non puoi metterti a pensare alla cena o altro, poiché nel momento in cui lo fai il giudice di sedia assegna il game e rimani interdetto: «Ora cosa devo fare? Devo lanciare la pallina o farla rotolare?» mentre ti guardi in giro in cerca di un aiuto.”

Dopodiché Novak ha sottolineato che è stato un piacere lavorare fianco a fianco e fare squadra con dei teenager, un gruppo a rotazione che cambiava ogni giorno. In un incontro tra Elise Mertens e Daria Seville si è trovato a fare il raccattapalle con quattro ragazze e un ragazzo, tutti sotto i venti anni. “A essere onesti mi hanno trattato come uno qualsiasi, anche se al primo impatto pensavano che fossi il loro coordinatore o roba del genere.” dice ridendo. “Una volta che hanno capito che ero uno di loro, mi hanno incluso nel gruppo.” Novak ha aggiunto che il suo sguardo severo mentre è in azione non deve trarre in inganno: è la sua tipica espressione di quando è in campo, ma fidatevi, si sta divertendo.

I suoi amici, molti dei quali sono andati a vederlo di persona, oppure si sono abbonati a Tennis Channel, gli hanno fatto diverse osservazioni critiche: “Mi dicono che sono troppo serio, ma io rispondevo: «Ehi, cosa vi aspettavate?! Che dessi il cinque ai giocatori?!»” Gli ha fatto molto piacere essere riconosciuto dalla gente. Diversi conoscenti gli hanno inviato screenshot di lui in TV. Veniva riconosciuto perfino da persone che non conosceva non quando girava tra i campi. Racconta di quando un giorno stava mangiando a un tavolo e tre donne si sono avvicinate e gli hanno chiesto quale lavoro facesse. Una volta saputo, lo hanno tempestato di domande. Gli hanno chiesto quale sarebbe stato il suo incontro successivo e poi sono andate a vederlo far rimbalzare e passare le palline. “La parte buffa della storia è stata il giorno dopo, quando sono arrivato al torneo con una coppia di amici e mio marito, e non appena siamo entrati le tre donne hanno iniziato a urlare come se fossi una celebrità” ricorda divertito Novak. “Mi sono sentito importante in mezzo ai miei amici e loro ci hanno riso su.” A quanto afferma Garrido, Novak ha ricevuto solo ottimi feedback. “Sin dal primo giorno di allenamento, Jim è stato il più positivo tra tutti. Dicevi «Salta!» e chiedeva quanto in alto, dicevi «Corri!» e chiedeva quanto veloce. I ragazzi adorano lavorare con lui. Ho sentito solo un gran bene sul suo conto e quando poteva aiutava e guidava i più giovani. È stata una piacevole scoperta per il nostro team, qualcuno di cui su cui puoi far sempre conto”.

Garrido ha aggiunto che è ancora presto per dire se saranno necessari raccattapalle adulti per l’edizione 2023, in quanto in un mondo perfetto sarebbero già al completo con il gruppo di ragazzi tra i 14 e i 21 anni. Tuttavia dopo questo esperimento durato due tornei, Garrido non esiterà a chiamare adulti se dovesse servire. Per quanto riguarda Novak, ovviamente sa di dare una mano in qualità di sostituto, ma adesso che ha avuto un primo assaggio sarà felice di dare il suo contributo finché potrà. “Ho detto agli organizzatori che sono qui per aiutare se serve e posso sempre migliorare. Se invece non hanno bisogno di me, basta dirlo. Se sono a corto di ragazzi lo faccio volentieri e mi diverto.” ha detto Novak. “Qualora dovesse esserci maggior affluenza di giovani e fossi di troppo, andrebbe bene lo stesso.” E ha concluso che l’esperienza ha avuto solo un aspetto negativo: “Sfortunatamente non potrò più guardare con gli stessi occhi di prima un incontro di tennis, perché passerò tutto il tempo a seguire i raccattapalle”.

Traduzione di Lorenzo Andorlini

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Challenger

Vita da Challenger: la scommessa abruzzese

Cronache dell’altro tennis dalle tribune di Roseto degli Abruzzi

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Tennis Club Roseto (foto via Instagram tennisclubroseto)

Dal nostro inviato Andrea Negro

E poi succede che ci troviamo a Silvi Marina durante il challenger di Roseto, anzi i challenger, perché sono due, uno in fila all’altro. Siamo qui per scrivere, non solo di racchette: il mare d’inverno è come un film in bianco e nero visto alla tivvù – cantava Ruggeri – e il sottofondo ideale per recuperare l’ispirazione, aggiungiamo noi.

Appena sappiamo che a meno di mezz’ora di 500 si gioca il tennis che conta, poggiamo la penna e imbocchiamo la SS16. Nel risalire l’Abruzzo verso nord, l’Adriatica – questo il nome romantico della statale – esibisce uno dei tratti più suggestivi: finite le case di Silvi s’incrocia la Torre di Cerrano a guardia di una spiaggia immensa che pare di stare in Normandia, poi si attraversano Pineto e la sua profumata distesa di pini marittimi, infine ci si immerge in un lungo canneto con l’acqua a destra, le colline a sinistra e, dietro, il Gran Sasso, una gigantesca meringata di neve.

 

Roseto ci accoglie viva, i suoi 25.000 abitanti ne fanno il centro più popoloso delle cosiddette “sette sorelle”, i comuni costieri che scorrono dal confine con le Marche fino ai bordi di Pescara. Il tempo di un paio di rotonde ed entriamo nel parcheggio condiviso dal Tennis Club Roseto e dal palazzetto del basket – la squadra locale gioca in B. Il circolo è sorprendentemente grande per le dimensioni del paese, 200 soci e 10 campi, quattro in terra outdoor, quattro coperti, due di padel. E ottimamente organizzato: come spendiamo il nome di Ubitennis, gli addetti all’ingresso ci consegnano a Elisabetta Di Berardino, figlia del fondatore e ambasciatrice del club. In un attimo ci stampano il pass e veniamo presentati prima al presidente Luigi Bianchini, poi al direttore del torneo, Luca Del Federico. L’accoglienza è quella calda, confidenziale e vagamente accorta degli abruzzesi, di cui chi scrive conosce bene la consistenza, avendo avuto mamma e nonna aquilane.

Del Federico ci racconta la genesi dei challenger Roseto 1 e Roseto 2, al loro primo anno di vita. La scintilla è scoccata con il tennis tour “I love Abruzzo” dell’estate scorsa, una kermesse di tornei di seconda categoria culminata in quattro ITF internazionali, giocati tutti sul territorio abruzzese. Un format concepito da Del Federico e sviluppato grazie al supporto della Regione, attenta a rilanciare economia e turismo locali anche attraverso lo sport. Da quell’esperienza, che nell’arco di quattro mesi ha coinvolto nove città e portato in Abruzzo 2.300 tennisti, e dalla sospensione del challenger di Francavilla, ormai fermo da tre anni, è nata l’idea di sfruttare la struttura del Tennis Club Roseto per un nuovo challenger sull’Adriatico. Risultato: due main draw di prestigio – tra i 32 al nastro di partenza anche Vesely, Mager, Cobolli, Taberner, Rosol, Trungelliti, Haase – un montepremi di 45.000 € e un bel successo di pubblico.

Uno degli aspetti più gratificanti di un challenger è la possibilità di mescolarsi a tennisti e addetti ai lavori senza le barriere del circuito maggiore: rispetto ai tornei ATP infatti mancano infrastrutture e bodyguard a protezione dei giocatori, capita perciò di incontrarli facilmente. Ci succede con Luciano Darderi, passaporto italo-argentino, col quale chiacchieriamo amabilmente dei margini, dei sacrifici, delle ambizioni di un ventenne n. 210 del ranking mondiale (lo vedremo anche allenarsi, gran servizio, buone prospettive). Ci succederà più tardi con Federico Gaio.

Poco prima delle 11 ci uniamo ai già numerosi spettatori sugli spalti, ci sono due semifinali di livello, la seconda con Cobolli. Non stupisce la presenza di tanti appassionati, da queste parti c’è antica tradizione tennistica, si gioca e si guarda giocare, perfino nei 9° di un marzo anomalo che costringe al giaccone quando a fine inverno qui di solito si gira in pullover. Taberner e Sanchez Izquierdo iniziano puntuali, altra prova della buona organizzazione del torneo, che all’arbitro affianca cinque giudici di linea in divisa, medici di supporto, tabelloni digitali con nome, nazionalità, punteggio e misuratore del servizio.

Ai primi scambi subentra lo straniamento di quando si assiste dal vivo alla performance di un vero tennista. Non è come vedere un match su Challenger TV, dove il filtro dello schermo appiattisce e rallenta i colpi; dalle tribune si colgono la velocità di palla e di gamba, la coordinazione, le rotazioni, si chiarisce il significato di una prima a 190 all’ora. E sfuma in un attimo quella sorta di illusoria condivisione che, a causa della vicinanza, ci piazza in campo coi campioni, come se insieme giocassimo la partitella della domenica. La verità è che, a guardare chi sa come usare una racchetta, viene voglia di darsi agli scacchi.

Mentre i due spagnoli randellano, un uomo si accorge che prendiamo appunti e ci scambia per un coach. Lo informiamo del nostro umile lavoro di scribacchini, il che determina una serie di rivelazioni da parte di colui che, essendone socio, si fa testimone dall’interno delle dinamiche del circolo. La prima riguarda la carenza di talenti tra i tennisti di Roseto, pare che chi vuole emergere emigri a Mosciano S. Angelo, lontana 18 km e pronta ad investire sui giovani più promettenti. Poi si passa all’invadenza della Scuola Tennis che intasa i campi, soprattutto d’inverno, obbligando gli iscritti a litigarsi le poche ore libere. La nostra gola profonda chiude con un accenno polemico al propagarsi del padel. Ci segniamo tutto, non è propriamente cronaca sportiva, tuttavia la deposizione del socio merita attenzione, gli umori della piazza spesso nascondono verità inconfessabili da parte degli organi ufficiali.

Intanto Taberner ha tamponato in due set l’esuberanza di Sanchez. In attesa che attacchino Cobolli e Borges, ci concediamo una delle svariate eccellenze gastronomiche locali: insieme agli arrosticini, il panino con la porchetta rende totalmente inutile la presenza di McDonald sul territorio abruzzese. Con la squisitezza tra le mani, vediamo Cobolli gestire malissimo il primo set, riprendersi nel secondo ma poi smarrirsi definitivamente nel terzo, lasciando al portoghese una vittoria ampiamente alla sua portata. Forse al romano servirebbe un pellegrinaggio a Mosciano S. Angelo.

Aspettiamo che Flavio smaltisca la sconfitta avvicinando e conoscendo Federico Gaio, infagottato a studiare l’allenamento di Giustino, lunedì parte Roseto 2 e sono entrambi iscritti in tabellone. Gaio ha buone parole per l’organizzazione, l’unico appunto è sul freddo, davvero molesto, nei primi turni si è giocato sotto la neve: forse sarebbe stato opportuno spostare la coppia di challenger ad aprile o maggio. Annuisce anche Fabio Colangelo, coach di Gaio dalle chiare origini abruzzesi. Fatti i doverosi auguri a Federico, intercettiamo Cobolli per una piacevole intervista, già riassunta in calce alla cronaca su Ubitennis della partita con Borges.

Il programma delle semifinali ora è terminato e con lui il nostro compito di umili scribacchini. Rimane soltanto da ringraziare Elisabetta, Del Federico e Bianchini per la cordialissima ospitalità; e rifiutare l’invito al ricevimento nel giardino del circolo da parte dell’altrettanto cordiale direttore sportivo, Emiliano Aloisi: non è il caso di farci la reputazione di chi sfrutta il pass giornalisti per imbucarsi ai party, e pazienza se ciò comporta la rinuncia alla sicura grigliata di arrosticini e porchetta.

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Racconti

Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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