2019, il tennis a novembre: Nadal torna numero 1 e vince la Davis

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2019, il tennis a novembre: Nadal torna numero 1 e vince la Davis

Il maiorchino chiude alla grande la stagione, dopo le Finals di Tsitsipas. In campo femminile la Fed Cup torna in Francia

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Nadal dopo aver vinto la Coppa Davis 2019 a Madrid (Photo by Silvestre Szpylma / Kosmos Tennis)

Il mese di novembre nel circuito tennistico è l’ultimo dal punto di vista agonistico; quello che chiude la stagione, quello dei bilanci, quello delle classifiche finali e per tradizione quello nel quale si svolgono il Masters maschile e le due finali delle competizioni a squadre, la Fed Cup e la Coppa Davis.

Per ciò che attiene il circuito femminile a novembre si sono svolti gli ultimi due tornei dell’anno, quelli minori di Taipei e di Houston. Campo di partecipanti come logico che sia abbastanza scarno, in terra asiatica trionfa Vitalia Diatchenko, in quello americano si rivede invece la veterana belga Kirsten Flipkens che in finale batte la “risorta” Coco Vandeweghe, nel 2019 lontana per buona parte della stagione dai campi di gioco per un infortunio che sembra finalmente essere superato.

Ma è chiaro che in campo femminile l’evento clou è stata la finale di Fed Cup tra Australia e Francia giocatasi a Perth davanti al pubblico delle grandi occasioni (spalti esauriti in entrambe le giornate). Ultima finale giocatasi con il vecchio format, perché come sappiamo anche la competizione a squadre femminile dall’anno prossimo mutuerà il format di quella maschile, cioè tutte le sfide finali si svolgeranno in un’unica settimana in quel di Budapest, scelta come sede per i prossimi 3 anni, con fase finale a 12 squadre (sperando di non rivedere i disastri organizzativi visti quest’anno a Madrid nella Davis, ma di questo ne parleremo più avanti).

 

La finale di Fed è stata l’epilogo migliore che la competizione potesse riservare, con la Barty (n.1 a fine anno nel circuito femminile e grandissima protagonista della stagione) che ha provato a trascinare le padrone di casa contro la Francia dell’esordiente capitano Julien Benneteau e della coppia Mladenovic/Garcia in campo. Ma alla fine l’hanno spuntata le francesi, al doppio decisivo, superando Barty/Stosur. Eroina della due giorni è stata Kiki Mladenovic, autrice di prestazioni eccellenti sia in singolare che in doppio e soprattutto vincitrice proprio di Ashleigh Barty nel primo singolare della giornata conclusiva, sfida che ha deciso nella sostanza la finale.

Kiki Mladenovic – Finale Fed Cup 2019 (foto via Twitter, @FedCup)

LONDON CALLING

In campo maschile novembre ha visto disputarsi come detto le Finals maschili e la nuova Coppa Davis in quel di Madrid. Queste due competizioni e la classifica finale dell’ATP hanno celebrato ancora una volta la classe, l’agonismo, la forza mentale e fisica di Rafael Nadal, tornato n.1 del ranking a fine anno, giusto premio alla stagione più che eccellente dello spagnolo. Eppure lo si dava per finito, usurato fisicamente e la sconfitta contro Fabio Fognini a Montecarlo sembrava dare conferma a tutto ciò. E invece no, Rafa è risorto (per l’ennesima volta), tornando il dominatore della terra rossa, vincendo New York, riprendendosi il trono del circuito maschile.

Non solo, Rafa non ha mollato di un centimetro nemmeno nella bolgia della nuova Davis di Madrid, vincendo tutti i suoi match (sia in doppio che in singolare) e conducendo la Spagna alla conquista della sua sesta Coppa Davis, siglando il punto finale contro il giovanissimo canadese Denis Shapovalov, altro protagonista in positivo del 2019 tennistico maschile.

Ma andiamo con ordine. Si arriva alle Finals con il trono del circuito ATP ancora in gioco tra Novak Djokovic e Rafa Nadal. Il serbo deve arrivare almeno in semifinale per riconquistare la vetta, Rafa invece deve cercare quantomeno di superare il gruppo eliminatorio per arginare al meglio il tentativo di rimonta del suo rivale. Finisce che Nole viene eliminato a sorpresa nel gruppo eliminatorio ed è costretto quindi a cedere definitivamente la leadership allo spagnolo che però segue la stessa sorte pagando a caro prezzo la sconfitta nella prima giornata contro il tedesco Zverev.

Le semifinali del Masters vedono in campo tre giovani dal sicuro avvenire e il veterano Roger Federer. Il greco Tsitsipas batte in due set lo svizzero che avevo profuso uno sforzo non da poco eliminando nell’ultima giornata del girone eliminatorio Djokovic, giocando una partita quasi perfetta (a 38 anni!), mentre nell’altra semifinale Dominic Thiem elimina in due set Sascha Zverev.

La finale è stupenda, emozionante e giocata al cardiopalmo. La spunta Tsitsipas al tie-break del terzo set e l’impressione è che finalmente qualcosa di concreto si stia intravedendo alle spalle di Roger, Rafa e Novak.

Stefanos Tsitsipas con il trofeo – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

LA DAVIS CONTROVERSA

Nadal, felice per la riconquista della posizione numero 1 (“Per tutto quello che ho passato essere di nuovo n.1 è un miracolo”) si getta a capofitto nella nuova Coppa Davis, ribattezzata da qualcuno Coppa Piqué (dal nome del difensore del Barcellona che con la Kosmos ha rivoluzionato il format della manifestazione), per condurre la Spagna che gioca in casa alla conquista del titolo.

Se al momento dell’ufficializzazione del cambio di format i tradizionalisti avevano storto il naso, i fatti hanno poi dimostrato che il tentativo di cambiare va (per alcuni motivi) apprezzato ma questa Davis non ha nulla a che vedere con la vecchia manifestazione, e soprattutto a livello organizzativo necessita di diverse migliorie. Si dirà che siamo all’inizio e che bisogna dare tempo al tempo. Probabile, ma alcune cose viste a Madrid sono state ai limiti del grottesco, come ad esempio le sfide serali concluse ben dopo mezzanotte (senza parlare dell’ormai famoso doppio Italia-Usa terminato alle 4.05) e con poche decine di persone sugli spalti.

Appare abbastanza evidente che servano più giorni e almeno un altro campo per consentire al nuovo format di svolgersi in maniera regolare, altrimenti a fine stagione rischiano di essere pochi i tennisti a fare il sacrificio di partecipare alla manifestazione. Sia ben chiaro, lo spirito di chi gioca rimane lo stesso della vecchia Davis, quando si gioca per la propria nazione si dà l’anima e vengono fuori partite godibili ed emozionanti, ma se poi sugli spalti ci sono solo un migliaio di persone a tifare della vecchia Davis può rimanere solo il ricordo.

Servono allora investimenti da parte delle varie federazioni (visto che poi la Kosmos elargisce non pochi soldi alle stesse) per consentire ai tifosi di accorrere anche lontano da casa in massa a sostenere la propria nazione, come qualcuno – si veda il Canada quest’anno – ha già provato a fare quest’anno. Serve un’organizzazione migliore che consenta di godere dello spettacolo in maniera normale, serve forse cambiare la sede spesso perché è indubbio che chi gioca in casa ha un vantaggio non da poco (si parla come alternativa a Madrid di Indian Wells).

IL CAPOLAVORO DI RAFA

Comunque sia, la nuova Davis porta ai quarti di finale le sei nazionali che vincono i gironi eliminatori composti da tre squadre (Spagna, Canada, Serbia, Germania, Gran Bretagna e Australia) e le due migliori seconde (la Russia e l’Argentina). Non mancano le polemiche per un paio di rinunce a giocare il doppio (il Canada contro gli USA e l’Australia contro il Belgio, in entrambi i casi a risultato ormai già acquisito a favore delle nazioni che danno forfait) che vengono penalizzati con un doppio 6-0 che ai fini delle classifiche avulse avrebbero potuto pesare e non poco (fortunatamente alla fine non è stato così, ma questo è un altro aspetto che andrà regolamentato).

Nei quarti di finale non mancano le sorprese. La Serbia di Djokovic viene eliminata al doppio dalla Russia di Khachanov e Rublev dopo aver mancato tre match point e la conferenza stampa a fine match dei serbi è davvero emozionante con capitan Zimonjic che è costretto più volte a fermarsi per non scoppiare in lacrime, ulteriore episodio che testimonia quanto la manifestazione sia sentita dai tennisti. Ci vuole un super Nadal per battere l’Argentina, sostenuta come al solito da un gran numero di tifosi, che cede solo al doppio decisivo. Da rimarcare che tra gli spagnoli Roberto Bautista-Agut deve lasciare (temporaneamente) la squadra per la morte del padre. Ritornerà per la finale e sarà decisivo come nelle favole più belle a lieto fine.

La commozione di Roberto Bautista Agut – Finale Davis Cup 2019 (Photo by Mateo Villalba / Kosmos Tennis)

La Gran Bretagna nonostante Andy Murray non al meglio, grazie a Edmund e Evans, fa fuori con un netto 2-0 la Germania e si qualifica per le semifinali. Ma la vera sorpresa è il Canada che con un rinato Pospisil e l’emergente Shapovalov batte a sorpresa 2-1 l’Australia e arriva tra le prime quattro. Nonostante l’assenza nelle prime sfide di un malconcio Felix Auger-Aliassime, i nordamericani si sono pressi il lusso di superare il girone eliminatorio battendo sia Italia che Stati Uniti.

La nostra nazionale era arrivata carica di speranze a Madrid, ma l’inopinata sconfitta di Fognini contro Pospisil nel primo singolare della prima sfida e quella di un esausto Berrettini contro Taylor Fritz nel secondo singolare contro gli USA ci hanno portato ad un’eliminazione immediata e anche cocente. Peccato davvero, perché erano anni che non avevamo sulla carta una squadra così forte (Berrettini n.8, Fognini n.12 del ranking), ma la nuova formula non ammette distrazione alcuna, basta un niente e sei fuori.

Il cammino del Canada continua in maniera brillante perché anche la Russia viene battuta in semifinale con un altro 2-1. Si tratta della prima finale della loro storia per i canadesi.

Dall’altra parte arrivano in finale i padroni di casa che guidati da un indomito Nadal superano al doppio decisivo la Gran Bretagna. Gran spettacolo in quest’ultima gara con Nadal e Feliciano Lopez da una parte e Jamie Murray e Neil Skupski dall’altra.

La Spagna affronta la finale con gli ovvi favori del pronostico e come detto con il rientrante Bautista-Agut inizia nel modo migliore la sfida grazie alla vittoria del suo numero 2 contro un avversario anche lui al rientro, Auger-Aliassime. Come è giusto che sia tocca quindi a Rafa Nadal chiudere la contesa, circostanza che si verifica puntualmente contro un ottimo Shapovalov che dà tutto quello che ha prima di cedere in due set. La Spagna torna a vincere la Davis, Rafa Nadal festeggia così nel modo migliore il ritrovato trono ATP e segna l’ennesimo record della sua carriera: nella manifestazione, su 30 singolari giocati, ha perso solo il primo nel lontano 2004 contro Jiri Novak prima di infilare una striscia positiva ancor oggi aperta.

Insomma, il 2019 si chiude, in campo maschile, con l’ennesima resurrezione di Rafael Nadal, sempre più leggenda di questo sport al fianco di Roger Federer e Novak Djokovic. Li rivedremo al top anche nel 2020?

Il bacio di Rafael Nadal a Feliciano Lopez – Davis Cup Finals 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)

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Uno contro tutti: il biennio 1993-1994, da Jim Courier a Pete Sampras

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. L’undicesimo nome è quello di Pete Sampras, che inizierà una lunga monarchia

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Peter Sampras allo US Open 1988

Terminato il 1992 in testa alla classifica mondiale, Jim Courier sceglie di non giocare alcun torneo prima degli Australian Open. A Melbourne difende il titolo conquistato l’anno precedente battendo in finale Stefan Edberg e il risultato si ripete pressoché identico dodici mesi più tardi. Il n.1 arriva in finale senza aver perso alcun set e domina lo svedese per metà partita; poi Edberg si riprende, fa suo il terzo e nel quarto spreca diverse occasioni per trascinare il rivale al tie-break prima di arrendersi per 7-5. Due settimane dopo, a Memphis, Jim allunga la sua striscia ma stavolta è chiamato a risolvere diverse situazioni complicate e in finale il connazionale Todd Martin sfiora il colpaccio. Neanche il tempo di gioire che dal Tennessee è già ora di spostarsi a Philadelphia e lì Courier perde al primo turno con Derrick Rostagno.

Il ragazzo, di origini italiane ma nato a Hollywood, è famoso soprattutto per essersi trovato avanti di due set a zero contro Boris Becker al secondo turno degli US Open 1989 e di aver avuto due match-point a favore nel tie-break del quarto set, il secondo dei quali annullato dal tedesco – che poi avrebbe vinto il titolo – con l’ausilio del nastro. In Pennsylvania però Rostagno non trema e porta a casa la sua unica vittoria in carriera contro un numero 1 del mondo, carriera che si chiuderà con un solo titolo all’attivo (New Haven 1990) ma diverse vittorie contro tennisti di primissimo livello.

Il ko di Philadelphia ha dato modo a Courier di rifiatare e gli effetti si vedono subito a Indian Wells, dove arriva il terzo titolo stagionale battendo Ferreira in finale ma la sensazione è che la programmazione del numero 1 sia troppo intensa, tanto che a metà aprile sono già otto i tornei disputati. Il settimo, di questi tornei, gli è però fatale. Dopo aver perso con Woodforde a Miami e con Mansdorf a Osaka, è Tokyo la città del sorpasso. Nella capitale del Giappone Courier si fa sorprendere al terzo turno da Jonathan Stark mentre Pete Sampras mette le mani sulla coppa e gli soffia la prima posizione nel ranking ATP. Il cambio della guardia avviene il 12 aprile ma Courier, che da numero 2 otterrà ottimi risultati (le finali al Roland Garros e Wimbledon e i titoli di Roma e Indianapolis), avrà l’opportunità di aggiungere le ultime tre settimane al suo regno in prossimità e durante gli US Open. A New York, Jim perde negli ottavi con Pioline e il francese lo sostituisce in finale dove però rimedia solo undici giochi con Pete Sampras. In totale il regno di Courier è durato 58 settimane, durante le quali ha giocato 100 incontri (79 vinti) e 25 tornei (6 vinti).

Per chiudere il discorso relativo a Jim Courier, abbiamo cronologicamente trascurato i primi giorni della lunga monarchia di Pete Sampras. Ancora una volta, lo scettro mette pressione al detentore e nemmeno Sampras si sottrae alla regola. Vero è che, dopo il debutto vittorioso a Hong Kong (battendo proprio Courier in finale), Sampras si sposta sulla superficie meno amata (la terra) ma il ko di Atlanta con l’olandese Jacco Eltingh, n.87 del mondo, è duro da digerire mentre è più comprensibile la sconfitta in semifinale a Roma con Ivanisevic. Alla vigilia del Roland Garros il nuovo n°1 decide di continuare il rodaggio partecipando con gli USA alla World Team Cup di Dusseldorf e aggiunge un trofeo alla sua lista battendo Stich nella vittoriosa finale con la Germania. L’unica nota negativa della settimana è stata la pesante sconfitta con Bruguera (6-3 6-1), antipasto del replay che avviene a Parigi nei quarti di finale, dove Sampras lotta un po’ di più ma perde in quattro set dal futuro vincitore del torneo.

 

L’impatto con l’erba, ovvero il terreno che gli darà le maggiori soddisfazioni negli anni a venire, è a dir poco traumatico. Al Queen’s, Pete esce subito per mano di Grant Stafford; il sudafricano è appena il settimo tennista classificato oltre la centesima posizione del ranking ad aver battuto il re in quasi vent’anni di classifiche stilate dal computer. Peraltro, dopo tante settimane passate a “pedalare” sul rosso, un ingresso zoppicante sull’erba ci può anche stare; l’importante è non perseverare e infatti Sampras fuga subito ogni dubbio alzando la coppa di Wimbledon dopo aver eliminato nei quarti il campione uscente Agassi e in finale di nuovo Jim Courier in quattro set.

Forse appagato, Sampras rimedia quattro sconfitte in preparazione agli US Open ma se a Montreal, con Brett Steven, si arrende in due partite, nelle altre tre occasioni gli è fatale il tie-break del terzo set: con Krajicek a Los Angeles, con Edberg a Cincinnati e infine con Patrick Rafter (altro over-100) a Indianapolis. Ma, come abbiamo ricordato in precedenza, quando arriva lo Slam Pete cambia marcia e a New York gli unici a strappargli un set sono Daniel Vacek e Michael Chang; troppo poco per impedirgli di tornare sul trono degli US Open (tre anni dopo la prima volta) e su quello mondiale. Il settennato di Pete non sarà esente da minacce e in questo lungo periodo Sampras si vedrà usurpare il trono ben 11 volte e conoscerà sette nuovi re ma non perderà mai di vista quello a cui tiene maggiormente, ovvero essere in testa alla fine della stagione.

La prima delle sei consecutive (1993-1998) che chiude al comando è dunque quella in corso, la cui coda sul sintetico lo vede protagonista in Europa. I titoli di Lione a Anversa mitigano la prematura eliminazione a Stoccolma (battuto da Carlos Costa) e il ko rimediato nei quarti a Bercy per mano di Ivanisevic. I due Masters in terra tedesca lo vedono favorito ma sia a Francoforte che a Monaco il trofeo lo alzano altri; nell’ATP World Tour Championship conquista la finale imbattuto ma due tie-break lo condannano alla sconfitta con Michael Stich (7-6 2-6 7-6 6-2) e ancora peggio va nella semifinale della Grand Slam Cup in cui Korda si impone 3-6 7-6 3-6 7-6 13-11 dopo aver salvato ben cinque match-point.

L’inizio del 1994 fa ben sperare gli avversari del n.1 del mondo. A Doha, Sampras diventa il secondo leader ATP a perdere da un tennista classificato oltre la duecentesima posizione mondiale: a eliminarlo al debutto è infatti il marocchino Karim Alami (205), qualificato e già in procinto di partire per Jakarta, dove avrebbe dovuto disputare le qualificazioni. Sampras inizia bene ma, come ammetterà lui stesso, “ad un certo punto ho perso il servizio e non l’ho più ritrovato”. C’è anche chi sostiene che Pete, incassato l’ingaggio, non si sia impegnato più di tanto per rimanere a lungo nel caldo umido del Qatar e quanto succede in Australia parrebbe corroborare questa tesi. Tra Sydney e Melbourne, infatti, lo statunitense torna padrone del vapore e solo un giovane russo, al secondo turno dello slam di Flinders Park, lo fa tremare tenendolo in campo fino al 9-7 del quinto set: Yevgeny Kafelnikov. Per il resto, battendo Todd Martin in finale Sampras entra nei libri di storia quale secondo tennista nell’Era Open capace di aggiudicarsi tre Slam consecutivi e questo gli darà ulteriore motivazione per ben figurare al Roland Garros.

Anche se Parigi è lontana quasi cinque mesi, Sampras sembra intenzionato a tenere un ritmo elevatissimo e, dopo aver perso di nuovo con Eltingh a Philadelphia (peraltro con lo stesso score di Atlanta 1993, ovvero 7-6 6-4), il n.1 spazza via la concorrenza per cinque tornei consecutivi: Indian Wells, Miami, Osaka, Tokyo e Roma. Il Sampras che travolge Becker 6-1 6-2 6-2 nella finale degli Internazionali d’Italia può legittimamente aspirare a far centro anche al Roland Garros e non è certo la sconfitta subita a Dusseldorf in World Team Cup contro Stich ad abbassarne la fiducia. In Francia, i primi quattro turni non presentano grosse difficoltà ma nei quarti è l’orgoglio di Jim Courier a interrompere il sogno del “Sampras-Slam” alimentando l’idiosincrasia di Pete nei confronti del major parigino.

Nonostante la sconfitta in finale al Queen’s per mano del connazionale Todd Martin, l’erba ridona il sorriso a Sampras che si conferma campione a Wimbledon perdendo appena un set – proprio contro Martin in semifinale – nell’intero torneo. Dopo una complicata sfida di Davis a Rotterdam, in cui gli Stati Uniti battono l’Olanda 3-2 ma è Jim Courier a rimediare alla sconfitta di Pete con Krajicek nella terza giornata, il n.1 salta l’intera stagione americana a causa di una tendinite e si presenta agli US Open a corto di condizione. Sperando di trovare la forma nel corso del torneo, Sampras supera i primi tre turni senza eccessive difficoltà ma in un caldo e afoso pomeriggio di ottavi di finale si fa trascinare al quinto set dal peruviano Jaime Yzaga, tennista in cui il talento e la rapidità hanno sopperito a un deficit di potenza. La sfida resterà negli annali del torneo e Sampras, pur dando fondo a tutte le sue energie, deve cedere con lo score di 3-6 6-3 4-6 7-6 7-5. Negli spogliatoi, Pete trova l’amico Gerulaitis a dargli conforto senza sapere che sarà il loro ultimo incontro; Vitas morirà tragicamente un paio di settimane più tardi, avvelenato dal monossido di carbonio di una stufa difettosa.

Nel rush finale del 1994, Sampras deve vedersela quattro volte con Magnus Larsson. Riesce a batterlo in Davis Cup (dove però gli USA cedono in trasferta alla Svezia), a Stoccolma e nella finale di Anversa ma nell’ultimo torneo stagionale, la Grand Slam Cup, lo scandinavo gli nega l’impresa di aggiudicarsi entrambi i Masters battendolo in finale 7-6 4-6 7-6 6-4. Certo, la vittoria nell’ATP World Tour Championship ha maggiore rilievo (anche perché ottenuta battendo Becker in finale dopo essere stato sconfitto dal tedesco nel round-robin) ma la doppietta sarebbe stato un risultato di grande spessore. L’appuntamento però è solo rimandato di qualche anno; ne riparleremo nella prossima puntata.


TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – TREDICESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1993COURIER, JIMROSTAGNO, DERRICK67 16FILADELFIAH
1993COURIER, JIMWOODFORDE, MARK36 62 26MIAMIH
1993COURIER, JIMMANSDORF, AMOS57 67OSAKAH
1993COURIER, JIMSTARK, JONATHAN46 26TOKYOH
1993SAMPRAS, PETEELTINGH, JACCO67 46ATLANTA  C
1993SAMPRAS, PETEIVANISEVIC, GORAN67 26ROMAC
1993SAMPRAS, PETEBRUGUERA, SERGI36 16WORLD TEAM CUPC
1993SAMPRAS, PETEBRUGUERA, SERGI36 64 16 46ROLAND GARROSC
1993SAMPRAS, PETESTAFFORD, GRANT75 57 46QUEEN’SG
1993SAMPRAS, PETESTEVEN, BRETT67 36CANADA OPENH
1993SAMPRAS, PETEKRAJICEK, RICHARD46 63 67LOS ANGELESH
1993SAMPRAS, PETEEDBERG, STEFAN76 57 67CINCINNATIH
1993SAMPRAS, PETERAFTER, PATRICK67 76 67INDIANAPOLISH
1993COURIER, JIMPIOLINE, CEDRIC57 76 46 46US OPENH
1993SAMPRAS, PETECOSTA, CARLOS67 62 16STOCCOLMAS
1993SAMPRAS, PETEIVANISEVIC, GORAN67 57PARIGI BERCYS
1993SAMPRAS, PETESTICH, MICHAEL67 62 67 26MASTERS S
1993SAMPRAS, PETEKORDA, PETR63 67 63 67 1113GRAND SLAM CUPS
1994SAMPRAS, PETEALAMI, KARIM63 26 46DOHAH
1994SAMPRAS, PETEELTINGH, JACCO67 46FILADELFIAS
1994SAMPRAS, PETESTICH, MICHAEL63 67 26WORLD TEAM CUPC
1994SAMPRAS, PETECOURIER, JIM46 75 46 46ROLAND GARROSC
1994SAMPRAS, PETEMARTIN, TODD67 67QUEEN’SG
1994SAMPRAS, PETEKRAJICEK, RICHARD62 57 67 57DAVIS CUPH
1994SAMPRAS, PETEYZAGA, JAIME63 36 64 67 57US OPENH
1994SAMPRAS, PETEEDBERG, STEFAN36 RIT.DAVIS CUPS
1994SAMPRAS, PETEBECKER, BORIS46 46STOCCOLMAS
1994SAMPRAS, PETEAGASSI, ANDRE67 57PARIGI BERCYS
1994SAMPRAS, PETEBECKER, BORIS57 57MASTERS S
1994SAMPRAS, PETELARSSON, MAGNUS67 64 67 46GRAND SLAM CUPS


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Niente finale a Wimbledon, ma l’erba del tennis cresce anche in Friuli

Voglia di tennis in stile Wimbledon? In Friuli-Venezia Giulia, a Gradisca d’Isonzo, c’è un campo in erba, verissima, grazie alla passione della famiglia Rizzotti

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Il campo di Gradisca d'Isonzo (dal profilo Facebook del ristorante 'Al Ponte')

Nostalgia di Wimbledon? Oggi, 12 luglio, avrebbe dovuto esserci la finale… Ebbene, alle porte di una ridente cittadina del Friuli-Venezia Giulia possiamo ritrovare le sensazioni del tennis su erba naturale. Non avrà l’aura sacra e centenaria del manto erboso di Church Road ma il campo in erba, verissima, di Gradisca d’Isonzo, in provincia di Gorizia, rappresenta una vera chicca per gli appassionati del tennis d’antan. Noi siamo andati a vederlo e abbiamo incontrato gli artefici di questa tanto apprezzata quanto originale iniziativa.

È una bella storia quella che c’è dietro a questo meraviglioso campo, quella della grande passione per il tennis di Fabiano Rizzotti e di suo figlio Marco. La famiglia Rizzotti è nota da decenni in regione, per il grande savoir faire in campo enogastronomico, e da diversi anni ha ampliato la propria attività di ristorazione con una struttura alberghiera, sorta nell’area retrostante il loro storico ristorante “Al Ponte” di Gradisca d’Isonzo. Nel cuore di un’ampia zona verde intorno all’hotel, dal 2014 è stato allestito anche un campo da tennis, l’unico in erba vera, ad oggi, in Friuli-Venezia Giulia e uno dei pochi presenti in Italia (ne troviamo anche in provincia di Rovigo, Brescia e Cagliari).

Foto di Laura Guidobaldi

Si tratta di un campo dalle misure regolamentari: l’area complessiva misura 800 metri quadrati (40×20) compresi gli spazi per il bordocampo in cui sono state posizionate panchine, sedie e l’impianto di irrigazione.

 

L’erba è la stessa dell’All England Club? “Purtroppo il tipo di erba di Wimbledon non resisterebbe al clima di questa zona, in agosto fa troppo caldo” ci ha spiegato Marco Rizzotti che, peraltro, nel 2010, ha avuto modo di visitare l’impianto di Wimbledon.

Abbiamo optato per un’erba che si adatti bene al clima locale, quella utilizzata anche per i campi da golf in regione“. Infatti, pur essendo una regione settentrionale, la zona sud del Friuli-Venezia Giulia, grazie alla costa, presenta un microclima quasi mediterraneo, con estati molto calde e, a volte afose. “Ma è comunque un’ottima erba per giocarci” continua Marco, “e la palla schizza via veloce, non è sempre facile averne il controllo, ci vuole una certa abilità. Il periodo ideale per questi campi va dalla primavera fino a settembre, in questi mesi a volte organizziamo dei tornei interni e amatoriali, di singolare e doppio, con tanto di trofeo. Per la realizzazione delle righe, ci siamo dotati di una vera e propria macchina traccialinee, proprio come quella utilizzata a Wimbledon!“.

Il campo è stato realizzato con uno scavo iniziale profondo 50 centimetri, con uno strato di sassi grossi e via via con ciottoli più piccoli per il drenaggio dell’acqua. L’ultimo strato è costituito da terriccio e sabbia.

Il campo di Gradisca d’Isonzo (dal profilo Facebook del ristorante ‘Al Ponte’)

Dopodiché, sono stati posizionati dei lunghi rotoli d’erba naturale. “Il giardiniere tratta il manto erboso ogni due-tre settimane con dei prodotti antinfestanti per limitare la crescita delle erbacce. La manutenzione è alquanto complicata” conferma Marco, “le erbacce invadono facilmente il prato. L’erba viene tosata con una macchina tagliaerba elicoidale, anche due volte alla settimana“.

Il campo infatti appare perfettamente rasato. “L’irrigazione, automatica, viene effettuata due volte al giorno, mattina e sera e, nei giorni i più caldi, anche verso mezzogorno” ci spiega Rizzotti. “Il campo non è dotato di luci artificiali. In estate, c’è buona visibilità fino alle 20 circa ma, soprattutto, con il calar della sera si forma la rugiada e il terreno diventa molto scivoloso. Durante l’inverno il campo non è coperto e l’erba non viene tagliata. Lo lasciamo così. Tuttavia, il manutentore ci mette un prodotto antigelo tra novembre e dicembre. Poi, tra marzo e aprile, lo “arieggia” carotando il prato con uno strumento apposito“.

Insomma, un gran lavoro, sorretto da una grande passione, soprattutto considerando il fatto che non si tratta di una struttura sportiva e di un circolo tennis in particolare, bensì di un campo privato, per la gioia della famiglia Rizzotti, degli appassionati locali del tennis su erba e, naturalmente, dei clienti dell’albergo.

Così, da qualche anno, il tennis in Friuli si tinge anche di un bel verde naturale. E, soprattutto, in questa stagione 2020 sinistrata dal coronavirus, il tennis green di Gradisca lenisce un po’ della forte nostalgia dell’amato Wimbledon.

Foto di Laura Guidobaldi

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A 40 anni dalla finale di Wimbledon 1980: metti un Rocavert tra Borg e McEnroe

Oggi la finale di Wimbledon più famosa dell’Era Open festeggia 40 anni. Eppure non tutti ricordano che quella partita rischiò di non andare mai in scena… per colpa di un terzo incomodo, Terry Rocavert

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Oggi ricorre il quarantesimo anniversario della partita di tennis più famosa dell’Era Open, o quantomeno una delle più iconiche: parliamo della finale di Wimbledon ’80 tra Bjorn Borg e John McEnroe.

Di quella partita ho un ricordo particolare e straordinariamente nitido, costituito dalla frase che mi disse mio padre all’inizio del terzo set: “Vado a fare due passi, tanto questi due vanno avanti almeno altre due ore“. Mio papà ebbe molta fortuna, perché un’ora dopo – lui assente – Borg, complice un ispirato McEnroe, sprecò due match point consecutivi al servizio dandogli così modo di aggiudicarsi il tie-break del quarto set – forse il più memorabile squarcio di tennis di tutti i tempi – e di portare il match al quinto – che di memorabile invece ebbe solo il punteggio, perché Borg offrì un esempio di forza mentale straordinario e lo dominò, concedendo al suo avversario solo tre punti nei suoi sette turni di servizio, due dei quali nel primo.

Spero che i lettori mi perdoneranno ma su cotanta partita non aggiungerò altro. In fondo, penne ben più nobili e meritevoli della mia se ne sono a più riprese occupate e io rischierei quindi solo di fare brutta figura, producendo uno scontato esercizio di retorica sportiva. Pochi invece si sono occupati di un altro incontro che si disputò a Wimbledon quell’anno e che solo per pochissimi punti non impedì lo svolgimento della finale così come noi la conosciamo.

 

Si tratta di un incontro nel quale mi sono imbattuto per puro caso nel momento in cui – per preparare l’introduzione all’articolo celebrativo – ho analizzato il tabellone per ripercorrere il percorso fatto da Borg e McEnroe per raggiungere la finale; sono rimasto così colpito dal punteggio di questo incontro che ho prima deciso di saperne qualche cosa di più e – dopo averlo fatto – di compiere… un ammutinamento giornalistico. Mi riferisco al match di secondo turno che vide John McEnroe opposto a Terry Rocavert.

Alzi la mano chi – oltre al nostro Direttore – ricorda questo carneade australiano nato a Sidney nel 1955, più esattamente il 21 ottobre (come l’autore dell’articolo, nda). Il sito dell’ATP su di lui dice soltanto che raggiunse nel maggio del 1980 la sua miglior posizione assoluta – la novantaduesima–  e nel medesimo anno sul cemento outdoor di Columbus l’unica finale della carriera. Aggiungiamo a queste informazioni che suo padre – Don Rocavert – fu un discreto giocatore agli inizi degli anni 50.

Al primo turno dei Championships l’australiano battè in rimonta in cinque set un ottimo “quasi ex” giocatore, il trentanovenne inglese Roger Taylor al quale era stata offerta una wild card e al secondo si trovò di fronte McEnroe reduce da una facile vittoria in tre set contro il connazionale Butch Walts. Nessuno si aspettava quindi che il numero due del mondo potesse faticare per arrivare al terzo turno. Nessuno tranne (forse) Terry Rocavert.

La partita fu sospesa per pioggia sul punteggio di 2-2 nel primo set e riprese il giorno successivo. Rocavert rischiò seriamente di non arrivare in tempo per ricominciare a giocare a causa di una serie di rocamboleschi contrattempi stradali ma alla fine, fortunatamente per lui e per la nostra storia, ci riuscì. Quella che segue è la traduzione di un’intervista che Rocavert rilasciò anni dopo a un sito australiano, Theage.com.

Terry Rocavert

Quel giorno arrivai a Wimbledon in abiti civili; corsi a cambiarmi, presi le mie racchette e iniziai a giocare meravigliosamente. Vinsi così il primo set e persi il secondo ingiustamente, perché a mio parere giocai meglio io di lui. Il mio colpo migliore era il rovescio e pertanto il servizio a uscire dei mancini non mi dava fastidio, anzi, era il contrario. A un certo punto la pallina iniziò a sembrarmi grande come una palla da basket e a venirmi incontro al rallentatore; ero in stato di grazia al punto che vinsi il tie-break del terzo set per 7 punti a 0.

Anche il quarto set giunse al tie-break (che per la prima volta a Wimbledon si disputava sul punteggio di 6-6 e non più sull’8-8, nda) e sull’1-1 McEnroe commise un doppio fallo regalandomi così un mini-break; lo vidi scrollare le spalle subito dopo quell’errore e in quel momento si spezzò l’incantesimo. Pensai alle conseguenze di una mia possibile vittoria e a quello che mi avrebbero chiesto in conferenza stampa e fu la fine“.

McEnroe si aggiudicò infatti il tie-break e il set decisivo dell’incontro. Risultato finale: J. McEnroe b. T. Rocavert 4-6 7-5 6-7 7-6 6-3. Il rischio corso ebbe l’effetto di una scarica elettrica positiva su McEnroe, che nelle successive quattro partite perse solo un set in semifinale contro Connors.

A Rocavert il destino invece non riservò più momenti di gloria sul campo, ma non gli precluse una buona carriera di allenatore in Australia durante la quale tenne a battesimo il debutto nel circuito professionistico di giocatori del calibro di Todd Woodbridge e Jason Stoltenberg.

Un’ultima curiosità su Rocavert: alcuni anni fa, in collaborazione con la federazione australiana, ha importato in Australia dall’Italia il materiale con il quale vengono preparati i terreni in terra rossa del Foro Italico per ricreare nel suo Paese campi da tennis con una superficie identica a quello in cui si disputano gli Internazionali d’Italia. Questo perché – a suo avviso – il dominio dei giocatori europei e sudamericani dipende dal fatto che crescono giocando sul mattone tritato. Detto da uno che giunse ad un passo dal battere McEnroe sull’erba fa sicuramente un certo effetto.

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