In ATP Cup si è fermata la striscia di vittorie di Nadal. Oppure no?

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In ATP Cup si è fermata la striscia di vittorie di Nadal. Oppure no?

Nadal è stato battuto prima da Goffin e poi da Djokovic. In una competizione tra squadre nazionali non perdeva dal 2004: ma l’ATP Cup lo era davvero? Non ufficialmente…

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La prima edizione dell’ATP Cup si è appena chiusa, ma una questione è rimasta aperta. No, non ci riferiamo alla difficile scelta, nell’incontro decisivo per l’assegnazione il trofeo, se schierare il giocatore più forte della squadra (e del mondo) oppure il più bello, bensì alla rappresentanza – vale a dire “in nome di chi” hanno incrociato le racchette i tennisti impegnati tra Sydney, Brisbane e Perth. La questione, che francamente nemmeno era tale per la quasi totalità di partecipanti, addetti ai lavori e appassionati, ha assunto una certa rilevanza con la sconfitta di Rafa Nadal per mano di David Goffin nel tie valido per i quarti di finale dell’ATP Cup contro il Belgio.

Perché Rafa non perdeva in una manifestazione a squadre dal febbraio 2004 nel suo rubber di esordio in Coppa Davis. Anzi, è stato sconfitto da John Isner in Laver Cup, per quanto “retroattivamente”, avverbio che dovrebbe far rabbrividire chiunque creda nella certezza delle regole. Diciamo allora che non perdeva da sedici anni indossando la maglia della Spagna. No, non è sufficiente nemmeno metterla in questo modo, giacché è stato battuto ai Giochi di Rio 2016 prima da Delpo in semifinale e poi da Nishikori. In un ulteriore tentativo di precisazione, possiamo finalmente affermare che Nadal non ha mai perso un incontro di singolare in una competizione a squadre con la maglia della Spagna. Ma possiamo davvero?

Innanzitutto, comincia a diventare troppo “limitativo”. È un po’ come il giocatore di club che “Ho vinto un torneo! Però non della FIT, un ‘sociale’, riservato ai mai classificati, over 60/100 (anni e chili), bla bla“. Inoltre – ed ecco il vero nocciolo della questione – era veramente la maglia spagnola quella che vestiva Rafa? La domanda certo non riguarda il solo campione maiorchino, ma è estesa a tutti coloro che hanno preso parte all’ATP Cup: hanno rappresentato la loro nazione come la rappresentano in Coppa Davis? Cerchiamo di dare una risposta a questa domanda analizzando regolamenti e fatti, ammettendo subito che, per colpevole semplicità, ci conformeremo alla denominazione ufficiale della Coppa Davis anche nel nuovo formato.

 

Rules and Regulations alla mano, nella sezione che riguarda l’evento appena concluso in Australia, non compare mai il termine nazione, ma si parla di squadra e Stato/Paese (country). Leggiamo che si tratta di “una competizione per 24 squadre, ogni squadra composta di un minimo di tre e un massimo di cinque giocatori dello stesso Paese”. Viceversa, scorrendo le regole della Coppa Davis, che la definiscono “il campionato maschile a squadre ufficiale dell’ITF”, la presenza di Nations – con l’iniziale maiuscola – è dominante. Prendiamo per esempio il paragrafo sui Qualifiers che “sono disputati tra 24 Nazioni per determinare le 12 Nazioni che avanzeranno alla settimana delle Finali e le 12 Nazioni che parteciperanno ai Gruppi zonali”.

L’ATP prende le dovute distanze dalle associazioni/federazioni nazionali individuando nel giocatore con più alta classifica il capitano della squadra o, in subordine, lasciandogli la possibilità di designarlo purché sia della stessa nazionalità; un altro requisito è l’essere un membro in regola dell’ATP (giocatore o allenatore) oppure “un Capitano o un coach della Federazione”, una piccola concessione senza ovviamente preoccuparsi che il soggetto sia o meno in good standing con la federazione di appartenenza. La nazionalità dei componenti delle squadre è di nuovo citata nella disposizione secondo cui va considerata quella alla data dell’iscrizione. Basandosi poi sull’esperienza dell’ITF (con le decisioni contraddittorie sui casi Bedene e Tomljanovic, negando all’uno e permettendo all’altra la partecipazione alle rispettive competizioni a squadre sotto due diverse bandiere), è stabilito fin da subito che un giocatore può rappresentare un solo Paese nell’ATP Cup nel corso della propria carriera.

Ancora, la regola sull’abbigliamento dei componenti di una squadra che “li identifica con il Paese che rappresentano”. Se la nazionalità è ribadita come elemento essenziale, non possiamo non rilevare la curiosa assenza di quel lemma dalle regole della Davis che, riguardo ai requisiti di ammissibilità, parla di “cittadino di quella nazione” con un passaporto valido (o che dovrebbe poterlo ottenere).

Comparazioni regolamentari e disquisizioni semantiche lasciano ora il posto a quello che succede in campo. Innanzitutto, l’orecchio coglie le chiamate degli arbitri di sedia che in questi giorni hanno annunciato “vantaggio Team Austria, gioco Team Russia” e via così, laddove nella Coppa Davis dicono solo il nome della nazione. Ma anche l’occhio fa la sua parte quando si gioca a “trova le differenze”: i nomi delle nazioni sulle magliette dei giocatori sono molto spesso presenti nelle sfide della storica manifestazione, però mai nell’ATP Cup, che si tratti del numero uno del mondo o di Franco Roncadelli (sì, ammettiamo di considerare la sua presenza uno dei simboli di questo evento e, perché no, un supporto alla motivazione del warning inflitto a Pablo Cuevas).

Sulla maglietta di Medvedev non c’è scritto ‘Russia’, per esempio (via Twitter, @ATPCup)

Come controprova, Nicolas Mahut e Edouard Roger-Vasselin si erano evidentemente portati le magliette “da Davis”, ma hanno dovuto coprire la scritta ‘France’. E parliamo di Nico Mahut, colui che, pur invocando il cambio di denominazione dopo lo stravolgimento del formato, portava fiero sulle spalle il nome (e il peso) della sua patria nei doppi alla Caja Mágica. “Abbiamo anche un problema con le magliette” aveva dichiarato nel media day di Brisbane. Non possiamo giocare con Francia sulla schiena che, per me, è molto speciale quando rappresenti il tuo Paese, ma troveremo una soluzione”.

LA VOCE FEDERALE – Infine, si è fatto sentire anche Miguel Díaz Román, presidente della RFET, la federazione tennis spagnola. In un comunicato che esordisce immaginando un effetto positivo dell’ATP Cup dal punto di vista della promozione dello sport per cominciare già a metà della prima riga con le perplessità e le critiche riguardo a tale evento, Díaz paventa la possibilità che lo sviluppo dei giovani talenti appoggiati dalle federazioni sia messo in pericolo dalla mancanza di accordo tra ITF e ATP, tanto da portarlo a questa riflessione: “La rappresentanza di un Paese in una competizione ufficiale è dei Governi, a loro volta rappresentati dalle Federtennis di ogni Nazione”. Sorvolando sul richiamo vagamente inquietante al massimo organo politico di uno Stato, il suo pensiero lascia poco spazio alle interpretazioni.

STRISCIA VINCENTE CHIUSA? – Riassumiamo allora quello che abbiamo sui due piatti della bilancia. Rafa ha giocato per “Team Spagna”. Ha indossato la classica maglietta rossa, tuttavia priva della scritta España – scritta assente (addirittura cancellata, in un caso) da qualsiasi capo di abbigliamento in questi dieci giorni. In quanto primo singolarista, Nadal, non la federazione, ha scelto il capitano. Due regole ATP parlano di Paese rappresentato. Secondo la RFET, in Australia non erano rappresentate le nazioni. Il fenomeno di Manacor aveva perso una sola volta sedici anni fa e qui ha subito due sconfitte in tre giorni: è un indizio che non stesse giocando per la Spagna o, semplicemente, non aveva mai affrontato sul duro due avversari con una classifica così alta?

Infine, al di là di preferenze e antipatie personali, possiamo immaginare buona parte del pubblico tifare per i propri connazionali come in Coppa Davis. Forse, oltre le regole e la forma, è proprio la percezione degli appassionati unita a quella dei giocatori a definire l’evento e siamo pronti a scommettere che, in cuor suo, Rafa non abbia pensato nemmeno per un attimo di non essere in campo per la sua nazione durante la prima edizione di questa ATP Cup. Se è così, si chiude anche la sua incredibile striscia di vittorie in singolare “con la squadra spagnola”, ma non deve essere causa di sconforto per i suoi tifosi – né per chi ama i grandi numeri dei campioni in genere – che devono anzi cogliere l’opportunità di assaporare qualcosa di concreto perché ormai definito. Resta invece aperta la striscia in Coppa Davis. O si è chiusa – in quel caso nel migliore dei modi – con l’ultima vittoria prima dell’avvento della Kosmos Kup?

Il bacio di Rafael Nadal a Feliciano Lopez – Davis Cup Finals 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)

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WTA Palermo: Ruse non sa più perdere, 12° vittoria di fila e finale contro Collins

PALERMO – La giocatrice rumena centra la seconda finale consecutiva dopo il titolo di Amburgo. Sfiderà ancora Collins, sconfitta ai quarti in Germania

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C’è aria di sport (e pani câ meusa, da assaggiare al mercato Vucciria) anche a Palermo, a oltre diecimila chilometri di distanza dall’epicentro sportivo di queste due settimane, Tokyo, dove si stanno disputando le Olimpiadi. Poco più di quatto ore complessive sono servite per scoprire che la finale della 32° edizione del Palermo Ladies Open sarà un affare tra Danielle Collins – alla prima finale sulla terra battuta, cerca ancora il primo titolo WTA – ed Elena Gabriela Ruse, che sembra aver disimparato la sconfitta e ha vinto la 12° partita consecutiva. Campionessa ad Amburgo partendo dalle qualificazioni, è in finale qui in Sicilia (passata sempre attraverso le forche caudine delle quali) dove ha vinto però una partita in meno, in virtù del ritiro di Teichmann agli ottavi.

Partiamo proprio dalla vittoria di Ruse, che delle quattro ore di gioco odierne ne ha occupate ben tre. A fare da co-protagonista Oceane Dodin, che aveva vinto il primo set ed era riuscita a frenare la rimonta della sua avversaria in ben due momenti del secondo set, salvo poi perdere – a zero – il tie-break che avrebbe potuto darle la vittoria e crollare quindi nel terzo set. Non una partita dai contenuti tecnici memorabili – ne sono prova i ben 22 doppi falli della giocatrice francese, che nel resto del torneo ne aveva commessi altri 30 – ma una partita che si è fatta via via appassionante, e anche più godibile in virtù del sole sempre meno aggressivo.

Dodin era la giocatrice più potente in campo, o quantomeno quella capace di esprimere la maggior velocità sul singolo colpo, ma tante volte l’abbiamo vista sotterrare malamente entrambi i colpi di rimbalzo. Ruse non ha giocato una gran partita, ha anche accusato un mezzo malore dopo il quinto game del secondo set (era in vantaggio di un break, immediatamente svanito al ritorno in campo) a seguito del quale le è stata misurata la pressione, ma sul fatto che lei volesse vincerla più dell’avversaria non c’è mai stato dubbio. Ben incitata dal suo box e da alcuni tifosi dislocati nel resto delle tribune, Ruse ha largamente superato quota venti c’mon nel corso della partita, sbuffato ad ogni errore, incenerito con lo sguardo un gruppo di tifosi troppo rumorosi e proferito a mezza voce qualche frase in rumeno che certamente non aveva i contorni dell’Ave Maria. Dopo aver convertito il match point, ha liberato un urlo tanto acuto da costringere il cameraman a proteggersi dietro l’obiettivo.

 

Insomma, ha tenuto la scena dall’inizio alla fine. Dimostrando grandi doti di mobilità, capacità di colpire in corsa e maggiore abitudine a lavorare la palla per mandare in tilt il fragilissimo cannone avversario. 23 anni, fisico non statuario ma agile e funzionale al suo gioco di rimessa, Ruse forse non diventerà mai una star. Ma probabilmente è destinata a rimanere per tutta la carriera una di quelle giocatrici che non vuoi mai affrontare, specie sulla terra battuta.

Sono morta!” – ha detto Ruse a fine match, – “Ad essere onesta, pensavo che mi sarei ritirata perché mi sentivo davvero male sin dall’inizio. Mi girava la testa, non riesco a immaginare cosa sia successo. Sono così felice di essere in un’altra finale, significa molto per me. Voglio ringraziare il mio allenatore, la mia famiglia, tutti i miei allenatori romeni. Un ringraziamento speciale al mio allenatore di Bucarest e ai miei amici italiani che vengono qui ogni giorno per sostenermi“.

Ha avuto molto meno bisogno di mettere in mostra le sue doti di lottatrice Danielle Collins, che dopo i primi venti minuti disputati a un livello molto alto – da entrambe le giocatrici – nella seconda semifinale contro Shuai Zhang ha alzato di netto i giri del motore, quando era sotto 4-2, finendo per vincere dieci dei successivi tredici game. Decisamente più solida con il servizio (7 ace e il 76% di prime difese, pur avendone messe in campo solo una su due), a un certo punto Danielle ha ritrovato nel borsone il dritto smarrito e ha fatto quello che deve fare la numero uno del seeding, vincere d’autorità. Zhang ha ripreso a colpire qualche buon vincente sul calare del secondo set, col cielo di Palermo ormai scuro, ma Collins aveva smarrito del tutto la voglia di scherzare – ammesso ne abbia, quando va in campo (ci permettiamo di dubitare, visto il temperamento) – e si è presa la finale.

Danielle Collins

La giornata si è poi conclusa lì, perché l’after suitable rest che avrebbe dovuto separare la fine del match dall’inizio della semifinale di doppio con la stessa Zhang in campo si è prolungato ad libitum fino all’annuncio del ritiro della cinese, troppo stanca per scendere in campo dopo le 22.

Sarà quindi ancora Collins vs Ruse, come una settimana fa ad Amburgo con vittoria della rumena in tre set. Oltre al logico sentimento di rivalsa, Danielle (Rose) Collins avrà probabilmente voglia di togliersi dalla spalla la scimmia dei zero tituli in carriera, che per una giocatrice che ha trascorso buona parte degli ultimi tre anni in top 50 è un peccatuccio che deve essere corretto. Sarebbe un peccato, questa volta nostro, dimenticare che in questi mesi ha subito prima una diagnosi di artrite reumatoide e poi quella di endometriosi, storia quest’ultima che si è messa alle spalle appena due mesi fa. Giocherà la sua prima finale in carriera, mentre per la sua avversaria sarà la seconda (ma entrambe negli ultimi sette giorni). Vinca la migliore: si giocherà alle 19:30, col sole basso, alleluja. Anche perché la spiaggia di Mondello dista appena un paio di chilometri e forse è opportuno farci un salto.

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Editoriali del Direttore

Osaka ultima tedofora alle Olimpiadi di Tokyo, con qualche dubbio che si insinua prepotente

TOKYO – Non posso credere che due mesi fa non fosse stato già deciso che lo avrebbe fatto. E allora, anche ammessa la sua innocenza sulla discussa presa di posizione pre-Roland Garros, non sarà stata IMG a preparare quella strategia? Vorrei chiederle…

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Naomi Osaka accende il braciere olimpico - Tokyo 2020 (via Twitter, @usopen)

Non ho la presunzione di aver già individuato, neppur generalizzando, le caratteristiche di un popolo, il giapponese, con cui sono entrato in contatto per la prima volta soltanto da mercoledì sera, quando dopo aver riempito una decina di moduli, cinque in aereo e cinque all’aeroporto, mi ci sono volute quattro ore per uscire dall’ultimo controllo.

Ho pensato a quanto noi italiani ci lamentiamo dell’eccesso di burocrazia che affligge il nostro Paese, ma dopo questa esperienza non credo che – per quanto mi riguarda – mi lamenterò più.

Ho sempre sentito dire, e mi pare di averne avuto continua riprova in queste 48 ore, che la flessibilità non rientri nelle attitudini più precipue del popolo giapponese. Così come quasi maniacale mi è parsa la propensione – in parte apprezzabile quando non diventi eccessiva – a organizzare tutto nei minimi particolari… dai quali però poi non si deflette, caschi il mondo.

 

Arrivo al nocciolo: che due mesi fa, il 24 maggio, gli organizzatori giapponesi non sapessero e non avessero almeno preavvertito Naomi Osaka del fatto che sarebbe stata la più probabile – o anche soltanto una possibile –ultima tedofora per accendere il braciere olimpico e dare il via ai Giochi di Tokyo, scusatemi ma io proprio non ci credo.

Secondo me – che non ho il dono dell’onniscienza – lei era stata preavvertita. E con lei, direttamente o indirettamente, anche la sua società di management, l’IMG, che non è in mano a degli sprovveduti. Tutt’altro. Le Olimpiadi per Tokyo, più di 50 anni dopo quelle ospitate nel ‘64 , erano un’occasione importante, importantissima, dieci anni dopo quel terribile terremoto che l’aveva flagellata. Il Giappone ama lo sport, ha avuto grandi campioni fra i lottatori, i motociclisti, qualche giocatore di baseball, ma al momento nessun atleta gode della popolarità internazionale di Naomi, la tennista più pagata del mondo e le cui dichiarazioni – dall’epoca di Black Lives Matter – sono diventate celebri anche al di fuori del microcosmo tennis.

Ora a me sta umanamente simpatica Naomi. Mi è sempre sembrata anche un tipo genuino, sebbene IMG abbia certamente offuscato un po’ tanta naturalezza creando e facendole indossare quelle mascherine dedicate a vittime del razzismo che Naomi ha mostrato turno dopo turno all’ultimo US Open, certamente frutto di un’operazione di marketing tutt’altro che casuale. Se oggi, avendo pur vinto infinitamente di meno, Naomi guadagna quanto e più di Serena Williams, questo significa che dietro a lei c’è un team che le pensa e le sfrutta tutte. Quest’ultimo colpo di ieri sera non ha prezzo. Farà impennare ancora più le sue azioni.

Ebbene tutto ciò – e scusate se vi apparirò maligno (e ripeterò qui la solita frase Andreottiana che a pensare male si fa peccato ma… a volte ci si azzecca) – mi fa riflettere sulla presa di posizione di Naomi alla vigilia di Parigi. Quando cioè ha detto che non avrebbe più voluto sentirsi obbligata, ed eventualmente multata, a rispondere presente alle rituali conferenze stampa post match.

Con ciò chiedendo una chiara eccezione e un privilegio, capace di suscitare una discriminazione nei confronti di tutti gli altri campioni, uomini e donne, che invece si sottopongono a quelle… forche caudine che poi – a dire il vero – non sono nemmeno tali e per solito si esauriscono in 15 minuti dei quali le domande ne occupano sì e no tre o quattro.

Dapprima Naomi aveva motivato la sua richiesta attribuendola in parte a giornalisti poco preparati che le chiedevano cose cui aveva già risposto tante altre volte, poi li aveva anche accusati di scarsa sensibilità riferendo a quando alcuni colleghi avevano messo un po’ troppo il dito sulla piaga nei confronti di tenniste appena sconfitte. E forse si riferiva anche a se stessa per quelle volte in cui qualcuno l’aveva messa un po’ alla strette chiedendole conto dei suoi risultati piuttosto deludenti conseguiti sulla terra rossa e sull’erba.

In un secondo momento poi Naomi ha tirato fuori l’inedita storia di una sua depressione ricorrente e risalente a un paio d’anni fa. E su questo secondo argomento, mai prima manifestato e soprattutto non palesato a Guy Forget direttore del torneo del Roland Garros e al presidente della federtennis francese Gilles Moretton, le opinioni si erano divise. Chi le credeva e chi no. Chi citava, a mio avviso sbagliando nei modi, ai suoi enormi guadagni dando per scontato che i ricchi… non piangano (anche se è forse vero che i poveri avrebbero qualche motivo serio in più per farlo), chi aveva sposato la tesi che il management di Naomi avesse architettato tutto (un boomerang mediatico?) e quasi senza preavvertirla delle possibili conseguenze, per fare un altro colpo sensazionale (quasi quanto, a suo tempo, le sue foto in bikini sul famoso numero speciale di Sports Illustrated).

Io non mi permetto davvero di dubitare sulla malattia depressiva di Naomi, ci mancherebbe. Quella ante-Parigi è stata comunque un’uscita infelice, perché nella migliore delle ipotesi ha avuto come conseguenza quella di farle saltare sia Parigi sia Wimbledon (tornei cui obiettivamente sarebbe diventato difficile, se non imbarazzante, partecipare a seguito di quanto aveva dichiarato e delle polemiche che ne erano seguite).

Ora è vero che Naomi su quelle due superfici non era considerata una delle primissime favorite, ma è anche vero che in campo femminile può capitare che a Parigi vadano in semifinale quattro giocatrici che mai avevano fatto tanta strada e che in finale Kreijcikova si trovi a vincere la finale su Pavlyuchenkova. Insomma, chi può dire che Naomi non avrebbe potuto fare altrettanta strada?

Dopo aver visto stanotte Naomi accendere la fiamma olimpica mi sono chiesto se il suo team non avesse spinto sull’acceleratore di una mossa magari sentita ma forse non così determinata, pensando di ampliare la risonanza di ciò che ruota attorno a Naomi. Tanti sponsor, tanti soldi.

E qui in Giappone, sarà forse perchè Djokovic viene considerato superfavorito nel torneo maschile e sarà certo perché Naomi è giapponese, e ora più giapponese che mai (ricorderete che quando per legge ha dovuto scegliere un solo passaporto, quello giapponese, c’erano state grandi incertezze per lei cresciuta negli Stati Uniti e poco a suo agio con il giapponese al punto da preferire rispondere in inglese), fatto sta che ancora prima della cerimonia olimpica, le copertine sui magazine e i servizi sulle varie TV, erano molto di più su lei che su Novak.

Ripeto, per non dare adito a dubbi. Forse lei ha sempre detto il vero, ma i suoi agenti hanno cercato di cavalcare l’onda e a giudicare dai risultati di notorietà, dopo che forse all’inizio sembravano aver fatto una topica, forse oggi possono pensare di averla azzeccata. Naomi è magari criticata da qualcuno che non le crede, ma in termini di popolarità è diventata ancora più famosa.

Per quanto mi riguarda, proverò a chiederle questo – anche se dubito che avrò una risposta diretta (più facile che mi dica “Voglio concentrarmi su questa Olimpiade…”): “Ma ti senti meglio, se non guarita, dopo i problemi che ci hai denunciato due mesi fa? Perché, sai, qui la pressione mentale su te mi sembra molto più forte di quanto avrebbe potuto essere a Parigi…”. Figuriamoci se non trova modo di svicolare. IMG l’avrà certo istruita.

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ATP

Vit Kopriva stupisce ancora: è in semifinale all’ATP di Gstaad

Il tennista ceco conferma la bella vittoria con Shapovalov lasciando un solo game a Ymer. Gaston annulla 4 match point a Garin

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La vittoria su Denis Shapovalov negli ottavi di finale non è stata un caso. Il 24enne Vit Kopriva è l’uomo della settimana all’ATP 250 di Gstaad. Il tennista ceco ha vinto i match di qualificazione per il torneo svizzero e ha potuto fare il suo debutto in un evento ATP. Nel suo primo quarto di finale in carriera nel circuito maggiore, sfidava il classe 1998 Mikael Ymer. Il giovane svedese aveva tutti i favori del pronostico, ma è entrato in campo con un atteggiamento molto remissivo. Kopriva invece, forte della striscia di vittorie inanellata negli ultimi giorni, ha dominato la partita, soprattutto con il dritto. Ymer non ha avuto la pazienza necessaria per tenere il palleggio e non è mai entrato nel match.

Kopriva ha chiuso 6-1 6-0 in appena 51 minuti. È il secondo giocatore che nel 2021 riesce a raggiungere le semifinali al suo primo torneo ATP (Juan Manuel Cerundolo ci arrivò a Cordoba). L’ultimo a farcela fu Attila Balazs a Bucarest 2012.

La semifinale della parte bassa del tabellone vedrà incrociare le racchette Hugo Gaston e Laslo Djere. Il giocatore francese, già messosi in mostra lo scorso autunno al Roland Garros, ha infiammato il match contro lo specialista Christian Garin, sconfitto nei quarti di finale anche una settimana fa a Bastad. Il cileno, quarta testa di serie, ha sprecato un break di vantaggio nel terzo set (conduceva 4-2) e ha anche servito per il match sul 5-4. Nel tie-break Gaston è riuscito ad annullare 4 match point, chiudendo 13-11 il gioco decisivo. Anche per lui sarà la prima semifinale nel circuito maggiore.

 

Djere è invece arrivato nel penultimo atto di un torneo ATP per la terza volta nel solo 2021 (sempre sul rosso). Anche lui ha vinto al terzo set, contro il francese Rinderknech. Djere non ha mai perso il servizio in tutto il match, ma dopo aver chiuso 6-4 il primo ha ceduto il tie-break della seconda frazione al numero 100 ATP. Ha dimostrato una certa sicurezza a inizio terzo parziale, nonostante i suoi turni siano stati sotto attacco per due volte di fila. Un nastro fortunoso che gli ha accomodato la palla sul match point gli ha dato la vittoria finale.

In chiusura di programma Casper Ruud ha superato in 3 set Benoit Paire, apparso comunque in netta ripresa come attengiamento in campo. Il norvegese continua la sua eccellente estate sul rosso dopo la vittoria nell’Open di Svezia a Bastad la scorsa settimana. Affonterà Kopriva in semifinale

Risultati:

[Q] V. Kopriva b. M. Ymer 6-1 6-0
[3] C. Ruud b. [6] B. Paire 6-2 5-7 6-3
H. Gaston b. [4] C. Garin 6-4 1-6 7-6(11)
[7] L. Djere b. A. Rinderknech 6-4 6-7(5) 6-4

Il tabellone completo

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