Sugli scudi Camila Giorgi, nessuna croce per Sinner e Berrettini. Ma non si pretenda entusiasmo

Editoriali del Direttore

Sugli scudi Camila Giorgi, nessuna croce per Sinner e Berrettini. Ma non si pretenda entusiasmo

Wawrinka troppo più vincente di Seppi: sfuma l’exploit. Wilander: “Djokovic non ha l’intensità continua di Nadal e Federer”. Gulbis, Fognini, Kyrgios sotto la lente di ingrandimento. Zverev: “Per noi Next Gen è più difficile che per Federer 20 anni fa”

Pubblicato

il

Camila Giorgi - Australian Open 2020

da Melbourne, il direttore

Non si sono registrate clamorose sorprese nella quarta giornata dell’Australian Open, salvo forse – da una prospettiva non solo italiana – la nettissima vittoria di Camila Giorgi che ha dato 6-3 6-1 a Kuznetsova, partendo da 0-2 del primo set e quindi facendo 12 game a 2 alla russa che pure nel turno precedente aveva eliminato Vondrousova, finalista al Roland Garros 2019. Anche una seconda sorpresa sarebbe stata italiana, se Seppi, che ha servito invano sul 5-4 del secondo set (perso) dopo aver vinto il primo ed è stato avanti di un break anche nel quinto set quando ha avuto la palla del 5-3, avesse finalmente battuto Stan Wawrinka dopo averci perso 8 volte di fila dal 2003 a oggi riuscendo a strappargli un solo set. Ma Wawrinka è certamente un giocatore più vincente di Andreas, come dimostrano i 3 Slam vinti anche in era Fab Four e il ranking raggiunto. Se Andreas si è fermato a n.18 è perché troppo volte è arrivato quasi in cima al K2 ma poi è scivolato giù al momento decisivo. Si è tolto la soddisfazione di una grande carriera, di vittorie di grande prestigio (Federer, Nadal), di tre tornei in bacheca, ma se fosse stato un tantino più coraggioso e aggressivo nei momenti decisivi di tante partite malamente perse non si sarebbe fermato lì.

Per questa complessiva assenza di sorprese – ma a fine articolo – voglio tornare sulle sconfitte di Berrettini e Sinner, dopo aver letto qua e là in vari commenti e vari social che chi ha sottolineato la delusione respirata qui… non avrebbe quasi dovuto manifestarla per il rischio di apparire tifosi superficiali che si illudono e illudono. Ma non è così.

CAMILA GIORGI DIVINA

Tathiana Garbin dice di non aver mai visto giocare meglio Camila (27 vincenti e 14 errori gratuiti, contro i 10 vincenti e i 17 errori di Svetlana), però non è detto che Tathiana abbia visto tutte le 9 vittorie collezionate da Camila contro le top-ten, ultima quella su Wozniacki a Tokyo risalente ormai a due anni fa. Anche Luca Baldissera è rimasto straordinariamente impressionato da Camila e mi fido del suo giudizio visto che lui ha seguito dal primo 15 all’ultimo il match (di cui avrete letto sua cronaca), diversamente dal sottoscritto che ha voluto dapprima seguire i primi due set di Seppi e poi invece dedicarsi a seguire anche altri match nonché diverse conferenze stampa. Fra le tante quelle di Zverev (in progresso rispetto al match con Cecchinato) e di Rublev. Nonché quella di Kuznetsova (che mi ha detto di aver mandato un altro messaggio affettuoso a Francesca Schiavone…): Non ho scuse per giustificare questo 6-3 6-1 – mi ha detto con grande serenità e sorridendo Svetlana non ho giocato benissimo, ma francamente neppure così male. Potevo servire meglio, ma insomma…è stata lei a giocare in modo incredibile. Non riuscivo a prendere l’iniziativa. Tirava fortissimo. Sono però curiosa di vedere in quanti altri match riuscirà a rigiocare così… Se le riuscirà sempre… buon per lei!”.

 
Commento in inglese di Ubaldo Scanagatta e Ben Rothemberg (New York Times)

RUBLEV E GULBIS IN GRAN SPOLVERO

Rublev in particolare, nonostante il problema di salute accusato alla vigilia del torneo, è imbattuto quest’anno. Ha vinto due tornei di fila, Doha e Adelaide. Non era più successo dal 2004, quando lo slovacco Hrbaty aveva fatto come lui. Qui il russo che nelle conferenze stampa parla sempre con gli occhi bassi, senza guardare chi gli ha posto la domanda, è al terzo turno e, sommando quattro vittorie filate in Coppa Davis a Madrid a fine novembre, vanta una gran bella striscia.

Chi qui è già alla quinta vittoria di fila è l’ex top-ten Ernest Gulbis, da n.256 emerso da tre turni di qualificazione. Dopo di che ha infilato due vittorie non scontate, Auger-Aliassime e Bedene. Il talentuosissimo lettone, 31 anni e mezzo, era quasi scomparso dalle scene. E non solo perché si è sposato e ha oggi due bambine che l’hanno, a suo dire, cambiato: “Quando ero più giovane tutto mi entrava da un orecchio e usciva dall’altro. Me ne infischiavo di ogni cosa e davo ogni cosa per scontata. Diciamo che ora sono…cresciuto. Ma mentre parla, anche se ti mostra la fede al dito, il sorriso è sempre quello, un po’ provocatore, un po’ insolente, tipico del figlio di un miliardario che è viziato dal jet privato del papà e che, con un filo di arroganza, ti dice di avere “poca pazienza con la stupidità di troppa gente”. Ecco perché è capace di litigare con allenatori e avversari se non condivide quel che dicono e fanno. Nelle “quali” giorni addietro a un certo punto è sbottato con l’indiano Prejnesh Gunneswaran e gli ha gridato: “Ora statti zitto e gioca!”.

Per un bel po’ di tempo, a causa di vari problemi fisici (soprattutto la schiena ma anche una spalla) Gulbis, ex top-ten, ha frequentato i tornei del circuito minore. Il suo coach Gunther Bresnik – per tanti anni al fianco di Thiem ma prima anche di ben 26 tennisti che sotto la sua guida sono diventati top-100, da Becker a Skoff, Leconte, Koubek, Patrick McEnroe – dice: “Il suo 2019 è stato catastrofico”. Con Bresnik Gulbis era stato semifinalista al Roland Garros nel 2014 quando era salito a n.10 del mondo…. “Io non guardo al passato e non mi preoccupo del futuro, vivo nel presente”. E lì accanto Bresnik è convinto: È il giocatore di maggiore talento con il quale io abbia mai lavorato ed è un tipo intelligente come pochi, diverso da tanti… forse un po’ complesso, questo sì, ma risalire tra i top 100 intanto non dovrebbe essere un problema. Gulbis è d’accordo: “Cerco sempre di capire ancora chi io sia. Ma non lo so. Forse mi farò un’idea sul mio letto di morte…” e sorride con l’aria di chi dice: “Beh dai, questa l’ho detta…”.

KYRGIOS, EUROSPORT E CORRETJA SU… FEDERER

Nick Kyrgios è stato solido nei primi due set e anche nel terzo, quando aveva un break di vantaggio prima che quel vecchio marpione di Gilles Simon, uno dei tennisti più intelligenti – seppur di una intelligenza diversa da quella di Gulbis – lo imbrigliasse nelle sue solite ragnatele approfittando anche della naturale tendenza di Kyrgios a distrarsi. Alla fine Kyrgios ha perso il terzo set. Però ha vinto al quarto, sia pur soltanto 7-5. Se si pensa che Nick non giocava individualmente da un bel po’ e poteva anche essersi arrugginito… era in fondo prevedibile. Non si perde il tennis, ma la capacità di stare lì con la testa, quando si è fermi da tanto. Approfitto – riferendomi a giocatori come Kyrgios e Federer che non avevano giocato da diverso tempo in torneo – per riferire un paio di osservazioni di Alex Corretja e di Mats Wilander nel corso del matinée organizzato da Eurosport con i suoi testimonial: insieme allo spagnolo e allo svedese c’erano anche Becker, Henin e Schett.

Della riunione Eurosport con i suoi campioni Ubitennis ne darà conto nei prossimi giorni in varie “Pillole” sparse: io soltanto ho registrato 50 risposte e forse altrettante ne avrà raccolte Vanni Gibertini. “Sono impressionato da Roger Federer che riprende a giocare in torneo dopo due mesi e ha giocato in questi primi due turni come se non avesse mai smesso – ha detto sinceramente stupito Alex Corretja – Per tutti i tennisti normali non è mai così. Lui in questo è unico e non solo, quindi, perché ha 38 anni e mezzo”.

MATS WILANDER SU KYRGIOS, FOGNINI E PAIRE MA ANCHE FEDERER, NADAL E DJOKOVIC

A proposito di Kyrgios Mats Wilander mi aveva detto, dopo avermi anticipato che avrebbe voluto dirmi qualcosa su Fognini: “Fabio, Nick e Paire sono giocatori che riescono a giocare con la dovuta intensità solo alcuni punti che ritengono importanti. Federer in ogni punto gioca il suo meglio, Nadal ancor di più. Loro no. Fabio contro Thompson avrebbe dovuto vincere in 3 set. Invece si distrae e vince soffrendo al quinto. Dopo due match al quinto rischia di trovarsi in debito di ossigeno, o comunque fisicamente non al massimo al terzo turno. Perfino Djokovic è tipo che ogni tanto si distrae. Domina Struff, pensa che gli basti giocare con un minimo di attenzione e perde un set. Lui ha un gran fisico e si può anche permettere di lasciare un set qua o là. Nadal, che chiede col suo tennis più dispendioso un maggior sforzo al proprio fisico e per questo è stato più spesso vittima di vari infortuni, deve cercare di non perdere set e game per la strada perché più facilmente rischia di infortunarsi. E gli infortuni di tanti giocatori sono conseguenza della loro incapacità di non distrarsi. Non è il caso di Nadal che è consapevole di quanto sia importante non restare mai in campo più del necessario. E quando lui arriva in fondo a un torneo è temibilissimo. Fognini, Kyrgios e Paire non sono ad oggi mai stati così e chissà se lo saranno mai. Per questo fanno di solito fatica ad arrivare in fondo a un torneo”.

ZVEREV: “PIÙ DIFFICILE EMERGERE OGGI CHE AI TEMPI DI FEDERER”

Con Zverev, tipo difficilino, io ho un buon feeling, e lui lo ha con me. Mi appresto a fargli una domanda e lui previene: “Ok allora mi rilasso” e si lascia andare indietro sulla sedia come per distendersi, alludendo alle mie domande che sono spesso più lunghe della media. Difatti gli chiedo: “Si cominciò a ritenere che Roger Federer sarebbe diventato uno Slam-winner già nel 2001 quando battè Sampras. Ma fino al 2003 non vinse alcuno Slam… pensi che ci aspettiamo troppo presto che giocatori ancora giovani vincano, giocatori come te? Qui hanno perso Auger-Aliassime, Shapovalov, Berrettini, Sinner, Humbert…” 

E lui: “Penso che sia diverso rispetto a 20 anni fa. Con i social media, i cellulari, la pressione che i media ci mettono addosso siamo più consapevoli di quanto potessero esserlo i tennisti di 20 anni fa. Prima dovevi andarti a leggere i giornali, comprarli, aprirti il computer e cercare. Oggi apri Instagram e ci sono 5 milioni di persone che hanno un’opinione su di te all’improvviso. È più difficile per noi ora. E poi Novak, Rafa, Roger semplicemente sono migliori di noi perché vincono. Ora Medvedev sta venendo fuori, io ho vinto qualcosina, idem Tsitsipas, Thiem. Noi siamo competitors che non puoi considerare fuori dai potenziali vincitori, ma ora tutti dicono la loro su Internet e anche se la gente dice che non ci fa caso a quel che viene detto, tuttavia la gente legge. E gli resta in testa quel che hanno letto. Io cerco di leggere meno possibile dei social durante gli Slam, i grandi tornei. Nessuna offesa nei vostri confronti, ma non leggo che cosa scrivete. Scrivete quel che volete su me. Per me è ok, non mi offendo. Ognuno deve cercare di starne lontano, di vivere nella propria bolla…

LE SCONFITTE DI BERRETTINI E SINNER

Posso parlare per me e non per altri, non sapendo cosa altri abbiano scritto e sostenuto. Ma se c’è chi ha criticato, chi ha parlato di delusione per le sconfitte di Matteo e Jannik, deve tenere conto delle aspettative che quando il n.8 del mondo affronta il n.100 è normalissimo che ci siano. Questo anche se Sandgren – come ha ben spiegato Ben Rothenberg del New York Times nel video che abbiamo registrato per il sito inglese Ubitennis.net e che mi permetto di invitarvi ad ascoltare (in inglese si cerca sempre per forza di cose di occuparsi maggiormente del tennis internazionale) – è un tipo che non è mai stato sopra il 40esimo posto in classifica ATP, ma ha comunque battuto 4 top-ten. Ricorda un po’ il caso Camila Giorgi: soltanto n.26 come best ranking, però capace di battere 9 top-ten.

Avevo scritto pochi minuti dopo le sconfitte di Berretto e Sinner: “I risultati della notte australiana mi hanno fatto ripiombare tutto d’un tratto all’epoca in cui in sala stampa, insieme ai colleghi italiani ci alzavamo dai nostri desk a fine giornata pronunciando la tristissima e fatidica frase di rito: ‘Mai una gioia!’. Eh sì, purtroppo le nostre speranze per un grande Australian Open, nel quali si poteva addirittura ipotizzare un ottavo di finale fra Berrettini e Fognini con il vincente nei quarti, sono svanite in poche ore. Quella arrivata da Sinner e Berrettini è stata una doppia delusione, ma era ingiusto, forse, attendersi troppo da entrambi. Da Sinner perché ha pur sempre soltanto 18 anni e 5 mesi e tutti gli elogi che gli sono piovuti addosso da tutte le parti, inclusi quelli dei grandi campioni come McEnroe, Nadal, Zverev con i quali – e non credo sia anche una piccola operazione di marketing del suo staff – si è allenato in questi giorni australiani, non potevano bastare a fargli vincere un match contro un giocatore come Fucsovics che ha quasi 28 anni, è più solido e maturo di lui, è stato anche n.31 del mondo e ha fatto valere – come ha detto lucidamente lo stesso ungherese – la maggior esperienza, il maggior senso tattico in una partita disturbatissima dal vento”.

Questo e altro avevo scritto, prima di addentrarmi in un confronto a distanza con Roger Federer che non sto a ricopiare. Oggi aggiungo: è chiaro che nessuno tennista ha la vittoria in tasca solo perché è un top-ten e l’avversario sta appeso a un filo tra i top-100. Ma è anche chiaro che se il top-ten perde non si può dire che… va bene così. Ci possono essere tutte le attenuanti del caso, la caviglia, il digiuno agonistico, il vento – che, condivido quel che mi ha detto Wilander nel matinée Eurosport nella notte italiana: “Non è un elemento equalizzatore, ma è invece separatore, favorisce nettamente il giocatore più esperto che è passato mille volte attraverso certe situazioni –  eccetera, eccetera, ma alla fine non va bene così, soprattutto dopo che sei stato a un punto da un break probabilmente decisivo nel quinto set. Matteo sarà il primo a pensarla così, anche se chi gli sta a fianco gli avrà detto certamente, e giustamente per caricarlo: “Non ti preoccupare Matteo, non fa niente”. Ma chi ha scritto – senza drammatizzare si intende – di delusione, ha scritto la verità.

E Sinner? Beh, anche lì io credo di aver fatto capire che non era favorito, non poteva esserlo contro un tennista di 28 anni che è già stato n.31 del mondo. E infatti ho ricordato tutte le difficoltà che ha incontrato a 19, 20 anni perfino un campione unico come Federer a emergere negli Slam, dove la stessa distanza dei tre set su cinque per un giovane fa differenza. Mantenere la stessa intensità per 3 ore anziché un’ora e mezzo è ben diverso. Allora chi dice che Sinner lo ha deluso sbaglia? Sì, fondamentalmente. Vero anche, a contrario, che si poteva perdere strappando un set, due set, dando talvolta l’impressione di potercela fare. E questo invece non è successo.

In fondo, al Next Gen – che però era torneo 2 su 3 – Jannik aveva battuto giocatori classificati intorno a una posizione ATP simile a quella di Fucsovics e perfino migliore, De Minaur, Tiafoe, Kecmanovic… Ma ok, lì non c’era vento, si giocava con i No-Ad, con i set a 4, in casa… Tante importanti differenze. Se Sinner avesse vinto qualcuno avrebbe gridato alla clamorosa, pazzesca impresa? Io penso di no, anche se sarebbe stato giusto sottolineare invece che si sarebbe trattato di un bell’exploit. L’exploit non c’è stato, prendiamone atto, nessuno si strappi i capelli, di certo non io. Ma non ci chiediate anche di esultare. E accettate che un pochino male ci si possa anche essere rimasti. Pace e bene a tutti.

Continua a leggere
Commenti

Editoriali del Direttore

Djokovic, fenomeno in corso da 12 anni, pronto al sorpasso su Federer e Nadal

EDITORIALE – La corsa alla conquista di più Slam è viva. Gli ultimi 13 tutti ai Big 3. Djokovic ha più chance di chiudere la carriera da top Slam-winner. La ricerca della perfezione la chiave dei successi dei campioni

Pubblicato

il

Novak Djokovic - Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

da Melbourne, il direttore

Ragazzi non si è fenomeni per pochi giorni. Quando lo si è, lo si è per anni, se non per sempre. Gli ultimi 13 Slam sono stati vinti tutti dai Fab Three: 5 da Djokovic, 5 da Nadal e 3 da Federer, dopo che 14 Slam fa Stan Wawrinka vinse l’US Open 2016 sorprendendo Djokovic. Da allora Nadal ha vinto 3 Roland Garros e 2 US Open, Federer ha vinto 2 Australian Open e un Wimbledon, Djokovic ha vinto 2 Australian Open, un US Open e 2 Wimbledon. Agli altri, compreso il validissimo e valorosissimo Thiem che non è più un bambino con i suoi 26 anni, non sono rimaste che le briciole. Il ragazzo di Vienna, dopo essere stato in campo quasi 12 ore nei suoi ultimi tre match, è fermo al palo di tre finali di Slam senza aver ancora provato la gioia di vincerne uno. Prima o poi ci riuscirà, ma intanto neppure questa volta che si è trovato avanti per due set a uno, è riuscito nell’impresa che sogna fin da bambino.

E sì che Djokovic non sembrava in serata straordinaria nel secondo e terzo set – ha raccontato di essersi sentito come svuotato di ogni energia e sia pure senza diventare preda del panico si è fortemente preoccupato “Non riuscivo a spiegarmi che cosa avessi” – pareva impaziente, perdeva gli scambi più lunghi come a lui non capita quasi mai, aveva un atteggiamento decisamente negativo. Guardava il suo angolo, allargava le braccia, si faceva ammonire due volte di fila per “time violation”, chiedeva un medical time out che gli serviva più per ritrovare la giusta concentrazione che perché avesse davvero qualcosa da curare. Parlando con Luca Baldissera in tribuna gli ho detto: “In questo momento dovessi scommettere lo farei su Thiem”. E lui annuiva. Meno male non ho scommesso!

Chi non conosce Nole e la sua storia, avrebbe quasi potuto pensarlo rassegnato, in certi momenti. L’iniziativa era stata quasi costantemente di Thiem. Che ha avuto anche la palla break del 2-1 nel quarto set (“Forse se l’avessi convertita adesso sarei qui a parlarvi da vincitore del torneo”), ma Novak ha improvvisato a quel punto un serve&volley ed è venuto coraggiosamente a prendersi il punto a rete. Thiem non può rimproverarsi nulla. Ha lottato come penso che meglio non potesse e se nel finale era un po’ stanco e meno incisivo – ripenso al dritto in rete proprio gratuito sulla palla break del quinto set che gli avrebbe consentito di recuperare il break appena subito nel terzo gioco, quella del possibile 2 pari – beh vorrei vedere chi non lo sarebbe stato dopo le quasi 12 ore di lotte davvero intensissime anche – se non soprattutto – sotto l’aspetto mentale. E ha ragione Dominic a sottolineare -senza lamentarsene apparentemente e anche se non è il primo e l’unico a pensarla così – che “non c’è mai stata una situazione unica come questa nella storia dello sport, tre giocatori che sono probabilmente i migliori di tutti i tempi e giocano nella stessa era”. Non ha aggiunto “Accidenti che sfiga!” perché è un ragazzo troppo beneducato.

 

Quando vidi Novak Djokovic qui nel 2008 battere Jo Wilfried Tsonga e vincere il primo Slam non avrei mai immaginato che avrebbe vinto 8 volte questo stesso Slam nell’arco di 12 anni. Si vedeva che, a 20 anni e 8 mesi aveva le stimmate del campione, questo sì, ma non si poteva immaginare che avrebbe vinto 17 Slam. Anche perché in giro c’erano già un certo Roger Federer e un certo Rafa Nadal. Però – i lettori più affezionati di Ubitennis mi saranno testimoni – da qualche anno ho scritto su questo sito che vedo Djokovic in grado di chiudere la carriera con più Slam di chiunque altro.

I tifosi di Federer e di Nadal non me lo hanno mai perdonato. E non lo faranno neppure oggi. Ma se Djokovic non ha perso oggi che sembrava quasi spacciato, e per la prima volta si è trovato sotto due set a uno in una finale di Slam e ha rimontato, quando perderà a breve? A Parigi da Nadal, a Wimbledon da Federer ci sta… ma forse quest’anno, mica anche nel 2021.

Ricordo che qualcuno mi irrise quando Nole, dopo aver vinto finalmente al Roland Garros nel 2016, entrò in una profonda crisi. Ricordate Pepe Imaz, il divorzio da Becker, i primi problemi con Vajda che con Imaz non si intendeva per nulla? Insomma le mie previsioni di allora si scontrarono con quelle situazioni imprevedibili. Io mi aspettavo che Nole potesse vincere almeno un altro Slam quell’anno. Invece quel secondo semestre fu dominato da un Andy Murray quasi ingiocabile. Lo scozzese non si limitò a vincere il suo secondo Wimbledon, ma gli soffiò alla fine – battendolo alle Finals di Londra – anche il n.1 del mondo. Quel percorso che avevo pronosticato ripetutamente vincente si si arrestò bruscamente. E a lungo. La crisi durò quasi un anno, da Parigi a Parigi compresa, quando al Roland Garros del 2017 Nole perse nei quarti dal nostro Cecchinato.

Dopo di che decise di andare a rilassarsi, a ossigenarsi sul Monte Saint Victoire insieme a sua moglie. Lo avremmo saputo soltanto all’US Open. Nel frattempo, con sua grande sorpresa, lui aveva già rivinto Wimbledon e ricostituito il sodalizio vincente con Marian Vajda. Ora – augurandogli che non ricada in un’altra crisi a oggi del tutto imprevedibile – mi pare che sia tornato il Djokovic che io credevo avrebbe continuato a vincere il maggior numero di duelli sia contro Federer sia contro Nadal, incrementando la propria leadership. Questo anche se con Thiem non mi ha convinto proprio appieno. Non avesse quella tigna infinita… Quel terzo set – e non potevo conoscere i suoi problemi di assenza di energia – non era da lui. Sembrava si sentisse obbligato a chiudere il punto alla svelta, lui che fa della pazienza e della regolarità su ritmi alti una delle sue prerogative.

Chiarisco ai tifosi dei tre Fab: pensatela come volete, ma vi assicuro che io non faccio il tifo per nessuno. Vinca il migliore. Ma come già nel 2016 penso che nei confronti di Roger 6 anni di differenza siano un grande gap. Quanti mai Slam potrà vincere ancora Roger? Uno, due, chi crede davvero che possa vincerne ancora tre? Io no. Rispetto all’altro big, a Rafa Nadal, Novak ha oggettivamente tutta un’altra struttura e condizione fisica. È fatto di caucciù, si allunga come Tiramolla, non si spezza mai. Nadal non riesce invece a giocare 11 mesi di fila senza avere qualche serio problema. E poi Nadal oggi come oggi che è meno agile e scattante di un tempo, mi sembra un po’ meno completo per lottare ad armi pari su tutte le superfici. È ancora il più forte sulla terra battuta, una spanna sopra tutti, ma sul cemento e sull’erba mi sembra un filino inferiore a Novak. Se ha un tabellone duro – cosa che ad esempio non gli è capitata all’US Open 2018 – alle fasi finali qualche rischio lo corre. Lo ha corso anche con Daniil Medvedev al quinto, in finale, dopo che Berrettini era stato capace di impegnarlo soltanto nel primo set.

Ora non ci resta che attendere il prosieguo della stagione. Vincere 8 Australian Open e 17 Slam è un gran bell’exploit. Se vincesse ancora uno o due Slam quest’anno e altri due l’anno prossimo voi sareste davvero sorpresi? Io no. E in tal caso un Federer che non trionfasse a Wimbledon – per me è l’ultima spiaggia per lo svizzero anche se spero di sbagliarmi – sarebbe raggiunto; un Nadal che conquistasse soltanto il 13° e il 14° Roland Garros nei prossimi due anni idem. Lo so che sono discorsi scritti sulla sabbia vicino alla risacca, chiacchiere da bar, ma non dovrei riferirvi le mie sensazioni se ce le ho, solo perché non sapendo cosa può accadere domani non è serio azzardare nessuna ipotesi per il biennio a venire? Come ho scritto tante volte, io queste sensazioni su un giornale non le scriverei. Su Ubitennis mi sento di scrivere a ruota libera, come si fa tra amici, e in questo discorso includo anche tutti i commentatori… pur sapendo di invitare a nozze coloro che non la pensano come me e esponendomi dunque al pubblico ludibrio in caso io prenda un granchio. Come è possibilissimo.

Intanto vi riferisco l’inizio della conferenza stampa di Djokovic perché per quanto il moderatore avesse inteso dare per primo la parola a Joel Drucker di Tennis Channel (l’avrete forse visto nel video che abbiamo registrato per Ubitennis.net dopo la vittoria di Sofia Kenin su Garbine Muguruza) Novak invece ha voluto che fossi io a rivolgergli l’ormai rituale “Not too bade dar vita ormai a un siparietto che sta diventando quasi un rito. Nole voleva che io dicessi quel “Not too bad” che in realtà un anno fa era stato lui a pronunciare – “Vai avanti dai…” diceva sorridendo. Ecco il video.

E che Novak continui ad imparare lo dimostra quanto è successo nel quarto e quinto set, come racconta lui stesso: “Il match poteva avere anche un esito diverso, hanno deciso pochi punti. Ho fatto serve&volley quando ho dovuto fronteggiare palle break nel quarto e nel quinto set. Ha funzionato in entrambe le occasioni. Poteva andare diversamente. Il serve&volley non è un modo di giocare cui io sia abituato. Non lo faccio spesso. Ma mi sono reso conto che può essere una scelta tattica importante in quelle circostanze e sono davvero felice che ha funzionato”.

È la cura continua dei dettagli che i fenomeni hanno nel sangue a fare la differenza con i giocatori normali, quelli che fenomeni non sono. La ricerca continua della perfezione è ciò che Djokovic, Federer e Nadal sentono e vivono naturalmente da quando hanno preso la prima racchetta in mano. E possono avere vinto 17, 19 oppure 20 Slam e nulla cambia. Loro vogliono sempre migliorarsi, fare meglio, vincere di più. Forse Djokovic, come dice Mats Wilander, ha avuto un vantaggio rispetto a Federer. Quello di avere davanti ai suoi occhi, sui campi da tennis, un modello da imitare e cercare di superare. Anche per Nadal c’è stato quello stimolo, Federer aveva cominciato a vincere prima di lui. Alla fin fine il compito più difficile l’ha avuto proprio Federer: ha dovuto cercare la perfezione anche se era il n.1 e non c’era davvero nessuno davanti che lui dovesse superare, sudando, lavorando duro, limando i dettagli.

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Sofia Kenin: non è un caso che le figlie di immigrati coronino il loro American Dream

I casi Kournikova, Sharapova hanno fatto scuola. Ma anche Osaka e Andreescu ripercorrono strade a suo tempo vissute da Agassi, Chang, Sampras. E poi l’altezza non è quel fattore determinante che si credeva. Lo dicono i successi di Halep, Andreescu, Barty e ora Kenin negli ultimi 4 Slam

Pubblicato

il

Sofia Kenin e Alex Kenin - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Da Melbourne, il direttore

In casa la chiamano Sonia, sui documenti c’è scritto Sofia e allora chiamiamola pure Sofia come suggerisce papà Alex che le fa da coach fin da quando lei, bambina, veniva immortalata dalle foto di Art Seitz e diceva sempre: “Voglio diventare la n.1 del mondo”.

Ho mandato la registrazione di un’intervista che ho cominciato a fare al padre, raggiante, prima di venire circondato da parecchi altri colleghi.

 

Sofia non è ancora n.1 del mondo, qui era soltanto testa di serie n.14 e la Muguruza era appena n.34 – per i bookmakers l’accoppiata di queste due finaliste era pagata 750 a 1 –  ma intanto è n.7 dopo aver vinto a 21 anni e 80 giorni il primo Slam della sua vita, più giovane di pochi giorni rispetto a quando Naomi Osaka vinse questo stesso Slam un anno fa. Bianca Andreescu aveva vinto l’ultimo Slam prima di questo, a New York, a soli 19 anni.  La più giovane campionessa a Melbourne era stata Maria Sharapova, a 20 anni.

Come Sofia lo abbia vinto lo ha ben descritto nella sua cronaca Luca Baldissera, ma certo quel quinto  game del terzo set (sul 2-2), nel quale ha tirato con un coraggio che rasentava l’incoscienza tre vincenti di fila per risalire da 0-40 a 40 pari e poi mettere a segno un ace, seguito da un altro vincente, meriterebbe di essere conservato nella cineteca della Hall of Fame dove sono sicuro che prima o poi le faranno posto.

Aveva annullato due setpoint per set alla Barty, infrangendo il sogno degli australiani di vedere salire sul podio un loro connazionale – fra i maschi l’ultimo è stato Mark Edmondson nel 1976, fra le donne Chris O’Neill nel 1978! – non si è data per vinta quando ha perso il primo set 64, ma anzi ha finito dominando con un doppio 62 una Muguruza che avrebbe dovuto essere più esperta di lei, avendo già vinto due Slam, Roland Garros 2016 e Wimbledon 2017.

Invece Garbine –che ho implorato di tornare a sorridere e a parlare con il simpatico piacevole scilinguagnolo dei primi tempi (“La stampa è stata dura con me, non leggo molto, ma ho visto che un giorno si scrivono belle cose su di me e la settimana dopo brutte cose se perdi. Così sono meno entusiasta di come le cose vanno”) – che avrebbe dovuto comandare il gioco è riuscita a farlo solo per un po’, perchè Sofia ha cominciato a farle fare il tergicristallo, fino a lasciarla boccheggiante, senza fiato. Sofia ha vinto gran parte degli scambi più lunghi. Di quelli che hanno superato i 9 palleggi ne ha vinti 23 su 34.

“Ho servito male, molto male – ha detto Garbine ai colleghi spagnoli che le hanno dovuto ricordare con la massima delicatezza il doppio fallo che le è costato il break  del 2-4 (quando era ancora sotto shock per quei cinque vincenti sul 2 pari) e poi i clamorosi tre doppi falli dell’ultimo game, due consecutivi e il terzo (l’ottavo del match) poco dopo proprio sul matchpoint: – e tutto è diventato più difficile”.

Quei doppi falli nell’ultimo game mi hanno fatto venire in mente quei due che fece Goran Ivanisevic nella finale di Wimbledon 1992: Goran serviva sul 4-5, aveva seppellito Andre Agassi di aces (mi pare di ricordare fossero 37 ma magari sbaglio) ma al momento buono il braccio tremò e anziché confermare i favori del pronostico il croato che avrebbe vinto da wild card e n.125 del mondo Wimbledon 9 anni dopo, perse 64 al quinto. Nessuno avrebbe scommesso una sterlina su Agassi vincitore del torneo. Andre era convinto di non poter giocare sull’erba e aveva saltato tre edizioni dei Championships.

Il percorso di Sofia Kenin (e anche di Amanda Anisimova, semifinalista a Parigi 7 mesi fa) somiglia moltissimo a quello di Maria Sharapova, e prima di lei Anna Kournikova che arrivarono alla corte di Bollettieri ancora bambine. I genitori di Sofia lasciarono la Russia per gli Stati Uniti nel 1987, poi tornarono a Mosca per far nascere lì Sofia. Tornarono poco dopo negli USA, in Florida, dove il padre le mise prestissimo una racchetta in mano e oggi dice che “Già a tre anni e mezzo mi resi conto che aveva un’attitudine per il tennis a dir poco straordinaria”.

Come Yuri Sharapov anche Alex Kenin è arrivato negli USA con poche centinaia di dollair in tasca. I sacrifici che questi genitori, queste famiglie, hanno fatto a lungo, per più di 10 anni influenzato la crescita e la maturazione delle loro figlie.  Guarda caso più motivate, grintose, tenaci,  di tutte le loro coetanee fin dalla più tenera età.

Sofia è stata n.1 americana under 12, under 14, under 16, under 18 “– ricorda con malcelato orgoglio Alex Kenin, padre e coach, nel giorno in cui, battendo la Muguruza 46 62 62, Sofia è diventata anche n.1 americana, scavalcando Serena Williams. Ed è l’americana più giovane a fare l’ingresso fra le top-ten proprio dall’epoca Williams, 1999.

E proprio battendo Serena Williams al terzo turno dello scorso anno al Roland Garros Sofia sentì di essere pronta ad imprese ancora più grandi: “Lì la fiducia nelle mie possibilità è cresciuta immensamente”.

Aveva vinto fino a ieri solo 3 tornei minori, Hobart, Maiorca e Guangzhou e negli Slam non era mai andata oltre gli ottavi, qui superati battendo Coco Gauff…anche lì dopo aver perso il primo set, ma dominando (63 60) secondo e terzo.

La sua grinta, la sua aggressività, mi ha ricordato quella di Jimbo Connors. “Nel tour lo sanno che io sono una che non molla, quale che sia il punteggio. Se mi vuoi battere devi davvero battermi”

Uno dei suoi primi estimatori, il famoso coach americano Rick Macci (ha allenato brevemente anche le Williams, la Sharapova) che di Sofia si è occupato un tantino anche se oggi nessuno ne fa più menzione, ha paragonato invece il suo timing sulla palla a quello di Martina Hingis (che tirava molto più piano, ma aveva un grande anticipo e dominò da ragazzina il tennis fino a che non fu soverchiata dalla potenza delle Williams, della Davenport.) Macci aveva ribattezzato la ragazzina “Mosquito”, per la rapidità di arrivare dappertutto e l’insistenza nel creare infinito fastidio a qualunque avversaria. Mosquito era anche il soprannome dato a Juan Carlos Ferrero…nel Paese della Muguruza. “Mosquito – spiegava Macci – perché è una che non ti dà tregua, ha questa forza mentale innata fin da che era bambina…”

“Sofia non è mai sbilanciata, colpisce la palla mentre sta ancora salendo e proprio perché non è troppo alta, può anticipare maggiormente i colpi, ti butta fuori dal campo e se si apre il campo non ti dà scampo. Poche ragazze hanno poi la sua mano nel giocare le smorzate”.

Per anni il tennis americano ha vissuto momenti di gloria grazie agli exploit di figli di immigrati, iraniani come gli Agassi, cinesi come i Chang, greci come i Sampras. E quando anche i figli di questi o si sono imborghesiti o si sono dedicati a sport meno costosi all’inizio e più ricchi per chi riusciva ad emergere, il tennis americano che in un certa fase storica degli anni Settanta aveva anche 40 top 100, è entrato in crisi. Dopo Andy Roddick e Blake, in pratica, non hanno più avuto campioni in grado di conquistare uno Slam. Forse l’unico top-ten, e di retrovia, è stato John Isner. Un po’ poco. E’ mancato il bacino costituito dall’immigrazione. Ragazzi (e famiglie) disposti a sacrifici enormi.

Piuttosto va osservato un altro fenomeno non proprio scontato. Anni fa si riteneva che anche le ragazze, così come gli uomini top-ten ormai sono quasi tutti più vicini al metro e 90 (e sopra) che al metro e 80, per emergere avrebbero dovuto essere amazzoni di grande statura.

Beh, a scorrere l’elenco delle ultime vincitrici di Slam non è proprio così;: la Barty che ha vinto il Roland Garros è un metro e 66 cm, la Halep che ha vinto Wimbledon è un metro e 68,  la Andreescu che ha vinto l’US Open è un metro e 70, la Kenin è un metro e 70 (scarsi secondo me biografie della WTA spesso barano un po’. L’altro giorno accanto alla Barty all’atto del sorteggio vicino alla rete, Sofia non sembrava più alta dell’australiana…).

Beh, insomma, questo dovrebbe dare speranze anche alle nostre ragazze italiane, troppe volte scoraggiate in partenza dall’altezza. Non faccio nomi per non mettere nessuna in imbarazzo, però quanto ho appena sottolineato non dovrebbe essere più un alibi per nessuna nostra giocatrice. Del resto Schiavone, Vinci, Errani erano – sono – forse giganti?

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Thiem è stato molto più coraggioso di Zverev. Non avrà paura di Djokovic

MELBOURNE – Il serbo resta favorito, però non avrà dimenticato 4 sconfitte in 5 duelli con l’austriaco in crescendo di fiducia. Thiem ha vinto tutti gli ultimi tie-break: 3 con Nadal e 2 con Zverev

Pubblicato

il

Dominic Thiem e Alexander Zverev - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

da Melbourne, il direttore

Chi aveva più da perdere dalla semifinale che vedeva di fronte due giocatori che qua non c’erano mai arrivati? Thiem. Aveva battuto Nadal e non è mai facile batterlo anche se Nadal non è forse più il Nadal d’una volta. Zverev aveva superato un Wawrinka che era apparso decisamente in migliore condizione contro Medvedev.  Chi era più nervoso? Thiem (ma all’inizio anche Zverev). Chi ha il tennis più vario e piacevole fra Thiem e Zverev? Thiem. Chi aveva più chance di battere eventualmente Djokovic, fra Zverev e Thiem? Thiem. Chi è dunque meglio che sia arrivato in finale? Thiem.

Ma ora è lecito chiedersi… può Thiem battere Djokovic come gli è riuscito quattro volte delle ultime cinque? In teoria sì, anche se battere Novak sul cemento non è come batterlo al Roland Garros. E batterlo 3 su 5 non è come batterlo 2 set su 3.

 

Al Roland Garros mi sono trovato due volte in finale con il re del Roland Garros, che aveva vinto il torneo 10 e 11 volte… qui mi trovo di fronte al re dell’Open d’Australia che lo ha vinto 7!”. Dominic Thiem lo dice quando è ancora sul sul campo dove battendo Zverev in 4 set fa felice tutti suoi connazionali: fra Austria e Germania c’è da sempre una fortissima rivalità – dai tempi dell’impero austroungarico e la Prussia – e la si coglie perfino parlando con  i giornalisti dell’uno e dell’altro Paese. È più sentita che fra tedeschi e inglesi, fra neozelandesi e australiani, fra francesi e italiani. Thiem ha risposto brillantemente a McEnroe dopo che John (meno bravo a parer mio come giornalista ma più showman di Jim Courier che è invece un ottimo intervistatore) lo aveva stressato oltre il dovuto facendogli ripercorrere tutto il match appena concluso, obbligandolo a raccontare tutti i quattro set che sono durati 3 ore e 42 minuti. Vanno aggiunti alle 4 ore e 10 minuti di battaglia con Nadal, vale a dire 8 ore (meno 8 minuti) di corse furibonde, di massima intensità. Le quattro precedenti “vittime” Mannarino, Bolt, Fritz, Monfils lo avevano tenuto in campo oltre 10 ore e mezzo.

Se Thiem, di solito prevedibile e abbastanza scontato nelle interviste, diventa anche sagace nel parlare, beh il post Fab Four ha trovato un erede all’altezza. Sì perché i Fab Four non sono stati soltanto straordinari campioni, ma anche veri personaggi, dotati di grandissimo carisma. Fra i giovani della Next Gen – apro un inciso – forse quello che sembra avere più personalità, anche se talvolta pare un po’ arrogantello o presuntuoso, è Stefanos Tsitsipas. I due russi Medvedev e Rublev, più di Khachanov, sono anch’essi tipi abbastanza brillanti fuori dal campo, nelle interviste, anche se Rublev, che pure è capace di dire cose più coraggiose e meno politically correct di tanti colleghi, parla sempre tenendo gli occhi bassi, quasi mai guardando in faccia chi lo intervista. Torno su Thiem però…Certo, pur avendo 26 anni e non potendo quindi più essere definito propriamente un NextGen – chi non lo è però al cospetto di trentottenni, trentaquattrenni e trentatreenni che da 15 anni dominano il tennis? –  l’austriaco è competitor fisso fra i top 5 dal marzo 2019. Qui giocherà la sua terza finale in uno Slam, a conferma di una notevole continuità e qualità. Con tre dei Fab 4 ancora tutti più che attivi e competitivi, non è stato certo facile inserirsi nella fasi finali degli Slam.

Contro Djokovic, per averlo battuto quattro volte delle ultime cinque (dicevo sopra), Thiem avrà il vantaggio psicologico di chi non ha nulla da perdere, ma l’handicap di un giorno in meno di riposo, di molte più ore sul campo, la minore esperienza. Lui, per la verità, del giorno di riposo in meno non è sembrato preoccuparsene troppo. Fra i giocatori, merito anche della cura stakanovista di Bresnik – il coach che lo ha seguito per una vita, fino a quando è subentrato il cileno Nicolas Massu – è uno dei più preparati fisicamente. Alla domanda se il giorno in più di riposo per Novak fosse un grande handicap Dominic ha risposto serenamente: “Ci sono svantaggi ma anche vantaggi. A volte può essere anche un problema essere abituati a un giorno soltanto di stop e ritrovarsene due. Certo ho meno tempo per recuperare. Ma con l’adrenalina che ho accumulato e il resto sarà tutto a posto. Ho giocato due match molto intensi contro Rafa e Sascha, quindi magari ne risentirò, soprattutto domani. Ma farò i soliti trattamenti, giocherò un pochino domani e cercherà di essere al 100% domenica sera”.

Dominic Thiem – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Zverev era da un lato soddisfatto della buona partita giocata, ma ovviamente assai deluso di aver perso. “Ho avuto troppe occasioni che non ho saputo sfruttare: 14 palle break (5 sfruttate e 9 no), due set point nel terzo set”. Li ha avuti sul 5-4 ma serviva Thiem che li ha molto ben annullati per la verità, con grandissimo coraggio e splendide esecuzioni. Un rovescio incrociato vincente sparato a tutto braccio, super spettacolare sul primo set point, poi un gran dritto sul secondo dopo essersi aperto il campo. Insomma, Thiem è stato molto più aggressivo del tedesco. Stasera, riuscendo a strappare il servizio 4 volte a Zverev sebbene il tedesco abbia servito percentuali spaventose di prime, addirittura il 92% nel primo set, l’81% di media nel match, Thiem ha confermato – dopo Indian Wells e Londra alla finali ATP – di non essere più soltanto uno specialista della terra battuta, e di essere diventato anzi un tennista davvero completo.

La vittoria di Indian Wells in finale su Federer è stata importantissima per la mia fiducia, anche se nel deserto californiano i campi sono abbastanza simili alla terra rossa: la palla rimbalza alta, una situazione perfetta per il mio gioco. Poi lo scorso anno nella stagione indoor in Asia ho fatto un grande passo avanti. Ho davvero sviluppato il mio tennis nella giusta direzione. Sono diventato più aggressivo, ho cominciato a servire e rispondere meglio. Mi sono detto ‘Se riesco a far bene indoor come alle finali ATP di Londra (dove ha sconfitto Djokovic; n.d.Ubs) perché non posso riuscirci anche sui campi in cemento?’ Da allora gioco bene anche sulle superfici più veloci”. Io credo che Thiem, vittorioso in tre tie-break su tre con Nadal e in due su due con Zverev, debba alla sua intraprendenza, al suo coraggio, alla varietà dei suoi attacchi, fin dalla risposta, la chiave dei suoi successi. Il tennis di Thiem non annoia, quello di Zverev, ad oggi troppo legato all’efficacia del servizio è certamente più monocorde. Cinque set di Thiem si guardano volentieri, cinque di Zverev un po’ meno.

Mentre seguivo la loro partita, che ha avuto momenti di grandissimo tennis, sia pur un po’ troppo a sprazzi, pensavo alle grandi rivalità di quest’ultimo decennio e mi chiedevo: ma mi piacerebbe vedere 40, 50 volte un duello fra questi due giocatori che certo rappresentano il futuro (abbastanza prossimo ormai) del tennis? Nadal, Federer, Djokovic, Murray non mi hanno quasi mai annoiato nelle loro sfide…Loro due? Ne parlavo con Chris Clarey del New York Times e con Simon Briggs del Daily Telegraph, miei vicini di posto nella Rod Laver Arena, quando entrambi hanno detto, sul finire del quarto set: “Great match, ma sopravviveremmo anche se non si giocasse un quinto set!”. Ecco, forse anni fa nel corso delle sfide fra Federer e Nadal, o gli altri due Big, invece avremmo sempre sperato di assistere al quinto set. E quelli giocati qui da Federer e Nadal nel 2017, o da Djokovic e Nadal nel 2012, sono rimasti leggende. Anche se il match andava avanti da 3,4,5 ore e 54 minuti! Pura nostalgia? Non c’è dubbio che il contrasto di stili che hanno offerto i Fab Four, e prima di loro Sampras vs Agassi, e a suo tempo Becker e Edberg, McEnroe e Borg o Lendl o Connors, rendeva più appassionante lo spettacolo.

Ripeto: Thiem si fa guardare volentieri. Cerca spesso soluzioni diverse, angoli inconsueti, varia il rovescio una volta coprendolo e un’altra tagliandolo, viene più spesso a rete di una volta per chiudere il punto, all’occorrenza gioca le smorzate. Ha fatto 23 punti su 27 quando è venuto a rete… mentre Zverev a rete non è ancora un top-player, ha fatto poco più del 70% dei punti a rete pur venendoci la maggior parte delle volte a punto quasi fatto: clamorosi alcuni smash sbagliati, compreso quello fatale del tiebreak del quarto set che avrebbe dovuto portarlo sul 3 pari. È anche vero che fra i due semifinalisti di questo venerdì caldissimo australiano ci sono quattro anni di differenza e non sono pochi. Nell’arco di quattro anni Zverev di sicuro farà ancora progressi e non si fermerà certo a una sola semifinale di Slam. E dico questo anche perché fra quattro anni dei Fab Four forse sarà rimasto in lizza soltanto Djokovic.

Adesso io mi auguro soltanto di assistere a una gran bella finale. Il miglior Thiem può giocarsela con Djokovic e i colleghi serbi, super patrioti e supertifosi del loro Nole, mi parevano parecchio preoccupati stasera. C’è anche la cabala a spaventarli: nessuno ha mai vinto l’Australian Open 8 volte. Temono che prima o poi l’incantesimo si spezzi. Chissà se sul divano, dove avrà assistito bello tranquillo al match di stasera, Djokovic si sarà un pochino preoccupato anche lui. Di certo avrebbe preferito affrontare Zverev. Novak sa che Dominic scenderà in campo domenica piuttosto sicuro del fatto suo: “Non sarà la mia prima finale di Slam – ha detto – e già nella finale del 2019 contro Nadal ho dimostrato di aver fatto grandi progressi rispetto a quella che giocai nel 2018…”. Insomma, cavalier senza paura, Dominator Thiem ha lanciato il suo guanto di sfida al vincitore di 7 degli ultimi 12 Australian Open.

Dominic Thiem – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement